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"Biodiversità missione possibile", di Mario Tozzi

Se la sono vista brutta, gli elefanti africani, fino a qualche decennio fa: ridotti in areali angusti, decimati dai bracconieri per via dell’avorio delle zanne e assassinati dai ricchi signorotti occidentali in cerca di emozioni (si fa per dire) forti. Ma se avessimo visto nella giusta luce questi straordinari animali forse ci saremmo comportati diversamente: gli elefanti festeggiano le nascite e piangono i morti, riconoscono gli individui della loro specie anche a distanza di anni, posseggono una proboscide con 10.000 muscoli e un milione di nervi (da esserne orgogliosi almeno quanto la nostra mano) e hanno strategie sociali sofisticate, tanto che nelle arene dei Romani cadevano sempre per ultimi, grazie a come si difendevano in gruppo.

Un successo evolutivo, una ricchezza della vita sulla Terra che abbiamo rischiato di distruggere e che è, invece, oggi sulla via della conservazione, perché abbiamo compiuto un passo indietro sul fronte della deforestazione, della caccia e dell’apertura di nuove vie di comunicazione. Né hanno passato tempi migliori i lupi negli Stati Uniti o le tigri in Siberia o gli orsi in Italia, per non parlare di quelli che non ce l’hanno fatta: il pinguino artico, il dodo delle Mauritius o, solo qualche anno fa, il delfino bianco dello Yangtze. Ma davvero dovrebbe interessarci qualcosa del fatto che un quarto delle specie dei mammiferi sia seriamente minacciato di sparire per sempre dalla faccia del pianeta? La giornata internazionale della biodiversità – cioè dell’insieme di tutti i viventi – mette brutalmente gli uomini moderni di fronte a un problema che li riguarda molto da vicino. Intanto, sebbene sia il «naturale fine» di ogni specie, l’estinzione dei viventi procede oggi a ritmi assai superiori a quelli che hanno preceduto ciascuna delle cinque grandi estinzioni di massa della storia biologica del pianeta.

E questo è un fatto nuovo. In secondo luogo, per la prima volta c’è una specie – la nostra – responsabile della crisi o dell’estinzione di tutte le altre: e anche questo non era mai accaduto prima. Le cause sono ben note, prima fra tutte la riduzione dell’habitat dei viventi non umani, generata dall’espansione incontrollata delle attività e degli insediamenti antropici. A che serve battersi per la sopravvivenza dell’orso marsicano se poi il suo territorio viene continuamente ridotto o degradato? Così il panda maggiore sarà solo un morto vivente, se non ne tuteliamo anche l’intero l’habitat naturale. Poi ci sono gli inquinamenti industriali, cui molte specie si adattano molto peggio dell’uomo, l’avvelenamento dei pesticidi usati in agricoltura, la caccia, decisamente priva di qualsiasi senso nel mondo moderno, e il surriscaldamento climatico in atto. Ma l’estinzione di una specie è una perdita irreparabile che ci riguarda da vicino: non solo perché, almeno ultimamente, ne siamo responsabili, ma anche perché l’impoverimento della biodiversità porta conseguenze negative soprattutto per l’umanità.

E sì, perché ignoranti o smemorati come siamo, non prendiamo in considerazione che molti medicinali, il cibo e perfino l’acqua o l’aria dipendono irrimediabilmente dalla ricchezza della vita: sono almeno 40.000 le specie di viventi da cui traiamo quei valori. L’Italia è il Paese europeo più ricco di biodiversità con 57.468 specie animali e 12.000 specie floristiche. Ma molto di questo patrimonio si sta perdendo: attualmente sono a rischio il 68% dei vertebrati terrestri, il 66% degli uccelli, il 64% dei mammiferi e l’88% dei pesci di acqua dolce. E’ però anche il Paese che consuma più territorio: ogni anno 250.000 ettari vengono ricoperti di asfalto o cemento, mentre, per dare un’idea, nel Regno Unito 10.000 (quanti la sola Sicilia). Così il nostro Paese si dota di una teorica Strategia nazionale sulla Biodiversità, mentre continua a tagliare risorse e finanziamenti nella pratica. Proteggere la natura restituendole spazio è l’unica strada, il resto è chiacchiera ipocrita che siamo francamente stanchi di sentire.

La Stampa 22.05.10

Assemblea nazionale del PD – Intervento di Pierluigi Bersani

Cari amici e compagni,
la domanda centrale per me è una sola. Sappiamo metterci all’altezza del nostro compito? Sappiamo metterci in sintonia con i problemi del nostro Paese e organizzarne la riscossa?
Per quante sfumature possiamo usare per interpretare le recenti elezioni regionali, il fatto incontrovertibile è che non siamo ancora riusciti ad interpretare il disagio e l’inquietudine profondi che il paese vive e che si esprimono piuttosto in disamoramento o in radicalizzazione impotente.

Da dove prendiamo questo problema? Io dico che non ci aiuterebbe fare dei girotondi su noi stessi. Non ci aiuterebbe discutere solo di noi e con parole che solo noi comprendiamo e che ci allontanano dal senso comune. Credo che noi riusciremo a rispondere a quella domanda centrale, credo che troveremo quello che cerchiamo dall’inizio della nostra storia (cioè una più precisa identità, una vera coesione, un radicamento forte, una strada buona per l’alternativa) se ci porteremo direttamente al cuore dei problemi degli italiani e se porteremo lo sguardo all’altezza delle responsabilità che competono ad una delle più grandi forze progressiste europee, quale noi siamo. E se faremo tutto questo tutti assieme, in un Partito plurale ma corale e capace di essere stimato ovunque.

E’ questo il senso di fondo dell’iniziativa che parte con questa nostra Assemblea. Mentre conduciamo la nostra battaglia di opposizione ci mettiamo a lavorare per proporre giorni migliori agli italiani, aprendo canali larghi di partecipazione su proposte e iniziative non astratte ma assolutamente attuali che si rivolgono ai problemi veri.

Avvieremo tutto questo in una cornice politica che cercherò di delineare in questo intervento. Una cornice che prende le mosse da una questione preliminare e cruciale, senza affrontare la quale la politica, compresa la nostra, non può farsi ascoltare dagli italiani, qualsiasi cosa dica. Sto parlando dell’etica pubblica, dell’illegalità, della corruzione. E sto parlando di una politica che su questo fondamentale terreno perde voce e credibilità lasciando così che si diffonda quel cancro della democrazia che è l’antipolitica.

Dobbiamo assumere pienamente questo problema combattendo innanzitutto perché non diventi impossibile illuminare i fatti di malversazione e di corruzione. La giusta esigenza di eliminare l’abuso delle intercettazioni e la loro conseguente diffusione, si sta ribaltando in norme che danneggiano gravemente le indagini e mettono un bavaglio all’informazione sconosciuto ad ogni Paese democratico.

Di fronte a norme del genere è per l’opposizione doverosa ogni pratica ostruzionistica.

Partiamo dai recenti casi della cosiddetta cricca. Non è solo questione di mele marce come dice Berlusconi. La questione è il cesto e cioè il sistema. Un sistema di progressivo allestimento di procedure e strumenti capaci di svuotare con mille eccezioni e deroghe le regole di trasparenza e di imparzialità nella gestione del denaro pubblico. Un sistema che lascia prive di ogni seria riforma le regole ordinarie, spesso barocche e inefficienti, per ricavare un alibi al dilagare di meccanismi derogatori che aprono un’ autostrada alla corruzione e che negli ultimi due anni hanno sfacciatamente attratto una quota rilevantissima di investimenti pubblici. Se elencassi qui casi di deroga, di eccezione, di secretazione non mi basterebbe tutta la relazione. Proponiamo una immediata e generale rivisitazione di queste norme ed un perfezionamento delle procedure ordinarie di gara. Il Governo, invece di chiacchierare di mele lasciando tutto com’è, faccia lavorare la Magistratura e ci dica da parte sua che cosa intende fare per intervenire sul sistema.

Le misure anticorruzione presentate dal Governo sono acqua fresca. Nella mozione che abbiamo presentato al Senato abbiamo dettagliato le nostre proposte di rafforzamento. Dico qui che l’introduzione del reato di autoriciclaggio è indispensabile. Abbiamo presentato norme per rafforzare l’incandidabilità di chi ha commesso reati, essendo quelle presentate dal Governo totalmente insufficienti. Mi fermo qui. La questione morale e della legalità è sempre aperta nel nostro Paese. Vogliamo farcene carico scegliendo tre precisi criteri:
1.La Magistratura deve poter operare nella pienezza degli strumenti e con norme rafforzate;
2.In ogni campo bisogna restringere l’intermediazione amministrativa nei fatti economici secondo principi di automatismo, di trasparenza, di concorrenza;
3.Ci vuole una legge sui Partiti in applicazione della Costituzione che preveda codici deontologici e sanzioni con evidenza pubblica.

In attesa di una simile normativa il Partito Democratico con le decisioni statutarie di oggi si impone regole ulteriormente stringenti a proposito della moralità pubblica e soprattutto introduce strumenti che rendano applicabile ed esigibile davvero il suo codice etico.

Nemmeno può essere sottaciuto un secondo tema, ben diverso dal primo, che tuttavia determina fortissimo disagio nell’opinione pubblica: il tema cioè dei costi e dei privilegi della politica.

Non è certo difficile contrastare a questo proposito le alterne demagogie della destra. Tanto per dirne una sola, ci chiarissero Tremonti, Gasparri e Calderoli di quante volte si siano moltiplicati rispetto al Governo Prodi i voli di Stato, addirittura nel frattempo secretati! Quanto al contributo dei Parlamentari basterebbe alla destra riprendere l’emendamento nostro di un anno fa, che a fini di sostegno alle fasce di povertà prevedeva un prelievo straordinario per i redditi dai Parlamentari compresi in su. Allora lo bocciarono, adesso potrebbero facilmente riprenderlo.

Ricordo anche che abbiamo presentato in Parlamento norme per la riduzione del numero dei Parlamentari. Non può essere questa l’occasione per varare almeno questa riforma? Quanto ai costi generali della politica ribadiamo la proposta di una loro parametrazione alla media dei Paesi europei. Aggiungo che sarebbe anche il caso di chiedersi come sia possibile che un funzionario pubblico abbia dichiarazioni dei redditi da uno o due milioni di euro attraverso incarichi straordinari, arbitrati o collaudi e di chiedere come mai le norme molto restrittive introdotte su questo da Prodi siano state cancellate dalla destra. Sono norme da ripristinare.

Tutto ciò detto ancora una volta non vogliamo sottrarci alle nostre responsabilità. Abbiamo iniziato un lavoro ulteriore in proposito, ne troverete alcune tracce nei documenti e chiederemo obiettivi di contenimento dei costi della politica e della macchina pubblica a tutti i nostri Amministratori.
Sappiamo infatti che senza preservare la dignità della politica non ci può essere una risposta ai problemi e tanto meno una risposta progressista ai problemi.

Cari amici e compagni,
in questi giorni eventi drammatici ci hanno di nuovo portato il mondo in casa. Due soldati italiani morti in Afghanistan, altri soldati feriti. Abbiamo espresso il dolore, il cordoglio, la solidarietà. Diciamo che i talebani non possono averla vinta contro il Governo afghano e la comunità internazionale. Diciamo altresì che la comunità internazionale deve mobilitare di più le risorse della politica per ottenere un miglioramento della situazione sul campo anche coinvolgendo le potenze regionali. Con quattromila uomini in Afghanistan l’Italia deve esprimere una funzione politica più significativa. Ribadire il nostro impegno, come è giusto fare, non significa infatti non considerare le difficoltà della situazione.
Un altro italiano muore in Thailandia svolgendo un lavoro prezioso e coraggioso. Anche per questa morte il nostro cordoglio. C’è un mondo pieno ancora di violenza, che non rafforza gli strumenti di governo globali, che non risolve (e a volte non accetta nemmeno di vedere) i grandi problemi della pace e della guerra nelle diverse aree regionali, delle guerre oscurate e dimenticate, dei milioni di profughi, delle migrazioni drammatiche o silenziose; un mondo che non ha ancora la forza di affrontare unito gli insulti arrecati alla terra e all’atmosfera, che non riesce a mettere le briglie a fenomeni incontrollati come i movimenti della finanza; un mondo in cui, d’altra parte, centinaia di milioni di uomini e di donne stanno risolvendo, pur nella crisi, i problemi della fame, della casa, della luce elettrica, dei farmaci essenziali. Da ogni parte ci arrivano segni di un cambiamento epocale di cui scorgiamo anno dopo anno gli aspetti parziali ma che non afferriamo ancora nell’insieme. Nel 2010 la Cina crescerà del 10%, l’India dell’ 8, il Brasile del 7, gli Stati Uniti del 3, l’Europa dell’1. Da anni ormai le cose viaggiano così e in quei dati non c’è più solo della quantità: ci sono grandi correnti di innovazione che promettono una divisione internazionale del lavoro totalmente nuova, un cambio di paradigma, una strada da riprogettare per le nuove generazioni. La crisi finanziaria e la recessione stanno dando una accelerazione forte ai cambiamenti senza, fin qui, incidere sugli assetti regolativi. Prevale ancora l’incertezza. Ma una cosa è sicura. Tutto il mondo si chiede che ruolo avrà l’Europa nel futuro. La fase di globalizzazione prima e la crisi poi hanno certificato che l’Europa non si è data ancora assetti convincenti sul piano istituzionale e su quello economico e sociale.
Del resto ciò è segnalato anche dal termometro della politica. I cicli politici si accorciano e si fanno precari, crescono disaffezione e radicalizzazione, non c’è Governo europeo che non abbia qualche problema di credibilità o di stabilità.

La tempesta finanziaria e la crisi greca hanno determinato un passaggio cruciale. L’Unione Europea di fatto, brutalmente e di necessità, sta di nuovo entrando in una specie di fase costituente. Nell’emergenza si riaffaccia confusamente quell’esigenza di integrazione testardamente negata o smentita per anni. Anche in casa nostra abbondano palinodie e riconversioni. Chi ha azzoppato l’Europa adesso l’invoca.
In questo dirsi tutti europeisti c’è naturalmente la paura del baratro che viene evocato attorno alla tenuta dell’Euro. Forse chi aggredì Prodi quando entrammo nell’Euro si rende conto adesso che senza l’Euro noi saremmo nel Mediterraneo con della carta straccia in tasca.

Ma anche escludendo il baratro, è del tutto irrisolto in Europa il problema dello sbocco di questa nuova fase. Tocca anche a noi, Partito Democratico, dire adesso una parola chiara. Dirla nella dimensione europea e dirla innanzitutto nel concerto dei Partiti progressisti con i quali è urgente una discussione politica franca e risolutiva. A che cosa pensiamo dunque? Ad un’Europa intergovernativa, mercantilista, tutta orientata alle esportazioni, guidata da una Germania che prende il ruolo di una “Grande Svizzera”, a un’Europa che cerca il suo equilibrio finanziario nella riduzione del modello sociale? Dobbiamo sapere che quello che sta avvenendo può portare ad un esito simile. Noi non la pensiamo così. Per noi e per i nostri figli, noi crediamo ad un’Europa federale, con istituzioni pienamente democratiche, orientate alla crescita, al lavoro e ai diritti, con un adeguato sviluppo del mercato interno; condizioni queste indispensabili per qualificare il rigore finanziario. Un’Europa costruita con adeguate cessioni di sovranità e che trovi nell’area dell’Euro la sua locomotiva, anche attraverso cooperazioni rafforzate.

I Partiti Socialisti e Democratici Europei devono comprendere che nel ripiegamento nazionale vince la destra e che le forze progressiste possono trovare una vera funzione solo portando i problemi e le soluzioni alla loro vera dimensione che è quella sovranazionale. Accompagneremo questa visione con una piattaforma da confrontare nelle sedi politiche parlamentari europee in cinque punti, di cui dò i titoli:

1.Una regolazione stringente ed una vigilanza federale dei mercati finanziari (hedge funds, fondi sovrani e attività speculative);
2.Piano europeo per il lavoro finanziato con eurobonds per ricerca e innovazione, politiche industriali, infrastrutture strategiche;
3.Apertura del mercato interno secondo linee guida predisposte nel rapporto Monti;
4.Coordinamento delle politiche fiscali, lotta ai paradisi fiscali, tassa sulle transazioni finanziarie speculative;
5.Apertura in sede WTO di una iniziativa per introdurre standards sociali ed ambientali minimi negli scambi di merci e servizi.

Con la stessa ispirazione di fondo noi vogliamo affrontare la questione nazionale che si è aperta in Italia. Risanamento finanziario, crescita, lavoro, diritti per noi sono parole gemelle. Chi contrappone il risanamento a tutto il resto non ha capito come è fatto questo Paese.

Il problema di questo Paese non è il socialismo della spesa, come ha scritto un autorevole commentatore. Il problema è il populismo e il corporativismo della spesa. Basta guardare le tabelle e vedere dagli anni ’90 ad oggi quali Governi abbiano controllato meglio la spesa corrente e quali l’abbiano fatta crescere di più.
Ma c’è qualcuno che può ancora davvero pensare che se l’Italia rinuncia a una prospettiva riformista e progressista abbia in cambio una prospettiva liberale? Dove sarebbero questi liberali nella destra? No, si aprirebbe una prospettiva corporativa e populista dove ognuno si difende e i forti si difendono di più e meglio, e dove lo Stato e la finanza pubblica vengono assunti come una controparte, un oggetto esterno, una mucca da mungere. Questa è la realtà dell’Italia. Non ci può essere senso del collettivo, della comunità, dello sforzo comune al di fuori di una prospettiva riformista, al di fuori di un rigore che sappia incorporare equità, solidarietà, civismo, lavoro.

Questo nostro Paese sta vivendo un dramma silenzioso. Uno scivolamento rispetto all’Europa e al mondo e una dissociazione interna.

Vorrà pur dire qualcosa se nel 2000 eravamo al 117% della media europea del reddito procapite e adesso siamo al 94. Vorrà pur dire qualcosa se a Trento la disoccupazione giovanili è all’11% e in Sardegna è al 44%.

Ormai non è più un’ipotesi. Noi convergiamo verso le economie più deboli d’Europa e ci allontaniamo dalle economie più forti mentre all’interno il Sud si allontana dal Nord. La crisi ha accelerato questo scivolamento. In due anni abbiamo perso quasi il doppio della ricchezza rispetto all’area Euro. Dovremmo adesso crescere il doppio per tenere il passo. In realtà nel 2010 cresceremo un po’ meno degli altri. La destra non coglie il problema, lo nega, non cerca la chiave di una riscossa nazionale, di un difficile sforzo collettivo. Questa è la sua vera colpa, che può rivelarsi una colpa storica.

La destra minimizza. Concede spazio al modello corporativo, al far da sé di ceti, di categorie, di territori. Ha governato sette anni degli ultimi nove, semplicemente accompagnando questo scivolamento. Non c’è una riforma vera che si ricordi. Ha impostato, a partire dalla legge elettorale, un meccanismo di personalizzazione populista che, sommato al conflitto d’interessi, possiamo chiamare berlusconismo.
Un meccanismo totalmente inadatto a decidere perché tarato sull’accumulazione generica del consenso e non sulle decisioni. Del resto la democrazia populista, per definizione, è una democrazia che non decide. E qui c’è il nesso, lo ribadisco, fra questione democratica e questione sociale. In una società moderna e complessa, in una società europea, solo ammodernando le istituzioni in una democrazia saldamente costituzionale si può decidere e riformare. E possiamo dirlo meglio noi italiani che abbiamo, nei suoi fondamenti essenziali, la Costituzione più bella del mondo.

Questa impossibilità di decidere ha in realtà paralizzato il Governo anche davanti alla crisi. Sostanzialmente il Governo ci ha raccontato che non c’era, o che era alle nostre spalle. Ci è stata fornita una narrazione edulcorata e minimalista secondo la quale in omaggio ai conti pubblici bisognava star fermi. Adesso si scopre quello che avevamo visto ben chiaro: star fermi non ha messo al riparo i conti pubblici. Non c’entra la Grecia. L’unica voce su cui risparmieremo rispetto alle previsioni sarà la spesa per interessi! No. Noi abbiamo avuto previsioni di finanza pubblica sbagliate, sul tasso di crescita, sulle entrate fiscali, sull’andamento della spesa pubblica. La spesa corrente è cresciuta, gli investimenti si sono ridotti, non c’è stata nessuna riforma utile a stimolare l’economia. Questa è la verità.
Tutto si è scaricato sugli investimenti, sui redditi medio-bassi e sulle fasce di povertà. Nessun contributo è venuto dalle ricchezze e dalla rendita. Nessun contributo è venuto dall’enorme sacca di evasione. Questa è la verità.

Non ci si dipinga dunque come degli sconsiderati. Due volte la destra ci ha caricati su un traghetto verso al Grecia, due volte noi l’abbiamo riportato indietro perdendoci anche le elezioni. E del resto non è stato un Governo di centrodestra a portare la Grecia nel baratro addirittura falsificando i conti? E la si smetta con la penosa propaganda del tipo: non metteremo le mani nelle tasche degli italiani; dovete toglierle le mani dalle tasche degli italiani, di quelli che le tasse le pagano davvero, che non le hanno mai pagate così alte e che si preparano, a quanto si capisce, a ulteriori sacrifici.

E la si smetta con annunci di lotta all’evasione che si risolvono sempre con dei condoni, fino a dei veri e propri riciclaggi di Stato! Ripetiamo ancora e ripeteremo sempre, senza mai stancarci: quando due anni fa il Governo tolse l’ICI alle fasce alte, finanziò Alitalia, tolse misure antievasione, incentivò gli straordinari noi proponemmo in alternativa un grande piano di piccole opere attraverso una deroga al patto di stabilità dei Comuni ed una operazione fiscale sui redditi medio-bassi per stimolare occupazione e consumi, chiediamo: chi aveva ragione?
Da allora e per due anni il Governo minimizzò la crisi. Noi dicemmo che sarebbe stata lunga e pesante, chiediamo: chi aveva ragione?
Adesso diciamo a chi ci ha portati fin qui:

Caro Berlusconi, caro Tremonti, bisogna che vi convinciate che senza un po’ di crescita in più non terremo i conti a posto e alla lunga non convinceremo i mercati perché a ritmi di crescita così bassi il debito non si assorbirà mai. Se si vuole una manovra che non sia ulteriormente depressiva c’è bisogno di una svolta, bisogna cominciare finalmente a metterci coraggio, bisogna dire finalmente che il Paese ha un problema serio, ben al di là del raggiungimento al 2012 del parametro di deficit; un problema che riguarda la nostra struttura economica e sociale. E allora:
1.Bisogna alleggerire rapidamente il lavoro, l’impresa e le famiglie e mettere il carico sulla rendita e sulle ricchezze, così come avviene in tutti i Paesi del mondo avanzato nessuno dei quali, aggiungo, esclude il patrimonio dalla responsabilità collettiva;
2.Se si vuole davvero recuperare evasione si può. Ci sono tutti gli strumenti tecnici ormai per ottenere trasparenza e tracciabilità di redditi, patrimoni e ricchezza. Se non si vuole spremere le meningi, si può prendere qualche norma da Francia, Germania o Stati Uniti;
3.Se si vuole davvero controllare la spesa corrente dopo il totale fallimento di questi due anni aprendo finalmente qualche spazio per gli investimenti e l’occupazione non si può svegliarsi la notte ad inventare tagli lineari. Bisogna predisporre meccanismi a cominciare dai beni e servizi della Pubblica Amministrazione, da piani industriali di riorganizzazione delle macchine pubbliche dalla promozione, col bastone e con la carota, delle migliori pratiche a cominciare dalla sanità;
4.Se si vogliono fare riforme che sollecitino l’economia bisogna aprire e regolare i mercati non chiuderli come si sta facendo in questi mesi;
5.Se si vuole dare un po’ di lavoro bisogna puntare sui piccoli cantieri e sull’efficienza energetica e le reti tecnologiche così da mobilitare risorse private e non sul punte sullo stretto di Messina.

La nostra sfida è sul terreno che abbiamo sempre chiesto: su una vera manovra economica non sull’ennesimo “tirare a campare” fatto di una catena di decreti e di fiducie dove si continua a sottostimare la spesa e a sovrastimare le entrate, dove non c’è mai un ragionamento di fondo, dove non si prende mai il toro per le corna. 46 Decreti fin qui e 33 voti di fiducia. Un voto di fiducia e mezzo al mese, agosto e Natale compresi. Per decidere che cosa? Per portare l’Italia dove? Si vuole ancora procedere così? Noi non ci stiamo. Questa è la sfida che portiamo alla destra in nome del futuro del Paese. E ammoniamo ancora: basta con provvedimenti che minano il civismo. Basta con condoni ammantati di qualche demagogia. Se chi ha regolarizzato e ripulito cento miliardi di Euro e ne ha pagati cinque avesse solo pagato quel che si è pagato in altri Paesi noi non staremmo qui a parlare di manovre. E c’è da chiedersi che cosa pagheranno adesso tutti questi mentre milioni di famiglie si stanno impoverendo?

Cari amici e compagni,
quel che è certo è che Berlusconi non può dare un orizzonte nuovo al Paese. Di fronte all’opinione pubblica il Governo si è indebolito, in ultima analisi perché la narrazione propagandistica si scontra con la durezza dei fatti reali. Lo spazio delle promesse si stringe.

A tutto ciò si aggiunge l’emergere di una corruzione degli apparati a cui il Governo non è estraneo. Un Governo indebolito controlla tuttavia una maggioranza molto ampia. Il Popolo delle Libertà mostra crepe difficilmente sanabili ma non tali, fin qui, da costringere Berlusconi alla scelta fra cambiare o cadere. Tutto porta a dire che la situazione di palude e di immobilismo nell’azione effettiva di governo è destinata ad aggravarsi. La Lega si propone come dominus della situazione garantendo stabilità parlamentare in cambio della libertà di fare tutte le parti in commedia. Questo è un tema politico su cui tornerò.

Di fronte a tutto questo credo dobbiamo dire parole chiare. In un sistema bipolare la proposta politica è l’alternativa, e in una alternativa progetto e alleanza sono una cosa sola. L’emergenza non è una proposta politica. L’emergenza può essere un fatto e di fronte ad un fatto una grande forza nazionale come la nostra sa come prendersi le proprie responsabilità. Adesso, di fronte a noi, c’è Berlusconi. Nostro compito è condurre un’opposizione netta e visibile e costruire non in astratto ma nel vivo dei problemi attuali il progetto di alternativa.

Dobbiamo metterci al lavoro, tutti assieme. Vogliamo predisporre da qui al 2011 e mobilitando tutte le risorse intellettuali disponibili, una lettura aggiornata della missione dell’Italia nell’Europa e nel mondo, delle ragioni profonde del sentirsi italiani in termini di convivenza, di civismo e di legalità; della nuova reciprocità fra nord e sud del Paese. Un percorso che deve innanzitutto aiutarci a riprendere una battaglia ideale contro ideologie regressive che investono il Paese contrapponendo a pensieri cattivi che circolano nostri pensieri buoni. Idee di uguaglianza, di libertà, di fraternità, di convivenza. Le nostre idee, delle quali vogliamo essere in modo più esplicito sicuri e orgogliosi; un percorso che deve aiutarci a definire il nostro Partito come Partito del lavoro e della nuova generazione, come Partito della Costituzione e della democrazia, come Partito di una nuova unità della Nazione. Un Partito che raccolga più nettamente la bandiera dell’innovazione e del cambiamento e che al contempo rassicuri sui fondamentali del lavoro, della democrazia, dell’universalismo nella risposta ai grandi bisogni sociali. Non saremo i soli nei prossimi mesi ad impegnarci in una riflessione sulle grandi prospettive del nostro Paese. Sottolineo qui lo straordinario rilievo del documento varato dalla Chiesa italiana in preparazione della 46^ Settimana Sociale dei Cattolici. Un documento innovativo che contiene molte indicazioni preziose anche per la nostra discussione.

E dentro questo percorso, a partire da oggi, un progetto fatto non di conferenze programmatiche o di ponderosi volumi, ma di meccanismi di partecipazione sui temi cruciali della vita degli italiani. Vogliamo anche noi darci finalmente un metodo, come hanno da tempo altri Partiti progressisti europei, per coniugare politica e programmi. E vogliamo darcelo in modo originale, adatto alle forme nuove che il partito democratico vuole portare nell’esperienza politica italiana ed europea. Già questa Assemblea attiverà percorsi larghi e aperti di partecipazione su proposizioni innovative varate qui, sulla base di documenti elaborati dai Forum, dalla Segreteria e dai Gruppi Parlamentari. Discuteremo di lavoro, innanzitutto, contrastando l’idea che il problema di oggi sia quello dei costi o dell’ulteriore flessibilità e rivendicando invece l’esigenza di creare lavoro e dargli via via regole uguali a cominciare dalle nuove generazioni. Avanziamo queste nostre nuove proposte celebrando il 40° dello Statuto dei Lavoratori. Ribadiamo da qui la solidarietà e la vicinanza ai lavoratori dipendenti e autonomi che subiscono i colpi della crisi, la decurtazione dei redditi familiari, la drammatica incertezza per le prospettive di occupazione.
Il Partito Democratico è al loro fianco.

Discuteremo di Università presa fra emergenza incombente e riforma. Nell’avanzare le nostre proposte vogliamo continuare con determinazione rinnovata la nostra battaglia parlamentare e rivolgerci con una parola di solidarietà e di sostegno ai ricercatori che si stanno mobilitando. Salutiamo con soddisfazione i risultati delle elezioni per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari che hanno visto una netta affermazione delle liste di centrosinistra e salutiamo il lavoro dei giovani democratici che stanno dando avvio alla loro campagna di adesioni.

Discuteremo di Economia verde come chiave d’impulso per una crescita sostenibile mentre confermiamo la nostra opposizione al piano nucleare del Governo.

Discuteremo di Giustizia con proposte prese dal lato del funzionamento di un servizio fondamentale per i cittadini e le imprese contrapponendoci in modo così più concreto ed evidente ad ogni deformazione ad personam di questo tema cruciale.

Discuteremo di Istituzioni, con proposte orientate a rinvigorire la nostra democrazia costituzionale e di metterla più in grado di rappresentare e di decidere.

Discuteremo d’Europa nel pieno del passaggio d’epoca cui ho fatto cenno.

Continueremo a lavorare per la prossima Assemblea via via su nuove proposte. Stiamo lavorando ad una riforma fiscale neutra in termini di indebitamento ma capace di spostare il prelievo da chi paga a chi non paga, da redditi di lavoro e impresa a redditi di rendita e di capitale, da attività positive ad attività negative per l’ambiente, fino a proposte di interventi fiscali sovranazionali. Si sta predisponendo una piattaforma di una iniziativa sull’immigrazione e in particolare sui diritti civili e politici degli immigrati a cominciare dalla cittadinanza dei loro figli e al voto nelle elezioni amministrative. Diritti di asilo e di soggiorno, di ingresso regolare al lavoro, di emersione, di programmi di integrazione: un quadro normativo aggiornato cioè alternativo alla Bossi-Fini.

Ci occuperemo di diritti, alzando la bandiera dell’Art.3 della nostra Costituzione oggi tradita dall’irrompere di culture regressive incoraggiate dalla crisi. Pensiamo soltanto alla condizione delle donne nel lavoro, alla totale scomparsa dall’orizzonte dei problemi dei portatori di handicap, all’insorgere di culture omofobiche su cui ribadiamo l’urgenza di intervenire con misure legislative. E ci occuperemo di scuola alla ripresa dell’anno scolastico, denunciando ancora il disastro provocato dal Governo , e riprendendo la questione del tempo pieno e dei moduli, dell’obbligo scolastico, dell’autonomia scolastica, dall’apertura della scuola per tutto il giorno, della formazione tecnica tradita dalla riforma delle superiori.

Ci impegneremo nel campo dell’informazione e della comunicazione per un legislazione antitrust nei diversi ambiti della comunicazione, mentre prevediamo nel nostro progetto istituzionale la costituzionalizzazione del tema del conflitto di interessi. Lavoriamo anche su una proposta molto semplice per ciò che riguarda la RAI. Un’Azienda pubblica davvero strabiliante. Accetta di buon grado di danneggiarsi togliendo trasmissioni di approfondimento in piena campagna elettorale; è disposta a spendere perché un grande conduttore se ne vada. Berlusconi che ne è oggi addirittura il Ministro la occupa come e quando vuole riempiendo di propaganda telegiornali e trasmissioni di intrattenimento e poi se ne lamenta e a giorni alterni minaccia il canone. Non credo che noi possiamo accettare una simile situazione. Noi proponiamo semplicemente che un’Azienda sia un’Azienda, che viva con le regole del Codice Civile e con un Amministratore delegato responsabile della gestione. I Partiti non devono essere coinvolti in nessun modo né direttamente né indirettamente in intricatissimi condomini che non sono in grado di contrastare un uso strumentale dell’Azienda.
Via via e a cominciare da oggi apriremo dunque un percorso di coinvolgimento organizzativo e in rete che interesserà i circoli, i mondi di riferimento, l’organizzazione delle feste fino all’allestimento di appuntamenti tematici in diverse città italiane. Daremo sostanza agli 83 Congressi provinciali e alle migliaia di Congressi di circolo che si svolgeranno nei prossimi mesi.

Nel percorso daremo una attenzione particolare al Sud. Abbiamo bisogno di raffigurare un nostro nuovo pensiero sul mezzogiorno fatto di battaglie di civilizzazione e di riforma che possano esprimere reciprocità con l’opinione pubblica del Paese in particolare del nord. Anche su questo si stanno predisponendo appuntamenti di elaborazione. Nel diciottesimo anniversario della morte di Falcone, ribadiamo che per noi Falcone e Borsellino non saranno mai eroi regionali, saranno sempre eroi nazionali.

Per far avanzare le nostre proposte ci affideremo ad iniziative legislative parlamentari ed in alcuni casi a leggi di iniziativa popolare. Non abbiamo una strategia referendaria per la buona ragione che negli ultimi 24 casi lo strumento referendario così come è oggi normato, ha assunto l’aspetto di una smentita per i proponenti; in molti casi inoltre le norme che derivano dai quesiti non sono in grado di dare risposte razionali ai problemi. Avanziamo qui la nostra proposta per una riforma dei referendum, così da dare loro efficacia. Detto questo voglio aggiungere che nel caso dell’acqua siamo assolutamente amichevoli verso tutte le posizioni, a partire da quelle dei referendari, che si oppongono ad una assurda privatizzazione forzata dell’acqua. Una grande forza come la nostra tuttavia ha sentito il dovere di predisporre una riforma vera e organica che è pronta e sulla quale raccoglieremo il sostegno dei cittadini.

Siamo interessati a confrontare le nostre proposte con le forze di opposizione parlamentare, l’UDC e l’Italia dei Valori, i Radicali ai quali voglio rispondere positivamente da qui alla richiesta di confronto che ci è venuta nei giorni scorsi. Lavoreremo anche con forze politiche che sono fuori dal Parlamento e che sono disposte ad approfondire con noi questioni dirimenti per il futuro del Paese. Non ridurremo quindi il tema delle alleanze a meccanismi politi cisti, ma lo terremo strettamente legato al progetto.

Cari amici, cari compagni,
come vedete la nostra iniziativa è tesa a creare via via una fisiologia di partecipazione concreta e di innovazione nella vita del Partito e tuttavia siamo ben consapevoli che questo avverrà nel pieno di una battaglia politica che dovremo reggere su tutti i fronti e su tutti i temi che si presenteranno. Ce ne è uno in particolare che vogliamo aggredire e che definirei il federalismo delle chiacchiere. Il federalismo cioè a cui ognuno attacca il suo bengodi (più soldi, meno tasse, più servizi, più nord, più sud, più centro e più isole). La lega è la prima responsabile, ma non la sola, di questa colossale mistificazione.

I Comuni non sono mai stati messi peggio: senza autonomia finanziaria, senza possibilità di pagare le imprese e di investire i soldi che hanno, senza uno strumento per i bisogni sociali che la crisi scarica davanti ai Municipi. Le chiacchiere abbondano ma i risultati non ci sono e si prepara anzi a quanto è dato sapere una ulteriore stangata.

Con le chiacchiere e con l’ideologia non si mangia: vogliamo ricordarlo alla Lega, dicendole ancora che l’autonomismo non si può mistificare e strumentalizzare e che il colore del Comune è quello del suo Gonfalone, non è il verde. Il PD è il partito delle autonomie. Di una autonomia che non si chiude, che non semina pregiudizio verso le differenze, che non invoca il riparo di comunità omogenee per difendersi dal mondo. Noi siamo l’autonomia del Gonfalone, l’autonomia della convivenza, della coesione, dell’apertura, l’autonomia che vive mettendo al concreto un’idea di comunità dove i passi avanti si fanno tutti assieme. Quell’idea di autonomia che pochi giorni fa ha stravinto a Bolzano dove destra e Lega erano andate ad accendere le micce e a seminare idee di odio e di divisione.

Rilanceremo dunque la nostra idea di autonomia con i nostri 10.000 Amministratori, in grandissima parte giovani, che vogliamo mettere in rete e far diventar protagonisti della battagli apolitica e civile del PD. Il federalismo delle chiacchiere sta arrivando al capolinea.
Non intendiamo continuare a dare il nostro contributo in Commissione bicamerale girando sempre attorno alle premesse. O si arriva finalmente a parole chiare e a tabelle chiare sul nuovo quadro della fiscalità o faranno senza di noi. E aggiungiamo che in nome del federalismo delle chiacchiere non ci si può più sottrarre alle proprie responsabilità. E’ matematico che senza la Lega non ci sarebbe Berlusconi, non ci sarebbero stati i condoni,m le leggi ad personam, i ripiani di Catania e Palermo mentre Comuni virtuosi piangono, le leggi speciali sugli appalti così utili ai ladroni di Roma. Questa è la semplice verità che diciamo a gran voce e senza sconti. Capisco che alla Lega dia fastidio sentirsi dire tutto questo. Se non vuol sentirselo dire venga via di lì, dove è comodamente seduta, salvo nei week end.

Cari amici e compagni,
ho detto all’inizio qual è il nostro obiettivo: metterci all’altezza dei nostri compiti. I nostri difetti, i nostri limiti li conosciamo e vogliamo superarli sapendo che comunque senza debolezze non saremo mai, sicchè il problema è essere più forti delle nostre debolezze e cioè affidarci alla battaglia politica, al progetto, ai rapporti reali con il Paese. Lì miglioreremo la nostra coesione. In un Partito necessariamente e utilmente plurale, non dobbiamo ossificare gli schieramenti congressuali né possiamo compensare questo rischio con dei politicismi fatti in casa. Lavoriamo assieme al progetto, coinvolgiamo ad ogni livello territoriale tutte le sensibilità, non accettiamo che qualcuno abbia la sensazione, giusta o sbagliata che sia, di essere escluso; impariamo a conoscerci meglio nel lavoro. Aggiungo che le regole non risolvono i problemi ma regole sbagliate o insufficienti possono aggravarli. Oggi procediamo ad alcune modifiche dello Statuto orientate principalmente all’assetto federale del Partito a cominciare dal problema radicale e fondante delle risorse (come si vede non scherziamo, facciamo sul serio), al potenziamento del ruolo dei circoli, alla trasparenza e alla moralità pubblica. Tutto questo va molto bene, ma il lavoro deve proseguire. In un assetto federale decentrato il buon nome del Partito resta un patrimonio collettivo che se viene impoverito in un luogo viene impoverito per tutti. Questo è il senso di una funzione centrale che è l’altra faccia del federalismo. Un equilibrio su cui dobbiamo tutti assieme lavorare. Lo Statuto è di tutti, non di una maggioranza, ma ciò significa anche che ciascuno deve prendersi la responsabilità di posizioni consapevoli dell’interesse generale del Partito.

Dicevo che non siamo senza difetti come forza politica e come forza di opposizione. Lavoriamo per migliorarci. Accettiamo le critiche, amichevoli od ostili che siano. Non accettiamo le critiche pelose. Le critiche di chi ad esempio nel vasto mondo delle cosiddette classi dirigenti, per qualificare il proprio conformismo verso la destra, se la prende con noi. Non accettiamo d’altra parte le critiche di chi, nella grande area politica e culturale del centrosinistra, per dimostrare quanto sia ferocemente contro Berlusconi se la prende con noi. A tutti questi dico: si può forse immaginare un’alternativa a Berlusconi contro il PD? La si può forse immaginare senza il PD? Si vuole davvero allora un’alternativa a Berlusconi? Se è così occorre un reciproco rispetto fra tutte le forze, le culture, i soggetti che possono dare un contributo all’alternativa. Rispetto per il PD anche in casa nostra.

Ciascuno di noi sappia, a cominciare da me, che quando parla o quando agisce maneggia una proprietà indivisa, un patrimonio comune non frazionabile in feudi personali o in ambizioni personalistiche.

E’ con questo messaggio che voglio concludere. Voglio pensare che con l’aiuto di tutti la discussione di oggi ci aiuti ad essere più efficaci nella battaglia politica, più capaci di dare impulso alla vita del Partito, e che possa aiutarci in particolare a metterci più vicino agli italiani.

qui gli interventi dei democratici

www.partitodemocratico.it

"Un passo nel futuro", di Aldo Schiavone

La notizia che sta facendo il giro del mondo – «abbiamo progettato, sintetizzato e assemblato cellule capaci di autoreplicarsi» – contiene un annuncio da togliere il fiato. È il nuovo millennio che davvero si apre. Dobbiamo salutare l´evento con gioia e con speranza. Si è conclusa la nostra preistoria: stiamo diventando adulti. È l´infinito, come illimitata potenzialità dell´umano, «l´infinito in tutte le direzioni» (come una volta ha scritto Freemaan Dyson), che entra nella nostra vita quotidiana, e la fa esplodere. Tutto quel che finora ci ha circondato appare d´improvviso drammaticamente inadeguato, fuori scala. Siamo sull´orlo di un abisso, catturati dalla vertigine dell´assoluto.
Leggeremo appena possibile su “Science” il protocollo dell´esperimento.
Ma è già abbastanza chiaro quel che è accaduto: Craig Venter, con la collaborazione di Hamilton Smith, è riuscito a realizzare cellule artificiali in grado di sopravvivere e di riprodursi grazie a un cromosoma costruito dai ricercatori con l´aiuto dei computer e di un sintetizzatore di Dna. Come ieri hanno spiegato bene Luca e Francesco Cavalli-Sforza su questo giornale, «non è la creazione della vita dal nulla, ma certo è la fabbricazione della vita».
La distinzione fra «naturale» e «artificiale», fra ciò che è «naturalmente divenuto» e quel che è invece «tecnicamente prodotto», è stata finora costitutiva della storia umana. Ancora oggi vi ricorriamo in quasi tutte le nostre pratiche più familiari. Ebbene, oggi questa separazione sta cominciando a svanire. Bisognerebbe avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: stiamo prendendo congedo dalla naturalità dell´umano; la nostra specie sta iniziando a entrare in una dimensione determinata soltanto dai prodotti della sua intelligenza e della sua cultura. Ci stiamo congedando dalla selezione naturale – anche se la cerimonia dell´addio avrà una durata imprevedibile. Dovremo guardare in noi stessi, e decidere cosa vorremo diventare. Le basi «naturali» della nostra esistenza stanno smettendo di apparire come un presupposto immodificabile del nostro agire, per diventare soltanto un risultato storicamente determinato delle nostre scelte.
La cosa più importante di tutte, ora, è non aver paura – anche se saranno in molti, e per svariate ragioni, a cercare di farcene avere. Dobbiamo essere cauti, non spaventati. Stanno per ricadere su di noi responsabilità enormi, e dobbiamo preparare le nuove generazioni ad affrontarle. Stiamo consegnando nelle loro mani un pianeta a rischio, ma anche possibilità straordinarie, quali mai nessuno aveva nemmeno osato intravedere.
Le prime reazioni della Chiesa sono state prudenti, ma non negative. È un buon segno. Il cardinal Bagnasco, in particolare, mi è sembrato molto equilibrato. Mi piacerebbe pensare che le discussioni di questi ultimi anni stiano servendo a qualcosa. Ciò che dobbiamo in ogni modo evitare di credere è che quanto sta accadendo sia l´improvvisazione impazzita di un piccolo gruppo di ricercatori-avventurieri. Si tratta invece di un appuntamento lungamente preparato, e comunque inevitabile. È da un tempo immemorabile che stiamo correndo verso la soglia che abbiamo raggiunto: un punto dal quale il senso della presenza umana nello spazio e nel tempo, quindi l´interezza del nostro essere e del nostro cammino – l´insieme della nostra storia, il cui accumulo diventa, oltre un certo limite, il nostro destino – appaiono inondati da una luce mai prima intravista.
Il grande problema che abbiamo di fronte è quello del controllo e della direzione. Il significato della transizione rivoluzionaria che stiamo vivendo è tutto qui: non nel fermare il volo della tecnica, ma nell´integrarlo all´interno di un progetto globale di emancipazione e di sviluppo; di saperlo includere in una autentica etica della specie. Abbiamo bisogno più che mai perciò di politica, di democrazia, di diritto, di moralità, di una nuova teoria dell´eguaglianza: per guidare la trasformazione, non per cercare di esorcizzarla.
La tecnica non è mai una struttura neutra: essa vive sempre entro rapporti sociali determinati. E oggi essi si realizzano attraverso una connessione ogni giorno più stretta tra ricerca, innovazione e mercato: lo stesso Craig Venter ne sa bene qualcosa. Questo significa che la tecnica tende a incontrare la vita sempre di più sotto forma di merce: di qualcosa che si vende e si compra. Ma cosa accade se dal rapporto con una tecnica-merce dipenderà la configurazione stessa della specie? È di questo che oggi si deve cominciare a discutere, se vogliamo davvero prepararci al tempo che ci aspetta. Come accogliere nella storia l´infinita potenza dell´umano sarà il grande tema del nostro futuro: agli estremi opposti di una strada non poi tanto lunga, Marx e Nietzsche lo avevano entrambi intuito. Per equilibrare questa inaudita capacità di conoscere e di trasformare, avremo bisogno di rivoluzionare noi stessi. Non è detto che non ne saremo capaci.

La Repubblica 22.05.10

«La privacy? Alibi del disegno eversivo», Intervista a Stefano Rodotà di Andrea Carugati

Mi accusavano di essere troppo pessimista e invece ecco qui, e bisogna usare le parole giuste: siamo davanti a un cambiamento di regime ». La pacatezza del professor Stefano Rodotà non nasconde la durezza dei concetti. «La libertà di espressione è un elemento fondativo delle democrazie e se viene toccata c’è oggettivamente un cambiamento di regime. Anche perché non è il solo pilastro che scricchiola». Rodotà è al sit in del popolo viola in piazza Montecitorio e indica con la mano il portone della Camera. «Il Parlamento è ormai chiuso, come ha ammesso lo stesso Fini, la magistratura intimidita, l’Università come fucina di sapere critico è sotto attacco. C’è un’insofferenza verso tutti i controlli, si vuole zittire l’opinione pubblica. Neppure ai tempi di Craxi…».
Perché torna a quel periodo? «Anche allora c’era questa insofferenza, ma non si arrivò mai all’ attacco frontale contro tutte le istituzioni di garanzia».
Lei che è stato Garante dovrebbe essere il più sensibile alla privacy violata dalle intercettazioni… «E infatti già molti anni fa con altri giuristi abbiamo scritto una proposta di legge per porre riparo agli eccessi nella pubblicazione, in particolare per quanto riguarda persone estranee alle indagini o aspetti non inerenti, come le abitudini sessuali. Per evitare questi rischi basta che i magistrati convochino le parti per eliminare tutto ciò che non è rilevante per le indagini. Si fa la ripulitura e le intercettazioni “dubbie” devono essere inserite in un archivio riservato, coperte dal segreto e sotto la responsabilità del magistrato. Mentre ciò che è rilevante, una volta conosciuto dalle parti è pubblicabile. Così si tutela la privacy e il diritto all’informazione ».
E allora perché non viene fatto? «Perché l’argomento della privacy è solo un pretesto per forzare lamano sull’informazione, un argomento usato in perfetta malafede. Si dovrebbe fare uno stralcio per le norme che tutelano la privacy, e passerebbero all’unanimità. E invece sono partiti dalle intercettazioni per arrivare al divieto di pubblicazione di tutti gli atti di indagine,ma ormai lo scarto tra l’obiettivo dichiarato e quello reale è sotto gli occhi di tutti… con questa legge avremmo conosciuto gli atti della strage di Ustica, avvenuta nel 1980, solo nel 2000. Per non parlare del caso Scajola e dei furbetti delle banche». Alcuni manifestanti lo fermano: “Perché in piazza non c’è il Pd?” «Non dovete chiederlo a me, dal 1994 non ho più avuto nulla a che fare. Ma non mi sono ritirato a vita privata, sono un militante».
Come valuta il lavoro delle opposizioni su questo tema? «È stato un buon lavoro, una vera opposizione parlamentare. Però insomma, nel passato non solo il Pci ma anche la Dc e l’Msi quando c’erauna battaglia parlamentare campale la sostenevano con iniziative nel Paese, anche in piazza. È anche un modo per dare una mano a chi sta in Parlamento, per farlo sentire meno solo. E invece tutto questo non è avvenuto».
Non c’è adeguata consapevolezza dei rischi per la democrazia? «Questa legge è coerente con un disegno eversivo di attacco ai poteri di garanzia. Se si vuole fermare non si può andare in vacanza. Vogliono coprire la nuova ondata di corruzione, diversa rispetto ai tempi di Tangentopoli: questa è concimata istituzionalmente, a partire dalle ordinanze di protezione civile costruite per agire fuori dai controlli».
Crede che nel Paese ci siano le energie per una reazione? «Certamente sì, e lo dimostrano le 540mila firme raccolte in un mese sul referendum per l’acqua. Altrimenti non avrei promosso un appello… ».
Pensa che il ddl sia incostituzionale? «C’è una palese violazione dell’articolo 21 della Costituzione, e anche dell’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come dimostra il caso dei due cronisti francesi condannati dalla magistratura e “assolti” dalla Corte perché anche atti segreti possono essere pubblicati se coinvolgono figure pubbliche e rispondono all’interesse generale alla conoscenza. Credo che la Corte europea, se interpellata, farà vergognare i nostri parlamentari».
Come valuta la retromarcia del Pdl sul carcere per i giornalisti? «È solo una finzione, perché restano il divieto di pubblicazione e le maxi multe per gli editori, una sorta di “censura di mercato”, che spingerà gli editori a condizionare i giornalisti per evitare sanzioni».
Le divisioni nel Pdl porteranno ad altre correzioni del ddl? «Dico che non bisogna arretrare di un millimetro. Più cresce la mobilitazione, più tutti saranno obbligati a un supplemento di riflessione .

L’Unità 22.05.10

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«Dopo la cricca si sono messi fretta», intervista a Gerardo D’Ambrosio di Oreste Pivetta

Il senatore Pd: «Norme spaventose che uccidono le inchieste e spingono verso uno Stato autoritario» .
Una legge contro il diritto di informare e di essere informati, una legge che intimidisce i magistrati, una legge che allunga i processi. Gerardo D’Ambrosio, che fu il capo del pool di Mani pulite a Milano ed ora è senatore e nella commissione giustizia del Senato, è durissimo:
“Vogliono impedirci di sapere le cose. Anche quelle di rilevanza sociale. Unanorma spaventosa. Così scivoliamo neppure tanto lentamente verso uno stato autoritario”.

Come la possiamo definire questa legge: ad personam, ad castam, ad clan…
“Fino alle dimissioni di Scajola, il disegno di legge dormiva. Poi si sono messi fretta. Ci fanno lavorare fino alle tre, alle quattro del mattino. Va bene lavorare.Maper che cosa? Tutto ha preso una piega drammatica e un iter rapidissimo, dopo le vicende relative alla Protezione civile, alle deroghe sugli appalti pubblici per le grandi opere, alla scoperta che solo una certa impresa veniva beneficiata da un certo andazzo e certi personaggi venivano beneficiati dall’impresa in questione… La preoccupazione della maggioranza è comunque forte, perché la reazione non s’è fatta attendere. Tanto è vero che il presidente del consiglio ha convocato il relatore. Che, faccio notare, è relatore di una commissione parlamentare, rappresenta il parlamento e dovrebbe essere garante dell’autonomia del parlamento nei confronti del governo”.

Si legge di una infinità di mail inviate alla Presidenza della Repubblica, perché Napolitano non firmi. C’è un problema di costituzionalità?
“Certo. Si chiama in causa l’articolo 21 della Costituzione, là dove si dice che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure… E in questo caso si impone il silenzio fino all’udienza preliminare, fino quindi al rinvio a giudizio. Con sanzioni pesantissime non solo per i giornalisti, non solo per i direttori,maa carico pure degli editori…”

Non solo per gli editori dei giornali.Anche per gli editori che pubblicano libri d’inchiesta…
“Malgrado la nostra durissima battaglia, la norma che prevede la responsabilità sociale, cioè la responsabilità dell’editore, è rimasta intatta, con ammende che vanno da64 mila e cinquecento fino a 464mila e settecento euro… Una cifra enorme capace di mettere in ginocchio una infinità di testate e soprattutto una minaccia che trasforma l’editore in controllore ferreo dei giornalisti e del direttore. Inutile che da tante parte, anche dai giornalisti, si rivendichi l’indipendenza del direttore: con quella minaccia sul capo l’indipendenza scompare. Scompare la stessa determinazione a cercare notizie, a promuovere inchieste. Anche perché la legge non prende in considerazione il concetto di ‘rilevanza sociale’. Il problema che si poneva era quello di conciliare l’articolo 15 della Costituzione, che tutela la segretezza e la libertà delle comunicazioni, con l’articolo 21, che prevede il diritto di informare e di essere informati, e con l’articolo 24, sui diritti di difesa. Che cosa avveniva? Che per rispettare il diritto di difesa le intercettazioni fatte andavano subito depositate, a meno che, per ragioni che riguardano lo sviluppo dell’indagine, il pm decidesse di depositarle alla fine dell’indagine preliminare. Il deposito apriva la falla, perché al difensore veniva consegnata tutta la documentazione, intercettazioni utili e intercettazioni estranee, senza alcuna selezione. Abbiamo fatto introdurre noi il concetto di ‘pertinenza all’indagine’. E’ chiaro che un avvocato difensore può aver interesse a far uscire una notizia piuttosto che un’altra…”.

Questo riguarda comunque ancora l’informazione. E per i magistrati?
“Hanno affidato la responsabilità di esaminare e consegnare il materiale delle intercettazioni ad una tribunale collegiale di tre membri, che non potranno più partecipare ai processi per i quali hanno deciso sull’uso delle intercettazioni. Non solo: un pm che rilasciasse qualsiasi dichiarazione concernente un processo (la formulazione è estremamente generica) potrebbe essere sospeso. Potrebbe essere sospeso qualora comparisse nel registro degli indagati e basta una denuncia, che chiunque volesse liberarsi di un magistrato scomodo potrebbe presentare. La conseguenza sarà comunque l’allungamento dei tempi. Altro che processo breve”.

E sulla pubblica amministrazione?
“Non hanno preso neppure in considerazione l’idea che la corruzione prevede una caratteristica che è propria della criminalità organizzata: cioè l’omertà. Perché corruttore e corrotto non hanno interesse e denunciare. E quindi limitando le intercettazioni la corruzione ha via libera…”.

L’Unità 22.05.10

"Il paese faina che disprezza l'università", di Antonio Scurati

Nel silenzio più totale, nell’indifferenza generale, è in discussione in Parlamento un disegno di legge di riforma dell’università da cui dipenderà il futuro del nostro Paese. Lo scopo dichiarato dai riformatori (il governo) è di ridurre gli sprechi e razionalizzare le risorse, la conseguenza reale sarebbe – stando agli oppositori (quasi l’intero mondo accademico) – di condurre il sistema universitario pubblico al collasso nel giro di pochissimi anni. Il sistema universitario ha le sue colpe, ed è scarsamente difendibile, ma la cura sarebbe, in questo caso, un’eutanasia mascherata.

Chi ha ragione? E’ una battaglia tra riformisti e conservatori, tra risanatori e difensori di privilegi corporativi, oppure tra difensori dell’università pubblica e suoi curatori fallimentari? «Senza alcun onere aggiuntivo». La risposta sta tutta in questa formula burocratica, una formula che ricorre più di venti volte nel testo di legge per la riforma dell’università.

Si può riformare un’istituzione grande e complessa come quella universitaria senza investire ma, al contrario, tagliando ulteriormente i già scarsi investimenti? La risposta agli interrogativi precedenti dipende da quest’ultimo e la risposta è la seguente: no, non si può. Una cura dell’organismo malato dell’università pubblica che gli sottragga linfa vitale invece di immetterne, lo farà ulteriormente deperire e finirà per ucciderlo.

Per questo motivo, ha ragione chi sostiene che la vera legge sull’università è la legge finanziaria. Ci sarebbero molti aspetti condivisibili della riforma in discussione. Il punto critico, però, è che la vera riforma sta nella legge finanziaria che le impone una drastica riduzione degli investimenti, tramutando iniziative magari virtuose in risultati gravemente dannosi. Facciamo un esempio. Esempio cruciale: la ricerca. La riforma consente ai ricercatori di ottenere due contratti triennali, al termine dei quali possono concorrere all’ingresso in ruolo. Ebbene, in un’università prospera questa normativa avrebbe l’effetto benefico di abbassare l’età di accesso alla professione della ricerca; in un’università povera avrebbe, invece, l’effetto perverso di peggiorare le condizioni di precariato e sfruttamento dei ricercatori. Dopo sei anni di apprendistato sottopagato, verrebbero mandati a casa. E il problema è che, nel nostro Paese, il quadro generale prevede un’università povera, sempre più povera.

L’Italia è al ventunesimo posto nella classifica della spesa dei Paesi Ocse in ricerca e sviluppo per le grandi imprese e ancora più in basso in quella degli investimenti pubblici (s’investe l’1,18 del Pil, circa la metà della media europea). Oggi, dalle nostre parti, dopo anni di gavetta, un ricercatore universitario vincitore di concorso percepisce uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche – perché no? – la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino. E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere.

Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese che manca le proprie occasioni di scoperta, depaupera i propri capitali di conoscenza, svilisce il potenziale umano dei propri giovani. Si tratta di valori inestimabili. La difesa dell’università pubblica significa, perciò, difesa di un’idea del bene comune, della prosperità futura, delle risorse non divisibili ma condivisibili. Un Paese che disprezzi il sapere è un Paese prostrato, inerte, incattivito, un Paese-lucertola, immobile, guardingo, letargico, dominato dalla paura e dal risentimento. Un Paese-faina, notturno, solitario, predace, sedotto dal richiamo della vita selvatica, in cui tutti, singoli e corporazioni, sperano di cavarsela da soli, e che per questo non ha bisogno di cultura, ricerca, immaginazione, progettazione di futuro: tutte cose che si possono fare solo insieme. Nessuno si salva da solo.

Ci saranno proteste, in molte università si parla già di non far partire il prossimo anno accademico. Se questa lotta verrà vista come il tentativo di difendere i privilegi di una corporazione, l’università pubblica, lasciata sola, è destinata a morire da sola. Si accascerà al suolo, ignorata da tutti, in una via del centro, tra la folla dello shopping prefestivo. Se invece il Paese sceglierà di difenderla – e chiederà di migliorarla, certo -, perché è la sua università, il suo patrimonio, la sua ricchezza, allora questo sarà un segno che non tutto è perduto.

L’alternativa è tra un futuro da sudditi di un reame di solitudini e uno da cittadini di una casa comune. Non dovrebbe essere così difficile scegliere.

La Stampa 22.05.10

Il Pd: “Gelmini riporta indietro le lancette e Limina fa la sua parte"

Bastico e Ghizzoni: riforma che punta allo smantellamento della scuola pubblica.“Lesiva della libertà di opinione la circolare del dirigente scolastico regionale”.
Vicinanza e solidarietà agli insegnanti in lotta contro i tagli imposti dalla “riforma” Gelmini è stata espressa dalle parlamentari del Pd Manuela Ghizzoni e Mariangela Bastico.
“E’ un attacco alla qualità dell’insegnamento – dichiarano le due parlamentari democratiche – una riforma classista che punta allo smantellamento della scuola pubblica perché, di fatto, riduce le opportunità per i più deboli. E’ un provvedimento che riporta indietro le lancette dell’orologio verso una società immobile”.

Durissimo il giudizio delle due parlamentari sulla circolare che il Direttore generale dell’Ufficio Scolastico Regionale (USR) per l’Emilia-Romagna, dott. Limina, ha inviato ai dirigenti degli Uffici scolastici provinciali.

“La circolare, riservata e dal tono minaccioso, nella quale il Direttore regionale dell’USR Emilia Romagna chiede ai Dirigenti provinciali di farsi promotori di iniziative per sensibilizzare il personale della scuola sul ‘corretto comportamento’ da tenere con gli organi di stampa, è gravissima e lesiva della libertà di opinione dei docenti” affermano le parlamentari. “Il dirigente del ministero, citando a sproposito e impropriamente alcune norme, vuole imbavagliare il mondo della scuola”.

“Non è tollerabile che un funzionario dello Stato confonda la fedeltà alle istituzioni con la fedeltà alla linea politica del Governo – commentano Ghizzoni e Bastico – c’è solo un precedente di questo tipo nella storia italiana e risale al fascismo, quando il regime modificò la formula di giuramento dei dipendenti pubblici e degli insegnanti”.

“Il Ministro prenda al più presto le distanze da questo inaudito attacco alla libertà di opinione dei docenti – proseguono le parlamentari Pd – e chiarisca se si tratta di un’iniziativa del Direttore dell’USR dell’Emilia Romagna o se risponde a un input politico del ministero”.

“Presenteremo un’interrogazione urgente nei due rami del Parlamento – concludono Ghizzoni e Bastico – perché vogliamo sapere se la circolare “Riservata” del Direttore dell’Ufficio scolastico regionale sia un fatto grave ma isolato, o se analoghe iniziative siano state prese in altre regioni”.

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da Unità/Bologna di oggi 21 maggio
“Adesso Limina censura i presidi. «Sanzioni se parlano con la stampa». I genitori: lo Stato ci deve 23 milioni”, di A.Comaschi

Sono «polemiche inutili. Non si può pretendere che i servizi siano erogati al 100%,come ai tempi di vacche grasse».Con questa frase il direttore dell’Ufficio scolastico regionale Marcello Limina accende la miccia del malcontento di una trentina di genitori, presidenti di consigli di istituto. Che ieri, per raccontare il disagio – anche economico – delle loro scuole lo avevano seguito fino a un convegno in ateneo. Una doppia contestazione: aModena500tra docenti e genitori al termine di un corteo ne chiedono le dimissioni. Per una circolare riservata dell’Usr, in cui lo stesso Limina invita i presidi a fare pressioni sugli insegnanti perché non parlino con i giornalisti. La mozione approvata al termine della manifestazione promossa dai sindacati è votata, in modo significativo, all’unanimità. La circolare dell’Usr( «Dichiarazioni a mezzo stampa del personale scolastico. Indicazioni ») sembra aver fatto traboccare il vaso della protesta, in un momento già difficile. Limina chiede ai presidi di segnalare «al dirigente competente» se ci siano dichiarazioni del personale ai giornalisti. E soprattutto, richiama «l’articolo 494 del d.l 297/1994, che prevede «a possibilità di sanzioni disciplinari per atti non conformi alla responsabilità, ai doveri e alla correttezza inerenti alla funzione» del docente. Aria di censura, insomma. Perché da subito è chiaro che l’Usr giudica non conforme alla correttezza dovuta tutto ciò che sappia lontanamente di critica verso le politiche del ministro Gelmini. Addirittura definisce «improprio» indirizzare anche solo «appelli o richieste ad alte autorità politiche o amministrative, diverse dal diretto riferimento gerarchico». Vietato parlare dei problemi della scuola, dunque, se non con lo stesso Limina. Secca la conclusione dei 500 contestatori:«Non ci faremo intimidire, continueremo a esercitare il dissenso attraverso tutti gli strumenti sindacali e politici sanciti dalla Costituzione e dal contratto di lavoro». Anche nel caso dei rappresentati delle famiglie bolognesi Limina liquida la protesta come «desiderio di visibilità ». Inutile ricordargli i 23 milioni di spese che in 5 anni il ministero non ha ancora restituito a 38 scuole bolognesi, «se escludiamo i supplenti non ci sono altri creditori».Com edire: finché le scuole non vanno in rosso, dov’è il problema?

"La disobbedienza", di Adriano Sofri

La legge concepita dal governo sulle intercettazioni è inconcepibile. È perfino imbarazzante argomentarlo: qui è stato pazientemente argomentato. È una legge che limita gravemente i mezzi delle indagini. Che imbavaglia l´informazione e la conoscenza. Che ricatta gli editori e li induce, o li autorizza, a ricattare a loro volta i giornalisti. Tutto ciò è inaccettabile. Da magistrati, giornalisti – e cittadini in genere desiderosi di sapere e informare, che abbiano o no una tessera corporativa in tasca – ed editori.
Di fronte a una legge inaccettabile si fa tutto quello che democraticamente si può per sventarne l´approvazione. Si conta sulla Costituzione e sulla civiltà giuridica europea. E ci si dispone a trasgredire la legge pacificamente e dichiaratamente una volta che sia stata imposta, facendo delle sue vergognose sanzioni, e segnatamente del carcere, un´arma della propria ragione. Se davvero si arrivasse all´approvazione di questa legge, trasgredirla ed esigere di pagare con la galera sarebbe, oltre che un normale onore, un punto segnato contro la retrocessione della democrazia italiana. Fin qui ho detto delle ovvietà. Sarebbe bene che chiunque abbia rispetto per se stesso, in cuor suo, le controfirmasse.
La legge sulle intercettazioni e sul bavaglio all´informazione affronta un vero problema con la più falsa e sfrontata delle soluzioni. Il vero problema è l´invadenza – e l´invasione – dello Stato e della pubblicità nelle vite private. Le democrazie contemporanee soccombono nella morsa dell´impunità del potere, che si fa più oscuro e segreto, e della universale violazione dello spazio privato voluto da una cultura di cui le persone sono insieme fautrici e vittime. Si vive già, a metà fra l´ansia e lo scherzo –in Italia in particolare, dove gli abusi pubblici sono stati emulati e superati dagli spionismi privati – come in una dittatura, dove i muri hanno orecchie. I telefonini, affettuoso nome, hanno soppiantato largamente le microspie, e le conversazioni telefoniche hanno largamente surclassato la viva conversazione fra le persone. I telefoni cellulari sono una meravigliosa risorsa della folla solitaria, e sono anche altrettante microspie piazzate in gola ai cittadini del mondo.
Tutti sanno che la (loro) vita sarebbe rovinata se se ne pubblicassero le telefonate. Il piacere, e spesso la voluttà vendicativa, con cui ascoltiamo le registrazioni delle telefonate altrui non bastano a cancellare la coda d´ombra che avverte dell´eventualità che accada a noi. È una coda sempre più corta, e quando si annullasse sarebbe annullata la libertà e la civiltà. Il governo, che oggi ha il potere di farlo ed è il potere – così crede, comunque – fa leva su questa ombra spaventata per giustificare la sua legge. È perfino entusiasmante, per la comprensione del marasma verso cui procede la democrazia autoritaria contemporanea: si tratta infatti dell´impresario che ha fatto dell´esposizione spettacolare dell´intimità privata la leva dell´assimilazione fra sé e il popolo. Di quel meraviglioso ultimo ritrovato che è il sogno di un popolo che assomigli senz´altro al suo capo, perché il suo capo gli assomiglia: penultimo, perché era il vanto del fascismo.
La piazza è ancora il luogo cruciale della storia, dal momento che le storie vengono messe in piazza, e la trasparenza da acquario delle vite private, amori e pianti e applausi di gioia e applausi di lutto, assicura l´opacità plumbea degli affari loro. Quale titolo meglio si addirebbe al governo in vigore, se non quello glorioso e, al tempo delle bombe, ancora ingenuo di Affari Riservati? Si riempiano pure i palinsesti televisivi e i magazzini di youTube con le più spericolate esibizioni corporali e sentimentali, e si tengano al riparo le cose che devono avvenire all´insaputa. All´insaputa: ecco un altro toccante slogan del nuovo tempo.
Anche qui, il succo è semplice. Pubblicare le cose penalmente irrilevanti è un´infamia. Pubblicare le cose penalmente rilevanti è una necessità, senza di che, oltretutto, lo stesso arbitrio possibile dei magistrati non avrebbe più limiti, e i tribunali diventerebbero anch´essi speciali. Che ci si trovi dentro una morsa – omertà e impunità di là, violazione delle vite personali di qua – non può diventare un alibi, per nessuno. Certo che Berlusconi è un´anomalia. Ma la storia è piena di anomalie, e quando non le ha a portata di mano le inventa volentieri.
La storia italiana, e se non altro la geografia, è stata a suo tempo – poco fa – più di altre stretta dentro la morsa della Guerra fredda: e gli uni e gli altri credevano di potersi tenere alle più unilaterali fra le proprie ragioni in nome di quella sfida ultimativa, e di dover disprezzare e mettere al bando chi vi si sottraesse. Nel suo piccolo, il berlusconismo ha riesumato quella logica, Guerra fredda compresa, e mutilato di autonomia buona parte di antiberlusconismo. L´amministrazione della giustizia, confiscata ad uso personale e famigliare dagli uni, è diventata insindacabile per altri, quando non direttamente delegata a risolvere lei il problema politico. E questo arroccamento è proseguito ben oltre il contesto che lo rendeva, se non giustificato, spiegabile, e fino al punto in cui nella stessa amministrazione della giustizia le divisioni e le ostilità sono esplose oltre il richiamo della solidarietà corporativa.
Le intercettazioni sono state di volta in volta strumento prezioso di indagine e occasione detestabile di gogne pubbliche, rivelazioni di meccanismi di criminalità economica e politica e armi per carriere di denaro e di vanità, per trapassi dalla professione della giustizia e della polizia a sinecure e rendite politiche e pubblicistiche. Ezio Mauro ha risposto qui il rimedio possibile a tutela dell´efficacia delle indagini e della riservatezza delle vite personali: l´udienza davanti a un giudice terzo che discrimini fra questioni rilevanti e insignificanti processualmente. «Ciò che non ha peso per l´accertamento giudiziario deve essere distrutto o secretato, e certamente a questo punto devono scattare sanzioni durissime per chi lo diffonde o lo divulga su un giornale».
È troppo ragionevole? Penso che perfino in assenza di un simile ricorso, che si potrebbe stabilire, questo sì, in una settimana, le leggi vigenti basterebbero a sventare impunità e abusi se la cultura di questo paese sapesse rimettere assieme legalità e rispetto per le libertà personali. La legge del governo mette assieme i due contrari, illegalità protetta del potere e irrisione della dignità delle persone, quando le persone sono i cosiddetti poveri cristi -o i rivali. E guardate che il dilemma è cruciale per la democrazia, che è messa a repentaglio dai poteri sottratti al controllo, col favore della tecnologia e dello spazio globale, quanto da un controllo che vuole espropriare le persone della propria stanza da letto e da bagno e della propria panchina.
Si legga, quanto al versante unilaterale della minaccia alla libertà delle persone, Wolfgang Sofsky, «In difesa del privato», appena uscito per Einaudi. La stessa Chiesa cattolica si trova nel cuore di questa crisi, ed è tragicomico che fra le esenzioni pensate dalla legge sulle intercettazioni si affianchino agenti segreti a preti e vescovi. Sulla pedofilia, e non solo, la Chiesa gerarchica ha creduto anche lei finora alla saggezza proverbiale secondo cui i panni sporchi si lavano in famiglia – cioè nella Chiesa.Con una complicazione, che la Chiesa, resa complice in società patriarcali in cui i panni sporchi famigliari erano anche tirannie domestiche di padri e mariti e fratelli, si era anche arrogata la missione esclusiva del lavaggio d´appello di quei panni nel suo confessionale.
E al confessionale aveva riservato anche il bucato dei peccati dei preti. Il segreto del confessionale dev´essere rispettato e garantito ad ogni costo da chiunque, coincidendo con la libertà di credo e di coscienza delle persone. Ma diventa uno strumento di omertà e di oppressione delle vittime quando esclude dall´universalità della legge i suoi ministri. La legge inconcepibile che corre a tappe forzate nel nostro Parlamento introvabile ha un vero debole verso i ministri, da qualunque parte provengano. Chi cerchi un equilibrio, non deve dimenticare che l´idea di lavare i panni sporchi in famiglia resiste da migliaia di anni, e che quella di spalancare porte e finestre è appena arrivata, e per opera di donne e bambini violati e pestati. È presto per richiudere, e dare appuntamento a tutti alla prossima puntata del Grande Fratello.

La Repubblica 21.05.10