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"I giovani in cattedra", di Marco Meloni*

«L’Italia non è un paese per giovani». «L’Italia è un paese bloccato». Si tratta di affermazioni a metà tra luogo comune e realtà ineluttabile, che la nostra università rappresenta in modo davvero emblematico.
Nel 2007 Salvatore Settis scriveva: «Qualità della ricerca e degli studi e ricambio generazionale nella docenza sono problemi che non stiamo affrontando, che si vanno incancrenendo a ogni giorno che passa». Il Pd, dall’assemblea di oggi, vuole metterli in testa alle proprie priorità. Un’università di qualità serve all’economia dell’Italia, e serve a far incrociare i talenti con le opportunità. Non possiamo accettare che solo il 10% dei giovani con il padre non diplomato riesca a laurearsi. Nel Regno Unito sono il 40%, in Francia il 35%. Non possiamo dirci progressisti se non promuoviamo, con le idee e con i fatti, la mobilità sociale. Ha ragione Irene Tinagli: la diminuzione delle immatricolazioni (-17.000 nell’ultimo anno) è molto preoccupante. I giovani italiani non credono più nell’università come spazio per la crescita professionale e la mobilità sociale. È la fotografia dell’Italia di oggi: una società bloccata, dove i figli ripetono il mestiere dei padri, dove i “capaci e meritevoli” non hanno spazio.
Per un paradosso tutto italiano, i giovani sono difesi solo dal presidente della repubblica e da Rita Levi Montalcini: ciò è inaccettabile. Per riattivare l’energia dei giovani, partiamo dai diciottenni: aiutiamoli a orientarsi, valutando sul modello Ocse-Pisa le università. E attiviamo un Erasmus in Italia: assegniamo a ciascun giovane un credito di studio universale utilizzabile dove può studiare al meglio. Inoltre, stabiliamo un aumento delle tasse per i fuoricorso, costituendo un fondo per i più meritevoli.
I giovani migliori dovrebbero essere spinti a fare ricerca, a restare nell’università. Nell’Italia di oggi ciò è quasi impossibile: da noi i docenti sotto i 30 anni sono soltanto il 2% (in Regno Unito il 13%, in Francia l’8,8%, il 15,2% in Germania), e quelli tra i 30 e i 40 anni sono il 14% (Regno Unito 26%, Francia 22%, Germania 30%). I giovani sono condannati al precariato, con stipendi miseri e nessuna tutela. Eppure, insieme ai ricercatori strutturati, sono loro a tenere in piedi i corsi. Noi chiediamo di aprire subito spazi per i giovani che lo meritano, e regole certe per carriere veloci. La Gelmini mira a creare una nuova generazione di precari e “parcheggia” senza prospettive i ricercatori che, con una protesta giusta, stanno portando quest’emergenza all’attenzione generale.
All’università, come alla società, serve un fortissimo ricambio generazionale. Anche qui i dati sono impietosi: tra i docenti, gli over 50 sono il 56% del totale, contro il 26% in Francia, il 31% della Germania, il 16% del Regno Unito (Sylos Labini-Zapperi, I ricercatori non crescono sugli alberi, Laterza, 2010). Per questo proponiamo: pensione a 65 anni e no al blocco del turn-over, per assumere nuovi docenti. Non è demagogia, ma un segnale vero in una società gerontocratica. I docenti produttivi potranno insegnare a contratto, ma dobbiamo essere concreti: non possiamo parlare di “patti generazionali” senza mai entrare nel merito. Come accade ovunque, e come accadeva anche da noi qualche decennio fa, deve essere possibile “andare in cattedra” a 30 anni. I giovani devono avere più risorse per la ricerca e guadagnare meglio: riduciamo il divario retributivo tra ricercatori e ordinari, aumentando per questi ultimi la parte degli stipendi variabile in base alla qualità del loro lavoro, come ha proposto Roberto Perotti.
Sono queste le cose di cui vorremmo parlare, mentre il governo propone una riforma bluff: dietro la superficie della “meritocrazia” ci sono solo tagli per oltre 1 miliardo di euro che già ora impediscono agli atenei di funzionare. Diciamo al paese la verità: senza investire nella ricerca e nell’università, e senza il coraggio di cambiamenti profondi, resteremo in crisi per sempre.

*responsabile PD Università

da Europa Quotidiano 21.05.10

"La prova del sistema", di Massimo Giannini

Al culmine dello scandalo che colpisce il governo, nel turbine di appalti truccati e case regalate, tasse evase e favori sessuali che coinvolge ministri e grand commis, Berlusconi prova a uscire dall’angolo con una mossa che ricorda il Craxi della prima Tangentopoli. Come il Mario Chiesa del ’92, “mariuolo” indipendente e solitario, anche gli Scajola e i Verdini di oggi sarebbero dunque “casi personali e isolati, che nulla hanno a che vedere con l’attività del governo e del partito”. La “dottrina Berlusconi”, affidata ancora una volta alle premurose cure di un Bruno Vespa ormai unico “biografo” accreditato dal Palazzo, non sta in piedi da nessun punto di vista. Né etico, né politico.

Al di là delle retromarce e delle precisazioni successive, la tesi del Cavaliere è “tecnicamente” risibile.

L’intenzione è chiara: il premier, nell’illusione di mettere in sicurezza l’esecutivo e il Pdl, non nega gli addebiti al vaglio della magistratura, ma li scarica sui singoli espungendoli dagli organismi collettivi. Ma la spiegazione non regge: qui non stiamo parlando dell’oscuro assessore di un comune dell’hinterland milanese. Finora nelle inchieste delle Procure di mezza Italia sono coinvolti, nell’ordine: un ex ministro (Lunardi), un ministro dimesso (Scajola), un ministro in carica (Matteoli), un sottosegretario con delega alla Protezione Civile e ai Grandi Eventi (Bertolaso), un nutrito drappello di servitori dello Stato (dal direttore generale dei Lavori Pubblici Balducci al capostruttura del ministero delle Infrastrutture Incalza), uno dei tre coordinatori del partito di maggioranza (Verdini). Di fronte a questo “apparato”, fatto di uomini e di incarichi, è difficile parlare di “casi isolati”. Ed è impossibile non vedere l’elemento “di sistema” che, nella zona grigia in cui si mischiano politica ed economia, può trasformare un episodio in un metodo, e un gruppo di persone in un comitato d’affari.

Per questo la tesi del Cavaliere è anche politicamente inaccettabile. La giustizia deve fare il suo corso. Le responsabilità penali, personali, dovranno essere accertate. Ma le responsabilità politiche, collegiali, sono già sotto gli occhi di tutti. Si può far finta di non vederle. Si può, manzonianamente, continuare a troncare e a sopire, ripetendo come un esorcismo che “questa non è una nuova Tangentopoli”. Ma sapere che oggi si ruba per se stessi e non per il partito (ammesso che sia vero) non può e non deve consolare nessuno. Questi scandali producono comunque una profonda alterazione alle regole del gioco democratico e del libero mercato. E di questo Berlusconi, che si fregia tuttora di aver portato in politica “una nuova visione morale”, non può non rispondere

La Repubblica 21.05.10

PD, Puglisi: La Sicilia boccia la Gelmini

Dopo la Provincia Autonoma di Bolzano, anche la Regione Sicilia boccia all’unanimità il riordino delle superori voluto dal Governo e rinvia di un anno la sua applicazione. Le durissime motivazioni che hanno portato il parlamento regionale alla scelta, confermano il fallimento delle politiche della Gelmini. Il drastico calo delle iscrizioni ai tecnici e professionali per il prossimo anno scolastico, vista la scelta al buio di informazioni e priva di qualsiasi orientamento a cui sono state costrette le famiglie e gli studenti, sono indice dell’errore macroscopico compiuto.
I tagli alla scuola pubblica imposti dal Governo sono insostenibili, bene ha fatto l’assemblea regionale a respingerli.

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“Scuola, riforma Gelmini l’Ars chiede lo slittamento”, di Salvo Intravaia

Approvata una mozione bipartisan che chiede al governo nazionale l’applicazione della legge per le superiori a partire dal 2011. Necessari 40 milioni per coprire le spese. Roma ha accordato il rinvio alla Provincia di Bolzano.
L’Ars chiede al governo regionale di rinviare di un anno la riforma della scuola superiore. Con una mozione bipartisan, sottoscritta dagli interi gruppi parlamentari di Pd e Pdl, due giorni fa il parlamento siciliano ha impegnato il governo e per esso l’assessore regionale all’Istruzione; Mario Centorrino, “ad assumere tutte le iniziative per rinviare di un anno” l’entrata in vigore dei regolamenti applicativi della riforma della scuola secondaria di secondo grado. Una richiesta che arriva all’indomani del via libera del governo alla provincia autonoma di Bolzano “all’applicazione in Alto Adige della riforma delle superiori solo a partire dall’anno scolastico 2011/12”, come annunciato dall’assessore all’Istruzione Sabina Kasslatter Mur.

Ma chi pagherà per i mancati tagli? Il prossimo mese di settembre, con le prime classi, partirà la riforma di licei, istituti tecnici e professionali. Ma, per rastrellare più cattedre possibili, la coppia Tremonti-Gelmini toccherà anche le seconde, terze e quarte classi degli istituti tecnici e le seconde e terze dei professionali che, a curricula invariati, si vedranno accorciare ugualmente le ore di lezione. Solo al superiore, la scuola siciliana pagherà un tributo di 1.568 cattedre, cui occorre aggiungere altri 1.761 posti di scuola elementare e media e 1.750 Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari). In totale, 5.079 posti che per Baldassarre Gucciardi (Pd) “rischiano di mettere in ginocchio il sistema dell’istruzione scolastica” siciliana.

“Abbiamo competenza sul dimensionamento della rete scolastica – aggiunge Giovanni Barbagallo (Pd) – ma non abbiamo competenza sugli organici: un limite spaventoso per una regione a statuto speciale”. E Vincenzo Vinciullo (Pdl) bolla come “inconcepibile e insopportabile la riforma scolastica, non fatta dal ministro dell’Istruzione ma da quello dell’Economia”. Centorrino, durante la discussione in aula, ha paventato un ulteriore “ampliamento della fascia dei precari” che, assieme “alle graduatorie regionali dei supplenti, che il ministero vorrebbe inserire”, produrranno un affetto “devastante” sull’occupazione e “sulla nostra emigrazione intellettuale”.

L’eventuale rinvio della riforma consentirebbe, invece, un’applicazione della riforma più graduale e un impatto più sostenibile sull’occupazione dell’Isola. Ma viale Trastevere, che ha competenza sugli organici del personale della scuola, ha già messo in moto la macchina dei tagli. Lo stesso Centorrino, pur condividendo la richiesta del parlamento regionale, è pessimista: teme che la regione non abbia la “potestà di rinviare l’applicazione di un regolamento”. Ma il via libera alla provincia di Bolzano potrebbe aprire la strada anche alla Sicilia. Unico problema: 40 milioni di euro per compensare i mancati tagli.

La Repubblica Palermo 21.05.10

"I bavagli e la mafia", di Rita Borsellino

Caro Direttore,sono trascorsi diciotto anni dalle stragi di Capaci e via D´Amelio. Quasi due decenni, nel corso dei quali abbiamo atteso che fosse fatta luce su ragioni e responsabili di quelle stragi in cui hanno perso la vita undici persone, uomini e donne delle istituzioni. Abbiamo saputo da sempre, per usare le parole di Giovanni Falcone, che sono morti perché lo Stato non è riuscito a proteggerli. Oggi, sappiamo anche che proprio dentro lo Stato c´è chi ha fatto di tutto perché non si scoprisse la verità. E non mi riferisco alle oscure trame che a più riprese sono emerse da indagini giudiziarie e inchieste giornalistiche, senza mai trovare conferme definitive. Parlo di fatti concreti e gravissimi, che non possono essere tacciati di mero complottismo o di faziosa mistificazione.

Perché è un fatto che in tutto questo tempo, mentre la società reagiva alle stragi abbracciando e promuovendo la cultura della legalità, mentre l´ala militare di Cosa Nostra finiva in galera e la politica partecipava in pompa magna alle commemorazioni, la storia giudiziaria sulle stragi del ´92 è stata lasciata marcire in un deposito dello Stato a Bagheria, tra muffa ed escrementi, come raccontato da Attilio Bolzoni sul vostro giornale. È un fatto che oggi, a lavorare su quelle carte, ci siano solo un poliziotto e quattro magistrati. È un fatto che questi quattro magistrati si trovino a lavorare oberati dalle mille incombenze di una procura che opera in uno dei territori a maggiore densità mafiosa con solo 11 sostituti sui 16 previsti dalla pianta organica. Ed è un fatto che quando i procuratori che stanno indagando sulle stragi hanno chiesto ai servizi segreti le carte su Vito Ciancimino, si sono visti recapitare solo ritagli di giornale.

Sono questi fatti che mi fanno dire con certezza che c´è uno “Stato” che non vuole arrivare alla verità sulle stragi del ´92 e con essa, alla verità su un capitolo fondamentale della storia italiana.

Non si spiegano altrimenti le mille anomalie riscontrate dai giudici che indagano sul fallito attentato dell´Addaura. Anomalie vergognose, come la vicenda della scomparsa degli identikit dei presunti killer di Capaci, alcuni dei quali recuperati su una vecchia copia di Repubblica. Se all´epoca fosse stata in vigore una legge come quella cui si vuole oggi arrivare con il ddl intercettazioni, non avremmo avuto neppure quegli identikit.

E proprio parlando del ddl intercettazioni, non si può non sottolineare come questo disegno di legge, nato con un intento garantista, sia in realtà un bavaglio per la libertà d´informazione e un ulteriore freno per le indagini di magistratura e forze dell´ordine, indagini di mafia comprese.

La giustizia deve espletarsi nei tempi più rapidi possibili: è questo di cui ha bisogno il Paese, non di una legge del genere, né di tutelare la privacy dei boss. Il Paese ha bisogno di guardare in faccia la verità, non di nasconderla.

Il Paese deve sapere cosa e chi si nasconde dietro Capaci e via D´Amelio, così come dietro il fallito attentato dell´Addaura e le morti di Agostino e Piazza. Senza questa luce di giustizia si rischia di disperdere quell´immenso patrimonio di valori e pratiche di legalità, quell´impegno antimafia che la società è riuscita a costruire anche e soprattutto nel ricordo di Falcone e Borsellino. Per tutti questi motivi, dopo diciotto anni, non possiamo restare ciechi e muti dinanzi al deposito di Bagheria dove è stata seppellita la verità e dinanzi alle difficoltà della procura che sta cercando di riesumarla.

Eppure, cieca e muta è stata finora la politica, spesso animosa e scalpitante persino nel commentare le partite di calcio. Cieche e mute sono state le istituzioni, che saranno di sicuro in prima fila a celebrare gli anniversari del 23 maggio e del 19 luglio. Non mi piacciono le polemiche, ma alla politica e alle istituzioni, chiedo di risvegliarsi dal torpore e agire: prima di tutto, per mettere la magistratura nelle condizioni di portare avanti in tempi rapidi e con strumenti e forze adeguati le indagini sull´attento fallito dell´Addaura, sui mandanti di Capaci e via D´Amelio e sugli omicidi di Antonio Agostino ed Emanuele Piazza (vicende che oggi sembrano legate da un unico filo). Non si tratta solo di investire maggiori risorse, ma anche di fare chiarezza una volta per tutte sulle tante lacune con cui sono state condotte in vent´anni le indagini, di verificare e favorire l´effettiva collaborazione tra magistrati, forze dell´ordine e servizi segreti, di accertare le responsabilità di quanto accaduto nel deposito di Bagheria. Senza dimenticare anche tutto ciò che è custodito negli archivi della commissione parlamentare antimafia.

In altre parole, bisogna fare ordine in questo «disordine perfetto» che avvolge le stragi del ´92 e che impedisce di fare luce su quanto successo dopo, con le stragi del ´93, e sulla lunghissima stagione di sangue che spesso è stata definita come «un colpo di Stato strisciante».

Mi rivolgo pertanto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affinché, come ha sempre fatto, sia garante dello stato di diritto. Sono sicura che il presidente Napolitano condivida la preoccupazione per una verità che continua a tardare. Una verità senza la quale non può esservi giustizia. E neppure democrazia.

La Repubblica 21.05.10

"L’esercito dei «cancellati»: hanno vinto il concorso ma non hanno il lavoro", di Roberto Rossi

Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge». Il terzo comma dell’articolo 97 della Costituzione italiana Floriane Messana ce l’ha
stampato in testa. Per lei, che si è laureata in giurisprudenza a Palermo con il massimo dei voti a 23 anni, ricordarlo è un gioco da ragazzi. Vederlo applicato, invece, un muro invalicabile. Oggi Floriane ha 28 anni. Di concorsi ne ha già vinti due. Il primo, nel 2007, per un posto di funzionario amministrativo all’Inail. Il secondo, l’anno scorso, come collaboratore amministrativo presso il ministero dell’Interno. Quattordicesima in graduatoria, su ottanta posti disponibili, dopo aver superato quattro selezioni e battuto qualche migliaio di aspiranti statali.

Due concorsi vinti, dunque, ma nessun posto di lavoro. Deve aspettare. Non solo lei. Come Floriane, in Italia ce ne sono parecchi. Tra province, regioni, enti di ricerca, enti pubblici non economici, comuni, ministeri e Asl, la conta è quasi impossibile. Una stima del 2007, uscita nelle pagine del Sole 24 Ore , parlava di 70mila. Oggi qualche cosa in più, come conferma anche il ministero della Funzione pubblica. Una piccola città. Per i cui abitanti non c’è posto. O, meglio, non c’è “il” posto. Che pure avrebbero vinto. Il blocco Per capire il perché ci si deve addentrare nella giungla normativa italiana. Fino al 2008 il reclutamento di personale nella pubblica amministrazione, almeno per i ministeri e gli enti non economici, era regolato dalle diverse Finanziarie che destinavano alle assunzioni un fondo globale (di solito 75 milioni di euro). Con quel denaro, visto che un lavoratore costa in media 35mila euro, era possibile fare oltre duemila assunzioni l’anno.

Il fondo veniva calcolato considerando un turn over al 7%. Quindi se venivano assunte duemila unità significava che ne erano cessate quasi 30mila. La distribuzione delle assunzioni veniva fatta, però, in base al peso politico di ogni singolo ministero. La legge finanziaria 2007, confermata dal decreto 112 del 2008 (il “decreto Brunetta”), ha modificato le regole. Ha previsto, a decorrere dal 2008, un turn over più razionale per i ministeri e gli enti pubblici non economici. Anziché la costituzione di un fondo unico, ogni amministrazione si può calcolare un budget sul quale fare le assunzioni. Il calcolo è questo: nel 2008 si poteva assumere il 20% del personale cessato nel 2007, nel 2009 si poteva assumere il 10% del personale cessato nel 2008, nel 2010 e 2011 il 20% di quello cessato rispettivamente nel 2009 e 2010, mentre nel 2012 il 50% di quello cessato nel 2011, per arrivare, infine, al 100% del turn over nel 2013.

Dunque, in base alla legge, le amministrazioni pubbliche centrali per coprire le carenze d’organico possono bandire concorsi e reclutare altro personale. In base a una tabella precisa, un turn over fissato per legge. E perché non si assume allora? Perché quella legge deve sottostare a un’altra norma. Voluta dal ministro Tremonti. E cioè quella (contenuta nel decreto n. 78 del 1 luglio 2009, convertito nella legge 102 il 3 agosto dello stesso anno) dove si dice, all’articolo 17, che le assunzioni sono subordinate «al conseguimento degli obiettivi di contenimento della spesa derivanti dall’adozione di piani di razionalizzazione degli Enti vigilati dalle pubbliche amministrazioni». Tradotto significa che, visto che mancano i soldi e lo Stato deve risparmiare, nonostante le leggi di riordino, non si fanno nuove assunzioni. A meno che i ministeri non razionalizzano riducendo le strutture dirigenziali e le dotazioni organiche del personale. Non basta il turn over, si deve tagliare di più.

Finito qui? No. A complicare le cose una nuova norma: il “mille proroghe” del marzo del 2010. Si è in piena campagna elettorale e il Parlamento decide per che per i vincitori di concorsi si deve aprire una “finestra”. I ministeri e gli enti, si dice, possono di nuovo assumere, ma entro il 30 giugno 2010. Oltre quella data scatta di nuovo il blocco a meno che non si attui una nuova razionalizzazione di spesa che prevede il taglio del 10% del numero dei posti di dirigenti di seconda fascia e la riduzione dei non dirigenti del 10% “della relativa spesa”. Questa condizione, poi, è valida per tutti tranne che per tre ministeri: Lavoro, Salute e Giustizia. Per questi il blocco permane perché non hanno tagliato abbastanza nel corso degli anni precedenti. A partire dal 30 giugno, quindi, i ministeri virtuosi e previo un congruo numero di tagli, potranno fare nuove assunzioni. Ma è proprio così? No. Perché nel frattempo c’è la crisi e la manovra correttiva da 28 miliardi. Bloccheranno gli stipendi degli statali ed è difficile che si assuma se non con il contagocce.

Eppure si continuano a fare i concorsi. Nell’arco del 2009, per quanto riguarda gli enti pubblici non economici e ministeri, sono stati autorizzati tre concorsi che copriranno i prossimi tre anni per altri 7.800 posti, di cui circa due quinti riservati agli interni. Questo senza contare quelli banditi dalle amministrazioni locali. Che andranno ad allungare la lista. Floriane e gli altri 70.000 dovranno ancora aspettare.

L’Unità 21.05.10

Federalismo demaniale: il Pd si astiene e l'IDV vota con il governo

Il testo riscritto in Parlamento. Franceschini e Causi: “Impegnati per un federalismo equo. Troppa fretta e poca chiarezza sui costi, non potevamo votare a favore”. Enrico Letta: “Non ci sono tattiche, i miglioramenti non sono bastati a dire sì. Di Pietro non ha contribuito alla discussione di merito”. Il primo decreto di attuazione della legge 42 del 2009 (il cosiddetto federalismo fiscale) è stato varato dalla commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo, con l’astensione del Partito democratico. E’ il decreto sul federalismo demaniale relativo al trasferimento del patrimonio a regioni, comuni e altri enti territoriali.

Astensione che Dario Franceschini, capogruppo PD alla Camera, rivendica in una lettera al Corriere della sera come “una meditata scelta politica, non un modo di non scegliere tra due linee opposte. L’astensione è arrivata perché la copertura economica della manovra non è chiara e non ha permesso un voto favorevole. Su norme che riguardano il futuro assetto della Repubblica un grande partito riformista non può sottrarsi al dovere di migliorare i testi e trovare trasparenti punti di incontro sulle regole”. Franceschini rivendica al PD il merito di aver riscritto quasi interamente il testo iniziale proposto dal governo. “Su nostra iniziativa la bicamerale ha convinto il governo a numerose modifiche.L’astensione è un modo di contribuire costruttivamente alla creazione, con questo e con i prossimi decreti, di un federalismo equo e che funzioni, al posto di una manovra propagandistica e pasticciata”.

Anche sugli altri decreti sul tema il Pd valuterà caso per caso.
Il Parlamento ha riscritto quasi interamente il testo iniziale proposto dal Governo, lavorando nella Commissione bicamerale sul federalismo appena istituita, unica sede in cui sopravvive un rapporto costruttivo fra maggioranza e opposizioni sulle riforme. La proposta iniziale era molto carente infatti ad esempio nell’area immobiliare si metteva al centro la vendita, piuttosto che l’uso ottimale del patrimonio.
Su iniziativa del Pd, la Bicamerale ha convinto il Governo a numerose modifiche:
– sugli immobili il trasferimento non avverrà una tantum ma attraverso un processo continuo nel tempo, basato su decreti biennali (es: se un ente territoriale vuole vendere un bene, deve prima approvare la variante urbanistica per la sua valorizzazione);
– i proventi delle alienazioni vanno utilizzati per l’abbattimento del debito pubblico, quello locale (75%) e quello nazionale (25%), si tratta di un importante segnale di rigore in una fase di instabilità delle finanze pubbliche europee;
– si è chiarito che non verranno trasferiti i parchi nazionali e le riserve naturali protette, e neppure i giacimenti di petrolio e di gas;
– sono stati introdotti limiti per garantire l’unitarietà del sistema energetico nazionale ed evitare impatti negativi sui prezzi dell’elettricità;
– è stato promosso l’inserimento nel decreto di un impegno al governo per organici interventi in materia di dissesto idrogeologico, da programmare insieme alle Regioni.

Le principali criticità, che hanno impedito un voto favorevole, riguardano il fatto che il codice civile non è stato ancora coordinato con le modifiche legislative apportate dalla legge 42, e che, insieme ai beni demaniali, vengono trasferiti a Regioni ed enti territoriali costi di manutenzione non quantificati.
Vi è poi un ulteriore punto di debolezza che riguarda l’esclusione dei beni appartenenti al demanio della difesa, protetti da norme precedenti. Su questo tema il governo ha mostrato una vocazione molto poco federalista.
Le nostre proposte, accolte dalla maggioranza e dal governo, hanno migliorato il testo della bozza di decreto legislativo licenziata dal Consiglio dei ministri, lacunosa, farraginosa e contraddittoria. Il punto è che si poteva fare decisamente di più, come spiega su Europa Marco Causi.
Infatti l’esclusione degli immobili in uso al Ministero della Difesa mette fuori gioco le occasioni di valorizzazione più interessanti, mentre sui costi di gestione e manutenzione occulti dei beni trasferiti rimane una totale incertezza, che rischia di riservare brutte sorprese agli enti locali coinvolti.

All’astensione dei democratici ha atto da contraltare a sorpresa il voto a favore dell’IDV, con Antonio Di Pietro che ha addirittura tenuto una conferenza stampa congiunta con il minsitro Roberto Calderoli. Curioso per chi si vanta di essere l’unica opposizione…
Conferenza che è stata usata per criticare la scelta dell’astensione del Pd.
Il vicesegretario del partito, Enrico Letta, a ‘Radio anch’iò, ha respinto ogni polemica sulla scelta di astenersi sul federalismo demaniale: “Non ci sono tattiche. Se ci convincono votiamo a favore, se non ci convincono votiamo contro. Se i cambiamenti sono abbastanza ma non troppo, ci asteniamo. Non c’è nessuna dietrologia”. E Letta ha replicato alle accuse mosse ai democratici proprio su questo punto: “Di Pietro, senza aver dato alcun contributo alla discussione di merito, per motivi semplicemente politici ha deciso di fare qualcosa che dal suo punto di vista spiazzava il Pd, cioè votare a favore”.
Senza pensare alle conseguenze politiche della sua scelta, per un titolo di giornale.

www.partitodemocratico.it

"Una legge che ferisce la Costituzione", di Carlo Federico Grosso

La commissione Giustizia del Senato ha approvato a maggioranza gli emendamenti del governo al disegno di legge sulle intercettazioni. Sono previste limitazioni inaccettabili ai poteri dell’autorità giudiziaria, una cappa plumbea di silenzio nei confronti delle indagini penali in corso.
Inoltre, sanzioni severe per i giornalisti che contravvengono al nuovo regime e, soprattutto, per gli editori che consentono le pubblicazioni illegittime. Una disciplina che lascia stupefatti e che, se dovesse diventare davvero legge dello Stato, cambierebbe il volto delle indagini penali e di parte dell’informazione nel Paese.

Nonostante le critiche, le osservazioni e le proteste di una porzione consistente dell’opinione pubblica, l’azione non si è fermata. Non sono serviti i problemi economici urgenti, gli scandali della «cricca», il crollo di credibilità della classe politica, la necessità di affrontare finalmente il nodo della corruzione. In altre parole, le vere urgenze. La priorità, per il governo, era, ed è rimasta, tagliare le unghie alla magistratura che indaga e togliere voce e penna ai giornalisti che informano. Ne prendiamo atto con sconcerto, cercando di fare un bilancio di ciò che il Parlamento sta predisponendo.

In materia di indagini è risaputo che le intercettazioni costituiscono mezzo insostituibile di accertamento di molti gravi reati. Circoscrivere i casi nei quali esse possono essere disposte e stabilire che esse non possono durare più di un periodo prestabilito fisso di settantacinque giorni, e poi automaticamente cessare anche se stanno emergendo elementi utili ad individuare i responsabili, significa rinunciare ad uno strumento fondamentale nella lotta al crimine. Uno strano regalo alla criminalità, da parte di chi di tale lotta, dell’ordine pubblico e della difesa dei cittadini fa, almeno a parole, la sua bandiera. Un regalo, addirittura, alla criminalità organizzata, se è vero, che, come hanno spiegato gli esperti della materia, le restrizioni peseranno anche nelle indagini contro mafia, ’ndrangheta e camorra.

In materia d’informazione dovremo abituarci a non conoscere più nulla sulle indagini disposte dall’autorità giudiziaria. Se un ministro si fa pagare una casa a sua insaputa, non lo sapremo, perché i giornalisti non potranno più pubblicarlo. Come non sapremo più se un parlamentare, un presidente o un sindaco hanno peculato, rubato, si sono fatti corrompere o comprare e sono per questo indagati. A ciò conduce, inesorabilmente, l’avere previsto che non sarà più consentito pubblicare nulla, neppure «il contenuto» non più coperto da segreto, delle investigazioni giudiziarie in corso.

Le sanzioni previste per i contravventori sono, d’altronde, molto elevate. Chi dall’interno degli uffici rivela il contenuto di atti coperti da segreto investigativo sarà punito con la reclusione fino a sei anni, e in tale pena incapperà pure il giornalista che pubblicherà la notizia. Chi pubblica atti di un’indagine penale non più coperti da segreto, ma di cui è comunque vietata la pubblicazione, rischierà l’arresto fino a 30 giorni o il pagamento di un’ammenda da 1000 a 5000 euro, che sarà raddoppiata nel caso si tratti di un’intercettazione. Per l’editore del giornale che pubblicherà la notizia vietata è prevista una sanzione pecuniaria che potrà arrivare a 464.000 euro.

A quanto si è appreso, il varo definitivo in commissione del disegno di legge è stato sospeso fino a lunedì prossimo. In materia di sanzioni la novità più devastante è la pesantissima sanzione pecuniaria prevista per gli editori, che rischierà di alterare la relazione d’indipendenza che ha caratterizzato, fino ad oggi, il rapporto fra proprietà e direzione dei giornali. Pensate a che cosa accadrà quando, se si verificherà un’infrazione prevista dalla nuova legge, l’editore saprà di rischiare ben 464.000 euro. Credete davvero che, di fronte al pericolo di fallire e di chiudere l’azienda, si farà scrupolo d’imbavagliare, lui stesso, i direttori e i giornalisti? A quest’ulteriore scempio, a quanto pare, nessuno, nel palazzo, pensa di rimediare. La libertà di stampa è l’ultima delle preoccupazioni.

L’importante è creare un clima d’intimidazione complessiva in grado di bloccare ad ogni costo le notizie.

Si obietterà, a mali estremi, estremi rimedi. Gli abusi della stampa, con la pubblicazione di notizie coperte dalla privacy, con quella, indiscriminata, d’intercettazioni che non c’entrano con le indagini, con la demolizione mediatica di colpevoli ed innocenti, esigeva una reazione adeguata. L’obiezione è del tutto inconferente: a parare gli abusi sarebbe più che sufficiente la rigorosa applicazione della legge vigente sulla privacy, l’originaria previsione del divieto di rendere pubblici gli atti irrilevanti per le indagini e la predisposizione di un archivio riservato nel quale depositare provvisoriamente tali atti in attesa di una loro distruzione.

La realtà è che, con un colpo solo, governo e maggioranza (con l’avallo, magari, anche di qualche oppositore) vogliono indebolire la magistratura, rendere meno incisive le indagini, evitare che politici e potenti finiscano in prima pagina in ragione delle loro malefatte. Un’indebita limitazione del controllo di legalità e del diritto d’informare che, se dovesse passare, cambierebbe inevitabilmente la costituzione materiale. Speriamo che, nel frattempo, qualcuno che ha potere si accorga che è, anche, violazione della Costituzione formale.

La Stampa 21.05.10