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«Povera Gelmini con questi consiglieri!», di Osvaldo Roman

Ma questo Giorgio Israel, prezioso consigliere della Gelmini nonché sessantottino pentito, lo fa o lo è veramente? Prendiamo due delle principali considerazioni che svolge nel suo articolo sul Giornale.it del 20 maggio.
La prima riguarda l’insegnamento dell’inglese nella scuola primaria dice il nostro scienziato:
“Parliamo tanto, a vanvera, di educare bambini che sappiano perfettamente l’esperanto dei nostri giorni, l’inglese, ma l’insegnamento di questa lingua inizia in modo carente e poco intensivo soltanto dalle elementari. Non sarebbe sensato che fin dalle scuole materne i bambini sentano parlare, ovviamente in termini semplici e giocosi, anche in inglese?
Invece no. Ritardiamo i processi di apprendimento in nome dell’idea che i bambini non vanno tormentati e oppressi, quando chiunque sa che un bambino è tanto più nervoso, annoiato, distratto e mentalmente labile quanto più non viene impegnato in svariate attività.”

Ma lo sa il prof-consigliere che il suo ministro sta tagliando oltre 11.000 posti di insegnamento svolti da specialisti per assegnare tali compiti a docenti che non hanno avuto alcuna preparazione specifica?
Le sue accurate letture pedagogiche lo portano a considerare possibile che con 150 ore di aggiornamento, in parte a distanza, un docente che non ha mai spiccicato una parola in tale lingua possa insegnare nelle scuole primarie e addirittura in quelle dell’infanzia.
La seconda perla riguarda il suo capolavoro e cioè lo schema di regolamento per la formazione iniziale dei docenti.
Rivendica il “saggio ministeriale”la necessità, prevista nello schema, e oggetto di critiche perfino da parte del relatore di maggioranza, che il docente di scuola primaria debba avere la stessa identica formazione universitaria di quello della scuola dell’infanzia. Ci sono nell’articolo poche ragioni di carattere psicologico, e didattico, nel sostenere tale pretesa, ma soprattutto molte di carattere economicistico. Ma del resto costoro non stanno procedendo al massacro della pubblica istruzione all’insegna del seguente principio educativo-pedagogico-culturale-didattico: aumenti di un punto il rapporto studenti/docenti e ricaviamone 8 miliardi tanto per cominciare.

da Retescuole 21.05.10

"Il governo cambia lo Statuto del lavoratori", di Roberto Mania

Cambiare lo Statuto dei lavoratori. Esattamente dopo quarant´anni dall´entrata in vigore della legge sui diritti di chi lavora, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha voluto confermare che il governo intende mettere mano a quelle norme. E che lo farà in tempi rapidi: nei prossimi giorni arriverà il Piano triennale per il lavoro al quale seguirà un disegno di legge delega sullo “Statuto dei lavori”. Un vecchio progetto di Sacconi articolato su due livelli: il riconoscimento dei diritti di tutti i lavoratori indipendentemente dalle dimensioni aziendali e dal tipo di contratto (lo Statuto attualmente si applica a poco meno della metà dei lavoratori) e un sistema di tutele variabili a seconda del settore di appartenenza, del territorio e della stessa impresa. «Un attacco alla Costituzione», secondo il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, convinto che lo Statuto «non sia il caro estinto» .
I quarant´anni dello Statuto sono stati celebrati da Cgil, Cisl e Uil in tre distinti convegni. Segno delle divisioni di questa stagione sindacale. Eppure, al di là dei toni e degli argomenti, nessuno tra i sindacalisti ha detto di considerare quello della riforma della legge 300 del 20 maggio 1970 una priorità. Lo stesso leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha preso le distanze dalla tempistica prospettata da Sacconi. «Il governo – ha detto – dovrebbe occuparsi d´altro in questo momento. C´è altro da fare adesso piuttosto che aprire spaccature o creare altre difficoltà». E, in ogni caso – secondo la Cisl – le modifiche andranno prima individuate dalle parti sociali (imprese e sindacati) e poi trasferite in una legge del governo o del Parlamento. Linea condivisa dalla Uil di Luigi Angeletti secondo il quale il vero obiettivo deve essere quello di estendere le tutele ai tanti lavoratori che oggi ne sono privi. «Di questi dobbiamo preoccuparci», ha detto Angeletti nel convegno organizzato dalla Uil a Roma al Cinema Capranica dove è stato fischiato il ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. A provocare il dissenso di una parte della platea è stato il passaggio nel quale Brunetta ha sostenuto che «c´è qualcuno che ha considerato lo Statuto come strumento per difendere i fannulloni». Fischi e brusii ai quali ha replicato il ministro: «Si vede che c´è qualche fannullone anche in sala. Ma io non mi faccio intimidire. Io sono un privilegiato perché da riformista sono qui a parlare. Altri non l´hanno potuto fare». Con chiaro riferimento, tra gli altri, a Massimo D´Antona e Marco Biagi, uccisi dai terroristi.
La giornata di ieri si è così sviluppata su due piani: quella sul progetto del nuovo Statuto e quello sulle polemiche legate al passato. Rinfocolate anche dal ministro Sacconi che nel suo intervento nell´aula del Senato ha ricordato l´astensione del Partito comunista (il Pci) sullo Statuto, le durissime critiche che vennero da alcuni esponenti di quell´area, fino all´omicidio di D´Antona e il rischio che si torni a una stagione di violenza. Una connessione che ha provocato la reazione del capogruppo del Pd a Palazzo Madama, Anna Finocchiario: «Associare, come ha fatto il ministro Sacconi, il voto di astensione del Pci in Parlamento sullo Statuto alla stagione di violenze che poi condusse al terrorismo è un´indecente aberrazione».

La Repubblica 21.05.10

"20 maggio '70: è legge lo Statuto dei lavoratori", di Alberto Papuzzi

La gestazione era durata anni. La prima idea fu di Di Vittorio. Lo varò il ministro Donat-Cattin, segnò uno spartiacque storico. Quando in data 20 maggio 1970 entra in vigore la legge chiamata Statuto dei lavoratori siamo nella fase forse più cruenta della vita italiana dopo fascismo e guerra: sono trascorsi solo cinque mesi dalla bomba di piazza Fontana e non più di un anno dalla rivolta degli operai veneti a Valdagno. A Torino grandi scioperi martellano le officine Fiat. Mentre nel paese è ancora vivo il ricordo degli eccidi di Avola in Sicilia e di Battipaglia nel Salernitano, dove la polizia aveva sparato sui braccianti in sciopero, con un bilancio di quattro morti e oltre duecento feriti. La nuova legge è anche una risposta a questi drammi. In realtà era un progetto che veniva da molto lontano: Giuseppe Di Vittorio, da Cerignola, il celebre leader della Cgil, aveva invocato nuove norme a protezione del lavoro fin dall’inizio degli anni cinquanta. Ma bisogna aspettare che la società italiana cambi identità, da paese agricolo a realtà industriale, e che inurbamento e migrazioni facciano crescere nelle officine una nuova forza lavoro, che rivendica nuove libertà e diritti.

La legge ha un titolo piuttosto burocratico: «Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento». Cgil, Cisl e Uil, dette «La Triplice», la considerarono una loro storica vittoria, la maggioranza silenziosa la subì quasi come un oltraggio. In verità la legge ebbe tre padri: nell’iniziativa politica Giacomo Brodolini, socialista, ex sindacalista, ministro del lavoro nel primo governo Rumor (1968); nei contenuti giuridici Gino Giugni, anch’egli socialista, espressione della società civile, presidente della commissione che formulò le norme; sul piano dei risultati concreti Carlo Donat-Cattin, democristiano di sinistra, ministro del lavoro che portò prima il Senato poi la Camera a approvare la legge (con l’astensione dei comunisti). Quasi romanzesca la vicenda di Brodolini che fece della legge una sua personale strenua battaglia. Malato di cancro, ottenne l’ approvazione del consiglio dei ministri nel giugno 1969, morendo pochi giorni più tardi a Zurigo.

Lo Statuto dei lavoratori è stato uno spartiacque fra due diverse condizioni e immagini del lavoro. Non riguardava soltanto gli operai ma furono soprattutto essi a trarne benefici. Prima della legge, erano schiacciati da una mole di regole, potevano essere spiati e sorvegliati, subivano la disciplina del cottimo, subivano licenziamenti collettivi, mentre le nuove norme attenuavano i vincoli del fordismo, garantivano il diritto alla libertà d’opinione, prevedevano partecipazione sindacale nelle assemblee, difendevano il salario unico, abolivano le gabbie salariali, modificavano i meccanismi di inserimento al lavoro, esigevano la giusta causa per i licenziamenti, proteggevano le condizioni delle donne lavoratrici.

Era la più profonda innovazione fra capitale e lavoro, dai tempi del passaggio delle otto ore. Confindustria era ostile (all’inizio). I datori di lavoro più conservatori erano per un boicottaggio. Inoltre si temeva una svolta di destra, per cui Donat-Cattin e il socialista De Martino spinsero per approvare la legge in fretta. Perciò non era tutto oro quel che luccicava, lo stesso Brodolini confidò a Giugni: «Fa in modo che lo Statuto dei lavoratori non diventi lo Statuto dei lavativi». Ma alla fine il provvedimento entrò nel costume, come parte della modernizzazione promessa dal centrosinistra: non è un caso che il 1° dicembre di quello stesso 1970 divenisse legge anche il divorzio. Sulla scena d’Europa si affacciava un’altra Italia.

La Stampa 20.05.10

"Controriforma, così i ricercatori perderanno la voce", di Rino Falcone*

Negli ultimi tempi sta emergendo con forza e su differenti ambiti della vita del Paese il tema dell’autonomia. Su un primo fronte, con spericolati argomenti, si aggrediscono autonomie fondamentali come quelle che tutelano la funzione della magistratura e dei mezzi di comunicazione di massa. Su un altro fronte si dibatte del percorso politico, istituzionale e finanziario che dovrà portare all’effettiva applicazione del federalismo nel nostro Paese. L’attenzione sembra riguardare il costo dell’operazione, ma anche qui il nodo è l’autonomia. Questa volta però il Governo sembra mosso da una volontà d’ampliamento degli spazi autonomi e non sembra molto preoccupato della necessità di adeguare contropoteri d’equilibrio e responsabilità (come mostrato nelle polemiche recenti sui beni demaniali da affidare ai Comuni e ai rischi per la loro tutela). Molto interessante, poi, il caso del nuovo modo di concepire l’autonomia dell’Università e delle Istituzioni di alta cultura e ricerca. La riforma universitaria Gelmini riduce significativamente l’autonomia introdotta in passato, trasformando tra l’altro ilCdA in un organo di governo partecipato per almeno il 40% da esterni all’Ateneo. Ancora più inverosimile appare il modo in cui si sta procedendo alla realizzazione degli statuti autonomi degli Enti di Ricerca (Cnr, Inaf, Ingv, etc.). Questi statuti che, previsti da una legge del precedente Governo, dovrebbero finalmente rispondere al dettato costituzionale di dare ordinamenti autonomi agli Enti di Ricerca (che vivono di essenziali spazi di libertà), verranno in definitiva realizzati da organismi in cui non sarà presente alcun ricercatore degli Enti. Proprio così: nessun ricercatore degli Enti farà parte dei gruppi che realizzeranno gli “statuti autonomi”! E li chiameranno autonomi! Questo per il combinato disposto di due azioni del ministro Gelmini: primo, una modifica alla vecchia legge per attribuire ai CdA (invece che ai Consigli Scientifici, dove tali ricercatori sono presenti) la competenza di realizzazione degli statuti; secondo, l’aver nominato per ogni Ente i 5 membri aggiuntivi (che dovranno integrare il CdA in questo compito) fuori da queste comunità. Un caso in cui l’autonomia è intesa riguardare gli organi di governo (legati a nomine esterne, in maggioranza dalla politica) e non le comunità che vi appartengono. Una sorta di autonomia da dare a propri fidatari. Tre autonomie, tre differenti modi di concepirle a seconda degli scopi che si perseguono. Il rischio è di immiserire la complessità del buon funzionamento delle istituzioni, stravolgendo il senso di concetti fondamentali come autonomia, responsabilità e partecipazione che meriterebbero un più ampio spazio di riflessione politica, a cui lo stesso centro-sinistra sarebbe bene non si sottraesse.

*Ricercatore CNR – Osservatorio sulla ricerca

L’Unità 20.05.10

Silenzio, stampa!

Intercettazioni: la maggioranza introduce il carcere e un’ammenda da 464mila euro per gli editori che pubblichino notizie sui procedimenti giudiziari. E difende la privacy dei mafiosi!
In forse le misure contro i giornalisti. Orfini: “Sproporzione tra la pubblicazione degli atti e le sanzioni”. Zanda: “Cose del genere sono degne della Spagna franchista, disobbedienza democratica”.
Pesantissime limitazioni alla libertà di stampa, incluso il disegno di legge sulle intercettazioni, marciano ormai a tappe forzate in Parlamento. “Se dovessero diventare legge, l’unica risposta possibile sarà la disobbedienza. Fare questa affermazione ha per me un costo personale elevatissimo. Mai avrei pensato che mi sarebbe capitato d’essere costretto a parlare della necessità di disobbedire a una legge del mio Paese”. Sono parole pesantissime quelle del vicepresidente dei senatori
del PD, Luigi Zanda. Ma rendono bene l’idea del mostro giuridico e del bavaglio in piena regola che, giorno dopo giorno, anzi notte dopo notte, sta prendendo forma in commissione Giustizia. Il decreto sulle intercettazioni, in esame al Senato, da questa notte prevede dure misure per gli editori. Da 64mila fino a 464mila euro di sanzione per la pubblicazione di tutti gli atti di indagine fino al termine dell’inchiesta e all’avvio del processo. I media potranno comunicare solo se una persona è indagata e a dare conto delle eventuali ordinanze di custodia cautelare. E basta così, tutto il resto sarà, e dovrà essere, lontano dagli occhi del cittadino, definitivamente celato da una coltre di censura.

Matteo Orfini, responsabile Informazione e Cultura della segreteria nazionale del Pd evidenzia la bocciatura degli emendamenti del Pd “che cancellavano l’inasprimento delle sanzioni per giornalisti ed editori. E’ di una gravità inaudita. Ciò che colpisce sopra ogni altra cosa è la sproporzione evidente tra l’eventuale reato, la pubblicazione di atti di indagine o intercettazioni prima dell’udienza preliminare, e le sanzioni, che arrivano fino al carcere. Più che garantire la privacy, sembra proprio che l’obiettivo della maggioranza e del governo sia quello di colpire la libertà di informazione”.

Ma qualie mendamenti sono stati bocciati? ce lo spiega il capogruppo del Pd in Commissione Giustizia, Silvia Della Monica: “Il Pd ha presentato emendamenti soppressivi della previsione contro la stampa, ma sono stati tutti bocciati. Ha presentato poi un emendamento che, rispetto al testo entrato in Commissione, prevedeva una più ampia possibilità per la stampa di esercitare la propria funzione e di informare l’opinione pubblica sulle indagini in corso, riduceva di molto le sanzioni rispetto alla previsione del Governo. Emendamento che abbiamo ritirato di fronte alle modifiche introdotte dal Governo e dalla maggioranza in Commissione, che hanno sostanzialmente previsto il totale black out informativo sulle indagini con una norma liberticida”.

Sempre Zanda ricorda come “le pene e le sanzioni pecuniarie per giornali, giornalisti ed editori, approvate dai senatori del Pdl e della Lega su ordine di Berlusconi, sono di una gravità tale che nemmeno la Spagna franchista era arrivata a tanto”. E questo proprio quando la condizione dell’informazione in Italia si fa più drammatica. L’Italia è al 72° posto nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa, quasi tutte le tv sono controllate da Silvio Berlusconi e moltissime riviste entro pochi mesi saranno costrette a chiudere per l’aumento delle tariffe postali.

La maggioranza contava di apportare entro questa notte le modifiche al provvedimento, ma qualcosa è andato storto. È stata approvata la cosiddetta norma “D’Addario”: non si potranno più registrare conversazioni senza che ci sia il consenso di tutte le parti interessate. Stop anche alle riprese visive: chiunque verrà condannato per riprese e registrazioni fraudolente, rischia fino a quattro anni di reclusione. Ciononostante per il momento la commissione non è riuscita ad approvare, grazie all’intransigenza del Partito Democratico, le norme che prevedono l’arresto e l’ammenda per i singolo giornalista.

Tutto è giustificato in nome del diritto alla privacy, “peccato però che nel testo c’è scritto altro. – commenta la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro – Siamo assolutamente d’accordo che non possono andare sui giornali notizie che sono ancora coperte dal segreto e la cui fuga può depistare le indagini o le può indebolire; notizie che non hanno niente a che fare con il fatto o con gli indagati, o che attengano a sfere della vita degli indagati che non hanno nulla a che vedere con il reato compito. Il Partito Democratico già all’inizio della legislatura aveva presentato un testo che teneva conto di questi aspetti. Ma la verità è un’altra: il testo che sta approvando la maggioranza non corrisponde affatto alle cose che dice Gasparri, ma anzi colpisce la libertà di informazione e i diritti dei cittadini. Lo strumento delle intercettazioni telefoniche viene fortemente limitato, sui giornali non apparirà nulla degli atti d’indagine, neanche per cenno, neanche per contenuto o per riassunto fino all’udienza preliminare. Questo significa che per molti processi importanti i cittadini non sapranno assolutamente nulla. Inoltre, le pene previste per gli editori e i giornalisti penalizzano gravemente il diritto all’informazione, che va misurato rispetto alla norma liberticida per cui niente può essere pubblicato. Credo che i cittadini debbano riflettere sul valore del potere di conoscenza, di valutazione e di critica su come, ad esempio, viene usato il pubblico potere e su come vengono gestite le risorse pubbliche”.

“L’atteggiamento del governo e della maggioranza è vergognoso. Di fronte allo scandalo sulla cricca cosa fanno? Danno un’accelerazione al ddl per rendere più difficile l’utilizzo delle intercettazioni e mettere la mordacchia all’informazione. Si vuole proteggere dalle indagini la casta dei truffatori, degli imbroglioni, dei furbi. Così è in pericolo la sicurezza del Paese, non solo per quanto riguarda i reati comuni, ma anche per quelli di stampo mafioso”. Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia, intervenendo sul ddl intercettazioni in discussione al Senato.

Norma che ha colpito anche l’Europa. David Sassoli, capodelegazione del Pd al Parlamento europeo annuncia che si farà “promotore in Europa di iniziative che consentano al nostro Paese di essere a un livello europeo”.

La prossima tappa della norma è prevista per lunedì prossimo, quando la maggioranza tenterà nuovamente di introdurre sanzioni pesanti a carico dei giornalisti e proporrà di vietare le intercettazioni anche per i familiari e i collaboratori dei parlamentari. Perché’ rinviare alla prossima settimana? Un motivo sono i dissapori che stanno prendendo corpo nella stessa maggioranza. Il finiano Granata spiega: “Sul bavaglio alla stampa c’è l’intenzione di frenare un po’. Credo che la norma non risulti graditissima anche al Quirinale. Bisogna evitare che il ddl metta a rischio il diritto di cronaca e la lotta alla mafia che vale più della privacy di qualche deputato. La Russa e Gasparri qualche anno fa la pensavano come noi…”, spiega il finiano Granata. Inoltre, molti nel Pdl, compreso il relatore Centaro, sono consapevoli di aver prodotto un mostro giuridico, anche dal punto di visto tecnico. Si sacrifica tutto: la semplificazione normativa, la libertà di stampa, i diritti più elementari. Tutto nel nome dell’arroganza e delle esigenze di chi comanda. Anche la dignità personale viene sacrificata sull’altare delle esigenze del premier, tanto che il senatore pidiellino Berselli, presidente della commissione Giustizia di palazzo Madama ieri si difendeva a stento dalla domande dei giornalisti appostati fuori dal Senato. A chi chiedeva chiarimenti sul giallo del carcere per i giornalisti rispondeva con un imbarazzato(e imbarazzante) “Solo per la pubblicazione di cose vietate…”.

La Santaché difende la privacy dei mafiosi.
Come se non bastasse Daniela Santanché, sottosegretario nel governo Berlusconi, su Canale 5 si è prodotta in una appassionata difesa della privacy dei mafiosi. «Che senso ha intercettare un mafioso mentre parla con la madre? È un abuso». Il Pd ne chiede le dimissioni e ha presentato un’interrogazione parlamentare urgente al presidente del consiglio e al ministro della Giustizia per sapere “se non reputano gravi le affermazioni della sottosegretario per l’attuazione del programma di Governo, Daniela Santanchè che nel corso di una trasmissione televisiva ha invocato un presunto diritto alla privacy per i boss mafiosi.

L’interrogazione, promossa da Doris Lo Moro e Sandra Zampa e sottoscritta da una lunga lista di deputate democratiche, chiede di spiegare come la tutela della privacy possa prevalere sul diritto alla libertá e alla sicurezza dei cittadini e sul diritto alla tutela della libertá e all’integritá fisica delle vittime di attivitá criminali.
Aspettiamo con curiosità una risposta.

www.partitodemocratico.it

"L´ultima beffa della Maddalena i soldi del Sulcis vanno alla regata vip", di Paolo Berizzi e Marco Mensurati

Saranno i soldi sottratti al Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, a far disputare le regate del Louis Vuitton Trophy alla Maddalena. È l´ultima beffa che va in scena sull´isola, già messa a dura prova dallo scandalo G8 e dall´abbandono delle strutture costruite per ospitare i Grandi della terra. E non è la sola: mentre gli edifici dell´ex Arsenale vengono tirati a lucido per l´evento in programma da sabato al 6 giugno, a poche centinaia di metri un´altra eredità del mancato G8 langue nella desolazione. È l´albergo a cinque stelle realizzato nell´ex ospedale militare, ancora abbandonato a se stesso e circondato da erbacce.
Era il 28 gennaio, quando Repubblica raccontò con un´inchiesta il flop della Maddalena post G8 (trasferito all´Aquila), gli sprechi, lo stato di degrado e di abbandono delle strutture. Da allora a oggi molto è successo. Gli arresti, l´avviso di garanzia a Bertolaso, gli interventi a gamba tesa della Corte dei conti secondo la quale una gara di vela non può essere considerata un´emergenza e un grande evento e dunque non può essere affidata alla Protezione civile. E così, su disposizione del governo, l´organizzazione della Louis Vuitton è passata alla Regione. Fuori Bertolaso, dentro Ugo Cappellacci, il giovane governatore berlusconiano.
Svolta automatica anche nella gestione economica. Perché uno dei problemi più difficili da risolvere è stato quello dei finanziamenti. Il costo della manifestazione, secondo il preventivo originale, era di 4 milioni di euro. Di questi – diceva l´ordinanza firmata dal premier Berlusconi – 3 milioni e 750mila li avrebbe messi lo Stato attraverso il fondo della Protezione civile «appositamente integrato dal ministero dell´Economia e delle Finanze», mentre i restanti 250mila li avrebbe sborsati la Regione Sardegna.
Poi è arrivata la Corte dei conti: una regata non è una catastrofe. I magistrati contabili hanno tagliato di 2 milioni e 300mila euro il contributo statale all´evento, ingarbugliando i piani del governo. Che per rispettare gli impegni presi ha dovuto escogitare un sistema che adesso non mancherà di causare polemiche: i soldi che servono – ha stabilito Berlusconi – verranno presi in “prestito” da quelli riservati alla bonifica del Sulcis, una delle zone più depresse della Sardegna, per la quale esiste un fondo pluriennale finanziato principalmente dall´Europa (ma anche dallo Stato italiano e dalla Sardegna) di oltre 20 milioni di euro.
Giorgio Greco, ufficio stampa del governatore della Regione, Ugo Cappellacci, ne parla in termini di partita di giro. «Sia chiaro che noi non togliamo i fondi al Sulcis. Si tratta solo di un giro contabile per poter fare questa manifestazione che deve partire tra pochi giorni, ma poi i soldi prelevati verranno nuovamente immessi dal governo». Una procedura che non convince proprio tutti. Il ragionamento è chiaro: i fondi escono dalle casse a fronte, sostanzialmente, di una semplice promessa. «Che la Sardegna partecipi a un evento internazionale così bello è auspicabile – dice Giulio Calvisi parlamentare sardo del Pd – ma farlo stornando i soldi del Sulcis in un periodo di crisi come questo è assurdo e gravissimo».
Intanto, tranne il sole, alla Maddalena è tutto pronto. Ancora 48 ore e poi queste acque cristalline e tutto quello che ci hanno costruito sopra in tempi record (ma sino a ieri senza una destinazione precisa), si scrolleranno di dosso la brutta immagine di sfondo mancato per il vertice dei Grandi della terra. Via la melma che lo infangava, quella delle inchieste giudiziarie sulle consorterie e i maneggi dentro e attorno la Protezione civile. Questo paradiso italiano troverà finalmente una più degna dimensione: quattro barche di Coppa America si sfideranno nei match race mettendo uno contro l´altro dieci equipaggi di cui tre italiani (Mascalzone Latino, Luna Rossa e la rediviva Azzurra).
Nell´ex Arsenale, quello costato 256 milioni, un tempo sede della Marina, è un brulichio di uomini abbronzati e in cerata, i capoccia della Louis Vuitton sistemano le ultime cose, dispongono, attendono gli ospiti vip che, da domani, dormiranno nelle 95 stanze executive e superior. La suite presidenziale che doveva coccolare Obama, e che era finita nel dimenticatoio, sarà riservata alle riunioni dei team. «Dopo tutto quello che ci è toccato in sorte – tira un lungo sospiro il sindaco uscente Angelo Comiti (tra una settimana si vota) – ora inizia una nuova vita».
Peccato che, tra una regata e l´altra, le polemiche siano destinate a continuare. Il 2 febbraio Guido Bertolaso, in visita alla Maddalena, promise che l´hotel ricavato nell´ex ospedale militare sarebbe stato utilizzato per ospitare i team velici. «Faremo una gara d´appalto entro la fine del mese, c´è già una grossa catena alberghiera interessata», disse. Non è stato fatto niente. La struttura è ancora vuota. Rimasti al palo anche i 200 maddalenini che speravano in un´assunzione dalla Mita Resort (gruppo Marcegaglia), gestore (a prezzi di saldo, per 40 anni) dell´ex Arsenale di proprietà della Regione. Ne hanno chiamati solo un centinaio (pochi gli abitanti dell´isola), assunti a tempo determinato fino a settembre. Poi l´ex Arsenale chiuderà per riaprire ad aprile 2011.

Cari genitori, le scuole sono in bancarotta:«Mancano fondi e personale», di Simona De Santis

«Gentili genitori, le scuole sono alla bancarotta». I dirigenti scolastici dell’Asal, l’associazione scuole autonome del Lazio, scrivono alle famiglie dei propri alunni. E si tratta della seconda missiva, in un anno, che 300 presidi delle scuole di Roma e Lazio hanno deciso di far recapitare a circa 200 mila famiglie. Mercoledì mattina, in contemporanea, sono state raggiunte – spiega il direttore dell’Asal, Paolo Mazzoli – 70 mila famiglie, «il resto degli istituti afferenti alla nostra associazione, e parliamo di 345 scuole, spediranno la lettera nei prossimi giorni».
I PUNTI CRITICI – Nella lettera i dirigenti elencano le principali “criticità”, comuni a tutti gli istituti che l’hanno sottoscritta: «Le scuole sono senza materiale di consumo, con computer vecchi e privi di assistenza – sottolineano i presidi che, mercoledì, si sono riuniti nella scuola media Visconti di via IV Novembre – e siamo costretti a chiedere aiuto ai genitori dei nostri alunni per coprire le spese”. I dirigenti puntano il dito contro la cronica mancanza di risorse: «A livello di singola scuola, il finanziamento complessivo che ci è stato destinato – si legge ancora nella lettera – è gravemente insufficiente per assicurare il regolare funzionamento del servizio». Mancanza di fondi e tagli al personale docente e ata, scrivono ancora i presidi, determineranno «una forte riduzione del recupero scolastico e dei progetti educativi non finanziati direttamente dai genitori», «aule meno pulite per la mancanza di personale» e «alunni, anche in tenera età, meno vigilati negli spazi comuni e nei bagni e alunni che non svolgono le normali attività didattiche per un gran numero di ore».

TEMPO PIENO: 216 CLASSI IN MANO – Dice Mazzoli: «Con questa lettera i dirigenti scolastici manifestano la loro preoccupazione circa l’effettiva possibilità di garantire non solo il diritto allo studio – conclude il presidente del’Asal – e il rispetto dei tetti di spesa, ma anche un servizio scolastico di qualità a cui nessuno vorrebbe rinunciare». I dirigenti mostrano preoccupazione anche «per i tagli significativi al tempo pieno». E, martedì, studenti e genitori dell’istituto Comprensivo Via dell’Archeologia (Tor Bella Monaca) hanno avviato un presidio-occupazione proprio per «ribadire l’importanza del tempo pieno, soprattutto in scuole inserite nelle “Aree a rischio”»: «A fronte di una richiesta di organico per confermare il tempo scuola delle attuali classi e per attivare 6 nuove classi prime (tutte a tempo pieno) – dicono i genitori – il Miur ha assegnato alla scuola un organico che può consentire l’attivazione di 5 prime a Tempo Pieno e di una a 27 ore, e inoltre non garantisce le ore necessarie per il funzionamento a 30 ore dell’unica classe V a tempo normale esistente nell’istituto». Secondo i dati forniti dall’Asal, nel Lazio, «ci saranno per il prossimo anno, 216 classi in meno con il tempo pieno».

IL MINISTERO : POLEMICA PRETESTUOSA – Ma da Viale Trastevere replicano: «Il tempo pieno non è stato tagliano è, anzi, è aumentato, come avevamo promesso» ribadisce il ministro Gelmini a margine della firma del protocollo per la promozione della cultura della legalità nelle scuole. «Il ministero – spiega Gelmini – ha fatto una rilevazione da cui risulta che sono 50 mila in più i bambini che quest’anno usufruiranno del tempo Pieno. Anche questa polemica, mi pare assolutamente pretestuosa». Intanto, il Coordinamento scuole secondarie di Roma annuncia un sit-in, giovedì 20 maggio, davanti al ministero dell’Istruzione.

«Gentili genitori, le scuole sono alla bancarotta». I dirigenti scolastici dell’Asal, l’associazione scuole autonome del Lazio, scrivono alle famiglie dei propri alunni. E si tratta della seconda missiva, in un anno, che 300 presidi delle scuole di Roma e Lazio hanno deciso di far recapitare a circa 200 mila famiglie. Mercoledì mattina, in contemporanea, sono state raggiunte – spiega il direttore dell’Asal, Paolo Mazzoli – 70 mila famiglie, «il resto degli istituti afferenti alla nostra associazione, e parliamo di 345 scuole, spediranno la lettera nei prossimi giorni».

I PUNTI CRITICI – Nella lettera i dirigenti elencano le principali “criticità”, comuni a tutti gli istituti che l’hanno sottoscritta: «Le scuole sono senza materiale di consumo, con computer vecchi e privi di assistenza – sottolineano i presidi che, mercoledì, si sono riuniti nella scuola media Visconti di via IV Novembre – e siamo costretti a chiedere aiuto ai genitori dei nostri alunni per coprire le spese”. I dirigenti puntano il dito contro la cronica mancanza di risorse: «A livello di singola scuola, il finanziamento complessivo che ci è stato destinato – si legge ancora nella lettera – è gravemente insufficiente per assicurare il regolare funzionamento del servizio». Mancanza di fondi e tagli al personale docente e ata, scrivono ancora i presidi, determineranno «una forte riduzione del recupero scolastico e dei progetti educativi non finanziati direttamente dai genitori», «aule meno pulite per la mancanza di personale» e «alunni, anche in tenera età, meno vigilati negli spazi comuni e nei bagni e alunni che non svolgono le normali attività didattiche per un gran numero di ore».

TEMPO PIENO: 216 CLASSI IN MANO – Dice Mazzoli: «Con questa lettera i dirigenti scolastici manifestano la loro preoccupazione circa l’effettiva possibilità di garantire non solo il diritto allo studio – conclude il presidente del’Asal – e il rispetto dei tetti di spesa, ma anche un servizio scolastico di qualità a cui nessuno vorrebbe rinunciare». I dirigenti mostrano preoccupazione anche «per i tagli significativi al tempo pieno». E, martedì, studenti e genitori dell’istituto Comprensivo Via dell’Archeologia (Tor Bella Monaca) hanno avviato un presidio-occupazione proprio per «ribadire l’importanza del tempo pieno, soprattutto in scuole inserite nelle “Aree a rischio”»: «A fronte di una richiesta di organico per confermare il tempo scuola delle attuali classi e per attivare 6 nuove classi prime (tutte a tempo pieno) – dicono i genitori – il Miur ha assegnato alla scuola un organico che può consentire l’attivazione di 5 prime a Tempo Pieno e di una a 27 ore, e inoltre non garantisce le ore necessarie per il funzionamento a 30 ore dell’unica classe V a tempo normale esistente nell’istituto». Secondo i dati forniti dall’Asal, nel Lazio, «ci saranno per il prossimo anno, 216 classi in meno con il tempo pieno».

IL MINISTERO : POLEMICA PRETESTUOSA – Ma da Viale Trastevere replicano: «Il tempo pieno non è stato tagliano è, anzi, è aumentato, come avevamo promesso» ribadisce il ministro Gelmini a margine della firma del protocollo per la promozione della cultura della legalità nelle scuole. «Il ministero – spiega Gelmini – ha fatto una rilevazione da cui risulta che sono 50 mila in più i bambini che quest’anno usufruiranno del tempo Pieno. Anche questa polemica, mi pare assolutamente pretestuosa». Intanto, il Coordinamento scuole secondarie di Roma annuncia un sit-in, giovedì 20 maggio, davanti al ministero dell’Istruzione.

Il Corriere della Sera 20.0.10

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“Scuole in bolletta e tempo pieno negato”, di Maristella Iervasi
Con i soldi della cricca per la casa di Scajola al Colosseo si potrebbero attivare cinquanta classi a tempo pieno per un anno. Non è solo una battuta, ma un dato di fatto. La scuola italiana è sempre più in bolletta, il ministero ha “sospeso” i crediti che avanzano i presidi e ora persino l’igene ne risente: lo straccio sotto i banchi degli studenti viene passato – quando va bene – una volta a settimana. E ci sono istituti che centellinano la carta igenica ai bambini: quattro strati a testa più una firma, a mo’ di ricevuta.
La scuola italiana – massacrata dai tagli e dai debiti – va rotoli. Alle famiglie non resta che aprire la borsa “offrendo” un ticket per “salvarla”. Da qui il nuovo l’allarme di 345 presidi dell’Asal, l’Associazione autonoma delle scuole statali del Lazio. Come lo scorso anno, negli zaini di circa 160mila alunni i genitori troveranno una lettera per l’auto-soccorso. Un quadro dettagliato sulle risorse finanziare ed umane. A dir poco desolante. 108milioni di euro nel fondo cassa delle scuole del Lazio al 1° gennaio 2010 ma quei soldi sono già stati impegnati per coprire i debiti che ammontano a 152milioni di euro. Risultato: le scuole in rosso di 44 milioni di euro. A tanto ammonta la vera sofferenza che la Gelmini fa finta di non vedere.

La lettera ai genitori
L’elenco delle criticità è senza pietà. Laboratori di informatica a rischio chiusura. Forte riduzione del recupero scolastico e dei progetti educativi. A rischio è persino la normale attività didattica degli alunni “per un gran numero di ore”. Un livello di qualità del servizio che peggiora ogni anno di più, nonostante gli sforzi di dirigenti e docenti. L’ora di alternativa alla religione cattalica che non si sa a chi farla coprire.

I debiti delle scuole
Paolo Mazzoli, preside del 115° Circolo didattico di Roma e presidente Asal – l’associazione scuole autonome del Lazio – ospite di Pietro Perziani, dirigente del “Viscontino” della Capitale, ha fatto un racconto drammatico. La crisi economica delle scuole pubbliche (sofferenze comuni a tutti gli istituti) sono state messe nero su bianco. Eccole: le spese per le supplenze non sono garantite. I crediti del minsitero nei confronti delle scuole sono stati “sospesi”. 280 scuole laziati hanno dovuto ridurre drasticamente, dall’inizio di maggio, il servizio di pulizia. Il tempo pieno nella scuola primaria è stato tagliato del 18%. La vigilanza sugli alunni, anche sui più piccoli, sarà sempre più carente. Sottolinea Perziani: “Per la prima volta sono costretto a chiedere il contributo ai genitori. O le famiglie ci aiutino a raccogliere 30-35 mila euro oppure sarò costretto a chiudere i laboratori di informatica. Mi servono 45mila euro – precisa il dirigente del Viscontino -, lo Stato me ne dà solo 11mila”.

Tempopieno negato
La Gelmini insiste con la sua litania: “Non è stato tagliato, anzi il tempopieno è aumentato come avevamo promesso”. Bugie clamorose da ministro “unico” dell’Istruzione. Prova ne sono i numeri. La scuola primaria di Roma e provincia ha richiesto 1.145 classi a tempopiento: ne sono state concesso solo 929. A ben 3.833 bambini è stato “negato” il tempo scuola di 40 ore. Idem a Milano. Rispetto all’anno in corso saranno attivate 28 classi a 40 ore in meno, a fronte di un aumento di più di 200 alunni.

L’Unità 20.05.10