Latest Posts

"Tecnici con più cattedre atipiche", di Antimo Di Girolamo

La scelta del ministero. Obiettivo: contenere i docenti a rischio esubero negli istituti riformati.
Aumenta il numero delle classi di concorso atipiche negli istituti tecnici e professionali. Lo ha fatto sapere il ministero dell’istruzione con una nota emanata l’11maggio scorso (prot.4968). L’ampliamento si è reso necessario per agevolare le possibilità di ricollocazione dei docenti di ruolo a seguito delle modifiche introdotte dalla riforma. A differenza che in passato, dunque, una determinata materia o un ceppo di discipline potrà essere insegnato da docenti in possesso di abilitazioni diverse. Per esempio, la matematica negli istituti tecnici dell’indirizzo amministrativo potrà essere insegnata indifferentemente dai docenti in possesso dell’abilitazione in matematica (classe A047) matematica applicata (classe A048) e ora, dopo le modifiche dell’ultima ora, anche dai docenti di matematica e fisica (classe A049). Prima invece, ogni classe di concorso aveva un impiego determinato ed infungibile.

Sempre negli istituti tecnici, il ministero ha disposto che nell’indirizzo «amministrazione finanza e marketing» la fisica potrà essere insegnata, oltre che dai docenti in possesso dell’abilitazione specifica (classe A038) anche dai docenti di scienze (classe A060) chimica agraria (classe A012) chimica e tecnologie chimiche (classe A013). Idem per l’indirizzo «turismo». Un’altra integrazione importante riguarda tecnologie informatiche che saranno insegnate nel biennio dell’indirizzo agrario dai docenti di dattilografia (classe A075) e trattamento testi ( classe A075). Sempre nell’indirizzo «agraria, agroalimentare e agroindustria» l’insegnamento di fisica nelle ore di compresenza è stato esteso anche agli insegnanti tecnico-pratici di esercitazione agrarie (classe 5/c). Nei professionali gli insegnanti della classe 5/c potranno essere impiegati in compresenza oltre che nelle ore di fisica anche in quelle di chimica. Sempre nei professionali, un forte ampliamento della fungibilità degli impieghi riguarda i docenti di discipline plastiche (classe A022) disegno e storia dell’arte (classe A025) linguaggio per la cinematografia e per la televisione (classe A044) tecnica fotografica (classe A065) che potranno essere utilizzati per insegnare tecnologie e tecniche di rappresentazione grafica. Quanto alle regole per la ricollocazione dei docenti, l’amministrazione ha rimandato alla nota del 21 aprile scorso (prot.1348) con la quale ha spiegato ai dirigenti scolastici che gli insegnamenti che trovano confluenza in più classi di concorso del pregresso ordinamento dovranno essere trattati, appunto, come insegnamenti atipici la cui assegnazione alle classi di concorso dovrà prioritariamente mirare a salvaguardare la titolarità dei docenti presenti nell’istituzione scolastica, la ottimale determinazione delle cattedre e la continuità didattica.

In presenza, nella scuola, di più di un titolare di insegnamenti atipici, i dirigenti dovranno dare la precedenza a colui o a coloro che, in relazione al numero dei posti, risulteranno collocati con il maggior punteggio nella graduatoria di istituto unificata, incrociando la varie graduatorie, nel rispetto delle precedenze di cui all’articolo 7 del contratto sulla mobilità del 16 febbraio 2010, tenendo presente, dunque, anche l’eventuale possesso dei requisiti di inamovibilità previsti dalla legge 104/92 per i disabili e per chi li assiste. In assenza di titolari da salvaguardare l’attribuzione dovrà avvenire prioritariamente, previa intesa con l’ufficio scolastico territoriale, attingendo dalle classi di concorso in esubero a livello provinciale.

Da Tecnica della Scuola 18.05.10

Contro la crisi ossigeno ai comuni

“Il partito delle autonomie siano noi, la Lega non ha inventato nulla, solo le ronde”. Pier Luigi Bersani rivendica così la difesa dell’autonomia degli enti locali in un convegno milanese nell’ambito della giornata di mobilitazione nazionale del PD per gli enti locali ‘Sveglia! Diamo ossigeno ai comuni’ che ha visto intervenire tra gli altri oltre Bersani a Milano e Bologna, Enrico Letta a Padova, Nicola Zingaretti a Roma, Umberto Ranieri a Potenza, Claudio Martini a Perugia.
Il Pd ha scelto di organizzare una manifestazione in piazza “con i sindaci in nome della crisi, perché i Comuni di fronte alla crisi debbono essere considerati la medicina e non la malattia” spiegano Bersani e Davide Zoggia, responsabile Enti Locali nella segreteria PD.

E il segretario del PD non ha risparmiato le rasoiate contro la Lega: “Dai leghisti abbiamo solo il federalismo della chiacchiere, lo usano solo come un pretesto. Il federalismo è un tema politico di assoluto rilievo che viene strumentalizzato per diventare una battaglia ideologica. Ogni reale esigenza delle autonomie è stata tradita, da questo punto di vista non è mai stato peggio di così. La Lega ha preso in ostaggio e ha usato come scudo umano il tema delle autonomie, strumentalizzandolo per battaglie ideologiche, dando fondo ai temi del territorio e facendo leva su un messaggio di chiusura rispetto alle paure del mondo”.

Proprio a Milano il leader del PD denuncia come “il governo sostenuto dalla Lega ha dato soldi a Catania, a Taranto, a Palermo e hanno tolto 300 milioni dalle Pmi per metterli su Alitalia. Non possono raccontarci che gli asini volano. La cosa bella – ha proseguito – è che la la Lega dice ‘Se non ci danno il federalismo…’. Ma chi deve darvelo se siete voi al governo? La verità è che non hanno in mente uno straccio di idea Parlano del federalismo demaniale, però non ci fanno mai vedere una tabella, un numero, solo davanti ad una tabella con i veri numeri si può fare una vera discussione”.
Invece occorre “puntare sui comuni e sugli enti locali, è fondamentale. Da due anni proponiamo di investire su di un grande piano di opere a livello comunale che avrebbe il vantaggio di essere subito operativo e dare fiato alle Pmi. Il governo ha sempre risposto negativamente e sul tema delle autonomie non hanno inventato niente. I leghisti hanno accettato che i soldi venissero investiti per le grandi opere come il Ponte sullo Stretto invece di investirli nelle piccole opere sui territori. Credo che aver abolito una politica di investimenti che solo i Comuni possono attivare, e avere indebolito il Fondo sociale ci abbia un pò disarmato di fronte alla crisi. Quindi bisogna ripartire da lì e non far piovere sempre sul bagnato”.

“Non c’è Roma ladrona, ci sono dei ladroni e temo che siate seduti vicini – così Pier Luigi Bersani si è rivolto ai leghisti nel corso dell’assemblea dei sindaci e degli amministratori democratici – la Lega era nata come partito antiburocratico e per la moralizzazione della vita pubblica. Adesso sono nel governo Berlusconi, si prendano le loro responsabilità. La verità è che non ci sono mele marce, è marcio tutto il cestino. Si tengono le lungaggini burocratiche ma con il sistema degli appalti sono state derogate tutte le norme comunitarie per creare una situazione di comodo che ha determinato fatti gravi di corruzione. Crediamo che questo non costi all’erario? Cerchiamo di fare una manovra con un pò di equità e attenta alla crescita”.

“Credo che su quanto successo con l’abolizione dell’Ici occorra una riflessione che vada oltre le conseguenze sulla popolarità: l’Ici non è un tabù”. Enrico Letta, vicesegretario del Pd, commenta così la crisi patita dai comuni a causa del patto di stabilità: “Senza Ici ai comuni a cascata deriva un taglio dei servizi ai cittadini. Se vogliamo che non vengano ridotti ulteriormente i servizi scolastici, sociali e altri fondamentali per i cittadini, è necessario e non più procastinabile una riflessione sul patto di stabilità e sulla capacità impositiva delle amministrazioni comunali”. Questa ultime, ha aggiunto, “sono le piú vicine ai cittadini e quindi in prima linea nell’arginare gli effetti sociali della crisi. Allora cambiamo il patto di stabilità per ridare subito ossigeno ai Comuni. E facciamolo adesso, senza altri rinvii alle mitiche scadenze del federalismo fiscale”. E’ questa l’indicazione che da Padova, nella giornata nazionale di mobilitazione del Pd su questo tema, hanno lanciato il vicesegretario nazionale del partito Enrico Letta, il segretario regionale Rosanna Filippin, il capogruppo in Consiglio regionale Laura Puppato e numerosi amministratori veneti del Pd.

“Alla vigilia di una manovra che si preannuncia pesante – ha messo in guardia Letta – qualcuno potrebbe pensare che la revisione del patto di stabilitá sia una proposta fuori tempo. E’ vero il contrario. Negli ultimi anni, nessun comparto del settore pubblico ha contenuto la spesa come i Comuni. Oggi tocca ad altri fare la propria parte. E occorre che maggiori risorse e spazi di manovra siano lasciati a chi, sul territorio, da un lato fa fronte ai bisogni sociali delle famiglie colpite dalla crisi, dall’altro può rilanciare la domanda e il lavoro per le imprese”.

“Ci sono Comuni virtuosi – ha sottolineato Rosanna Filippin – che non possono nemmeno spendere le risorse che hanno in cassa e Comuni non virtuosi a cui il governo, con il consenso della Lega, continua a offrire salvagenti e condoni”.

Il federalismo-clava dal sud al nord.
Anche Umberto Ranieri, presidente del forum Progetto Mezzogiorno del Pd, intervenendo a Potenza ha ricordato come al sud “si è determinato un insostenibile divario tra l’esigenza da parte dei comuni di fornire servizi essenziali ai cittadini e le risorse che si vanno sempre più riducendo per tagli e riduzione dei trasferimenti ai comuni da parte del governo centrale. La legge Finanziaria del 2010 ha bloccato ogni forma di autonomia impositiva, ha tagliato le risorse per la sicurezza e per la scuola dell’obbligo e non ha restituito ai comuni quanto dovuto in seguito all’abolizione dell’Ici. Ecco perché occorre cambiare le politiche del governo verso le autonomie locali. Il Pd ritiene indispensabile la modifica degli obiettivi e delle regole del patto di stabilità per sostenere la spesa per investimenti, favorire politiche di coesione sociale e premiare i comuni virtuosi”.
E Ranieri vede nel federalismo “la sfida di un’occasione di autogoverno da parte delle popolazioni meridionali. La verità è che il governo su questo terreno si muove un modo confuso e pasticciato e c’è chi innalza la bandiera del federalismo solo per farne uno strumento di divisione del Paese. Contro questa linea di condotta del governo il Pd condurrà una forte battaglia”.

“Pretendiamo che la parola federalismo abbia una declinazione vera e non di propaganda, da attuare in un disegno che conserva l’unitá e la solidarietà nazionale”. afferma il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio. “Diversamente dalla Lega Nord, che fa il partito di governo a Roma e il partito di lotta in periferia, il Pd – afferma il sindaco reggiano- ha una faccia sola. Siamo amministratori responsabili nelle nostre cittá, spingendoci a colmare le lacune del governo quando colpiscono i cittadini, come nell’organizzazione dei rientri pomeridiani scolastici, ma continuiamo a pretendere che sia lo Stato a fare lo Stato, anche se amministrato da una forza politica diversa da noi”.
Delrio ricorda come il Pd propone “il sostegno ai piccoli Comuni, il reintegro del fondo per le politiche sociali”.
Anche Roberto Reggi, sindaco Pd di Piacenza, ultimo lembo di Emilia ai confini della Lombardia, dove la Lega ha superato il 20% denuncia la “schizofrenia” del Carroccio che protesta insieme ai sindaci Pd per i tagli ai municipi e poi a Roma “i tagli li vota tutti”.
A l’Unità Reggi racconta come “Venerdì qui a Piacenza i leghisti hanno fatto la buffonata delle crociate, con le croci e gli spadoni, mancava solo lo scolapasta in testa. Ecco, allora io sto pensando di andare oggi a manifestare a Bologna con lo scolapasta in testa, magari così qualcuno si accorge dei nostri argomenti…”.

“Ma insomma”, protesta Reggi, “qui da noi un terzo della forza lavoro tra i 25 e i 35 anni è composta da stranieri: se sparissero in un colpo non potremmo più produrre e pagare le pensioni, questa è la verità”. E il Pd che deve fare? “Dobbiamo continuare a lavorare pazientemente sull’integrazione, ma fare qualcosa sulla comunicazione, trovare slogan efficaci come i loro ma in positivo: se la Lega tira fuori il peggio che c’è in ognuno di noi noi dobbiamo tirare fuori il meglio e ce la possiamo fare, perché abbiamo tanti amministratori capaci di fare integrazione e di avere la mano ferma con chi arriva per delinquere…”.

E le proposte? “Vogliamo che il governo restituisca i 350 milioni dell’Ici 2008 che ancora non ci sono e i 200 milioni per il sostegno per anziani e disabili”. Spiega Reggi: “Noi Comuni stiamo contribuendo in modo rilevante alla riduzione della spesa pubblica, con centinaia di milioni di risparmi, a differenza delle Regioni e dei ministeri. E invece l’accanimento è tutto su di noi, e ci sta affamando. Ma poi i cittadini, quando mancano i servizi sociali, vengono a chiedere conto ai sindaci. Vogliamo fare pressione sul governo perché sblocchi le risorse che ci spettano”.

Anche Claudio Martini, presidente del Forum Politiche Locali, chiede di modificare il patto di stabilità “senza venir meno al rigore finanziario e attuando una strategia di sviluppo reale”.

Martini ha partecipato oggi a Perugia ad un seminario del Pd dove è stata presentata la proposta di legge di iniziativa popolare per chiedere l’attuazione del federalismo fiscale. Nel suo intervento Martini ha ricordato che “il peggio della crisi deve ancora arrivare e per questo – ha detto – c’è bisogno di fiducia su una ripresa vera. Il Pd – ha spiegato l’ ex presidente della Regione Toscana – non chiede l’abolizione del patto di stabilitá interno, ma una sua “rimodulazione” che possa aiutare l’ economia, sostenere investimenti e favorire politiche di coesione sociale. Molti investimenti sono fermi proprio a causa del patto. Tutto ciò nel momento in cui il governo centrale si appresta a nuovi tagli con una manovra finanziaria pesante per fare fronte ad una crisi che ha sempre negato. Intanto – ha concluso – il governo continua nel suo rapporto con gli enti locali a dimostrarsi centralista ed accentratore, pur portando avanti una propaganda sul federalismo fiscale che fino ad ora ha nei fatti ben poco di chiaro”.

Ma.Lau.

"La Scuola media azzoppata" di Pippo Frisone

Il primo colpo di machete inferto agli organici della scuola media è stato dato dall’introduzione dei nuovi ordinamenti e dalla conseguente formazione delle cattedre sia sul tempo normale sia sul tempo prolungato. Nel 2009/10, primo anno del triennio, vennero tenute fuori dai tagli le attuali classi terze a tempo prolungato che mantennero per continuità le cattedre col vecchio ordinamento. Nell’anno in corso 2009/10 i posti in organico nella provincia di Milano furono tagliati brutalmente di -690 unità , passando a 7.540 Per il 2010/11, dei 407 posti tagliati alle medie della Lombardia ben, 178 sono stati eliminati su Milano.

Il criterio adottato dall’USR , basato sul rapporto alunni/posti, come per la primaria, ha riproposto lo stesso squilibrio: Con 1.567 alunni in più ( 37,9%) e un organico pari al 38,4% di quello regionale, i tagli alle medie di Milano ammontano al 43,7% del totale regionale. Il tempo prolungato si attesta attorno al 38% delle classi con una tendenza in calo. Sono 28 le classi prime a T.P. in meno rispetto al 2009/10, mentre sono 84 le classi seconde in più, e 22 le classi terze in meno. Le classi a tempo normale, di conseguenza, registrano un forte incremento nelle prime con +56, per calare nelle seconde a -86 mentre le terze tornano a salire a+70.

Il rischio di trovarsi in esubero anche quest’anno interesserà soprattutto le cattedre di Tecnologia ed Educazione Fisica. Spetterà ancora una volta all’Usp di Milano tentare di salvare il maggior numero di soprannumerari che si determineranno coi 154 tagli in organico di diritto, avendo spostato 24 tagli sull’organico di fatto, dopo un’intesa con le OO.SS. Ma i tagli effettivi sono ben più consistenti dei 178 decisi dall’USR.

Basti pensare che mettendo assieme tutti gli spezzoni orari, il sistema informatico è riuscito a ricomporre 778 cattedre orario esterne. In realtà quelli abbinabili con criteri di raggiungibilità in non più di 2 comuni e non più di 3 scuole e quindi utilizzabili, sono circa 340. Tali cattedre orario saranno mantenute a salvaguardia dei docenti titolari perdenti posto fino a copertura della dotazione organica di diritto assegnata pari a 7.386 posti . Le restanti cattedre orario, come in passato, verranno smontate e ricondotte in O.D. a spezzoni orario e quindi non computabili come posti interi.

Non potendoli cancellare in quanto ore curricolari d’insegnamento, gli spezzoni saranno destinati per la maggior parte al personale precario che a causa di questi tagli vedrà fortemente ridurre il proprio livello occupazionale. Come lo scorso anno, sono i precari quelli maggiormente colpiti ma non solo. In una scuola media azzoppata , stretta nei tagli, che non riesce nemmeno a potenziare l’Inglese né a garantire alcun prolungamento del tempo scuola richiesto fino a 40h, che da anni non apre più nuovi corsi d’orientamento musicale , ridotta sempre più ad essere un contenitore di passaggio , tra qualche anno saranno anche gli studenti a pagarla.

Più classi assegnati ai docenti , meno ore curriculari nelle classi, abolizione delle compresenze. Questa la nuova scuola media voluta dalla Gelmini.

O la media, piaccia o non piaccia questa “riforma”, saprà trovare, al di là dei tagli, una nuova identità e una nuova “mission” per uscire dalla crisi in cui versa o sarà destinata a rimanere un prolungamento della primaria, con minori riconoscimenti ma senza alcun ancoraggio e collegamento con la secondaria superiore .

da ScuolaOggi 17.05.10

Afghanistan: cordoglio da tutti i deputati del PD

“A nome di tutti i deputati del gruppo del Pd esprimo profondo cordoglio per i nostri soldati caduti oggi in un attentato terroristico a Herat. Davanti a questo nuovo, vile attacco sono convinto che tutto il paese si stringerà attorno ai nostri soldati e al loro coraggio. Siamo vicini alle loro famiglie cui voglio esprimere tutta la nostra vicinanza e affetto. Infine rivolgo un pensiero di riconoscenza e incoraggiamento a tutti i militari che stanno operando nell’area con grande responsabilità e professionalità”. Dichiarazione on.le Dario Franceschini, presidente dei deputati Pd

******

“Un abbraccio ai familiari di Alessandro Di Lisio deceduto oggi in Afghanistan, solidarietà e vicinanza ai militari rimasti feriti con l’augurio che possano rimettersi presto”. Lo dice Marina Sereni, vicepresidente dei deputati PD. “In attesa che il governo venga presto a chiarire le modalità dell’agguato nell’area di Farah che ha preso di mira una pattuglia di paracadutisti della Folgore e del primo reggimento Bersaglieri, voglio innanzitutto esprimere la nostra più convinta solidarietà e vicinanza a tutti i militari italiani impegnati in Afghanistan”. “La situazione in quel Paese è difficilissima – aggiunge Sereni – e la transizione verso la democrazia e la sicurezza sarà ancora lunga. Abbiamo sempre sostenuto e sosteniamo la missione internazionale che vede impiegati anche i nostri militari e ribadiamo al tempo stesso la necessità che sia intensificato ogni sforzo sul piano economico, politico e umanitario affinché i gruppi armati e terroristici vengano isolati, affinché la comunità internazionale persegua con maggiore determinazione una politica di stabilizzazione che guardi all’intera regione, e affinché la popolazione e le istituzioni afghane possano diventare protagoniste del futuro di quel Paese”. “In questo senso auspichiamo che il Governo italiano riveda in maniera significativa gli impegni finanziari per la componente civile e di cooperazione umanitaria della nostra missione”.

Università, il Pd solidale con la protesta dei ricercatori

Anche i ricercatori dell’Università di Modena e Reggio Emilia hanno annunciato la volontà di sospendere le attività didattiche contro il disegno di legge della Gelmini e domani occuperanno simbolicamente il Rettorato. A loro va la solidarietà dell’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, che ha rilasciato la seguente dichiarazione. «Le mobilitazioni annunciate dai ricercatori sono del tutto condivisibili. Il disegno di legge non offre prospettive di crescita al nostro sistema universitario e ai nostri ricercatori, costretti a ricoprire un ruolo ad esaurimento e privati di ogni aspirazione legittima di carriera accademica. Allo stesso modo si sbarra la strada ai tanti giovani di talento che attualmente svolgono attività di ricerca con contratti precari: per loro non resta che imboccare la via per l’estero.

Il governo ha detto chiaramente che non ci sono risorse per quest’anno e che vi saranno ulteriori tagli per 950 milioni per il prossimo, confermando una scelta miope e irresponsabile che impedisce ogni serio progetto di riforma dell’università. La situazione in cui si trovano gli atenei è a rischio di collasso e i dati forniti dal Governo confermano quanto dall’opposizione andiamo dicendo da mesi: il Fondo per il finanziamento ordinario delle Università, già decurtato di circa 300 milioni di euro dalla Finanziaria, quest’anno subirà nei fatti un’ulteriore diminuzione delle disponibilità pari al 2%.

La protesta dei ricercatori italiani e dell’Ateneo di Modena e Reggio Emilia non riguarda solo una categoria ma il futuro dell’intero Paese, perché se non investiamo in ricerca e sapere non riusciremo ad agganciare la ripresa. La riforma dell’università, se non vuole essere una dichiarazione di intenti, ha bisogno di investimenti, come stanno facendo gli altri Paesi europei, che pure come noi attraversano la crisi eppure investono in formazione superiore, ricerca e innovazione per permettere crescita e futuro ai giovani e al Paese».

"Ecco le manovre lacrime e sangue austerity obbligata per gli Stati", di Elena Polidori

Draghi e Trichet d´accordo: non c´è alcuna alternativa al risanamento dei conti. Una operazione a tenaglia sui conti pubblici di Eurolandia. L´ultimo venerdì nero delle Borse accelera la ricerca di soluzioni immediate per dare certezze ai mercati sul debito monstre dei Paesi. Così, coerentemente con gli impegni presi lo scorso week- end, quando s´è deciso il piano salva euro, i governi d´Europa stanno tutti cercando di varare manovre correttive dei propri bilanci, dilatati a dismisura dalla crisi. Ci prova l´Italia, con un piano preparato dal ministro Giulio Tremonti. La Grecia ha appena varato misure draconiane, in cambio di aiuti per 110 miliardi in tre anni. L´Irlanda anche. Spagna e Portogallo stanno rimboccandosi le maniche giusto in queste ore. Come pure la Francia. Perfino la Germania studia il modo per riportare i conti pubblici sotto controllo. Oggi a Bruxelles, al vertice dell´Eurogruppo, si tireranno le somme: esame dei vari piani di risanamento e austerity obbligata nell´intera Ue.
L´operazione-conti, scattata ovunque all´indomani del drammatico vertice al capezzale della moneta unica, è stata sollecitata dalla Bce. Anzi, in qualche maniera rappresenta l´altra faccia della cosiddetta «opzione nucleare», ovvero il contestato impegno della Banca centrale europea a comprare titoli pubblici e privati degli Stati più deboli e dunque più colpiti dalla speculazione. Non a caso in questi ultimi giorni le diverse autorità monetarie – dal francese Jean Claude Trichet al tedesco Axel Weber allo stesso governatore italiano Mario Draghi – hanno ribadito che «non c´è nessuna alternativa» al risanamento. Bisogna farlo e basta. Meglio se prima possibile. Perché è qui, nella voragine dei deficit e nel moloch del debito, che secondo gli esperti si colloca il tallone d´Achille del vecchio Continente. Ed è sempre qui, intorno a queste due variabili, che trova terreno fertile la speculazione. Più i conti non tornano, più è facile per gli speculatori scommettere contro questo o quel paese, mettendo a soqquadro i mercati e sfiancando l´euro. Naturalmente, come in tutte le cose, esiste il rovescio della medaglia: le cure da cavallo sono dolorose, mettono a repentaglio la ripresa. E soprattutto, pongono rischi sulla tenuta sociale dei paesi, come dimostrano le proteste con i morti e le bombe in Grecia. Quasi ovunque toccherà a statali e pensionati pagare il conto più salato della crisi.
Manovre da lacrime e sangue nell´intera Eurolandia, perciò. La Germania intende guidare questo processo: già domani, al vertice Eurogruppo, è intenzionata a proporre un piano per puntellare l´euro che passa attraverso un consolidamento dei conti di tutti i paesi di Eurolandia. Trichet suggerisce anche una sorveglianza reciproca della politica economica e finanziaria degli stati membri. Contemporaneamente, le autorità europee lavorano insieme per riformare il trattato di Maastricht e rendere più stringenti i vincoli di bilancio del domani, a cominciare da quelli base: deficit al 3% del Pil, debito al 60%. Oggi sono entrambe fuori linea, dappertutto. Guai a sforare, d´ora in avanti.
Eurolandia stringe la cinghia. Nella visione dei ministri Ue e della cancelliera tedesca in particolare, l´azione concentrica in difesa dell´euro decisa la scorsa domenica si può sostenere solo con l´arma del rigore, l´unica a cui i mercati sono sensibili. L´altalena delle Borse e i continui sobbalzi dell´euro lo impongono. Con l´austerity coordinata e la vigilanza reciproca bisogna però che i partner accettino anche di perdere un po´ di sovranità nazionale.
Angela Merkel, tra i leader Ue quella che ha fatto più resistenze ad aiutare la Grecia, ritiene che debbano essere i paesi più forti a guidare il cammino di rientro dei conti. Lei per prima ammette che la Germania ha vissuto per decenni al di sopra delle proprie possibilità e che dunque è arrivato il momento di risparmiare.

La Repubblica 17.05.10

******
Nel 2011 in pensione più tardi le “finestre” saranno dimezzate, di ROBERTO PETRINI

Piano del governo su anzianità e vecchiaia. Brunetta: piccola iattura. Resta sullo sfondo la possibilità di chiudere le uscite previdenziali fissate per luglio.
Dimezzamento delle “finestre” di uscita per la pensione di anzianità e per quella di vecchiaia nel 2011. E´ questa la soluzione tecnica allo studio del governo per recuperare ogni anno 1,6 miliardi. L´intervento sulle date di accesso alla pensione una volta maturati i requisiti, le cosiddette “finestre”, è stato confermato ieri dal ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta: «Il ritardo di qualche mese per chi aveva deciso di andare in pensione, è un sacrificio? Chiamiamola piccola iattura, ma non mi sembra una cosa insopportabile di fronte a tutto quello che sta succedendo in Europa e in giro per il mondo», ha dichiarato in una intervista.
Resta tuttavia aperta una ulteriore ipotesi, il cosiddetto “piano B”, che consiste nel blocco della “finestra” di uscita per le pensioni di anzianità già dal prossimo luglio con un risparmio immediato di 800 milioni.
Il sistema attualmente in vigore prevede due “finestre” di uscita all´anno per il trattamento di anzianità: gennaio e luglio. Dal prossimo anno, una delle due finestre sarà chiusa: dunque molti di coloro che hanno maturato i requisiti nel 2010 dovranno attendere in media sei mesi in più, durante i quali tuttavia matureranno ulteriori contributi. Secondo l´attuale scalettatura dell´età pensionabile, quest´anno ha diritto alla pensione chi totalizza “quota 95”, cioè la somma di età anagrafica e contributiva con un minimo di età di 59 anni.
Analogamente l´intervento per le pensioni di vecchiaia (65 anni di età per gli uomini) prevede di ridurre da quattro a due le finestre di uscita: dunque, invece di una ogni tre mesi, ce ne sarà una ogni sei. Di conseguenza i tempi di attesa si allungheranno con il riflesso di risparmi per i conti dello Stato. Le quattro finestre, che prima non esistevano, furono introdotte dalla riforma del precedente governo di centrosinistra proprio per rallentare le uscite: una norma prevedeva tuttavia la scadenza del provvedimento a fine 2011. Con l´occasione del rinnovo, il governo scenderebbe da 4 a 2 imprimendo una ulteriore stretta.
Confermato anche l´intervento sulle pensioni di invalidità civile. Si tratta di una misura strutturale: oggi le pensioni di invalidità sono 2,5 milioni, di queste due terzi prevedono l´indennità di accompagnamento e un terzo sono quelle ordinarie. Il boom delle indennità di accompagnamento, già oggetto di severi controlli, dipende dal fatto che possono essere erogate senza tenere conto del reddito. Per frenare questo fenomeno, e per avere i conseguenti risparmi, si introdurranno fasce di reddito.
Intanto la manovra dai 25 miliardi previsti sale a 27,6 miliardi. Nel menu spuntano la trasformazione dei Monopòli in “agenzia”, poi misure per facilitare la riscossione e trova infine conferma una sorta di sanatoria edilizia (sarà introdotta alla Camera). Si tratta di regolarizzare, a favore dei Comuni, circa 2 milioni di immobili censiti dall´Agenzia del Territorio ma non a posto sul piano catastale. Resta sempre in agguato la riapertura del concordato preventivo.

La Repubblica 17.05.10

******

Il governo delle spese folli ora dice: «tagli ai privilegi», di Bianca Di Giovanni

Mentre prepara sacrifici per i lavoratori, la Destra riscopre la casta. E via agli annunci: giù gli stipendi dei politici del 5%, giù quelli dei burosauri, via le auto blu, via i portaborse, via le prebende. È un profluvio di dichiarazioni: Roberto Calderoli (abilmente) ha dato il via. Ieri ha parlato il suo «capo» Umberto Bossi: taglieremo gli stipendi dei magistrati. La Lega invoca la Bastiglia, la presa del Palazzo, per placare il popolo padano che chiede meno tasse e avrà la stangata. Gli altri inseguono, e rilanciano. Daniela Santanchè chiede di ridurre le auto blu, Gianfranco Rotondi di rinunciare a tre mensilità. Il ministro Giulio Tremonti si tiene distante, e con toni quasi sacrali (una citazione in latino) annuncia che «tutte le voci in questi giorni in circolazione sulla manovra sono tanto confuse quanto confusionarie. Nessuna decisione è stata presa e le decisioni prese saranno comunicate nelle forme appropriate». Meno di niente. Ma quanto sono credibili questi novelli rigoristi, questi Robin Hood in salsa italiana, che lanciano anatemi dalle stanze del (loro) potere?

A parlare sono i fatti. Come quello che, ad esempio, ha portato alla nomina proprio della Santanchè a sottosegretario all’Attuazione del programma: incarico di dubbia necessità, visto che finora un ministro con quella delega (Rotondi) bastava e avanzava. Insieme alla politica con i tacchi a spillo è stata nominata un’altra donna sottosegretario, Laura Ravetto ai rapporti con il Parlamento. Altra poltrona non strettamente necessaria. Sta di fatto che in un sol colpo la spesa pubblica è aumentata di un milione l’anno. All’incirca quanto costano due alti magistrati della Corte di Cassazione. Per due poltrone inutili.

Ma queste non sono che le ultimissime perle. Fin dall’inizio il governo Berlusconi non ha fatto altro che alimentare l’idrovora pubblica. Il centrosinistra aveva tagliato i voli di Stato, il nuovo governo ha eliminato la norma. I voli sono triplicati. Così come sono triplicati i dipendenti della Protezione Civile, la cui ultima infornata a inizio anno ha visto entrare nei ruoli 150 persone senza concorso. Per non parlare della fitta rete di norme che il governo prodi, nella sua prima Finanziaria, aveva elaborato per comprimere gli stipendi e tutti gli emolumenti (anche le consulenze) pubblici. Il tetto per i dipendenti e per chi lavorava ad altro titolo per lo Stato non poteva superare i 350mila euro annui. Se si sforava, era prevista una multa pari a 10 volte la somma eccedente il tetto. I piani su collaborazioni e consulenze dovevano essere inviati preventivamente alla Corte dei Conti. I vincoli riguardavano i ministeri e tutte le aziende a capitale pubblico. Rai inclusa. Tant’è che per pagare il cachet di Pippo Baudo a Sanremo fu necessario un emendamento. Era resa obbligatoria la pubblicità e la trasparenza. Si prevedeva inoltre che il premier desse notizia degli andamenti di spesa alle Camere entro il 30 settembre.

Di tutto questo si è fatta tabula rasa. Un depotenziamento continuo, condito dai soliti slogan (come quelli di oggi) sui giornali. Renato Brunetta ha annunciato la sua cura «dimagrante» centinaia di volte: oggi si scopre che bisognerà forse congelare i rinnovi contrattuali. A cosa è servita la sua roboante riforma? Il ministro Tremonti ha invocato il rigore a chiunque chiedesse un accenno di politica economica. Oggi si scopre (sui giornali, gli addetti ai lavori lo sapevano anche prima) che c’è bisogno di una cura da cavallo per rispettare i vincoli europei. «È l’Europa che ce la chiede», spiega Bossi ai soliti padani. Come dire: noi non c’entriamo. Dove sono stati finora?

L’Unità 17.05.10