Latest Posts

"Azione civica contro il bavaglio", di Stefano Rodotà

NESSUN sistema democratico, per malandato che sia, può fare a meno di una opinione pubblica informata, consapevole, reattiva. Altrimenti si scivola verso la democrazia d’investitura, si trasforma il popolo in “carne da sondaggio”. E torna d´attualità la critica di Jean-Jacques Rousseau: «Il popolo inglese crede d´essere libero, s´inganna, non lo è che durante l´elezione dei membri del Parlamento; non appena questi sono stati eletti, esso diventa schiavo, non è più nulla». Dobbiamo malinconicamente constatare che nell´Italia di oggi anche quella libertà elettorale è stata sequestrata, visto che la “legge porcata” ha trasferito alle oligarchie dei partiti quella scelta dei parlamentari che dovrebbe essere nelle mani degli elettori?
A temperare questo pessimismo sono intervenuti nelle ultime settimane alcuni fatti che mostrano un risveglio dell´opinione pubblica e i nuovi modi in cui essa si organizza e si manifesta. Decine di migliaia di persone sostengono un appello contro “la legge bavaglio” su intercettazioni e divieto di pubblicazione di atti giudiziari. In poco più di tre settimane si è vicini al traguardo del mezzo milione di firme necessarie per il referendum sull´acqua come bene comune. Le dimissioni del ministro Scajola non sarebbero venute senza una reazione popolare, così forte che qualche giornale ha dichiarato d´aver abbandonato la difesa del ministro tante erano state le proteste dei lettori. Ed è significativo che un uomo con orecchio assai sensibile ai rumori provenienti dalla società, Silvio Berlusconi, abbia mutato strategia e dichiari che non vi sarà «nessuna indulgenza e impunità per chi ha sbagliato», senza trincerarsi dietro l´abituale argomento dell´aggressione giudiziaria e del complotto mediatico. Questi fatti suggeriscono quattro considerazioni di carattere generale.
1) Improvvisamente è stata riscoperta la responsabilità politica. Era scomparsa da decenni, con l´argomento che i politici dovevano farsi da parte solo quando sul loro conto vi fosse stato un accertamento giudiziario, possibilmente definitivo. Questo era diventato lo scudo protettivo di schiere di politici. Proprio il caso Scajola, invece, ha messo in evidenza che esistono comportamenti che, pur non avendo rilevanza penale, sono incompatibili con funzioni pubbliche. Conclusione ovvia in altri paesi, ma che in Italia aveva guadagnato l´accusa di moralismo a chi la ricordava e aveva spinto ad arrampicarsi sugli specchi con distinzioni tra reato e peccato. Ora le cose sembrano tornate ad essere chiare. La responsabilità politica è diversa da quella penale, e dovrebbe essere interesse proprio del ceto politico farla valere, per riguadagnare credito presso l´opinione pubblica e non lasciare alla magistratura il ruolo di giudice unico della legittimità della politica.
2) Per evitare, però, che il caso Scajola rimanga una eccezione, è indispensabile salvaguardare le condizioni che hanno reso possibile il ritorno della responsabilità politica: la trasparenza, l´informazione libera. Non ripeteremo mai abbastanza che nulla si sarebbe saputo delle fortune immobiliari di Scajola se fosse stata in vigore la legge che la maggioranza vuol fare approvare. Di questo è divenuta consapevole una opinione pubblica larga, che aderisce ad appelli, si organizza in rete, si manifesta nelle posizioni di magistrati, giornalisti, editori. E questa reazione mette in luce la contraddizione in cui s´impigliano maggioranza e Berlusconi: si parla di una legge anticorruzione e si proclama la tolleranza zero contro i corrotti, ma poi si fa esattamente l´opposto, rendendo impossibile la conoscenza di tutto quel che riguarda le inchieste giudiziarie per un tempo così lungo che sterilizzerebbe ogni anticorpo democratico. A proposito di una vicenda ancora oscura sulla quale ha richiamato l´attenzione il Presidente della Repubblica, l´abbattimento nel 1970 di un aereo civile sopra Ustica, si è calcolato che, con la legge in discussione, sarebbe stato lecito pubblicare le notizie solo nel 2000, trent´anni dopo, rendendo così impossibile anche l´impulso alle indagini venuto dall´opinione pubblica. Bisogna aggiungere che, discutendo della legge, si devono considerare due questioni diverse, ma collegate: i limiti al potere d´indagine della magistratura e il divieto radicale di informare i cittadini. Infatti, anche se alla magistratura fossero restituite tutte o quasi le possibilità di ricorrere alle intercettazioni, questo sarebbe un successo solo parziale, e per certi versi ingannevole, se poi l´opinione pubblica rimanesse condannata all´ignoranza.
3) Lo straordinario successo della raccolta delle firme per il referendum sull´acqua dovrebbe insegnare molto sul modo in cui si può costruire l´agenda politica. È affidata solo alle prepotenze della maggioranza e alle esitazioni dell´opposizione? Si risolve tutta nello spazio mediatico? O può essere anche il risultato di iniziative dei cittadini? La vicenda referendaria consente di rispondere in modo affermativo a quest´ultima domanda. Fino a ieri dell´acqua si discuteva, se ne occupavano benemeriti parlamentari, ma la politica era sostanzialmente disattenta, ignorava una legge d´iniziativa popolare firmata da quattrocentomila persone e venivano approvate norme senza una vera discussione pubblica. È bastato l´annuncio del referendum perché questo panorama cambiasse, non solo creando una grande mobilitazione, ma anche suscitando discussioni sui rischi del referendum e sulla necessità di seguire piuttosto la via parlamentare. Nell´agenda politica è comparso il tema, ineludibile, dell´acqua. Se senatori e deputati pensano che la via parlamentare sia la migliore, possono percorrerla e hanno tempo fino alla primavera del 2011, epoca in cui si dovrebbe andare a votare sul referendum. Ma sono stati i cittadini a dettare i tempi, e alle loro indicazioni i parlamentari non possono sottrarsi.
4) Grandi temi sono davanti a noi. La conoscenza come bene comune, l´acqua (e non solo) come bene comune. Qui le persone mostrano consapevolezza maggiore del ceto politico. E qui nasce una serie di domande. È necessario trovare forme di collegamento che consentano ad un´opinione pubblica avvertita di dare continuità alle sue iniziative grazie alle opportunità offerte da Internet? Sta nascendo un sistema di comunicazione che, sia pure in forme ancora deboli, può cominciare a riequilibrare la prepotenza di un sistema televisivo che Berlusconi occupa militarmente nei momenti decisivi della vita politica? Le iniziative di questi giorni e il caso di Raiperunanotte, la trasmissione organizzata da Santoro nel silenzio elettorale, non sono esempi su cui ragionare? Non dice nulla lo sbarco di Berlusconi su Facebook, segno evidente che sulle reti sociali comincia a giocarsi una partita politica decisiva? Si può ignorare che il Trattato di Lisbona mette a disposizione dei cittadini europei un potere d´iniziativa collettiva che potrà essere sfruttato in pieno solo predisponendo strumenti adeguati? A queste domande si risponde ragionando, ma soprattutto con iniziative permanenti di azione civica.

La Repubblica 17.05.10

******

“Intercettazioni, 90 mila no alla legge-bavaglio” , di Liana Milella

Scalfari: inevitabile la mancata firma di Mondadori. Oggi al Senato inizia l´esame del ddl. Non la vogliono né i magistrati, né i giornalisti, né gli editori, ma neppure migliaia di cittadini sul web. Toccano quota 90mila le firme all´appello di Stefano Rodotà contro la riforma delle intercettazioni per cui da stasera, in una seduta notturna del tutto straordinaria della commissione Giustizia del Senato, la maggioranza tenta il rush finale. Con l´obiettivo di chiudere la discussione per giovedì e portare il testo in aula tra una settimana, non appena saranno stati approvati i molti decreti legge in attesa.
La pagina di Facebook «Libertà è partecipazione informata», dove c´è l´appello, è tra le più cliccate e aumentano di continuo le adesioni e i commenti contro il ddl Alfano. Come questo: «Si cerca di far credere alla gente che sia un provvedimento che tuteli tutti i cittadini, che ne rispetti la privacy. Ma sorge spontaneo il dubbio che riguardi solo la cricca». Basti pensare alla denuncia del gip di Firenze Rosario Lupo: «Con questa legge non ci sarebbe stata l´inchiesta sugli appalti del G8». Si annunciano le prime manifestazioni pubbliche: un sit-in alla Rai il 21 maggio. E tre giorni dopo la convocazione degli «Stati generali per l´informazione libera» sotto lo slogan «prepariamoci a dare libero sfogo alla nostra creatività».
Dal web a Torino, al Salone del libro, dove da sabato è partito un nuovo appello contro il lungo e unico articolo che trasforma le intercettazioni da ordinario mezzo di prova contro i delitti in uno strumento straordinario, che si potrà utilizzare con il contagocce, dribblando tra ostacoli insormontabili come la durata: solo in casi eccezionali si potrà tenere un telefono sotto controllo fino a 75 giorni. Dice Stefano Mauri, presidente del gruppo Gems e degli editori di varia dell´Aie, autore con Giuseppe Laterza del testo dell´appello: «Sono arrivate le adesioni di Nottetempo, Zanichelli, Neri Pozza, Codice Edizioni, ma tutti vogliono firmare e lo potranno fare sul sito di Laterza. Mi aspetto che destra e sinistra si rendano conto che è bene che i cittadini siano informati sulle iniziative dei magistrati e sulla fondatezza o meno delle smentite dei politici». Aggiunge Lorenzo Fazio, direttore editoriale di Chiarelettere: «Questo ddl si aggancia alla legge 231, che regola i rapporti aziendali e costringe dirigenti, imprenditori e direttori a vigilare. Le multe per chi pubblica testi di intercettazioni arrivano a 465 mila euro. E´ una forma di censura molto furba».
Dopo la mancata firma della Mondadori e di Einaudi all´appello dice da Torino il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari: «Era assolutamente inevitabile. Questo appello è stato molto importante. Io faccio parte di quelli che lo hanno firmato, ma riconosco che sia Mondadori che Einaudi non erano tenuti a farlo». E dai vertici della Mondadori filtra un´indiscrezione a proposito dell´appello che è stato commentato così: «E solo un´operazione di marketing editoriale».

La Repubblica 17.05.10

L'evasione sale del 6,7% nei primi quattro mesi dell'anno

Nei primi quattro mesi del 2010 l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 6,7 per cento. Lo ha affermato Vittorio Carlomagno, presidente di Contribuenti.it Associazione Contribuenti Italiani. «In termini di imposte sottratte all’erario», si legge in una nota, «siamo nell’ordine dei 156 miliardi di euro l’anno. È la stima calcolata da KRLS Network of Business Ethics per conto di Contribuenti.it. Cinque sono le aree di evasione fiscale analizzate: economia sommersa, economia criminale, società di capitali, «big company» e lavoratori autonomi e piccole imprese. L’economia sommersa sottrae al fisco italiano un imponibile di circa 135 miliardi di euro l’anno». I lavoratori in nero sono circa 2,4 milioni, di cui 850.000 sono dipendenti che fanno il secondo o il terzo lavoro. Si stima un’evasione d’imposta pari a 34 miliardi di euro.

«Per l’economia criminale realizzata dalle grandi organizzazioni mafiose che, in almeno quattro regioni del Mezzogiorno, controllano buona parte del territorio, si stima che il giro di affari non «contabilizzato» si attesta sui 178 miliardi di euro l’anno, pari a un’imposta evasa di 63 miliardi di euro. Per le società di capitali, escluse le grandi imprese, è emerso che l’81% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi (53%) o meno di 10mila euro (28%). In pratica su un totale di circa 800.000 società di capitali operative l’81% non versa le imposte dovute. Si stima un’evasione fiscale attorno ai 18 miliardi di euro l’anno.

Per le big company, una su tre ha chiuso il bilancio in perdita e non pagando le tasse. Inoltre il 94% abusano del «transfer pricing» per spostare costi e ricavi tra le società del gruppo trasferendo fittiziamente la tassazione nei paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali sottraendo al fisco italiano 31 miliardi di euro. I lavoratori autonomi e le piccole imprese sottraggono all’erario circa 10 miliardi di euro l’anno.

In testa ad aprile 2010 tra le regioni, dove sono aumentati numericamente gli evasori fiscali, risulta la Lombardia, con +10,1%. Secondo e terzo posto spettano rispettivamente al Veneto con + 9,2% e alla Campania +8,0%. A seguire la Valle d’Aosta con +7,3%, il Lazio con +7,1%, la Liguria con +6,3%, l’Emilia Romagna con +6,1%, la Toscana con +5,4%, il Piemonte con +5,2%, le Marche con +5,0%, la Puglia con +4,5%, la Sicilia con +4,5% e l’Umbria con +4,4%».

Per combattere l’evasione fiscale, afferma Carlomagno, «bisogna riformare il fisco italiano introducendo la tax compliance, seguendo ciò che avviene nei principali paesi europei che hanno ridotto le aliquote fiscali, migliorato la qualità dei servizi pubblici e soprattutto eliminato gli sprechi di denaro pubblico.

Il Sole 24 Ore 17.05.10

Protesta sui tagli al tempo pieno. Gelmini: "Falso, ci sono più classi", di Salvo Intravaia

Da Milano a Trapani, passando per Firenze e Roma, l’anno prossimo spariranno centinaia di classi con orario pomeridiano. Cittadini e amministratori si mobilitano, ma per la Gelmini le critiche sono strumentali.
Tempo pieno in calo per gli alunni in entrata alle elementari e fioccano le proteste dei genitori. Ma il ministero rilancia. “Aumenta il tempo pieno nella scuola elementare: per il secondo anno consecutivo, grazie all’introduzione del maestro unico e all’abolizione delle compresenze, si è registrato un aumento complessivo di 2.958 classi a tempo pieno e aumentano gli alunni che potranno usufruire di questo quadro orario”. Ma, allora, perché i genitori protestano? Dopo il boom di lezioni pomeridiane nelle classi iniziali della primaria di quest’anno, le famiglie si erano illuse che la cuccagna potesse continuare anche il prossimo anno. Ma non sarà così. Da Milano a Roma, passando per Firenze, le proteste sono vibranti.

A Milano per effetto della trasformazione d’ufficio di 150 classi prime a tempo normale (con lezioni in orario antimeridiano) quasi 3 mila bambini dovranno essere esclusi dal prolungamento delle lezioni fino alle 16. Anche nella Capitale i genitori sono in agitazione. I primi istituti ad organizzare la protesta sono state le scuole elementari Principe di Piemonte e Leonardo da Vinci, alle quali l’Ufficio scolastico provinciale (l’ex provveditorato agli studi) ha assegnato per il prossimo anno soltanto quattro classi prime a tempo pieno, anziché sei. E il comitato di protesta ha deciso per l’occupazione simbolica dei locali scolastici. Sempre a Roma, la protesta ha coinvolto il Circolo Iqbal Masih, dove una delegazioni di genitori si è incatenata davanti il provveditorato e, il giorno dopo, ha presidiato la scuola.

Sulle proteste romane nei giorni scorsi è intervenuta anche la ministra, Mariastella Gelmini, che ha definito “strumentali” le manifestazioni dei genitori. Stesso copione a Firenze e provincia, dove a guidare la protesta sono gli assessori alla Pubblica istruzione dei piccoli comuni. Dopo aver visionato le tabelle del personale per il prossimo anno, dieci assessori alla Scuola (Bagno a Ripoli, Barberino Val d’Elsa, Figline Valdarno, Greve in Chianti, Impruneta, Incisa Valdarno, Reggello, Rignano sull’Arno, San Casciano in Val di Pesa, Tavarnelle Val di Pesa) hanno deciso di chiedere l’aiuto dei genitori. “Protestate insieme a noi contro lo Stato latitante”, chiedono a mamme e papà.

Anche a Firenze c’è preoccupazione per il futuro. L’allarme è stato lanciato nei giorni scorso dall’assessore all’Educazione, Rosa Maria Di Giorgi. Saranno infatti 600 i bambini che restano fuori dal tempo pieno. Dopo il boom (più mille e 500 classi) di prime classi a tempo pieno dell’anno in corso, le famiglie si aspettavano che il servizio si stabilizzasse. Ma evidentemente non sarà così. Dopo quelli dell’anno scorso, i tagli agli organici previsti anche per il prossimo mese di settembre continueranno a rastrellare ore di “compresenza” alla scuola elementare e sarà difficile mantenere le prime classi a tempo pieno attivate quest’anno.

Basta dare un’occhiata ai dati del prossimo anno per rendersene conto. A Milano funzionano attualmente 1.466 prime a tempo pieno, a settembre ce ne saranno 1.312: 154 in meno. Stesso discorso a Torino, che passa da 597 a 515 prime a tempo pieno, e a Roma, che avrà 97 prime in meno a tempo pieno di quest’anno. La protesta è all’inizio, perché solo in questi giorni i sindacati stanno prendendo visione dei tagli che interesseranno le varie province nel 2010/2011. A Sassari da 94 prime “long time” si passerà 84. E in Sicilia la situazione appare ancora più critica: a Trapani quest’anno sono state attivate 30 prime a tempo pieno, che diventeranno 3 a settembre.

Ma la Gelmini non ci sta. “Anche quest’anno – dichiara – siamo riusciti ad aumentare il numero delle classi nelle quali sarà attivato il tempo pieno. Nonostante le polemiche strumentali che sono state sollevate su questo tema, in due anni, anche grazie all’introduzione del maestro unico prevalente, sono state attivate quasi 3mila classi in più. E’ un altro impegno che il governo ha mantenuto. Un risultato concreto che dimostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti delle famiglie e delle loro esigenze”.

La Repubblica 16.05.10

******

“Tempo pieno, nuove proteste”, di ANNA MARIA SERSALE
ROMA – «Alle elementari per il prossimo anno ci sarà l’aumento del tempo pieno», parola di ministro. Le rassicurazioni non placano la protesta delle famiglie, che dagli istituti ricevono docce gelate perché le classi “long time” saranno «ridotte a causa dei tagli». «Roma è una delle città più colpite – affermano i sindacati Confederali che stanno esaminando i dati relativi al 2010-2011 -. Insieme a Roma, che si vede sottrarre 97 prime a tempo pieno, sono in calo Milano, attualmente ha 1.466 prime a tempo pieno, a settembre ne avrà soltanto 1.312, ossia 154 in meno. Stesso discorso a Torino, che passa da 597 a 515. In Sicilia la situazione appare ancora più critica: a Trapani ci sono 30 prime a tempo pieno, l’anno prossimo rischiano di ridursi a tre”.
Secondo il ministro quelle dei genitori sono «polemiche strumentali». E Viale Trastevere snocciola una serie di dati: «Dal 2010-2011 saranno attivate nella scuola primaria 782 classi a tempo pieno in più per un totale di 37.275 classi. Per il secondo anno consecutivo aumentano gli alunni che potranno usufruire di questo quadro orario. Nel 2009-2010, infatti, sono state attivate 2.176 classi a tempo pieno in più rispetto all’anno scolastico 2008-2009. Significa che negli ultimi due anni, grazie all’introduzione del maestro unico e all’abolizione delle compresenze, si è registrato un aumento di 2.958 classi a tempo pieno. L’anno prossimo l’aumento riguarderà tutte le regioni italiane. Gli incrementi maggiori si verificheranno in: Puglia (+233 classi), Lombardia (+162), Sardegna (+150) e Veneto (+113). «A conti fatti, sono state attivate quasi 3 mila classi a tempo pieno in più – afferma il ministro Gelmini – anche grazie all’introduzione del maestro unico prevalente». A Roma e in altre città i genitori si preparano a manifestare. Tra i capofila della protesta ci sono i genitori e gli insegnanti della scuola elementare romana Iqbal Masih. «La verità è che il prossimo anno scolastico nella capitale 72 scuole a tempo pieno si troveranno a fare i conti con un organico ridotto – sostiene il Coordinamento “Non rubateci il futuro” della scuola Iqbal Masih – La scelta del ministero di ridurre di due o tre unità il numero di docenti in ogni scuola a tempo pieno con più di 20 classi farà sì che l’orario di 40 ore verrà coperto con spezzoni di orario dei docenti di tutte le classi con tante figure che ruotano intorno ai ragazzini. Sul piede di guerra anche le elementari Principe di Piemonte e Leonardo da Vinci, alle quali l’Ufficio scolastico provinciale (l’ex provveditorato agli studi) ha assegnato per il prossimo anno soltanto 4 prime a tempo pieno. Anche a Firenze c’è preoccupazione per il futuro. L’allarme è stato lanciato nei giorni scorso dall’assessore all’Educazione, Rosa Maria Di Giorgi: «Seicento i bambini che restano fuori dal tempo pieno

Il Messaggero 17.05.10

"Perugia-Assisi, al via la Marcia della pace. Flavio Lotti: facciamo camminare le parole, il lavoro al centro della politica", di Paola Natalicchio

Ponte san Giovanni e’ una frazione di Perugia. Frazione fino a un certo punto. Per chi ci viene in macchina, magari. I camminatori della pace, in viaggio stamattina dalla Perugia di Aldo Capitini alla Assisi di San Francesco fanno qui la loro prima tappa e invadono il minuscolo corso dopo un’ora e mezzo di marcia arcobaleno. La pioggia va e viene ma non cambia una virgola di questa giornata speciale. Ventiquattro chilometri tutti d’un fiato che si ripetono per la diciottesima volta. La prima fu oltre cinquantanni fa: Capitini, filosofo antifascista padre del liberalsocialismo, la organizzo’ coraggiosamente insiemea un gruppo di intellettuali tra cui Norberto Bobbio, Ernesto Rossi, Italo Calvino e Renato Guttuso.

Allora erano in trentamila e si sgolavano contro l’incubo nucleare agitato dalla guerra fredda e dallo scontro frontale tra blocchi contrapposti. Oggi i maratoneti della pace partiti dai giardini del Frontone di Perugia si fa fatica a contarli. Cosi’ come a seguirli. Riprendere la testa del corteo se si e’ partiti dalla coda e’ impossibile, ma la voce di Flavio Lotti, il coordinatore della Tavola per la pace, che anche quest’anno ha organizzato la marcia, arrivano forte dagli altoparlanti che spuntano dappertutto sulle mura del centro storico: “Per favore, alla fine di questa giornata, non raccontate di questa marcia come di una bella passeggiata in Umbria. Siamo qui per far camminare le parole, rimettere al centro della politica i diritti umani, la giustizia, la nonviolenza. E il diritto al lavoro, in un paese in cui ancora si muore per difenderlo, come e’ successo all’infermiera napoletana, pochi giorni fa”.

La testa del corteo parte: strada spianata da un simbolico caterpillar. Un esercito di scout pugliesi mescolati a liceali di Verona, giovani comunisti lombardi e militanti di Libera dalla Sicilia. Le bandiere gialle di Amnesty e i militanti della Cisl e della Cigl a volantinare insieme, i sindaci di provincia con il tricolore sulla pancia. Signore con la borsa e il foulard e ragazzi con la chitarra, ciclisti con le maglie fluorescenti e boy scout con i calzettoni tirati e il cappello di Indiana Jones. Bambini, dappertutto: canticchiano, scartano merendine sotto i berretti con la visiera e corrono tra i migranti nordafricani che vendono libri e magliette. I politici si confondono a testa bassa nella mischia, finalmente invisibili, assonnati e umani. Bersani arriva puntuale, in scarpe da trekking, pantaloni color sabbia, maglioncino blu e sigaro spento tra le labbra.

Sorride tra i ragazzi, non riesce a passare dall’altra parte perche’ servirebbe l’elicottero e ci rinuncia tranquillo, chiacchierando con i giovani e facendo foto tra nonni e nipoti. Nichi Vendola raccoglie firme per l’acqua pubblica insieme ai militanti del suo partito, quasi nascosto nel gazebo. La gente passa, scatta foto, indica col dito. Lui risponde con la mano, defilato e gentile. Tra le bandiere dei verdi sbuca Angelo Bonelli, in vestito elegante grigio scuro. Nessuno pontifica e se non fsse per i giornalisti che incalzano sarebbe domenica anche per le polemiche du Cosentino e Bertolaso, la casa di Scajola e gli affari di Anemone. Si mordono crackers, ogni tanto si canta, si chiama a casa per dire che la pioggia ha smesso e crampi ancora non se ne sentono. Nel frattempo si incontrano posti difficili da scovare anche sulle cartine.

A Ferriera i volontari distribuiscono biscotti e ovetti di cioccolato e i ragazzi del posto vendono un pane e salame a offerta libera che va a ruba. A Ospedalicchio, tra i papaveri a bordostrada e una fabbrica di trattori arancioni giganti, i primi gruppi si arrendono e si consolano addentando tramezzini e bevendo vino. I cartelloni azzurri indicano finalmente Assisi. Mancano 9 chilometri, adesso, mentre dalle finestre delle case si sente odore di ragu’ e carne alla brace e un gruppo di ragazzi di Roma appoggia l’orecchio sulla radio e aspetta, marciando, la cronaca dagli stadi dell’ultima di campionato. Non c’e’ fretta, non c’e’ rabbia in eccesso, niente ansia di arrivare in orario. I dialetti si mescolano e la rocca di San Francesco si inizia a intravedere tra i sorrisi e le smorfie di stanchezza, in fondo alla valle.

Intanto, sulla strada per Basta Umbria, davanti al parcheggio di un grande ipermercato, seduto su una sedia di legno – una mela rossa in una mano, un fiore bianco nell’altra – prende fiato padre Alex Zanotelli. Immancabile, nella sua canotta colorata, i piedi grandi nei sandali di cuoio, un sorriso per tutti i ragazzi che lo abbracciano come se racchiudesse in sé tutto quello per cui si marcia, la vera notizia notizia sarebbe stata non vederlo da queste parti. E invece eccolo, a ripetere a tutti l’attualità del pacifismo e della nonviolenza attiva divulgati e predicati da Aldo Capitini. “Siamo in un paese che spende 24 miliardi di euro di bilancio difesa. È uno scandalo, se pensiamo che poi non si trovano i soldi per le politiche che servono, come quelle sulla sanità”. Padre Alex incalza: “Non avremo pace se non ripensiamo al nostro stile di vita, in Italia e nel mondo. Il 20% della popolazione divora l’80% delle risorse. È questo che determina la guerra tra i ricchi e i poveri. E in questo senso la battaglia per l’acqua pubblica è una battaglia per la pace. Essere arrivati a pensare di privatizzare l’acqua significa aver perso ogni forma di cultura e civiltà. Se l’acqua verrà privatizzata avremo 100 milioni di poveri che moriranno di sete. Ecco perché marciare per la pace quest’anno significa marciare per la vita”.

A Bastia Umbra riprende il diluvio. Davanti alla chiesa della piazza centrale i ragazzi dell’Arci vendono birra a basso costo e distribuiscono panini. La strada scende a sinistra, fino a un lungo viale alberato che sembra interminabile e che porta dritti alla basilica di Santa Maria degli Angeli. I manifestanti scompaiono sotto gli ombrelli e i keeway. Qualcuno prosegue scalzo, capelli bagnati e scarpe in mano. A Santa Maria degli Angeli la gente entra ed esce dalla grande basilica per una preghiera. Fuori, la street parade dei Giovani Comunisti è un’esplosione di suoni e braccia che si alzano senza paura della pioggia.

Parte il tratto più duro, l’ultimo, senza fiato. La salita verso il centro storico di Assisi è un tuffo tra spighe acerbe e ulivi bassi. I più anziani si fermano ai bordi, i ragazzi si tirano su l’un l’altro, in fila indiana, attaccati agli zaini. Le navette vanno e vengono, qualcuno si scansa e scivola sulle mattonelle rosse. Sotto i portici della basilica inferiore si scattano le ultime foto. Le signore si infilano nei negozi di souvenir. Un ragazzo con una parrucca da clown in testa gira con un cartello con su la scritta “abbracci gratis”, tradotta in cinque lingue. I frati del Sacro Convento Francescano, intanto, accolgono Bersani, Rosy Bindi e Vendola fino al parlatorio. Raccontano che il presidente della Regione Puglia si spinga fino alla tomba di San Francesco. Intanto qualcuno inizia a scendere verso i parcheggi, in cerca dei pullman verso casa. I più temerari, invece, trovano le energie per l’ultima scalata, fin sulla Rocca Maggiore, dove sul palco si parla di diritti umani violati, di lavoro che uccide e territori senza tregua come Palestina e Iran. Resta la musica, mentre scende la sera e si ripiegano le centomila bandiere. Fanno male le gambe, qualcuno zoppica, qualcuno mangia un gelato perché si sente svenire. Eppure si lascia Assisi con la speranza addosso. Di questi tempi, non è poco.

L’Unità 16.05.10

"Poche culle, gli italiani sono a rischio estinzione" di Cesare Buquicchio

Gli italiani sono in via d’estinzione, ma a nessuno sembra importare. Sembra bizzarro, ma non sembra importare nemmeno a chi sulla tutela degli “italiani” ci costruisce slogan e campagne elettorali. Per tutto questo c’è anche una spiegazione, ma la rimandiamo a tra poco. Intanto, va detto, che il destino della popolazione del nostro paese interessa a Fred Pearce, giornalista scientifico inglese pluripremiato per i suoi libri e per le sue inchieste.
Pearce ha da poco pubblicato un libro (edito in Italia da Bruno Mondadori) che si intitola Il pianeta del futuro. Dal baby boom al crollo demografico e che studia gli andamenti demografici della popolazione umana e gli scenari futuri. Affrontando questo studio ricco, oltre che di dati, di testimonianze e racconti raccolti in giro per il mondo, Pearce non ha potuto non soffermarsi sul paese più vecchio del mondo (l’Italia) e con un tasso di crescita demografica disastroso (sempre l’Italia).
Italiani in via d’estinzione, dicevamo, perché, scrive Pearce, se si continuerà a fare figli con questo ritmo entro la fine del secolo gli italiani sarebbero l’86% in meno di adesso, scendendo a 8 milioni di abitanti contro i 56 milioni attuali. Perché sta succedendo?
«Quello sta capitando in Italia è una anteprima di una tendenza mondiale che vedrà nei prossimi anni un picco di crescita della popolazione umana e poi un brusco e prolungato calo – ci spiega Pearce in un incontro nella redazione de l’Unità –. Ci sono spiegazioni diverse in ogni paese per questo: dalla legge del figlio unico cinese, agli effetti della recessione globale per le economie avanzate. Ma, lo “sciopero delle culle” italiano risponde a dinamiche anche più concrete».
Quali sono?
«I giovani non hanno nessuna fiducia nel futuro, si sentono a stento in grado di badare alla propria sopravvivenza, figurarsi a quella di una famiglia. Le giovani donne, inoltre, condividono queste preoccupazioni e ci aggiungono la scarsa affidabilità dei loro compagni a condividere il peso dei figli e le scarsissime tutele che il mercato del lavoro assegna loro».
Scusi Pearce, ma come si fa ad immaginare un paese che tutela i suoi giovani se, dall’altra parte, invitiamo gli anziani, che sono sempre di più e che occupano tutti gli spazi decisionali della società, a comportarsi come trentenni, a godersi la vita, a vendere
le loro grandi case rimaste vuote per pagarsi viaggi o corsi di skateboard (tutti esempi presi dal suo libro). Insomma, quelle grandi case vuote non sarebbero utilizzate meglio come incentivo ai giovani per mettere su famiglia?
«Gli anziani sono destinati rapidamente a diventare il blocco sociale più numeroso e potente, non solo in Italia ma in tutto il mondo. E questo accadrà per la prima volta nella storia dell’umanità, quindi non si sa cosa succederà. Possiamo solo avanzare delle ipotesi: gli anziani come risorsa per le società del futuro, con la lo-
ro saggezza, pacatezza e frugalità che influenza anche i comportamenti degli altri membri della comunità. Oppure potremmo avere anziani individualisti ed egocentrici che tentano di non invecchiare mai e, aiutati dalla medicina, si comportano secondo i modelli culturali consumistici». Tipo un settantenne molto popolare in Italia, coinvolto in scandali sessuali e che non perde occasione per dire di sentirsi un trentacinquenne… «Esatto. Il vostro premier è l’unico in Europa nato prima della seconda guerra mondiale e da come si comporta non sembra dare molta attenzione alle esigenze dei giovani e, davvero, non sembra rispecchiare quel modello di anziano saggio, frugale e attento al bene della comunità».
Ed ecco qui una delle spiegazioni al perché si parla tanto di famiglia e di “italiani” ma in concreto non si fa niente per tutelarla.
«Per garantire la sopravvivenza degli italiani e, più in là, del genere umano, occorre che ci sia un patto tra le generazioni. I giovani devono cominciare a considerare gli anziani non più come un peso, ma come una risorsa. Questi ultimi devono sentirsi più responsabilizzati, devono prolungare la loro età lavorativa, soprattutto le donne, e mettersi al servizio della società».
A guardarsi intorno, ad osservare il massiccio trasferimento di risorse dalla fase iniziale dell’età lavorativa a quella finale coinciso con la diffusione del precariato nel nostro paese,
«Sì, così sembra. Ma se vogliamo che i giovani ricomincino a fare figli e a guardare con fiducia al futuro la situazione deve cambiare. Deve cambiare l’atteggiamento dello Stato, innanzitutto, ma non solo quello. È importante che anche il rapporto tra uomini e donne sia diverso. Non dobbiamo mettere in condizione le donne di dover scegliere tra i figli e il lavoro, non è ammissibile. E poi servono soluzioni creative, livelli retributivi che non abbiano un andamento banalmente crescente per tutta l’età lavorativa, ma che sostengano la nuova organizzazione sociale».
Un altro elemento che dal suo libro appare essenziale per un futuro equilibrato è quello della libera migrazione delle persone dalle società più povere a quelle più ricche.
«Sono convinto che l’immigrazione sia un dato di fatto e che avremo sempre più bisogno di stranieri per mantenere i nostri livelli demografici e rispondere alle domande del mercato del lavoro. Il Giappone, il paese più vecchio del mondo dopo l’Italia, da florida potenza economica è entrato in una profonda recessione e in tanti ora rimpiangono il fatto di aver impedito una massiccia immigrazione».

L’Unità 16-05-10

"Classi sovraffollate. E' emergenza sicurezza", di Flavia Amabile

Più di cinque edifici scolastici su 10 costruiti prima del 1974, quasi 4 su 10 con urgenti necessità di manutenzione, nemmeno la metà ha la certificazione antincendio. E’ lungo l’elenco dei problemi anche molto gravi delle scuole italiane stilato dall’ultimo rapporto di Legambiente «Ecosistema scuola 2009». E Vanessa Pallucchi, responsabile scuola dell’associazione, teme che l’aumento del tetto massimo degli alunni nelle classi possa rendere ancora più difficile la situazione.
Che cosa si può fare?
«Come Legambiente chiediamo che di fronte ad una situazione che è ben nota il ministro Gelmini renda almeno noto l’elenco delle scuole con carenze strutturali in modo da poter sapere dove l’aumento non potrebbe essere tollerato per motivi di sicurezza. Da anni si parla di quest’elenco ma finora non è mai stato ufficializzato e non si sa il perché».
Da diciassette anni si parla anche dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica.
«E’ vero e pare che sarebbe pronta all’80% almeno per gli elementi non strutturali. Perché non divulgare questi dati? Riguardano la sicurezza degli studenti italiani, conoscerli è un loro diritto come lo è delle loro famiglie».
Ma le scuole sono in grado di affrontare classi con 33 alunni?
«Ora sappiamo che tanti istituti funzionano in deroga alle leggi. Ma un conto è la deroga su uno o due alunni, un conto è immaginare che in caso di incendio invece dei 26 alunni consentiti dalla legge da un’aula ne debbano uscire di corsa 33. Ci si rende conto che è in gioco la vita dei ragazzi?». Lo sapete che ci sono classi dove i professori devono accontentarsi di un banco perché la cattedra non entrerebbe? O quelli che in 35 sono stipati in un laboratorio di disegno? E ora che il tetto massimo di alunni per classe aumenterà ancora che cosa accadrà?
E’ tutto annunciato, per carità, dal prossimo anno scolastico nelle superiori si potrà arrivare fino a 33 alunni in ogni aula, però fa lo stesso una certa impressione vedere le classi gonfiarsi anno dopo anno come un palloncino, e inventarsi gli stratagemmi più incredibili per starci tutti, come raccontano gli stessi studenti sui siti a loro dedicati come skuola.net.
E quindi molte scuole sono sul piede di guerra. Il coordinamento insegnanti delle superiori di Modena «La Politeia» ha avviato una petizione on-line che ha superato le seimila firme per un totale di decine e decine di scuole contrarie alle classi oversize e invita i dirigenti scolastici a opporsi all’aumento delle classi. Perché cade su di loro la responsabilità in caso di problemi, quindi è bene che sappiano che cosa approvano afferma Ioannis Lioumis, portavoce del coordinamento.
Tutto inizia con l’articolo 64 della legge 133 del 2008 che aveva previsto un aumento del rapporto alunni/classe di 0,4 in tre anni. Quest’anno alle superiori il tetto è passato da 27 a 30 alunni. Ma dal prossimo settembre le elementari e medie da un massimo di 25 ragazzi arriveranno a 26-27. E nelle superiori si potrà raggiungere il record di 33 studenti per classe.
La posizione del ministero è chiara. Mariastella Gelmini, titolare dell’Istruzione l’ha affermata durante un’audizione in Parlamento ammettendo che le classi sovraffollate, con più di 30 alunni, sono aumentate, ma soltanto dello 0,6%, ha precisato. «Le classi con almeno 30 alunni sono diventate 2.108 da 1.682 che erano, con un incremento dello 0,6%. E questo aumento è il frutto di accorpamenti resi necessari anche dal bisogno di garantire la sicurezza degli alunni. Si è scelto il male minore e dunque magari l’accorpamento delle classi piuttosto che lasciare i ragazzi in aule non sicure». Il ministro ha sottolineato che ci sono anche classi che hanno 12, o meno, alunni (sono il 3,97%).
A favore del ministero ci sono poi i dati Ocse. L’ultimo rapporto (del 2009), fotografa lo stato delle classi nel 2007, prima dell’intervento della Gelmini. In media, ci sono 21 studenti per classe alla primarie: dagli oltre 31 della Corea e del Cile alla metà in Lussemburgo e Russia. In Italia la media è inferiore ai 20 alunni. Alle medie, nel nostro paese si sale sopra le 20 unità per classe. Negli istituti privati le aule sono mediamente più affollate: 18,4 studenti per classe in una primaria pubblica, nelle private 20,1.
Né i dati dell’Ocse né quelli della Gelmini convincono il coordinamento che pone l’accento sul problema sicurezza. Lo stato degli edifici italiani è decisamente peggiore rispetto a quello di molti Paesi europei. E l’aumento delle classi è in contraddizione con le leggi che dovrebbero garantire la sicurezza nelle scuole. Con un decreto del 1975 che «stabilisce i parametri spaziali minimi a disposizione di ogni persona presente nei locali scolastici (1,80 metri quadri netti per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado; 1,96 metri quadri netti per le scuole secondarie di II grado)». E le norme del 1992 sulla prevenzione degli incendi stabiliscono che 26 è il limite massimo di persone che possono essere presenti in un’aula. Il Ministero lo sa, infatti ha promesso da tempo di emanare un elenco delle scuole che, per carenze strutturali, saranno esentati dalle classi oversize. Dell’elenco però finora nessuna traccia.

La Stampa 16.05.10

Rai, Pd contro Minzolini: «Opposizione cancellata dal TG1», di Marcella Ciarnelli

Inesorabili e fuori di qualunque polemica politica ma, come sempre, esclusivamente oggettivi sono arrivati alla Commissione di Vigilanza Rai i dati dell’Osservatorio di Pavia di aprile sullo spazio dedicato dal Tg1 a governo, maggioranza e opposizione.
A scorrerli si capisce che il “direttorissimo” Augusto Minzolini sta facendo fino in fondo il suo dovere nei confronti di quello che è il suo editore di riferimento, Silvio Berlusconi, che lì dove si trova l’ha voluto. E ce lo tiene anche se perde in ascolti.

Il report è chiaro. E allarmante. Una conferma scientifica, dati alla mano, di uno squilibrio che ci vuole poco a notare, anche da semplice spettatore. In prima serata in aprile il telegiornale della rete ammiraglia della Rai ha dedicato all’opposizione tutta, Pd, Udc e Idv, il 19,6 dello spazio. Il resto è stato dedicato al governo e alla maggioranza, trainati dallo scontro interno tra Berlusconi e Fini. Sul podio dei più presenti ci sono tre esponenti del centrodestra. Al primo posto, scontato, c’è il presidente del Consiglio che alla 20 è entrato nelle case degli italiani per 667 secondi. Più del doppio del tempo dedicato alla medaglia d’argento, il presidente della Camera, che di secondi ne ha avuti a disposizione 314. Al terzo posto c’è il ministro Frattini con 294 secondi.

Troppo o niente. Molto quando c’è da incensare l’operato dell’esecutivo e del Cavaliere. Poco quando guai giudiziari di ogni tipo rischiano di minare le certezze. E così ieri di quanto sta accadendo, da Roma a Perugia e in Sardegna, nelle edizioni del Tg1 si è preferito glissare. La Thailandia in primo piano, la triste storia dell’infermiera di Napoli, e va bene. La stangata in arrivo ma per farci star meglio, e poi l’inevitabile alleggerimento dedicato a torte a forma di borsetta griffata. Non è, ad onor del vero, che negli altri Tg vada meglio. In nessuno dei tre Rai o in quelli Mediaset i primi tre posti sono occupati da un esponente del centrosinistra. Il presidente della Repubblica, figura al di sopra delle parti, è l’unico che riesce ad inserirsi al terzo posto nel Tg2 e al secondo nel Tg5.

«I dati dell`Osservatorio evidenziano lo squilibrio abnorme tra governo, maggioranza e opposizione nei telegiornali. E si registra una nobilissima gara a chi è più squilibrato nei confronti di governo e maggioranza tra Tg1 e Tg5» nota Vincenzo Vita, esponente Pd in Vigilanza. Anche l’Idv, con il senatore Pardi, lamenta gli spazi «da prefisso telefonico» riservati al suo partito. Anche dal Tg3. Replica Bianca Berlinguer: «Sono letteralmente stupefatta. La presenza dell’Italia dei Valori e in particolare del suo leader Antonio Di Pietro è regolare e costante come quella peraltro di tutte le altre forze politiche». Arriva dal Tg1 una nota attribuita genericamente alla direzione. Rilievi rilanciati ai mittenti. «I dati vanno considerati nel tempo e non nel singolo giorno. La regola dei tre terzi nelle presenze non è stata decisa da noi. Poi è chiaro che in un momento come questo in cui tiene banco la dialettica interna al Pdl la maggioranza ha più spazio, ma basta guardare ai giorni del Congresso del Pd per vedere come i numeri dell’opposizione schizzino in alto».

L’Unità 16.05.10