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Maggioranza arrogante

La maggioranza, sconfitta pochi giorni fa alla Camera, ripresenta al Senato la stessa norma che impedisce la libera scelta del lavoratore di ricorrere all’arbitrato. Bel modo di festeggiare i 40 anni dello Statuto dei lavoratori

Con estrema arroganza il governo e la maggioranza sono riusciti nel loro intento di far rientrare dalla finestra la norma che garantiva al lavoratore la libera scelta del ricorso all’arbitrato. Sconfitti alla Camera pochi giorni fa, la maggioranza ha voluto festeggiare il 40simo anniversario dello Statuto dei lavoratori ripristinando norme bocciate dal Parlamento e dalle indicazioni del Capo di Stato.

“Al Senato è avvenuto un fatto molto grave. Si è capito, al di là di ogni ragionevole dubbio, come questo governo intenda celebrare il 40esimo anniversario dello Statuto dei lavoratori”. Lo ha dichiara Pier Luigi Bersani, segretario nazionale del Partito Democratico. “Governo e maggioranza – ha continuato il leader democratico – hanno ripristinato le norme che l’opposizione era riuscita a cancellare alla Camera, negando sostanzialmente la libera scelta del lavoratore nel ricorso all’arbitrato e contravvenendo nella sostanza all’indicazione del capo dello Stato”. “Si tratta – conclude Bersani – di un atto incredibile arroganza”.

Dello stesso parere anche Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro a Montecitorio, che replicando alle dichiarazioni di Maurizio Castro, relatore in commissione Lavoro del Pdl al Senato, ha dichiarato: “è molto grave che la maggioranza abbia preannunciato al Senato di voler modificare l’attuale testo del collegato lavoro nella parte cambiata alla Camera”.

“Le innovazioni introdotte alla Camera con un emendamento del Pd di cui sono primo firmatario – ha affermato Damiano – riconsegnano ai lavoratori la libertà di scelta tra ricorso all’arbitrato o alla magistratura ordinaria. È davvero grave che il governo non abbia tenuto conto, ancora una volta, di un atto parlamentare che ha contribuito a far fare un passo avanti ad una discussione molto controversa. Si tratta di uno strappo inaccettabile, un atto di arroganza che mina i diritti fondamentali dei lavoratori e palesemente in contrasto con i rilievi del capo dello Stato”.

“Il testo del ddl sul lavoro approvato alla Camera già recepiva solo parzialmente le indicazioni del Capo dello Stato. Con questo ulteriore giro si vuole peggiorare ulteriormente quanto si era ottenuto. E’ questo un fatto politicamente molto grave”. Lo ha dichiara Tiziano Treu, senatore del Pd, commentando la notizia dell’emendamento presentato al Senato dal relatore del ddl lavoro.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

"I gay, la ministra e l´autocritica finale", di Michele Serra

In uno scenario politico dominato da rancori personali e basso livello polemico, fanno decisamente spicco le parole che una donna, il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna, ha dedicato a un´altra donna, la deputata del Pd Paola Concia. L´argomento è l´omofobia, il teatro, che non poteva essere più istituzionale, il Quirinale.
Al Quirinale il capo dello Stato riceveva, ieri, le associazioni dei cittadini omosessuali. Le parole di Carfagna meritano di essere riportate per intero, e tra virgolette. «Consentitemi un pensiero particolare all´onorevole Anna Paola Concia, alla quale sono grata per l´impegno e la delicatezza che ha speso per farmi conoscere la ricchezza del mondo associativo qui presente, con tutte le sue sfumature, e per avermi aiutata a sfondare il muro della diffidenza della quale penso di essere stata allo stesso tempo vittima e inconsapevole responsabile, in un passato remoto, ormai ampiamente superato».
Si tratta di un´autocritica, genere retorico non inedito, ma praticato in genere con faticoso scialo di concetti e soprattutto in chiave tutta interna e autoriferita, come se tanto l´errore quanto il suo scioglimento fossero comunque a carico del portatore. Qui, a parte la limpidezza e la semplicità delle parole di Mara Carfagna, colpisce l´omaggio pubblico a un´avversaria politica, alla quale si attribuisce non solo il merito di avere delle buone ragioni, ma addirittura quello di avere contribuito a superare un pregiudizio, di avere emendato e migliorato un assetto culturale.
Ovvio domandarsi di quanti precedenti «maschili» si sia a conoscenza: e cioè se si abbia memoria di un uomo di potere che dichiari un suo avversario artefice di un insegnamento (perché di questo si tratta), riconoscendone, in quella materia, una superiore qualità di giudizio. Fa velo, a questa eventualità, la ben nota competitività di noi maschi, foriera di una pervicace mancanza di umiltà. Riconoscerci debitori non è il nostro forte, se non per sottometterci a un Capo, e cioè attivando una sottospecie molto sospetta della gratitudine. Non così nel caso Carfagna-Concia. Che certo non ci solleva di molto dalla coscienza che, nel campo dei diritti degli omosessuali e della lotta all´omofobia, siamo un paese arretrato, carico di paure e di pregiudizi «popolari» sui quali specula sconciamente molta politica. Ma ci fa sperare che la discussione in corso sia davvero una discussione, che le parole spese arrivino e non si depositino come ulteriori incrostazioni su vecchi muri, come quello dal quale Carfagna si è affacciata per ascoltare e capire, e non più per giudicare e respingere.
Senza nessuna malizia, e anzi con serena soddisfazione, resta da dire che le parole dedicate dal ministro Mara Carfagna alla collega Paola Concia erano perfettamente in tema con la giornata antiomofoba. Scaturiscono, infatti, da un rapporto politico tecnicamente omo-sessuale (l´eros ovviamente non c´entra, c´entra l´affinità di genere). L´omo-sessualità intesa come capacità di capirsi tra congeneri non è, evidentemente, molto praticata tra i politici maschi, che sono omofobi anche in questo senso: detestano la sola idea che una persona dello stesso sesso possa sedurre e rallegrare i loro cervelli. Grazie, infine, a Carfagna e Concia per averci concesso il lusso di scrivere, per una volta, un articolo benevolo e, ancor più rara eccezione, ottimista.

La Repubblica 18.05.10

"Se le donne sono contro le donne con i figli", di Emanuela Valente

Non capisco perché una donna che ha deciso di diventare madre pretenda poi di continuare a lavorare. Non capisco perché una donna che vuole lavorare decida di avere dei figli. Non capisco perché una donna che ha dei figli li lasci a casa con una babysitter. Non capisco perché andare a lavorare quando poi tutto lo stipendio viene preso dalle tate e i figli crescono senza una madre.
Tutte queste incomprensioni sono femminili. Tutte le lettere da cui ho tratto questi concetti sono firmate da donne. Tutte queste frasi sono arrivate in risposta ad un articolo dove non si parlava né di donne né di mamme né di figli e neanche di babysitter. Nell’articolo si parlava di una legge, la 1204/71, e la successiva 53/2000, che vieta il licenziamento in maternità e fino al compimento del primo anno del bambino, determina il diritto all’astensione obbligatoria e facoltativa, alla retribuzione e all’allattamento. Non è in discussione se una donna che diventa madre abbia o meno diritto a lavorare, ma questo è un evidente caso in cui la legge è arrivata in anticipo sulla consapevolezza sociale. Questa legge viene continuamente disattesa, ignorata, calpestata. Con la complicità di migliaia di donne che sottostanno al modus vivendi del sistema lavorativo italiano. Che accettano tre mensilità, forse ignorando che ne spettano diciotto, per dare le dimissioni. Che non sporgono denuncia, non aprono vertenze, non protestano, non si uniscono per fermare la prepotenza di chi ha come unico scopo il solo proprio personale profitto economico. Che sono state capaci di rivendicare la gestione di un utero ma non sono altrettanto consapevoli dell’esercizio dei propri diritti, come se le donne, per prime, si identificassero piuttosto come ovaie che come persone. In Francia oltre il 70% delle donne lavora, prima e dopo il primo, il secondo e non raramente dopo il terzo o quarto figlio. Questo permette alle nostre cugine d’oltralpe un maggiore potere economico, un più consistente rilievo sociale, la possibilità di un ruolo determinante nella gestione della famiglia e dello Stato. Questo significa anche avere il potere necessario a pretendere servizi congrui, come asili nido e scuole aperti fino alle 18,30, babysitter convenzionate col Comune e disponibilità di un giorno lavorativo alla settimana, interamente retribuito, da dedicare alle incombenze familiari e casalinghe. Se le maestre scioperano, i genitori non protestano perché non sanno dove mettere i figli, ma scendono in piazza a fianco agli insegnanti. Il comune restituisce 1 euro e 20: il costo della mensa per il giorno in cui i bambini non hanno potuto usufruire del pasto. Inutile pensare di combattere una battaglia se prima non si addestrano i soldati. Questo è quanto devo amaramente concludere riflettendo sulle polemiche innescate da un articolo che, al limite, avrebbe dovuto infastidire i miei ex datori di lavoro, e non scatenare battibecchi dell’anteguerra sulla giusta cura della casa e il galateo della buona madre di famiglia. La legge è fatta, ora bisogna fare le italiane.

L’Unità 18.05.10

"La corruzione dimenticata" di Guido Crainz

C´è qualcosa che colpisce più ancora della ampiezza dei fenomeni di corruzione venuti alla luce o della pervasività del «sistema», per dirla con l´onorevole Denis Verdini. Colpisce soprattutto che il «sistema» abbia potuto rimodellarsi negli ultimi quindici anni in un silenzio quasi assoluto.
Per molto tempo la politica e la società italiana avevano rappresentato – in primo luogo a se stesse – i guasti degli anni ottanta e novanta come un´anomalia sostanzialmente conclusa. E, progressivamente, come una vicenda ampiamente esagerata dalla faziosità dei giudici e da una cultura moralistica arcaica. In questo modo alla fine del 2008, di fronte al moltiplicarsi di nuove indagini che coinvolgevano anche il centrosinistra, sembrarono prevalere le reazioni che un titolo sintetizzò: Mani Pulite 2? No, grazie. Soprattutto, continuò una forte sottovalutazione della corruzione presente nel paese. Eppure in quello stesso periodo la Corte dei Conti valutava che la sua entità sfiorasse i 60 miliardi di euro, cifra molto più alta rispetto agli anni di Tangentopoli. Nel 2009, poi, le denunce per corruzione aumentarono del 230% e quelle per concussione del 150%: sono ancora dati della Corte dei Conti, resi pubblici il 17 febbraio di quest´anno. Cioè a 18 anni esatti dall´arresto di Mario Chiesa e dall´avvio di Tangentopoli, e mentre già le cronache e le intercettazioni stavano disegnando un panorama inquietante. Caratterizzato però da tratti nuovi rispetto al passato, anche se ad esso ci ha riportati la mazzetta di un politico milanese nascosta in un pacchetto di sigarette.
C´è dunque da interrogarsi meglio sulla coltre di silenzio che ha velato per anni il rimodellarsi del fenomeno, e anche sulle caratteristiche dei processi in corso. Già nel dicembre del 2008 Roberto Saviano rifletteva su La corruzione inconsapevole che affonda il paese e ne coglieva un tratto di fondo: nessuna delle persone indagate «aveva la percezione dell´errore, tantomeno del crimine (…). Cosa potrà mai cambiare in una prassi quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo»? Ne coglieva al tempo stesso il terreno di coltura: la corruzione si estende «quando la politica si accontenta di razzolare nell´esistente e rinuncia a farsi progetto e guida». In altri termini, come annotava poco dopo Piero Ottone ancora su questo giornale, quando viene a mancare la «religione civile»: che può nutrirsi di ideali di progresso o di conservazione ma è, appunto, concezione alta della politica.
Sono passati poi altri mesi e sono venuti alla luce contorni ancor più laceranti di un fenomeno che si è rimodellato sostanzialmente attorno a due cardini: da un lato la sostituzione del «rubare (soprattutto) per il partito» degli anni di Tangentopoli con il «rubare per sé»; dall´altro una eversione delle regole che non si è radicata solo in pratiche anomale o marginali ma all´interno di quella «pratica dell´emergenza» e di quella «politica del fare» che sono state erette a bussola e a bandiera.
Sul primo versante i dibattiti degli anni novanta sono ormai un ricordo sbiadito. Certo, continua ad apparirci indecente il tentativo di assolvere chi almeno «rubava per il partito» (ignorando che in questo modo la corruzione metteva a rischio lo stato di salute della democrazia) ma lo squallore che le intercettazioni portano oggi a galla non ha forse paragoni con il passato. Esse rivelano in realtà un rovesciamento più generale: il «rubare per sé» è così diffuso perché il «primato del sé» ha sostituito «il primato del partito» in una cultura che si è diffusa ben oltre la vita pubblica. Il degrado attuale della politica ci appare dunque non solo causa – come avvenne negli anni ottanta – ma in qualche modo anche conseguenza del trionfo dell´antipolitica. Una antipolitica che è andata al potere.
A questo stesso nodo rimanda un altro corposo «slittamento» rispetto agli anni di Tangentopoli. Allora ci si illuse – ci si volle illudere – che i guasti fossero annidati solo in un degenere ceto politico e che una virtuosa società civile ne fosse del tutto immune. In taluni interventi di oggi, all´opposto, sembra trasparire la tentazione di considerare il Palazzo come corrispettivo quasi inevitabile di una società civile irrimediabilmente perversa. Obbligato in qualche modo ad assecondare il flusso per non perdere consensi. Appaiono così fastidiose «anime belle» coloro che segnalano le responsabilità specifiche della politica: l´abdicazione a una selezione reale della classe dirigente, l´assenza di adeguate misure correttive, la delegittimazione della magistratura, le scelte relative a esenzioni, prescrizioni e condoni, le leggi ad personam, e così via.
Il secondo aspetto centrale dello scenario che si è delineato sta poi nel suo rapporto con alcuni cardini dell´azione del governo. Com´è noto, nulla di ciò che è stato pubblicato sarebbe venuto alla luce se fossero stati già approvati i vincoli alle intercettazioni voluti dalla maggioranza. E solo lo scandalo ha affossato una legge che avrebbe regalato alla Protezione civile una specialissima immunità. Era il corollario minore ma simbolico di un progetto di presidenzialismo che si accompagna all´indebolimento drastico dei controlli, delle regole e delle garanzie: questa è la reale posta in gioco, e i tempi della partita si stanno accorciando.
Negli anni di Tangentopoli un intellettuale e poeta civilmente impegnato come Giovanni Raboni scriveva: c´è qualcosa che mi impedisce di esultare per la giustizia finalmente all´opera, ed è «un pensiero sordo e odioso come certi dolori: e noi, nel frattempo, dove eravamo?». Forse il centrosinistra nel suo insieme dovrebbe porsi oggi la stessa domanda.

La Repubblica 18.05.10

"Bersani: la Lega fa chiacchere. Il Pd è il partito delle autonomie", di Laura Matteucci

«Il partito delle autonomie siamo noi». Pierluigi Bersani rivendica per il Pd il ruolo finora preso in ostaggio dalla Lega, che invece sostiene solo un «federalismo delle chiacchiere», «strumentalizzato e tradito alla prova dei fatti». L’affondo al Carroccio non può che partire dal nord: da Milano prima, da Bologna poi, Bersani l’accusa di ideologismo, mentre parla ai sindaci del centrosinistra in difesa degli Enti locali (e il Pd ha promosso iniziative analoghe in 14 regioni), perchè «nessuno come i Comuni tocca con mano gli effetti della crisi sulle persone», e perchè è anche «a partire dal loro ruolo che si può invertire la politica nazionale». La crisi e la manovra, dunque, sulla quale «è ora che noi, uno dei più grandi partiti progressisti d’Europa, diciamo la nostra», annuncia Bersani riferendosi all’assemblea del Pd di sabato, in cui «non si parlerà di statuti, questo è chiaro». Piuttosto, di controproposte ad una manovra che arriva dopo anni di negazione della crisi e che si profila come «il coronamento di una politica economica fatta senza equità e senza crescita». «Una vergogna che non ci sia un minimo di flusso di risorse dalle rendite, dalle grandi ricchezze». D’accordo nel tagliare gli stipendi ai parlamentari (operazione che peraltro alcuni sindaci del centrosinistra hanno già fatto da tempo, per evitare che coi tagli del governo a rimetterci fossero solo i cittadini), ma il leader del Pd se la prende anche con chi tiene insieme tre poltrone, da deputato, presidente di Provincia e sottosegretario (il riferimento è a Daniele Molgora, deputato leghista, sottosegretario all’Economia e presidente della Provincia di Brescia).

GOVERNO D’EMERGENZA Perché, adesso, il compito dei democratici è quello di fare un’opposizione senza sconti. Un messaggio consegnato anche a Dario Franceschini, che ha lanciato la proposta di un governo di emergenza senza Berlusconi: «Siamo pronti – risponde Bersani – Senza Berlusconi si aprono orizzonti di ogni genere. Il problema è che lui c’è, quindi non possiamo distrarci ma fare opposizione forte». A partire dalle «balle che ci hanno raccontato sull’equilibrio dei conti. Sono venditori di paccottiglie propagandistiche. Due volte la destra ci aveva caricato sul traghetto verso la Grecia, due volte noi l’abbiamo fatta tornare indietro perdendoci anche le elezioni». Non stiamo meglio degli altri, come il ministro Tremonti ci racconta ogni giorno, e di sicuro «senza l’euro saremmo in mezzo al Mediterraneo con tanti pezzi di carta straccia in mano»: perchè in due anni il pil nazionale è crollato del 6%, molto più che in altri paesi, mentre abbiamo 1 milione e 300mila persone passate in un anno dal lavoro alla cassa integrazione, e già solo questo significa 3-4 miliardi l’anno di riduzione del reddito spendibile. Il tasso di disoccupazione giovanile è drammatico, solo in Sardegna è arrivato al 44%.

MALATTIE E MEDICINE Alla base della politica economica di Tremonti, un equivoco: ritenere che l’obiettivo sia il rigore dei conti, e non, come dovrebbe, la crescita e una migliore equità sociale. Vale per il bilancio nazionale, vale per gli 8mila comuni italiani messi in croce, oltre che da trasferimenti statali sempre più esangui, da un Patto di stabilità che non permette di spendere nemmeno i soldi disponibili. Il Pd chiama il territorio, dunque. In risposta all’accusa di essere affetto dalla sindrome da torre d’avorio, riparte dalle piazze, per chiedere «ossigeno per gli enti locali» e per dire al governo che «i Comuni, di fronte a questa crisi, non sono la malattia, ma la medicina». Invece, è proprio su di loro che la politica punitiva del governo si è accanita, a partire dall’eliminazione dell’Ici, l’unica imposta locale, all’ultima proposta di federalismo demaniale, con cui in realtà verrebbero trasferiti agli Enti locali solo le proprietà onerose (una pineta, un’area vincolata), quelle insomma per cui c’è solo da spendere e niente da guadagnare. Il federalismo delle chiacchiere, appunto. Quello per il quale adesso Bossi chiede un’accelerazione, ma che costa miliardi difficilmente reperibili. «La Lega – riprende Bersani – non ha inventato niente, tranne le ronde. Loro hanno dato i soldi a Catania e a Palermo, loro hanno accettato che i soldi venissero investiti per le grandi opere come il Ponte sullo Stretto, invece che per le piccole opere sui territori».

L’Unità 18.05.10

"Atenei sull’orlo del collasso. Occupati da oggi i rettorati", di G.V.

È partita la settimana di protesta nelle università italiane contro la riforma del ministro Mariastella Gelmini che mette mano alla governance degli atenei, il reclutamento del personale, il diritto allo studio. Da oggi sono in programma incontri, assemblee, sit-in, occupazioni (scatteranno in tutti i rettorati), lezioni che si terranno a singhiozzo. Al centro della vertenza nazionale, la scarsità di risorse sul piatto per gli atenei. «La drammatica condizione in cui versano le università per effetto dei tagli al finanziamento in parte già attuati, ed in parte da attuare nel 2011 e 2012- sottolinea la Flc Cgil- metteranno in ginocchio il sistema. Una proiezione della conferenza dei rettori stima all’1 gennaio 2011 il momento di insostenibilità finanziaria per gran parte degli atenei». Insomma, il momento del “collasso” si avvicina e «già oggi molte università sono in una condizione di deficit crescente che impone il taglio dei corsi, dell’ offerta formativa, della ricerca», continua il sindacato. Al problema delle risorse si aggiunge la vertenza dei ricercatori a tempo indeterminato a cui la riforma al vaglio del senato sbarra la strada: resteranno fuori da ogni possibilità di carriera poichè la loro figura viene eliminata: ci saranno solo ricercatori a termine a cui vengono garantiti percorsi più definiti di carriera. Entro sei anni, ci sarà «una concorrenza spietata – dicono i ricercatori- tra vecchie leve (alcuni insegnano da decenni negli atenei) e nuovi assunti per i pochi posti da docente». L’occupazione dei rettorati e le assemblee – oggi scatteranno le occupazioni simboliche dei rettorati in tutte le università. A Roma, a Tor Vergata, l’iniziativa partirà alle 10, alla presenza del segretario generale della flc cgil, Mimmo Pantaleo. Alle 11 toccherà alla Sapienza. Sempre nella capitale, alle 14.30, sarà la volta di Roma Tre. A Bologna ci sarà prima una assemblea pubblica, alle 10, in piazza Scaravilli, poi anche qui scatterà l’occupazione del rettorato. in ogni ateneo sono previste anche assemblee di docenti e ricercatori. A Milano, alla statale, ce ne sarà una anche giovedì, con l’astensione dei partecipanti dalle lezioni che, questa settimana, sono a rischio un po’ dovunque con i docenti impegnati nelle proteste. A Napoli, alla Federico II, si presidierà un rettorato che, di fatto, è già senza rettore: le dimissioni di quello attuale, guido trombetti, sono ormai più che confermate dalle indiscrezioni. I ricercatori dell’ ateneo campano, quasi 2.000, presidieranno comunque il palazzo. Intanto hanno già confermato che non insegneranno più da settembre: nell’ ultimo senato accademico «ci siamo astenuti – racconta Alessandro Pezzella, rappresentante in senato – dall’ approvare la nuova offerta formativa ». Ecco poi altre iniziative: il sit-in al Senato – mercoledì la protesta,da tutta Italia, si sposterà sotto al senato, dove è in discussione la riforma. I ricercatori stanno preparando pullman da tutte le regioni per dire no al ddl e far valere le loro ragioni. Intanto, qualcosa si è messo: la scorsa settimana è passato un emendamento del relatore Giuseppe Valditara che elimina dal testo la disparità sulla chiamata diretta da parte degli atenei (l’assunzione senza concorso, ma previa abilitazione) tra ricercatori a termine (istituiti dal ddl) e ricercatori a tempo indeterminato. Era uno dei punti al centro della vertenza dei ricercatori che, però, vogliono più garanzie sulle assunzioni. Il loro coordinamento nazionale (cnru), con base alla sapienza, sta facendo girare da mesi una proposta per favorire l’ingresso di chi ha già insegnato per almeno sei anni in un ateneo. Quel che è certo è che i ricercatori non si fermeranno, protesteranno finchè la legge sarà in parlamento.

L’Unità 18.05.0

"Scuola e pubblici: stipendi bloccati Prelievo del 10% oltre i 75mila euro", di Bianca Di Giovanni

Una mossa populista, tanto per depistare e guadagnarsi qualche titolo di giornale: un taglio del 10% sugli stipendi che superano i 75mila euro annui per la dirigenza pubblica. Questo con una mano. Con l’altra il governo si prepara a colpire anche chi guadagna appena 1.300 euro al mese. I tecnici del Tesoro, infatti, stanno studiando l’ipotesi di congelare le retribuzioni pubbliche ai livelli del 2009: nessuno potrà guadagnare di più. Niente scatti di anzianità (per le categorie che ancora ce l’hanno), niente rinnovi, niente progressioni di carriera.
DUE FACCE Per il pubblico impiego, scuola, Università, magistratura e militari si sta preparando una «cura» a due facce. La prima riguarderà i vertici:una platea di circa 20mila lavoratori. Una sparuta minoranza sui tre milioni e mezzo di statali, che però gode di emolumenti sostanziosi. Il taglio del 10%riguarderà la somma eccedente i 75mila euro lordi di reddito annuo. Dunque, un mini-prelievo. La soglia è ancora mobile: potrebbe anche assestarsi attorno agli 80mila. La franchigia include quasi tutti i magistrati, i professori universitari, i dirigenti pubblici di prima fascia e nel caso degli enti previdenziali e delle agenzie anche quelli di seconda fascia, i prefetti. Non si escludono deroghe per figure con funzioni particolari. In ogni caso questa platea subirà una sforbiciata progressiva: perderà di più chi si discosta molto dai 75mila euro. Da questa misurà, tuttavia, è improbabile che lo Stato riuscirà a incassare molto, visti i numeri ridotti della platea. La vera manovra si concentrerà su tutti gli altri dipendenti, che dovranno rinunciare a tutte le parti «mobili»: scatti e progressioni, oltre che i rinnovi contrattuali. Tra le categorie che ancora godono di scatti di anzianità c’è la scuola, con gradoni che scattano ogni 8 anni,.È un bacino molto popoloso: oltre un milione di lavoratori se si contano anche i supplenti annuali. Ad avere progressioni automatiche anche i magistrati. Ancora da decidere se le norme in questione riguarderanno anche i militari. La doppia operazione consentirà ai leghisti barricaderi di dire che si colpiscono i ricchi e a Renato Brunetta che non si taglia (si congela, ma in realtà è lo stesso). La verità è che a pagare davvero sarebbero i soliti noti, per cui salteranno tutte le regole contrattuali, mentre i furbi (gli evasori in primis) resterebbero al riparo. Certo, la manovra sui dipendenti delle pubbliche amministrazioni (incluse quelle decentrate, come ha chiesto ieri Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera) sarà solo una delle voci della «manovra-monstre» che sfiora i 28 miliardi. Queste le carte sui tavoli tecnici di Via Venti Settembre. Nel frattempo il dibattito politico si dipana sui soliti slogan. Brunetta assicura che «ci sono sprechi da tagliare, ma il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani». Sarà,mafinora gli sprechi sono rimasti e le tasche dei cittadini si sono svuotate. Il ministro garantisce che «non ci sarà nessun taglio agli stipendi pubblici ». Evidentemente per Brunetta eliminare uno scatto o bloccare il rinnovo significa non tagliare. Non la penseranno così i tre milioni di dipendenti pubblici. Oltre al capitolo dei pubblici, resta aperto quello previdenziale. Tra le ipotesi quella del taglio alle pensioni d’oro, su cui si valuta l’ipotesi di un prelievo di solidarietà. Una misura già adottata in passato: la Finanziaria 2004 aveva inserito un contributo del 3%e nel protocollo sul welfare, del 2007, si prevedeva per il 2008 il blocco della rivalutazione delle pensioni di circa 200mila pensionati con assegni superiori a 3.489,12 euro al mese, ovvero a otto volte il minimo.
L’Unità 18.05.10

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Tagli per 20mila dirigenti pubblici Insegnanti, stop agli scatti di anzianità

“Il governo studia riduzioni per chi guadagna più di 75mila euro lordi”, di Roberto Petrini

La maggioranza si difende “Le tutele restano immutate” .Brunetta frena: ci sono sprechi da tagliare, non toccheremo le tasche degli italiani. Drastico intervento sugli stipendi delle categorie più «ricche» della pubblica amministrazione. E´ questa l´ultima novità della manovra che viaggia verso i 28 miliardi per il biennio 2011-2012 e che sarà varata per decreto tra fine mese e i primi giorni di giugno. Nel mirino ci sono tutti coloro che guadagnano più di 75-80 mila euro lordi annui: si tratta di magistrati, professori universitari, dirigenti di prima fascia, dirigenti di seconda fascia delle agenzie fiscali e degli enti previdenziali, diplomatici e prefetti. Complessivamente una platea di 15-20 mila dirigenti dello Stato che dovranno subire un prelievo pari al 10 per cento di quanto eccede i 75-80 mila euro annui.
Alla misura ha fatto riferimento ieri il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli: «Ho parlato di alti papaveri. tanto più cercheremo tagliare le aree di privilegio, tanto più tranquilli potranno stare i cittadini». Parole dal tenore più esplicito sono giunte da Bossi per il quale bisogna tagliare gli stipendi ai «parlamentari e ai magistrati». «Il governo – ha aggiunto il Senatur – in particolare il ministro Tremonti dovrà tenere conto della volontà dell´Europa. E noi non possiamo perdere anche l´euro: è l´ultima moneta di scambio che abbiamo».
Il menù della manovra tuttavia resta indirizzato verso la chiusura delle finestre pensionistiche per anzianità e vecchiaia per il 2011 (opzione B, già dal luglio di quest´anno), la stretta sulle invalidità, il congelamento degli stipendi pubblici al livello del 2009 e il blocco del rinnovo dei contratti. In particolare si sta lavorando anche sul congelamento degli automatismi e degli scatti di anzianità per il personale docente della scuola (circa 1,1 milioni di dipendenti).
Sul piano politico il piano messo a punto dal Tesoro, per recuperare l´1,6 per cento del Pil in due anni, è sembrato già blindato e questo rischia di alimentare le polemiche nel governo. Tant´è che domenica Tremonti ha emesso una nota per far sapere che nulla è deciso che, in buona sostanza, il decreto è ancora aperto ai contributi di tutti. Ieri Renato Brunetta, ministro della Funzione pubblica, che aveva confermato le indiscrezioni sul blocco delle «finestre» di uscita verso la pensione ieri ha dato un colpo si freno sulle ipotesi di intervento sul pubblico impiego e ha rassicurato: «Ci sono sprechi da tagliare, ma il governo non metterà le mani nelle tasche degli italiani. Non ci sarà nessun taglio agli stipendi dei dipendenti pubblici, non stiamo come la Grecia».
I pilastri del piano del governo per recuperare i 27-28 miliardi sembrano tuttavia già impostati: non sono esclusi nuovi dettagli e nuovi interventi ma dopo l´Ecofin una accelerazione viene ritenuta inevitabile. Di questo sono convinte le opposizioni che partono all´attacco del governo: «Per due anni ci hanno detto che non c´erano problemi, adesso ci propongono una manovra consistente: questo vuol dire che l´equilibrio nella finanza pubblica che ci hanno raccontato non c´è stato. Con la Grecia questa manovra non c´entra niente, anzi per gli interessi sul debito il governo quest´anno ha risparmiato», ha detto il segretario del Pd Pierluigi Bersani il quale ha ammonito il governo a non tentare di «indorare la pillola con operazioni demagogiche».
La Repubblica 18.05.10

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“Statali, è il blocco dei contratti a far perdere 40 euro al mese”, di Diodato Pirone
La manovra in arrivo col decreto di fine mese rischia di costare – nel 2011 – una quarantina di euro lordi al mese, tredicesima compresa, per ognuno dei 3,5 milioni di dipendenti pubblici italiani. A questa cifra – ovviamente media – si arriverebbe se il governo decidesse di bloccare il rinnovo del contratto scaduto all’inizio del 2010 e di rinviare al 2012 il grosso dell’aumento dovuto per l’inflazione (sia pure depurata degli effetti dovuti all’altalena del prezzo del petrolio come prevede il nuovo modello contrattuale). Non si tratterebbe di una novità assoluta poiché già nel ’92 fu preso un provvedimento simile.

In pratica il blocco del contratto si tradurrebbe in una parziale quanto spinosa perdita di potere d’acquisto dei lavoratori pubblici. Parziale perché nell’aprile scorso il governo ha riconosciuto un mini-incremento dello 0,3% (meno di 10 euro lordi, sempre in media) causato dalla cosiddetta ”vacanza contrattuale”, ovvero dal mancato rinnovo del contratto scaduto, come detto, all’inizio del 2010.

Tuttavia è ancora presto per fasciarsi la testa. Ieri lo stesso ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è intervenuto con una nota per sottolineare che nulla è stato ancora deciso. «Tutte le voci in questi giorni in circolazione sulla manovra sono tanto confuse quanto confusionarie – ha spiegato il Tesoro – nessuna decisione è stata presa e le decisioni prese saranno comunicate nelle forme appropriate».

Insomma la fotografia degli interventi allo studio è ancora mossa. E poi non è detto che il blocco dei contratti si tradurrà in uno stop totale agli aumenti dei dipendenti pubblici. «La riforma della contrattazione del pubblico impiego prevede che ai dipendenti possano essere distribuite le risorse ottenute dall’eliminazione di sprechi e dal blocco del turn over», spiega Antonio Naddeo, capo del Dipartimento Funzione Pubblica e commissario straordinario dell’Aran. «Senza contare – prosegue Naddeo – che il ministro Brunetta ha sempre sottolineato l’importanza di destinare il 30% delle risorse disponibili ai dipendenti più bravi». Premi al merito che, però, rischiano di essere decurtati da un’altro possibile intervento allo studio: l’eliminazione della tassazione speciale del 10% sugli aumenti dovuti alla produttività. Su altri versanti della manovra anche ieri si sono rafforzate le voci di un drastico rallentamento degli investimenti pubblici sia sul versante delle opere pubbliche (a partire dal Ponte sullo Stretto) che su quello della Difesa.

Secondo il ministro dell’Amministrazione Pubblica, Renato Brunetta, che ha parlato dai microfoni di Rtl, la manovra sarà fatta di due pilastri: «Lotta all’evasione fiscale e tagli agli sprechi». Dopo aver confermato che si stanno studiando slittamenti nell’accesso ai pensionamenti d’anzianità, il ministro ha detto che: «Serve un’altra messa in sicurezza dei conti pubblici, un rafforzamento della blindatura, a partire dal 2011 e che vada oltre, alla luce di quello che è successo in Grecia e per questo si interverrà soprattutto su tutte le grandi voci negative della spesa corrente, e ce ne sono tante. Far funzionare la baracca costa quasi 300 miliardi di euro l’anno di spesa corrente. Le categorie che saranno toccate protesteranno – ha aggiunto – ma sono sicuro che gli italiani capiranno».

Di tutt’altro avviso il segretario del Pd, Pierluigi Bersani: «Sta arrivando la controprova di due anni di politica economica sbagliata ed ingiusta – accusa Bersani – Per due anni ci ha detto che la crisi non c’era e che stavamo meglio di altri. Adesso non ci vengano a dire che dobbiamo fare la manovra perché c’è la Grecia. Il governo non usa il linguaggio della verità». Secondo Bersani, invece, occorre «rimettere al centro il tema del diritto al lavoro: non è solo una questione di civiltà, ma anche una ricetta economica. Servono un po’ di crescita e di lavoro, altrimenti neanche i conti pubblici stanno in piedi».

Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, infine, affida il suo messaggio al governo ad una intervista al Tg3. «La manovra deve partire dagli sprechi veri, da chi ha di più – dice Epifani – deve essere un provvedimento nel segno dell’equità e anche dello sviluppo per non deprimere investimenti e consumi». Per Epifani: «Se il governo davanti ad un problema occupazionale come quello attuale decidesse di aprire il turn over, per esempio nel mondo della scuola, noi saremmo pronti a armonizzare i costi dei contratti». Epifani sottolinea la necessità di un confronto e di essere «pronti, se chiamati, a discutere» ma avverte, rispondendo sulla possibilità che si possa

Il Messaggero 18.05.10