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"Se la corruzione svuota la democrazia", di Nadia Urbinati

Mentre la marea della corruzione monta come un oceano in tempesta, il presidente del Consiglio promette che i singoli responsabili pagheranno per gli errori, che le mele marce verranno selezionate e scartate. E così tutto potrà continuare come prima. Ma si tratta di una rassicurazione che non rassicura poiché più i giorni passano più appare chiaro che qui non si tratta di casi individuali ma di una rete nazionale di illecito, di un vero e proprio sistema di arricchimento alimentato e coperto anche da norme specifiche, come quella sulla Protezione Civile.
In aggiunta c´è che questo è un tempo di crisi economica grave, e la corruzione, il furto delle risorse pubbliche, sono un delitto se possibile ancora più grave.
Non ci sono ancora dati statistici capaci di confermare la relazione diretta tra regime democratico e sviluppo economico; quella stabilita dagli studiosi è solo una relazione indiretta. Ci sono invece dati certi sulla relazione, diretta, tra corruzione e sviluppo economico o benessere generale. La triangolazione di questi tre fattori – democrazia, sana politica, sviluppo economico – è uno dei temi più studiati e anche quello che ci offre molti interessanti argomenti per contestare la favola delle mele marce. Detto a rovescio, è provato che indirettamente la democrazia serve a mitigare gli effetti economici negativi della corruzione. La prima e fondamentale ragione di questa “utilità” della democrazia sta nel fatto che il meccanismo elettorale consente ai cittadini di mandare a casa i politici corrotti (se un paese dovesse affidarsi solo ai tribunali, non avrebbe una società civile efficiente e libera). In buona sostanza, è l´effetto di deterrenza delle elezioni che dovrebbe riuscire a tenere sotto controllo i politici, ed è la sconfitta elettorale la punizione più efficace (proprio perché, come si vede, gli uomini di potere tendono a non volersene andare spontaneamente). Molto più chiara è la relazione tra salute politica e sviluppo economico. Detto a rovescio, la corruzione politica ha effetti diretti di impoverimento della società.
Perché corruzione e impoverimento vanno insieme? La risposta ci viene dalla natura stessa della corruzione. La corruzione è “l´abuso dei pubblici uffici o delle funzioni pubbliche per scopo di arricchimento” di privati o/e di gruppi. L´obolo offerto in vista di un calcolato guadagno dagli uomini d´affari ai politici può andare sia nelle tasche di un singolo ministro sia in quelle di un partito. La corruzione per il partito (che comunque non riguarda questo nuovo sistema di illecito) è corruzione. La natura del fatto non cambia con l´identità dell´«utilizzatore finale». La necessità che ha di celarsi alla legge e all´informazione qualifica la corruzione come una gravissima violazione di tutti principi, non solo quelli morali, etici, giuridici e politici, ma anche quelli economici. E veniamo così alla relazione diretta tra corruzione e impoverimento.
Lo scambio di favori – sul quale si raccontano casi tra i più bizzarri in questi giorni – agevola privati che operano nell´impresa, in quella delle costruzioni o industriale, commerciale o dei servizi. L´impresa del signor Anemone ha fatto grandi affari con i politici italiani in barba alle regole della libera competizione. Come un baro, il corruttore trucca il gioco e si arricchisce con e a spese di tre cose: il denaro dei contribuenti, le leggi e le norme, i potenziali competitori. Prestando attenzione a questa terna (fatale in tutti casi di corruzione) si intuiscono gli effetti devastanti che la corruzione ha sull´economia di un paese. E siccome nel caso della corruzione il danno è sempre fatto a tutte e tre insieme le vittime (le finanze dello stato, le leggi, il mercato) risulta evidente che davvero la corruzione deturpa la società democratica impoverendo l´intera società.
Impoverisce per l´ovvia ragione che si alimenta con i soldi che sono di tutti e che violando la trasparenza delle regole (per esempio quelle per l´attribuzione di appalti nelle Grandi opere o nei lavori pubblici ordinari) fa saltare il principio che presiede al contenimento dei costi: competenza su un piede di parità. La corruzione è un caso vero e proprio di attentato monopolistico all´economica di mercato. E una delle conseguenze perverse di questa turbativa delle buone pratiche è che gli imprenditori, sapendolo, si premuniscono in anticipo e si preparano a fare quello che fan tutti. Ecco spiegata la ragione per la quale la storia delle “mele marce” è una favola: la corruzione deve farsi sistema per avere successo; deve essere messa in conto da tutte le imprese che vogliono lavorare per il pubblico.
L´effetto escalation della corruzione – e la prova che la storia delle mele marce è una favola per gli stupidi – è molto ben descritto da queste parole usate da due studiosi (Shleifer e Vishny) a proposito del paese governato da Vladimir Putin: «Per investire in una compagnia russa, uno straniero deve corrompere ogni agenzia coinvolta nella transazione, inclusi il ministero degli esteri, quello dell´industria e dello sviluppo economico, quello delle finanze, il governo locale dell´area dove avverrà l´investimento, la banca centrale, l´ufficio centrale delle opere pubbliche e così via. L´ovvio risultato è che gli stranieri non investono in Russia». E qui siamo nella perfetta condizione di impoverimento generale a causa dell´arricchimento di pochi o pochissimi per vie illecite. Gli impoveriti non fanno notizia. Ne farebbero, e farebbero un gran rumore, se la democrazia funzionasse. E qui veniamo al punto: la democrazia ha le regole adatte per disincentivare la corruzione mandando a casa i politici corrotti. C´è da pensare, proprio perché questo teorema è noto a chiunque, che chi vive di corruzione non ami la democrazia e voglia fare di tutto per imbavagliarne la voce libera e pubblica. Questa è una storia di casa nostra.

La Repubblica 16.05.10

"Conti, scure sugli statali. Altro condono all'orizzonte", di Laura Matteucci

Se la manovra dovesse sostanziarsi solo di rinvii di contratti e liquidazioni statali, chiusure di finestre pensionistiche e tagli qua e là a voci già tartassate, sarebbe l’ennesimo segno della disperazione di questo governo, la cifra della totale mancanza di progettualità e visione di prospettiva». Così Enrico Morando, senatore Pd, sulle indiscrezioni del piano lacrime e sangue (per chi?) che il ministro Tremonti sta mettendo a punto. Ma il rischio è quello di uno scenario anche peggiore. Il timore è che una manovra del valore minimo annunciato di 25 miliardi, dopo la bufera sui mercati e gli attacchi speculativi all’euro, uniti ad un bilancio pubblico non disperato ma che presenta un debito altissimo, debba comprendere anche altro. Un condono fiscale e uno edilizio, per esempio. Di quello edilizio già si è parlato, con la misura per regolarizzare i 2 milioni di cosiddetti «immobili fantasma ». Al momento ne sono stati accatastati un quarto per un recupero di rendita di 257 milioni e, con la regolarizzazione, si pensa di arrivare a 2 mld. L’ennesima sanatoria fiscale, invece, è l’ipotesi che aleggia come il convitato di pietra alla cena della missione recupero denaro. «I soldi da trovare sono tanti – dice Stefano Fassina, responsabile Economia per il Pd – Un condono fiscale sembra altamente probabile». Dal governo per ora parla solo il ministro Sacconi: «Ridurremo il perimetro della spesa pubblica e riformeremo il sistema fiscale».

SACRIFICI E DEMAGOGIA Mentre di certo c’è che per trovare i soldi destinati al decreto salva-Grecia (5,5 mld), tra gli altri tagli, sono stati dirottati i fondi per i familiari delle vittime di Marzabotto, per il resto siamo ancora alle congetture. Ma molto verosimili. Dalla stretta alla spesa pensionistica, che è di circa 250 miliardi l’anno (il bilancio dell’Inps è praticamente l’unico a funzionare), si recupererebbe qualcosa come 2,5 mld. Dalla manovra sul pubblico impiego 3-4 mld: congelamento di stipendi, salario di produttività e liquidazioni, niente turn-over, blocco degli scatti di anzianità anche per magistrati e professori universitari. Si parla di un’ulteriore strozzatura ai trasferimenti agli Enti locali, ed è possibile anche la revisione del triennale Patto per la salute siglato a novembre con le Regioni (previsti circa 100 mld l’anno), tanto più dopo l’ultima tornata elettorale che ha modificato gli equilibri politici interni alla Conferenza delle regioni. Nel mirino anche operazioni fiscali nel ricco settore di giochi e lotterie, e la spesa per investimenti (esempio: nei lavori pubblici basta ritardare qualche delibera per bloccare i finanziamenti). All’idea del ministro Calderoli di tagliare del 5% gli stipendi di ministri e parlamentari, «non facciano demagogia», risponde Rosy Bindi, presidente del Pd. «Non ci sono misure di lotta vera all’evasione fiscale – prosegue – nè misure strutturali per sostenere i redditi delle famiglie e l’economia». E Tremonti, del resto, ha più volte escluso patrimoniali di ogni genere. «Una mannaia per dipendenti pubblici e pensionati – dice Rossana Dettori, segretario Fp-Cgil – senza un minimo di equità sociale, senza riequilibrio del prelievo fiscale che strozza il lavoro, senza mettere mani all’insopportabile disparità di trattamento che vede i dipendenti pagare persino per gli speculatori». La Cisl propone interventi su sprechi, consulenze e mancati controlli, con cui «si può arrivare a risparmi tra i 2,5 e i 5 miliardi ». La ricetta prevede il taglio del 90% delle consulenze in enti e aziende pubbliche che costano 2, 6 milioni l’anno. «Si usano “esperti” esterni invece di far lavorare dirigenti interni – dicono dalla Cisl – spesso si tratta di prebende ad amici di partito per pagare le campagne elettorali».

L’Unità 16.04.10

Uguaglianza e libertà. Per tenere unito il nostro Paese

Gianni Cuperlo, a capo del Centro Studi del Pd, dalle pagine de l’Unità prende spunto dal 150° anniversario dell’Unità d’Italia per interrogarsi su quale sia il compito del PD in un Paese il cui volto è profondamente mutato negli ultimi anni.
Ma un paese può finire? Può rompersi come un legno secco? Noi diciamo di No e a parole lo dicono tutti. Eppure nell’Italia di oggi la domanda non è assurda e riguarda il futuro di questo nostro paese. In fondo cosa tiene insieme una nazione? Lo Stato certo, nel senso delle sue istituzioni. E poi una cultura. E uno spirito di comunità, sentirsi parte di uno stesso destino. Tre elementi – istituzioni, cultura, comunità – impossibili da sciogliere. La crisi di uno può innescare spinte divaricanti, anche serie. Ma solo la crisi congiunta dei tre può condurre a una secessione. Magari “strisciante” come ha scritto Gianfranco Viesti ma non per ciò meno drammatica. L’Italia che celebra il 150° della sua Unità è una realtà interamente compresa in questa domanda: se ha un senso e che senso ha il suo avvenire. Il che rende l’anniversario una materia feconda per gli storici, ma non solo. E’ la cultura italiana, e con essa la politica, che devono pronunciarsi. Il presidente Napolitano, parlando alla Scala il 25 aprile, ha scolpito quell’unità sul piano storico e del rigore costituzionale. Quello è il suo compito, ed egli dal primo giorno di mandato lo assolve in maniera impeccabile. Noi però siamo un partito. Il primo partito dell’opposizione e dunque quell’unità di fondo – strategica e irreversibile – la dobbiamo motivare sul terreno culturale e di un programma di governo che poi è il modo in dote alla politica di nominare la “missione” del Paese. Dobbiamo farlo perché mai come ora un accidente storico – l’appuntamento del 2011 – si carica di segni futuri e interroga le classi dirigenti sulle proprie responsabilità.
L’Italia che si avvia a celebrare se stessa è bloccata. Ferma sulle gambe. Negli anni abbiamo perso dinamismo e mobilità, l’ultima crisi ha fatto il resto. Gli indicatori economici parlano da soli. Circola meno denaro, la forbice di redditi e diseguaglianze si allarga. Perde fiducia chi dovrebbe trainare la ripresa, giovani, donne, l’impresa diffusa. Regge a fatica un welfare familiare ma i dati sulla povertà impauriscono. L’azione di governo, nell’insieme, appare desolante. La destra insegue il consenso. Rimuove la vita delle persone accantonando soluzioni necessarie e rifugiandosi nel mito di un federalismo fiscale privo a tutt’oggi di criteri e parametri di merito. Per loro la ricetta è banale, i tributi restino dove si pagano e ne godranno tutti: il Nord tartassato, il Sud degli sprechi e uno Stato più parco. Balle, ma dette a reti unificate. Dietro la propaganda comunque c’è altro. C’è il virus di una secessione degli animi. Qualcosa in grado di anticiparne altre, nelle regole, nei principi, nella forma stessa dello Stato. Un’opera tutt’altro che rozza transitata dal modo di concepire materie sensibili, il patto fiscale, la sicurezza, le identità dei territori. Da lì, a scendere, lo sfregio delle regole, un Parlamento svuotato di funzioni fino al conflitto irresponsabile verso le istituzioni di garanzia. L’obiettivo? Rompere la struttura del paese con un racconto dell’Italia dove via via evaporava l’intera nostra storia e tradizione democratica. Non una piccola cosa, e il tentativo continua.
Poi ci siamo noi. Un partito giovane e non senza i malanni che turbano la crescita. Ma una forza che sta in campo per reagire alla frana possibile di tre capisaldi: Democrazia, Economia e Cultura. Perché questo è oggi il tema. Noi non barcolliamo solo per una transizione istituzionale infinita. E neppure soltanto per una crescita bloccata o un consumo culturale appiattito. Noi da anni sbandiamo per l’intreccio di questi tre elementi ed è la loro relazione a impoverire l’insieme della trama civile e della tenuta unitaria del Paese. Diciamo che uno appresso all’altro si sono colpiti i bastioni dell’unità. Che erano valori costituzionali, ma anche linguaggi e persino quel pudore del dire che avrebbe impedito, vent’anni fa, di mescolare in una questione di mensa un illecito amministrativo, la mancata rata, con uno sbrego civile, la mancata razione. Il primo compito, quindi, è gravoso ma decisivo. Ricongiungere le trame della crisi: tenere insieme cultura, economia e democrazia, in un disegno che esige da noi qualcosa di più di un programma di cose da fare. Esige un vocabolario. Una gerarchia di forze da rappresentare e spingere sulla scena. Esige, sopra ogni altra cosa, un’idea del Paese frontalmente opposta all’immagine che la destra ha adottato per sé. E qui si colloca il 150°. Per noi vuol dire indicare una via d’uscita per quella crisi che al fondo segna il venir meno di un’idea di nazione e del suo spirito unitario. Al centro di tutto non c’è la bega quotidiana tra “noi” e “loro”. Al centro c’è una questione drammatica: la presa d’atto che un modello di Unità è incrinato oramai nelle sue fondamenta. Parliamo della nostra funzione nel mondo e del ruolo che avremo nella nuova divisione internazionale del lavoro. Della convenienza a rimanere compresi in uno stesso organismo statuale contrastando spinte poderose a “fare da soli”, nell’idea di una salvezza dei singoli: territori imprese individui. Di questo vogliamo discutere. Di alcuni titoli che paiono rimossi dall’agenda pubblica ma dai quali dipende la sorte del Paese.
E allora: cosa siamo destinati a diventare nel nuovo tempo? Nell’Europa allargata e nel mondo globale? Che accadrà dopo esser stati per decenni nel salotto buono del mondo quando con gentilezza ci verrà indicata la porta d’uscita? E ancora: qual è oggi l’identità del paese nel giudizio che offre di sé? E quali i grandi valori civili condivisi nel formarsi di un’opinione pubblica che poi è tanta parte del modo di pensare e di comportarsi di una comunità. Insomma dove si forma a questo punto della storia la coscienza civile che sola è in grado di rianimare un interesse generale saldando i destini dei singoli al benessere degli altri? E infine: quale legame c’è tra il nuovo populismo e la caduta verticale del prestigio politico? Che poi è un modo di interrogarsi sulla natura del potere oggi nel nostro paese. Sui caratteri della democrazia italiana nella seconda Repubblica.
Di questo vogliamo discutere. In modo aperto, scavando più di quanto si è fatto sin qui. Sapendo che ci sono moltissime persone, interessi aggregati, gente perbene che aspetta da noi – da un partito nuovo – un racconto del paese meno paludato o timoroso di deludere qualcuno. In questo senso non credo che siamo senza parole. Le abbiamo. E anche belle, a partire da quel binomio – uguaglianza e libertà – che dovremmo ripensare un miliardo di volte ma non dimenticare mai, perché è la nostra essenza. Ma quelle parole vanno motivate senza timori. A partire dal recupero di un senso per la storia lunga che sta dietro di noi e che, fuori dalla ritualità, può aiutarci a capire meglio la storia che abbiamo davanti. Pensiamoci. Il 2011 è domani. Può ridursi a un anniversario oppure diventare l’occasione per un altro passo. Noi lavoreremo per questo.

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Il Cavaliere e l'incubo di Letta. "Qualcuno vuole coinvolgere Gianni", di Claudio Tito

“La “Lista Anemone” non è il vero obiettivo. Quei nomi non sono il bersaglio di questa inchiesta. A Perugia sperano di colpire qualcun altro…”. La tensione è altissima. L’attesa che qualcosa possa ancora accadere paralizza ogni mossa. E Silvio Berlusconi, bloccato dall’influenza a Palazzo Grazioli, si presenta ai suoi interlocutori come un leone in gabbia. Assillato dai pronostici giudiziari. E così, seleziona i suoi colloqui. Misura i suoi incontri. Ma ai fedelissimi confida i dubbi che lo stanno tormentando. La paura che le indagini in corso a Perugia possano silurare i “piani alti” del governo. Non solo Claudio Scajola e Guido Bertolaso. Ma anche alcuni dei più stretti collaboratori del premier. Compreso Gianni Letta, il vero “braccio destro” del Cavaliere.

E già, perché è questo l’incubo che sta avvolgendo Via del Plebiscito: che le operazioni dei magistrati avvolgano altri ministri e “Gianni”. Soprattutto Berlusconi ha iniziato a sospettare che la “lista di proscrizione”, l’elenco dei lavori edili effettuati da Diego Anemone circolato negli ultimi giorni, sia solo una mossa tattica. Un diversivo per nascondere le vere intenzioni delle toghe perugine. Teme, insomma, che la procura umbra abbia come “target” finale proprio il sottosegretario alla presidenza del consiglio. Del resto, da giorni chi frequenta la procura sente parlare come un refrain di intercettazioni che non sono state ancora sbobinate. “Su di lui, però, – ripete l’inquilino di Palazzo Chigi – posso mettere la mano sul fuoco. È impossibile che si sia fatto coinvolgere in qualcosa di non chiaro. Gianni è trasparente e nessuno può sporcare la sua figura”.

Quelli del premier sono solo sospetti, confessati però nelle ultime ore alla cerchia più ristretta del suo staff. Già in settimana, tra i corridoi di Montecitorio, erano circolate le voci circa il coinvolgimento nelle indagini di altri dicasteri. Adesso, però, lo spettro rischia di materializzarsi improvvisamente. Al punto che la strategia difensiva immaginata in un primo momento, è stata ritoccata in corsa. L’idea di un “Predellino morale” è stato per il momento rinviato. “A questo punto è chiaro che bisogna fare pulizia. Ma non posso farla ora, bisogna prima capire i veri obiettivi di questa indagine. E comunque voglio aspettare dei verdetti concreti e non quelle liste di proscrizione. Al momento bisogna stare fermi”.

Eppure, l’idea di una “rivoluzione” nella sua strategia di lungo termine è ormai maturata. È emersa da quando sul tavolo del presidente del consiglio sono stati recapitati gli ultimi sondaggi. Che gli uomini del premier hanno sintetizzato con una battuta: “Effetto Bertolaso”. Il coinvolgimento del capo della Protezione civile nelle “vicende immobiliari” ha provocato una sorta di effetto “boomerang” sulla popolarità e il gradimento dell’intero esecutivo. Tanto aveva contribuito a far impennare gli indici con gli interventi in Campania a L’Aquila, così sta determinando la pesante flessione. “Sulla casa – è l’amara riflessione di Berlusconi – gli italiani si arrabbiano davvero”.

E infatti si è convinto che il sottosegretario per i grandi eventi non possa rimanere a lungo al suo posto. “Nessuna precipitazione. Ma quanto può rimanere ancora? Può ancora mettere la faccia sull’operato del governo?”, ha chiesto il premier ai suoi. Un interrogativo posto l’altro ieri sera anche al diretto interessato. Al quale ha pure rimproverato quella conferenza stampa “improvvisata” a Palazzo Chigi, e “senza alcun senso politico”. E forse non è solo un caso che proprio oggi arrivi nell’amministrazione della Protezione civile il successore designato: Franco Gabrielli.
Da tempo il Cavaliere si è quindi messo nell’ottica di “compiere dei sacrifici”. Per evitare che la “valanga” giudiziaria investa anche lui. “Io non ho nulla a che vedere con chi ruba. Non ne ho bisogno”. Non solo. A Via del Plebiscito, in molti temono che l’attuale situazione possa “paralizzare” la maggioranza e l’esecutivo per troppo tempo: una inattività che Berlusconi giudica “dirompente” per il centrodestra. Tant’è che lo stesso presidente del consiglio da qualche giorno non esclude più la possibilità che tutto precipiti verso le elezioni anticipate. Magari nella prossima primavera.

In quel caso, il “Predellino morale” diventerà il leit motiv della campagna elettorale. “Farò come nel ’94: tutte facce nuove e giovani. Mi presenterò agli italiani come il campione del rigore etico”. Utilizzando le urne come il lavacro della “nuova Tangentopoli”. “Le prossime liste le farò io personalmente – ha avvertito -. farò piazza pulita. Ricandiderò solo una dozzina dei deputati e senatori uscenti. Tutti gli altri saranno “esordienti””. E lo stesso farà per i vertici del Pdl.
Ma sa anche che questa tattica ha bisogno ancora di un po’ di tempo. Soprattutto non può oltrepassare un limite: quello che riguarda gli “amici di sempre”. Quel gruppo di persone che rappresentano il centro dei suoi successi imprenditoriali e politici.

La Repubblica 15.05.10

"Edilizia al palo. Nel 2009 persi 210mila posti e 2mila imprese", di Luigi Venturelli

Per l’economia è l’ultimo campanello d’allarme. Quando crolla il mattone, si prepara a crollare buona parte del sistema produttivo. Così è stato nel corso del 2009, come gli Stati generali delle costruzioni avevano predetto, e come certificano gli ultimi dati presentati ieri al Cnel: nell’arco di dodici mesi sono stati persi 210mila posti di lavoro, 137mila diretti e 73mila nell’indotto, sono fallite oltre 2mila imprese, il30%in più rispetto al 2008, senza contare un ulteriore aumento del 30% di aziende che hanno chiuso i battenti nel primo trimestre del 2010. Un quadro «drammatico», di fronte al quale le associazioni datoriali e i sindacati di categoria chiedono di essere convocati con urgenza a Palazzo Chigi. Lo scorso anno sono nate 9mila imprese di costruzioni in meno rispetto all’anno precedente, in tre anni gli investimenti si sono ridotti del 18%, mentre le compravendite di abitazioni sono diminuite del 30%, e negli ultimi sei anni il numero dei bandi di gara per i lavori pubblici è calato del 55%.

LE PROPOSTE ANTICRISI «Il terremoto economico-finanziario ha determinato una situazione molto difficile. Non possiamo stare tranquilli, la situazione sta diventando ancora più nera. Provvedimenti come il piano casa non hanno funzionato, attendiamo le riforme vere per dare risposte al settore» ha incitato il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti. Insomma, serve ben di più dello sblocco deliberato dal Cipe di 358milioni per circa 1.700 interventi urgenti di messa in sicurezza degli edifici scolastici. In proposito, gli Stati generali hanno illustrato ieri una serie di possibili vie d’uscita dalla crisi: la possibilità per le aziende di compensare i propri crediti certi verso le pubbliche amministrazioni con le imposte e i contributi dovuti; la modifica del Patto di Stabilità affinchè gli enti virtuosi possano realizzare gli investimenti necessari allo sviluppo; lo sblocco delle risorse per le infrastrutture, vale a dire gli 11,2 miliardi di euro del Piano Cipe di cui solo 20 milioni di euro sono stati affidati; l’ampliamento degli ammortizzatori sociali ordinari anche nell’edilizia e l’attivazione del piano casa con la semplificazione e lo snellimento delle procedure. LA PIAGA DEL LAVORO NERO Ma c’è un’altra piaga che affligge l’edilizia e che, finchè non sarà sconfitta, pregiudicherà ogni reale rilancio: il lavoro nero. Secondo stime prudenziali della Fillea Cgil, solo nel 2008 sono stati evasi nel comparto circa 5 miliardi di euro. Oltre 300mila fantasmi lavorano nei cantieri di tutta Italia e solo tra gli immigrati regolari mancano all’appello dalle casse edili 110mila lavoratori; il caporalato controlla il mercato delle braccia e ne stabilisce i prezzi al ribasso, e il 15% degli addetti pur regolarmente assunti dichiara di percepire una parte dello stipendio in nero. «Il mercato – ha rilevato il segretario generale Walter Schiavella – è ostaggio della cricca cui vengono affidati senza alcuna gara gli appalti pubblici, dell’assenza di regole, della rincorsa ai ribassi spesso oltre il 60%, e soprattutto del lavoro nero dove si rafforzano le infiltrazioni della criminalità organizzata».

L’Unità 15.05.10

"Nessuno è al sicuro", di Massimo Riva

Non è vero che l´Italia può starsene tranquilla al riparo del così pur decantato rigore del ministro Tremonti. Ora, infatti, è lo stesso governo ad ammettere che una manovra di tagli alla spesa pubblica va allestita al più presto nella classica forma delle procedure d´urgenza, con un decreto-legge da varare entro il mese di giugno.
Con ogni probabilità non saranno provvedimenti da lacrime e sangue, come quelli adottati dapprima in Grecia e poi in Spagna e Portogallo, ma non potranno nemmeno essere carezze. È significativo, del resto, di un destino comune dei paesi mediterranei il fatto che anche a Roma si stia pensando di agire sugli stessi fronti contabili, che sono al centro delle manovre altrui. Segnatamente sulla componente principale della spesa che, da noi come altrove, è rappresentata da salari e stipendi delle pubbliche amministrazioni.
Le prime indiscrezioni sui lavori in corso dicono, infatti, che non si pensa magari a sforbiciare di netto le buste paga dei dipendenti pubblici e però si punta a fermare la crescita del monte salari del pubblico impiego con uno slittamento – che potrebbe arrivare fino al 2013 – dei relativi rinnovi contrattuali. Misura che tecnicamente non si può chiamare taglio, ma che di questo ha i medesimi effetti pratici seppure scaglionati nel tempo.
Nella stessa direzione vanno altre ipotesi di intervento allo studio. Come quella di portare da 90 a 180 giorni il tempo di pagamento delle liquidazioni ai lavoratori pubblici che vanno in quiescenza. O come l´altra di chiudere già da quest´anno una o due finestre di uscita per coloro che vogliano usufruire delle pensioni d´anzianità. Al momento, naturalmente, è difficile distinguere fra le tante indiscrezioni fatte filtrare quali siano effettivamente fondate e quali altre magari siano dei puri «ballon d´essai» messi in circolazione solo per saggiare le reazioni del mondo sindacale e delle categorie interessate.
Di sicuro c´è comunque un fatto: la maschera dell´ottimismo fino a ieri ostentata dal governo è già andata in frantumi. Come non sta più in piedi l´abusato giochetto di presentare questo intervento come il naturale seguito di una ben calcolata manovra triennale.
Se si ritiene necessario intervenire per decreto a giugno 2010, ciò significa che si vogliono raccogliere i frutti degli interventi già per tutto il secondo semestre dell´anno in corso. Dunque, che le previsioni sull´andamento dei conti di quest´anno erano sbagliate e devono subire una rapida correzione.
Né serve che per rendere meno indigesta questa svolta ci sia qualcuno che si fa avanti con la proposta di un taglio del 5 per cento agli stipendi di ministri e parlamentari. Come il ministro Calderoli, che parla in proposito di un doveroso atto di buon esempio da parte della classe politica. Il danno pazienza, ma la beffa questa è davvero eccessiva. Il problema dei costi della politica si risolve con una limatura a un migliaio di buste paga?
Sembra uno scherzo. A parte il fatto che nel denaro versato ai parlamentari l´indennità costituisce una parte sempre meno importante, forse è il caso di ricordare che i veri e più sostanziosi costi della politica riguardano l´esistenza di una struttura pletorica di organismi: alcuni dei quali, come le province, svolgono compiti assai limitati ma dando sovrabbondante foraggio a coloro che le amministrano. Invece di cercare di fare bella figura con espedienti a buon mercato, perché il ministro Calderoli non spiega l´opposizione della Lega all´abolizione delle province?
Ora che sul paese sta già per abbattersi il rendiconto con le false promesse di non mettere le mani nelle tasche degli italiani, non guasterebbe almeno un po´ di rispetto per l´intelligenza – oltre che per il portafoglio – dei cittadini.

"La crisi dell'Europa incompiuta", di Teodoro Chiarelli

Che fosse una fragile tregua, che l’intervento concertato a sostegno della Grecia non sarebbe bastato a placare i mercati, si era capito dai sinistri scricchiolii dei giorni scorsi. Ieri, puntuale, è arrivato l’ennesimo venerdì nero. Le Borse europee hanno tutte chiuso con tonfi rovinosi bruciando 166 miliardi; malissimo pure l’euro sceso sotto 1,24 dollari.
Sono bastate un paio di sparate intempestive per favorire nuovi allarmismi, seminare panico e scatenare la speculazione. Giovedì sera il numero uno della Deutsche Bank, Josef Ackerman, ha sollevato nuovi dubbi sulla solvibilità della Grecia. Seguito dal consigliere economico di Barack Obama, l’ottantatreenne Paul Volker, ex presidente della Fed con Carter e Reagan, secondo cui se l’Europa non procede verso una maggiore integrazione l’euro verrebbe messo in discussione.

La presa di distanza dei mercati è evidente e vanifica l’effetto calmierante delle massicce misure stabilizzatrici annunciate nello scorso weekend da Ue e Bce. Placate le tensioni sul mercato dei bond, restano ancora troppe le incognite sull’attuazione e l’efficacia delle misure anti-deficit, mentre inevitabilmente si profila il loro impatto negativo in termini di crescita economica e di tensioni sociali.

Il rischio di veder riproporre in giro per l’Europa gli scontri che hanno insanguinato Atene, purtroppo, è tutt’altro che remoto. La stessa Bce chiede ai governi operazioni che favoriscano lo sviluppo prefigurando il pericolo che la già fragile ripresina di Eurolandia finisca per essere subito soffocata. Nel frattempo dalla Grecia, al Portogallo, dall’Irlanda alla Spagna, tornano d’attualità parole come austerità e sacrifici. In Italia è in arrivo una manovra da 25 miliardi per il biennio 2011-2012 e si ipotizzano strette su pensioni di invalidità e finestre di anzianità.

In fondo il caso Grecia è stato un test sul futuro dell’Europa, sulla capacità dei Paesi Ue di stare insieme. Spiegava Romano Prodi qualche giorno fa che «un problema nato piccolo e trascurabile ha assunto dimensioni ben diverse a causa della divisione tra i partner Ue e del populismo: il mondo è cambiato, se non stiamo insieme scompariamo». La speculazione si sta scatenando sull’euro a causa della debolezza politica dell’Europa. Crisi fiscale, contagio, collasso della moneta unica: scenari da brividi che potrebbero avere conseguenze peggiori dello tsunami subprime.

I tanto temuti «criteri di Maastricht» e «patto di stabilità» stanno mostrando in realtà tutti i loro limiti. Abbiamo una moneta unica, ma mancano regole europee comuni e condivise. Decisioni fondamentali come quelle fiscali sono rimaste appannaggio dei singoli governi che procedono in ordine sparso, seguendo logiche politiche interne di breve periodo, spesso legate a scadenze elettorali (basti vedere i guasti prodotti nella crisi greca dalle elezioni tedesche in Nordreno-Vestfalia).

La speculazione che per sua natura non fa beneficenza né opere di bene ha colto questa contraddizione e si è insinuata nelle divisioni politiche all’interno dell’Ue scatenando le ondate di attacchi contro la moneta unica. La posta in palio è esattamente questa, uno scenario fino a poco tempo fa impensabile: la possibile rottura del sistema euro. Le conseguenze, soprattutto per un paese come l’Italia endemicamente malato di debito pubblico, sarebbero drammatiche. Nata con una moneta forte, l’Unione Europea non è stata in grado di dotarsi di strumenti adeguati, non ha voluto darsi un’autorità di controllo e sorveglianza né preventiva, né successiva.

C’è chi sostiene che l’unica via d’uscita sia andare oltre Maastricht e patto di strabilità, varando limiti comunitari vincolanti e istituzioni a cui assoggettare le leggi di bilancio nazionali. Insomma, strutture sovranazionali e istituzioni fiscali federali. La domanda da porsi è tutto sommato semplice: arrivati a questo punto, meglio fare un passo avanti o farne uno indietro?

La Stampa 15.05.10