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Riapriamo il cantiere partendo dai «piccoli», di Paola De Micheli

Lunedì è stata una giornata importante per le piccole e medie imprese italiane. È nato, infatti, il coordinamento tra le più significative associazioni imprenditoriali: “Rete Imprese Italia”, l’accordo tra Confcommercio, Confesercenti, Confartigianato, Cna e Casartigiani. Un passaggio storico per la rappresentanza delle PMI che, di fatto, cambia il modello di concertazione per molti di coloro che Dario Di Vico definisce opportunamente “Piccoli, la pancia del Paese”. Noi democratici accogliamo con grande interesse questa novità, nella consapevolezza di poter intervenire molto efficacemente a favore delle istanze, dei problemi e dei sogni dei piccoli imprenditori italiani.

Proprio per la necessaria attenzione che intendiamo riservare a questo mondo così vivace non vogliamo perdere di vista gli effetti che si potrebbero determinare anche in Italia a seguito dell’ulteriore recrudescenza della crisi finanziaria di questi giorni. Come già nel 2008, il rischio è che proprio la piccola e media impresa paghi un conto altissimo per problemi che non ha contribuito a creare. Conosciamo bene lo stato di emergenza che i piccoli imprenditori si trovano ad affrontare e per questo vogliamo discutere con loro per costruire, insieme, risposte in grado di vincere le sfide che ci attendono nel prossimo futuro.
Come, a ragione, ricorda il presidente di Rete Imprese Italia, Sangalli – «la politica intervenga subito a favore delle piccole e medie imprese e quindi di tutto il Paese» –, dobbiamo evitare che questa turbolenza internazionale si scarichi nel cuore e sulle gambe dell’impresa italiana. Il timore diffuso è che i fattori finanziari della crisi, che hanno provocato un crollo della fiducia nei rapporti interbancari, e la chiusura dei bilanci 2009 (i primi di piena recessione) si ripercuotano in maniera durissima sul credito, provocando un’ulteriore stretta creditizia e un aumento del suo costo.
Tutto ciò, unito alle inadempienze nei pagamenti della pubblica amministrazione, a causa del patto di stabilità interno, al ritardo dei pagamenti dei privati e alla contestuale piccola ripresa degli ordini che si sta registrando, genera un fabbisogno straordinario di credito. Esigenza, questa, che deve essere soddisfatta per cogliere i primi timidi segnali di ripresa che pure ci sono e che già si intravedono dopo anni bui. Il pericolo vero è che ora non ci siano più risorse per rispondere a queste opportunità.

In un simile quadro di crisi perdurante, la questione occupazionale, con la fine della cassa in deroga, si ripercuoterà sui territori, provocando una maggiore richiesta protettiva rivolta agli enti locali. Corriamo il rischio, dunque, che appunto sui territori si scarichino tensioni che vanno al di là della tradizionale capacità di tenuta della coesione sociale. Gli enti locali, per rispettare le regole del patto di stabilità, potrebbero improvvisamente affievolire l’intervento di supplenza del governo fin qui attuato.
Il rigore delle politiche di bilancio è un valore assoluto prima di tutto per noi. Anche per questo sappiamo bene che occorre un lavoro comune sulla prossima manovra di aggiustamento dei conti, per intervenire scegliendo priorità vere per il Paese, agendo realmente sulle inefficienze della spesa, al fine di garantire un supporto concreto all’immensa fatica del rischio d’impresa che, oggi più che mai, i nostri imprenditori portano sulle spalle senza ricevere alcun tipo di aiuto. Su queste emergenze abbiamo risposte concrete e di rapida realizzabilità: un nuovo modello di “credito paziente”, un nuovo patto interno, la golden rule.

La parte più vivace della manifattura europea nasce, vive e opera in Italia, nei capannoni e nei negozi di 4,5 milioni di imprenditori. In questi mesi si stanno affrontando pesantissime ristrutturazioni e inaugurando percorsi di innovazione per rispondere alle trasformazioni del mercato. Negli ultimi anni è stata la tempra delle relazioni intra-aziendali e dei territori a tessere una rete di supporto attorno all’impresa. Sono state la forza del territorio e dei legami personali e la condivisione degli obiettivi tra imprenditore e maestranze a consentire la sopravvivenza di molte di queste straordinarie realtà. Una strategia di sopravvivenza che, tuttavia, non ha evitato una impennata nella “mortalità” d’impresa e una crescente difficoltà nell’avvio di nuovi soggetti.
Oggi è nata ‘Rete Imprese Italia’: gli imprenditori mandano alla politica un segnale forte e concretissimo per avere risposte vere. Oggi, da soli, si sta forse sul mercato nazionale, ma di certo non si riesce a navigare nei mari della competizione globale. Solo insieme è possibile affrontarli e vincere.
L’Unità 12.05.10

"Federalismo e separatismo", di Giorgio Ruffolo

Rifare l´Italia era il titolo di un celebre discorso pronunciato alla Camera da Filippo Turati il 26 giugno del 1926. Le circostanze sono radicalmente altre. Ma forse quel titolo ha riacquistato tutta la sua attualità.
Per quel che sta succedendo l´unificazione italiana rischia di essere celebrata, tra qualche anno, non nel segno di una conferma ma sotto l´incubo di una minaccia. Mai come di questi tempi le sorti delle due parti di cui si compone il paese sono sembrate più lontane. Mai esso è sembrato così pericolosamente lungo.

E così insidiato dal rischio di una decomposizione territoriale: una condizione nella quale il Nord somigli, come diceva un grande storico italiano, Adolfo Omodeo, a un Belgio grasso, e il Sud a una colonia mafiosa.
Non soltanto appare incerto il futuro del Paese, tanto che ieri il presidente Napolitano ha dovuto ricordare quale sciagura, quale “salto nel vuoto” sarebbe una secessione. Ma è anche sottoposto a revisione il passato della nazione. «Si vedono emergere giudizi sommari e pregiudizi volgari – ha detto il capo dello Stato in un recente discorso – su quel che fu nell´800 il formarsi dell´Italia come Stato unitario, e bilanci approssimativi e tendenziosi di stampo liquidatorio, del lungo cammino percorso dopo il cruciale 17 marzo 1861. Bisogna reagire all´eco che suscitano, in sfere lontane da quella degli studi più seri, i rumorosi detrattori dell´Unità d´Italia».
In questo clima, il richiamo al federalismo, così insistito da parte dell´attuale maggioranza, rischia di tradursi nella rivendicazione di un separatismo regionale, ove sia limitato all´aspetto dell´autonomia fiscale. Ciò che prevale in questo federalismo separatista è la denuncia del peso che il Nord subisce per trasferimenti di risorse al Sud, ingenti e malamente gestite: il cosiddetto “sacco del Nord”. Ora, che quei trasferimenti siano molto malamente gestiti, è fuor di dubbio. Che ciò, però, giustifichi una loro drastica riduzione sarebbe un gravissimo errore storico: sarebbe l´abbandono della questione meridionale come aspetto cruciale dell´unità del paese, in nome di un nordismo provinciale, miope sia rispetto al venir meno di un impulso che giova a tutto il paese, sia rispetto alla minaccia che grava su tutto il paese, di diventare un “Mezzogiorno d´Europa”, centro nevralgico della grande rete della criminalità mondiale.
Il federalismo non può e non deve essere inteso come separatismo, ma, secondo l´originale ispirazione risorgimentale, quella dei Cattaneo dei Dorso dei Salvemini, come un patto storico tra il Nord e il Sud, che saldi finalmente l´Italia in una autentica unità nazionale.
In questo senso va intesa la proposta di una grande riforma federalista unitaria, basata su due fondamentali innovazioni: l´istituzione delle macroregioni e il patto nazionale tra di esse. Più un terzo elemento essenziale.
La prima proposta muove dalla constatazione del fallimento dell´esperienza regionalistica risoltasi in una frammentazione di governi e di burocrazie locali, fortemente esposti alla dissipazione assistenzialistica e alla pressione corruttrice. Elevare il livello dei grandi costituenti federalisti: il Nord, comprensivo delle regioni settentrionali e centrali e il Sud, di quelle meridionali e insulari. Ciò ridurrebbe drasticamente il peso degli interessi locali e promuoverebbe la formazione di una classe politica non provinciale, capace di rappresentare istanze generaliste.
La seconda individua lo scopo storico del federalismo unitario: quello di realizzare finalmente l´unità della nazione sulla base di un patto di sviluppo comune e comunemente gestito, che non pregiudica l´autonomia fiscale, ma la finalizza a un interesse superiore. Strumento essenziale di questo patto, non una Banca erogatrice, ma un Fondo di programmazione di un piano di risanamento e di sviluppo. Risanamento, soprattutto delle aree urbane del Sud, la cui degradazione sociale costituisce il vero e principale ostacolo alla vittoria sulla criminalità mafiosa e allo sviluppo civile ed economico. Sviluppo, in chiave europea, delle potenzialità economiche rappresentate dall´area mediterranea.
In questo quadro – ecco il terzo essenziale aspetto – avrebbe senso, sia la posizione mediatrice di un “distretto” centrale, costituito da Roma e dalla sua proiezione laziale; sia una riforma presidenzialistica che assegnerebbe al capo dello Stato la responsabilità suprema di garantire, di fronte alle due grandi componenti della costruzione federalista, gli scopi e gli interessi superiori della nazione.
Sono ben consapevole dei rischi e della componente “utopistica” di una proposta così sommariamente riassunta. Ma anche del rischio di gran lunga più grave: quello della decomposizione territoriale dell´unità del paese che l´attuale deriva comporta. E quanto all´utopia, penso che il fatto più grave, e qui parlo soprattutto della sinistra, sia proprio la sua totale e deprimente assenza.
La Repubblica 12.05.10

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«Ancora troppe incognite», di Gianclaudio Bressa
Sono un federalista convinto, ho lavorato in Bicamerale e in parlamento perchè si andasse verso questa nuova forma di stato. Ma proprio per questo io con il federalismo voglio andare fino in fondo e non a fondo. Il nostro modello federale non nasce, come altri stati federali, dall’unione di stati autonomi, ma da uno stato unitario. L’articolo 114 della Costituzione, che recita «la Repubblica è costituita dai comuni, dalle province, dalle città metropolitane, dalle regioni e dallo stato », è la chiave di lettura di questo nostro modello federale.
Comuni, province, regioni, città metropolitane e stato sono tutti sullo stesso livello e hanno tutti le stesse responsabilità nel costituire il patto (foedus) federativo. Il centro non è più lo stato, ma la Repubblica. L’articolo 114 riformulato con la riforma del Titolo V della Costituzione, è proprio figlio dell’articolo 5 della Costituzione. È, in qualche modo, un’esplicazione dello stesso articolo 5 che dice «la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali». L’organizzazione in senso federale può rivoluzionare in meglio il nostro paese, solo se diventa un modo per conoscere con chiarezza da dove i soldi vengono presi, da chi e come vengono spesi, se è una scommessa di maggiore responsabilità e quindi di maggiore democrazia. Se questo è il senso del processo di federalismo dello stato italiano, siamo vincolati ad una serie di condizioni per attuarlo.
La prima di queste è che vengano definite con chiarezza le funzioni fondamentali di province e comuni, cioè sapere esattamente chi fa che cosa, senza sovrapposizioni, senza confusione di responsabilità.
Su questo non ci sono al momento certezze. Si sta discutendo alla camera il nuovo codice delle autonomie, ma il testo proposto dal governo è ancora lontano dal dissolvere la nebbia che avvolge il futuro di comuni e province. Come Pd abbiamo presentato emendamenti che definiscono con chiarezza queste funzioni fondamentali. Vedremo come andrà a finire. Certo è che senza questo passaggio l’attuazione del federalismo fiscale resta un’illusione, una pericolosa illusione che può far deragliare l’intero progetto.
La seconda condizione, perché si possa dire che stiamo facendo sul serio, è costituita dal fatto che la legge 42 del 2009 sul federalismo fiscale ha un suo equilibrio di fondo che è costituito dall’esistenza di meccanismi di garanzia che consentono una sua attuazione equilibrata e solidale su tutto il territorio nazionale. Stiamo parlando della definizione dei livelli essenziali, del costo standard delle prestazioni, della natura nazionale dei fondi perequativi, per citare solo i più significativi. Cosa sono i livelli essenziali? Compatibilmente con gli equilibri di finanza pubblica, sono l’asticella del welfare pubblico, al di sotto della quale nessuno deve restare.
Sono le condizioni di eguaglianza sostanziale, per cui un cittadino di Reggio Calabria deve avere le stesse opportunità di poter usufruire di servizi essenziali di un cittadino di Ancona o di Torino.
Cosa sono i costi standard delle prestazioni? Sono il costo più efficiente di una prestazione resa dallo stato, dalle regioni, dalle autonomie locali. Si badi bene stiamo parlando non solo di sanità, assistenza, servizi per l’infanzia, scuola, ma anche di trasporti, di dotazioni infrastrutturali… in poche parole della qualità della vita per ognuno di noi. La legge sul federalismo fiscale è vincolata per la sua attuazione dalla definizione dei livelli essenziali e dei costi standard. Tutto ruota attorno a queste due condizioni, senza l’attuazione delle quali non si ha federalismo fiscale, ma squilibrio e inefficienza, esattamente i mali che si vogliono combattere.
Questo cosa significa? Che non c’è federalismo fiscale se la legge 42/2009 non viene attuata integralmente. Ogni ipotesi di applicazione frettolosa di una sua qualche parte, perché magari si ha paura di andare a elezioni anticipate, va respinta, non solo perché è propaganda, ma perché può essere la tomba per il passaggio a un modello federale autentico e solidale. Non dobbiamo infatti dimenticare che la transizione da uno stato centrale ad uno federale, porta inevitabilmente con sé una fase di passaggio, in cui i costi sono duplicati, le inefficienze sono da mettere in conto. Ma questa zona grigia inevitabile, è sostenibile solo se è la più breve possibile. Ed è tanto più breve quanto più chiaro è il percorso. La crisi economica e finanziaria internazionale consiglia tempi brevissimi, se non vogliamo mettere nei guai il nostro paese.
Chiedere chiarezza non significa quindi chiedere di rallentare il percorso, ma anzi di garantirlo. Allora, per concludere, se si crede che il federalismo sia un’occasione storica per l’Italia di modernizzazione e cambiamento, di democrazia e solidarietà per lo sviluppo, non si devono fare le cose tanto per dire di averle fatte. Bisogna farlo bene: Sant’Agostino dice che la conoscenza precede la volontà. Sono ancora troppe le cose da conoscere: funzioni fondamentali per comuni e province, costi standard, livelli essenziali. Senza queste condizioni definite non c’è volontà federale, ma velleità federale, tanto inutile quanto pericolosa.
da www.europaquotidiano.it

"Il salario netto è di 22.027 dollari, dietro a Grecia Irlanda e Spagna", di Roberto Giovannini

Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi questi numeri sono soltanto «tecnicalità» che il governo ha sempre messo in discussione. E a suo giudizio, peraltro, questi dati «uguali al passato» non «hanno francamente riscontro nella realtà». Chissà come la pensa chi vive di lavoro dipendente, a sapere che secondo l’Ocse i salari italiani medi sono tra i più bassi del lotto dei paesi industrializzati. Per la precisione, i nostri stipendi medi risultano al ventitreesimo posto della classifica, con il 16,5% in meno rispetto alla media Ocse, sia nel caso di lavoratori single che nel caso di lavoratori con famiglia. Classifica alla rovescia invece per il peso di tasse e contributi: con il 46,5% l’Italia risulta al sesto posto dei Paesi nei quali il cuneo fiscale, ovvero la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto il lavoratore effettivamente incassa, è più alto.
Una situazione molto chiara, e molto deprimente, quella fotografata dall’Ocse nel rapporto annuale «Taxing Wages». Il salario annuale netto del lavoratore medio è in Italia di 22.027 dollari, contro i 26.395 della media Ocse, i 28.454 della Ue a 15 e i 25.253 della Ue-19. Attenzione, però: stiamo parlando del salario netto annuale medio di un lavoratore single senza carichi di famiglia, calcolato in dollari e a parità di potere d’acquisto. Se si guarda alla classifica del guadagno medio di un lavoratore con famiglia, unico percettore di reddito con a carico coniuge e due figli, il reddito netto degli italiani sale a 26.470 euro ma resta inchiodato, anche in questo caso, al 23° posto della classifica Ocse. Dietro Usa, Germania, Francia, ma anche alle spalle di Grecia, Irlanda e Spagna. Superiamo invece portoghesi, polacchi, ungheresi. In coda alla classifica i messicani.
E poi, c’è il cuneo fiscale. Il peso di tasse e contributi sui salari è in Italia al 46,5%. Nella classifica dei maggiori trenta Paesi, aggiornata al 2009, l’Italia è al sesto posto per tassazione sugli stipendi, dopo Belgio (55,2%), Ungheria (53,4%), Germania (50,9%), Francia (49,2%), Austria (47,9%). Il peso di imposte e contributi sui salari in Italia è rimasto stabile dal 2008 al 2009, registrando solo un lieve calo (-0,03%). Lo stesso segretario generale dell’Ocse Angel Gurria dice che «ridurre le tasse sul lavoro può aiutare ad accelerare la ripresa», ma chiarisce che questo si può fare «solo nell’ambito di un più ampio ed equilibrato intervento».
Bisogna «aumentare la produttività e scalare le tasse» per «dare al salario italiano una sua giusta dimensione», ha commentato il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. «Da mesi chiediamo al governo – ha detto il segretario confederale della Cgil Agostino Megale – un piano triennale di riforma fiscale per ridurre le tasse sul lavoro e sulle pensioni». Per Antonio Foccillo, segretario confederale Uil, «la questione dell’attuale potere d’acquisto di salari e pensioni è obiettivamente penalizzante non solo per le famiglie, ma anche per l’economia, e il basso livello dei consumi lo testimonia». «Dati che destano grandissimo allarme – dice il senatore del Pd Paolo Nerozzi – bisogna ridurre prioritariamente le tasse sulle pensioni e sui salari da lavoro dipendente».

La Stampa 12.05.10

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“Ocse: salari italiani fra i più bassi. Fmi: ripresa lenta e incerta. L’Euro perde terreno”, di Fulvio Lo Cicero
Il “cuneo fiscale” rende più leggere le retribuzioni nel nostro Paese, che si classifica al 23° posto, poco prima di Turchia e Repubblica Ceca. Sacconi: “Dati irreali”. Intanto l’Euro perde sul dollaro e gli operatori cominciano a nutrire qualche dubbio sul Piano europeo approvato durante il week-end

ROMA – Le Borse si sgonfiano dopo l’exploit di ieri e molti degli indicatori economici internazionali non sono positivi. L’Ocse, nel suo rapporto sulla tassazione dei salari (“Taxing Wages”) colloca il nostro Paese al 23° posto nel mondo, quindi con un potere di acquisto molto inferiore rispetto agli altri Paesi. Nello stesso tempo, il Governatore della Banca d’Italia Draghi vede più di una nube all’orizzonte, prospettando una ripresa molto incerta e lunga.

I SALARI ITALIANI VALGONO POCO

Le principali organizzazioni sindacali lo ripetono da almeno venti anni ma sono considerate – da numerosi esponenti della destra – “conservatori”, perché non vedono le “anticipazioni del futuro”, cioè una società dove i lavoratori siano sempre più sfruttati e mal pagati. Ora, almeno per quanto concerne l’Italia, l’Ocse suggella le lamentele dei rappresentanti del lavoratori. Nella speciale classifica stilata nel Rapporto annuale sulla tassazione dei salari, il nostro Paese risulta al 23° posto, dopo la Corea (dove un lavoratore “single” incassa al netto circa 40 mila dollari l’anno), il Regno Unito, la Svizzera, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi e molti altri Paesi dell’Ue e prima di Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica Slovacca, Polonia, Turchia, Ungheria. Il salario netto del lavoratore italiano, senza assegni familiari, supera di poco i 22 mila dollari. Ciò che incide molto negativamente sul livello medio della retribuzione, spiegano i tecnici dell’Ocse, è soprattutto il cosiddetto “cuneo fiscale” (cioè, la differenza fra salario lordo e salario netto del lavoratore), formato da contributi sociali, oneri parafiscali e imposte, che, in Italia, pesa per il 46,5% ma non è il più pesante, perché in altri Paesi è più alto: Belgio (55,2%), Ungheria (53,4%), Germania (50,9%), Francia (49,2%), Austria (47,9%). A determinare il basso livello dei salari italiani, dunque, contribuisce una micidiale miscela fatta da tassazione molto alta (siamo al sesto posto) e retribuzioni contrattuali inferiori rispetto agli altri Paesi industrializzati. Ad esempio, in Francia, dove il cuneo fiscale è più alto, il salario medio di un lavoratore senza carichi di famiglia è superiore di 6000 dollari l’anno. Ovviamente, essendo un dato negativo, il Governo, con l’ineffabile ministro Sacconi, nega che sia vero. Per Sacconi, i lavoratori italiani vivono, come asseriva il personaggio di Voltaire in “Candide”, Pangloss, nel migliore dei mondi possibili. Grazie ovviamente a Berlusconi e alle sue virtù taumaturgiche.

DRAGHI: “BATTAGLIA LUNGA CONTRO LA CRISI”

Il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, al margine del convegno Fmi e Banca centrale svizzera, ha affermato che la strada per il risanamento economico in Europa è ancora molto lunga e che non ci sono alternative alle riforme strutturali. «Sono battaglie che bisogna combattere, non si vincono subito» ha aggiunto con riferimento anche alla situazione dei mercati finanziari, sovente preda degli speculatori. Il dato positivo, però, è che «ora c’è la presenza della Bce che tende a riparare alcuni mercati che avevano smesso di funzionare per i titoli di alcuni Paesi».

FMI: RIPRESA LENTA ED INCERTA

Le analisi di Draghi coincidono con quelle del Fondo Monetario Internazionale che, nel suo “Regional Economic Outlook”, parla di «una ripresa moderata e disomogenea, che sta prendendo forma in Europa. La crescita nell’area è prevista rafforzarsi nel 2010-2011, anche se i tradizionali motori della ripresa saranno probabilmente più deboli del solito». Le stime del Fmi indicano una crescita per l’Ue e i Paesi della moneta unica pari all’1% nel corrente anno e con un’inflazione oscillante fra l’1% e l’1,5%. Ma il problema più serio, secondo il Fmi è che, pur mostrandosi necessaria una politica generalizzata di risanamento dei bilanci pubblici in Europa, le decisioni prese dai Governi in tal senso inciderebbero negativamente sulla ripresa economica, stimolando ancora una volta la recessione. Infatti, la contrazione della spesa pubblica – fondamentale in una politica di risanamento – non si concilia con la necessità di interventi di sostegno alla domanda interna, che appare tuttora molto debole. Però, sottolinea ancora il Fmi, entro il 2011, una «crescita più dinamica e la ripresa della convergenza negli introiti reali dovrebbe emergere insieme alla normalizzazione dei mercati finanziari e a un graduale ritorno a un sano flusso di capitali».

EURO E BORSE DEBOLI

Intanto, a distanza di sole ventiquattro ore dalle importanti decisioni prese durante il vertice dei Capi di Governo dell’Ue, i mercati sembrano essere tornati scettici sulla reale efficacia del Piano anticrisi. Secondo gli operatori, lo scetticismo ha numerose cause, una delle principali essendo che, nella realtà, dei 750 miliardi messi in campo dall’Ue, soltanto 60 sono immediatamente disponibili, mentre tutti gli altri sono legati a meccanismi istituzionali la cui farraginosità non produce immediate aspettative reali, di cui, come è noto, i mercati si nutrono.

A dimostrazione di ciò, c’è oggi la quotazione dell’Euro che, rispetto al dollaro, è sceso a 1,2836, dopo il “rimbalzino” di ieri (1,3093). Ma secondo numerosi osservatori, l’Euro risulta ancora sopravalutato rispetto al dollaro ed è destinato a scendere. Almeno su questo puntano i molti “ribassisti” che scommettono contro la moneta unica. Ma, si fa osservare sui mercati, questo dato non è affatto negativo per le economie europee e soprattutto per quelle “export-oriented” come l’Italia: un Euro anche sotto la soglia di 1,26 significa un aiuto insperato alle esportazioni, che possono contribuire grandemente alla ripresa economica.

Le Borse oggi sembrano aver approfittato del rimbalzo di ieri e gli operatori hanno optato per le prese di beneficio. In calo sia quelle europee, sia quella americana, anche se in finale c’è stata una netta ripresa. Gli indici americani sono in pareggio e il Ftse-Mib a Milano perde lo 0,46.

www.dazebao.it

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“Cipputi paga, i ricchi no”, di Rinaldo Gianola

La situazione è questa: i lavoratori italiani incassano salari e stipendi tra i più bassi nei paesi industrializzati e sono gravati da una pressione fiscale tra le più alte. Niente di nuovo, lo sapevamo già, non c’era bisogno dell’ultima statistica dell’Ocse per conoscere le condizioni penalizzanti in cui sono costretti a vivere milioni di italiani. I numeri, tuttavia, sono sempre interessanti e, se possibile, accentuano il senso di ingiustizia sociale che caratterizza la nostra società. Operai e impiegati, ricercatori e precari, incassano retribuzioni vergognose ma pagano le tasse fino all’ultimo centesimo in un sistema dove chi dichiara più di 100mila euro l’anno bisogna andarlo a cercare con i Ros. Lo scorso gennaio Cipputi ha ricevuto la prima tranche dell’aumento previsto nel rinnovo del contratto (separato, purtroppo…) dei metalmeccanici: a fine mese ha incassato 28 euro, lordi però. Che dire? Uno potrebbe anche sostenere che di fronte a una crisi economica spaventosa, senza paragoni possibili negli ultimi decenni, i governi europei sono legittimati a chiedere ai lavoratori sacrifici e impegni per fronteggiare la difficile congiuntura e le difficoltà finanziarie. I lavoratori e i sindacati italiani non si sono mai tirati indietro, hanno pagato e sofferto quando c’era da pagare e soffrire, hanno rinunciato a diritti e a pezzi di salario come all’inizio degli anni Novanta quando il nostro paese veniva accomunato ai grandi debitori latino-americani (vi ricordate? la sindrome messicana sull’Italia…) e hanno fatto la loro parte, anche di più, quando Ciampi e Prodi lanciarono l’appello alle forze migliori e solidali per conquistare l’Europa. Ora, però, c’è qualche cosa di profondamente ingiusto che emerge e si rafforza in questi giorni. Nel momento in cui l’Europa decide di mettere in campo uno scudo di 750 miliardi di euro da impiegare nei prossimi anni per difendere il nostro sistema bancario e la nostra moneta unica dagli attacchi dei mercati e della speculazione, nel momento in cui Bruxelles sollecita la sistemazione dei conti pubblici e Tremonti prepara la sua manovra da circa 30 miliardi in un paio d’anni, allora bisogna dire forte e chiaro che i lavoratori italiani hanno già dato e sono talmente indeboliti, impoveriti, delusi dopo due anni di crisi che davvero non si può chiedere di più. Il dramma sociale che vive il paese è accentuato da un governo che per due anni ha sostanzialmente negato le gravi difficoltà in cui ci dibattiamo, lanciando inutili proclami di ottimismo o strumentali giuramenti (vero Tremonti?) sul valore assoluto, morale del posto unico in contrasto con la dannosa e ingiustificata precarietà. Uno spot per ottenere un titolo nel tg di Minzolini e poi, di nuovo, il silenzio. Ora, ci risiamo. Davanti alla necessità di sistemare i conti, di rispettare i parametri di Maastricht, di mostrare una virtù assoluta nel bilancio pubblico affinché nessun gangster del mercato osi attaccare la nostra stabilità, ritorna la solita storia: bisogna tagliare e si parte come sempre dai fondi ai comuni, dai dipendenti pubblici e, state sicuri, verrà il turno dei contratti di lavoro. Non si esce dalla crisi se non si affrontano e non si risolvono le grandi ingiustizie determinate dall’iniqua distribuzione delle risorse e dalla sistematica violazione del dovere di pagare le tasse da parte di una larga fetta di cittadini benestanti, ricchi, dotati di grandi patrimoni. Non usciremo da questa emergenza se il governo non metterà al centro della sua proposta e della sua azione la priorità della crescita, del rilancio dei consumi, della creazione di lavoro e di ricchezza da distribuire tra le famiglie. I tassi di sviluppo attesi nel 2010 e nel 2011 per l’Italia sono modesti secondo il Fondo Monetario Internazionale, roba da prefisso telefonico. Nell’ultimo biennio la nostra economia è arretrata del 6%, ci vorranno anni per tornare ai livelli del 2008 che già non erano brillanti. E allora, cosa vogliamo fare? Tirare a campare e ascoltare in silenzio le promesse di Silvio? L’ingiustizia fiscale è talmente evidente oggi, proprio in questo momento in cui trionfa la speculazione finanziaria, che non può più essere tollerata. Nel nostro sistema fiscale le rendite finanziarie sono tassate al 12,5%, una cifra troppo bassa, che rappresenta solo un quarto di quello che versa al fisco il lavoratore dipendente e un terzo di quanto pagano le imprese. È «un sistema demenziale» sostiene giustamente il segretario dell Cisl, Raffaele Bonanni, ma questa mostruosità favorisce, alimenta un’evasione fiscale enorme, un’evasione contributiva smisurata, una diffusione dell’illegalità, del lavoro sommerso che, in alcune zone del paese, ad esempio nel Mezzogiorno, è diventato un elemento strutturale e non momentaneo dell’economia. Ora pare che il “governo del fare”, sostenuto dal “partito dell’amore”, non abbia alcuna intenzione di realizzare la tanto attesa riforma fiscale, nè tantomeno di scatenare una guerra aperta agli evasori. Ma così non si va da nessuna parte, continueranno a pagare i soliti, cioè i lavoratori e i pensionati. E alla prossima speculazione sui mercati, al prossimo attacco degli hedge funds all’euro e ai titoli delle nostre banche si lancerà nuovamente l’allarme per rafforzare le nostre difese, per salvare i confini nazionali, la sovranità. Ma è un gioco che non può durare a lungo. Al recente congresso di Rimini della Cgil, i leader delle tre confederazioni sindacali, che probabilmente restano divisi su molte questioni, hanno sottolineato tutti la necessità di arrivare a un rafforzamento dei redditi da lavoro e da pensione. La strada è quella mille volte ripetuta di una riforma del fisco, di una coerente lotta all’evasione, ma si potrebbe aggiungere che in questo momento c’è bisogno di qualche idea nuova, di una discontinuità nelle scelte di politica economica. Quando si sarà calmata la bufera ci accorgeremo, probabilmente, che alcune produzioni, qualche lavoro, certe professioni saranno andate perse, saranno finite altrove mentre si presenteranno altre opportunità per il nostro sistema industriale. Per questo motivo la crisi, che sta davvero cambiando il mondo e le relazioni tra aree economiche, dovrebbe essere anche l’occasione per delineare oggi un nuovo modello di sviluppo, scelte di investimenti industriali innovative e coraggiose legate all’ambiente e alle tecnologie, una svolta profonda per il lavoro, per i giovani. Ma il governo, la classe politica, quella imprenditoriale, la stessa proposta del partito democratico sono all’altezza della sfida? Su un giornale importante, l’International Herald Tribune, ieri è comparso un articolo che voleva indagare sul ruolo degli algoritmi nella spirale speculativa che ha colpito i mercati nei giorni scorsi. Ora bisognerebbe inventare unalgoritmo per sostenere la ripresa e mettere un po’ di soldi in tasca ai lavoratori. Questa sì sarebbe una bella svolta.

L’Unità 12.05.10

"Lavoratori autonomi, in fumo 500mila posti", di Roberto Petrini

Il 48% tra il popolo delle partite Iva. La recessione falcidia anche co.co.co. e microimprese. C´è una lunga fila di vittime silenziose lungo la strada della crisi economica scoppiata nell´agosto del 2007 con il primo crollo di Wall Street e proseguita fino all´attuale crac della Grecia. Sono i lavoratori «indipendenti»: così li classificano all´Istat per distinguerli dai «dipendenti» con posto fisso, ugualmente aggrediti dalla recessione ma che, almeno fino ad oggi, possono contare sul paracadute della cassa integrazione.
Ebbene i posti di lavoro andati in fumo dal secondo trimestre del 2007 alla fine del 2009, sono stati 503 mila: in due anni e mezzo una perdita dell´8,1 per cento. Mezzo milione di posti di lavoro, senza appello, tra i quali le crude cifre della contabilità inseriscono imprenditori individuali (piccoli commercianti e artigiani), popolo delle partite Iva (come coloro che lavorano in proprio nei servizi), collaboratori domestici, soci delle cooperative e i co.co.co collaboratori per lo più giovani e, come tutti gli altri, senza garanzie. Gli unici a salvarsi dalla strage: i liberi professionisti che nei due anni e mezzo in questione hanno visto aumentare gli occupati per circa 26 mila unità (con un incremento del 5,1 per cento).
La crisi dei lavoratori autonomi colpisce soprattutto il Nord dove sono scomparsi circa 257 mila occupati, pari al 51 per cento del totale. Nel Nord Est del paese i lavoratori indipendenti pagano un prezzo pari a 126 mila posti di lavoro (circa il 25 per cento del totale), simili le dimensioni nel Nord Ovest dove sono spariti altri 130 mila posti (il 25,8 per cento).
Nel malinconico bollettino segue il Sud con una perdita di 174 mila unità lavorative (pari al 34,5 per cento del totale), mentre al Centro la riduzione di posti di lavoro si è fermata a 73 mila unità (circa il 14,5 per cento).
Quali categorie di lavoratori indipendenti hanno pagato un prezzo più salato ai due anni e mezzo di crisi? Le partite Iva, cioè coloro che lavorano in proprio nei servizi (ma che spesso sotto questa formula mascherano un lavoro “dipendente”), hanno perso 241 mila unità, pari al 47,9 per cento. Falcidiati anche i co.co.co., giovani collaboratori senza rapporto di dipendenza ma non di rado funzionali alle aziende: hanno lasciato sul terreno 110 mila “vittime”.
Rilevanti anche le perdite nel settore delle microimprese: molte piccole attività commerciali ed artigiane hanno la forma giuridica dell´impresa individuale e pagano semplicemente l´Irpef. Ebbene 72 mila unità, ovvero il 14,3 per cento del totale, hanno dovuto chiudere i battenti. Strage anche per le colf: sono il 16,5 per cento del totale. Unica eccezione i liberi professionisti: ce ne sono 26 mila in più, almeno sulla carta.

La Repubblica 12.05.10

Ora di religione, “Il governo garantisca le attività alternative”

L’on. Manuela Ghizzoni del Pd: “Un diritto messo in discussione dai tagli alla scuola”. L’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione alla Camera, commenta la sentenza del Consiglio di Stato relativa all’ora di religione. Su questo tema la parlamentare democratica ha presentato diverse interrogazioni nelle quali ha evidenziato come in molte scuole le attività alternative all’insegnamento della religione cattolica non vengano realizzate per la pesante riduzione degli organici e per l’entrata in vigore delle nuove norme che, in modo specifico nella scuola secondaria, hanno previsto l’eliminazione delle ore a disposizione dei docenti. Ecco di seguito la sua dichiarazione.

«La sentenza della Consiglio di Stato ha un carattere pilatesco, che tuttavia impegna il Governo a garantire le attività alternative all’insegnamento della religione cattolica. La sentenza, infatti, non ritiene discriminatorio, per chi frequenta materie alternative o ha scelto di non svolgere alcuna attività, che l’insegnamento della religione cattolica venga valutata ai fini del credito scolastico, ma solo per la quota di punteggio aggiuntivo (in media 1 punto) che viene attribuito agli studenti dal Collegio dei docenti in considerazione dell’assiduità della frequenza scolastica, dell’interesse e dell’impegno nella partecipazione al dialogo educativo e alle attività complementari ed integrative. Pertanto, per dimostrare che tale punteggio aggiuntivo potrebbe essere conseguito anche da parte di chi non si avvale dell’insegnamento di religione, Il Consiglio esprime un severo monito contro le inadempienze ministeriali che diffusamente in tutte le scuole del nostro Paese ignorano le richieste di attivazione delle materie alternative in violazione del Concordato.

Questa è materia sulla quale la Gelmini deve pronunciarsi con chiarezza perché è necessario garantire il diritto di tutti gli studenti a seguire un percorso formativo all’interno di una scuola laica.

Chi chiede di non seguire l’ora di religione ha diritto all’ora alternativa, come stabilito dall’Accordo tra la Santa Sede e la Repubblica italiana sin dal 1984. Questo diritto viene invece messo in discussione dai tagli alla scuola. Si rispettino perciò le sentenze, ma le si leggano integralmente, cogliendone tutte le implicazioni politiche: la sentenza impegna di fatto le istituzioni a garantire le attività alternative».

La scuola della Gelmini: tagli e licenziamenti per tutti, valore al merito e programmi di studio per nessuno

Rinviato all’anno accademico 2011/2012 il punteggio per i meritevoli per l’accesso alle università. Pd: Non si conoscono i programmi delle scuole superiori, noti solo i tagli e licenziamenti di massa. Franceschini accusa: “Tagliano il 2% dei fondi quest’anno e 1 miliardo nel 2011”. La pagella alla Gelmini…bocciata. Gli studenti italiani che fra poche settimane affronteranno l’esame di maturità – un esame reso più rigoroso e severo dalle commissioni a prevalenza di componenti esterni e dall’obbligo di recuperare i debiti scolastici degli anni precedenti e dell’anno in corso – nemmeno in caso di eccellenza avranno un riconoscimento dell’esito del loro esame per accedere alle facoltà universitarie a numero chiuso. Ancora una volta, infatti, il Ministro Gelmini disconosce l’impegno degli studenti della scuola superiore, cancellando i 25 punti massimi che i Ministri Fioroni e Mussi avevano stabilito per gli studenti meritevoli. Tali punti, frutto della valutazione dell’esame di maturità e del rendimento degli ultimi 3 anni di scuola, si sarebbero dovuti aggiungere a quelli ottenuti nelle prove valutative di ingresso all’università. Il Ministro Gelmini, però, li ha prima ridotti da 25 a 10, alterando in modo grave il peso delle due valutazioni, poi li ha rinviati di anno in anno, non facendoli mai entrare in vigore: un primo slittamento nel 2008 con il DL 97 e ora il rinvio all’anno accademico 2011/2012 con il decreto “mille proroghe”.

E la Gelmini è bocciata dal Pd, come spiega la Senatrice Mariangela Bastico: “Il Ministro, in modo ingiusto ed inopportuno, affida completamente all’università, attraverso il test d’ingresso, dai contenuti a volte piuttosto discutibili, la selezione degli studenti, siamo contrari a questa scelta e ne evidenziamo i gravi elementi di contraddittorietà, conclude la Senatrice, rispetto alla più volte declamata volontà ministeriale di valorizzare il merito!
Riguardo i programmi scolastici, il contenuto degli stessi resta tutt’ora un mistero per professori e studenti; ne fa oggetto di un’audizione urgente al Ministro dell’Istruzione, il Capogruppo del Pd Antonio Rusconi in Commissione Istruzione a Palazzo Madama, che in una nota dichiara: “Venga il Ministro in Commissione a dire quando, finalmente, il mondo della scuola e le famiglie conosceranno i programmi del prossimo anno a orari ridotti e con i libri di testo già scelti”. “Venga – continua Rusconi – a spiegarci come mai il mondo produttivo ci chiede una maggior conoscenza della lingue straniere e i gruppi di studio del suo ministero suggeriscono invece i dialetti; indubbiamente c’è grande interesse per la cultura dialettale ma i test universitari ci dicono che gli studenti italiani conoscono in modo sommario la stessa grammatica italiana e, soprattutto, fanno un uso un po’ infelice del modo congiuntivo. Forse non ha chiaro Gelmini come si svolgono i colloqui di lavoro nei mercati internazionali?”.
Non ci stancheremo mai di parlare ancora di tagli alla scuola, effettuati da questo Governo, perché le notizie sono sempre più allarmanti e peggiorano di mese in mese. Ricordiamo che nonostante nell’anno scolastico 2009-2010 vi sia stato un incremento degli studenti di 37mila unità, il Governo ha licenziato più di 42 mila docenti, oltre 15mila personale Ata, per non parlare del personale precario, i quali con l’approvazione del DDL Lavoro da parte della Camera sono i più colpiti dal collegato. Si tratta di una scelta sbagliata e di corto respiro che sta facendo male alla qualità del sistema scolastico italiano.
Per questo le deputate democratiche componenti della Commissione Cultura della Camera, Maria Coscia e Manuela Ghizzoni hanno presentato un’interpellanza urgente in cui si chiede al Ministro Gelmini di cambiare, alla luce dei danni gravissimi che essi stanno producendo sul funzionamento quotidiano e sulla qualità della scuola pubblica del nostro Paese. “Inoltre – spiegano le deputate – questi licenziamenti sono solo la prima tranche della riduzione di oltre 132 mila unità che il Governo ha previsto per il triennio 2009-2011”. “Resta da chiarire poi – conclude Manuela Ghizzoni – il mistero dei 20 milioni di euro annunciati per finanziare i progetti di integrazione e di insegnamento della lingua italiana per gli stranieri? Anche su questo tema presenteremo una interrogazione parlamentare: perché affrontare il problema degli stranieri nelle scuole senza mettere neanche un euro è pura demagogia. E che fine fa il Fondo per il finanziamento ordinario delle Universita’, già decurtato di circa 300 milioni di euro nel 2009 subirà nei fatti un’ulteriore diminuzione del 2% nel 2010.””.

Ed ecco la brutta sorpresa denunciata da Franceschini: “La situazione in cui si trovano gli atenei è gravissima e i dati forniti dal governo sono inquietanti perché confermano che il fondo di finanziamento ordinario subirà, di fatto, un’ulteriore riduzione delle disponibilità di circa il 2% nel 2010 e un taglio di circa un miliardo nel 2011″ E’ quanto ha replicato il capogruppo del Pd Dario Franceschini alle parole “del tutto insufficienti” del ministro Elio Vito chiamato a rispondere, nel corso del question time, all’interrogazione della Ghizzoni. Secondo il presidente dei deputati del Pd “non ci sono dubbi: questo taglio purtroppo è nei fatti – ha affermato Franceschini – e al ministro Vito, Franceschini ha obiettato che “sono altrettanto stupefacenti gli annunci di nuovi tagli per il 2011”. Per il capogruppo del Pd “i 400 milioni recuperati dallo scudo fiscale non saranno più disponibili, ma spariranno anche i 550 milioni del patto per l’Università voluti dal governo Prodi per il triennio 2008-2010.” Secondo la stessa Ghizzoni “i tagli all’università sono una scelta miope e irresponsabile e impediscono ogni serio progetto di riforma dell’università.” Franceschini ha accusato poi il ministro Gelmini di aver promosso “una riforma vuota che ha addirittura la pretesa di essere fatta a costo zero. Solo un forte investimento in formazione superiore, in ricerca e in reclutamento di giovani ricercatori – ha concluso Franceschini – consente crescita e futuro al Paese”.

Inoltre, a dimostrazione che i modelli di integrazione proposti dalla Gelmini sul tetto del 30% di studenti stranieri per classe, erano dettati esclusivamente da ciniche ragioni politiche ed elettorali, è il fatto che un numero rilevante di istituti scolastici lombardi hanno preteso ed ottenuto una deroga alla quota preposta. Commenta il fatto la Capogruppo del Pd in Commissione Cultura, Manuela Ghizzoni: “Ciò evidenzia che la scuola italiana è molto più avanti della rappresentazione becera che ne vorrebbe fare il Ministro Gelmini”.

Ma le inadempienze, spesso mascherate in scaricabarile dal Ministero dell’Istruzione, purtroppo non finiscono qui, e portano con se conseguenze gravi e irreparabili. All’indomani della terribile tragedia di Rivoli, dove perse la vita lo studente Vito Scafidi per il crollo del soffitto in un aula nel liceo Darwin, il sottosegretario Bertolaso, aveva parlato di 13 miliardi di euro per mettere in sicurezza e ristrutturare 57 mila scuole italiane. Gelmini aveva invece assicurato uno stanziamento di 1 miliardo e mezzo.

Oggi invece, la titolare del Ministero dell’Istruzione gioisce per i soli 350 milioni sbloccati a favore del piano straordinario del Miur per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che francamente appaiono briciole rispetto a quanto occorrerebbe, visto che non sarà possibile garantire a tutti i nostri ragazzi luoghi di studio sicuri. Senza considerare che il rischio che l’Europa blocchi l’erogazione dello stanziamento è molto alta, in quanto si tratta di una parte dei fondi Fas che dovevano essere destinati per l’80 per cento al Sud.

“Ma ancora più grave è che nel merito degli stanziamenti economici, le regioni e gli enti locali non hanno avuto voce in capitolo, commenta la deputata democratica Rosa De Pasquale, hanno potuto solo prendere atto di quanto deciso al ministero; questo è il chiaro esempio del nuovo federalismo centralista che ignora la programmazione regionale senza fare sinergia e generando sprechi e duplicando gli interventi”. “Il Pd andrà sui territori, annuncia Rosa De Pasquale, nelle scuole e presso gli enti locali per verificare la reale situazione degli edifici individuati dal Ministero, presenteremo un’interrogazione parlamentare e continueremo a vigilare”.

Pur impegnandosi, non potrebbe esserci situazione peggiore. Francesca Puglisi, responsabile Scuola della Segreteria del Pd ricorda infine: “Le scuole italiane sono alla bancarotta e i nodi ora vengono finalmente al pettine. La propaganda governativa aveva sapientemente camuffato i tagli devastanti come pseudo riforme che ne avrebbero migliorato gli standard: invece siamo al punto, come ha denunciato il preside del liceo Keplero, che non ci sono soldi per fare più nulla, neanche i corsi di recupero per gli studenti con debiti formativi”. “La provocazione del preside al quale non resta che decidere se bocciare o dare a tutti il 6 politico è la cartina di tornasole di una situazione ormai insostenibile ovunque, conclude Puglisi, il Governo deve rendersi conto che, di questo passo, rischia di trasformare i titoli di studio rilasciati agli studenti italiani alla stregua dei titoli del debito pubblico della Grecia classificati come “spazzatura””.

Abbiamo pensato a una pagella di Maria Stella Gelmini:
Licenziamenti…………………………………….10
Tagli ai fondi…………………………………….10
Programmi scolastici……………………….2
Valore al merito……………………………….2
Edilizia scolastica…………………………….2

Assenze: troppe assenze per maternità, contraddicendo gli impegni chiesti alle classi.

Condotta: scarsa propensione all’ascolto e al lavoro di gruppo; disinteresse per le tematiche rilevanti per la collettività; non si integra con il resto della società; è contraddittoria e sleale e spesso non si assume le proprie responsabilità accusando gli altri delle proprie mancanze; non porta a termine i compiti che le sono stati affidati.

Come facciamo a promuoverla, nonostante la raccomandazione dall’alto?? ….

www.partitodemocratico.it

"Le telefonate di Obama cruciali per l'accordo", di Marco Valsania

Ancora una volta il ruolo degli Stati Uniti, dall’amministrazione di Barack Obama alla Federal Reserve, è stato cruciale in una crisi sul Vecchio continente. E’ presto per sapere come la bufera greca e i grandi piani di risanamento evolveranno, ma il presidente e il governatore della Banca centrale americani si sono adoperati per far scattare gli accordi e le iniziative di salvataggio senza precedenti di queste ore.

Gli aiuti in arrivo dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale – un pacchetto complessivo fino a 750 miliardi di euro per fermare il rischio contagio – sono affiorati al termine di un frenetico giro di telefonate, nel corso della giornata di domenica, fra Obama e leader europei. In particolare Obama ha parlato con il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nikolas Sarkozy, durante telefonate che fonti americane hanno definito “personali”. Subito dopo l’annuncio del pacchetto, con alle spalle quei colloqui, l’intero gruppo delle sette pricipali potenze industrializzate e il più allargato contingente del G20 hanno appoggiato l’azione.

La Fed, nel frattempo, si è mossa coordinando rapidamente e poi annunciando uno sforzo congiunto d’emergenza con gli istituti centrali dell’Unione Europea, della Gran Bretagna, del Canada, della Svizzera e del Giappone: colossali swap di dollari per euro destinati a impedire un’eventuale paralisi del flusso di prestiti bancari. Si tratta di un programma straordinario per assicurare liquidità già utilizzato durante i giorni più bui della crisi finanziaria globale del 2008. Con i dettagli ancora in fase di definizione, la Fed ha fatto sapere che “le facility sono ideate per aiutare a migliorare le condizioni di liquidità e prevenire la diffusione di tensioni ad altri mercati e centri finanziari”. Il problema, per l’Europa, nasce dall’impennata dei costi per ottenere dollari – valuta indispensabile per le transazioni sui mercati internazionali, dal petrolio al debito – in seguito al declino dell’euro e all’incremento dei premi sul rischio.

L’intervento americano nella crisi è stato reso necessario, agli occhi di Washington, dai rischi sempre maggiori ormai corsi dagli stessi Stati Uniti davanti al precipitare della situazione in Europa. Rischi di cui si erano convinti tanto la Fed che l’amministrazione dopo le forti scosse subite da Wall Street nell’ultima settimana. Nuove drammatiche crisi del credito sul Vecchio continente potrebbero contagiare i mercati globali, scatenare terremoti sul debito sovrano che ventino difficili da arrestare e aumentare i pericoli di un “double dip”, cioè di una ricaduta in recessione mentre le economie mondiali sono ancora reduci dalla più grave debacle dagli anni Trenta. Anzitutto gli Stati Uniti, dove ora è tornata a fare capolino la crescita ma dove la disoccupazione resta elevata, quasi al 10% e con oltre otto milioni di posti di lavoro persi.

Il Sole 24 Ore 11.05.10