Latest Posts

Clandestini = Criminali. No grazie

Strana equivalenza pronunciata dal sindaco di Milano. Per Letizia Moratti essere clandestini significa essere criminali. Prima le parole inequivocabili, poi la smentita. Infine l’arrampicamento sugli specchi. Parole a caso e poi chiarimenti, fino ad arrivare alla smentita. Per Letizia Moratti “normalmente un clandestino delinque, non ha il lavoro regolare quindi…”! Tutto chiaro e nitido soprattutto se dichiarato durante il convegno dal titolo “Per un’integrazione possibile”. Figuriamoci se era invitata al raduno del KKK “Cacciamoli via a pedate”!
Il sindaco di Milano ha pronunciato nitidamente le sue conclusioni strampalate circa l’equivalenza tra clandestino e criminale per poi smentire con un categorico “non ho detto questo” davanti alle telecamere dei cronisti che chiedevano maggiori chiarimenti. Quindi ha sciorinato un discorso molto arzigogolato per spiegare come il reato di clandestinità è reato che coinvolge la clandestinità intesa come clandestinità rea di reati, che comunque rimangono reati fatti dai clandestini!!!
Insomma ha davvero “chiarito” il senso delle sue parole.

A tali aberranti affermazioni non si è fatta attendere la replica di Livia Turco, presidente del Forum immigrazione del Partito democratico. “E’ grave che il sindaco di una importante città, come Milano, pronunci parole così irresponsabili che finiscono solo per alimentare semplificazioni e paure. Il clandestino non è una persona che delinque ma è una persona che non ha il permesso di soggiorno. Le persone che delinquono, italiane o meno, devono essere punite. Se così non è dipende dal problema eterno di un sistema giudiziario che non funziona, non dall’immigrazione. Il sindaco di Milano, Letizia Moratti dovrebbe sapere che, per inefficienza dello Stato, a causa di una legge che si chiama Bossi-Fini tantissimi lavoratori, che sono in Italia anche da 10 anni, che pagano le tasse, che pagano i contributi all’Inps e che fanno i lavori più umili, se perdono il lavoro e non riescono a trovarlo entro 6 mesi diventano clandestini e vengono espulsi”.

“Questi lavoratori – ha continuato Turco – che cercano lavoro, su la base di che cosa devono essere considerati delinquenti? Se mai è urgente prevedere una proroga del permesso di soggiorno per consentirgli di cercare lavoro e non spingerli verso la clandestinità e l’espulsione. E, infine, dove è il piano per l’integrazione pomposamente annunciato da Ministro Maroni nel mese di febbraio, dopo i tragici fatti di Rosarno e via Padova a Milano? Sembrava allora che finalmente anche il centro destra avesse scoperto la politiche d’integrazione. Ma ora bisogna passare dagli annunci ai fatti. Governo e maggioranza presentino davvero il piano d’integrazione con un adeguato fondo, così come è stato chiesto con fermezza anche dall’Assemblea nazionale di tutti i sindaci dell’Anci”.

Dello stesso parere anche Filippo Penati, capo segreteria di Pier Luigi Bersani. “Oramai, sempre più in uno stato confusionale per i fallimenti della propria amministrazione e per le tensioni tra lei, la Lega e lo stesso Pdl, la Moratti non trova di meglio che emulare il peggior Borghezio. Ritornare sull’equazione immigrato clandestino uguale delinquente è indegno per un sindaco. Evidentemente la Moratti usa frasi ad effetto per coprire il vuoto della sua giunta.

Se torniamo, invece, a ragionare seriamente sul fenomeno migratorio non possiamo non considerare che nei grandi flussi che hanno interessato Milano in questi anni ci sia una quota di delinquenti, confermata dai dati circa la composizione della popolazione carceraria. Ma dire che tutti i clandestini che non hanno un lavoro regolare normalmente delinquono ricorda la peggiore propaganda xenofoba del nostro Paese.

Da un sindaco ci si aspetterebbero invece politiche rigorose di contrasto all’illegalità e investimenti e azioni positive finalizzate all’inclusione sociale”.

Per Jean-Leonard Touadi, parlamentare del Partito Democratico “le parole di Letizia Moratti denotano un preoccupante salto di qualità nella strategia della paura verso l’immigrato portata avanti dalla destra xenofoba italiana. Teorizzare una maggiore propensione dell’immigrato irregolare a delinquere significa rispolverare teorie di stampo dichiaratamente razzista che immaginavamo fossero state sepolte con la fine del secolo scorso. Se la Moratti è considerata una moderata, allora mi domando cosa pensano quelli non moderati”.

“Oggi però – ha continuato Touadi – le teorie discriminatorie di matrice leghista sono state criticate dai mugugni della sala dell’Università Cattolica di Milano dove il Sindaco ha spiegato le sue idee anti-immigrati. Quei mugugni di dissenso valgono piu’ di qualunque parola o spiegazione, l’odio verso lo straniero e il diverso colloca coloro che lo professano fuori dal recinto dei valori cristiani e
cattolici. L’accoglienza è dovere sacro le Istituzioni hanno il compito di governare i flussi migratori ma la paura per lo straniero, la presunzione di colpevolezza solo perché si è immigrati certamente a nulla serve. Lo stesso Monsignor Veglio’ ha ricordato che in questo percorso di integrazione va inserita anche la questione della cittadinanza e della partecipazione dei migranti alla vita civile e sociale dell’Italia. E’ davvero triste che personalità politiche apparentemente moderate si adeguino alla vergognosa propaganda contro gli immigrati. Mi auguro che la Moratti si scusi con tutti quegli immigrati che sono venuti in Italia per lavorare onestamente e, talvolta, a causa di norme sbagliate, cadono nel cono della clandestinità per la perdita del lavoro. Vorrei ricordarle che proprio a causa della vergognosa interpretazione di alcune di queste regole sull’immigrazione, proprio nella Regione Lombardia, poche settimane fa, una bimba nigeriana di appena 13 mesi è morta a causa della decisione dei sanitari di non prestarle immediatamente soccorso solo perché la sua tessera sanitaria era scaduta.La prossima volta il Sindaco prima di sproloquiare ci pensi meglio” ha concluso Touadi.

Per il senatore Roberto Di Giovan Paolo “quando si guarda al numero dei reati compiuti nel nostro Paese, quelli commessi dai cittadini extracomunitari, incluso qualche ricco turista occidentale che beve un bicchiere di troppo, sono inferiori a quelli fatti dagli italiani”.

“Cercando di entrare nella logica un po’ Signora mia della Moratti – ha continuato Di Giovan Paolo – mi sembra che si faccia una certa confusione fra il problema, la mancanza drammatica di lavoro, e le conseguenze, un aumento finora solo immaginario della criminalità. Non è affibbiando a chi delinque uno specifico passaporto, tra l’altro in un momento di crisi come quell’attuale, in cui la percezione della paura può fare gravissimi danni, che si risolvono i problemi. Così facendo, semmai, li si amplifica”.

“In ogni caso, – ha concluso Di Giovan Paolo – è bene ricordare che per il reato di clandestinità, introdotto dalla destra nel nostro ordinamento, l’Italia è stata condannata dalle Nazioni Unite, dal Consiglio d’Europa e da molte altre importanti organizzazioni internazionali. Inoltre, pensando a Milano che con l’Expo vivrà inevitabilmente un momento di grande apertura al mondo, è un po’ triste che dalle persone che dovrebbero promuovere al meglio un grande evento multiculturale come quello vengano parole superficiali, solo per assecondare la parte peggiore del proprio elettorato”.

A.Drawww.partitodemocratico.it

"Legge 40, dopo le modifiche 700 bimbi in più ogni anno", di Letizia Magnani

Al congresso di Riccione riunite le otto sigle che si occupano di salute riproduttiva A dodici mesi dalla sentenza della Corte Costituzionale una ricerca segnala molti progressi: più embrioni impiantati, meno aborti, una nascita ogni 52 transfert. Sembra diminuito il numero di parti plurigemellari Costi e problemi per le over 45.
Una delle battute più frequenti ai congressi medici sulla riproduzione è quella che i bambini è meglio farli alla vecchia maniera, sotto le coperte e non sul lettino di un ambulatorio, ma la procreazione medicalmente assistita (Pma) in realtà è molto più che una alternativa per numerose coppie che incontrano problemi a diventare una famiglia con prole in maniera naturale.
È questo uno degli argomenti che hanno tenuto banco anche a Riccione, dove si è concluso il secondo congresso unificato delle società italiane di medicina della riproduzione. Sono otto e mettono assieme 400 esperti di biologia, andrologia e ginecologia.
Al centro del congresso, che si è concluso con l´annuncio della nascita della Federazione delle società che si occupano di salute riproduttiva (la notizia verrà ufficializzata a Roma, nel corso del congresso europeo di medicina riproduttiva, dal 27 al 30 giugno), ci sono stati alcuni temi fondamentali per la salute riproduttiva. Primo fra tutti quello dei passi in avanti fatti ad un anno dalla sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40, che attribuisce agli operatori della procreazione assistita maggiore autonomia nella scelta delle tecnica migliore per offrire più possibilità alla coppia infertile. Al centro c´è la madre, la sua salute. Poi vengono le esigenze dell´embrione e, anche, la possibilità di optare sul congelamento, solo nel caso in cui, però, tutte le altre possibilità siano state infruttuose.
Da qui i risultati della prima analisi italiana su coppie trattate prima e dopo la sentenza 151 della Suprema Corte. Sono 6.976 in tutto i cicli presi in esame. Con un numero superiore di embrioni trasferiti dopo la sentenza, una diminuzione percentuale degli aborti e un bambino nato ogni 52 transfert. «Il che – ha spiegato Filippo Maria Ubaldi, curatore assieme ad Andrea Borini e Paolo Emanuele Levi Setti della ricerca – significa circa 700 bambini in più all´anno. Dopo la sentenza c´è stata la possibilità di preferire morfologicamente gli embrioni nel 48% dei cicli, con l´aumento di gravidanza evolutiva». La ricerca, condotta dall´Istituto Clinico Humanitas, da Tecnobios Procreazione e da G.en.e.ra., per conto di Sifes, una delle società italiane che si occupa del tema, mette in evidenza come sulle donne dai 30 ai 35 anni bastino meno di due embrioni trasferiti per il buon esito della terapia. Mentre maggiori problemi incontrano le donne dai 35 ai 39 anni, dove pure, dopo la sentenza, c´è stato «un aumento significativo delle gravidanze, con un bambino nato ogni 28 transfert».
È inoltre parere di tutti gli esperti che «i medici fertilizzano il numero di ovociti necessari per avere bambini, cioè non hanno creato embrioni in più dopo la sentenza». Questa la sintesi di Guido Ragni, portavoce delle società organizzatrici del Congresso. La sentenza serviva anche a tutelare le madri dai parti multigemellari indesiderati, ma al momento i dati italiani non danno indicazioni utili, anche se pare che sui casi considerati ci sia una netta diminuzione di questa possibilità.
Uno dei grandi limiti alla procreazione rimane il fattore età. Per Marco Costa, del Galliera di Genova «le donne dovrebbero essere ben informate e non seguire i miti mediatici, come Madonna o altre super donne che cercano la maternità anche oltre i 45 anni. Da uno studio australiano emerge infatti che nelle donne di 40 anni nasce un bambino dopo 8 tentativi, con un costo, nel caso di procreazione medicalmente assistita, che varia dai 40 ai 60mila euro. Costo che arriva a 700mila euro nel caso di madri di 45 anni, che riescono ad avere un bambino solo dopo 167 tentativi». Se non si hanno portafoglio e tenacia, insomma, meglio desistere.

La Repubblica 11.05.10

"Cambiare strada è possibile", di Laura Pennacchi

La fase nuova della crisi, segnalata dalla “tragedia greca”, dal superfondo anticrisi e dall’ottovolante delle borse cui stiamo assistendo in questi giorni, può essere affrontate e contrastata. Per farlo, tuttavia, non dobbiamo ricorrere a finanziarie di tagli senza strategie di crescita, come quella riproposta da Tremonti, ma a un vero shock politico. Sono ad esempio convinta che il centrosinistra debba proporre una riforma fiscale per l’Italia, inmod oda ridurre l’onere delle tasse sui redditi di lavoratori e pensionati e da modificare la composizione del prelievo aumentando il peso di quello sui patrimoni e sulle rendite finanziarie. Tuttavia non penso – a differenza di altri, tra cui Carlo De Benedetti – che la via attraverso cui dare all’economia e alla società italiana lo shock di cui ha bisogno sia quella “fiscale”. E non solo perché la perdita di gettito conseguente a un massiccio abbassamento della pressione fiscale risulterebbe in contraddizione con la necessità di non aggravare il già terribile deficit del bilancio pubblico o perché sarebbero tutte da verificarne le implicazioni redistributive (l’imposizione sulle “cose”, per esempio, ha effetti redistributivi regressivi). Ciò che mi preoccupa, è che il messaggio dello “shock fiscale” veicoli un irriflesso ritorno al dogma neoliberista basato sul trinomio “meno tasse, meno regole, meno Stato”, secondo il quale bastava affidarsi agli automatismi del “meno tasse e più mercato” perché i problemi della crescita fossero magicamente risolti. La crisi globale ci ha detto e ci dice come sta andando a finire. Di più, la crisi, non essendo un incidente di percorso ma il cedimento strutturale di un intero modello di sviluppo, reclama politiche altrettanto strutturali come, ad esempio, il “Piano del lavoro” proposto dalla Cgil.Nona caso l’attuale fase della crisi economico- finanziaria, con l’esplosione delle problematiche occupazionali, mostra la necessità, non tanto di rilanciare una domanda di beni tradizionali e maturi, quanto di intervenire su un’offerta segnata da eccessi di capacità produttiva e, al contempo, stimolare una domanda di beni nuovi, legati ai bisogni sociali, alla conoscenza, all’ambiente, alle energie rinnovabili. L’obbiettivo di rilanciare la crescita per uscire dalla crisi è duplice: da una parte sostenere la crescita in situazioni di fortissimo stress dei bilanci pubblici; dall’altra cambiare, in corso d’opera, la struttura stessa della crescita. Anche il piano politico è ugualmente coinvolto in maniera duplice: da una parte, c’è bisogno di “politiche strutturali” assai più che di trasferimenti monetari (quali sono, in termini indiretti, anche i benefici fiscali); dall’altra, occorre restituire forte peso alla “programmazione” e a un intervento pubblico capace, non solo di regolare, ma anche di “orientare”.

L’Unità 11.05.10

"Le conseguenze dello scudo", di Massimo Giannini

Sull’orlo del precipizio del fallimento politico, e dell’abisso del disfacimento economico, l’Europa ha infine trovato il coraggio di reagire. Di salvare, attraverso la sua moneta, il capitolo più significativo e palingenetico della sua Storia, dopo le tragedie del Novecento. Non sappiamo se e quanto durerà l’euforia quasi isterica con la quale ieri i mercati hanno salutato l’accordo raggiunto domenica notte all’Ecofin, e poi ratificato dalle decisioni della Bce. Non siamo affatto convinti che questo compromesso tra leader politici e banchieri centrali, per quanto una volta tanto “al rialzo”, abbia sciolto i nodi strutturali dell’integrazione fiscale, della disciplina finanziaria e della stabilità valutaria. I problemi restano. Resta la “zoppìa” di un’Europa che continua a poggiare su pilastri istituzionali squilibrati. Resta l’anomalia di una moneta senza Stato, di un euro orfano di un governo. Ci sarà ancora molto da fare, nella riscrittura delle norme che sovrintendono all’Unione e delle regole che vigilano sulla finanza. Ma intanto, dal momentaneo “happy ending” di questa crisi ci sono almeno un paio di insegnamenti da trarre.

Il primo insegnamento è di natura “tecnica”. Il cordone sanitario più efficace per difendere l’euro non nasce tanto a Bruxelles, con il via libera al piano-monstre di aiuti da 750 miliardi per sostenere i Paesi più esposti al rischio della crisi debitoria. Il vero “scudo spaziale” per reggere l’urto degli attacchi speculativi nasce piuttosto a Francoforte, con il disco verde della Banca centrale europea all’acquisto di “obbligazioni pubbliche e private” nell’Eurozona. Con un colpo di fantasia, e anche una buona dose di eresia, i famigerati “tecnocrati” dell’Eurotower hanno abbattuto un totem che avevano voluto costruire al battesimo del Trattato, per venire incontro a una legittima esigenza tedesca: quella di non regalare ai nuovi membri del Club dell’euro, inaffidabili perché troppo diversi tra loro, un “creditore di ultima istanza” che ne favorisse il “moral hazard”. Cioè l’azzardo morale di accedere alla moneta unica senza accettarne i paletti contabili, nella convinzione che alla fine qualcuno avrebbe riempito comunque i “buchi” di quella dissipazione.
Ora quel tabù è stato in parte violato. Un passaggio difficilissimo per la Bce, costruita sul modello e sull’ortodossia della Bundesbank. Ma per certi versi obbligato, pena la sopravvivenza stessa di Eurolandia. Questo spiega i tormenti all’interno del board, nel weekend di passione durante il quale è maturata questa Rivoluzione Copernicana nel “modus operandi” della Banca centrale. Questo, soprattutto, giustifica la richiesta a tutti gli Stati membri di rafforzare le politiche di rientro dai deficit e dai debiti pubblici. L’Eurotower lo esige con un comunicato. Ma non basterà questo pezzo di carta, a evitare il ripetersi di un’altra tragedia greca, con il pericolo dell’effetto-domino che si porta dietro. Rivedere il Patto di stabilità, a questo punto, è un imperativo categorico. Non solo per i teutonici appassionati di Kant, ma anche per i mediterranei innamorati di Epicuro.

Il secondo insegnamento è di natura politica. Il “crash test” della Grecia, e l’eurodelirio che ne è seguito, confermano due assiomi originari. Uno: come aveva intuito Jacques Rueff nel 1950, l’Europa si farà attraverso la moneta o non si farà. Due: come aveva capito Giulio Andreotti nel 1992, la moneta unica sarà tedesca o non sarà. Questo drammatico “rito di passaggio” dimostra che l’euro, con tutte le sue debolezze, resta l’unica prova dell’esistenza dell’Europa unita, di cui incarna allo stesso tempo il limite e la forza. E dimostra che la Germania, con tutte le sue ruvidezze, resta la grande incognita dell’Europa unita, di cui riflette allo stesso tempo la diffidenza e la potenza. Non sarà affatto facile, per Angela Merkel, reggere il peso delle decisioni assunte domenica notte per salvare una moneta che i tedeschi, nonostante tutto, continuano ad accettare solo come pura estensione del marco. Sulla pelle della Cancelliera, brucia il sondaggio Ernst&Young che vuole l’86% dei suoi concittadini contrari al salvataggio della Grecia e il 34% degli imprenditori convinti che l’eurozona si sfascerà presto. Brucia l’idea che, attraverso gli aiuti agli indisciplinati Paesi “latinos” generosi nei salari pubblici e nelle pensioni private, la Germania possa diventare “il Bancomat d’Europa”. Brucia, soprattutto, la cocente sconfitta elettorale in Nordreno-Westfalia, dove la disoccupazione è già al 9%, dove è stato massicciamente applicato lo strumento del “Kurzarbeit” che tutela i posti di lavoro a spese dello Stato e dove quindi è più acuto il timore che un aiuto ai “maiali” d’Europa sottragga risorse ai poveri cristi di Germania.

“Madame Non”, come molti tedeschi vorrebbero che fosse sempre la Merkel, ha detto qualche no decisivo, due giorni fa. Per esempio all’istituzione di un Fondo monetario europeo, che sarebbe stato troppo per un Paese il cui rigore di bilancio è scolpito nella Costituzione. Ma ha detto comunque un sì storico, a un gigantesco piano di aiuti e ad una radicale revisione operativa della Bce. Ha assunto sulle sue spalle una responsabilità politica enorme, di fronte all’Europa irresoluta e di fronte al suo popolo sfiduciato. Gliene va dato atto. Ma niente è per sempre. La Germania ha deciso di salvare l’euro perché ha capito, dati sull’export alla mano, che in questa fase avrebbe subito più danni dal suicidio della moneta unica che non dalla sua sopravvivenza. Nessuno ci garantisce che in un futuro prossimo quel Paese, già fortemente orientato nelle sue strategie commerciali verso altre aree del mondo come la Russia e la Cina, non cambi strategia. E magari ascolti gli economisti duri e puri come Joachim Starbatty dell’Università di Tubinga, che premono per dividere l’euro in due monete diverse, una per il Nord e una per il Sud. La Germania, oggi più che mai “Europe’s Engine” secondo una celebre copertina dell’Economist di fine marzo, va aiutata a ritrovare l’euro-fiducia smarrita. I tedeschi, turandosi il naso, un passo l’hanno fatto. Ora tocca a noi “Pigs” fare altrettanto, a colpi di serie scelte politiche e di vere riforme economiche.

La Repubblica 11-05-10

Meloni (Pd): le nostre proposte contro una riforma solo tagli e zero autonomia

«Il ddl Gelmini mira a disciplinare ogni aspetto della vita degli atenei. Altro che autonomia: il ddl sul punto probabilmente è incostituzionale, ed è contrario a ogni logica di sussidiarietà e all’evoluzione dei sistemi universitari, anche su scala europea». Marco Meloni, responsabile del Pd per università e ricerca, parla con ilsussidiario.net della riforma universitaria.
Qual è la principale obiezione che il Pd muove alla riforma, come concezione di fondo e come impianto dell’articolato?

Il contenuto smentisce del tutto i propositi. Una disegno iper-normativista e iper-burocraticista, che non affronta i nodi strutturali del sistema ed è finalizzato solo a stabilizzare i tagli di oltre 1 miliardo in tre anni. Qualcuno pensa seriamente che sia possibile colmare il divario coi paesi europei (siamo indietro per numero di laureati e ricercatori, apertura del sistema, oltre a molti altri indicatori) diminuendo ancora gli investimenti e aumentando il precariato? Già ora investiamo in università meno dello 0,8% del Pil, contro una media europea dell’1,3%. Mentre, ad esempio, la Francia investe 19 miliardi.

Eppure si parla di autonomia, di valutazione e di merito.
Sono concetti che condividiamo, anche perché siamo stati i primi a sostenerli. Ma questo ddl fa esattamente il contrario. Vi si vede una logica iper-centralista, nessuna risorsa per gli studenti meritevoli, nessuna attenzione alla coesione del Paese. Così si affossa il sistema universitario, e si decide che il modello di sviluppo dell’Italia non è fondato sulla conoscenza e sull’innovazione. Un errore senza ritorno, che noi vogliamo impedire. Per questo abbiamo chiesto al governo un confronto aperto sul merito di questa riforma, che riguarda l’interesse generale del Paese. Finora, nessuna risposta.

Una delle principali critiche è che è del tutto sacrificata l’autonomia. Cosa non va nel ddl e come proporreste di cambiare questo punto-chiave?
Il ddl Gelmini mira a disciplinare ogni aspetto della vita degli atenei. Una selva inestricabile di norme e numeri, persino per consentire l’attivazione di un dipartimento. Altro che autonomia: il ddl sul punto probabilmente è incostituzionale, ed è contrario a ogni logica di sussidiarietà e all’evoluzione dei sistemi universitari, anche su scala europea. L’impostazione è da rovesciare: responsabilità, valutazione severa, autonomia. Il governo faccia partire immediatamente l’agenzia per la valutazione, inspiegabilmente bloccata da mesi. Occorre stabilire con chiarezza i metodi di ripartizione delle risorse, attualmente avvolti nella nebbia. Servono regole eque per la competizione tra atenei, per consentire agli studenti di scegliere dove studiare a prescindere dalle condizioni socio-economiche, per assicurare la coesione territoriale del paese. L’autonomia viene di conseguenza: si lasci agli atenei la massima libertà organizzativa possibile, indicando in legge pochi criteri guida.

Cosa si può fare realisticamente dal vostro punto di vista per cambiare l’università nel paese, compatibilmente con la scarsità di risorse pubbliche?
Il governo i 3 miliardi di euro per Alitalia li ha trovati. La spesa corrente per beni e servizi della Pa è aumentata di 12 miliardi in 2 anni. Mentre altrove si sperpera – si pensi all’enorme scandalo delle opere realizzate con procedure emergenziali – le università sono allo stremo. Siamo a maggio, e non si conoscono né l’ammontare delle risorse ordinarie, né i criteri della loro ripartizione. L’abbiamo denunciato nei giorni scorsi, e, come ha detto Anna Finocchiaro, se non avremo risposte non parteciperemo più ai lavori parlamentari sulla riforma.

Cosa intende fare il Partito democratico?
Il Pd ha posto università e ricerca in cima alle sue priorità programmatiche. Oggi iniziamo da Napoli, con Bersani, il nostro viaggio nelle università italiane. L’università ha bisogno di un intervento più coraggioso, che parta dagli studenti e dai ricercatori. Dalle esigenze del Paese e dei nostri giovani. E, in cambio, di risorse adeguate. Per “tagliare i tagli”, e raggiungere in dieci anni la media attuale dei paesi europei sarebbero sufficienti pochi miliardi di euro. In sintesi: riforme in cambio di risorse, proprio come diceva la Gelmini nei mesi scorsi. Ora c’è solo una riforma finta, mentre i tagli sono drammaticamente veri.

Lei ha scritto che la riforma della Gelmini pecca di forte e grave centralismo. Dove lo riscontra?
In tutta l’impostazione della proposta: si vuole mantenere la forma dell’impianto autonomistico, ma sottoponendo ogni decisione degli atenei a controlli e indirizzi del centro. Penso alle norme sul governo degli atenei, o a quelle finanziarie. Fondate su un concetto semplice: prima ti tolgo le risorse, poi se non sono sufficienti – cosa che a quel punto è prevedibile – ti commissario. Concordo con chi ha detto che siamo di fronte a un doppio commissariamento: gli atenei sotto il comando del ministero della Ricerca e questo sotto l’Economia. Nuovi appesantimenti burocratici, con la geniale idea di affidare borse e prestiti a una Spa del ministero dell’Economia, immagino ferratissima in materia. Insomma, l’idea è che gli atenei siano del tutto incapaci di autogestirsi, e dunque macchina indietro, si torna al centralismo. Come se i ministeri fossero invece la culla dell’efficienza. Ma questo non era il governo delle autonomie e del federalismo?

La riforma si propone di scardinare le baronie e di aprire il sistema. Le premesse per farlo ci sono?
Pura propaganda. Non so quanti siano i baroni, ma, se ce ne sono, sono certamente a favore del ddl Gelmini. Lei chi sente criticare la riforma? I supposti baroni o i ricercatori e i precari?

Voi cosa proponete invece su questo aspetto?
Per noi è fondamentale aprire ai giovani, con percorsi di carriera rapidi e fondati su regole chiare. Le nostre proposte principali: un contratto unico di ricerca che dia diritti economici, assistenziali e previdenziali certi per le attuali posizioni di assegnista, borsista e post-doc; percorsi di carriera per i ricercatori con esito certo in caso di valutazione positiva; molti spazi nei prossimi 8 anni, col finanziamento in legge di posizioni in ruolo, per consentire ai ricercatori (strutturati e precari) di avere reali opportunità, con una giusta selezione, di entrare nella docenza; ringiovanimento della classe docente, riportandone la composizione anagrafica in linea con la media internazionale, prevedendo il pensionamento a 65 anni. Dopo, solo i docenti che gli atenei valuteranno positivamente potranno continuare a svolgere compiti didattici e di ricerca.

Altro problema è quello del reclutamento dei docenti. Cosa non va e che cosa proponete?
Non credo sia possibile creare attraverso la legge meccanismi di reclutamento perfetti. È invece possibile rendere più trasparenti e semplici le procedure – come facciamo coi nostri emendamenti – e far funzionare meccanismi di valutazione rigidissimi che disincentivino scelte poco responsabili. Deve essere chiaro chi assume la responsabilità finale della chiamata dei docenti, e paga le conseguenze di scelte sbagliate. E in ogni caso, l’ho appena detto, se puntiamo ad avere più laureati dobbiamo avere molti più ricercatori e docenti: nel rapporto studenti/docenti siamo già molto indietro. Nell’università italiana è indispensabile immettere un forte shock generazionale.

Come pensate di risolvere il problema degli attuali ricercatori?
Sosteniamo le loro ragioni, perché il disegno del governo li confina in un ruolo a esaurimento che ne mortifica qualificazione e prospettive. Abbiamo proposto già in Senato una prima norma per attivare, a cadenza regolare, per i prossimi 8 anni, concorsi che consentano a tutti coloro i quali supereranno le procedure selettive di entrare nei ruoli di docenza. Ma dobbiamo pensare anche a chi ricercatore a tempo indeterminato non lo è ancora, e dunque aprire anche a loro spazi di carriera. Stiamo perfezionando una nostra proposta sul ruolo unico di docenza, che presenteremo nelle prossime settimane.

www.ilsussidiario.net

Minori, Pd: Uffizi gratis solo per italiani? Inconcepibile, Bondi intervenga immediatamente

Ghizzoni: solleveremo caso in commissione Cultura. “Quello che è successo agli Uffizi è inconcepibile, Bondi dovrebbe intervenire immediatamente per garantire a tutti gli alunni che frequentano le nostre scuole parità d’accesso al patrimonio artistico e culturale”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commenta quanto accaduto nei giorni scorsi a una scolaresca vicentina in visita nel prestigioso museo fiorentino, che ha visto riconoscersi il diritto all’ingresso gratuito per tutti gli alunni ad eccezione di tre studenti extracomunitari poiché, pur residenti in Italia, non appartengono all’Unione europea. “Chiederemo a Bondi di intervenire immediatamente – prosegue Ghizzoni – credo che il ministro abbia tutti gli strumenti per rimediare ad una così palese discriminazione – penso ad una circolazione interpretativa – in caso contrario, sono sicura che in parlamento non ci sarebbero problemi a verificarne degli altri. Solleveremo- conclude – il caso in commissione Cultura”.

Romano Prodi: «Ci vuole più Europa: ce lo deve dire Obama?», di Nini Andriolo

Se presa per tempo questa crisi sarebbe stata perfettamente gestibile, adesso tutto è più difficile”. Critico per i “ritardi” che hanno contraddistinto l’intervento dell’Europa nella crisi greca, Romano Prodi prova a guardare al dopo, a ciò che sarebbe urgente mettere in campo per “arginare” la speculazione che approfitta “del ruolo debole della politica e delle sue incertezze”. Se ne può uscire, quindi. A patto “che non prevalga quell’istinto al suicidio che a volte accompagna il vecchio continente”, dove “l’interesse generale spesso soccombe di fronte a quello particolare e all’egoismo degli stati nazionali”. La memoria del Professore torna agli anni Ottanta, alla caduta del Muro di Berlino.

Allora, ricorda, “tutti si mobilitarono per aiutare la Germania dell’unificazione che attraversava un momento difficilissimo”. Insomma “quando non si risponde con più Europa e non con meno Europa” i problemi si presentano in modo diverso. Mai e poi mai l’ex premier criticherebbe apertamente Angela Merkel, ma il riferimento esplicito al voto nel North-Rhine Westfalia – nel suo editoriale pubblicato ieri sul Messaggero – e ai “governanti” che hanno agito “tenendo conto non degli interessi di lungo periodo ma delle passioni del momento” esprime con chiarezza a cosa si riferisca la speranza che “fra poche ore”, quando in Germania si chiuderanno le urne, si possa “ricominciare a parlare del nostro futuro comune”. La crisi greca, in sostanza, “era perfettamente gestibile, purché ci fosse da parte delle istituzioni europee e dei governi la piena consapevolezza che bisognava agguantarla per tempo, gestirla con tempestività”.

Le “incertezze”, invece, “hanno via via peggiorato la situazione”. Un problema “di dimensioni circoscritte”, in sostanza, ha provocato così “le peggiori conseguenze possibili sconvolgendo i mercati azionari e obbligazionari di tutta Europa”. Anche i “no” inglesi di queste ore “non possono far del bene”. E per Prodi “non è stato bello che dovesse intervenire il presidente Obama per convincere un europeo a fare la propria parte”. Tutti, adesso, devono meditare sul fatto che “il ruolo dell’Europa non può ritornare a essere centrale solo quando esplodono i problemi”.

E serve subito, allora, “quella cabina di regia sull’economia comunitaria” che il Professore propone da anni. Senza contare che la costruzione dell’Europa “non è mai stata completata, mentre dovrà esserlo senza incertezze”.Gli stessi tentennamenti fatti registrare in queste settimane delle istituzioni Ue dimostrano dove stanno i problemi. La voce di Barroso, ad esempio, si è fatta sentire in modo flebile. Adesso bisogna “rassicurare i mercati”, fermare “le speculazioni che minacciano direttamente l’euro” e in questa direzione devono muoversi le istituzioni europee. L’Italia? “Il nostro Paese – riflette il Professore – non è stato tramortito da ciò che sta avvenendo”.

E questo anche grazie alla politica di risanamento avviata nel 2006, con la prima finanziaria del suo gabinetto bis che, pure, “diventò bersaglio di molti attacchi”. Prodi ha apprezzato molto le parole pronunciate da Piero Fassino nell’Aula di Montecitorio a proposito della crisi finanziaria in atto e del ruolo positivo giocato quattro anni fa dal suo governo. Se l’Italia di oggi “non è come la Grecia”, in sostanza, lo si deve a quel “durissimo risanamento dei conti pubblici” che – pure – venne imputato a Padoa Schioppa, attentissimo – invece – ai parametri di Maastricht e al patto di stabilità. Prodi non entra nel merito della politica dell’attuale esecutivo, ma il giudizio che si ricava dal suo ragionamento è che Tremonti si sia avvantaggiato da ciò che era stato fatto prima di lui.

Anche per questo, adesso, il governo italiano non si è comportato peggio di altri spingendo l’Europa a dare una mano alla Grecia. Italia fuori pericolo, quindi? “Se l’Unione non è mossa da istinto suicida anche il nostro Paese non ha nulla da temere”, sottolinea il Professore. Anche da noi, quindi, si tratta “di governare bene questa crisi”. E il problema non è dolersi di questo o di quel paese – Grecia e non solo – che “sarebbe stato meglio non facesse parte dell’ Unione”. Non si affrontano i problemi “con meno Europa ma con più Europa”, infatti.

A patto, però, che “ci sia una politica comunitaria forte che prevalga”. Se l’Ue, in sostanza, “avesse avuto quella mente economica che non le si è voluto dare in nome di un eccesso di nazionalismo, le stesse istituzioni europee sarebbero state messe al corrente per tempo della verità sugli stessi conti greci”. Se ne uscirà, allora? “La settimana scorsa Helmut Kohl mi ha assicurato che la Germania è pienamente consapevole della necessità di una solidarietà europea – sorride il Professore -. Spero che ciò sia vero per Berlino, per Londra e per le altre cancellerie europee”.
L’Unità 10.05.10