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Sicar, “L’accordo non può andare in fumo”

La solidarietà dell’on. Ghizzoni ai lavoratori dell’azienda carpigiana. L’on. Ghizzoni esprime solidarietà ai lavoratori della Sicar, costretti a riprendere la mobilitazione affinché sia rispettato l’accordo del 22 marzo. “Un accordo raggiunto con fatica – dichiara la parlamentare – grazie alla determinazione dei lavoratori, che per due mesi hanno sfidato i rigori dell’inverno davanti ai cancelli dell’azienda, all’impegno delle istituzioni e alla solidarietà di tutta la città. Non si può ora mandare in fumo il risultato raggiunto. Continueremo pertanto a seguire con molta attenzione l’evolversi della vicenda – conclude l’on. Ghizzoni – affinché gli accordi assunti siano rispettati e sia garantito un futuro ai lavoratori”.

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SICAR CARPI, I LAVORATORI TORNANO IN LOTTA PER IL RISPETTO DELL’ACCORDO

Sono di nuovo davanti ai cancelli a protestare i lavoratori della Sicar di Carpi e sono determinati a rimanerci finché non avranno ottenuto il rispetto dell’accordo sottoscritto il 22 marzo scorso presso la sede della Provincia.
La situazione si sta facendo tesa in queste ore, perché oltre a presidiare i cancelli aziendali (in via Lama 30 Carpi), alcuni lavoratori proprio in queste ore stanno presidiando anche l’interno dell’azienda.
Nella giornata odierna, lunedì 10 maggio, doveva essere corrisposta alle lavoratrici ed ai lavoratori la prima erogazione di almeno € 1000 previsti a titolo di anticipazione mensile di Tfr e spettanze varie previste dall’accordo.
Ciò però non è avvenuto e, al momento, non sono chiare le ragioni del mancato rispetto.
Si va da voci che sostengono che non ci siano i soldi, a motivazioni politiche legate alla volontà dell’ azienda di consegnare ai lavoratori ora la lettera di licenziamento, senza data, della risoluzione del rapporto di lavoro. Ciò è inaccettabile perché se così fosse i lavoratori si vedrebbero negata la possibilità di impugnare il licenziamento nel caso in cui l’azienda non rispettasse i termini dell’ accordo.
Lavoratrici, lavoratori, RSU e Fiom/Cgil si aspettano il rispetto dell’accordo, ottenuto faticosamente dopo 50 ore di sciopero e con un presidio ininterrotto dal 31 dicembre 2009 al 22 marzo 2010. In caso contrario sono determinati a proseguire nelle lotte.
Rsu Sicar Fiom/Cgil Carpi

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Sciopero di 4 ore oggi pomeriggio e presidio permanente alla Sicar di Carpi dopo la comunicazione aziendale a RSU e Fiom/Cgil sulla mancanza di copertura economica dell’accordo sottoscritto il 22 marzo scorso presso la Provincia di Modena, che prevedeva da oggi l’erogazione di almeno € 4.000 tra incentivo all’esodo, Tfr, spettanze varie.

Nell’incontro di oggi pomeriggio alle ore 16 tra Rsu, Fiom e proprietà, l’azienda ha comunicato che non ha disponibilità economica per mantenere fede agli impegni sottoscritti. A dire della proprietà, le banche non avrebbero messo a disposizione le risorse finanziarie necessarie, dopo che in un primo tempo si erano mostrate disponibili ad una dilazione del debito condizionandolo all’accordo sindacale.

L’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori ha reagito con rabbia e determinazione decidendo di proseguire nel presidio interno che andrà avanti ad oltranza durante la notte di oggi e nei prossimi giorni.

Le lavoratrici ed i lavoratori contavano infatti sul sostegno economico derivante dall’accordo stante la situazione di cassintegrati in cui versano da oltre un anno, percependo € 750 mensili dall’Inps.

In merito alla situazione dei lavoratori della Sicar sono state immediatamente coinvolte le Istituzioni modenesi, a partire dalla Provincia in veste di garante dell’accordo.

L’assessore provinciale al Lavoro Ori e il sindaco di Carpi Campedelli si sono impegnati a contattare con urgenza l’impresa per sbloccare la situazione.

Anche l’onorevole Manuela Ghizzoni, che già in passato è stata vicina ai lavoratori della Sicar, ha dimostrato piena solidarietà ai lavoratori in lotta, impegnandosi a dare il proprio contributo alla risoluzione di questa difficile vertenza.

RSU Sicar Carpi Fiom/Cgil Carpi

Un partito plurale e aperto

Da Cortona, Area Democratica chiede una svolta politica per dare nuova linfa al Pd. Francescini lancia la sfida: “un partito plurale e aperto, con vocazione maggioritaria e che ha come obiettivo il cambio del Paese”. Una nuova linfa per rilanciare lo spirito originario che ha fatto nascere il Pd. Questo è l’appello che è emerso dall’incontro nazionale di Area Democratica che si è svolto questo fine settimana a Cortona. Una vera sfida quella lanciata da Dario Franceschini per evitare che il Pd si rinchiuda dentro un “fortino territoriale, identitario, felici di stare solo con quelli che la pensano come noi”. Insomma “un partito plurale e aperto, con vocazione maggioritaria e che ha come obiettivo il cambio del Paese”.

Dall’incontro è nata una specifica richiesta di cambio di rotta del Pd. Per Walter Veltroni “non possiamo continuare con i conservatorismi, serve che il Pd mantenga la sua identità, quel Pd che forse abbiamo messo troppo tempo a fare ma a nessuno è permesso di disfare”. Anche perché Berlusconi “è fuori dalle regole della democrazia” e “non è in grado di reggere tre anni senza elezioni”.

Dalle scorse elezioni due sono gli elementi che hanno mostrato il fianco per la politica del Pd: la ricerca dell’alleanza con i centristi dell’Udc e quella di una strutturazione del partito sul territorio. Veltroni ha ribadito che “l’Udc ha perso consensi laddove si è alleato con il Pd”, e che “in una società come la nostra è sbagliato pensare ad un partito pesante”.

Sia Veltroni, sia Franceschini, che ha aperto e chiuso i lavori di Area Democratica, sono convinti che sia necessario una politica di apertura senza alcun arrocco. Una scelta di coraggio che sia in grado di “accendere la fiducia”. “Se la destra è in crisi – ha sottolineato l’ex sindaco di Roma – l’ultima cosa che dobbiamo fare è chiuderci in noi stessi, loro possono frantumarsi ma se noi di fronte a questo riproponiamo una coalizione antiberlusconiana sbagliamo di grosso”.

Da Franceschini è arrivato un chiaro monito: “il Pd o mantiene questa sua vocazione fatta di coraggio e innovazione o lentamente si spegne e si divide”. Gli orizzonti che il presidente dei deputati Pd intravede sono due: “rinchiudersi dentro un fortuno territoriale, identitario, felici di stare solo con quelli che la pensano come noi o abbracciare la sfida fatta da tre missioni: un partito plurale e aperto, con vocazione maggioritaria e che ha come obiettivo il cambio del Paese”.

Di un “cambio di passo” ne ha parlato anche Piero Fassino. Il responsabile Esteri del Pd oltre a ribadire e rivendicare l’assoluta lealtà di Area Democratica nei confronti della segreteria del partito ha chiesto al segretario Bersani “di non rinunciare al Pd per il quale abbiamo speso tutti insieme energie”. Fassino a quindi voluto mettere in guardia il Pd dal “rischio di qualche silenziosa forma di abbandono delle nostre file perchè non si sentono a casa”.

Toni più smorzati sono arrivati da Franco Marini: “Area Democratica deve chiedere anche di avere una rappresentanza all’interno dell’organizzazione del partito. Combattendo e facendosi valere. Guai a spaccare il partito”.

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Fioroni agita la minoranza Pd. Fassino: ma quali scissioni…, di Maria Zegarelli

Franceschini chiude il convegno di Cortona: chiedere un cambio di passo e un atto d’amore per il Pd. L’ex ministro attacca Bersani: così il partito è finito. L’ex segretario Ds: abbiamo fondato il Pd per unire
Franceschini a Bersani: non chiudiamoci con chi la pensa come noi il convegno di Area Democratica si conclude all’insegna del “caso-Fioroni”. L’ex ministro attacca Bersani, “Se continua così il partito è finito”. Dura replica di Fassino. Franceschini cita Castagnetti: attenti al disagio.

“Siamo a un bivio: non ci rinchiudiamo in un fortino, territoriale, identitario, felici di stare solo con quelli che la pensano come noi oppure riprendiamo la sfida del Pd con tre missioni: un partito plurale e aperto; con vocazione maggioritaria e che ha come obièttivo il cambio del Paese”. Per questo il Pd deve presentarsi come il partito “dell’identità nazionale” non del Sud o del Nord. Dario Franceschini chiude i lavori di Cortona portando Area Democratica compatta verso l’Assemblea nazionale di fine maggio. E se l’ex segretario ribadisce che non ci saranno scissioni, è Piero Fassino che con il suo intervento che tocca le grandi questioni aperte nell’Europa e nell’Italia sulla crisi, il lavoro, lo sviluppo , cerca di rimettere insieme i fili che Beppe Fioroni ha rischiato di mandare all’aria con un’intervista a Repubblica in cui annuncia che se le cose non cambiano entro sei mesi gli ex popolari si tirano fuori, rimetendo sul tavolo la minaccia della Federazione.

Che abbia sbagliato qualcosa Fioroni lo capisce dal gelo con cui parecchi democratici lo accolgono malgrado il sole che dopo tre giorni decide di farsi rivedere. Così quando interviene cerca di rimediare, smentisce l’intervista, dice che no, non ha mai parlato di federazione, si attacca alla sua rabbia “e a quella di tutti voi” verso una maggioranza che esclude per scongelare il clima. Smentisce anche di voler puntare alla vicesegreteria, “vicesegretario di che? Di un progetto che non condivido?”, brusii in sala.
Avverte Bersani che se non si cambia il Pd è finito ed evoca più volte lo spostamento a sinistra come lo spettro che aleggia su un partito che sembra in attesa “del papa nero, il messia” che porti verso la vittoria. I suoi supporter applaudono ma è chiaro è tutti che questa non è la sua giornata. Come se non bastasse Franceschini quando parla del “disagio” che c’è, tra gli ex popolari invitando Bersani a non “trascurarlo” perché già “troppi dirigenti famosi e meno famosi se ne sono andati senza che se ne avvertisse il dolore” cita Pierluìgi Castagneti e non Fioroni.

Fassino quando prende la parola rivolge spesso lo sguardo verso l’ex ministro, soprattutto nei passaggi pi duri, “Noi siamo quelli che ci hanno creduto di più al Pd, non ce ne andremo”. Lo fissa mentre tende un ponte verso il segretario, “C’è un congresso e nessuno lo ha messo in discussione”. Quanto al papa nero, “non so se questo partito ne ha bisogno, ma so che i cardinali non possono essere sempre gli stessi, lo dico a partire da me”. Fioroni ascolta. Fassino insiste, “Proprio per questo noi diciamo a Bersani di non rinunciare al Pd, di non considerarci un fastidio da sopportare”.

Quando torna a sedersi e la platea lo ringrazia con un applauso in piedi, lascia tra lui è l’ex ministro lo spazio di una sedia vuota. Più tardi accetta di tornare sull’argomento. “Qui non c’è nessuno che vuole separazioni o scissioni, abbiamo fondato il Pd per unire e per superare antiche e storiche divisioni dice. Cortona è stata un’occasione bella e utile per discutere come rilanciare il partito, una discussione vera, senza divisioni e senza polemiche, ispirata dalla voglia di rimetterci in cammino”. Invece, osserva, il rischio è di finire sui giornali per presunte scissioni che disorientano.

“Nessuno mette in discussione gli equilibri congressuali e tutti riconosciamo il segretario eletto dal congresso, ma proprio per questo gli chiediamo un cambio di passo, lo invitiamo a mettere in campo una forza riformista capace di cambiare il paese e di farlo con un partito aperto, pluralti e nuovo”. Anche Franceschini coglie l’occasione per sgomberare il campo da un altro dubbio, “Chiedere un cambio di passo non è dire caz…. ma un atto d’amore per il Pd”. Dalla maggioranza risponde Rosy Bindi. “Siamo contenti che non ci saranno scissioni: il Pd curerà il suo progetto se saremo uniti e tutti insieme perché per noi il pluralismo è la cifra del partito e non solo della vita democratica: non ci spaventiamo delle discussioni anzi le consideriamo arricchenti”.

L’Unità 10.05.10

Gran Bretagna: verso l’era dei governi di coalizione

Per la prima volta dal 1974 il sistema maggioritario puro a turno unico in Gran Bretagna non ha funzionato ed è stato eletto un “hung parliament”, un “parlamento appeso”, nel quale nessuno dei principali Partiti gode della maggioranza assoluta dei seggi. Il sistema maggioritario infatti, produce un vincitore chiaro solo quando esiste un sistema bipolare, o bipartitico definito. Ma la struttura partitica in Gran Bretagna ormai non si può più definire bipolare.
I conservatori hanno vinto le elezioni, ma solo con il 36% dei voti, che non ha consentito loro di assicurarsi la maggioranza assoluta in Parlamento: avevano bisogno di almeno 326 seggi, ma ne hanno conquistati 306.11. Il Partito laburista ha ottenuto 258 seggi, con il 29% delle preferenze; i liberaldemocratici hanno dato risultati numericamente buoni ma deludenti rispetto alle aspettative emerse durante i dibattiti televisivi in campagna elettorale. Clegg infatti ha avuto il 23% dei voti, ma a causa del sistema elettorale può contare su soli 57 seggi.

Con questa situazione di stallo non è ancora possibile dire se sarà David Cameron, leader dei Tories, o il premier uscente, il laburista Gordon Brown, a formare il nuovo governo, bisognerà attendere gli sviluppi delle trattative tra i due Partiti e i Liberaldemocratici di Nick Clegg.

Peter Mandelson, braccio destro e Ministro prima di Blair, poi di Brown, è l’ambasciatore dei Labour nella trattativa con i lib-dem, intervistato dalla rete Sky dichiara: “Abbiamo perso, ma poteva andarci peggio, ora la palla è nel campo di Clegg”. “Siamo al potere dal 1997, continua il Ministro, solo un paio di volte negli ultimi duecento anni un Partito ha vinto quattro elezioni consecutive, per cui era chiaro che sarebbe stato difficile. Se a questo si aggiunge la crisi economica mondiale la difficoltà era anche maggiore; alla fine dello scorso anno venivamo dati per spacciati, sembrava che Cameron sarebbe entrato trionfalmente, senza ostacoli, a Downing Street. Ebbene, non è andata così”.

Spiega Mandelson: “Gordon Brown al momento non può dimettersi finché alla Regina Elisabetta non sarà chiaro chi ha le migliori chances di formare un nuovo Governo. Le prossime ore ci diranno se in questa posizione si verrà a trovare Cameron, da solo con un governo di minoranza oppure in una coalizione con i liberaldemocratici. In caso contrario, è possibile che sia il Labour a offrire le migliori chances di un nuovo governo, in una coalizione con i lib-dem”.

“Gli elettori hanno voltato pagina, considera Mandelson, ma non ci hanno indicato chiaramente quale sarà il nuovo capitolo da scrivere. Diamo il tempo ai lib-dem di parlare con Cameron, di riflettere su ciò che Cameron dirà loro e poi eventualmente di parlare con Brown. Qualche giorno potrebbe essere necessario e non sarà un dramma, la Gran Bretagna ha un governo in carica che continua a funzionare non siamo nel caos”. Conclude il portavoce Laburista: “Questa elezione ha dimostrato che il sistema attuale non funziona, abbiamo bisogno di un sistema in cui ogni voto conta come gli altri, in cui ogni Partito è rappresentato in Parlamento in base al consenso effettivo che ha nel Paese. Il Labour riconosce tutto ciò ed è pronto a offrire a Clegg un referendum in tempi brevi in cui chiedere al popolo di esprimersi su questa importante riforma. Cameron è contrario e si limita a offrire correttivi al sistema maggioritario. E’ una importante differenza. Sta a Clegg decidere”.

Billy Emmott, uno dei giornalisti inglesi più noti all’estero, esperto di politica ed economia, per 13 anni direttore del più prestigioso magazine di attualità del mondo, l ‘Economist, in un’intervista al “ Messaggero” dopo le elezioni in Gran Bretagna commenta: “Il bipolarismo all’inglese sta morendo e David Cameron è il secondo perdente di queste elezioni dopo Gordon Brown; Clegg resta il vincitore morale di queste elezioni adesso è lui l’ago della bilancia”.

L’unica cosa certa al momento è che il risultato elettorale in Gran Bretagna conferma la frammentazione del sistema partitico, ormai in agonia da vent’anni a causa delle troppe divisioni ideologiche, e sottolinea il desiderio di devolution con il rafforzamento dei Partiti regionali, come quelli dell’ Irlanda del Nord.

Anto. P.
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Intercettazioni: Rodotà, "è una legge ipocrita per cancellare il diritto di espressione e quello di essere informati", di Gianni Rossi

Stefano Rodotà è fra gli estensori dell’appello contro la legge contro le intercettazioni che sta coinvolgendo i cittadini, i navigatori della rete, le community come facebook e i blogger. “E’ una legge bavaglio – afferma Stefano Rodotà – che, partita ipocritamente dalla volontà di tutelare la privacy, si è trasformata come per altro prevedibile in uno strumento per cancellare il diritto dei giornalisti alla libertà di espressione e il diritto dei cittadini di ricevere le informazioni necessarie per avere un ruolo attivo nella società.

Quale pericolo deriva per la libertà d’informazione dalla eventuale approvazione della legge contro le intercettazioni?
“E’ una legge-bavaglio che, partita ipocritamente dalla volontà di tutelare la privacy, si è trasformata come per altro prevedibile in uno strumento per cancellare il diritto dei giornalisti alla libertà di espressione e il diritto dei cittadini di ricevere le informazioni necessarie per avere un ruolo attivo nella società.
La maggioranza al Senato rifiuta ogni confronto e persegue l’obiettivo di un silenzio stampa generalizzato per impedire ogni inchiesta e ogni trasparenza su vicende oscure, che segnano in questo momento la vita del paese.
Per cercare di rimuovere questo ostacolo o almeno per consentire un ripensamento, è indispensabile l’intervento diretto dei cittadini, vere vittime di questa legge, che possono aderire agli appelli che abbiamo lanciato sulla “Rete”, i blog, i siti, facebook.”

Cosa potranno fare i giornalisti, nella malaugurata ipotesi che la legge venisse promulgata? Ci si potrebbe ribellare e appellarsi alla Corte Costituzionale?
“Se entrerà in vigore, sarà necessaria una vera e propria disobbedienza civile! Non solo dei giornalisti, ma di tutti i cittadini consapevoli, per consentire, tra l’altro, di far arrivare il più rapidamente possibile questa legge-bavaglio davanti proprio alla Corte Costituzionale.”

L’APPELLO

La legge che ordina il silenzio stampa
di STEFANO RODOTÀ
SE LA legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato, sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte ad un colpo di Stato o ad una rottura frontale. Mutano pure per effetto di una erosione lenta, che cancella principi fondativi di un sistema. Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull’esercizio dei poteri, le possibilità d’indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l’annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti, a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà, dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto.

Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma, se questo fosse stato il vero obiettivo, era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi, né diritti. Bastava prevedere che, d’intesa tra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti; si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza; si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.

Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.

Ma l’obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l’odiata magistratura, l’insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul “mostruoso connubio” tra politica e affari, sull’illegalità che corrode la società. Si vuole distogliere l’occhio dell’informazione non dal gossip, ma da vicende che inquietano i potenti, dal malaffare. Se quella legge fosse stata approvata, non sarebbe stato possibile dare notizie sul caso Scajola, perché si introduce un divieto di pubblicazione che non riguarda le sole intercettazioni.
In un paese normale proprio quest’ultima vicenda avrebbe dovuto indurre alla prudenza. Sta accadendo il contrario. Al Senato si vuole chiudere al più presto. E questo è coerente con l’affermazione del presidente del Consiglio, secondo il quale in Italia “c’è fin troppa libertà di stampa”. Quale migliore occasione per porre rimedio a questo eccesso di una bella legge censoria?

Scajola, infatti, è stato costretto a dimettersi solo dalla forza dell’informazione. Una situazione apparsa intollerabile. Ecco, allora, il bisogno di arrivare subito ad una legge che interrompa fin dall’origine il circuito informativo, riducendo le informazioni che la magistratura può raccogliere, impedendo che le notizie possano giungere ai cittadini prima d’essere state sterilizzate dal passare del tempo. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.

Si arriva così all’infinito silenzio stampa, all’opinione pubblica impotente perché ignara dei fatti, visto che nulla può esser detto su qualsiasi fatto delittuoso fino all’udienza preliminare, dunque fino a un tempo che può essere lontano anni dal momento in cui l’indagine era stata aperta. Che cosa resterebbe della democrazia, che non vuol dire soltanto “governo del popolo”, ma pure governo “in pubblico”? In tempi di corruzione dilagante si abbandona ogni ritegno e trasparenza, si dimentica il monito del giudice Brandeis: in democrazia “la luce del sole è il miglior disinfettante”. Stiamo per essere traghettati verso un regime di miserabili arcana imperii, di un segreto assoluto posto a tutela di simoniaci commerci di qualsiasi bene, di corrotti e corruttori, di faccendieri e di veri criminali.

Questo regime non avvolgerebbe soltanto in un velo oscuro proprio ciò che massimamente avrebbe bisogno di chiarezza. Creerebbe all’interno della società un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie impubblicabili, infatti non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili. Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti d’indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare. Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, la circolazione di mezze notizie, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili pressioni sotterranee, o veri e propri ricatti. Creerebbe un clima propizio ad un “turismo delle notizie”, alla pubblicazione su qualche giornale straniero di informazioni “proibite” che poi rimbalzerebbero in Italia.

Accade sempre così quando ci si allontana dalla via retta della democrazia e dei diritti. Dal diritto d’informazione in primo luogo, che non è privilegio dei giornalisti, ma diritto fondamentale d’ogni persona, la premessa della sua cittadinanza attiva, del suo “conoscere per deliberare”. Ce lo ricordano le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, dov’è sempre ripetuto che “la libertà d’informazione ha importanza fondamentale in una società democratica”. In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi autori d’un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte ha ritenuto che la notorietà della persona e l’importanza della vicenda rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto. In una sentenza del 2009 si è messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d’informazione: che cosa dovremmo dire quando, da noi, il testo all’esame del Senato impugna come una clava le sanzioni pecuniarie con chiaro intento intimidatorio? E guardiamo anche agli Stati Uniti, al fermo discorso di Hillary Clinton sul nesso tra democrazia e libertà di espressione su Internet, alle ultime sentenze della Corte Suprema che, pure di fronte a casi sgradevoli e imbarazzanti, ha riaffermato la superiorità del Primo Emendamento, appunto della libertà di espressione

Un velo d’ignoranza copre gli occhi del legislatore italiano. Ma non è il benefico velo che lo mette al riparo da pressioni, da influenze improprie. È l’opposto, è la resa alla imposizione di chi non vuole che si guardi al mondo quale veramente è. Nasce così un’anomalia culturale, prima ancora che giuridico-istituzionale. Ci allontaniamo dai territori della civiltà giuridica, e ci candidiamo ad esser membri a pieno titolo del club degli autoritari Certo la nostra Corte costituzionale prima, e poi quella di Strasburgo, potranno ancora salvarci. Intanto, però, la voce dei cittadini può farsi sentire, e non è detto che rimanga inascoltata.
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da www.articolo21.org

"Federalismo fiscale: rivoluzione con incognite", di Anna Avitabile

Sindaci, sostenuti da una parte della cittadinanza, che negano il pasto ai bambini che frequentano le scuole pubbliche. Ancora sindaci, guidati dal Presidente dell’Anci lombarda, leghista e alla guida del Comune di Varese, che scendono in piazza per manifestare la propria impotenza a soddisfare le richieste dei cittadini. Cosa porterà il federalismo fiscale nella ricca Lombardia? Ne parliamo con Massimo Bordignon, docente di Scienza delle Finanze all’Università Cattolica di Milano, che sta curando, assieme ad altri colleghi, il progetto di ricerca “La finanza territoriale in Lombardia” per conto della Cgil Lombardia.

Rassegna Oggi i Comuni sono stretti da una morsa, la riduzione dell’autonomia tributaria da un lato e dall’altro i vincoli sempre più stringenti alla spesa. Che distorsioni comporta questa doppia costrizione nei bilanci comunali presi in esame dalla vostra ricerca?

Bordignon La distorsione più evidente riguarda la crescita straordinaria di alcuni tipi di entrate gestite autonomamente, come le multe e soprattutto gli oneri di urbanizzazione: in quest’ultimo caso la legge permette di utilizzare una parte del gettito per finanziare la spesa corrente. Un’opportunità che ha spinto i Comuni, che hanno margini di gestione del bilancio sempre più ridotti, a consentire un’urbanizzazione del territorio probabilmente superiore a quella ottimale, provocando effetti distorsivi sull’ambiente. Le difficoltà dal lato della spesa derivano da un Patto di stabilità interna sempre più asfissiante perché, ad esempio, vieta di investire anche ai soggetti virtuosi o a coloro che hanno ricavato risorse dalla vendita di propri beni. Le difficoltà si sono accentuate per effetto della crisi economica e del rallentamento dell’attività edilizia che ha ridotto le entrate fiscali legate agli immobili.

Rassegna L’abolizione dell’Ici sulla prima casa nel 2008 è stata un duro colpo per l’autonomia tributaria delle amministrazioni comunali. Con il federalismo fiscale si prevede che i Comuni amplieranno la gamma di strumenti fiscali autonomi, magari legati al patrimonio immobiliare?

Bordignon Il nostro studio si ferma al 2007 perché solo da pochi giorni sono stati pubblicati i bilanci certificati del 2008. Ma non c’è dubbio che la scelta, anticipata dal governo Prodi e pienamente attuata dal governo Berlusconi, sia stata deleteria, in primo luogo perché ha privato i Comuni di più di un quarto delle entrate proprie e, in secondo luogo, perché si sono ridotte l’efficienza e l’efficacia redistributiva del sistema fiscale. In precedenza, con un insieme di detrazioni e indicizzazioni autonomamente definite, i Comuni potevano dosare il carico fiscale sulla prima casa in modo progressivo. Quando l’imposta, che portava nelle casse comunali un gettito di 2.8 miliardi di euro, è stata sostituita con i trasferimenti diretti ai Comuni, peraltro parziali, le risorse necessarie sono state reperite mantenendo invariata la pressione fiscale. Il che vuol dire che si sono accentuati gli elementi distorsivi del nostro sistema tributario che, com’è noto, insiste molto sul reddito dei fattori produttivi, e in particolare su quello da lavoro dipendente, e molto poco sulla ricchezza finanziaria e immobiliare, contribuendo per questa via alla bassa crescita economica e all’accentuazione degli squilibri di reddito. È difficile prevedere cosa succederà con il federalismo fiscale perché la legge delega, pur conferendo maggiore autonomia tributaria a livello locale, non fa proposte precise: vi è qualche indicazione a favore di una compartecipazione all’Iva e di un’imposizione collegata al territorio e al patrimonio edilizio. Si è parlato, a quest’ultimo proposito, di un’imposta connessa ai servizi che il Comune fornisce ai residenti, dunque a proprietari e inquilini.

Rassegna È plausibile ipotizzare che, a riforma completata, i Comuni finiscano per subire una maggiore dipendenza dalla Regione per i trasferimenti di risorse che in precedenza erano assegnate direttamente dallo Stato?

Bordignon Sì, la legge delega prevede che le risorse trasferite dallo Stato agli enti locali non arriveranno direttamente ai destinatari, come avviene oggi, ma transiteranno attraverso la Regione che, entro un termine di tre settimane e con il consenso del costituendo “Consiglio delle Autonomie Locali”, può proporre criteri di distribuzione diversi dal passato. Il punto cruciale sta nello stabilire un sistema di decisione efficiente – non certo basato sull’unanimità dei soggetti interessanti – e democratico, cioè trasparente e consensuale, come quello adottato già da una decina di anni dalla Provincia autonoma di Trento e da altre autonomie a Statuto speciale. Credo che sia razionale muoversi verso un sistema di finanza locale regionalizzata, così come avviene in molti altri Stati federali, per rendere la distribuzione dei fondi perequativi più semplice ed equa. Difatti, come si evince anche dalla nostra ricerca, il prelievo fiscale è sempre più centralizzato della spesa e nessun Comune sarebbe in grado di sopravvivere esclusivamente con le proprie risorse. I trasferimenti statali che oggi arrivano direttamente ai Comuni sono stati calcolati sulla base di parametri poco oggettivi che per di più risalgono a una ventina di anni fa, senza che si sia riusciti a modificarli per tener conto dei cambiamenti intervenuti nel frattempo. Inoltre bisogna tener conto che la Costituzione rafforza il ruolo legislativo della Regione e che dunque sarebbe pericoloso avere un sistema nel quale le decisioni di legge siano stabilite da soggetti diversi da quelli che provvedono al finanziamento relativo.

Rassegna La politica tributaria di competenza dei Comuni, in particolare Ici e addizionale Irpef, ha alterato la progressività? In quale direzione? E cosa ha provocato la politica tariffaria?

Bordignon Sì l’ha modificata perché è chiaro che laddove si stabilisce un’aliquota unica per l’addizionale Irpef, la progressività si riduce. Secondo me si è dato ai Comuni eccessivo spazio di manovra sul reddito determinando due effetti deleteri: differenziazioni ingiustificate tra piccoli centri urbani tra loro vicini e, in secondo luogo, inutili e costose complicazioni. Basti pensare a un’impresa di cinquanta addetti che per compilare il Cud deve conoscere le diverse aliquote di una decina di Comuni. Bisogna tener conto che l’Irpef riguarda essenzialmente i redditi da lavoro, e in prevalenza quelli da lavoro dipendente e da pensione, e quindi gli effetti redistributivi dell’Irpef si esercitano esclusivamente all’interno di questo ambito. Per correggere davvero le disuguaglianze vanno utilizzati altri strumenti, come l’Isee, che permettono ai Comuni di stimare la ricchezza effettiva dei cittadini e su questa graduare le tariffe.

Rassegna Dalla ricerca emerge già oggi una grande differenziazione dei servizi forniti dai Comuni, ad esempio gli asilo nido, per quel che riguarda le risorse impegnate, la domanda soddisfatta, l’organizzazione e la politica tariffaria. Con il federalismo questa varietà è destinata a ridursi oppure ad articolarsi ulteriormente?

Bordignon La risposta è sì e no. Con la legge delega si sono riconosciute una serie di funzioni che il Comune deve necessariamente assicurare, tra le quali vi è anche l’asilo nido, e questo indirizzo darà luogo a una maggiore omogeneità tra i servizi essenziali. Il guaio è che le funzioni fondamentali attribuite alle amministrazioni municipali riguardano l’80 per cento della loro spesa. Credo che sarebbe una follia pensare di omologare in questa misura le attività dei Comuni, sia perché mancano le informazioni necessarie per farlo, sia perché, anche riuscendoci, questo sarebbe in contraddizione con le finalità del federalismo. Dunque, tranne che per alcuni obiettivi riconosciuti di interesse nazionale e finanziati con un intervento diretto dello Stato, credo che ci si possa aspettare una maggiore difformità tra una regione e l’altra e, al tempo stesso, una maggiore omogeneità dei servizi forniti dai Comuni nella medesima Regione che stabilisce gli stessi vincoli e incentivi alle amministrazioni locali. Naturalmente la difformità può assumere valenze opposte: neanche a me piace il sindaco leghista che nega il pasto ai bambini che frequentano la scuola, ma l’autonomia vuol dire anche questo, mettere in atto scelte politiche che si pensa siano in linea con la volontà della maggioranza degli elettori.

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"I golpisti del mercato", di Rinaldo Gianola

Il problema, dunque, non è solo la Grecia. La crisi non è riconducibile esclusivamente ai conti fuori controllo dei greci ai quali i giornali tedeschi suggeriscono di vendere l’Acropoli per rispettare i sacri parametri di Maastricht. Nel giro di tre giorni l’Europa è passata dalle difficoltà «circoscritte» di un singolo paese, il più debole sotto il profilo finanziario, a una «crisi sistemica», parole del presidente della Bce Trichet, che mette in discussione non solo gli eredi della dracma ma l’intera costruzione dell’Unione e della moneta unica. In poche ore le fiamme e le tragiche violenze di Atene sono passate quasi in secondo piano rispetto alla destabilizzazione che dai mercati è salita fino alle cancellerie che, solo dopo l’intervento preoccupato del presidente Obama su Angela Merkel, hanno deciso di ritrovarsi per il week end a Bruxelles per decidere un piano straordinario di interventi.

Non sappiamo se le misure decise stroncheranno l’attacco della speculazione dei mercati ai governi, all’Unione e all’Euro. È certo, tuttavia, che anche questo maxi piano dell’Europa non risolverà i problemi di fondo, non disinnescherà la bomba che due anni fa è esplosa negli Stati Uniti provocando la prima grande crisi dell’economia globale e che oggi si presenta con la miccia accesa nella vecchia Europa. Nel settembre 2008, quando Wall street visse il dramma storico del fallimento della Lehman Brothers, tutti, ma proprio tutti si impegnarono a limitare le invasioni della finanza, il suo dominio incontrastato sull’economia reale, sull’industria, l’occupazione. Governi e leader politici giurarono, allora, di voler invertire la rotta, di bloccare il gigantesco trasferimento di ricchezza dal profitto, dal lavoro alla rendita finanziaria. La distorsione dell’economia, emersa in modo drammatico due anni fa, avrebbe dovuto essere affrontata con un riequilibrio profondo tra risparmio e investimenti e soprattutto le autorità di governo e quelle che vigilano sui mercati e sulla concorrenza avrebbero dovuto intervenire con provvedimenti rigorosi e coerenti per smontare i giochi perversi della finanza.

Ma poco è stato fatto su questo fronte perchè fortissime sono le resistenze del mondo finanziario e spesso deboli e miopi sono le azioni politiche. Obama, che rappresenta per molta parte del mondo ancora una speranza di cambiamento, ha implorato le lobby delle banche e delle assicurazioni a non ostacolare la sua riforma dei mercati e della finanza. Ma nemmeno Obama è riuscito a sfondare in un sistema, come quello Usa, dove uno può fare il ministro del Tesoro e poi guidare serenamente la Goldman Sachs e viceversa. Quello che viviamo oggi in Europa e che preoccupa la Casa Bianca non è solo la speculazione contro governi o monete deboli, d’altra parte la speculazione – lo insegnano persino nelle università – è parte integrante dei mercati e del loro funzionamento.

C’è una patologia di fondo che sta nel Dna del sistema, per cui il denaro serve solo a creare altro denaro. I golpisti della finanza attaccano gli stati grazie alle armi che gli stessi stati hanno messo loro a disposizione.

Per fronteggiare la crisi del 2008 i governi erano intervenuti per salvare banche, assicurazioni, intermediari, immettendo nel sistema cifre iperboliche. Almeno 3000 miliardi di dollari, denaro pubblico, sarebbero stati spesi per evitare il tracollo del sistema creditizio, ma anche della Chrysler di Sergio Marchionne, trasferendo così le perdite dal sistema privato a quello pubblico. La strada è stata seguita anche in Europa e i mercati finanziari che, fino al 2008, avrebbero speculato contro questa o quella banca o impresa considerata debole oggi si accaniscono contro gli stati e lo loro valute, partono dalla Grecia ma allargano facilmente l’orizzonte e mettono nel mirino l’intera costruzione della moneta unica europea.

Ma gli stati, la politica sono deboli, frammentati, gelosi dei loro poteri e interessi. Si muovono in ritardo, come è avvenuto in questi giorni in Europa dove la signora Merkel (che non è Khol) era preoccupata per l’impatto degli aiuti alla Grecia sul voto regionale in Germania. Mentre l’Europa balbetta, sull’altro fronte invece c’è una corporation planetaria formata da potenti banche d’affari, proprietari e promotori di hedge funds e di strumenti derivati che non rispondono a nessuno, se non ai propri azionisti, il cui unico obiettivo è quello di produrre soldi dopo altri soldi, di alimentare senza ritegno la corsa delle stock options dei propri managers. Quante volte, negli ultimi anni, il mondo si è dovuto confrontare con queste crisi, con il fenomeno della “speculazione” che sarebbe la parte più cattiva, deviante, di un sistema che ai più sembra ancora buono? Ci sono stati gli scandali dell’epoca Bush, come la Enron e la WorldCom. Poi i subprime, la caduta delle grandi banche e di conseguenza la recessione, il crollo dell’economia, la perdita di milioni di posti di lavoro. Ma, dopo le tragiche esperienze del passato, poco è cambiato visto che ancora oggi gli strumenti della speculazione valgono 4 o 5 volte l’intero Pil mondiale.

Il presidente Obama è intervenuto con forza sull’Europa affinchè si muovesse con provvedimenrti straordinari perchè la Casa Bianca non vuole ripetere il dramma del 2008 e l’attacco alla Grecia e poi all’Europa ricalca lo stesso schema, minacciando la possibile ripresa internazionale. In aprile negli Statio Uniti sono stati creati 290mila nuovi posti di lavoro, da quattro mesi c’è un leggero miglioramento che Obama non vuole assolutamente pregiudicare con un’altra crisi finanziaria. Dal 2008 ad oggi gli Stati Uniti hanno perso circa otto milioni di occupati. ci vorranno anni per recuperarli. La preoccupazione di Obama è giustificata. Un timore che dovrebbe essere prioritario per tutta l’Europa e, in particolare, per l’Italia.

Il prevalere degli interessi finanziari, o chiamamola pure della speculazione, rispetto alla tutela degli investimenti, della produzione, del lavoro è l’elemento costante di questi anni e anche di questa crisi. La finanza domina i mercati, ricatta i governi e impone una ristrutturazione delle attività industriali da cui raccogliere altri profitti: un processo politico globale che colpisce soprattutto il mondo del lavoro, i sindacati e si potrebbe aggiungere anche la sinistra. Dopo due anni di crisi, dopo la caduta di simboli storici del capitalismo, dopo le copertine dei settimanali americani che invitano a leggere Carlo Marx, non è cambiato nulla. Siamo ancora qui a registrare il trionfo della finanza e la sconfitta della politica e del lavoro. Questa è la realtà.

L’Unità 10.05.10

"Il Colosseo cade a pezzi, archeologi in allarme", di Carlo Alberto Bucci

Il silenzio che all´alba circonda il Colosseo è stato rotto ieri alle sei dal tonfo di un pezzo di intonaco caduto dalla volta di un corridoio al pian terreno e franato sulla rete di protezione, così violentemente da romperla prima di polverizzarsi a terra. Nessun pericolo per i turisti visto che il monumento – 3 milioni e 200mila ingressi l´anno – in quell´ora era chiuso (ha aperto regolarmente alle 8.30 dopo che l´area critica è stata transennata). E nessun confronto con il boato che, proprio lì di fronte, sul Colle Oppio, il 30 marzo ha accompagnato il collasso devastante di un´intera volta delle gallerie traianee annesse alla Domus Aurea. Infatti, la porzione di malta risalente ai tempi dei Flavi, staccatasi ieri dal Colosseo, misura solo mezzo metro quadrato. «Eppure si è sfiorata la tragedia – denuncia la Confederazione italiana archeologi, attraverso la presidente Giorgia Leoni – perché se il crollo fosse avvenuto a monumento aperto, avrebbe potuto colpire i visitatori».
L´intonaco sbriciolato è un campanello di allarme per la tenuta del monumento simbolo di Roma, che ha molti gioielli a rischio: oltre alla Domus di Nerone e a quella di Tiberio sul Palatino, sono sotto la minaccia crolli le mura aureliane e la lunga dorsale degli splendidi acquedotti antichi. Per il Colosseo esiste già un finanziamento della Soprintendenza archeologica per prossimi interventi da 400mila e 360mila euro in due settori dello “stadio”. «Ma c´è un piano da 23 milioni per un restauro completo – ha detto il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro – . Si stanno cercando gli sponsor e penso che in 15 giorni chiuderemo la partita». Si aggiunge all´appello la direttrice del Colosseo, Rossella Rea: «L´anfiteatro è stato un cantiere sin dalla nascita e adesso dobbiamo mettere mano anche a questo corridoio. Se gli sponsor ci sono, è ora che si facciano avanti. Comunque noi entro l´estate apriremo al pubblico il terzo anello e parte dei sotterranei».
A Roma ci si aspetta che nell´agone si getti innanzitutto Diego Della Valle. Mister Tod´s è stato indicato dal sindaco Alemanno come il capofila della cordata di imprenditori italiani disposti a mettere mano al portafoglio. E nel suo viaggio ad aprile in Giappone, Alemanno sarebbe tornato con almeno un industriale pronto a finanziare, come fecero i suoi connazionali per la Cappella Sistina, la rinascita del capolavoro di marmo e mattoni.
Il Campidoglio, responsabile della piazza, ha sempre avuto un rapporto conflittuale con lo Stato, che ha in cura il Colosseo. E l´uso disinvolto dell´area esterna – concessa per mega concerti e perfino per sedute di boxe e una kermesse calcistica – ha sempre trovato resistenze (spesso vane) da parte degli uffici ministeriali. Ora però alla caccia agli sponsor lavorano insieme Comune e Collegio romano, soprintendente statale (Giuseppe Proietti) e capitolino (Umberto Broccoli). E il 17 maggio Roberto Cecchi, l´architetto del ministero chiamato a sostituire Guido Bertolaso come commissario dell´archeologia romana, presenterà il suo rapporto sullo stato dell´arte. La parola d´ordine del libro è «manutenzione preventiva programmata». Quella che, avendo più soldi e più personale, avrebbe evitato il crollo di ieri mattina.
La Repubblica 10.05.10