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"Precari nascosti nei centri commerciali", di Bruno Ugolini

Basta parlare con quei ragazzi che corrono magari con i pattini a rotelle lungo infiniti corridoi, per toccare con mano la precarietà. Siamo nella pancia dei centri commerciali. L’ottanta per cento sono donne. Fanno quattro mestieri: mamma, moglie, figlia e lavoratrice. Spesso devono lavorare anche la domenica. Senza però adeguati servizi sociali. C’è l’area di parcheggio per i figli dei clienti ma non l’asilo nido per i figli di chi lavora.
La loro testimonianza l’ha portata al congresso della Cgil appena concluso Franco Martini, un tunisino di famiglia livornese, segretario della Filcams (il sindacato che si occupa di coloro che operano nel commercio e nel turismo). È il «terziario» (per differenziarlo da industria e agricoltura), il settore che doveva, secondo alcuni, compensare il calo occupazionale dell’industria manifatturiera e agricola. È uno dei principali luoghi, spiega Martini, «dell’incertezza esistenziale, dell’assenza di futuro ». Spesso con lavoratori di serie B, figli di nessuno. Capita poi che si chiudano importanti catene distributive e si aprano enormi cattedrali a poche centinaia di metri da quelli appena chiusi. E nei nuovi si riproducono quelle moderne ingiustizie, che hanno accompagnato la crisi di molte catene distributive. Con qualche amministratore pubblico anche di sinistra che si lascia incantare dalla promessa che così crescerà nuova occupazione.
Ma nonsarà un centro commerciale a Termini Imerese, osserva il segretario della Filcams, ad assicurare il futuro lavorativo a chi produceva automobili. Dentro quei modelli distributivi il lavoro a tempo pieno non esiste più, e due part-time non fanno due occupati, così come, a mezzo lavoro «non può che corrispondere mezza esistenza, senza la possibilità per i giovani di mettere su casa e famiglia».
Ecco al congresso Cgil si è discusso molto di questo e di «confederalità». E vien da pensare che una vera confederalità (ovvero il ruolo della struttura confederale) non dovrebbe consistere solo nell’affermare la supremazia burocratica sulla categoria. Un tema toccato anche da Martini quando allude alle ingiustizie chiuse appunto nella pancia dei centri commerciali (ma anche in affollati studi professionali). Non dovrebbero essere temi affidati alle sole categorie, ma anche vedere l’impegno delle strutture confederali. Occorre saper tenere insieme i vari pezzi del mondo del lavoro.Non è possibile, ad esempio nella marea degli appalti, ma anche nelle varie Rosarno che costellano il Paese, che ognuno pensi di difendersi da solo. Occorre impedire che nel crescente ciclone della crisi sia alimentato il conflitto «fra poveri e un po’ meno poveri».

L’Unità 10.05.10

"Italiani a metà un popolo diviso", di Ilvo Diamanti

Fieri di appartenere alla comunità nazionale anche se spesso pronti a considerare il Sud un peso. L’Italia si presenta ai 150 anni dell’Unità con molte contraddizioni ma con un’identità. Costruita soprattutto intorno all’attaccamento ai familiari e all’arte di arrangiarsi. Ecco perché, nonostante le tensioni, continuiamo a sentirci cittadini dellostesso Paese. E perché rischiamo di scoppiare.
Ci si avvia al 150esimo anniversario dell’unità nazionale fra molte divisioni. Tanto che alcuni fra i più autorevoli componenti del Comitato dei Garanti per le celebrazioni si sono dimessi. Per primo: Carlo Azeglio Ciampi, il Presidente della Repubblica che, nel corso del suo mandato, ha investito sulla riaffermazione delle feste e dei simboli nazionali. Un atteggiamento che non pare condiviso dalla maggioranza di governo. Nella Lega, soprattutto. I cui leader, a partire da Bossi, fanno a gara nel sottolineare che c’è poco da celebrare. Che, per i padani veri, l’unità d’Italia anzi: l’Italia stessa non merita di essere celebrata. Così, ci si avvia a questo 150enario in modo dimesso e reticente. Un po’ come l’atteggiamento degli italiani verso l’Italia, descritto da un sondaggio di Demos per Repubblica. Difficile da interpretare in un solo modo. Tratteggia un popolo di “italiani a metà”. Visto che, fra le diverse appartenenze territoriali, il 28% sceglie, anzitutto, l’Italia (comunque, in crescita di 5 punti rispetto al 2006). Il resto: cosmopoliti (27%) e localisti (45%). Dunque, veneti, siciliani, lombardi, napoletani, nordisti “e” – non “o” – italiani. Visto che quasi tutti (l’88%) si dicono (molto o abbastanza) “orgogliosi” della propria appartenenza nazionale. E quasi tutti (l’84%) considerano “positiva” (il 24% “molto”) l’Unità d’Italia.

Italiani a metà. Perché, tuttavia, il 30% di essi considera il Sud un peso. Il 41% nel Nordest, ma il 24% anche nel Mezzogiorno. Cittadini di un paese diviso. Non solo dal punto di vista territoriale, ma – lo sappiamo bene – anche politico. E civile. Perché lontani dalle istituzioni e dallo Stato. L’orgoglio nazionale, infatti, appare incardinato su elementi extra-civili e pre-politici. La bellezza del paesaggio, il patrimonio artistico e culturale, la moda e la cucina. Mentre gli elementi che specificano gli italiani rispetto agli altri popoli, secondo gli italiani stessi, evocano il “carattere nazionale”: l’attaccamento alla famiglia e l’arte di arrangiarsi, sopra tutti gli altri. (Come abbiamo messo in luce anche su liMes, in altri scritti). Seguiti dalla “creatività” – nell’arte e nell’economia. Perché l’arte di arrangiarsi è, in fondo, un’arte. Evoca la capacità di innovare e di inventare. Gli italiani. Familisti, imprenditori, localisti, artigiani e artisti. In fondo alla graduatoria dei caratteri che li distinguono dagli altri popoli, non a caso, pongono la fiducia nello Stato e il senso civico. Mentre, fra gli avvenimenti che hanno modernizzato la Repubblica, al primo posto, indicano la “ricostruzione economica degli anni 50 e 60”. La stagione nel corso della quale il nostro paese conquistò, faticosamente, lo sviluppo e il benessere. Quando gli ultimi dell’Occidente risalirono fino ai primi posti. E si guadagnarono un po’ di rispetto dagli altri. Non più soltanto mafiosi, poveracci ed emigranti. Ma lavoratori e imprenditori.

“Italiani a metà”, però, non significa solo “divisi”, ma anche ambivalenti e contraddittori. Perché, dopo la “ricostruzione”, tra i fattori di modernizzazione della Repubblica, collocano lo “statuto dei lavoratori” e il “referendum sul divorzio”. Avvenimenti che segnarono una stagione di mutamento sociale e civile profondo. E, tra i motivi che alimentano l’orgoglio nazionale, il 50% indica la Resistenza e il Risorgimento, il 43% la Costituzione (un orientamento in crescita di 7 punti percentuali rispetto al 2008). Quasi come lo sport e la Nazionale (ma, in questo caso, pensiamo che si tratti di una risposta reticente. Mentre quasi due italiani su tre ammettono la loro soddisfazione (non andiamo oltre…) di fronte al Tricolore e all’inno nazionale.

Insomma, gli italiani sono divisi, non solo dal punto di vista politico e territoriale, ma anche personale. Incoerenti anche di fronte a se stessi. In grado di manifestare malessere verso il Sud, fino ad auspicarne l’espulsione dal Paese. Oppure, identificati nel loro piccolo mondo, nella loro piccola patria locale: città, regione, Padania, Sud. E ancora: sfiduciati verso lo Stato, disillusi nei confronti delle istituzioni. Rassegnati al proprio – patologico e storico – deficit di senso civico, rimpiazzato e compensato da un senso “cinico” dilatato e dilagante. Le stesse persone che si dicono orgogliose di essere italiane. Convinte che l’Unità sia una conquista positiva. Solo una minoranza minima (15%) sostiene che dividere Nord e Sud sia un obiettivo utile, da perseguire.

Gli stessi italiani raccolti intorno al Presidente Napolitano, guardato con fiducia da oltre 7 cittadini su 10. Come Ciampi, prima di lui. Prova che, se lo Stato è lontano, se il Paese è diviso, c’è grande bisogno di riferimenti e di istituzioni comuni, in cui riconoscersi “insieme”. Ciò induce a leggere diversamente anche fenomeni che hanno assunto grande ampiezza e importanza crescente, come il voto alla Lega. Il cui significato è, anch’esso, in-coerente. E non può essere assimilato, in modo automatico, ai proclami e alle parole dei leader padani. Visto che 2 leghisti su 3 considerano positiva l’Unità d’Italia e 8 su 10 si dicono “orgogliosi” di essere italiani (il 52%: “molto”). D’altra parte, basta pensare all’Adunata Nazionale degli Alpini, ieri. Centinaia di migliaia di penne nere confluite a Bergamo, nel cuore di una zona leghista. Gli alpini, al cui interno le simpatie leghiste non sono poche (basta citare l’esempio di Gentilini, prosindaco di Treviso e “alpino doc”). Sfilano, orgogliosamente, dietro al Tricolore. Accompagnati da inni patriottici.

Un altro segno di questo Paese di italiani a metà. Che, proprio per questo, potrebbe non restare tale, a lungo. Dipende dal modo di rappresentarli – e di governarli – espresso dagli attori politici. Dalle istituzioni. Potrebbero cambiare. Divenire, finalmente, una “nazione” (per echeggiare Gian Enrico Rusconi). Oppure degradare ancora. Rinunciare del tutto alla loro identità nazionale. Al residuo di civismo che ancora esprimono. Gli “italiani a metà”: potrebbero ridursi a “mezzi italiani”. Per citare Edmondo Berselli: post-italiani. Non-cittadini di un paese provvisorio.
La Repubblica 10.09.10

"Scuola, famiglie contro il caro-libri «Gli stessi testi, ma costano di più»", di Anna Maria Sersale

ROMA – «Le adozioni dei libri scolastici sono bloccate per cinque o sei anni, ma i prezzi continuano a salire anche se il testo non ha subìto modifiche», è la protesta di molti genitori convinti che «gli effetti del blocco non basteranno a combattere il caro-libri perché le norme sono facilmente aggirabili». Tema caldo, questo delle scelte, dal momento che il rito si dovrà compiere entro la seconda decade di maggio. Con una novità. Tranne rarissime eccezioni i testi che sono stati adottati lo scorso anno andranno necessariamente mantenuti. Per la prima volta, infatti, gli insegnanti sono legati alla legge 167 del 2009, legge di conversione del decreto 134.
«Salvo specifiche e motivate esigenze» i docenti dovranno limitarsi a confermare i testi in vigore, così recita la norma. Però le famiglie sono deluse. Speravano che la novità portasse un consistente risparmio e la possibilità di evitare la solita “stangata”. Le prospettive, invece, non sono rosee. «Il blocco delle adozioni – lamentano le associazioni dei consumatori – non comprende il congelamento dei prezzi».
«Ma è impossibile ipotizzare il congelamento – sostiene Ulisse Jacomuzzi, presidente del Gruppo Educazione dell’Aie, l’Associazione italiana degli editori – il prezzo di un libro non può restare fermo, poiché intervengono molte variabili. Se, per esempio, nel 2008 ho stampato le copie di un libro, che poi devo ristampare l’anno successivo o due anni dopo, dovrò tenere conto dei nuovi prezzi di mercato delle materie prime. La carta può essere aumentata del 10%, il trasporto può essere aumentato e così la benzina. Certi costi prescindono dai contenuti. Comunque, va evidenziato che negli ultimi anni i ritocchi in copertina sono sempre stati di molto inferiori al 2%, mai oltre il tasso di inflazione».
Dunque, non si sfugge agli aumenti. Gli editori, già colpiti dal blocco, non possono avere ulteriori perdite. Risultato: il giro di vite sulle adozioni dei libri alla fine scontenta tutti. Gli insegnanti accusano il ministero di limitare «l’autonomia della scuola e la libertà di insegnamento» mentre i genitori sono convinti che il risparmio sarà inferiore a quanto sperato.
Intanto la scuola dovrà rispettare i “vincoli”, ribaditi dall’ultima circolare inviata dal ministero il 4 marzo scorso: «Un libro può essere cambiato ogni cinque anni per la scuola elementare e ogni sei per la scuola media e superiore». Con alcune possibili deroghe. Eccole: «Se dobbiamo introdurre materie nuove per la riforma degli ordinamenti – spiega la preside Clara Rech del liceo classico Augusto di Roma – allora sì che possiamo cambiare il testo. Stessa cosa nel caso in cui decidiamo di passare dal libro cartaceo a quello misto, multimediale, che per una parte è scaricabile da Internet». Purché su quel libro online l’editore si sia impegnato a «non fare una nuova edizione per cinque anni, a partire dalla data del copyright». Al massimo saranno tollerati degli “aggiornamenti”, in forma di appendice.
La politica ministeriale contro il caro-libri, dunque, non si è avvalsa solo del tetto di spesa (che le scuole non potrebbero sforare) e del blocco delle adozioni: ha previsto anche la “sostituzione” del libro di carta con quello online, che alle famiglie dovrebbe costare meno, giusto? «Sì, il prezzo dei testi che saranno scaricati da Internet sarà inferiore a quello del libro tradizionale», assicura ancora Ulisse Jacomuzzi, dell’Associazione italiana editori. Quanto inferiore? «Dipenderà, il risparmio potrebbe essere del 25%, ma non è ancora possibile precisare. Parliamo, comunque, di testi che verranno trasferiti da Internet su un altro supporto informatico, non stampati».
Si tratterebbe di testi da consultare sul desk del computer, anche per abituare i ragazzi alla multimedialità. Tutto è cominciato con la ormai storica circolare numero 16 del 10 febbraio 2009, con cui il ministro Gelmini ha avviato l’introduzione del libro in versione online, in tutto o in parte. «Gli studenti dell’era digitale – disse allora il ministro – sono molto diversi dai figli di Gutenberg. Una novità, questa, con cui la scuola e i processi di insegnamento dovranno misurarsi». Ora siamo sul banco di prova. Se l’anno scolastico che parte a settembre sarà ancora di transizione, dal 2011-2012, ribadisce la circolare del 4 marzo scorso, le scuole potranno adottare solo libri “scaricabili”.
Ma le scuole sono dotate degli strumenti necessari per iniziare la nuova era? L’età avanzata di migliaia di insegnanti non sarà un ostacolo insormontabile all’utilizzo del nuovo strumento didattico? «Certo, le difficoltà non mancano – ammette Roberto Ingravalle, docente di inglese allo scientifico Newton di Roma – Abbiamo anche delle lavagne interattive e io stesso ho dovuto cercare un nuovo approccio alla didattica, però ci sono colleghi meno tecnologici che faticano a utilizzare nuovi strumenti. La multimedialità, con immagini e filmati, può essere un arricchimento, tuttavia cambia il lavoro degli insegnanti e c’è bisogno di un adattamento».
Qualche difficoltà al primo liceo scientifico: secondo i nuovi programmi varati dal ministero dell’Istruzione, infatti, gli studenti dell’anno 2010/2011 si troveranno subito ad affrontare le materie di scienze e di fisica che finora partivano, rispettivamente, dal secondo e dal terzo anno di corso. Due nuove materie a tutti gli effetti, quindi, con tanto di annessi libri: ma il tetto per l’adozione dei tomi del primo liceo scientifico è rimasto lo stesso, pari 305 euro, senza tenere conto che sarà necessario proprio l’acquisto dei due testi in più.
dal Messaggero

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Messaggero: “Il preside: Libri on line? Siamo in ritardo, e servono soldi per formare gli insegnanti”, di A.Ser.
Il suo è considerato uno degli istituti più tecnologici, state usando anche il libro online?
«Servirà a far risparmiare le famiglie, sarà un nuovo strumento per i giovani, ma ci vorrà del tempo. Ci sono alcune proposte fatte dalle Case editrici, tuttavia l’utilizzo del libro online richiede il superamento di non pochi problemi. Abbiamo avuto, nel frattempo, la fortuna di ricevere i soldi della Fondazione Roma: questo ci ha consentito di acquistare le lavagne interattive che abbiamo installato in ogni aula». Nicola Converiati, preside dell’istituto tecnico Lombardo Radice di Roma, parla dell’arrivo delle nuove tecnologie nella scuola.
Che cosa cambierà?
«Ciascuna aula diventerà un “laboratorio” di didattica multimediale. Il prossimo 20 maggio faremo l’inaugurazione ufficiale, perché è un evento importante, il segno di un cambiamento».
Preside, la sua scuola con 1.200 studenti, 49 classi, 150 docenti e 8 laboratori scientifici è un bel banco di prova. Quali saranno i vantaggi della didattica multimediale?
«Non sono cose miracolistiche, ma gli esiti possono essere positivi, a patto che lo Stato investa nella formazione degli insegnanti. Questi progetti vanno accompagnati dai fondi, altrimenti è tutto vano».
Ma a che punto siete?
«Per ora siamo agli inizi, verranno degli istruttori per spiegare il funzionamento delle lavagne interattive, che hanno uno schermo: immagini, musica, testi, saranno possibili cose prima irrealizzabili, per esempio “visitare” un museo usando la lavagna. Strumenti di questo genere, è ovvio, possono attrarre molto di più l’attenzione dei ragazzi. Però, ripeto, non si possono fare le nozze con i fichi secchi».
Dunque, chiede investimenti nella formazione dei docenti… «Certo, altrimenti queste iniziative si perdono. In Gran Bretagna hanno impiegato dieci anni per utilizzare tecnologie e preparare il corpo docente. Hanno avuto tutto per modernizzare le scuole. E noi, che cosa faremo? In ogni caso non è sufficiente intervenire solo con programmi di formazione. Ci dovremmo rendere conto che abbiamo in cattedra insegnanti di 45-50 anni che non sono ancora di ruolo: come si fa a chiedere, a persone disamorate e deluse, nuovo slancio e nuovi sacrifici? Non si può fare l’insegnante a 1.200 euro al mese».

"I giorni terribili dell'attacco all'euro", di Eugenio Scalfari

Due giorni terribili e una terribile nottata tra i capi dei governi europei, mentre crollavano le Borse di tutto il continente e Wall Street addirittura precipitava di mille punti in pochi minuti. Un errore umano? Molto peggio: l’errore umano aveva messo in moto le tecnologie computerizzate che avevano trasmesso l’ordine di vendere a tutti gli operatori collegati in rete. Così la tecnologia amplifica e soverchia le manchevolezze degli umani, dei quali sempre più spesso diventa padrona.
Quei minuti di panico si sono tuttavia protratti per tutta la giornata sulle due sponde dell’Atlantico; la riunione dei leader europei è durata otto ore, con lo spettro di che cosa potrà accadere lunedì alla riapertura dei mercati.

Lo spettro dell’affondamento dell’euro ha dato loro il coraggio che fin qui gli era
mancato. Soprattutto era mancato ad Angela Merkel, cioè alla Germania e alla Bundesbank che ne rappresenta il cuore monetario, ancora nostalgico del marco, abbandonato in favore della concezione europeistica di Kohl. C’è voluto un intervento diretto di Barack Obama sulla cancelliera della Germania federale per farle comprendere che la fase dei “se” e dei “ma” doveva essere superata e che non era più questione di giorni ma di ore se non addirittura di minuti per prendere le decisioni necessarie. Si vedrà domani se i mercati si stabilizzeranno e se la speculazione concederà alla politica una pausa di respiro.

I provvedimenti decisi dal vertice europeo sono stati, finalmente, all’altezza della sfida: la disponibilità della Bce, ovviamente con decisione autonoma, ad acquistare i titoli di Stato dei Paesi sotto attacco e la decisione della Commissione di Bruxelles di mobilitare 70 miliardi di euro accantonati nel bilancio dell’Unione per far fronte alle calamità naturali e usarli invece per prestiti immediati ai Paesi in difficoltà.
La frustata che gli speculatori hanno dato ai governi li ha finalmente risvegliati dall’ipnosi e li costringerà a reagire?

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La novità delle ultime quarantott’ore è questa: i governi hanno capito che l’attacco della speculazione non è più soltanto contro la Grecia. L’obiettivo è assai più alto, il dissesto dell’economia greca ne è stato soltanto il detonatore, ma ormai è chiaro quale sia il bersaglio: l’euro, la moneta unica europea, la tenuta del sistema europeo e la sua necessaria evoluzione politica. L’aveva già scritto qualche giorno fa Mario Pirani su queste pagine e l’ha detto giovedì scorso con chiarezza il ministro Tremonti alla Camera. C’erano solo cinquantotto deputati ad ascoltarlo e quasi tutti dell’opposizione, il che non depone a favore della sensibilità europeistica del nostro Parlamento e sottolinea il suo inguaribile provincialismo.

A questo punto le domande che dobbiamo porci sono tre: perché la speculazione attacca l’Europa, le sue Borse, la sua moneta? Quali sono, tecnicamente e politicamente, i punti deboli dell’Unione europea? Quali sono le terapie necessarie per difenderci? Possiamo aggiungere anche una quarta domanda: chi sono gli speculatori? È mai possibile che abbiano tanti mezzi e tanto coraggio da partire in battaglia contro una struttura di dimensioni continentali che coincide con l’area più ricca del mondo?

Questa quarta domanda è preliminare alle altre e va dunque affrontata per prima. La speculazione non è formata da un gruppo di operatori che si consultano tra loro e mobilitano i loro capitali per influenzare i mercati e trarre profitto dalle loro oscillazioni. La speculazione è un sinonimo del mercato. La speculazione è il mercato. Il mercato consiste in un luogo organizzato dove si registrano – attraverso la domanda e l’offerta – le aspettative di un’immensa massa di risparmiatori. La speculazione dunque non è altro che l’aspettativa che si forma liberamente, sulla base di libere valutazioni delle forze in campo.

La crisi di due anni fa partì dalla bolla immobiliare americana e si propagò con la velocità del fulmine in tutto il mondo. Fu la prima vera prova della globalizzazione finanziaria. Si confrontarono le aspettative ribassiste e deflazionistiche con la risposta dei governi, a cominciare da quello americano. I governi riuscirono a gestire la crisi e a controllare le aspettative ma pagarono un prezzo altissimo: dovettero iniettare sul mercato migliaia di miliardi di liquidità accumulando debiti immensi. Sono stati chiamati “debiti sovrani” e “fondi sovrani” sono stati chiamati gli enti preposti alla loro gestione.

L’uscita dalla crisi prevede che i debiti sovrani siano riassorbiti gradualmente ma in un periodo relativamente breve di tre o quattro anni. Ogni sistema, ogni fondo sovrano effettuerà l’operazione di assestamento secondo i propri mezzi e le proprie scelte; l’inflazione sarà inevitabilmente una scelta comune, non facile da guidare e difficilissima da far accettare alle pubbliche opinioni. Ma ancora più difficile sarà l’assestamento basato sul taglio di spese, inasprimento di imposte, disagio sociale. Il caso greco ne è la più lampante dimostrazione anche perché è maturato su un terreno politicamente e socialmente friabilissimo.
Adesso è la volta dell’Unione europea, la crisi si è concentrata su quell’obiettivo. Come ha ricordato Tremonti, la parola crisi in greco significa discontinuità.

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Perché la speculazione attacca la moneta europea, le sue Borse, le sue banche? La risposta è semplice: la speculazione attacca i fondi sovrani europei, cioè la struttura finanziaria dell’Unione attraverso gli Stati che la compongono e cerca di colpire la stessa Banca centrale europea, cioè il cuore dell’Unione, il solo ente veramente autonomo e veramente federale che gli Stati abbiano finora saputo esprimere.
La speculazione, cioè l’insieme delle forze che operano nei mercati internazionali, sa da tempo che la Bce è la sola Banca centrale esistente che non abbia alle sue spalle uno Stato sovrano. Questa situazione le conferisce il massimo di indipendenza, ma al tempo stesso il massimo di solitudine e di fragilità. La politica monetaria è interamente nelle mani della Bce e di conseguenza sono di sua esclusiva spettanza la quantità di moneta in circolazione, il tasso ufficiale di sconto, le operazioni di mercato aperto.

Ma gli Stati membri mantengono il completo dominio delle rispettive politiche di bilancio, delle rispettive politiche fiscali, della spesa pubblica sia nazionale sia locale, degli incentivi, delle pubbliche retribuzioni, dell’organizzazione del “welfare”. I meccanismi di coordinamento sono blandi e nella maggioranza dei casi si risolvono in raccomandazioni. Il bilancio amministrato dalla Commissione di Bruxelles non ha alcuna vera flessibilità.

Insomma l’Europa è ancora lontanissima dall’essersi data una struttura federale e politiche comuni, anzi unificate, con massicci trasferimenti di sovranità dagli Stati nazionali allo Stato federale europeo nel campo della politica estera, di quella della difesa, dei diritti e dei doveri, delle elezioni parlamentati e del governo dell’Unione.
La speculazione conosce perfettamente questa situazione ed ha interesse a bloccare qualsiasi sviluppo dell’Unione verso un assetto federale. L’ideale per le forze di mercato è che esso sia regolato il meno possibile e che il potere economico, soprattutto nei suoi aspetti finanziari, sia il solo dominante nello spazio globale del pianeta.

Questa è dunque la posta, la quale tuttavia comporta anche una contro-indicazione: se gli Stati nazionali membri dell’Unione hanno chiaramente capito la pericolosità estrema dell’attacco, vorranno e sapranno elaborare una risposta che sia all’altezza della crisi? Vorranno affrontare il problema della sovranazionalità europea cedendo all’Unione la parte politica della loro sovranità? O si limiteranno a rendere più strette le maglie del coordinamento tra le loro politiche nazionali?

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La crisi in corso contiene dunque un pregio, l’abbiamo già detto: ha reso attuale e non oltre procrastinabile il tema dello Stato federale europeo. Purtroppo non sembra che l’evidenza e l’urgenza di risolverlo siano in grado di indurre le classi dirigenti e le opinioni pubbliche nazionali a varcare finalmente la soglia di un vero federalismo. Mancherà certamente il contributo della Gran Bretagna, ancora irretita dal mito anglosassone e dalla relazione speciale tra Londra e Washington.
Quanto agli Stati europei del continente, non sembra che dispongano di una visione europea unitaria. Una classe dirigente europea e un’opinione pubblica europea capaci di sospingerli e costringerli non esistono. Ci sono singoli individui e ristretti ambiti sociali minoritari, niente di più.

Se debbo esprimere un’opinione personale, credo che l’attacco in corso contro l’attuale sistema europeo si attenuerà nei prossimi giorni e nei prossimi mesi, ma non sarà affatto sgominato. Verrà contenuto, questo è probabile, ma preparerà ulteriori ondate. Voglio dire insomma che la crisi non è alle nostre spalle ma è ancora davanti a noi con tutta la sua terribilità.

da www.repubblica.it

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“La crisi che cambierà l’Europa”, di Franco Mosconi
Può un’economia che vale circa il 20 per cento del Pil mondiale, sgretolarsi a causa di indecisioni politiche? Può una moneta (l’euro), giunta in poco più di 10 anni a rappresentare un’alternativa al dollaro, perdere pezzi a causa della tragedia greca? Si vorrebbe poter rispondere di no ma la realtà, purtroppo, ci segnala che qualcosa di profondo – qui dalle nostre parti, in Europa – sta accadendo. E i tempi per la politica si sono fatti terribilmente brevi, dopo i tentennamenti di questi mesi.
Che la crisi della Grecia abbia una componente interna – domestica, se vogliamo – tutta sua è fuori discussione: il trucco nei conti, svelato all’atto dell’insediamento del nuovo governo in ottobre, è un fatto gravissimo, così come lo è un’ormai cronica incapacità di controllare la spesa pubblica. Non possiamo dimenticare, d’altro canto, che il dramma ellenico si iscrive nell’onda lunga della più grave crisi economica degli ultimi ottant’anni.
Mai crisi fu più funesta per le conseguenze generate dalla finanza sull’economia reale (che è fatta di imprese e lavoratori) e per le conseguenze dei comportamenti di pochi sui molti (i cittadini-consumatori).
Molto è stato scritto sulle cause del grande crack e sul parallelo con l’altra grande crisi, quella del ’29.
Dovendo riassumere, possiamo dire che: primo, molte società – a cominciare da quella americana – hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi; secondo, un po’ dappertutto nel mondo la scarsità della domanda ha prodotto – per dirla col premio Nobel Krugman – “il ritorno dell’economia della depressione” (da qui la necessità di ricordarsi della “sintesi keynesiana”).
La domanda d’obbligo è: le politiche messe in atto dai singoli paesi e/o dalle istituzioni internazionali hanno aggredito alla radice le cause del crack? E qual è stato il ruolo giocato dall’Ue? Il quadro appare tutt’altro che roseo. Beninteso, passi in avanti nell’elaborazione e implementazione di nuove regole per disciplinare i mercati finanziari internazionali sono stati fatti; ma sarebbe oggettivamente troppo spingersi a dire che, qui e ora, siamo di fronte a una nuova governance a livello internazionale.
Manca ancor’ora – per venire più direttamente all’Europa e alla zona dell’Euro – una “Agenzia della Uem per la supervisione bancaria e finanziaria”, lungo le linee proposte da Alberto Quadrio Curzio (Corriere della Sera, 4 maggio).
Anche sotto il profilo dei “pacchetti di stimolo fiscale” non sono certo mancate, a partire dall’autunno 2008, le azioni dei singoli governi nazionali, in primis quelli del G 20. Ma, come ha ampiamente dimostrato il Fmi nei suoi report, si è trattato di pacchetti eminentemente nazionali, assai diversi per dimensione (dallo “zero virgola” al 2 per cento del Pil). Quando poi l’Ue approvava, a fine novembre 2008, il suo “Recovery Plan” sembrò, di primo acchito, una manovra di bilancio consistente (200 miliardi di euro); tuttavia, l’analisi più approfondita della sua composizione (170 miliardi come semplice sommatoria dei piani nazionali) svelò la sua intrinseca debolezza (e sarebbe interessante sapere la forma che hanno preso i 30 miliardi di fonte comunitaria).
Non sorprende, dunque, che messi di fronte, un anno dopo, a uno dei peggiori effetti collaterali della grande crisi (la tragedia greca, appunto), i Ventisette non abbiano saputo reagire: non v’è stata, in loro, né passione né prontezza. E questo è un vero peccato, molto più che d’omissione, giacché in gioco è la stessa costruzione europea, che poggia sul mercato interno e sulla moneta unica.
Alla fine – e siamo alla cronaca degli ultimissimi giorni – un piano di aiuti per la Grecia, messo a punto congiuntamente da Ue, Eurogruppo e Fmi, è arrivato; contestualmente, altre novità positive sono arrivate da Francoforte ove la Bce ha deciso di continuare ad accettare in garanzia i titoli greci, benché declassati.
È già partita la gara (la scommessa?) per valutare la congruità dei fondi messi a disposizione del governo Papandreou (oltre 100 miliardi in due-tre anni) in cambio di un severissimo piano di risanamento.
C’è, in verità, un’altra domanda che dovrebbe dominare il dibattito: il già fatto è tutto quello che i paesi dell’Ue (e dell’Area euro) sanno esprimere per custodire la casa europea? Oppure è nel da farsi che possiamo rintracciare alcuni nuovi motivi di speranza? Si apre qui la pagina della leadership europea e, giocoforza, del ruolo che nella Ue riveste la Germania della signora Merkel: «Nulla verrà fatto senza o contro la volontà della Germania», ha detto il Cancelliere parlando nei giorni scorsi al Bundestag per presentare e far approvare il piano di aiuti per la Grecia. Rientra nel novero delle buone notizie? Pensiamo di sì, pur con tutti i pesi e contrappesi del caso: non di poco conto, com’è sempre stato nei momenti cruciali dell’integrazione europea, potrà essere il ruolo dell’Italia.
La necessità di una soluzione al problema del deficit e del debito della Grecia era un tema già caldo molte settimane fa: è del 23 marzo, per fare un esempio, un editoriale del New York Times dal significativo titolo “European Disunion” nel quale si stigmatizzava la contrarietà della Germania a una soluzione condivisa a livello europeo. Si parla tanto in questi giorni di una certa parte degli Usa che giocherebbe contro l’Euro e l’Ue: non sembra questo il caso del grande quotidiano newyorkese, che proseguendo la sua analisi suggeriva alla signora Merkel di agire a favore della causa europea, a somiglianza di quanto avevano fatto i suoi predecessori nel passato: “E l’Ue – era la conclusione – è stata più forte a causa di ciò”.
Si sono perse settimane preziose, ma alla fine la decisione è arrivata. Ora, di fronte ai tumulti di piazza ad Atene, ai lutti che già contiamo e di fronte agli sconquassi sui mercati borsistici e monetari cui assistiamo tutti i giorni, non è più il caso di contemplare l’esistente. Ci sono tante cose da fare per uscire dallo status quo. Pensiamo soprattutto a una politica economica comune fra i paesi che già condividono quella monetaria e, dunque, a grandi questioni quali: la riforma del Patto di stabilità e di crescita; il finanziamento delle infrastrutture europee mediante l’emissione di Eurobond; la riforma del budget dell’Ue; la nascita di uno strumento che molti chiamano il Fondo monetario europeo. Se ne prenda una, di queste possibili riforme, e la si approvi.
da www.europaquotidiano.it

"Giorno della Memoria " dedicato alle Vittime del Terrorismo: l'intervento del Presidente della Repubblica

“No alla violenza e alla rottura della legalità in qualsiasi forma”
“E’ necessario tenere sempre alta la guardia contro il riattizzarsi di nuove possibili tentazioni di ricorso alla protesta violenta, e di focolai, non spenti una volta per tutte, di fanatismo politico e ideologico. No alla violenza e alla rottura della legalità in qualsiasi forma: è un imperativo da non trascurare in questo momento, in funzione della lotta che si combatte, anche con importanti successi, contro la criminalità organizzata, ma più in generale in funzione di uno sviluppo economico, politico e civile degno delle tradizioni democratiche e del ruolo dell’Italia”.

Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel discorso commemorativo del “Giorno della Memoria” dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi. “Sono convinto – ha aggiunto il Presidente Napolitano – che anche questa sia la lezione che viene, che anche questo sia il contributo che può venire, da una sempre più ricca pratica della memoria della devastante esperienza del terrorismo italiano”.

Il Capo dello Stato ha ricordato i “tanti colpi mortali che furono sferrati, nell’orribile 1980, contro servitori dello Stato e uomini semplici, tutti vittime innocenti di ciechi disegni distruttivi. Li ricordiamo con commozione tutti – i loro nomi li abbiamo iscritti due anni fa nell’albo della memoria che abbiamo dedicato loro – e ci stringiamo con affetto a tutti i famigliari”.

Il Presidente Napolitano in questa occasione ha voluto mettere l’accento in particolare sul sacrificio di uomini di legge “per sottolineare come da magistrati, avvocati, docenti di diritto venne un contributo peculiare di fermezza, di coraggio e insieme di quotidiana serenità e umanità nello svolgimento di una funzione essenziale per poter resistere all’ondata terroristica e averne ragione: la funzione dell’amministrare la giustizia secondo legge e secondo Costituzione, sempre, contro ogni minaccia e ogni prevaricazione”.

Il Presidente ha ricordato la strage di Bologna: “Tre lunghi decenni sono passati. Per il devastante attentato alla Stazione Centrale di Bologna, i processi si sono susseguiti fino all’aprile 2007, tra progressi nel ricostruire i fatti e individuare le responsabilità, battute d’arresto, ritorni indietro, sentenze definitive. Un iter tormentoso per quanti hanno atteso giustizia. Le ombre e i dubbi che sono rimasti hanno stimolato un nuovo filone d’indagine, dagli sviluppi ancora imprevedibili”.

Così come ha ricordato il disastro di Ustica: “Intrecci eversivi, nel caso di Ustica anche forse intrighi internazionali, che non possiamo oggi non richiamare – insieme con opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato, a inefficienze di apparati e di interventi deputati all’accertamento della verità – nel rivolgere la nostra solidarietà a chi ha duramente pagato di persona o è stato colpito nei propri affetti famigliari per effetto delle stragi degli anni ’80”.

Il Capo dello Stato ha quindi osservato: “Persone della mia generazione, ritornando col pensiero al clima angoscioso di tensione anche sul piano politico e istituzionale di cui furono partecipi, fanno quasi fatica a rivivere quel che significò per anni l’interrogarsi sulle sorti – circondate allora di pesanti incognite – della democrazia e della nazione.

L’Italia corse rischi estremi : ci dà forza il ricordarlo perché sapemmo uscirne nettamente, pur pagando quei duri prezzi che ho voluto richiamare, e avemmo così la prova di quanto profonde fossero tra gli italiani le riserve di attaccamento alla libertà, alla legalità, ai principi costituzionali della convivenza democratica, su cui poter contare. Ebbene, quelle riserve vanno accuratamente preservate, ravvivate, e messe in campo nella situazione attuale del paese e del mondo che ci circonda.

Dall’esterno dell’Italia, da diverse aree di crisi e di conflitto meno lontane dall’Europa di quanto magari non dica la carta geografica, giungono fino a noi gli echi del più cupo fondamentalismo, del rifiuto di ogni dialogo tollerante ed aperto tra sistemi di valori diversi, e giungono insieme le insidiosissime diramazioni del terrorismo internazionale. Anche il nostro paese non è esente da contagi e infiltrazioni di quel terrorismo; l’impegno di vigilanza su tale versante dev’essere più che mai forte, congiungendosi con quello che esplichiamo con la partecipazione a missioni internazionali di garanzia della pace e della stabilità in aree di crisi tra le più esposte e difficili”.

Il Presidente Napolitano ha concluso il suo intervento ricordando l’impegno di tutti i famigliari delle vittime a tenere viva la memoria: “Non vi sentite mai soli, sappiate che non vi mancherà mai il nostro abbraccio affettuoso”.

www.quirinale.it

Video dell’intervento del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione del “Giorno della Memoria ” dedicato alle Vittime del Terrorismo. Palazzo del Quirinale 08/05/2010

"Università senza guida, il ministro cosa dice?", di Maria Chiara Carrozza*

L’Università sta vivendo un momento di particolare confusione e disorientamento. Da una parte intense campagne mediatiche hanno enfatizzato difetti e disfunzioni che certamente devono essere sanati attraverso un vero processo di riforma; dall’altra la mancanza di chiarezza su scelte strategiche, nuove regole e reali disponibilità rende difficile la programmazione delle stesse attività ordinarie di didattica e di ricerca.

Il maggior prezzo di questa situazione, come sempre, è pagato dai più giovani, studenti e nuovi ricercatori, e dalle fasce economicamente più deboli. Né la legge di riforma attualmente in discussione sembra dare risposte concrete: al di là delle sue formulazioni tecniche su questioni pur importanti come le forme di governo dell’Università o lo stato giuridico dei docenti, mancano infatti o sono incerti gli elementi strutturali senza i quali l’Università resta senza fondamenta.

Proverò ad elencare schematicamente tali elementi attraverso cinque precise domande al Ministro, dalle quali emerge fra l’altro come il problema dell’Università non riguardi solo gli addetti ai lavori ma la società nel suo complesso, famiglie e mondo produttivo.

Prima domanda. Quali sono le risorse realmente previste per il fondo di funzionamento ordinario 2010? Nessuno ancora lo sa. Alcuni Atenei rischiano di non essere in grado di chiudere i bilanci, di pagare gli stipendi, insomma di funzionare. Come devono regolarsi uno studente e la sua famiglia per decidere dove e con quali prospettive iscriversi?

Seconda domanda. La legge in discussione in Parlamento di fatto conferma la soppressione del ruolo di ricercatore a tempo indeterminato; inoltre la normativa ha reso pressoché impossibile anche assumere ricercatori a tempo determinato. Sappiamo peraltro che i ricercatori sostengono una parte rilevante dell’attività didattica necessaria per i requisiti minimi all’attivazione dei corsi di studio: chi terrà in piedi i corsi di laurea e con quali prospettive economiche e di carriera? Chi porterà avanti i progetti di ricerca? Su quali vette di età media del corpo docente e ricercatore vogliamo arrampicarci?

Terza domanda. L’Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR) non parte malgrado sia in gestazione da anni. Se è vero che la valutazione degli Atenei e dei singoli docenti è lo strumento fondamentale per un’equa distribuzione delle risorse superando il sistema delle distribuzioni “a pioggia”, quali le ragioni di un tale ritardo che genera frustrazione e disorientamento? Purché, naturalmente, l’ANVUR abbia indipendenza e risorse per poter lavorare davvero.

Quarta domanda. In un Paese dove la mobilità sociale e geografica è così rallentata, sappiamo che le residenze e in genere i servizi per gli studenti sono requisiti fondamentali per l’equità e l’efficienza del diritto allo studio. Esiste un piano di investimenti? Quali le risorse?

Quinta domanda. Il piano nazionale della ricerca potrebbe essere lo strumento per il rilancio della ricerca fndamentale in Italia, aprendo nuove opportunità con un programma articolato di interventi per progetti di ricerca e posizioni da ricercatore, assegnista e dottorando. Ad oggi disponiamo di un’elencazione di settori strategici senza nessuna indicazione di allocazione di risorse e di priorità. Poiché da questo piano dipende, anche nei confronti del mondo produttivo e degli interlocutori internazionali, la credibilità del nostro sistema pubblico di ricerca, è in grado il Ministro di presentare un programma non virtuale?

Ove queste domande restassero senza risposta la stessa discussione parlamentare sul disegno di legge rischierebbe di rimanere un esercizio astratto e la riforma un puro provvedimento punitivo, oltretutto dei settori meno responsabili delle attuali disfunzioni.

* Direttore della Scuola Superiore S.Anna e Presidente Forum Università Pd

da il Tirreno del 5 maggio 2010

"E i Nuovi Uffizi furono affidati a un manager di parrucchieri”, di Carlo Bonini

Con il placet del ministro della Cultura Sandro Bondi. Anche De Santis si sfogò: è troppo

Con buona pace di Guido Bertolaso e del set allestito venerdì a Palazzo Chigi per restituire onore e lustro alla Protezione civile, c’è una storia (documentata negli atti depositati dalla Procura di Firenze per il giudizio immediato di Angelo Balducci, Fabio De Santis, Francesco De Vito Piscicelli e l’avvocato Guido Cerreti) che torna a raccontare le mosse storte della Cricca. E uno dei suoi miracoli negli appalti per le Grandi opere. Parliamo della decisione che, nel dicembre del 2009, con il placet del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, promuove a direttore dei lavori di restauro dei Nuovi Uffizi un tale Riccardo Micciché, ingegnere agrigentino non solo in odore di mafia, ma soprattutto ricco di una competenza maturata nel ramo del management di aziende specializzate nella “preparazione dei terreni per erbe e piante officinali”, e nella “attività di parrucchiere per donna, uomo, bambino, di manicure e pedicure”. Epperò, già collega di cantiere, alla Maddalena, di Francesco Piermarini, il cognato di Guido Bertolaso.

Micciché e i Nuovi Uffizi, dunque. Per l’appalto, che vale 29 milioni e mezzo di euro (e di quelli in elenco per i 150 anni dell’Unità d’Italia), nel dicembre del 2009, un’ordinanza di “Protezione civile” della Presidenza del Consiglio dei Ministri raccomanda che sia scelto quale direttore dei lavori, “un soggetto di elevata e comprovata esperienza”. E così, quando il 22 dicembre, Salvo Nastasi, capo di gabinetto del ministro dei Beni culturali Sandro Bondi, comunica ad Angelo Balducci che la scelta è caduta sull’ingegnere Micciché, persino ad un tipo con due dita di pelo sullo stomaco come Fabio De Santis, sembra troppo. Al telefono con il suo amico e collega Enrico Bentivoglio, De Santis, allora provveditore per le Opere pubbliche della Toscana, dice: “Come cazzo si chiama… Micciché. Non ci posso credere… Non ci posso credere (ride)… Ma li mortacci. Quando lo vedo gli dico: “Siamo proprio dei cazzari… Siete proprio dei cazzari. Andate in giro a rompere il cazzo… Ma ti rendi conto? Quando siamo andati che ci stava pure Bondi, abbiamo fatto la riunione, siamo tornati in treno e ci stava pure Salvo Nastasi. Stavamo da soli e gli ho fatto: “Ma siamo sicuri di coso… il siciliano? Siamo sicuri che questo riesce a mettere d’accordo tutti? Perché un conto è fare un grande successo… La Maddalena per carità d’Iddio… un conto è fare il direttore degli Uffizi”.

Evidentemente, però, l’agrigentino ha amici di peso. Sicuramente – per quel che si legge nelle intercettazioni telefoniche di De Santis – ha l’appoggio di Mauro Della Giovampaola. Certamente, ha un peso decisivo aver lavorato alla Maddalena con Francesco Piermarini, il cognato di Bertolaso, quale “rappresentante della struttura di missione” e avere avuto un qualche legame con il costruttore Diego Anemone (visto che il cellulare di Micchiché, come quello di Piermarini, in quel periodo sono in carico a una delle aziende che lavorano in subappalto per il costruttore romano). In ogni caso, annotano i carabinieri del Ros nella loro informativa del 4 gennaio 2010, “l’ingegnere non appare essere munito di particolare esperienza per condurre i lavori degli Uffizi”. Se non altro, per aver seduto nel cda della società “Erbe Medicinali Sicilia” (le piante officinali) ed essere socio della “Modu’s Atelier” (parrucchiere e manicure).

Ma quel che è peggio – e sono ancora i carabinieri ad annotarlo – è che il fratello di Riccardo Micciché, Fabrizio, è responsabile tecnico della ditta “Giusylenia srl”, impresa “sotto il controllo di esponenti della Cosa nostra agrigentina”, accusati di aver favorito la latitanza di Giovanni Brusca e dunque sotto il tallone di Bernardo Provenzano.

Non è dato sapere se in quel dicembre 2009, il ministro Bondi conosca le competenze di Riccardo Micciché e il contesto familiare mafioso che lo definisce. Se lo abbia informato il suo capo di gabinetto o lo abbia fatto il capo della Protezione civile Guido Bertolaso. È un fatto che Micciché diventa direttore dei lavori di restauro e che le conclusioni del Ros appaiono su questa circostanza radicali: “Si ritiene che l’affidamento dei lavori degli Uffizi sia gestito in una più ampia cornice di interscambio di favori, con la conseguenza che l’importante direzione dei lavori venga affidata a un tecnico che, da un lato non sembra essere un soggetto di elevata e comprovata responsabilità, e dall’altro ha contatti con soggetti iscritti in un contesto di condizionamento mafioso”.
da www.repubblica.it