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"La rivoluzione incompiuta della pillola", di Maria Giulia Minetti

Come ha cambiato la sessualità

Dicono che l’invenzione della pillola anticoncezionale abbia messo in moto la più grande rivoluzione mai avvenuta nella storia dell’umanità. Apparsa sul mercato Usa 50 anni fa, ha cambiato per sempre i rapporti di genere (al tempo dell’invenzione della pillola si sarebbe detto i rapporti di sesso), ha liberato la sessualità femminile, ha definitivamente scisso l’amore fisico dalla riproduzione.
Poi vai a vedere i dati nostrani e resti stupefatto: oggi in Italia solo il 20 per cento delle donne usa la pillola e non si può dire che nel passato la percentuale fosse più elevata. E allora? Come si conciliano la grande rivoluzione e la scarsa diffusione? «Da noi la pillola ci mise un po’ ad affermarsi – ricorda la sociologa Franca Pizzini, professore all’Università Statale di Milano, che si è sempre occupata di problemi femminili e ha partecipato all’attività dei primi consultori -. La diffusione andò di pari passo con l’affermarsi del femminismo… Ricordo l’entusiasmo di noi ragazze quando Pincus venne all’università per tenere una conferenza, era il 1966 se non sbaglio. “Andiamo – mi telefonò un’amica – andiamo a festeggiare l’uomo che ci ha dato questa pillola meravigliosa!”». Però la pillola meravigliosa faceva fatica a diffondersi, l’uso fu a lungo elitario, e anche adesso, a guardare le cifre…

«La pillola è stata una di quelle rivoluzioni che portano con sé un’idea ancora più forte della prassi. Puoi usarla o non usarla, ma c’è. C’è la possibilità per ogni donna di fare l’amore senza paura, senza nessuna paura. È il momento in cui sai che si può fare che è rivoluzionario. Della pillola direi che è un anticoncezionale che ha una volontà dentro di sé».
Questa volontà intrinseca, questa forza dirompente del nuovo anticoncezionale fu ben capita dai custodi dello «status quo», laici e religiosi, fondamentalisti e «progressisti». I dibattiti e gli articoli andavano dall’anatema moralista (la promiscuità incontrollata!) alla riflessione sui ruoli sociali, le identità sessuali, i rapporti familiari ecc: in una parola, moltissimi non erano pronti ad accettare una donna che gestisse i propri rapporti d’affetto e di sesso «come un uomo».
Nel 1968, l’anno cruciale della contestazione studentesca, il Papa Paolo VI promulga l’enciclica «Humanae Vitae» che dichiara inaccettabili i metodi contraccettivi «non naturali». Lo Stato italiano acconsente alla vendita dell’innaturale pillola solo nel 1972, ma c’è bisogno della ricetta medica, se no, niente! Con meravigliosa ipocrisia, la pillola può essere prescritta solo come farmaco curativo di disordini ormonali, bandito ogni accenno alla funzione contraccettiva.

Proibitissimo resterà, anche dopo la liberalizzazione, quando la pillola potrà finalmente essere venduta per quello che è e senza l’avallo del dottore, ogni tentativo di pubblicizzarla, condannando la compressa pincusiana a una sorta di clandestinità ufficiale. Finirono però i viaggi oltrefrontiera – a Milano bastava andare a Chiasso – delle ragazze che volevano comprarsi la pillola senza passare dalle forche caudine del medico di famiglia. Ma come mai la pillola, con tutto il valore simbolico che si porta appresso, non ha decollato, in Italia? La Chiesa ha contato, sicuramente, ma essendo il nostro un Paese a bassissimo indice di natalità, e condannando la Chiesa ogni contraccettivo chimico o meccanico, l’insegnamento ecclesiastico è all’evidenza spesso disatteso. Dunque la sfortuna della pillola ha anche altre ragioni. Secondo la dottoressa Anna Alvarosi, una ginecologa a lungo operativa in consultori, «la pillola è soprattutto un anticoncezionale “borghese”. Bisogna che la donna sia disposta ad ascoltare il medico e a capire quello che dice senza pregiudizi».

Le spiegazioni relative al funzionamento della pillola, alla semplice funzione inibitoria dell’ovulazione, «invece di tranquillizzare, spaventano. Invece di accettare l’idea che si tratta di una procedura innocua, che non minaccia in alcun modo la fertilità, persiste la convinzione di assumere qualcosa che “va contro” la funzione biologica, e dunque in qualche modo la compromette». Anche parte del movimento femminista, del resto, guardò alla pillola con sospetto, e proprio per il contenuto «manipolatorio» (all’epoca dell’esordio sul mercato, va detto, la pillola era una «bomba» ormonale, ci volle qualche anno perché i dosaggi si assestassero). Antonella Nappi, sociologa e femminista della prima ora, rammenta che molte compagne del movimento delle donne preferivano il diaframma: «C’era un dibattito tra noi, su questo, perché per il movimento era imperativo lo slogan “non farsi male alla salute”». E poi, perché tanto accanimento anticoncezionale, si chiedevano alcune, «quando si può fare l’amore senza penetrazione, o fra donne?». Discussione, obiezione, incomprensione, condanna o osanna; ne ha viste tante la pillola in questo mezzo secolo, ma nessuno ha potuto mettere in dubbio la sua importanza fondamentale: è la biglia che ha consentito la rivoluzione sessuale, e non si torna indietro.

da www.lastampa.it

"Servono azioni forti in difesa della scuola pubblica", di Gianni Gandola

Le scuole pubbliche sono in una condizione di grave sofferenza finanziaria. Vantano crediti nei confronti del ministero che ammontano ormai a centinaia di migliaia di euro (per istituto). Risorse “dovute” che il ministero non si decide ad accreditare mettendo in crisi i già esigui bilanci delle scuole. Se a questo dato aggiungiamo i pesanti tagli agli organici (che riguardano il personale docente ma anche amministrativo ed ausiliario), l’attacco al tempo pieno, ecc. abbiamo un quadro della situazione in cui versano gli istituti scolastici complessivamente drammatico. Drammatico prima ancora che da un punto di vista sindacale (la contrazione dei posti di lavoro) dal punto di vista, più generale, del funzionamento stesso della scuola pubblica e della qualità del servizio, che vengono seriamente compromessi.

Per questo stentiamo a capire l’atteggiamento di eccessiva cautela, quasi di rassegnazione o di impotenza assunto da alcune associazioni delle scuole o dei dirigenti scolastici (più realisti del re?). Pensiamo all’ASAM in primo luogo, che dovrebbe essere la rappresentanza istituzionale delle scuole autonome milanesi. Certo, la presidenza dell’ASAM ha inviato recentemente lettere di protesta e di denuncia alle direzioni scolastiche provinciali e regionali ed ha chiesto un incontro con il prefetto di Milano. Ma gli incontri riservati, le lettere, il procedere per vie “interne” e diplomatiche non bastano più. Sono una condizione necessaria ma non sufficiente. Occorrono iniziative forti, all’altezza della situazione e della sua gravità. E’ bene che le associazioni delle scuole in primis, ma anche quelle dei dirigenti scolastici (in quanto responsabili di istituto) si rivolgano direttamente all’utenza, alla cittadinanza, e informino l’opinione pubblica su quanto sta avvenendo.

Occorre ricordare che in passato a Milano vi furono mobilitazioni significative ed eclatanti da parte dell’allora Coordinamento unitario dei dirigenti scolastici Cgil-Cisl, riprese poi dagli organi di stampa e di informazione. Basti pensare alla manifestazione di protesta per il mancato rinnovo del contratto ai tempi del direttore regionale De Sanctis (un centinaio di dirigenti scolastici occuparono simbolicamente la Sovrintendenza consegnando al direttore le chiavi delle scuole). Oppure all’incontro con il prefetto Ferrante sui temi della sicurezza delle scuole e dei ritardi dell’ente locale nella messa a norma degli edifici scolastici (in quell’occasione i dirigenti scolastici furono sostenuti e “accompagnati” dai segretari generali di CGIL e CISL della Camera del Lavoro di Milano). O ancora al presidio di dirigenti scolastici davanti alla prefettura, con una delegazione ricevuta dal prefetto, sulla questione della mancanza di risorse finanziarie per le supplenze e la conseguente impossibilità di garantire il servizio.

Questo per dire che sono quanto mai necessarie azioni che abbiano visibilità, in grado di rendere pubblica e di far conoscere alla cittadinanza qual è la situazione grave in cui si trovano le istituzioni scolastiche e chi ne porta la responsabilità. Com’è noto, nell’epoca dei massmedia, l’informazione e la comunicazione sono di fondamentale importanza. Non risolveranno certo i problemi, ma magari possono servire a smuovere le acque. Oggi tra l’altro c’è un nuovo ed importante elemento da considerare, la presenza attiva dei genitori presidenti di vari Consigli di istituto, disposti a mobilitarsi per la difesa della scuola pubblica.

Tanto più i problemi delle scuole rimangono confinati all’interno delle mura scolastiche, tanto più coloro che vogliono demolire e destrutturare la scuola pubblica avranno buon gioco. Per questo bisogna uscire all’esterno con iniziative di contrasto e di denuncia. Con determinazione.

P.S. Non si sottovaluti l’impatto che può avere sulla pubblica opinione e sugli organi di informazione una manifestazione di dirigenti scolastici. A maggior ragione se nella veste istituzionale di rappresentanti delle scuole autonome e garanti del funzionamento del servizio e non in difesa degli interessi della propria categoria (posti di lavoro, carriera, stipendio).

da ScuolaOggi

"Atene e Roma società del ricatto", di Barbara Spinelli

Ci vorranno non mesi ma anni, perché la Grecia trovi la forza, in se stessa, di assumere il fardello molto pesante di sacrifici che il primo ministro George Papandreou ha presentato giovedì alle camere. Molti demoni dovrà combattere, molte tribolazioni le si accamperanno davanti man mano che si snoderà la via stretta del risanamento, e in cuor loro i greci l’hanno appreso, in queste settimane di prova: non sono tutti esterni, i demoni; non vengono tutti dal mercato o dalle agenzie di rating le minacce, i sospetti, gli assalti. I mali della Grecia sono in massima parte interni: sono parte della sua storia, dell’uso che è stato fatto di essa, delle memorie paralizzanti che l’impacchettano. Se la resistenza ad accettare la nuova austerità è così vasta, se il coraggio di Papandreou fatica a imporsi, è perché dietro di lui c’è un paese smagato, disunito, radicalmente sfiduciato.

È una sfiducia che ha radici antiche e che risale all’impero ottomano, ma che non ha vissuto una catarsi nel dopoguerra. Lo Stato non ha tratto vigore dalla resistenza al nazifascismo, supinamente ha accettato per decenni di essere una guarnigione della Nato, ha consentito alla dilatazione di un potere militare abnorme: un potere che gli Stati Uniti hanno sfruttato a piacimento, nella guerra fredda. Fin dal dopoguerra Washington ha appoggiato costantemente le destre, non esitando a distruggere le energie della Resistenza e ad appoggiare la dittatura dei colonnelli fra il ’67 e il ’74. L’ingresso greco in Europa e nell’Euro non ha coinciso con uno Stato redento, e oggi i frutti avvelenati di quell’occasione mancata si toccano con mano. Nel giorno del grande esame ­ lo Stato in bancarotta ­ non c’è quella che Leopardi chiama una società stretta, addomesticatrice di egoismi e interessi particolari. Sono scettici e disillusi soprattutto i giovani, che hanno visto degradarsi ai vertici il senso dello Stato, dilagare una corruzione senza limiti, estendersi l’impunità di politici e partiti complici nella difesa dello status quo.

I manifestanti ateniesi domandano questo, in sostanza: come fidarsi di uno Stato che non si è limitato a truccare bilanci ma ha tragicamente fallito la propria rigenerazione? Il direttore del quotidiano Kathimerini, Alexis Papachelas, afferma che per uscire dal marasma servono misure non solo economiche, ma politiche, civili. Quel che urge recuperare non è l’identità offesa della Nazione, come reclamano alcuni, ma la dirittura e l’equità dello Stato: «La sola vera cura è un emendamento costituzionale ­ concordato fra i politici ­ che annulli l’immunità di cui godono ministri e parlamentari, la riduzione del numero dei parlamentari a 200, l’invio di farabutti ed evasori fiscali davanti alle corti o in carcere». Se la crisi vuol essere catarsi, devono emendarsi le scelte economiche ma anche le usanze della politica. Sullo stesso giornale, Nikos Xydakis chiede una «rinascita antropologica».

È il motivo per cui sono tante le somiglianze tra Grecia e Italia, e degne di esser studiate. Negli ultimi giorni si è parlato di un rischio Italia, oltre che spagnolo e portoghese: in genere a torto, per quanto riguarda la nostra economia, il risparmio delle famiglie, la salute delle banche, il deficit dello Stato. Finanziariamente, Roma non vacilla come Atene. È vero anche che la Resistenza non è stata svilita e soppressa con l’aiuto delle forze alleate, come nella guerra civile greca. Nella nostra storia antica e recente abbiamo potuto contare su uomini e istituzioni profondamente fedeli alla res publica, e non siamo stati tormentati, come in Grecia, da una casta militare potenzialmente sovversiva. Ma se si guarda alla fiducia che i cittadini hanno nell’imperio della legge e nella cosa pubblica, le affinità sono impressionanti. Esiste anche in Italia una fondamentale diffidenza verso lo Stato, la legge. Alcune regioni a Sud sono dominate da mafie che di tale miscredenza si nutrono da un secolo. Esiste a Nord e a Milano un disprezzo delle istituzioni pubbliche, del civismo, della legalità, non meno annoso e intenso. Anche qui lo sforzo di rinascere tarda a mobilitarsi. Tarda a nascere una destra autentica, che con Fini fabbrichi futuro e riempia il temibile vuoto. Tarda a sinistra un rapporto non intimidito con il conflitto.

Anche l’anniversario dell’unità d’Italia, lo prepariamo dolendoci più della scarsa identità comune che dell’incultura dello Stato. Si può certo vivacchiare senza cultura dello Stato, della legalità: sia i greci che gli italiani lo fanno da decenni. Ma quando arriva l’ora della prova, l’assenza di fiducia rischia di divenire un fatale cappio al collo per chi impone sacrifici. La gente semplicemente non segue, si sparpaglia, si scinde in mille corporazioni ingovernabili. Per aderire a sacrifici, la società deve pur sempre riconoscersi nello Stato risanatore: nella sua affidabilità, nella sua vocazione a mantenere la parola data, nella rettitudine dei suoi servitori. È la ragione per cui Daniel Cohn-Bendit, intervistato giovedì da la Repubblica, invita a riflettere sulla società e lo Stato ellenico, oltre che sull’economia: «Uno Stato in cui in Grecia non s’identifica nessuno o quasi nessuno. È sempre stato lo Stato degli altri, lo Stato dei ricchi e dei potenti, ognuno lo ha strumentalizzato per sé. È sempre apparso lo Stato dei corrotti, e la gente ha partecipato alla corruzione. Adesso bisogna cambiare tutto questo, ma ci vuole tempo».

Il deputato europeo ammira Papandreou, e critica chi confonde i manifestanti ateniesi con i pochi estremisti che il 5 maggio hanno provocato la morte di tre impiegati della Marfin Egnatia Bank. Il lettore, ascoltando queste parole, avrà legittimamente l’impressione di sentir narrata anche l’Italia: la nascita di uno Stato contaminato dalla corruzione fin dall’inizio della Repubblica, il peso esercitato da potentati esterni interessati all’esistenza di uno Stato parallelo e incontrollato, i patti stretti dalla politica con l’illegalità e la malavita, la magra incidenza che ha avuto Mani Pulite nell’ultimo ventennio, l’impunità dei politici, la magistratura sabotata. Non diversamente dalla Grecia, l’Italia è decaduta fra il dopoguerra e oggi perché piano piano si è creato, fra i partiti, un pericoloso consenso in difesa dello status quo: status quo fondato sulla svalutazione dello Stato, della legalità. Viene in mente, più che attuale, l’allarme lanciato il 22 febbraio ‘98 dal giudice Gherardo Colombo, in un’intervista a Giuseppe D’Avanzo sul Corriere: il male, disse, era in Italia la diffusa società del ricatto, non affermatasi di recente ma fin da quando gli americani, pur di esser facilitati nello sbarco in Sicilia, chiesero aiuto alla mafia.

È in quegli anni che «si è stabilito un rapporto di “quieto vivere” con questa organizzazione criminale, che ha caratterizzato decenni della nostra storia. (…) Il compromesso in Italia è stato sempre opaco e occulto. (…) Negli ultimi venti anni la storia della nostra Repubblica è una storia di accordi sottobanco e patti occulti». La democrazia degenera così, secondo l’ex magistrato di Mani Pulite: non a causa di una conflittualità troppo accesa e dai toni troppo alti, che sono anzi il suo sale. Le «nuove regole della Repubblica vanno organizzate non attorno al conflitto, ma attorno al compromesso». È quest’ultimo che va imbrigliato, assai più del conflitto. È straordinario come la crisi metta in luce proprio questa verità, apparentemente paradossale: se usciremo dalla crisi rinnovati, se sapremo radunare le forze in caso di tracolli, è perché avremo smosso gli opachi patti dello status quo. Non se difenderemo una democrazia fondata sulla discussione, la critica, il disvelarsi del nascosto e del sommerso. La crisi ha questo, di catartico. Porta alla luce difetti di fondo, politici e culturali più che finanziari. Suona il campanello: la ricreazione è finita. Dà nuovo senso ai tentativi di rigenerazione, anche quelli insabbiati e morti. La strada stretta consiste nel riconoscerlo.

da www.lastampa.it

"La cena dei Paperoni", di Franco Cardini

Diciamo due cose chiare e semplici, modeste, da gente che lavora, a proposito dell’affare Scajola e delle sue ripercussioni. La faccenda, certo, è ancora agli inizi: potrebbe fermarsi nel solito vicolo cieco o potrebbe andar lontano, magari innescandosi con altre questioni, altri fenomeni.
Certo, dopo parecchio tempo di palude punteggiata dalle trovate del presidente del consiglio, qualcosa sembra misteriosamente ripartito, qualcos’altro rimesso in gioco. Così, di punto in bianco.
Non sono cose tutte né del tutto chiare; né tantomeno allegre.
Ma ci sono. Ricordiamole in ordine sparso. Il disagio di Fini e dei “finiani”; il malessere in Grecia, scoppiato tragicamente senza dubbio perché ci sono i provocatori e i teppisti, ma anche perché la gente comune non ci sta a pagar tutta e soltanto lei il prezzo d’una crisi sulla quale altri hanno guadagnato. L’ambigua vittoria dei conservatori in Inghilterra, che se vorranno governare avranno bisogno dell’appoggio di una specie di new link. E magari lo strano caso della conferenza di New York sul nucleare, dove Ahmedinejad è stato circondato dall’ostracismo internazionale e il papa applauditissimo: solo che hanno detto più o meno le stesse cose. Insomma, non è che per caso comincia a succedere qualcosa di serio, sul serio? La sera del 5 maggio, ad Annozero di Santoro, il direttore di Libero Maurizio Belpietro ha osservato che, se in Italia la gente evade, dipende anche dal fatto che in un certo senso ci è costretta: sono troppe, sono troppo alte.
Si può dargli torto? Certo non proprio e non del tutto. Ha delle ragioni. Ma nel suo discorso mancava qualcosa.
Mancava, ad esempio, una riflessione che introducesse noialtri gente comune, che viene informata (non sempre bene) da tv e giornali, perché succede sempre più spesso che ci siano studenti figli di operai, d’impiegati, di funzionari che pagano per intero le tasse universitarie e studenti figli di commercianti e d’imprenditori che ne sono in tutto o in parte esentati in quanto il reddito denunziato dalle loro famiglie è talmente basso da consentir loro di godere di tale agevolazione.
Gli italiani “popolo di evasori fiscali”? No certamente: ha ragione Belpietro. Dev’esser chiaro che la maggior parte dei cittadini italiani le tasse le paga fino all’ultimo centesimo: tutti i salariati, gli stipendiati, insomma i dipendenti pubblici o privati, le categorie a reddito fisso. Cittadini-modello: magari non tutti vorrebbero esserlo, magari invidiano i commercianti, i liberi artigiani, i professionisti, gli imprenditori, che possono fare “creste” più o meno massicce alle rispettive denunzie fiscali. Noialtri non possiamo. Dico noi perché anch’io, come insegnante, appartengo a una di quelle categorie.
Ma io sono per la verità un caso un po’ particolare. E con me ce ne sono migliaia. Oltre a fare il professore, io faccio anche lo scrittore, il conferenziere, il giornalista.
Alla fine dell’anno ho un certo reddito extra, oltre a quello dello stipendio. Anch’esso totalmente e inesorabilmente tassato: editori ed enti che m’invitano a parlare in pubblico hanno tutto l’interesse a rendicontare fino all’ultimo soldino quel che mi danno, e quindi io sono in una botte di ferro. Chiodata. Non posso evadere.
Ne sono lieto? Ohimè, non del tutto. È questo il punto. Quando alcuni anni fa un ministro di centrosinistra disse che «pagare le tasse è bello», molti risero e molti altri s’indignarono. È comprensibile.
Ma, concettualmente, aveva ragione lui. Le tasse sono necessarie: e con le tasse ci si pagano tante cose belle, utili, necessarie. Se vivessimo in un paese ben governato e in una società civile sana, saremmo orgogliosi di pagare le tasse. Non lo siamo perché viviamo in un paese dove il capo del governo elogia gli evasori e chi paga le tasse si sente fesso e si vergogna. Che bello riuscir sul serio, dopo tre rivoluzioni mancate o fallite o riuscite a metà (Risorgimento, Fascismo, Resistenza), farne una vera e riuscita: quella che insegnasse ai nostri ragazzi che quel che è pubblico appartiene a tutti (i ragazzi, e non solo loro, oggi sono convinti che non appartenga a nessuno: viaggiate sui treni e ve ne accorgete), che le tasse vanno pagate tutte e da parte di tutti, e in proporzione del loro rispettivo potere economico.
Tra qualche mese, i giornali pubblicheranno in ogni città l’elenco dei “Paperoni”. Probabilmente, io sarò fra i “Paperoni” di Prato: perché supero, sia pure di poco, i 100.000 euri all’anno: molti, in un paese dove pare che la maggior parte non arrivi ai 20mila. Il problema è che le classifiche dei “Paperoni” si fanno sui redditi denunziati, non su quelli effettivi; e solo sui redditi, non sui patrimoni.
Quest’estate, lancerò a Prato un’iniziativa: la cena in piazza dei “Paperoni”. Così ci guarderemo in faccia: e, soprattutto, conteremo gli assenti, quelli che denunziano meno di 100.000 euri in una delle città più ricche d’Italia. Vedrete quanta gente mancherà in piazza, e quanto ridicole saranno certe assenze. Vedrete quanti portatori di social card hanno villino e fuoriserie. E badate che si parla solo di redditi. Ma mica basta. I ricchi, non sono ricchi solo per i redditi.
E allora? La corretta risposta a Scajola – e a Belpietro – l’ha data, proprio su Europa del 5 maggio, Valter Vecellio. Serve l’anagrafe patrimoniale. Esatto. Serve l’anagrafe patrimoniale. Lo dico anch’io. Parola di reazionario ammalato di senso dello stato. Allora, caro Pd, che fai? Ti fai scavalcare a sinistra da un vecchio professore estremista di destra? Vergogna!

da www.euroapquotidiano.it

"La grande truffa siciliana dell’eolico senza vento", di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella

Intascati gli incentivi verdi, nella valle di Mazara tutte le pale ora sono ferme. Chi gira a mille è Sgarbi: dal museo sulla mafia alla mostra «W Garibaldo»

Ferma. Ferma. Ferma. Ferma. Ferma. Non ce n’è una, nella selva di immense pale eoliche stagliate nel cielo della stupenda valle di Mazara, che accenni a muoversi sotto un refolo di vento. Non una. Don Chisciotte, che nel romanzo di Cervantes si scaglia lancia in resta ammonendo i mulini «potreste agitar più braccia del gigante Briareo, che me l’avete pur da pagare », non correrebbe alcun rischio, qui, di finire rovesciato a gambe all’aria. «Mai: non si muovono mai», maledice Vittorio Sgarbi, che il bidone dell’eolico in Sicilia lo ha denunciato da un pezzo, «Peggio: se anche si muovessero e producessero energia, quelli di Terna, che gestiscono la rete, hanno detto che non sarebbero in grado di prenderla e redistribuirla ». Eppure, per tirar su questi bestioni giganteschi, hanno sventrato i fianchi delle colline, devastato i crinali, annientato ettari ed ettari di vigne in tutta la valle, tutto il Belice, tutta la Sicilia. Anche a ridosso di aree di pregio altissimo dove aziende modello come Donnafugata, Pellegrino o Tasca d’Almerita tentano tra mille difficoltà di tenere alto con prodotti di eccellenza l’onore dell’isola.

Uno sconcio. Sia chiaro: quella dell’eolico è una fonte di energia alternativa che un Paese che dipende in modo eccessivo dall’estero non può trascurare. Ma c’è modo e modo. Luogo e luogo. Vento e vento. E la storia del boom di questi ultimissimi anni dice che l’ultimo dei problemi che si sono posti molti investitori è quello di produrre sul serio energia nel modo giusto, nel posto giusto, col vento giusto. Lo dimostra una tabella di Terna sull’attività degli impianti in Europa: le pale girano mediamente per 1880 ore in Danimarca, 1960 in Belgio, 2000 in Svizzera, 2046 in Spagna, 2067 in Olanda, 2082 in Grecia, 2233 in Portogallo. Sapete quante ore, da noi? Solo 1466. E la media siciliana, spiegano gli esperti, è ancora più bassa. E allora come mai Terna ha domande di connessione alla rete per il solo eolico pari a 88.171 megawatt, cioè una volta e mezzo la punta massima del consumo italiano, che è di 56.000 megawatt? L’Anev, che riunisce i produttori di energia eolica, stima che al massimo la produzione nel 2020 potrà raggiungere nel nostro paese 16.000 megawatt. Dieci anni prima già ci sono domande per 5 volte quel totale. Altra domanda: come è possibile che la potenza installata in Sicilia sia di 1.140 megawatt, cioè più di un quarto del totale italiano? Che senso c’è a installare pale a vento dove non c’è vento?

Il segreto è negli incentivi elevatissimi per le energie rinnovabili. Nettamente superiori alla media europea. Dice un rapporto dell’Autorità dell’energia che nel 2009 il costo totale per la spinta alle fonti rinnovabili, come l’eolico e il fotovoltaico, avrebbe superato i 2 miliardi di euro, per salire di questo passo a 3 miliardi quest’anno, 5 nel 2015 e 7 nel 2020. Chi paga? Semplice: gli utenti, sulle bollette. Che già sono le più care d’Europa a causa della scelta scellerata di dipendere dal petrolio e dal gas, e diventano ancora più care, paradossalmente, via via che aumenta la componente delle fonti rinnovabili. Introdotti nel ‘99 dal governo di centrosinistra con la durata di otto anni, gli incentivi sono stati poi portati a 12 e quindi, con l’ultima finanziaria Prodi, addirittura a 15. Il che significa che chi tira su una pala non solo becca un incentivo, ma lo becca per tre lustri dal momento in cui comincia a girare. Se gira. Il meccanismo è un po’ complesso. Si basa sui cosiddetti certificati verdi, dei veri e propri titoli che si vendono e si comprano alla borsa elettrica. Spiegare la cosa nei dettagli porterebbe via ore. Basti sapere che mediamente questi certificati verdi cui hanno diritto i produttori valgono 80 euro a megavattora. Ai quali vanno aggiunti i soldi che lo stesso produttore incassa per l’energia venduta al sistema e immessa in rete. Una somma che varia fra 60 e 70 euro a megavattora nella media italiana ma che in Sicilia sale fino a 90-100 euro. Risultato finale: fatti tutti i conti, l’installazione e la manutenzione d’una pala media costa un milione in Danimarca (lo stato europeo che più ha investito sull’eolico) e può arrivare a costare in Sicilia, in 15 anni di vita, il quadruplo: quattro milioni.

C’è poi da stupirsi se la corsa all’energia del vento, anche quando appare insensata, continua? Anche là dove i cavi di Terna non sono in grado di sopportare il carico elettrico, come spesso accade lungo la dorsale appenninica meridionale, con punte di crisi paradossali in Puglia, Basilicata, Campania, Sicilia? Direte: niente energia fornita, niente soldi. Macché: i produttori hanno comunque diritto al saldo per l’energia che «avrebbero prodotto se…» E anche questo si scarica sulle bollette. Quanto ci costa? Boh… I certificati verdi non sono disaggregabili per tipologia di fonte d’energia. Ma le cifre contenute a gennaio nella segnalazione dell’Authority al governo lasciano basiti: nel 2008 abbiamo sborsato 1.230 milioni di euro. Per la metà (630 milioni) a causa «dell’eccesso di offerta». Testuale. Va da sé che i primi ad accorgersi dell’affarone, insieme ad alcuni imprenditori seri, sono stati certi affaristi, spesso legati alla mafia, con pochissimi scrupoli. Men che meno quello di devastare il paesaggio. Anche quando si tratta di terre incantate, punteggiate qua e là da antichi bagli di pietra tra vigne dal fascino struggente, come la Val di Mazara. Che il grande storico dell’arte Cesare Brandi definì «la più bella strada del mondo». E che Giuseppe Garibaldi risalì 160 anni fa da Marsala per arrivare a Salemi, l’antica Alicia. Dove, dal Palazzo che si affacciava sulla splendida piazza del Municipio oggi ribattezzata piazza della Dittatura, davanti a una folla festante che occupava tutta la non meno splendida scalinata che scende verso l’uscita del paese, tuonò: «Siciliani! Io vi ho guidato una schiera di prodi accorsi all’eroico grido della Sicilia, resto delle battaglie lombarde. Noi siamo con voi! Non chiediamo altro che la liberazione della nostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’armi dunque!» Ciò detto, come molti siciliani ricordano con orgoglio, proclamò provvisoriamente Salemi prima capitale dell’Italia unita. Precisazione indispensabile: molti sono orgogliosi, non tutti. Anzi. Fu lo stesso Raffaele Lombardo, un paio di anni fa, a parlare a nome di altri siciliani convinti che l’Eroe dei due mondi sia stato per l’isola una specie di peste bubbonica. Al punto che Vittorio Sgarbi, paracadutatosi da Ferrara come sindaco per una specie di scommessa futurista, sbottò: «Non vorrei che per un pregiudizio ideologico nei confronti di Garibaldi si perdesse qualche milione di euro. Perché, sia chiaro, è questo il rischio che la Sicilia sta correndo. E forse è già troppo tardi». Esatto: per le grandi iniziative era già troppo tardi davvero. Così, visto che i soldi non c’erano, il pirotecnico critico d’arte si è arrangiato come poteva.

Le pale eoliche sono irrimediabilmente ferme? Vittorio gira a mille. Organizza mostre d’arte, convoca architetti, insulta sconosciuti al cellula re, ammaestra muratori, sfiducia assessori, pubblica libri, restaura palazzi, nomina consulenti, litiga con Oliviero Toscani, fa la pace con Oliviero Toscani, abbraccia Oliviero Toscani, scopre artisti sconosciuti, scegli piastrelle per il restauro del municipio, tampina una mora dai vistosi davanzali, prende per i fondelli i mafiosi, sbuffa con gli antimafiosi «che sono peggio dei mafiosi », rastrella volontari da tutta Europa disposti a partecipare «all’unico sforzo davvero utopista in corso in Italia», manda a spasso chi lo fa arrabbiare, sale scalini, scende scalini, si arrampica sui bastioni dell’antica rocca, declama versi davanti ai ruderi della Matrice lasciata appositamente scoperchiata dal progetto del portoghese Alvaro Siza, rimorchia qualche biondona di passaggio, fa spostare un paio di quadri, esalta le varie fasi del pittore Fausto Pirandello, maltratta un po’ di collaboratori troppo lenti… Un tornado. Infaticabile, incontenibile, irrefrenabile. Attaccassero a lui i cavi elettrici invece che alle pale, accenderebbe i fari di uno stadio. Arrivò quaggiù nella primavera del 2008, invelenito come solo lui sa essere contro il sindaco Letizia Moratti che lo aveva fatto fuori come assessore alla cultura di Milano, deciso a dimostrare che tutti quelli che lo giudicavano un genialoide troppo collerico donnaiolo e dispersivo per combinare qualcosa di buono non capivano un fico secco. Candidato per sfizio dall’incandidabile signorotto politico locale, Pino Giammarinaro («Giamburattinaro», lo chiama Toscani) alle prese con qualche grana giudiziaria, fu incredibilmente eletto. Da quel momento, la bellissima e sventurata Salemi è il suo «giocattolo». Il luogo dove vuole dimostrare, sia pure in scala ridotta, cosa potrebbe fare se avesse lui per le mani il patrimonio artistico italiano. Cosa che il Cavaliere («Il berlusconismo cominciò a finire il 20 giugno 2002, quando fui cacciato dal governo») si è ben guardato dal fare.

Da quel momento, ne ha fatte di tutti i colori. Per cominciare, «assunse» (gratis, si capisce) come «assessore alla creatività» Oliviero Toscani, il quale radunò mezzo migliaio di ragazzi per selezionarne una cinquantina da coinvolgere (gratis) nel «Progetto terremoto», una fucina di idee come non se ne vedevano dai tempi in cui nel cielo del paese, nel 1911, con la gente a bocca aperta per la meraviglia, si levò una mongolfiera destinata però, di lì a poco, a sgonfiarsi e ad afflosciarsi sui tetti. Episodio documentato da un’immagine in bianco e nero nel libro fotografico «Ritratto di paese/Salemi da Cicerone a Sgarbi». Libro che il nostro apprezza assai. Soprattutto per l’accostamento con il retore, che in questo caso non ritiene riduttivo. Fare un elenco di tutte le iniziative varate a Salemi in questi due anni sarebbe troppo lungo. Mostre, concerti, presentazione di libri, conferenze… Di tutto. Dalla piscina riempita di vino per la kermesse eno-gastronomica «Benedivino» alla nomina dell’artista Graziano Cecchini quale «assessore al nulla». Dalla delega al grande chef Fulvio Pierangelini come «assessore alle mani in pasta » all’arruolamento come bibliotecario di Philippe Daverio, critico d’ arte già assessore alla cultura di Milano. C’è chi dirà: «uffa, le solite sgarbate ». Errore. Non si tratta solo di fuochi d’artificio. Basti ricordare un po’ di cose che resteranno patrimonio della cittadina anche «dopo». Come l’accelerazione dei restauri della Rocca e del palazzo municipale. O lo stop imposto alla demolizione di palazzi di grande valore storico. O il progetto di recuperare un antico e straordinario baglio. O la battaglia, appunto, contro l’installazione di nuove pale eoliche. Battaglia che avrebbe procurato al sindaco una delle sorprese più brutte: il ritrovamento d’una testa mozza di maiale con un biglietto per Sgarbi contenente l’invito ad «andare via dal paese, per non fare la stessa fine».

Lui, fedele al personaggio, fa spallucce: «Con Oliviero siamo riusciti a portare gratis a Salemi strappandola a New York (dico: a Salemi!) la collezione “Kim’s video”, donataci da Yongman Kim, un ricco americano di origine coreana che aveva messi insieme 55.000 pellicole, cassette, dvd: la più straordinaria raccolta del cinema indipendente che esista». Per non dire del progetto «una casa a un euro»: «Mi hanno fatto diventare pazzo, coi problemi burocratici, ma finalmente ci siamo. Possiamo cominciare a distribuire le abitazioni acquisite dal comune dopo che tanti terremotati hanno preferito prendere i soldi per la ricostruzione e andarsi a rifare la casa, nuova, ai piedi del paese. I patti sono chiari: un euro e la casa va (ce ne sono di bellissime) a chi si impegna a ripararla entro due anni con criteri rispettosi ». Mille case, giura, diecimila richieste: da Massimo Moratti a Bill Gates. Per l’arrivo di Giorgio Napolitano, martedì prossimo, il cuore del paese è tutto un cantiere. Il presidente della Repubblica, oltre a un intervento del giurista Michele Ainis sul valore della costituzione, troverà tra il Castello normanno e il collegio dei Gesuiti una serie di mostre. Dal nuovo museo del Risorgimento ai «Paesaggi d’Italia» in collaborazione con il FAI, da «La Sicilia, il suo cuore» (ritratti d’autore di Leonardo Sciascia) all’esposizione «W Garibaldo».

Su tutto, però, svetta un museo che la Sicilia e l’Italia intera non hanno mai avuto e che non piacerà non solo ai mammasantissima ma neppure, viste le ultime battute su «Gomorra», a Silvio Berlusconi: il Museo della mafia. L’hanno voluto Sgarbi e Toscani (che ha disegnato il logo: una macchia di sangue a forma di Sicilia), l’hanno costruito Nicolas Ballario, Elisabetta Rizzuto e i ragazzi della «gruppo terremoto», l’ha ideato nella struttura Cesare Inzerillo, un giovane artista palermitano. Niente coppole, lupare, oggetti simbolici che poi ammuffiscono sotto la polvere. Ma un percorso multimediale. Nere le pareti, neri i pavimenti, nera l’atmosfera. Dentro, dieci cabine elettorali ognuna delle quali «arredata» per un tema: la violenza, la Chiesa, la famiglia, il potere, il carcere, l’informazione, la sanità… Pochi mezzi, pochi soldi (63.000 euro in totale, tutto compreso: un terzo di quello che costerà la «La Regata dei Mille» della vicina Marsala, che ha tappezzato i muri di manifesti accorgendosi troppo tardi che il lungomare era quello di Trapani!) ma in compenso tante idee. Sviluppate soprattutto attraverso i video. Intriganti. Affascinanti. Agghiaccianti. Da non perdere la strepitosa ricostruzione della storia della mafia attraverso le prime pagine dell’ultimo secolo, dall’uccisione di Petrosino all’arrivo del prefetto Mori, dal delitto Notarbartolo al sacco di Palermo, dalla morte di Salvatore Giuliano alla strage di Capaci. Undici sale complessive ricche di storia, dolore, orrore. Come quella dedicata a «Palermo felicissima » dove, dopo un amaro raffronto tra quella che era la bella città d’un tempo e la devastazione palazzinara, Inzerillo ha riprodotto un vero e proprio abuso edilizio, che culmina nella mummia di un morto ammazzato dalla mafia e cementata in un pilone. Non farà buona pubblicità all’Italia? Può darsi. Ma la mafia, al di là delle chiacchiere, si sfida anche così. A proposito: perché Garibaldi quella volta scelse Salemi? Lo ha spiegato ieri mattina, su Repubblica di Palermo, Lino Buscemi: perché la cittadina, dopo essere stata per secoli un esempio di convivenza con le sue comunità cristiana, islamica e ebraica, era piena anche di massoni e la massoneria…
Ma ne parleremo nella prossima puntata.

da www.corriere.it

"Veltroni: no a scissioni, siamo tra quelli che hanno fatto nascere il Pd"

Nessuna scissione, «non potremmo mai scinderci perché siamo quelli che ci credono di più, quelli che lo hanno fatto nascere». Così Walter Veltroni ha detto alla “minoranza” parlando al seminario di Area Democratica. «Non possiamo continuare – ha aggiunto – con i conservatorismi», ma serve che il Pd mantenga la sua identità, quel Pd che «forse abbiamo messo troppo tempo a fare ma a nessuno è permesso di disfare».

«L’idea di fare un partito pesante in una società frantumata come quella di oggi è sbagliata», ha spiegato l’ex segretario nel suo intervento al seminario di Area democratica a Cortona. La mozione di Pier Luigi Bersani proponeva «l’alleanza con l’Udc e il ritorno al partito con la P maiuscola», ha ricordato. Quanto ai rapporti con l’Unione di centro, «ieri già il professor Dalimonte ci ha spiegato l’esito». Quanto invece alla forma di partito, per Veltroni «ci vuole un partito moderno, aperto, capace di interpretare un bisogno reale. Non ci sono scorciatoie, nè Cln che i nostri partner non vogliono».

Dunque, ha insistito, «dobbiamo pensare a noi stessi come riformisti e ci sarà una volta che potremo diventare maggioranza», ha assicurato. Del resto è accaduto in Gran Bretagna con David Cameron ed è accaduto in Grecia. «Se non facciamo questo, se non abbiamo il coraggio di investire su una sfida riformista, pagheremo un prezzo molto alto», ha ammonito.

Dunque, no al ritorno all’Unione: «Se noi rispondiamo solo, di nuovo, con una coalizione puramente e semplicemente antiberlusconiana, sbagliamo di nuovo. Dobbiamo avere il coraggio di un respiro lungo, Enrico Berlinguer avrebbe detto di un pensiero lungo».

La linea uscita dal «congresso oggi va vista in un’altra luce». Una linea che va vista sotto una nuova luce perchè, spiega, si fondava su due punti essenzialmente: l’alleanza con l’Udc e «partito con la ‘p’ maiuscola».

In Italia, ha continuato, è in atto uno «scardinamento dell’opinione pubblica» facendo in modo che «si abitui a tutto». Veltroni ha citato ad esempio la telefonata tra Fassino e Consorte che sarebbe stata ascoltata dal premier. «Se fosse vero – ha detto – che il presidente del Consiglio ha ascoltato una registrazione» che gli veniva offerta per motivi di ricatto «di un leader dell’opposizione per di più di un gentiluomo come Fassino saremmo di fronte a qualcosa di gigantesco, qualcosa che in altri Paesi europei avrebbe portato a gravi problemi istituzionali, siamo oltre i confini della democrazia, delle regole del gioco, siamo alla mitridatizzazione». Per questo, secondo Veltroni, è necessario che il Pd si difenda lanciando la sua sfida che deve essere basata su «innovazione e conquista».

Poi sul governo: Silvio Berlusconi non resisterà tre anni senza andare a votare. «Sono convinto – dice – che Berlusconi non è in grado di reggere tre anni senza elezioni: non è un presidente del Consiglio, è uno straordinario organizzatore delle proprie campagne elettorali, ma non gli chiedete di occuparsi dei problemi del Paese». Inoltre, aggiunge, ci sono altri motivi che lasciano pensare ad una fine anticipata della legislatura: «La lega vuole incassare oggi, e Berlusconi può pensare di voler dare un colpo a Fini».

Parla anche di Fini: «Faremmo un torto gravissimo a Fini se cercassimo di dire all’opinione pubblica che è diventato un pezzo di centro sinistra: lui è il leader possibile di una destra moderata».

da www.unita.it

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Pd, la minoranza vuole la svolta riformista: «Se non ora, quando», di Maria Zegarelli
Se non ora quando? Dario Franceschini cita Primo Levi per dettare il passo alla convention di Area Democratica in corso da ieri a Cortona per ridefinire il peso specifico della componente dentro il partito e il profilo che il partito stesso dovrebbe darsi.
Non è una messa in discussione della leadership di Pier Luigi Bersani, ma della sua linea politica senza dubbio sì e non è neanche più l’ispirazione del Lingotto, «ormai siamo oltre», come dice uno dei suoi collaboratori.
Questo è il momento di un cambio di passo verso la svolta riformista, per la risalita nei consensi, «le regionali hanno dimostrato che siamo al punto più basso». L’ex segretario rivendica quel milione di democratici che al congresso hanno scelto la sua mozione e ricorda che «il partito è di tutti, di chi ha vinto e di chi ha perso insieme».
E chissà che Cortona 2 – dove stavolta arriva anche Franco Marini e Beppe Fioroni segue i lavori dall’inizio – non diventi anche lo sfondo su cui costruire nuove intese tra chi ha perso. Ignazio Marino è qui, «possiamo lavorare insieme», dice Franceschini, e le due mozioni insieme fanno il 48%, complicato non tenerne conto, soprattutto in vista dell’Assemblea nazionale.

PRIMARIE IRRINUNCIABILI
Un punto su cui sono entrambi d’accordo riguarda le primarie: il leader della coalizione di centro sinistra si sceglie con le primarie, «sono irrinunciabili, un pezzo della nostra ragione sociale. Non si può affidare al veto di uno qualsiasi dei partiti di una futura colazione la possibilità o meno di fare le primarie» dice l’ex segretario. Né si può continuare con lo «stucchevole» dibattito interno sul terremoto che sta squassando il Pdl: «Gianfranco Fini pone questioni molto serie» a cui il Pd non può essere indifferente,«ma Fini è e resterà un nostro avversario». Poi arriva ai cinque pilastri sui cui puntellare le riforme: una sola Camera legiferante che dà la fiducia al governo; un Senato federale e delle autonomie, con relativa diminuzione dei parlamentari; più poteri di controllo per il Parlamento; più poteri al presidente del Consiglio e contestuale «rigorosa» legge sul conflitto di interessi; una legge elettorale che spinga al bipolarismo e che ripristini i collegi uninominali.
Ma il vero nodo che resta da sciogliere è la «riforma» interna del Pd e se Franceschini getta un ponte – «c’è stata lealtà fin dal giorno del congresso, anche quando sarebbe stato facile assaltare la diligenza», «basta pensare alla Puglia» o alla Calabria, «dove chiedo un immediato commissariamento con un dirigente di alto profilo» – non rinuncia a lanciare l’ultima chiamata. «Dentro il partito – dice – mai una identità deve prevalere sulle altre e le regole dello statuto devono impedire che questo avvenga, perché non c’è nulla di più pericoloso del senso di estraneità». Fioroni, per citarne uno, è tra quelli che scalpitano. Pierluigi Castagnetti getta acqua gelata sulla platea riunita nel centro congressi Sant’Agostino: «Si può anche parlare di legge elettorale e conflitto di interessi, ma noi siamo minoranza e questi sono temi lontanissimi dalla maggioranza». Meglio sarebbe parlare di Europa, di crisi mondiale e di rischio di voto anticipato: «La maggioranza è sul precipizio e il Pd non è pronto. L’attuale gruppo dirigente, tutto, e non si offenda chi è qui, non è in grado di affrontare questo passaggio».

«IL DISARMO DELLE DIVISIONI»
E se «Bersani non se ne rende conto, noi dobbiamo chiudere e offrire il disarmo delle divisioni ereditate dalle ultime primarie». Sarebbe pericoloso «se passeranno le idee di chi vuole riarticolare il paesaggio politico. Non c’è chi se ne vuole andare, ma si ritiene giusto che qualcuno se ne vada per riarticolare il paesaggio politico. Questa è una sciagura». Disarmare «le organizzazioni », è la sfida alla maggioranza che, aggiunge, «sono certo dirà di no perché è talmente fragile da tenere in piedi una barriera che blocca qui a Cortona le nostre idee». Il veltroniano Walter Verini, rivendica lo spirito del Lingotto, la vocazione maggioritaria e la coincidenza tra la leadership del partito quella della coalizione. Quanto ad Ad «anche noi dovremmo fare un cambio di passo, perché alle ultime regionali siamo stati caratterizzati per la battaglia per le liste, la cannibalizzazioni delle preferenze»

da L’Unità

"Riconoscere (adesso) ruolo e diritti dei ricercatori universitari" di Dario Antiseri

Il 30 aprile 2009 il personale docente delle nostre Università risulta così composto: 18 mila 962 professori ordinari, 18 mila 297 associati, 25 mila 802 ricercatori. Di 60 anni è l`età media degli ordinari, di 53 quella degli associati, di 46 quella dei ricercatori. Tra il 2009 e il 2013 vanno in pensione 11 mila 552 docenti, così suddivisi: 3.765 ordinari, 5.275 associati, 2.512 ricercatori. Entro il 2020 saranno circa 30 mila i docenti che, per raggiunti limiti di età, lasceranno l`Università.
Dunque, il problema più urgente – tremendamente urgente – è quello di provvedere alla loro sostituzione, se non si vuole, per cecità ed irresponsabilità, che la nostra Università muoia. Ora, nelle Università italiane, operano 26 mila ricercatori. Ed è da anni che alla quasi totalità di costoro vengono affidati corsi di insegnamento anche fondamentali; e in qualità di docenti i ricercatori, oltre a tenere cicli di lezioni, seguono tesi di laurea, presiedono commissioni di esami, fanno parte delle sedute di laurea, sono indispensabili peri requisiti minimi che mantengono in vita i Corsi di laurea. Insomma: all`interno delle Facoltà i ricercatori svolgono le medesime funzioni degli ordinari e degli associati – solo che docenti nei loro doveri, non lo sono nei loro diritti. Mal pagati, e senza prospettive di carriera, non di rado essi – anche quelli privi di insegnamenti ufficiali – hanno sostituito e sostituiscono, nelle lezioni, negli esami e nella conduzione delle tesi, professori ordinari magari indaffarati «altrove»: anche loro impegnati nella ricerca, nella ricerca di soldi. Non dice niente il fatto che tra il 2009 e il 2013 nelle Facoltà di Medicina andranno in pensione 510 ordinari e 635 ricercatori? E un`indagine accurata dovrebbe venir condotta in altre Facoltà come Giurisprudenza, Ingegneria, Architettura, Economia.
Ebbene, quello di essere valutati in ambito scientifico e didattico è il primo diritto dei ricercatori. Ed ecco, pertanto, una ragionevole proposta: si dia immediatamente inizio alle procedure di accertamento dell`idoneità scientifica e didattica dei ricercatori a tempo indeterminato e si applichi agli idonei la tenure track prevista, nel nuovo regime, per i ricercatori a tempo determinato (cioè la progressione di carriera fino a professore ordinario, se continuano a venire rispettati tutti i requisiti, ndr). Quindi: nessun ope legis, ma responsabile attenzione, per il futuro sviluppo della nostra Università, nei confronti di quell`autentico patrimonio di ingegno, passione e pazienza costituito da migliaia di giovani (molti dei quali ormai non più giovani) dediti alla ricerca e all`insegnamento, i quali, se non vedessero prese sul serio le loro ragioni e riconosciuti i loro sacrosanti diritti, potrebbero prendere decisioni in grado di portare l`Università italiana al completo collasso. Caveant Senatores!
E ciò perché, se da parte governativa si sta pensando a «forti aperture» nei confronti dei ricercatori a tempo indeterminato, c`è da sperare che queste «forti aperture» non si risolvano in un insulso contentino come è avvenuto nel caso dell`emendamento avanzato dalla Commissione Cultura del Senato relativo alla composizione del Cda delle Università – emendamento consistente nella proposta per cui i Cda dell`Università, se composti da undici membri (il massimo possibile), dovranno avere un minimo di tre componenti esterni e, qualora i membri del Cda siano meno di undici, almeno due dovranno essere i componenti esterni. Viene da chiedersi: ma perché questi vincoli e altre misure come il numero massimo di Facoltà di un Ateneo o la ristrutturazione dei Dipartimenti, quando le Università sanno che saranno giudicate nei risultati della ricerca e negli esiti della didattica e che, esattamente sulla base di tale valutazione, otterranno finanziamenti o saranno sanzionate? Si lascino pertanto agli Statuti delle singole Università l`organizzazione e il numero delle Facoltà, la strutturazione dei Dipartimenti, la composizione del Cda. La sferza della valutazione con conseguenti premi e sanzioni – farà con ogni verosimiglianza tutto il resto: sarà la migliore cura per estirpare il cancro di «parentopoli», in quanto renderà tutti estremamente vigili nel reclutamento dei docenti; premierà chi fa davvero ricerca e chi si dedica con impegno alla didattica, per cui sarà difficile vedere ancora Facoltà con 78 ordinari di cui 36 sono part-time. La valutazione rappresenta una diga contro gli sprechi, porrà un freno contro l`irresponsabile proliferazione di sedi periferiche e non ci vorrà molto tempo perché venga sfatato l`inganno (per famiglie e studenti) di Facoltà e Corsi di laurea specializzati nel preparare studenti alla disoccupazione.
Si rifletta solo per un istante su questo dato: nel 2008 a Scienze della comunicazione erano 49 mila 728 gli iscritti e quelli a matematica 1.727.

Ottima, pertanto, la proposta del ministro Gelmini di introdurre «un sistema di valutazione periodica da parte dell`Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario, ndr) dell`efficienza e dei risultati conseguiti nell`ambito della didattica e della ricerca dalle singole Università e dalle loro articolazioni interne». Solo che, stabilito questo sano principio, bisognerebbe trarne con coerenza le conseguenze.

Da “Il Corriere della Sera” di sabato 8 maggio 2010