Latest Posts

"La fatica delle donne in politica. Caso Pozzati", di Chiara Affronte

Sul caso Pozzati in Provincia Giovanna ci ha scritto su Facebook che «la questione femminile è tutt’altro che risolta…
e molto trasversale. Impossibile cambiare le cose, temo».
I fatti: ci sono due donne, una è coordinatrice dell’Idv, Silvana Mura, l’altra è assessore alla Cultura, neo-dipietrista, in Provincia, Maura Pozzati. La presidente decide di diminuire gli assessorati: l’Idv vuole però mantenere il suo peso nella coalizione. Iniziano faticosi lavori con il Pd. Il risultato: l’Idv fa fuori Pozzati per sostituirla con Pino De Biasi, dandogli deleghe più forti. Perché? «Perché Pozzati è anche mamma, non ce la fa», avrebbe detto Mura. Che smentisce: «Ho detto che non riesce a conciliare partito e famiglia, come lei ha ripetuto».
Il risultato non cambia: il dato che resta è che una donna fatica a fare ciò che fanno gli uomini, non per mancanza di volontà, ma perché gli uomini «possono» passare meno tempo con i figli e più al lavoro senza che la loro coscienza si incrini: semmai hanno gli strumenti culturali per aggiustarla. O possono anche fare come Berlusconi: rimandare impegni e passare notti «di lavoro» nel letto di Putin. Giovanna ha ragione. E le donne spesso credono di avercela fatta quando sono più simili agli uomini. L’affermazione di Maura Pozzati poteva cominciare adesso, se avesse tenuto duro. Ma
nessuno l’ha aiutata.

da L’Unità/Bologna

Ghizzoni: Università, giusta la protesta dei ricercatori

Ghizzoni: “Il Ddl del governo non offre prospettive di crescita al sistema universitario”

Anche i ricercatori dell’Università di Modena e Reggio Emilia hanno annunciato la volontà di sospendere le attività didattiche contro il disegno di legge della Gelmini che abolisce la figura dei ricercatori. “Le mobilitazioni annunciate dai ricercatori sono del tutto condivisibili” dichiara l’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e cultura della Camera. “Il disegno di legge – spiega l’on. Ghizzoni – non offre prospettive di crescita al nostro sistema universitario e ai nostri giovani ricercatori, costretti a ricoprire un ruolo ad esaurimento e privati di ogni aspirazione legittima di carriera accademica. Allo stesso modo si sbarra la strada ai tanti giovani di talento che attualmente svolgono attività di ricerca con contratti precari: per loro non resta che imboccare la via per l’estero.

Il governo – prosegue la parlamentare commentando la risposta del ministro Vito a una sua interrogazione – ha detto chiaramente che non ci sono risorse per quest’anno e che vi saranno ulteriori tagli per 950 milioni per il prossimo, confermando una scelta miope e irresponsabile che impedisce ogni serio progetto di riforma dell’università. La situazione in cui si trovano gli atenei è a rischio di collasso e i dati forniti dal Governo confermano quanto dall’opposizione andiamo dicendo da mesi: il Fondo per il finanziamento ordinario delle Università, già decurtato di circa 300 milioni di euro dalla Finanziaria, quest’annos ubirà nei fatti un’ulteriore diminuzione delle disponibilità pari al 2%.

La protesta dei ricercatori italiani e dell’Ateneo di Modena e Reggio Emilia – conclude l’on. Ghizzoni – non riguarda solo una categoria ma il futuro dell’intero Paese, perché se non investiamo in ricerca e sapere non riusciremo ad agganciare la ripresa. La riforma dell’università, se non vuole essere una dichiarazione di intenti, ha bisogno di investimenti, come stanno facendo gli altri Paesi europei, che pure come noi attraversano la crisi eppure investono in formazione superiore, ricerca e innovazione per permettere crescita e futuro ai giovani e al Paese”.

Al ministro Vito, certo che la sua collega Gelmini “intende battersi per il consolidamento in bilancio di queste somme”, l’on. Ghizzoni risponde ironicamente che, in questo caso, il ministro dell’Istruzione “dovrà battersi contro sé stessa”.

«Noi, portatori sani di memoria con il nome dei nonni mai conosciuti», di Giovanni Bianconi

«Piacere, Aldo Moro». «Ma… è parente?».
«Sì, sono il nipote». L`ha dovuto ripetere tante volte, e crescendo l`orgoglio della sua risposta aumentava. Perché prima ha imparato a voler bene al nonno mai conosciuto, poi all`uomo politico strappato all`Italia col sequestro del 16 marzo 1978, la strage degli uomini della scorta, fino all`omicidio del 9 maggio.

Dieci anni dopo, nel 1988, è nato un altro Aldo Moro, figlio del figlio dello statista assassinato dalle Brigate rosse, che oggi fa il grafico, è contento di portare quel nome e non prova alcun imbarazzo di fronte a chi gliene chiede conto:

«E un onere che non mi pesa, posso affermare che i miei genitori non hanno commesso alcun azzardo a chiamarmi così. Sono lieto di evocare una persona tanto particolare e una storia che non ho vissuto personalmente, ma che interessa tutti; molti compagni di scuola hanno deciso di documentarsi sulla figura e la vicenda di mio nonno dopo avermi conosciuto».

II 9 maggio la Repubblica italiana celebra la giornata della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi. Il giovane Aldo Moro si definisce «un portatore sano di memoria»: non si sente vittima ma testimone della traccia lasciata dal nonno nella famiglia di cui è parte e dall`uomo politico nella sua attività pubblica. «Mi piacerebbe stimolare chi m`incontra e mi conosce – dice – a informarsi, a decidere di scavare più a fondo, a non essere portatore di rancore.

Questo per me è il significato della memoria».

Anche Vittorio Occorsio, 22 anni, studente di Giurisprudenza prossimo a una laurea in tempi record, è fiero di chiamarsi come il sostituto procuratore di Roma assassinato il 1o luglio 1976 da un commando neofascista. Suo nonno. «Ho cominciato a scoprire da dove vengo – ricorda – quando un compagno delle elementari, istigato dal padre, mi domandò se avevo a che fare con il magistrato ucciso dai terroristi. Io non lo sapevo. Tornai a casa e chiesi a papà, che iniziò a raccontarmi qualcosa».

Con pochi particolari e un pudore rimasto intatto negli anni a seguire, fin quando quel bambino è diventato grande e ha deciso di approfondire il sacrificio del nonno: «Un po` mi spaventa la missione di dover coltivare la memoria di una storia rimasta laterale rispetto ai racconti sul terrorismo, ma lo faccio volentieri come posso. Perché penso che ci siano ancora tante cose da sapere da dire».

Vittorio Bachelet, è appena più adulto, ha 25 anni, ma nemmeno lui ha conosciuto il nonno che portava lo stesso nome, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura ucci- so dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980. Lui la laurea in Legge l`ha già presa, e adesso si reca spesso in carcere per aiutare alcuni detenuti a studiare il diritto: «Quella del nonno è una presenza che ho sempre avvertito per le foto che vedevo in casa, i libri, i racconti di nonna e di papà. Una presenza viva, anche sedi luce riflessa.

Crescendo ho acquisito la consapevolezza che era una persona importante non solo per la famiglia ma anche per molte altre persone, e questo me l`ha reso ancor più ammirevole. Sotto certi aspetti chiamarmi come lui m`intimorisce, ma soprattutto mi stimola ad esserne degno.

A incamminarmi sul sentiero del servizio verso il prossimo, indicato da quella luce che non si spegne mai».

Tre nipoti di tre «servi dello Stato» eliminati dal piombo di quegli anni, divenuti testimoni involontari per via della carta d`identità che evoca una stagione buia, piena di conflitti e vite spezzate. Il giudice Vittorio Occorsio controbatteva definendosi servitore della legge, non del potere, come piace ripetere al nipote: «Ho letto ciò che sosteneva e scriveva, e ho potuto apprezzarne il fortissimo senso di appartenenza alle istituzioni. Anche quando si rese conto che le sue indagini sulla strage di piazza Fontana erano state depistate da altri soggetti delle stesse istituzioni. Se ancora oggi non sappiamo chi ha armato la mano degli assassini, forse, è perché qualche responsabilità della sua morte si annida pure nello Stato».

Aldo Moro dissente dalla visione degli anni Settanta confinata al piombo: «Non saranno stati luminosi, ma nemmeno soltanto bui.

Quel periodo ha prodotto grandi cambiamenti, alcuni molto positivi, di cui oggi possiamo beneficiare. C`è stata la violenza politica, certo, e coltivare la memoria significa anche rendersi conto di dove il Paese è stato condotto dall`incertezza giovanile e dalla brutalità con cui si sceglievano certi ideali. Era un periodo di teste calde, mentre oggi prevalgono le teste piatte. Forse una via di mezzo non sarebbe male, e credo che lo penserebbe anche nonno Aldo».

Sull`omicidio del proprio nonno, Vittorio Occorsio ha letto carte e ascoltato il racconto diretto degli inquirenti. I risultati lo soddisfano soltanto a metà. Forse meno: «Non si sono scoperti i mandanti, ed è ridicolo pensare che non ce ne siano. Non sono così scemo da credere che Pierluigi Concutelli (il killer di Ordine nuovo condannato all`ergastolo, ndr) abbia deciso quell`azione da solo per vendetta». Anche perché il lavoro di Occorsio non si limitava al gruppo neofascista di cui faceva parte Concutelli, ma stava seguendo le prime tracce di pote- ri occulti, come la Loggia segreta P2, che si sarebbero scoperti dopo la sua morte. «Ci sono aspetti del terrorismo di destra rimasti oscuri – dice il giovane Occorsio -, le sentenze non li hanno chiariti, sebbene io su certi personaggi abbia emesso le mie. Credo che non ci sia la giusta percezione di ciò che è accaduto in quegli anni, e non solo tra noi ragazzi. Per questo sento il peso della testimonianza, ma a volte mi viene il dubbio se debba essere io a portarlo.

Forse toccherebbe prima ad altri, a cominciare dai politici che allora erano al potere e da quelli arrivati dopo ma cresciuti in quella stagione».

Sul «caso Moro» e quello che s`è scoperto in oltre trent`anni di processi, inchieste e testimonianza, il nipote che si chiama come la vittima si considera un «insoddisfatto propositivo»;

non un contestatore a oltranza delle ricostruzioni ufficiali, ma nemmeno un rassegnato ai buchi neri: «E una vicenda sulla quale si devono ancora scrivere capitoli importanti. Negare che tante cose siano state taciute dagli uni e dagli altri protagonisti, delle Br e dello Stato, sarebbe assurdo. Ma questo non mi turba più di tanto, è una situazione che vivo con serenità.

Fin da bambino ho respirato un`aria di ingiustizia per quello che è successo a mio nonno e che hanno subito mia nonna, mio padre e le mie zie, ma crescendo si cambia e si diventa propositivi. Con un nome e radici diverse sarei stata una persona diversa, ma oggi sono contento di essere quello che sono, il nipote di Aldo Moro. Con tutto ciò che ha comportato e comporta».

I brigatisti che hanno rapito e ucciso il presidente della Dc, a parte un paio di casi, sono tor-.

nati liberi. «Ci sono fatti che mi disturbano molto di più – commenta il nipote -. Se le leggi e i processi hanno stabilito così vuol dire che così doveva essere. Ed è consentito che queste persone parlino, scrivano, perfino che tengano conferenze. Non è uno scandalo, semmai in certe situazioni è una questione di buono o cattivo gusto. Parlare è un diritto, non una concessione, e interpellare è un dovere.

Poi c`è modo e modo di farlo. È giusto che ci siano vittime che contestano questa situazione, ed è giustificata la polemica nei confronti degli ex terroristi. Ma io non ne faccio parte».

Il padre del giovane Vittorio Bachelet, Giovanni, ai funerali del suo papà recitò una preghiera per gli assassini che l`avevano ucciso, rimasta famosa. «Senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare – disse nel silenzio della grande chiesa -, perché sulle nostre bocche ci sia sempre il per- dono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Suo figlio Vittorio ne parla come di un episodio «straordinario ma normale», e spiega: «Non era una sfida per ostentare grandezza o diversità, ma una preghiera spontanea, scaturita dai sentimenti che mio padre provava in quel momento. E io sono contento di essere stato educato con quell`impostazione e quei valori». Quanto agli ex terroristi in libertà, Vittorio che non ha voluto approfondire più di tanto l`omicidio del nonno «perché un po` mi spaventa, anche se mi tranquillizza sapere che è stato ucciso un uomo buono», dice: «Credo che il nonno sarebbe contento di sapere cbe la vita tolta a lui è stata restituita ai suoi assassini. In fondo è la vittoria della democrazia e della civiltà, che lui ha servito attraverso il proprio lavoro e il servizio offerto alla comunità». Incontrarli, però, gli farebbe impressione: «Anche sconcerto, penso.

Quello che m`ha sempre colpito è immaginarli a studiare le abitudini quotidiane di un uomo prima di ucciderlo. È qualcosa che toglie umanità a chi lo fa. Spero che oggi siano consapevoli che lo Stato che volevano abbattere gli ha consentito di tornare a vivere; per loro potrebbe essere una sorta di resurrezione».

Sulla redenzione degli assassini del nonno, Vittorio Occorsio la pensa diversamente: « È un bel punto di vista, ma non mi appartiene. Sin – ceramente del destino di Concutelli, di quello che racconta e non racconta, mi interessa poco o nulla. Io non devo perdonare nessuno, per fortuna. E non sopporto il pietismo verso i terroristi, al pari di quello nei confronti delle vittime.

Noi nipoti non abbiamo subito il peso diretto della sofferenza imposta dagli assassini, come invece è toccato a mio padre, perciò dobbiamo avere la lucidità e la fermezza per affrontare una questione che comunque ci riguarda.

Questo vuol dire essere portatori sani di memoria, senza avallare ricostruzioni superficiali o di comodo; se la memoria dovesse diventare strumentale, ad usum delphini, sarebbe persino meglio l`oblio. Anche per salvaguardare il nome che porto. Non perché è il mio, ma perché è quello di mio nonno, ucciso per difendere questo Stato»

dal Corriere della Sera

«Bersani e il grido degli operai "La parola compagno è viva"», di Luisa Grion

Tour elettorale nella regione con 600 aziende in crisi Telefonata all´Isola dei cassintegrati

PORTO TORRES – «Caro Bersani, dove sono finiti i compagni?». La domanda arriva al segretario del Pd da una regione che più di tutte le altre è annichilita dalla crisi dell´industria. Il leader dell´opposizione è in Sardegna, per lanciare la campagna elettorale delle amministrative di fine mese (8 province, 181 comuni), ma soprattutto per rimettere in piedi il rapporto fra la politica e la «realtà». Una politica che vista dall´isola appare molto lontana. In Sardegna ci sono 600 aziende in crisi, 95 mila disoccupati, 320mila persone che vivono sotto la soglia della povertà e il 44,7% dei giovani non ha lavoro. Molti fra quelli che ce l´hanno lo stanno perdendo e per salvarlo inventano battaglie mediatiche come quella dei lavoratori della Vinyls, che hanno occupato l´ex carcere dell´Asinara lanciando «l´isola dei cassintegrati», o si accampano su un ponte che attraversa la statale, come i dipendenti della Rockwool, azienda che produce lana di roccia (un isolante per l´edilizia) e che la proprietà danese vuole ora delocalizzare.
E´ stato uno di loro, ieri, a porre la domanda al leader del Pd e ha ricordargli che gli operai sardi si sentono abbandonati da chi pensa che l´industria «non conti più» e che «la parola compagno esista solo nei libri di storia». Ed è a lui che Bersani ha assicurato che invece «la parola compagno esiste».
Ma il messaggio è rivolto anche ai colleghi di partito. «Sono qui anche per dare l´esempio – ha detto il segretario del Pd – in questa campagna elettorale non voglio occuparmi di cazzate, ma di cose reali, e le cose reali stanno qui». Che sia tempo di parlare d´industrie, di chimica, di lana di roccia oppure di cloro cvm, Bersani lo va dicendo da un po´ e i lavoratori sardi lo apprezzano. «Sei stato bravo ad Annozero» gli hanno detto «ma qui per uscirne servono competenza e rabbia, siamo stufi della solidarietà». «Non potete star fermi mentre ci scippano le fabbriche» lo hanno avvertito i lavoratori della Roxkwool, azienda ferma da due anni – nonostante i bilanci in attivo – perché la multinazionale danese ha aperto un impianto in Croazia e ora vuol portare i macchinari anche in India, pur di far terra bruciata attorno ad una possibile futura concorrenza. Fra Bersani e gli operai ci sono stati applausi, manate sulla spalla, battute («Pronto? Sono la Ventura» dice lui mettendosi in contatto telefonico con gli occupanti dell´Asinara). Ma anche critiche: «Siete voi quelli che determinano la politica: segretario, nel 2006, quando eri ministro, perché non hai dato seguito ai decreti fatti? Se ora ci troviamo in queste condizioni la responsabilità è pure vostra».
Bersani ascolta, prende nota, si meraviglia davanti ad alcuni casi, come quello dei lavoratori del call center Electa che da dicembre aspettano la cassa integrazione, già autorizzata e mai distribuita («Sento cose che non ho mai sentito – dice – . Ma di cosa parla Sacconi quando assicura che non c´è nessun disoccupato non coperto dagli ammortizzatori?»). Riconosce che spesso gli operai hanno dovuto cavarsela da soli: «Se non fosse stato per la vostra lotta, la partita era già chiusa» ammette davanti agli operai dell´Alcoa, ora vicini ad una soluzione della vertenza con la multinazionale americana dell´alluminio. Ma avverte anche che sarebbe sbagliato pensare che un passaggio in tv o un´iniziativa fantasiosa possano bastare.
«Serve una nuova politica economica e industriale, bisogna far capire che l´Italia vive e mangia ancora grazie alle fabbriche e che voi, difendendo il vostro posto, fate un servizio al paese. Ma contrariamente a quello che vi dicono, il Pd su questi temi c´è».
Il messaggio però è arrivato: non per nulla, aprendo l´ennesimo incontro della giornata con i lavoratori dell´Alcoa e dell´Euroalluminia, Bersani usa l´antico «carissimi compagni» al posto dell´ormai usuale «cari amici».

da Repubblica

«La legge che ordina il silenzio stampa», di Stefano Rodotà

Se la legge sulle intercettazioni verrà approvata nel testo in discussione al Senato sarà fatto un passo pericoloso verso un mutamento di regime. I regimi non cambiano solo quando si è di fronte a un colpo di Stato o a una rottura frontale. Mutano pure per un’erosione lenta che cancella i principi fondativi di un sistema. Se quel testo diverrà legge della Repubblica, in un colpo solo verranno pregiudicati la libertà di manifestazione del pensiero, il diritto di sapere dei cittadini, il controllo diffuso sull’esercizio dei poteri, le possibilità di indagine della magistratura. Ci stiamo privando di essenziali anticorpi democratici. La censura come primo passo concreto verso l’annunciata riforma costituzionale, visto che si incide sulla prima parte della Costituzione, quella dei principi e dei diritti a parole dichiarata intoccabile? Se così sarà dovremo chiederci se viviamo ancora in uno Stato costituzionale di diritto. Questa operazione sostanzialmente eversiva si ammanta del virtuoso proposito di tutelare la privacy. Ma se questo fosse stato il vero o biettivo era a portata di mano una soluzione che non metteva a rischio né principi né diritti. Bastava prevedere che, d’intesa fra il giudice e gli avvocati delle parti, si distruggessero i contenuti delle intercettazioni relativi a persone estranee alle indagini o comunque irrilevanti, si conservassero in un archivio riservato le informazioni di cui era ancora dubbia la rilevanza, si rendessero pubblicabili, una volta portati a conoscenza delle parti, gli atti di indagine e le intercettazioni rilevanti.

Su questa linea vi era stato un largo consenso, che avrebbe permesso una approvazione a larga maggioranza di una legge così congegnata.
Ma l´obiettivo era diverso. La tutela della privacy è divenuta il pretesto per aggredire l´odiata magistratura, l´insopportabile stampa. Non si vuole che i magistrati indaghino sul “mostruoso connubio” tra politica e affari, sull´illegalità che corrode la società. Si vuole distogliere l´occhio dell´informazione non dal gossip, ma da vicende che inquietano i potenti, dal malaffare. Se quella legge fosse stata approvata, non sarebbe stato possibile dare notizie sul caso Scajola, perché si introduce un divieto di pubblicazione che non riguarda le sole intercettazioni.
In un paese normale proprio quest´ultima vicenda avrebbe dovuto indurre alla prudenza. Sta accadendo il contrario. Al Senato si vuole chiudere al più presto. E questo è coerente con l´affermazione del presidente del Consiglio, secondo il quale in Italia «c´è fin troppa libertà di stampa». Quale migliore occasione per porre rimedio a questo eccesso di una bella legge censoria?
Scajola, infatti, è stato costretto a dimettersi solo dalla forza dell´informazione. Una situazione apparsa intollerabile. Ecco, allora, il bisogno di arrivare subito ad una legge che interrompa fin dall´origine il circuito informativo, riducendo le informazioni che la magistratura può raccogliere, impedendo che le notizie possano giungere ai cittadini prima d´essere state sterilizzate dal passare del tempo. Non si può tollerare che i cittadini dispongano di informazioni che consentano loro di non essere soltanto spettatori delle vicende politiche, ma di divenire opinione pubblica consapevole e reattiva.
Si arriva così all´infinito silenzio stampa, all´opinione pubblica impotente perché ignara dei fatti, visto che nulla può esser detto su qualsiasi fatto delittuoso fino all´udienza preliminare, dunque fino a un tempo che può essere lontano anni dal momento in cui l´indagine era stata aperta. Che cosa resterebbe della democrazia, che non vuol dire soltanto “governo del popolo”, ma pure governo “in pubblico”? In tempi di corruzione dilagante si abbandona ogni ritegno e trasparenza, si dimentica il monito del giudice Brandeis: in democrazia «la luce del sole è il miglior disinfettante». Stiamo per essere traghettati verso un regime di miserabili arcana imperii, di un segreto assoluto posto a tutela di simoniaci commerci di qualsiasi bene, di corrotti e corruttori, di faccendieri e di veri criminali.
Questo regime non avvolgerebbe soltanto in un velo oscuro proprio ciò che massimamente avrebbe bisogno di chiarezza. Creerebbe all´interno della società un grumo che la corromperebbe ancor più nel profondo. Le notizie impubblicabili, infatti non sarebbero custodite in forzieri inaccessibili. Sarebbero nelle mani di molti, di tutte le parti, dei loro avvocati e consulenti che ricevono le trascrizioni delle intercettazioni, gli atti d´indagine, gli avvisi di garanzia, i provvedimenti di custodia cautelare. Questo materiale scottante alimenterebbe i sentito dire, la circolazione di mezze notizie, le allusioni, la semina del sospetto. Renderebbe possibili pressioni sotterranee, o veri e propri ricatti. Creerebbe un clima propizio ad un “turismo delle notizie”, alla pubblicazione su qualche giornale straniero di informazioni “proibite” che poi rimbalzerebbero in Italia.
Accade sempre così quando ci si allontana dalla via retta della democrazia e dei diritti. Dal diritto d´informazione in primo luogo, che non è privilegio dei giornalisti, ma diritto fondamentale d´ogni persona, la premessa della sua cittadinanza attiva, del suo “conoscere per deliberare”. Ce lo ricordano le sentenze della Corte europea dei diritti dell´uomo, dov´è sempre ripetuto che «la libertà d´informazione ha importanza fondamentale in una società democratica». In una sentenza del 2007, che riguardava due giornalisti francesi autori d´un libro sulle malefatte di un collaboratore di Mitterrand, la Corte ha ritenuto che la notorietà della persona e l´importanza della vicenda rendevano legittima la pubblicazione anche di notizie coperte dal segreto. In una sentenza del 2009 si è messo in evidenza che eccessivi risarcimenti del danno a carico di giornalisti e editori possono costituire una forma di intimidazione che viola la libertà d´informazione: che cosa dovremmo dire quando, da noi, il testo all´esame del Senato impugna come una clava le sanzioni pecuniarie con chiaro intento intimidatorio? E guardiamo anche agli Stati Uniti, al fermo discorso di Hillary Clinton sul nesso tra democrazia e libertà di espressione su Internet, alle ultime sentenze della Corte Suprema che, pure di fronte a casi sgradevoli e imbarazzanti, ha riaffermato la superiorità del Primo Emendamento, appunto della libertà di espressione
Un velo d´ignoranza copre gli occhi del legislatore italiano. Ma non è il benefico velo che lo mette al riparo da pressioni, da influenze improprie. È l´opposto, è la resa alla imposizione di chi non vuole che si guardi al mondo quale veramente è. Nasce così un´anomalia culturale, prima ancora che giuridico-istituzionale. Ci allontaniamo dai territori della civiltà giuridica, e ci candidiamo ad esser membri a pieno titolo del club degli autoritari Certo la nostra Corte costituzionale prima, e poi quella di Strasburgo, potranno ancora salvarci. Intanto, però, la voce dei cittadini può farsi sentire, e non è detto che rimanga inascoltata.

da Repubblica

«I cerotti non curano la malattia», di Mario Deaglio

Non è sufficiente mettere un «cerotto» sulle ferite aperte dell’economia greca, come si apprestano a fare i leader europei nei prossimi giorni, concedendo ad Atene un prestito troppo a lungo rinviato. Non bastano parole e documenti solenni a dare ai guai di Atene la «risposta forte» auspicata dal presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama. I responsabili delle maggiori economie del pianeta sono troppo spesso vittime della propria retorica, troppe volte hanno parlato in maniera non sufficientemente meditata di crisi superata; troppe volte hanno apposto firme solo apparentemente rassicuranti.

In realtà appare più appropriato supporre che il virus all’origine di questa crisi abbia subito una nuova mutazione: sorto nel 2007 in un segmento secondario della finanza americana, quello dei mutui subprime, è mutato la prima volta nell’autunno del 2008 provocando una sensibile caduta di produzione e occupazione in tutti i Paesi ricchi dopo aver devastato la finanza internazionale e distrutto una parte non piccola del capitale finanziario mondiale. Ora sembra mutare nuovamente forma e percorso e ritornare, in maniera più aggressiva, a colpire quella che è forse la componente più sensibile della finanza mondiale, ritenuta fino a poco tempo fa intoccabile e invulnerabile: il «debito sovrano», ossia i titoli emessi in prima persona dai principali Paesi del mondo. La Grecia è un caso limite di debolezza in quanto Atene ha seguito politiche irresponsabili e platealmente truccato i dati per poter essere ammessa nella zona euro.

Un prestito europeo alla Grecia può forse servire a guadagnare tempo, anche se, come ha sottolineato Franco Bruni su queste colonne alcuni giorni fa, quella che ora viene proposta pare una soluzione malaccorta e troppo «violenta» in quanto è irrealistico chiedere a qualsiasi Paese un «rientro» da una situazione debitoria così pesante in soli tre anni. Servono altre cure, di natura strutturale, che riguardano il mercato finanziario internazionale e i Paesi che su questo mercato contraggono (e normalmente ripagano) debiti. Tali cure devono rivolgersi in primo luogo al funzionamento dei mercati. La Grecia sarà pure una grande peccatrice finanziaria, ma non è giusto che chi l’ha aiutata a peccare e ha tratto vasti guadagni dal suo peccato possa godersi tranquillamente tali guadagni. Il pensiero va naturalmente ad alcune grandi organizzazioni finanziarie, soprattutto americane che sembrano aver cancellato ogni senso di lealtà verso il cliente: hanno aiutato la Grecia a raccogliere prestiti emettendo titoli di debito, e subito dopo hanno scommesso sulla loro perdita di valore.

Senza neppure scomodare l’etica, sui mercati è essenziale una maggiore coerenza e continuità di comportamenti. È inoltre opportuno che le agenzie di rating, che svolgono un indispensabile compito di valutazione indipendente, seguano rigide procedure di comunicazione: in questi giorni i mercati sono stati sconvolti da annunci, che risultano francamente irresponsabili da parte di tali agenzie sul probabile declassamento dei debiti di alcuni Paesi. Una regolazione quasi immediata del loro comportamento sembra inevitabile per attenuare le convulsioni dei mercati. In questi mercati, un ruolo fondamentale spetta al debito pubblico. Si deve constatare, come risulta da un recentissimo studio della Banca dei Regolamenti Internazionali, che il livello di tale debito è destinato a salire nei prossimi anni e decenni in tutti i Paesi ricchi anche per effetto dell’invecchiamento della popolazione che porta a un aumento della spesa pensionistica e della spesa sanitaria. Occorrono forse misure drastiche di contenimento della spesa (come indicato dagli autori dello studio, Cecchetti, Mohanty e Zampolli) o forse l’accettazione di un tasso leggermente più elevato di inflazione, sempre che la si riesca a controllare; in Europa, in ogni caso, è indispensabile riscrivere con clausole più larghe il patto di stabilità che oggi appare perfino ridicolo.

In un più generale ambito mondiale, il livello strutturale di rischio di tutti i debiti pubblici, e più in generale di tutti gli impieghi finanziari, appare cresciuto dopo l’episodio greco. Queste variazioni strutturali delle finanze pubbliche si accompagnano a un crescente malessere politico: pressoché tutti i governi dei Paesi ricchi sono di fronte a situazioni difficili che riescono a controllare con sempre maggior fatica, a un malcontento di fondo che si esprime con la frammentazione del quadro politico tradizionale (come in Gran Bretagna, dove la formula del bipolarismo è saltata con le elezioni dell’altroieri, o in Belgio dove il parlamento si è sciolto in un clima di confusione) e con una generale fatica dei governi a mettere in pratica qualsiasi tipo di riforma (come in Italia). Instabilità politica e malessere economico sembrano così andare di pari passo e minacciano di soffocare il nostro futuro. Speriamo che abbia ragione il presidente Napolitano e che le vicende greche e il profondo tonfo delle Borse mondiali degli ultimi due giorni siano soltanto il «colpo di coda» della crisi mondiale. L’errore maggiore che possiamo fare è quello di cercare di affrontare questo «colpo di coda» soltanto con misure tecniche immediate anziché curarne le cause di fondo di tipo economico, sociale e politico.

da www.lastampa.it

«Pd attento, il liberismo ha fallito», di Cesare Damiano

La crisi economica, che ha colpito duramente l’Italia e che ancora non è stata superata, impone al Pd di indicare chiare scelte di prospettiva.
La ripresa lenta confermata nei giorni scorsi dall’Ue, che ha rivisto al ribasso le stime di crescita per il nostro paese e la fragilità dei conti pubblici, gravati da un debito destinato a salire nei prossimi anni oltre il 115,9 per cento del 2009, richiederanno interventi di risanamento. La situazione internazionale non aiuta. La Grecia sull’orlo della bancarotta, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda declassate, l’euro in forte discesa, le Borse in picchiata, impongono di avere bilanci pubblici maggiormente in ordine.
Risanare si deve. Ma si deve anche riflettere, in Italia come nel resto d’Europa, sui rischi futuri indotti dalle scelte da compiere. Non vorrei che, sulla scorta di questa drammatica situazione, mentre servono riforme incisive per dare regole certe ai mercati e per reprimere la speculazione, si finisse col proporre le solite ricette “lacrime e sangue” che colpiscono i soliti noti: lavoratori a reddito fisso e pensionati, giovani in cerca di occupazione e precari, donne e disoccupati.
La Commissione Ue ha adottato una linea di condotta che, nel richiedere il giusto risanamento dei conti pubblici, ritorna sulle ricette di sempre. Col rischio, per usare un eufemismo, che per preservare i saldi di bilancio si finisca per indirizzare i tagli sulla spesa sociale.
Alzare l’età pensionabile, proporre un fisco a due aliquote, cancellare o limitare la protezione dell’articolo 18 e introdurre le cosiddette “gabbie salariali”, come molti commentatori, politici ed economisti vanno proponendo da qualche tempo a questa parte, non è certo la giusta terapia di cui l’Italia ha bisogno. Sarebbe, paradossalmente, il trionfo delle vecchie ricette del neoliberismo riproposte proprio nel momento in cui il neoliberismo ci ha regalato una crisi, prima finanziaria, poi economica e sociale, senza precedenti.
Uscire dalle crisi, o prevenirle, vuole anche dire redistribuire le risorse, difendere i più deboli, creare uno stato sociale più efficiente, favorire i consumi, sostenere le imprese che intendono investire e creare nuova occupazione.
Significa, rispetto alle scelte del governo attuale, invertire la rotta. Perché – per fare un esempio – non parlare delle rendite finanziarie? Perché dire no a un temporaneo e parziale inasprimento fiscale a carico dei redditi più alti per finanziare strumenti importanti del welfare, come il prolungamento della durata della cassa integrazione in un periodo di crisi profonda, dopo aver polverizzato miliardi cancellando l’Ici a vantaggio dei cittadini più ricchi? Perché non intervenire, con agevolazioni e incentivi, per favorire la stabilizzazione dei lavoratori precari? Perché non condurre una lotta senza quartiere all’evasione fiscale e al lavoro nero? Perché non mettere in campo una seria politica industriale? Perché non avere il coraggio di dire che il neoliberismo, con le sue teorie, ha fallito? Uscire dalla crisi significa anche fare una politica che, ignorando slogan e obiettivi demagogici, tenga conto dell’esperienza e del quadro normativo vigente. A cosa serve, ad esempio, evocare un innalzamento dell’età pensionabile se una legge che va, con gradualità, in questa direzione c’è già e se i conti degli enti previdenziali sono in equilibrio? A chi giova la riduzione delle aliquote se, come ci insegna l’esperienza, gli interventi operati nel passato dal centrodestra in questa direzione non si sono tradotti in un alleggerimento della pressione fiscale ed hanno invece favorito i redditi più elevati? Credo che su questi temi si debba discutere e che il Partito democratico debba prendere un orientamento preciso attraverso una discussione franca che metta a confronto le diverse opinioni esistenti. È sempre indipensabile ricercare pazientemente una sintesi ma, in mancanza di essa, è altrettanto necessario adottare anche decisioni di maggioranza. Indicare obiettivi generici non serve e non basta. È il tempo delle scelte chiare e concrete, alla ricerca di una sintesi.

da Europa, 7 maggio 2010