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Codice della strada: il PD ottiene il taglio dei privilegi per gli autisti delle auto blu e altre modifiche

Riforma buona grazie a sei proposte qualificanti del Pd ma voto di astensione del Partito democratico a causa della mancanza di risorse. Persa occasione per nuove piste ciclabili.
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Nel disegno di legge di riforma del codice della strada sono state approvate norme utili per i cittadini e per la sicurezza stradale. Molte di queste norme sono state proposte dal gruppo del Pd al Senato che ha lavorato sodo sul testo e senza alcuna pregiudiziale politica. Ma l’impianto generale del provvedimento non convince totalmente: nuovi oneri, nuovi divieti, nuovi obblighi. Lo Stato non è in grado di far rispettare quelli già esistenti e con questa riforma, se ne aggiungono di altri, che però sono destinati a restare inadempiuti.

Nel complesso, il Ddl che riforma il codice della strada sicuramente migliora il vecchio codice rendendolo più aderente alle necessità dei cittadini, tuttavia, il giudizio sul Ddl è condizionato dalla mancanza di risorse idonee a renderlo pienamente efficace. Queste importanti mancanze hanno impedito il voto favorevole del gruppo del Pd al Senato sul decreto .

Per dare un giudizio politico del lavoro svolto in sede redigente, il Partito Democratico ha scelto di proporre una sua relazione di minoranza, per informare l’Assemblea ed i cittadini di quanto è stato condiviso con convinzione, di quanto è stato proposto dal Partito Democratico e poi accolto e di quanto invece lo ha visto in posizione critica.
La relatrice di minoranza del testo Marina Magistrelli, avvocato e senatrice del Pd, spiega come Il Pd abbia contribuito a ridisegnare il quadro normativo del codice della strada attraverso diverse proposte presentate e dichiarate prioritarie da subito, facenti ormai parte del testo integrato.

1) L’introduzione del lavoro di pubblica utilità come pena alternativa alle pene detentive e pecuniarie per la guida in stato di ebbrezza o per assunzione di sostanze stupefacenti. Naturalmente il beneficio viene riconosciuto solo a chi non ha causato un incidente stradale e può essere concesso una sola volta.

2) L’obbligo per gli esercizi pubblici e, soprattutto, per i locali di intrattenimento e le discoteche che vendono alcol dopo l’una di notte, di inserire nell’ambito della propria struttura un etilometro per permettere ai clienti di sottoporsi volontariamente al test prima di mettersi alla guida, e la creazione di idonei spazi di riposo.

3) L’inasprimento delle sanzioni per chi utilizza i ciclomotori e le minicar con motore modificato; il divieto di utilizzo delle minicar se è stata ritirata la patente; la previsione dell’obbligo di utilizzo delle cinture di sicurezza per chiunque guidi una minicar.

4) La previsione che i proventi delle sanzioni per violazioni dei limiti di velocità siano attribuiti per il 50 per cento all’ente proprietario della strada su cui è stato effettuato l’accertamento e per il restante 50 per cento all’ente da cui dipende l’organo accertatore.

5) L’obbligo di dare comunque la precedenza ai pedoni quando questi si accingono ad attraversare le strisce pedonali. È, questa, una norma molto importante perché cambierà di certo l’indirizzo risarcitorio.
6) L’ordine del giorno con il quale il Governo si impegna a istituire l’”Agenzia nazionale per la sicurezza stradale” alla quale verrà assegnato il compito di garantire una maggiore tutela degli utenti della rete stradale nazionale ed una più efficace attività di sviluppo, manutenzione e gestione della medesima, nel rispetto dei principi e dei criteri direttivi dettati dalle norme comunitarie.

Tuttavia, malgrado i numerosi aspetti positivi introdotti, il giudizio sul provvedimento rimane condizionato da talune scelte adottate dal Governo, contrastanti con il clima positivo maturato in Commissione lavori pubblici, in particolare su alcune specifiche tematiche rispetto alle quali vi era un comune giudizio positivo. Tra queste, Magistrelli ricorda la bocciatura di diverse proposte avanzate dal Pd, di cui riportiamo le più importanti.
1. l’intensificazione dei controlli di polizia stradale necessari a garantire una maggiore sicurezza stradale; dopo una lunga discussione in Commissione, il Governo ha posto il veto sull’approvazione di un emendamento finalizzato a garantire la piena funzionalità dei vari organi di polizia stradale. Rimane del tutto incomprensibile come si voglia perseguire una maggiore sicurezza stradale senza prevedere un potenziamento, anche minimo, delle risorse a disposizione degli organi di polizia, drammaticamente ridotti nel corso degli ultimi anni e del tutto insufficienti alla missione loro assegnata.

2. La proposta del Partito Democratico, sulla quale si registrava in Commissione la convergenza di tutti gli schieramenti politici, e cioè quella di istituire un apposito Fondo presso il Ministro dell’interno, con dotazione pari a 50 milioni di euro, da destinare all’acquisto ed alla manutenzione ordinaria e straordinaria di materiali, attrezzature e mezzi per lo svolgimento delle attività di controllo stradale, nonché per le analisi cliniche e la ricerca e sperimentazione nel settore del contrasto alla guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti, è stata respinta dal Governo con la motivazione della mancanza di risorse disponibili.
3. In terzo luogo, si lamenta il mancato accoglimento di alcune proposte mirate ad innalzare il livello di sicurezza e informazione degli utenti delle strade urbane ed extraurbane, con priorità per quelle a maggiore tasso di incidentalità. Il Governo ha posto il veto, sempre adducendo ragioni di bilancio, sulla proposta di potenziamento del servizio di infomobilità CCISS e Isoradio finalizzato ad aumentare la copertura oraria e territoriale del servizio offerto dai medesimi e al miglioramento della qualità di ricezione per il rinnovo dei contratti e il potenziamento degli organici.
Conclude il senatore del Pd Marco Filippi, commentando le mancanze che si rilevano nel Ddl, sul tema dell’educazione alla guida: “E’ stato fatto su questo importante tema lo stretto necessario e non si può non denunciare il mancato accoglimento delle nostre proposte, il cui costo è estremamente ridotto, finalizzate alla predisposizione di apposite campagne di informazione per la conoscenza dei danni alla salute derivanti dal mancato rispetto delle regole di guida”.
“Un lavoro tanto più opportuno, continua il senatore, proprio perché ci troviamo alla vigilia di una fase in cui saremo chiamati a fare un bilancio di una stagione in cui, per tutti i Paesi membri, gli obiettivi fissati dall’Unione europea per il 2010 prevedevano il dimezzamento nel decennio delle vittime per incidenti stradali. Il nostro Paese si ferma, per il 2009, al 33 per cento di riduzione delle vittime della strada, lontano da Paesi virtuosi come Portogallo e Lussemburgo, che hanno raggiunto l’obiettivo di riduzione del 50 per cento con un anno di anticipo, ma anche da Paesi con i quali il raffronto, per storia e dimensioni, ha maggiore significato: la Francia, che nel decennio ha visto ridotto del 47 per cento il numero delle vittime, e la Germania, che si attesta per il 2009 ad una riduzione di oltre il 40 per cento”.

di Anto P. da www.partitodemocratico.it

Relazione di Dario Franceschini – Area Democratica a Cortona

Pochi giorni fa Ulrich Beck ha ricordato a tutti noi la regola fondamentale della società mondiale del rischio: non lasciare mai che un rischio globale passi senza sfruttarlo, poiché si tratta sempre di un’occasione di fare qualcosa di grande.
Beck parlava della Germania di fronte alla crisi europea. Ma quella regola vale più in generale.
Del resto, quante volte ci siamo detti, che dopo la grande crisi globale di questo fine decennio, nulla sarebbe stato più come prima?
Quante volte abbiamo ripetuto che saremmo usciti da questa tempesta profondamente cambiati.
L’economia, ma anche i modelli culturali, gli stili di vita, il modo di consumare e di rapportarci all’ambiente. Le relazioni sovranazionali e quelle tra comunità.
Insomma, ci siamo detti certi che quello che sarebbe uscito dalla grande crisi sarebbe stato un mondo nuovo.
Abbiamo davvero pensato alla crisi come ad una straordinaria opportunità di cambiamento.
Questa speranza era autorizzata e resa più concreta dall’apertura di una nuova stagione americana, con l’elezione di Obama alla Casa Bianca.
Dobbiamo chiederci, due anni dopo, cosa sia rimasto di quella speranza.
Le cose purtroppo non sono andate come speravamo ma c’è ancora tempo per trasformare i rischi in opportunità, se la politica saprà rischiare e guardare lontano.
L’opposto di quello che purtroppo sembra stia avvenendo in questo secondo tempo della crisi globale.
E’ legittimo farsi alcune domande.
Possono ancora riuscire i governi a dare una risposta a quella forte domanda di istituzioni sovranazionali capaci di dettare regole alla globalizzazione?
Ci si può rifugiare dentro i confini politici, in un mondo in cui non ci sono più i confini economici?
E’ possibile che alcune agenzie private americane di rating, con le loro valutazioni cambino il futuro di intere economie e di milioni di persone? E che questa avvenga perchè colmano un vuoto di istituzioni internazionali.?
Basti riflettere sulla crisi europea, sul vuoto di una vera dimensione sovranazionale, pagato di nuovo in questi giorni.
Basti pensare alla drammatica lentezza e incertezza con cui l’Unione Europea ha affrontato la crisi della Grecia, all’assenza di leader in grado di mettere a rischio anche la propria leadership in nome di un obiettivo nobile e lontano.
Purtroppo, ancora una volta la destra è apparsa più veloce e flessibile nel rispondere al cambio di fase.
Era già accaduto negli anni Ottanta e Novanta, quando il pensiero neo-conservatore e ultraliberista, fondato sul mito di una crescita infinita finanziata dal debito, ha dominato quella stagione, segnata dal predominio dell’economia sulla politica, dalla competizione sui mercati sempre più aggressiva, fino a travolgere limiti e regole.
Sono stati, non a caso anche nel linguaggio, gli anni della deregulation.
La destra, dobbiamo riconoscerlo, ha saputo leggere e interpretare meglio di noi quella fase della modernità.
Ha messo in campo un modello culturale che in un tempo post-ideologico, segnato dalla crisi dei grandi soggetti collettivi a forte identità, come partiti e sindacati, ha puntato tutto sulla dimensione individuale, a scapito della coesione sociale e della solidarietà.
La crisi globale ha messo in discussione molti degli assunti su cui si reggeva quella ipotesi. Ma il camaleonte è stato pronto a cambiare colore.
In un tempo che resta segnato dal conflitto e dominato da insicurezza e paura del futuro globalizzato, la destra ha trovato una sua nuova versione, rassicurante e difensiva, dentro gli stati e degli stati nel mondo globalizzato.
Offre protezione contro le paure del nostro tempo. Rinuncia a trasformarle in opportunità, rinuncia al ruolo della politica, che deve essere sempre quello di guidare i grandi cambiamenti, non di demonizzarli o sfuggirli per raccogliere consenso.
Ma il consenso, cinicamente, purtroppo lo incassa, e i progressisti invece non lo incasseremo mai se non proveranno a sfidare la destra sui valori, smettendo di inseguirla soltanto.
E anche la destra italiana si è andata riorganizzando su quella nuova versione rassicurante.
Dal berlusconismo eticamente anarchico alla ristrutturazione tremontian-leghista, che rielabora la tradizione in salsa padana e costruisce una rete di protezione fatta di chiusure e conservazione.
In tempo di crisi non c’è spazio per i buoni sentimenti: ognuno sia padrone a casa sua.
Il messaggio è forte, molto più del tanto celebrato radicamento leghista.
E infatti la Lega vince perché è capace di mobilitare gli elettori attorno a parole d’ordine chiare ed efficaci anche là dove non è presente con una sua organizzazione territoriale.
L’avanzata in Emilia Romagna, in Toscana, e perfino nelle Marche e in alcune zone del Lazio ha questo segno: la forza brutale con cui si sostituiscono gli interessi ai valori, le paure alle speranze.
Questa trasformazione del profilo dominante della destra produce una frattura profonda.
Molto più profonda di quanto non abbiamo finora capito.
In questo senso lo scontro in atto nel Pdl non deve essere sottovalutato.
Non è soltanto una lotta di potere tra personalità ormai incompatibili. Vengono al pettine nodi intricati: l’unità nazionale, il tema di una lealtà costituzionale faticosamente conquistata nell’allontanamento dalle radici post-fasciste, l’impossibilità di ridurre la vita democratica di un partito ai diktat di un comandante in capo.
Gianfranco Fini pone questioni molto serie, alcune delle quali riguardano la sua storia politica e la sua credibilità personale. Altre la qualità e il futuro della nostra democrazia.
Per questo trovo stucchevole allungare la discussione sul come questo terremoto in atto a destra ci riguardi.
Perché è ovvio che non possiamo essere indifferenti o disinteressati.
Ma dovrebbe essere altrettanto ovvio che il nostro interesse non si misura sulla possibilità di fare di Fini un alleato.
Fini è e resterà un nostro avversario, ma assomiglia a quella destra costituzionale e europea di cui il paese avrebbe bisogno.
E lo aspetta un cammino difficile, perché il berlusconismo ha messo radici profonde in questi vent’anni e come tutti i fenomeni che hanno dentro pulsioni autoritarie, diventano più pericolosi nel momento del declino, non tollerano i dissensi.
Lo spettacolo deprimente di questi giorni, il degrado dei comportamenti di pezzi così rilevanti della classe dirigente del governo e della destra, sono i sintomi di un sistema di potere che sta crollando, travolto dal proprio sentimento di immunità e onnipotenza.
Ma, proprio per questo, le settimane e i mesi che ci aspettano saranno carichi di rischi e di tensioni.
Perché i colpi di coda finali sono sempre i più pericolosi, e noi dobbiamo impedire che vadano a segno.
Mi viene da sorridere quando ricordo le accuse che mi hanno fatto da segretario, che ci hanno fatto, anche dentro il partito, di troppo antibelursconismo.
Difendere lo stato di diritto, il parlamento, la costituzione, i principi di legalità, le intercettazioni come strumento per contrastare il crimine, difendere i valori più sani della società italiana non è antiberlusconismo: è il primo dovere del partito democratico, il debito che noi abbiamo nei confronti delle generazioni che ci hanno preceduto, quelle che ci hanno consegnato diritti e libertà da custodire, rinnovare e tramandare alle generazioni che verranno dopo di noi.
Adesso che quella stucchevole accusa è stata seppellita dal periodico riemergere della violenza verbale e istituzionale di Berlusconi, possiamo tutto, spero finalmente tutti, riconoscere che preparare l’alternativa significa, allo stesso tempo, prepararsi sui contenuti riformisti per tornare a guidare il paese e anche contrastare con durezza questa destra.
Ogni giorno, non una settimana sì e una no a seconda dei sorrisi e degli ammiccamenti ricevuti.
Difendere la democrazia e cambiare profondamente il paese.
La prima cosa è una condizione per poter realizzare la seconda, per poter portare avanti la missione attorno a cui è nato il Partito Democratico: abbattere barriere, paure, immobilismi, prudenze di un paese bloccato, vecchio, impaurito e cambiarlo profondamente.
Solo una ragione così forte ed esigente può sorreggere un’ambizione così alta, quella che ci ha spinto a superare vecchie divisioni e antiche contrapposizioni per farci nascere.
Il Partito Democratico o mantiene questa sua vocazione, fatta di coraggio e innovazione, o lentamente si spegne.
I partiti che ci siamo lasciati consapevolmente alle spalle, potevano stare assieme per la forza dell’organizzazione o per l’orgoglio di una storia comune, di una identità forte.
A un partito giovane e plurale, nato in una società senza le ideologie del 900, queste cose non possono più bastare per stare insieme.
Solo una missione ambiziosa e coraggiosa di cambiamento può farlo vivere.
Per questo non dobbiamo dimenticare mai di essere un partito nato per avere dentro le speranze e le attese della società italiana nel suo complesso, senza antichi ed esclusivi blocchi sociali di riferimento, senza delegare a nessuno la rappresentanza di interessi, ceti o segmenti elettorali, verso il centro o verso la sinistra.
Un partito nel quale questa pluralità non sia un insieme di recinti piccoli e grandi, ma una costante ricerca di una nuova sintesi culturale.
L’abbiamo detto tante volte durante le primarie e questa cosa diventa ancora più importante adesso: dentro il partito mai una identità deve prevalere sulle altre e le regole e lo statuto devono impedire che questo avvenga.
Non c’è nulla di più pericoloso del senso di estraneità. Nulla di più pericoloso che qualcuno non si senta più nella casa comune, ma ospite in casa altrui.
Il partito non è fatto da qualcuno che ha vinto, che concede generosamente il diritto di tribuna a chi ha perso.
Il partito è di tutti, di chi ha vinto e di chi ha perso insieme.
So che queste cose le pensano come noi Ignazio Marino e le persone che l’hanno votato, e per questo lo ringrazio di essere qua oggi, perché penso potremo fare molte cose insieme per il bene del Pd.
Dunque un partito di tutti.
Per questo lo abbiamo costruito con la nostra gente, attraverso le primarie, occasione unica per saldare la forza dei militanti e la speranza e le attese dei nostri elettori.
E per questo, voglio dirlo con molta chiarezza anche alla vigilia di possibili modifiche statutarie all’Assemblea del 21 e 22, le primarie per scegliere il candidato della coalizione con cui ci presenteremo alle prossime elezioni politiche, sono irrinunciabili.
Le primarie non sono uno strumento qualsiasi: sono un pezzo della nostra ragione sociale, sono un modo di interpretare l’esigenza di apertura alla società senza cui i partiti si rinchiudono e si rinsecchiscono.
Per questo non si può affidare al veto di uno qualsiasi dei partiti di una futura coalizione la possibilità o meno di fare le primarie: chi vuole stare in coalizione con noi deve sapere che alle primarie per la scelta del candidato comune noi non possiamo rinunciare e noi non rinunceremo mai.
Abbiamo lavorato per far nascere questo Pd e abbiamo difeso questa idea di partito nell’ultimo congresso.
Ci siamo impegnati nei territori, con le primarie e dopo, con la nascita di Area democratica, per evitare il pigro ritorno a un tranquillo passato.
Non è tempo di ordinaria amministrazione e di tranquillità.
Viviamo un tempo che richiede visione e coraggio.
Servono certo la macchina organizzativa, il partito solido, il radicamento.
Ma non basterà tutto questo, non basteranno il partito solido o la macchina organizzativa più potente possibile se non trasmetteremo il senso di una missione di cambiamento del paese per cui vale la pena spendersi, per cui vale la pena rischiare e mettersi in gioco.
Purtroppo dalle elezioni politiche del 2008 in poi, da quando è sembrato che si smarrisse la spinta propulsiva delle primarie del 25 ottobre e che inesorabilmente tornassero vizi e pigrizie, abbiamo perso grande parte di quelle energie fresche ed entusiaste, sia tra gli elettori che tra i militanti, che avevano creduto in un partito nato per cambiare tutto
Ci sono state due ultime fiammate di ritorno: nella campagna elettorale delle europee, aiutati dalla paura che tutto fosse inesorabilmente perduto, e nel confronto delle ultime primarie.
Ma sempre dentro un misto di rassegnazione e disincanto che, se non corretto presto, può diventare irreversibile.
E’ sbagliato dire che oggi nei nostri circoli è sempre più difficile trovare persone che non provengano dai Ds o dalla Margherita?
Se siamo qui, se scommettiamo ancora sul progetto originario così come lo abbiamo sognato, è perché siamo convinti che il Pd o è davvero un partito nuovo, capace di andare oltre la semplice addizione delle storie e delle identità precedenti, oppure è destinato ad un rapido tramonto.
Nessuno si avvicinerà entusiasta se gli spieghiamo che il nostro progetto per i prossimi anni è soltanto quello di sommare sigle e partiti di ogni tipo per vincere le prossime elezioni.
Dopo il congresso non ci siamo sottratti alle nostre responsabilità.
Abbiamo accettato di partecipare a quella che è stata definita una gestione plurale del partito, anche sulla base della consapevolezza delle difficoltà di fronte a noi.
E soprattutto convinti della necessità di evitare ad un partito ancora fragile quella malattia che ha rappresentato storicamente il virus più pericoloso per il centrosinistra: l’autolesionismo.
Abbiamo tenuto questa posizione con la più limpida lealtà, collaborando con la nuova segreteria, avanzando le nostre osservazioni critiche nelle sedi proprie del partito, mai offrendo spunti per polemiche esterne. Anche quando forse ce ne sarebbe stata ragione.
Con la stessa lealtà oggi diciamo che è necessario un cambio di passo non solo nella gestione, ma nel modo di essere del Pd.
Servono segni coraggiosi di rinnovamento dei gruppi dirigenti dove le cose sono andate male.
Prendo un esempio per tutti: il partito della Calabria.
Un partito dilaniato, che ha visto ridotti di due terzi in propri voti in due anni, già diviso nel nuovo Consiglio regionale, con militanti in fuga. Penso che servirebbe commissariare subito il partito regionale, con una personalità di grande autorevolezza, capace di ricostruire investendo su energie nuove.
Non si può far finta che non sia successo nulla, non si possono ignorare i segnali che i nostri elettori ci hanno dato in tutto il paese alle ultime regionali.
Abbiamo perso le elezioni. Non perché per poche migliaia di voti non abbiamo conquistato due regioni in bilico. Ma perché abbiamo registrato una grave emorragia di consensi in termini assoluti. Più di quattro milioni di voti dalle politiche del 2008, più di un milione dalle europee dello scorso anno. Siamo al punto più basso della nostra brevissima storia.
Non mettiamo questa grave sconfitta sul conto di nessuno, ma chiediamo che l’analisi della sconfitta sia rigorosa e approfondita e sgombri il campo ad alcuni equivoci pericolosi che hanno messo a rischio il progetto.
Non ci sono scorciatoie per risalire la china.
L’alternativa sarà possibile solo attorno ad un Partito democratico attrattivo e innovativo.
Non userei l’aggettivo sexy, che mi sembra più adatto alle categorie berlusconiane.
Direi semplicemente un partito capace di entrare in sintonia con quella parte del paese che crede nella possibilità di un futuro diverso.
In sintonia con quei milioni di Nuovi Italiani che hanno fiducia in se stessi e nelle potenzialità del proprio paese, che non vogliono rassegnarsi al declino, alla perdita di valori e di rigore morale, che non ne possono più di dividersi sul passato e su vecchi spartiacque ideologici.
Questo è il tempo di un riformismo coraggioso.
Perché senza coraggio non ci può essere cambiamento.
E sappiamo tutti che nessun cambiamento vero può essere indolore.
E mi chiedo: se non ora, quando verrà il momento del coraggio riformista?
Se non ora che siamo all’opposizione, che non abbiamo congressi, che non abbiamo il problema di tenere unita una coalizione o tenere in piedi un governo, che non abbiamo campagne elettorali vicine. Se non ora, quando?
Quando dimostreremo di voler cambiare davvero questo paese, la forza di scontrarci con poteri e interessi forti, di rimettere in discussione tutto, anche ciò che per i nostri mondi di antico riferimento è comodo e rassicurante?
Se non ora, quando?
La destra ha messo in campo la sua riconversione.
Di fronte alla crisi alimenta le paure e promette protezione.
Sappiamo che è una politica illusoria, senza prospettive, che tutelerà pochi e lascerà soli i più, che si fonda sull’idea di un nemico da cui difendersi, a costo di inventarselo.
E’ il conflitto la cifra che la contraddistingue: Nord contro Sud, garantiti contro non garantiti, anziani contro giovani.
Eppure, nella sua falsità, è un messaggio tranquillizzante e molti hanno l’illusione di potersi trovare dalla parte di chi vincerà e sopravviverà.
E intanto crescono le ingiustizie, le disuguaglianze, le distanze tra ricchi e poveri. Ma di tutto questo non c’è percezione.
Allora noi dobbiamo avere la forza di sfidare apertamente questo inganno, questa politica illusionista.
Ma per farlo dobbiamo cambiare prima noi stessi.
Non possiamo dare l’impressione di essere quelli che giocano solo in difesa, nemmeno aspettando la possibilità di un contropiede, ma sperando solo in un autogol degli avversari che ci faccia vincere.
Noi difendiamo tutto.
Sempre battaglie nobili e giuste ma difendiamo sempre: la Costituzione, l’articolo 18, la stampa, l’autonomia della magistratura, i sindacati, il parlamento e così via.
Non dobbiamo rinunciare a queste battaglie, ma o riusciamo a spiegare che noi siamo nati non per difendere l’esistente ma per cambiare il paese o non avremo più con noi le truppe per vincerle, quelle battaglie nobili.
Il primo e più delicato banco di prova è il terreno istituzionale.
Sappiamo quanto sia difficile e stretta la strada delle riforme, e quanto inaffidabile il fronte dei nostri interlocutori, a cominciare dal presidente del consiglio, sempre oscillante tra la disponibilità al confronto e la tentazione del colpo di mano a secondo della convenienza del momento.
E tuttavia sappiamo anche che ammodernare e rendere più efficienti le nostre istituzioni è una responsabilità che abbiamo tutti di fronte al paese e al suo futuro. Un futuro che dobbiamo saper misurare oltre gli attuali equilibri contingenti.
In altre parole: non possiamo costruire il modello istituzionale che serve all’Italia in funzione del berlusconismo o dell’antiberlusconismo.
Partiamo da una altra domanda: come rendere più efficiente la nostra democrazia.
Oggi il problema non è più, come vent’anni fa, la stabilità del governo.
Oggi le questioni sono altre: il rapporto governo-parlamento è squilibrato a tutto vantaggio del governo, che attraverso i maxi emendamenti, la fiducia, le ordinanze di protezione civile, l’abuso di decreti, ha svuotato il parlamento.
Il problema che oggi il paese ha di fronte è quello di avere una democrazia che decide, ma che resti democrazia, garantendo la divisione e l’equilibro tra i poteri.
La nostra proposta à semplice, coerente con la storia costituzionale italiana, in grado di sfatare l’idea che solo l’elezione diretta può risolvere tutto.
5 punti:
1. Una sola camera che fa le leggi e dà la fiducia al governo.
2. Un senato federale e delle autonomie e una conseguente riduzione del numero dei parlamentari
3. Più poteri di controllo per il parlamento, con corsie preferenziali per il governo e garanzie per l’opposizione.
4. Più poteri al Presidente del Consiglio nell’azione di governo ma accompagnati da una legge rigorosa sui conflitti di interesse.
5. Una legge elettorale che spinga al bipolarismo e che restituisca agli elettori il diritto di scegliersi gli eletti, tornando ai collegi uninominali.
Quindi, preciso meglio: no ad una legge elettorale come quella tedesca, che porti di fatto alla fine del bipolarismo ed al ritorno ad una stagione di maggioranze variabili e no ad un ritorno alle preferenze che, diciamolo con chiarezza, portano, inesorabilmente, a costi altissimi delle campagne elettorali con tutti i rischi di corruzione connessi, a differenza dei collegi uninominali che invece vogliamo.
Cambiare l’Italia, non difenderla dai cambiamenti.
Le parole della nostra cultura democratica sono grandi e impegnative.
Ma spesso è come se il loro contenuto fosse evaporato.
Vanno riempite di significato.
Vanno nutrite di idee nuove.
Vanno rese corrispondenti alle domande nuove, all’emergere di nuovi diritti, alle attese di nuove generazioni.
Dobbiamo chiederci, ad esempio, come sia potuto avvenire che la parola libertà sia pian piano diventata parola della destra.
Dobbiamo riappropriarcene.
Un giovane nel nostro Paese può sentirsi effettivamente libero?
Il suo destino, il suo futuro sono effettivamente nelle sue mani?
Il suo futuro dipende dalle sue capacità, dalla sua buona volontà? Dipende dal successo che avrà negli studi?
Dipende dalla sua intelligenza, dalla sua creatività?
Sappiamo che non è così, che drammaticamente non è così.
Sappiamo che la società italiana è sempre più bloccata.
Sempre più ingiusta. Sempre più prigioniera di privilegi, di protezioni ereditate, di incrostazioni che la rendono immobile da troppi anni.
Forse è addirittura inutile parlare di ascensore sociale, perché è come se ricchi e poveri, garantiti e non garantiti non abitassero più nello stesso edificio.
Salire è impossibile. Al massimo si può entrare. E si entra se si è figlio di…, nipote di…, amico di…
Se si fa parte di una cricca o se si è utili ad essa.
Questo è in fondo il modello sociale dell’Italia di Berlusconi: fai strada se sei spregiudicato, furbo e arrogante.
La nostra Italia deve essere diversa: dimostriamo ai giovani che l’arma per farsi valere è il loro talento.
Chiediamoci perché i nostri ragazzi, quelli che possono farlo, vanno a cercare all’estero lo spazio della loro crescita professionale?
E perché quando sono fuori dai nostri confini raccontano di aver trovato società vive, dinamiche, multietniche e di avere respirato per strada libertà e il futuro, non paure e tristezza come da noi?
Perché siamo una società bloccata, priva di mobilità sociale e territoriale.
I nostri giovani in molti casi hanno più talento dei loro coetanei di altre nazionalità.
Investiamo su di loro, sulla loro formazione. Facciamogli girare il mondo, creiamo le condizioni perché sia valorizzato chi merita.
Noi dovremmo puntare su tutto ciò che schioda l’immobilismo e crea aperture e mobilità.
Faccio solo alcuni esempi.
Perché non immaginare un anno di Erasmus obbligatorio all’estero durante il percorso formativo?
Perché non investire risorse per chiamare studenti stranieri in Italia, in particolare nelle Università del sud, che ha bisogno di innesti di novità e diversità?
Perché non immaginare un Erasmus interno, portando 100.000 giovani del sud a studiare al nord e 100.000 giovani del nord a studiare al sud?
Perché non spostare incentivi e detrazioni dalla proprietà della casa, che vincola alla immobilità, all’affitto che invece aiuta la mobilità territoriale e lavorativa
Dobbiamo liberare la società italiana, sprigionare energie, non proteggere rendite di posizione.
Offrire opportunità, non solo tutele.
Abbiamo un grande e ricco dibattito, dentro Area Democratica, sul tema del lavoro, e questi giorni serviranno per approfondirlo, anche tecnicamente.
Abbiamo proposto, tutti d’accordo, interventi urgenti: sostenere con la detassazione i redditi medio bassi dei lavoratori e dei pensionati. Estendere gli ammortizzatori sociali, assegno di disoccupazione a tutti i lavoratori colpiti dalla crisi.
Ma non basta tamponare.
Occorre pensare al dopo, a come vogliamo che sia il mercato del lavoro del futuro. E qui siamo più divisi tra noi.
Io vorrei solo limitarmi a dire una cosa: attenzione a non fare una discussione datata, parlando di un mondo che non c’è più, distinguendoci tra noi su sul tipo di braghe da mettere a chi non vuole proprio più indossarle.
Oggi il sogno di un ragazzo non è più quello di suo padre: il posto fisso, identico per tutta la vita, tranquillo nello stesso luogo.
E non parlo solo dei livelli alti. Sia un ricercatore universitario che un giovane cameriere oggi, a differenza dei loro genitori, sognano molto di più di loro di cambiare nel corso della vita lavoro e città.
Vogliono vivere una vita dinamica, vogliono opportunità oltre che garanzie e tutele.
E noi invece parliamo solo di queste. Tipologie contrattuali, regole, protezioni ma sembriamo incapaci di capire cosa desiderano per il loro futuro.
Poi discuteremo delle norme ma prima dobbiamo accordarci sui principi ispiratori. E io penso che un partito riformista al passo coi tempi debba pensare a un mondo del lavoro in cui esiste una base di garanzie universali per tutti, anche oltre la distinzione lavoro dipendente e autonomo, e poi lascia un grande spazio all’autonomia contrattuale.
Base comune di tutele su rapporto di lavoro, previdenza, ammortizzatori sociali, salario minimo, ma poi libertà e dinamicità nelle tipologie contrattuali.
Flessibilità come opportunità, non come condanna alla precarietà e alla paura del futuro.
Anche qui dobbiamo essere capaci di fare battaglie giuste senza chiederci troppo se ci costeranno in termini di consenso, se verranno capite dai nostri tradizionali mondi di riferimento, se sono troppo moderate o troppo di sinistra.
Sono parametri di valutazione vecchi, che condizionano la nostra capacità di innovare e che non esistono più nella testa degli elettori ma residuano solo nel modo di pensare di troppi nei gruppi dirigenti.
Scegliamo battaglie giuste senza chiederci come classificarle secondo le categorie ideologiche del 900.
E diciamo dei sì e dei no, senza paludati detti e non detti.
Diciamo cose chiare con un linguaggio che la gente capisca.
Questo vogliamo: un Pd capace di dire sì, sì, no, no, senza pensare se una cosa è troppo moderata o troppo di sinistra.
Si all’acqua pubblica, sì a un referendum che, ben al di là dell’effetto tecnico dei quesiti, rappresenta una grande battaglia culturale per la difesa dell’acqua come bene pubblico, prezioso e limitato, da sottrarre alle sole logiche del mercato e del profitto.
No all’anzianità e sì al merito e ai risultati come criteri per gli avanzamenti di stipendio e di carriera.
Sì a far pagare più tasse alle imprese che inquinano e meno a quelle che investono in ricerca
No al nucleare, senza ambiguità, per ragioni economiche e sì invece a quella che dovrebbe essere la naturale vocazione italiana per le energie rinnovabili.
Si a una società in cui l’immigrazione e l’integrazione diventano un modo di preparare i giovani al mondo multietnico in cui dovranno crescere e invecchiare.
No all’immobilità di un sistema di protezioni sociali che tutela i più anziani ma abbandona i giovani, li priva di futuro e sì quindi ad un innalzamento dell’età pensionabile, prova di solidarietà e non di egoismo nei rapporti tra generazioni.
Si a una politica che recupera il senso etico di alcune battaglie, indipendentemente dagli interessi che toccano e da come vengono lette politologicamente.
Non so se è troppo di sinistra, ad esempio, pensare ad una moratoria nell’acquisto di sistemi d’arma da parte del nostro governo. Ma credo che in un frangente come questo di gravissima crisi sociale, nel quale si fatica a racimolare le risorse per lenire la sofferenza di centinaia di migliaia di persone, sia francamente incomprensibile, e direi anche oltre la soglia delle cose moralmente accettabili, spendere in armi da guerra.
10 miliardi in tre anni, hanno previsto.
Sono solo alcune piste di discussione.
Ciò che dobbiamo sapere è che la strada che dobbiamo cercare insieme non può che essere quella del cambiamento, non della conservazione, se vogliamo essere fedeli all’impegno che abbiamo assunto quando abbiamo detto che saremmo stati un partito nuovo, nato per ricostruire la coscienza civile di questo paese, per liberarlo dalla conservazione e dalla paura.
Questo è il ruolo di Area Democratica.
Non una vecchia corrente, nata per tutelare i propri aderenti nella vita interna, ma una moltitudine di persone, culture, sensibilità che sa che la propria missione è quella di tenere il Partito Democratico il più possibile vicino all’idea originaria.
Incontro anch’io in giro disillusione e stanchezza. Qualche volta anche rabbia per un disegno così entusiasmante che sembra ripiegato su se stesso così in fretta.
Vorrei che tutti noi dicessimo a quelle persone che siamo appena all’inizio, che il partito è appena nato e dovrà durare decenni, che la vita politica, come la vita, è fatta di vittorie e sconfitte, di gioie e amarezze.
Ma non possiamo fermarci. A noi lo impedisce quel milione di persone che a noi ha affidato le speranza in un partito diverso e in un’Italia migliore, abitata da italiani nuovi.
Qualche giorno dopo le primarie ho ricevuto, tra le centinaia di messaggi pieni di delusione e di affetto, il biglietto di una ragazza, una delle tante volontarie che hanno affrontato con noi la scommessa del 25 ottobre.
C’era scritto: abbiamo visto la stella ma non ci abbiamo creduto.
Anche per lei non possiamo fermarci.
Anche per lei dobbiamo alzare lo sguardo e riprendere a camminare.

da www.areadem.info

«Paesaggio addio: arriva l'abuso legale», di Vittorio Emiliani

Ciascuno è padrone a casa sua». È uno dei punti forti della “filosofia” politica con la quale Silvio Berlusconi ha “sedotto” milioni e milioni di italiani insofferenti di leggi, regolamenti, vincoli tesi a far prevalere, prima di lui, l’interesse generale. No, con la Casa delle Libertà devono trionfare gli interessi individuali. Meglio se cementizi. E ora arriva bel bello il ministro Sandro Bondi col decreto n.199/17.3.10, che “semplifica” (attenzione) le procedure per l’autorizzazione paesaggistica agli “interventi di lieve entità” (attenzione, due volte). Il ministro ha tenuto in vita il Codice per il paesaggio e però vara norme che lo aggirano. Il pacco plana su città in cui – basta girare l’occhio nella Roma di Alemanno – l’abuso è già la norma, con insegne, le più trucide, dovunque, anche in piena area storica, coi maxi-cartelloni tornati a vigoreggiare (contro tale giungla la Rete dei Comitati avanza domani una proposta di legge popolare), con balconi divenuti verande chiuse. Uno spettacolo da metropoli stracciona. Il decreto proposto diventa dunque la legalizzazione preventiva dello sfregio al paesaggio. E l’opposizione parlamentare? Non pervenuta. Eppure il provvedimento prescrive tempi, di fatto, impossibili. «Il procedimento autorizzatorio semplificato deve concludersi con un provvedimento espresso entro 60 giorni dal ricevimento della domanda». Se poi la Soprintendenza rigetta la richiesta e l’interessato ricorre, l’organo di tutela ha appena 30 giorni di tempo per dire di sì o di no. Ora, le Soprintendenze ai Beni architettonici, in quasi tutta Italia, sono afflitte da una tale carenza di tecnici che ognuno di questi si trova a dover sbrigare, nei 200 giorni lavorativi, un migliaio di pratiche, appena 4 o 5 al giorno. Aggiungiamoci le perentorie “semplificazioni” alla Bondi e avremo una alluvione di carte. Quando il parere del Soprintendente è vincolante, i giorni per esprimerlo scendono a 25…

Una parte di queste “semplificazioni”, va detto, non si applica ai centri storici (purché definiti però da piani urbanistici comunali), cioè alle zone “A” tutelate dalla legge-ponte per l’urbanistica nel 1968 quando l’Italia ancora pianificava. Ma il paesaggio non è fatto soltanto di centri storici, e inoltre vi sono Comuni che non li hanno definiti, oppure non li tutelano in modo rigoroso. Dunque, dentro quelle mura secolari, le semplificazioni berlusconiane potranno produrre sfracelli. Intanto il decreto prevede aumenti delle volumetrie fino al 10 per cento (zone A escluse): è la logica del Piano Casa che per ora è un flop clamoroso, ma loro ci riprovano. Riguarda la chiusura di balconi e terrazze, la tinteggiatura (spesso fondamentale per il paesaggio, urbano e non) delle pareti esterne e la stessa copertura degli edifici esistenti. Con quali materiali? Non si sa. Mentre è importante sapere se si tratta di coppi tradizionali, di lastre di pietra o invece di tegole marsigliesi o di plastica. Libertà, finalmente, anche per una selva di abbaini, canne fumarie, comignoli, terrazzine, lucernari.

È o no la casa delle libertà per padroni e padroncini? Alla faccia della “lieve entità”. Poi ti affacci da questi edifici e ti appare (era ora!) una colorata e autorizzata foresta di cartelloni e di insegne pubblicitarie, i primi fino a 12 mq. Più tende e tendoni, con quelle vezzose “mantovane” che a Roma e altrove esibiscono scritte pubblicitarie. Una gioia per la vista. Tutto “semplificato”, cioè libero. Capitolo “pesante” quello dell’adeguamento alle norme antisismiche: tutta Italia è a rischio, esclusa la Sardegna, la corona delle Alpi e la pianura padana (in parte). In questo caso l’autorizzazione “veloce” investe pure i centri storici. Così come le regole per il contenimento energetico. Esclusi controlli penetranti, i pericoli di stravolgimento a base (nel primo caso) di cemento appaiono incombenti. Altre semplificazioni minacciano gli alvei, già depredati, di fiumi e torrenti. I leghisti sono convinti (una fesseria, secondo i tecnici) che la mancata escavazione di ghiaia a monte provochi alluvioni a valle. Una tesi ovviamente cara ai cavatori di sabbia e ghiaia. Ora accontentati per decreto. Lo stesso per il ripascimento delle spiagge, da realizzare con sabbia dello stesso tipo. Non come al Poetto di Cagliari, dove quella magnifica spiaggia bianca – racconta l’ex parlamentare verde Sauro Turroni, uno dei più competenti e combattivi – venne sostituita con una rena grigia, quasi cementizia. Perché non c’era stata nessuna verifica tecnica di livello. E così sarà ora, sempre di più, sempre più estesamente, nell’Italia inquinata dal berlusconismo, dove “ognuno è padrone a casa sua”. Anche Claudio Scajola il quale può comunque godersi la vista del Colosseo.

da www.unita.it

«Nuovi taglia alla cieca», di Stefano Fassina

La tragedia greca ha posto la situazione di finanza pubblica italiana in un quadro di vigile fiducia. È giusto, perché l’Italia ha fondamentali economici e sociali decisamente migliori dei PIGS (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). È un bene per tutti, soprattutto per i pi vulnerabili, i disoccupati, i pensionati, non essere tra i Paesi a rischio.

Va riconosciuto che G.T 3 è certamente la migliore versione di Giulio Tremonti sperimentata fino ad oggi a via XX Settembre. Infatti, dobbiamo ricordare a quanti oggi celebrano le performance del nostro Ministro che, nelle due versioni precedenti, non aveva avuto altrettanta sensibilità per il bilancio pubblico. Nella legislatura 2001-2006 aveva lasciato in eredità al Governo Prodi un’infrazione comunitaria per deficit eccessivo, un debito pubblico in risalita dopo 13 anni di calo e l’onere politico di un pesante aggiustamento finanziario da compiere.
Dobbiamo anche ricordare che l’esecutivo Berlusconi a Maggio 2008 non si è insediato, come il povero Papandreou, ad Atena. A Palazzo Chigi ha trovato i conti pubblici in buon ordine e il debito riportato in discesa Solo un dato, purtroppo tecnico, ma importante: un avanzo primario strutturale (indicatore corretto per gli effetti dell’andamento dell’economia) dell’ 1,9% che la prudenza del Ministro Tremonti ha comunque dimezzato.

Insomma, se il Governo Berlusconi fosse ripartito da dove aveva lasciato il Paese neI 2006, oggi la nostra situazione sarebbe certamente molto, molto, pi complicata. Un minimo di onestà intellettuale da parte del centrodestra aiuterebbe a favorire il confronto costruttivo su difficili scelte economiche. In tale contesto, la novità della manovra preannunciata ieri è l’inasprimento, di circa 7 miliardi di euro, della correzione necessaria a centrare gli obiettivi fissati neI 2008. Si inasprisce una medicina già molto amara. Ai consistenti tagli già attuati e previsti si aggiungeranno altri tagli.

Tagli alla cieca, tagli agli investimenti e alle prestazioni sociali per compensare l’incapacità di controllare la spesa per acquisto di beni e servizi e la scelta di allargare il campo dell’evasione fiscale. Soprattutto! tagli in assenza di una strategia per la crescita. Infatti, il Ministro Tremonti, pur nella sua versione evoluta, persevera in un grave errore di impostazione: confonde la variabile vincolo con la variabile obiettivo ha assunto il controllo della finanza pubblica come obiettivo della politica economica, mentre doveva essere il vincolo in relazione all’obiettivo della crescita e della coesione sociale. Obiettivi da perseguire attraverso un ventaglio di riforme per aggredire i nodi che da un quarto di secolo determinano la caduta della nostra produttività, Non è un errore tecnico.

È conseguenza di una cultura politica dominata dai sondaggi quotidiani, dalla sfiducia nell’italia civile ed innovativa, da un minimalismo corporativo a salvaguardia di rendite e cieche convenienze di interessi di corto respiro.
L’errore di Tremonti e del Governo, oltre che profondamente iniquo, è pericoloso perché senza crescita e coesione sociale non si stabilizza la finanza pubblica. Urge inversione di rotta.

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«E ora arriva la stangata di Bianca Di Giovanni», di Bianca Di Giovanni

Il governo scopre le cifre del suo immobilismo: deficit in aumento, Pil in discesa. Sono numeri pesanti, quelli della Relazione unificata sull’economia e la finanza (Ruef) diramata ieri dal Tesoro: per rispettare gli impegni presi con l’Europa l’Italia dovrà affrontare una manovra di 25 miliardi nei prossimi due anni (l’1,6% del Pil). Una stangata che potrebbe avere costi sociali pesantissimi in unasituazione di crisi come quella attuale. Lacrime e sangue, conunadisoccupazione prevista in crescita nel 2010 all’8,7%, rispetto al 7,8% di un anno fa. In serata arriva la conferma di Silvio Berlusconi. «La priorità assoluta è il rigore», dichiara il premier, solitamente abituato ad annunci di ben altro tenore.

Evidentemente la situazione è grave: l’Italia è sotto attacco dei mercati, e il governo lancia segnali di solidità finanziaria. Lo spettro della Grecia fa tremare le cancellerie europee: oggi anche il nostro Paese andrà in soccorso del grande malato conun decreto da 5,5 miliardi di euro.Ma il mercato è volubile. Basta nulla per provocarlo.

Per questo serve una cura forte a un bilancio che in un paio d’anni ha polverizzato tutti i traguardi raggiunti prima (da un altro governo): avanzo primario diventato negativo, spesa corrente aumentata, spesa per investimenti diminuita, entrate ridotte più di quanto non giustifichi la crisi (il dato complessivo tiene solo grazie allo scudo fiscale). Giulio Tremonti sa bene che il momento è di quelli che fanno tremare i polsi. Intervenendo in Parlamento (dove parla in un’Aula in cui spiccano le assenze del centrodestra)
sulla crisi che ora sconquassa l’Europa dice chiaro e tondo che tutta l’area euro e a rischio, per questo serve una «reazione europea» che ha come obiettivo «la stabilità dell’euro ». Per il ministro si tratta di una «lunga grande guerra» (citazione di Churchill) da affrontare uniti. Il decreto italiano non avrà effetti sul deficit: i 5,5 miliardi saranno fornito con l’emissione di titoli (che pesano sul debito), ma ai fini di Maastricht non saranno conteggiati. Alla fine il saldo sarà positivo, perché si tratta di un prestito al tasso del 5% (più alto della remunerazione del debito italiano). Precisazione importante quella sui conti. Nell’ultimo documento,
infatti, il ministero dell’Economia aggiorna il quadro con le stime macroeconomiche per l’Italia e annuncia «incisive» riforme per i prossimi due anni.
«La sfida dei prossimi anni – si legge – sarà quella di attuare strategie per innalzare la crescita del paese con un incisivo programma di riforme e per rientrare dai nuovi livelli del rapporto debito/ Pil». Il Pil quest’anno crescerà dell’1% e non dell’1,1% come previsto in precedenza e solo dal prossimo anno si avrà una crescita più robusta pari all’1,5%. Mentre per tornare ai livelli pre-crisi occorrerà attendere il2012 quando il Pilaumenterà del 2%. Anche sulla finanza pubblica dalla Ruef non emerge un quadro incoraggiante. Il deficit del 2010 viene confermato al 5% del Pil, ma il debito schizza al 118,4% rispetto al 116,9% della precedente stima. Soltanto dal 2012 è previsto riprendere «un profilo discendente» del debito che si dovrebbe attestare al 117,2%. Quanto al disavanzo, l’esecutivo assicura che «intende mantenere gli impegni assunti in sede europea, confermando il percorso di consolidamento finanziario: gli obiettivi programmatici restano fissati al 3,9% del Pil nel 2011 e al 2,7%nel 2012». L’inflazione dovrebbe rialzare la testa attestandosi nel 2010all’1,3% . Sul mercato del alvoro le prospettive restano nere. Nell’anno
in corso le unità a tempo pieno di occupati si ridurranno dello 0,4%. Vista in calo anche la pressione fiscale, che dovrebbe scendere sotto la quota del 2008, al 42,8% (grazie al recupero del Pil).

«Non sappiamo nulla di questa manovra e, anzi, pensiamo che Tremonti dovrebbe convocarci – ha reagito il segretario Cgil Guglielmo Epifani – Fino a ieri si diceva che tutto andava bene. Quello che temo è che questa crisi porti a politiche restrittive con un allargamento dei problemi della disoccupazione e di restrizione della base produttiva». «Appare sempre più chiaro – aggiunge
Francesco Boccia per il Pd – che nelle presto, comunque prima dell’assestamento previsto per il 30 giugno il governo dovrà tirare giù la maschera sulla tenuta dei conti pubblici».

da www.unita.it

Al via il riordino degli enti Miur: quale futuro per la ricerca pubblica? *

A due mesi dall’entrata in vigore del D. Lgs. 213/2009, sta per avere avvio il riordino degli enti di ricerca vigilati dal Miur.

Infatti, il Ministro Gelmini ha nominato cinque esperti per ciascuno dei dodici enti sottoposti a riordino: essi, ai sensi del D.Lgs. 213/2009, integreranno i consigli d’amministrazione degli enti coinvolti per la prima stesura di statuti e regolamenti. Dei sessanta complessivi, che insieme ai consigli d’amministrazione in carica dovranno tra l’altro assicurare che statuti e regolamenti prevedano «norme anti-discriminatorie tra donne e uomini nella composizione degli organi», le donne sarebbero soltanto quattro.

Sulla base delle scadenze prospettate dal decreto, gli schemi di statuti e regolamenti dovranno essere deliberati, previo parere dei Consigli scientifici, entro il prossimo 16 agosto. Seguirà l’esame da parte del Ministro, che avrà facoltà di formulare osservazioni di merito e di legittimità, con la clausola del silenzio-assenso, entro sessanta giorni dalla ricezione degli stessi. Ottenuta l’approvazione, seguirà la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale e, entro il bimestre successivo, il completamento delle procedure di nomina di Presidenti e consigli d’amministrazione. Il decreto prevede testualmente che «Gli organi degli enti in carica o scaduti» alla data d’entrata in vigore rimangano in carica «fino alla data di entrata in vigore dei nuovi statuti o fino al completamento delle procedure di nomina».

Il decreto presenta un impianto che nel complesso non condividiamo, frutto sia dei limiti intrinseci della L. 165/07 sia di un esercizio della delega da essa prevista eccessivamente caratterizzata da eccessi e distorsioni. Ne risulta un quadro paradossale, che rischia di condizionare anche in modo dannoso la già risicata autonomia degli enti e dei loro addetti, a partire dai ricercatori.

Tuttavia, oltre alle questioni di merito, su cui torneremo e alle quali occorrerà prestare la massima attenzione, riteniamo dannoso il metodo seguito dal Governo per intervenire in generale in materia di ricerca. Figlio di un quadro che si contraddistingue per la ferma volontà di evitare il confronto, è tenuto insieme da un comune denominatore che lega gli enti Miur a quelli vigilati da altri ministeri. Si pensi agli misure riguardanti Ispra, Enea, Isfol, Ispesl, ecc., caratterizzati da usi impropri della decretazione d’urgenza o del voto di fiducia, spesso seguiti da commissariamenti e ristrutturazioni che sovente creano più problemi di quanti non cerchino di risolverne.

È un quadro che non ha prodotto modifiche sostanziali dello schema di decreto adottato in prima lettura dal Governo e trasmesso alle commissioni parlamentari competenti: il Governo ha nei fatti ignorati i rilievi delle Commissioni cultura di Camera e Senato, che evidenziano oltretutto varie assonanze con le nostre osservazioni. Così, lungi dal rispondere a un disegno organico, ci troviamo di fronte a un quadro che rischia di parcellizzare ulteriormente un settore già eccessivamente caratterizzato da un’estrema frammentazione.

Ciliegina sulla torta: la fretta non ha probabilmente consentito neanche una revisione tecnica del testo, che presenta non poche contraddizioni, sino al punto di prevedere un evidente errore nell’abrogare una norma.

Si rende pertanto necessaria l’adozione di un provvedimento correttivo che, secondo quanto previsto dalla L.165/2007, può essere emanato entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore del D. Lgs. 213/2009. A riguardo, ribadiamo che, per quanto possibile nel corso dell’iter di adozione dello stesso o con provvedimenti legislativi ad hoc, occorre introdurre ulteriori correttivi mirati a

valorizzare l’autonomia e la partecipazione della comunità scientifica (e ciò anche nella fase di prima stesura di statuti e regolamenti), recuperando lo spirito della Carta europea dei ricercatori e dell’art. 12 del Ccnl 2006-2009 sottoscritto il 13 maggio 2009;
rilanciare il reclutamento;
favorire reali processi di mobilità tra enti, università, istituzioni di alta formazione e mondo produttivo;
introdurre adeguate norme di raccordo per gli enti vigilati da ministeri diversi dal Miur, in particolare sulle questioni inerenti a reclutamento, personale, mobilità, in un’ottica di vera e concreta riaffermazione della specificità e dell’autonomia della ricerca pubblica extra universitaria e, in quest’ambito, ribadire la peculiarità del modello contrattuale per il personale degli Enti pubblici di ricerca.
Il quadro è pienamente coerente con la totale assenza di dialogo – o anche di semplice comunicazione – con, nel nostro caso, la comunità scientifica, in controtendenza con gli stessi orientamenti generali che maturano nell’Unione europea, che, anche in sede di ridefinizione degli obiettivi di Lisbona in vista del 2020, recupera il valore del partenariato sociale, caldeggiandone l’estensione anche alle autorità nazionali, locali e regionali, alle parti sociali, alle parti interessate e alla società civile.

L’esclusione della comunità scientifica dalla partecipazione attiva ai processi decisionali rappresenta una delle peggiori calamità potenziali anche per la capacità degli enti di rispondere efficacemente alle sfide imposte alla nostra ricerca pubblica. Allo scopo di stimolare il dibattito e sviluppare opportunità concrete di comunicazione che siano anche in grado di favorire la condivisione di esperienze tra enti diversi, abbiamo deciso di attivare quattro spazi di discussione, dedicati rispettivamente agli enti vigilati dal Miur, alle problematiche inerenti ai settori dell’energia e dell’ambiente, agli interventi in cantiere per gli enti vigilati dal ministero del Welfare, alla situazione di quanti operano nel settore della ricerca in agricoltura.

Ciò come parte del percorso avviato unitariamente con l’iniziativa tenutasi lo scorso 19 febbraio presso la sede dell’Ingv di Roma.

* da flcgil.it clicca qui per leggere i documenti allegati

Sul lavoro non molliamo. Bersani in Sardegna

Il lavoro e la sua tutela sono la priorità del Pd. Questo è il messaggio forte che arriva dall’incontro che il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha avuto con i lavoratori di Cagliari, di Iglesias e delle fabbriche del Medio Campidano, durante la due giorni del viaggio in Sardegna del leader democratico. Accanto ai lavoratori per sostenere le loro cause e per rilanciare una linea politica a tutela dell’occupazione come risposta anti-crisi. Quindi in una conferenza stampa finale Bersani ha risposto alle domande dei cronisti sulle prossime elezioni amministrative sarde e sulla difficile situazione in cui l’inaffidabile governo Berlusconi sta navigando.

Il lavoro, una priorità per il Paese. “Viviamo una situazione difficile nel Paese e il Governo in questi due anni non ha allestito una politica che desse un po’ di stimolo all’occupazione e agli investimenti. Vorrei che dalla Sardegna questa critica suonasse ancora più forte, perché ci troviamo nei luoghi principali di questo dramma. Noi vogliamo parlare di lavoro, invitando tutti a non mollare. Il Pd farà di tutto, ci metteremo tutto il sudore necessario per trovare soluzioni”. Questo è l’impegno che Bersani ha assunto a Villacidro davanti ai lavoratori delle fabbriche del Medio Campidano.

“Sono al vostro fianco, non solo perché state difendendo l’occupazione e la vostra vita, ma anche perché state difendendo un presidio di ricchezza per tutti”, ha continuato il leader democratico ripercorrendo le tappe delle lotte operaie in Sardegna.

“Quando si riesce a difendere e dare prospettiva a un settore produttivo e industriale – ha detto Bersani – si tiene in piedi un pezzo del futuro della propria regione, del proprio territorio. Sono lotte che questi lavoratori fanno per loro stessi e per tutti. In questi due giorni in Sardegna sarò al fianco di lavoratori e sindacati per capire i problemi e studiare un’azione comune in difesa di questa gente”.

Giunto a Iglesias, Bersani a incontrato gli operai della Rockwool che gli hanno lanciato l’allarme di sentirsi abbandonati dalle istituzioni: “ogni posto di lavoro perso è un dramma per una intera famiglia, non lasciateci soli” hanno spiegato i 67 minatori cassaintegrati sardi che dal 13 aprile scorso stanno presidiando il ponte della statale 130.

”Questo è un territorio con una presenza di multinazionali – ha risposto Bersani – che subisce forti scompensi per l’azione di queste società che comprano, non fanno investimenti e poi fuggono, come giustamente denunciano i lavoratori. Il Governo deve pretendere da queste multinazionali che non vadano via e non chiudano gli impianti. Ci vuole la massima attenzione e incoraggiare gli investimenti di nuovi imprenditori e non abbandonare i lavoratori”.

“Un’intesa preliminare fra Eni e Ramco adesso c’è, anche grazie al buon lavoro degli uffici del ministero. Sarà necessario un certo periodo di tempo per perfezionare gli stessi accordi e le procedure. A questo punto i commissari, cui spetta il compito di gestire l’azienda, sono nelle condizioni di poter riavviare gli impianti. E’ fondamentale che lo facciano e che il governo, pur in una situazione di instabilità, si preoccupi di stimolare questa decisione e di seguire con ogni attenzione una vicenda industriale di rilievo eccezionale e di grande delicatezza”.

Il governo nella palude, tra scandali e corruzioni. Sull’inchiesta degli appalti per l’eolico in Sardegna, per il segretario del Pd “stanno emergendo delle cose sconcertanti e mi aspetterei che il Governo dicesse la sua. Poi la magistratura farà il suo dovere, ma il Governo deve spiegarci come è possibile che un sistema di appalti riservati e secretati dia luogo a corruzione, a trasferimento di capitali illeciti all’estero che poi vengono ripuliti e rientrano con lo scudo fiscale. Il Governo deve dire cosa pensa di quello che sta succedendo, io penso che sia una vergogna”.

Quanto alla smentita di Berlusconi sulla presunta congiura della magistratura ai danni del Governo, Bersani è stato categorico: “sarà la terza o quarta volta che smentisce una sua dichiarazione, vuol dire che c’è qualcuno che inventa sempre. Il Governo anzichè parlare di complotti deve dire quello pensa su quanto sta avvenendo fuori”.

Ipotesi di elezioni anticipate. Pier Luigi Bersani ha ribadito la posizione del Pd: non le cerchiamo e, soprattutto, non le temiamo. “Ho sempre detto – ha ricordato Bersani – che siamo a un bivio tra palude e un qualche strappo. Certamente questo governo sia nelle condizioni politiche che nelle condizioni programmatiche non mi pare capace di affrontare i problemi. Vedremo dove porteranno le loro dinamiche interne: da parte nostra le elezioni non le cerchiamo e non le temiamo”.

Italia tra i tre paesi al mondo più industrializzati in proporzione al Pil. “I siti della chimica vanno messi in ordine, bisogna tutelare gli operai e trovare dei soggetti industriali in grado di tenere assieme questa filiera. Nel caso della Vinyls, o se la tiene l’Eni o si trova un interlocutore affidabile”. Lo ha dichiarato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, rispondendo alle domande dei cronisti sull’incontro al ministero per lo Sviluppo Economico sulla vertenza Vinyls. “Ieri è stato fatto un passo importante, che non è certo risolutivo, ma ci puo’ mettere in condizione di verificare se i commissari possono riattivare la produzione degli impianti”.

Il segretario del Pd ha poi ribadito l’importanza della chimica, in Italia, e ha attaccato il Governo perché sinora ha fatto poco. “In pochi sanno che l’Italia, insieme a Giappone e Germania, è il Paese che nel mondo che fa più Pil attorno all’industria e ai servizi collegati, quindi in proporzione possiamo definirci uno dei tre paesi più industrializzati del mondo. Quindi da parte del Governo ci vorrebbe più impegno a difendere questi settori”.

Elezioni Amministrative in Sardegna. “Oggi più che mai fare campagna elettorale significa portarsi sul fronte dei problemi. Questa è una straordinaria occasione per parlare delle cose vere, abbassare i toni della propaganda generica e avvicinarsi ai problemi reali della gente”. Così il leader del Pd Pier Luigi Bersani, ha aperto la campagna del voto a Cagliari e Villacidro, prime tappe del suo tour di due giorni in vista delle amministrative del 30 e 31 maggio in Sardegna.

“Viviamo una situazione difficile nel Paese e il Governo in questi due anni non ha allestito una politica che desse un po’ di stimolo all’occupazione e agli investimenti. Vorrei che dalla Sardegna questa critica suonasse ancora più forte, perché ci troviamo nei luoghi principali di questo dramma”.

Non sono mancate critiche alla Giunta regionale di Ugo Cappellacci. “I sardi possono già trarre le prime conclusioni di questa esperienza di governo, che non ha portato a niente. Ricordo tante promesse in campagna elettorale, dalla Sassari-Olbia alla telefonata di Berlusconi a Putin per le industrie sarde, ma poi cosa è successo? Credo che i sardi – ha concluso Bersani – una piccola riflessione la faranno”.

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Secondo giorno

Bersani ha incontrato i lavoratori del Sulcis Iglesiente, uno dei territori più colpiti dalla crisi, con trentamila disoccupati e migliaia di posti di lavoro persi. “Non mi piace fare promesse – ha dichiarato il leader democratico durante l’assemblea dei lavoratori nella sede della Eurallumina – non è questo il modo serio per affrontare i problemi, ma ho scelto di venire in questi luoghi di lavoro, dove vi è una forte crisi, per stare al fianco di chi soffre, perché un posto di lavoro in meno è un dramma per una intera famiglia”.

Il caso dell’Eurallumina, e di altre aziende in crisi come la Portovesme Srl, l’Otefal e la Rockwooll, “sono vertenze che conosco bene e che seguo da tempo, in un territorio che ha il triste primato della disoccupazione giovanile al 44% – ha detto Bersani, accompagnato dal sindaco di Carbonia, Tore Cherchi, candidato del centrosinistra alla presidenza della Provincia di Carbonia-Iglesias – su Alcoa la mobilitazione enorme che vi è stata ha preso per i capelli il rischio di abbandono, ma il problema non è risolto del tutto e verrà affrontato, mi auguro con successo, al tavolo del Ministero. Su Eurallumina la situazione è veramente molto preoccupante. Credo che nel quadro dei rapporti fra Italia e Russia, e non tanto dell’amicizia fra Berlusconi e Putin che non porta niente, avrebbe dovuto esser possibile trovare una intesa”.

I conti del governo e la manovra da 25 miliardi. Per Bersani “è inutile vantarsi dei dati sui conti pubblici che vedono l’Italia nella media dell’Ue”.
“Il Governo – ha continuato Bersani – sta dando una mistificazione profonda perché vi è una piccola differenza: l’Italia nei due anni precedenti è calata più del 6% di Pil, mentre gli altri sono calati del 3%. Cioè significa che noi per andare al passo con gli altri dobbiamo viaggiare alla velocità doppia degli altri, altrimenti non siamo al pari degli altri. Se gli altri ci mettono cinque anni per uscire dalla crisi noi ce ne mettiamo dieci”.

“Nei due anni passati abbiamo avuto 20 miliardi in meno di incasso Iva, siamo ad una riduzione delle entrate fiscali che è ben superiore all’andamento della crisi. La spesa corrente è cresciuta, però si continua ad esempio a tagliare nella scuola. Se si vuol fare una vera azione di lotta alla evasione fiscale qualcosa si porta a casa, perche’ nel mare magnum basta poco, è talmente grande che con un paio di misure arriverebbero subito un po’ di miliardi”.

La manovra correttiva annunciata da Tremonti pari a 25 miliardi è “una cattiva notizia. Quando si cresce così poco alla fine non si riescono a tenere assieme neanche i conti – ha affermato Bersani – in Italia c’è una crescita troppo bassa, bisogna trovare la chiave per farla aumentare un po’. Sono due anni che questo Governo non fa una politica per gli investimenti, noi abbiamo bisogno di creare lavoro, di migliorare l’andamento dei consumi, dando un po’ di soldi ai redditi più bassi. Bisogna fare uno sforzo per fare una operazione del genere, poi nel medio periodo anche i conti ne risentono positivamente”.

A.Dra da www.partitodemocratico.it

«Se 33 alunni per classe vi sembrano troppi…Al via petizione pro didattica e sicurezza», di A.G.

Le firme, raccolte via internet dal Coordinamento insegnanti delle scuole superiori di Modena “La Politeia”, contestano i nuovi parametri e verranno consegnate alla Corte Costituzionale e alle commissioni Cultura di Camera e Senato: si va verso la riduzione di continuità didattica e di interventi mirati, l’aumento di dispersione e la difficoltà ad organizzare uscite. Duri coi presidi: rischiate grosso.

Il popolo dei contrari a tagli e riforme non è mai domo: dopo gli scioperi della fame, le manifestazioni, normali e plateali, i sit-in, le occupazioni e le recenti minacce di disertare gli scrutini, ora ci provano con la petizione. Non generica, contro i tagli e le riforme imposte dal Governo: la contestazione, nero su bianco, si attua contro l’aumento degli alunni per classe. Ad organizzarla il Coordinamento insegnanti delle scuole superiori di Modena “La Politeia” che, al termine della raccolta firme (di “insegnanti, genitori, alunni, e ogni libero cittadino”), spedirà il documento di protesta alla Corte Costituzionale e alle commissioni Cultura di Camera e Senato. Gli interessati ad aderire non dovranno fare altro che collegarsi con il sito internet http://www.politeia.emr.it/petizione_contro_classi_affollate/ e compilare i “campi” digitali. Caposaldo dell’iniziativa è il rigetto del numero di studenti che potranno essere messi nella stessa aula a partire dal prossimo settembre: “alle superiori – sottolineano i docenti emiliani – le classi iniziali devono avere un numero minimo di 27 alunni e poi i resti vengono distribuiti fino a 30, ma in sede di organico di fatto si potrà pure arrivare a 33. Sono numeri – commentano i docenti – che peggioreranno la qualità del servizio e faranno andare le aule scolastiche ed i laboratori fuori norma: sia in riferimento agli indici minimi di funzionalità didattica (D.M. 18 dicembre 1975 – Norme tecniche per l’edilizia Scolastica) che stabilisce i parametri spaziali minimi a disposizione di ogni persona presente nei locali scolastici (1,80 metri quadri netti per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado; 1,96 metri quadri netti per le scuole secondarie di II grado), sia per la prevenzione incendi (D.M. 26 agosto 1992 – Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica)” che al “punto 5 (Affollamento) stabilisce il limite massimo di persone presenti in un’aula nel numero di 26)”.I promotori dell’iniziativa sono inoltre convinti che l’eccessivo numero di allievi per classe inficerà anche la qualità dell’offerta formativa, che “potrebbe risultare inevitabilmente compromessa”: l’applicazione dei nuovi parametri potrebbe produrre “dispersione scolastica, soprattutto nelle classi iniziali i margini di intervento da parte degli insegnanti nei confronti di studenti con difficoltà di approccio a determinate discipline risultano sottoposti a fortissime limitazioni”.L’eccessivo numero di allievi per aula comprometterebbe, inoltre, gli “interventi individualizzati”, la cui attuazione verrebbe”fortemente limitata” dall’impossibilità “da parte del corpo docente di elaborare percorsi formativi finalizzati all’ottimizzazione del profitto scolastico e allo sviluppo delle potenzialità individuali”. Ciò produrrebbe, sempre per il coordinamento delle scuole superiori di Modena, maggiore “discontinuità didattica” ma anche “disgregazione del gruppo classe nel caso di accorpamento di classi intermedie”. E più problematica diventerebbe anche “l’organizzazione delle uscite didattiche”.Nel documento, i docenti richiamano anche “l’attenzione sulle responsabilità civili e penali che potrebbero discendere sulla dirigenza scolastica qualora detta normativa fosse applicata a scapito della disciplina costituzionalmente garantita sulla sicurezza e sulla prevenzione nei plessi scolastici”. Un messaggio, quest’ultimo che giunge a coloro che, proprio in questi giorni, facenti parte dei consigli d’istituto delle scuole si stanno riunendo per discutere, tra le altre cose, proprio dei criteri per la formazione delle classi: secondo il coordinamento modenese il dirigente scolastico e il consiglio d’istituto avrebbero quindi “il compito e il dovere di verificare caso per caso, aula per aula, se sia possibile l’applicazione legittima delle normative inerente all’innalzamento del numero degli alunni per classe. In caso di inadempienza – si legge nel testo della petizione – , essi stessi potrebbero essere responsabili della gravissima violazione delle norme sulla sicurezza e sulla prevenzione”.

da Tecnica della Scuola