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"Quando manca la politica", di Tito Boeri

E’ stata quella di ieri un’altra giornata di grande nervosismo sui mercati finanziari.
Non solo in Europa, ma anche oltre Oceano. Si teme il contagio della crisi greca attraverso un nuovo collasso del sistema finanziario con epicentro questa volta nel Mediterraneo anziché negli Stati Uniti. Moody´s aveva lanciato in mattinata un allarme sul rischio di effetti-domino sul sistema bancario «non solo di Portogallo e Spagna, ma anche di Irlanda, Regno Unito e Italia». La nota dell´agenzia di rating è stata accompagnata da un ulteriore calo dei nostri titoli bancari. La capitalizzazione di borsa di Unicredit, Intesa-San Paolo e Mediobanca si è ridotta di un quarto nell´ultimo mese, trascinando verso il basso Piazza Affari. Tutto questo nonostante le ripetute rassicurazioni di Banca d´Italia sulla solidità del nostro sistema bancario e sul «basso debito complessivo di famiglie, imprese e Stato» nel nostro paese.
Cosa preoccupa gli investitori? E perché le rassicurazioni di Banca d´Italia non sembrano sufficienti a placare questi timori? Il problema non è tanto legato all´esposizione delle banche italiane nei confronti dei titoli di stato della Repubblica Ellenica. Per fortuna questa esposizione è limitata a 5 miliardi, secondo le stime della Bri, vale a dire a un settimo del valore nominale dei titoli greci detenuti dalle banche tedesche, che hanno subito in queste settimane diminuzioni dei loro corsi azionari più contenute di quelle patite dalle banche italiane.
I timori degli investitori riguardano soprattutto la tenuta del debito pubblico italiano, i cui titoli formano una parte preponderante del patrimonio delle nostre banche. Se anche l´Italia dovesse incontrare forti difficoltà nel trovare compratori nelle aste dei titoli di stato, il nostro sistema bancario rischierebbe di venire travolto dalla crisi del debito, come successo in Grecia, il cui sistema bancario è sopravvissuto nelle ultime settimane solo grazie ai continui interventi di rifinanziamento della Bce.
La differenza fondamentale fra la Grecia, lo stesso Portogallo, e l´Italia è, tuttavia, che il debito pubblico da noi è compensato da un forte risparmio privato (il risparmio nazionale è pari a quasi un quinto del nostro prodotto interno lordo). Ciò significa che per finanziare il nostro debito pubblico non abbiamo necessariamente bisogno, come altri paesi, di attrarre capitali dall´estero, dunque non dobbiamo per forza bussare alla porta di investitori stranieri che possono essere molto riluttanti a esporsi verso il Mediterraneo in questi frangenti. Possiamo, invece, farcela anche da soli attingendo ai risparmi delle famiglie e delle imprese italiane. Giusto, dunque, rimarcare, come fa Banca d´Italia, che il debito privato, di famiglie e imprese, è in Italia relativamente contenuto e compensa l´alto debito pubblico. Ma ai mercati queste rassicurazioni non sembrano bastare, forse perché non è la Banca d´Italia che può attivare i risparmi di imprese e famiglie e indirizzarli, in caso di necessità, al finanziamento del nostro debito. Sono interventi alla portata dei governi, che possono agire in questi casi riducendo la spesa pubblica, i trasferimenti al settore privato, o aumentando la raccolta fiscale, per rendere il debito sostenibile.
Per rassicurare i mercati servono, dunque, atti politici, non rassicurazioni tecniche, per quanto corrette e autorevoli. Il nostro governo ha tenuto ben stretti, soprattutto nella prima fase della crisi, i cordoni della borsa, lasciando che questa avesse effetti pesanti sull´economia (il Pil è calato di più da noi che in tutti i paesi del G20 ad eccezione del Giappone, nonostante il nostro paese non sia stato investito da grandi crisi bancarie o dallo scoppio di una bolla immobiliare). Questo ci porta ora ad avere un deficit pubblico relativamente contenuto rispetto a quello degli altri paesi nel mirino dei mercati. E´, in questa congiuntura, un vantaggio importante, di cui dobbiamo essere riconoscenti al nostro ministro dell´Economia. Ma questo vantaggio rischia di rivelarsi effimero in assenza di un piano realistico di rientro del debito. La Relazione Unificata sull´Economia e la Finanza Pubblica presentata proprio ieri dal governo, invece, lascia che il nostro debito pubblico si stabilizzi ai livelli record del 1992, e questo in presenza di stime della crescita tendenziale (in assenza di nuove misure di politica economica) che, alla luce della crisi greca, appaiono troppo ottimistiche .
Per abbattere il debito pubblico bisogna sostenere la crescita varando le tante riforme, per lo più a costo zero per le casse dello Stato, che servono a migliorare il funzionamento del nostro mercato del lavoro, del nostro sistema educativo, ad allungare la vita lavorativa e a rendere più spessi i mercati dei servizi e delle professioni. Sono riforme di cui si discute da anni e che vanno varate al più presto sulla spinta dell´emergenza nazionale. Serviranno a rassicurare i mercati anche se sappiamo già che non hanno effetti immediati sulla crescita. I dubbi sulla tenuta del nostro paese riguardano, infatti, soprattutto il medio periodo.
Ma oggi il governo pensa ad altro. L´unica riforma su cui sembra davvero impegnato, anche a seguito della crescente forza politica acquisita dopo le elezioni amministrative dalla Lega, è il federalismo fiscale. Vuole questa volta fare sul serio per potersi presentare fra tre anni con un trofeo da esibire agli elettori. E´ una riforma che in altri paesi ha portato a forti peggioramenti dei conti pubblici. Legittimo, dunque, il timore, che qualcosa di simile possa avvenire anche da noi, in considerazione dell´irresponsabilità fiscale mostrata da molte amministrazioni decentrate.
Il nostro ministro dell´Economia ha più volte sottolineato che il nostro federalismo fiscale porterà a migliorare i conti pubblici, ma sin qui non ha voluto fornire alcuna cifra sulle implicazioni di finanza pubblica dell´attuazione della legge delega. Questo continuo rinvio alimenta i sospetti, come da molto tempo rimarcato da Luigi Guiso su www.lavoce.info, che il rigore mostrato sin qui dal nostro Ministro dell´Economia fosse volto unicamente a mettere fieno in cascina, risorse da spendere per realizzare il federalismo fiscale, nella consapevolezza che questo sarebbe stato “un bagno di sangue” per le casse dello Stato.
Per questo oggi il Governo ha il dovere di rendere pubblici subito i conti del federalismo fiscale. È un´informazione fondamentale per rassicurare i mercati. Se non è in grado di farlo o se le stime di cui dispone indicano un peggioramento dei saldi di bilancio, bene che l´esecutivo chiarisca subito che intende rinviare questa riforma a tempi migliori. Meglio affidare questo annuncio non solo al ministero dell´Economia, ma anche a Umberto Bossi. Lo renderebbe più credibile e mostrerebbe a tutti gli italiani che la Lega è un partito che ha a cuore la stabilità della nostra economia e del nostro paese.

La Repubblica 07.05.10

«Ora serve più Europa», di Piero Fassino

Sono ore drammatiche ad Atene, dove l’angoscia e la paura aprono spazi a forme di ribellismo sociale, con le conseguenze terribili dell’altro ieri. La crisi ha la gravità estrema che tutti sappiamo e il rischio è che la Grecia sia solo il primo infarto di un collasso che via via si estenda ad altri paesi. È forse per questo che nelle ultime ore da Berlino, Parigi, Roma vengono segni di una consapevolezza che per troppi giorni è invece mancata. Oggi si riuniranno i capi di governo e i ministri economici dell’Eurozona e finalmente sarà varato il piano che consentirà alla Grecia di onorare i suoi debiti.
Le vicende di queste settimane offrono l’occasione per tre considerazioni. La prima è che si può stare in mezzo al guado quando l’acqua è bassa. Ma quando l’acqua sale, nel guado si rischia di essere travolti. L’Unione europea per troppo tempo è rimasta in una condizione di incertezza e gli ultimi anni – dai referendum olandese e francese, al travaglio lunghissimo con cui si è giunti al Trattato di Lisbona – hanno fortemente logorato l’Ue e la sua credibilità. Oggi sotto l’incalzare della crisi l’Europa deve decidere: se tornare indietro alla riva da cui è partita o se approdare alla riva cui tende.
Il processo di integrazione europeo che è stato costruito in 50 anni non è più sufficiente per affrontare i processi di globalizzazione. Abbiamo una moneta unica, abbiamo un mercato unico, ma non abbiamo una politica economica coordinata fra i paesi europei, né abbiamo una politica fiscale comune. La proposta del Fondo monetario europeo si è arenata. Non abbiamo un mercato del lavoro governato da regole omogenee, così come ogni paese tende ad affrontare i problemi dello stato sociale con politiche fiscali e di finanza pubblica nazionali.
Tutto questo manifesta una debolezza strutturale che mette a repentaglio il processo di integrazione e abbiamo davvero la necessità di trarre da questa crisi un’unica conseguenza: va bandita qualsiasi suggestione alla rinazionalizzazione delle politiche, che nel tempo della globalizzazione sarebbe la scelta più sbagliata. Dalla crisi si esce non con l’Europa minima, ma con la massima Europa possibile. Non con meno Europa, ma con più Europa.
È questa la ragione per cui abbiamo guardato con apprensione alle incertezze tedesche, che hanno rivelato un inquietante rischio di ripiegamento. Sappiamo che non c’è Europa unita senza la Germania; ma la Germania a sua volta deve sapere che, anche se è il più grande paese di questo continente, da sola non sarebbe in grado di farcela.
Serve un’Europa che si muova insieme e in grado di portare con forza il suo processo di integrazione a stadi più avanzati.
La seconda considerazione riguarda l’Italia. Pur non essendo immune da rischi, il nostro paese appare oggi in una condizione di stabilità maggiore: ebbene ciò è merito anche delle politiche fatte dal governo Prodi e dal ministro Padoa Schioppa, contro cui la destra ha ingenerosamente sparato per molto tempo.
Nel 2006 il governo Prodi, di cui Padoa Schioppa era ministro, ereditò dalla destra una procedura di infrazione a cui l’Italia era esposta per lo sforamento del deficit pubblico e ricordo che quando, due anni dopo, Prodi lasciò palazzo Chigi, consegnò all’attuale governo un avanzo primario di 3,3 punti, un debito pubblico in riduzione, un deficit sotto controllo e un tasso di crescita dignitoso. Ed è tutto ciò che ha consentito a Tremonti – che ha finalmente capito che da quelle politiche non doveva discostarsi – di mettere l’Italia in una condizione di maggiore forza. Sarebbe intellettualmente onesto – e do atto al ministro Tremonti di averlo fatto qualche volta, negli ultimi mesi – riconoscere i meriti di Prodi e dei suoi ministri.
Infine, la terza considerazione: una condizione di stabilità finanziaria maggiore è essenziale, ma può non bastare.
L’Italia continua ad avere una spesa pubblica che cresce anno dopo anno e continuiamo a essere il paese con il minore tasso di crescita dell’Unione europea. In altri termini, stiamo mangiando le poche risorse che abbiamo per mantenere una spesa pubblica alta, mentre non spendiamo per investimenti e per sostenere la crescita, né per creare lavoro e tutelare i redditi. E così non stiamo accumulando le risorse necessarie per ridurre il debito, né per finanziare lo sviluppo. E tutto questo si traduce in maggiore disoccupazione e criticità sociale.
Per questo motivo, dalle vicende di queste settimane vanno tratte due scelte: l’Italia sia determinata nel sostenere politiche europee – serve più Europa e non meno Europa di fronte alla crisi – e lo faccia in tutte le sedi, abbandonando definitivamente ogni forma di diffidenza o scetticismo verso l’integrazione europea. In secondo luogo, alle politiche di stabilità finanziaria fin qui perseguite si accompagnino finalmente politiche di sostegno alla crescita, di creazione di lavoro e di tutela sociale. Bisogna fare molto di più se si vuole garantire al nostro paese di essere meno a rischio.

da Europa

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Fassino: «Tremonti ringrazi Prodi se l’Italia non è come la Grecia», di Andrea Carugati
«Sono state le scelte di rigore di Prodi e Padoa-Schioppa a garantire all’Italia la stabilità finanziaria che ora ci mette al riparo dai rischi della Grecia, del Portogallo e della Spagna. E Tremonti, dopo aver definito quelle politiche irresponsabili, ne ha ottenuto grandi benefici e, contraddicendo se stesso, le ha proseguite». Piero Fassino guarda alla crisi greca e ai suoi riflessi per l’Europa e per l’Italia con lo sguardo di un europeista convinto, assolutamente non pentito. «Da questa crisi si uscirà solo con più Europa, andando oltre la moneta unica, non certo con dei passi indietro. Ora servono politiche economiche e fiscali coordinate, regole comuni nel mercato del lavoro, un Fondo monetario europeo».

Come valuta l’azione dell’Europa e dell’Italia nella crisi greca?
«Nelle ultime 48 ore è emersa una maggiore consapevolezza nell’Ue, le troppe incertezze delle ultime settimane sono state lasciate alle spalle e si è dato corso al piano di aiuti che consentirà alla Grecia, il 18 maggio, di pagare un notevole stock di interessi sui titoli in scadenza. Questa decisione poteva essere presa nelle settimane scorse. Ma c’è stato un forte rischio di sottovalutazione, soprattutto in Germania e Francia, dell’impatto drammatico che avrebbe avuto un abbandono della Grecia al suo destino. Sarebbe stata la dimostrazione che l’Europa non era in grado di difendere il suo processo di integrazione. La crisi ci dice che i paesi dell’Europa sono legati da un destino comune, nessuno può credere che se un pezzo di Europa è in crisi è un problema solo di quel paese, si è deciso di intervenire per evitare che il collasso di una parte portasse al collasso del tutto».

L’Italia corre dei rischi?
«Nessuno è immune, c’è il rischio che l’ondata speculativa colpisca il Portogallo e anche la Spagna, con un impatto ancora più drammatico. L’Italia ha dei fattori di maggiore stabilità, a partire dalle banche, da un apparato produttivo sano e da un debito pubblico contratto in gran parte all’interno e non con l’estero. Ma questi fattori non bastano, visto che abbiamo anche il debito più alto d’Europa e la crescita più bassa e che il governo non si sta muovendo per ridurre il debito e per finanziare lo sviluppo».

Però è difficile ridurre il debito e contemporaneamente investire…
«Non è impossibile e negli anni del centrosinistra lo si è fatto. Bisogna controllare la spesa pubblica, ridurre l’evasione fiscale e sollecitare le banche a mettere in campo risorse per rilanciare gli investimenti. E invece questo governo sta fermo: nessun intervento sulle opere pubbliche, nessuna riforma degli ammortizzatori sociali, nessun investimento su scuola e ricerca. Senza crescita, la stabilità finanziaria non è sufficiente».

Lei loda l’intervento dell’Ue per la Grecia. Ma se dovessero saltare anche Spagna e Portogallo ci sarebbero le risorse per tamponare anche queste falle?
«Le conseguenze sarebbero drammatiche, per questo l’Unione deve dare dei segnali chiari: non tollerare aggressioni speculative nei confronti dei paesi più deboli».

In Grecia la crisi ha risvolti sociali pesantissimi, con rivolte e violenze. È uno scenario che si può allargare anche ad altri paesi?
«La crisi può portare fenomeni di ribellione sociale e questo è un pericolo che ci riguarda tutti. Per questo l’Europa deve governare la crisi con piglio deciso, senza incertezze. E il nostro governo dovrebbe mettersi alla testa di questo processo, abbandonando definitivamente ogni forma di scetticismo e diffidenza verso l’Europa».

Teme il diffondersi di sentimenti antieuropei anche in Italia?
«C’è stata in questi anni una propaganda falsa e dannosa della destra populista che ha attribuito ogni problema all’Europa: dalla concorrenza cinese all’afflusso di immigrati. Ma sono messaggi falsi, perché davanti a giganti come Usa, Cina e India nessun paese europeo da solo può farcela. E non ci si può difendere certo con i dazi, ma solo rendendosi più competitivi dei cinesi. E per farlo l’Europa deve unire il suo potenziale finanziario, tecnologico e di capacità produttiva».

A chi teme per i propri risparmi lei cosa si sente di dire?
«Che l’euro ha salvato il valore dei redditi e delle pensioni. Con la lira oggi avremmo un’inflazione 3-4 volte superiore e se tornassimo indietro il valore dei nostri risparmi andrebbe rapidamente in fumo. Solo un euro forte può tutelarci».

L’Unità 07.05.10

"Disegno di legge Goisis: nasce la scuola regionale", di Reginaldo Palermo

E’ stato reso noto in queste ore il testo del disegno di legge avente come primo firmatario l’onorevole Paola Goisis della Lega: 42 articoli che, se fossero approvati tutti nella forma attuale, provocherebbero un vero e proprio tsunami nel sistema di istruzione nazionale che verrebbe quasi del tutto “regionalizzata” a partire dal reclutamento del personale (compreso quello dirigenziale). Il ddl prevede concorsi e albi regionali; ai concorsi possono partecipare insegnanti provenienti da qualunque regione italiana che però, una volta assunti, devo impegnarsi a rimanere per almeno 5 anni nella stessa regione (viene così smentita una notizia che si era diffusa nelle settimane scorse che parlava di concorsi aperti ai soli residenti, norma che sarebbe palesemente illegittima).

La proposta di legge introduce anche la figura dell’”assistente educatore” addetto alle attività di assistenza e sostegno all’handicap (che non dovrebbe comunque confondersi con il docente di sostegno specializzato).

Ovviamente ci saranno contratti di lavoro regionali e verranno eliminate le rappresentanze sindacali unitarie di scuola.

Curiosamente la proposta della Lega prevede una modifica della norma del decreto Brunetta che ha fissato in 4 il numero dei comparti di contrattatazione: secondo Goisis, invece, i comparti dovranno essere portati a 5 in modo da avere uno specifico comparto destinato esclusivamente al personale della scuola (all’interno del comparto ci dovrebbero essere 3 aree del tutto autonome fra loro: docenti, Ata e dirigenti scolastici).

Tutto il personale dovrà essere sottoposto a valutazione e per ottenere questo risultato si prevede di istituire appositi organi a livello regionale.

Spetterà direttamente alle Regioni operare effettuare i controlli sulle attività svolte dalle scuole, così come sarà in capo alle Regioni il poter ispettivo.

Le scuole, attraverso i propri organi collegiali, dovranno dotarsi di un proprio statuto che dovrà però essere approvato dalla presidenza della Regione.

Spariranno anche i revisori dei conti, sostituiti da organi di controllo regionali.

Le dotazioni organiche delle singole scuole saranno determinate dalla Regione contestualmente con l’approvazione della legge di bilancio.

Andrà di fatto in soffitta anche il regolamento di contabilità delle istituzioni scolastiche in quanto sarà sempre la Regione a fornire alle scuole istruzioni sulla materia.

La governance di ciascun sistema regionale sarà affidata al consiglio regionale della comunità scolastica territoriale di cui faranno parte l’assessore regionale, rappresentanti degli enti locali, esperti di chiara fama e dirigenti scolastici.

La prima impressione che se ne ha è che si tratta di una proposta con cui il centralismo ministeriale viene sostituito da un centralismo regionale peraltro ancor più pesanti soffocante.

Adesso non resta che aspettare le reazioni dei sindacati e dell’opposizione (non c’è dubbio peraltro che saranno negative) e quelle degli stessi alleati di Governo.

da Tecnica della Scuola 07.05.10

Storie di appalti e interessi

Berlusconi garantisce per Verdini, Scajola e Lunardi. Dagli appalti truccati, all’interim alle Attività produttive, la palude governativa sta diventando una sabbia mobile. Gli appalti per il G8 stanno diventando sempre più delle clamorose sabbie mobili per il governo. Dalle indiscrezioni e dai fascicoli che le Procure di Firenze e Perugia che stanno vagliando il caso, ogni giorno emergono a galla storie di corruzione, di appalti truccati e di illeciti che coinvolgono alcuni personaggi di spicco della maggioranza. Berlusconi corre ai ripari, e dopo aver indotto Scajola alle dimissioni, si erge a paladino anti-corruzione: insomma da controllato diventa controllore.

Se lo scandalo che aveva toccato Guido Bertolaso, capo della Protezione Civile, sembra un lontano ricordo (senza una verità finale), i coinvolgimenti che ora investono l’ex ministro Claudio Scajola, il coordinatore del Pdl Denis Verdini e la “new entry” Pietro Lunardi, ministro per le Infrastrutture del primo governo Berlusconi sembrano davvero un harakiri ingestibile. Tutti vicini alla coppia Balducci-Anemone, tutti con qualche implicazione in appalti sospetti e illeciti amministrativi.

Sperando che la verità venga alla luce e si possa far chiarezza sull’innocenza o meno degli indagati, bisogna capire quale rapporto c’era tra i politici coinvolti e la coppia Balducci-Anemone. Solo amicizia o un vero e proprio giro d’affari?

Per il momento gli atteggiamenti e le posizioni dei tre fidati del premier sono state molto diverse.

Scajola ha fatto prima la voce grossa (dichiarando maialate le accuse nei suoi confronti) per poi dimettersi dopo pochi giorni dalla carica di ministro. C’era poco da fare davanti alle accuse di non aver fornito nessuna prova concreta della sua estraneità dall’acquisto di un immobile a prezzo, a dir poco ridicolo, nelle vicinanze del Colosseo a Roma. Scajola il coccodrillo, prima ha mostrato i denti e poi ha pianto!

Lunardi, come Scajola, non risulta nell’elenco degli indagati e occupa una posizione di attesa. Del resto è vero che si è assolutamente innocenti fino a prova contraria. L’ex ministro sarebbe stato coinvolto dalle dichiarazioni di Laid Ben Fathi Hidri, il cittadino tunisino per 14 anni tuttofare della coppia Balducci-Anemone: dalla testimonianza emergono ben 15 operazioni non pulite.

Verdini è sui generis. Indagato ha subito dichiarato io non mi dimetto negando addirittura la possibilità di essere indagato. Per il conta-persone-alle-manifestazioni è tutto “una follia. Avvisi di garanzia non ne ho ricevuti. Dicono che sono indagato ma io non so niente”. E poi ha chiarito “io da che mi dimetto? Non ho responsabilità di governo, solo di organizzazione del partito”. Insomma una carica piccolina!!!

Il garante per i tre è e rimane Silvio Berlusconi. L’interim alle Attività produttive garantisce i garantiti. Insomma un gigantesco conflitto di interessi a partire dagli appalti per finire alle comunicazioni/informazioni. Queste ultime, già in debito di ossigeno, ora avranno ulteriore sterzata, di minzoliniana fattura fino ad essere completamente oscurate come notizie di gossip meno importanti delle diete per l’estate.

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Per Filippo Penati, capo della segreteria politica di Pier Luigi Bersani, “lo spettacolo che arriva dalla maggioranza intorno al ministero dello Sviluppo Economico è, francamente, desolante: autocandidati, partiti che rivendicano quel posto, altri che propongono scambi, altri ancora che lo rifiutano. Sembra di essere tornati alla Prima Repubblica. Altro che governo del fare! Eppure stiamo parlando di un ministero chiave e in un momento di grave crisi economica con aziende a rischio chiusura e migliaia di posti di lavoro in bilico. Berlusconi la chiuda al più presto con un interim già molto discutibile e nomini un ministro che si metta seriamente al lavoro.”

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Università, Pd: nel 2011 ulteriori tagli per 1 miliardo di euro

Franceschini e Ghizzoni: da governo scelte miopi e irresponsabili

“La situazione in cui si trovano gli atenei è gravissima e i dati forniti dal governo sono inquietanti perché confermano che il fondo di finanziamento ordinario subirà, di fatto, un’ulteriore riduzione delle disponibilità di circa il 2% nel 2010 e un taglio di circa un miliardo nel 2011” E’ quanto ha replicato il capogruppo del Pd Dario Franceschini alle parole “del tutto insufficienti” del ministro Elio Vito chiamato a rispondere, nel corso del question time, ad una richiesta precisa posta dalla collega Manuela Ghizzoni, ovvero “se il Fondo per il finanziamento ordinario delle Universita’, già decurtato di circa 300 milioni di euro nel 2009 subirà nei fatti un’ulteriore diminuzione del 2% nel 2010.” Secondo il presidente dei deputati del Pd “non ci sono dubbi: questo taglio purtroppo è nei fatti – ha affermato Franceschini – e al ministro Vito, Franceschini ha obiettato che “sono altrettanto stupefacenti gli annunci di nuovi tagli per il 2011” . Per il capogruppo del Pd “i 400 milioni recuperati dallo scudo fiscale non saranno più disponibili, ma spariranno anche i 550 milioni del patto per l’Università voluti dal governo Prodi per il triennio 2008- 2010.” Secondo l’on. Ghizzoni “i tagli all’università sono una scelta miope e irresponsabile e impediscono ogni serio progetto di riforma dell’università.” Franceschini ha accusato poi il ministro Gelmini di aver promosso “una riforma vuota che ha addirittura la pretesa di essere fatta a costo zero. Solo un forte investimento in formazione superiore, in ricerca e in reclutamento di giovani ricercatori – ha concluso Franceschini – consente crescita e futuro al Paese”.

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Resoconto stenografico del question time

MANUELA GHIZZONI. Signor Presidente, la legge finanziaria per il 2010 ha tagliato poco meno di 300 milioni al fondo di finanziamento ordinario delle università. Ci chiediamo se il Governo sia consapevole che le spese obbligatorie, come gli stipendi, da una parte, e i tagli pesantissimi ai finanziamenti, dall’altra parte, stanno portando alla progressiva paralisi degli atenei e all’impossibilità di chiudere i bilanci.
Ci chiediamo se il Governo sia consapevole che questa situazione impedisce alle università di far fronte alle obbligazioni ministeriali e, anche di far fronte agli impegni assunti negli anni passati, questa situazione determina nei fatti una riduzione ulteriore del 2 per cento del fondo di finanziamento ordinario.
Ci chiediamo insomma se il Governo sia consapevole che i tagli all’università sono una scelta miope e irresponsabile, perché solo un forte investimento in formazione superiore, in ricerca e in innovazione consentono crescita e futuro ai giovani e al nostro Paese.

PRESIDENTE. Il Ministro per i rapporti con il Parlamento, Elio Vito, ha facoltà di rispondere.

ELIO VITO, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Signor Presidente, come abbiamo sentito l’interrogazione dell’onorevole Ghizzoni ha per oggetto la disponibilità di risorse per il fondo di finanziamento ordinario delle nostre università. Innanzitutto, per quanto riguarda il quadro normativo di riferimento, preciso che gli effetti prodotti dal decreto-legge n. 112 del 2008, come convertito dalla legge n. 133, sono stati successivamente in parte compensati da quanto disposto dal decreto-legge n. 180, convertito con la legge n. 1 del 2009. In particolare, le riduzioni operate al fondo di finanziamento ordinario sono state modificate e sono stati quindi recuperati 24 milioni per il 2009, 71 milioni per il 2010, 118 milioni per il 2011, 141 milioni sia per il 2012 sia per il 2013. Nel complesso per l’anno 2010, considerando non solo i 550 milioni provenienti dal patto per le università per il periodo 2008-2010, ma anche i 400 milioni derivanti dal cosiddetto scudo fiscale, la riduzione delle risorse disponibili per il fondo di finanziamento ordinario rispetto al 2009, risulta essere pari al 3,72 per cento. Allo stato attuale, non sono previste ulteriori diminuzioni.
Naturalmente, a decorrere dall’anno 2011, non saranno più disponibili le risorse di cui al predetto piano, né quelle derivanti dal cosiddetto scudo fiscale. Va altresì ricordato che, nell’importo sopra indicato di 550 milioni di euro, sono ricomprese le somme destinate alla copertura degli oneri relativi agli incrementi stipendiali, che sono pari a 458 milioni di euro per il 2010.
Tuttavia, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca intende battersi per il consolidamento in bilancio di queste somme anche per i piani successivi.
Conseguentemente, compatibilmente con le esigenze finanziarie derivanti, sia dal quadro nazionale che da quello internazionale, e i cui effetti potrebbero influire anche sulla disponibilità destinate al sistema universitario, il Governo si adopererà per evitare l’applicazione di ulteriori riduzioni del Fondo di finanziamento ordinario delle università.

PRESIDENTE. L’onorevole Franceschini, cofirmatario dell’interrogazione, ha facoltà di replicare.

DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, non possiamo che dichiararci totalmente insoddisfatti della risposta del Ministro; sono soltanto rassicurazioni generiche accompagnate da un’inedita dichiarazione che si batterà – non si sa bene contro chi, penso contro un suo collega di Governo – per tenere le risorse all’università.
Anche se questi impegni generici fossero rispettati, non risolverebbero in alcun modo la situazione gravissima in cui si trovano tutte le università italiane. Ciò, perché la violenza dei vostri tagli (i tagli che avete imposto) si abbatte anche sulle università virtuose, quelle che hanno lavorato bene.
Non si può invocare la crisi economica. I dati che lei ha fornito confermano, infatti, che il finanziamento ordinario sarà ridotto; siamo l’unico Paese dentro la crisi (perché la crisi riguarda tutti) che ha progressivamente ridotto il trasferimento di risorse pubbliche alle università.
L’ultima finanziaria ha tagliato il fondo di finanziamento ordinario di 700 milioni di euro. Guardiamo cosa è avvenuto negli altri Paesi europei: la Francia, che ha un Governo politicamente vicino al vostro, investe 11 miliardi di euro per l’università e 8 miliardi di euro per la ricerca. L’Italia è già il fanalino di coda per le risorse investite nel sistema universitario, siamo allo 0,8 per cento del PIL, mentre la media dei Paesi OCSE, di tutti i Paesi OCSE, è dell’1,3 per cento.
Come pensate di poter affrontare, di riagganciare la crisi per uscirne, di affrontare il superamento delle difficoltà in cui versa il nostro Paese, se non investite nello sviluppo, nell’occupazione e nella formazione delle nuove generazioni? È inutile invocare, come viene fatto spesso, la riforma del Ministro Gelmini, perché una riforma senza risorse non è una riforma, è una dichiarazione di intenti. Noi vogliamo, invece, che i meritevoli vadano avanti, che nuovi giovani ricercatori di talento entrino nell’università. Voi pensate ad una università per pochi, per chi può, noi pensiamo ad una università per chi vale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

Dislessia, il Pd: “Subito una legge quadro”

L’on. Manuela Ghizzoni, relatrice della legge sui disturbi specifici di apprendimento: “Evitare di sottoporre i bambini con difficoltà a prove mortificanti e umilianti”. Manuela Ghizzoni, capogruppo PD in commissione Istruzione alla Camera e relatrice della legge sui disturbi specifici di apprendimento (DSA), interviene sulle prove Invalsi cui vengono sottoposti i bambini dislessici. Ecco la sua dichiarazione. «È comprensibile l’amarezza dei genitori di bambini con disturbi specifici di apprendimento (DSA) costretti ad affrontare le prove Invalsi senza appropriati ausili didattici e in un lasso di tempo congruo. É necessario che si arrivi al più presto all’approvazione di una legge quadro in materia.

La fine anticipata della precedente legislatura aveva impedito la conclusione dell’iter parlamentare della legge sui disturbi specifici dell’apprendimento: ora attendiamo la decisione della Commissione Bilancio sulle risorse da destinare alla formazione dei docenti. Come relatrice della legge, che si propone l’obiettivo di dare risposte a quei bambini con difficoltà specifiche di apprendimento nella lettura, nella scrittura e nel calcolo (si stima tra il 3 e il 5% degli alunni in età scolare), ritengo che anche le prove Invalsi debbano rientrare nei casi che la legge, poiché si tratta di prove di accertamento delle competenze. La legge mira a riconoscere il diritto dei bambini con queste specificità al successo scolastico, evitando di sottoporli a prove mortificanti e umilianti.
Nei prossimi giorni depositeremo un’interrogazione affinché anche le prove Invalsi siano adeguate alle specificità dei bambini con disturbi dell’apprendimento, in modo che siano forniti ai bambini gli ausili necessari per affrontarle.

Le misure previste dalla legge consentono di contrastare il fenomeno della dislessia, disortografia e discalculia, in primo luogo riconoscendo finalmente questo disturbo attraverso diagnosi precoci, e poi con l’uso di strumenti didattici appropriati. La legge prevede inoltre una serie di misure per supportare gli alunni, le famiglie e la scuola, in modo da affrontare meglio le difficoltà che i bambini con queste specificità incontrano quotidianamente».

Celebrare il 150° dell’Unità d’Italia non è retorica né tempo perso e denaro sprecato

Le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia iniziate ieri dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Quarto non sono un esercizio retorico, ma un programma proiettato nel futuro. “Ricordare lo stato unitario – ha detto il Capo dello Stato – non è uno spreco di tempo né di denaro, è un investimento per il domani, per favorire la soluzione dei problemi che sono dinanzi a noi. Non c’è retorica – ha detto Napolitano – nel recuperare con fierezza il valore dell’unità e dell’indivisibilità nazionale”. Con Nord e Sud uniti per il progresso. Il discorso, che pubblichiamo in versione integrale, è stato un richiamo alle responsabilità e all’attaccamento ai valori dello Stato.

Napolitano al Quirinale sta rilanciando i valori della nostra Costituzione (per noi la più bella del mondo) con l’obiettivo della coesione tra le forze politiche e sociali presenti nel paese, tendendo sempre a unire, mai a dividere come nota oggi in un commento “Il Sole 24 Ore”. Un monito a chi, da Sud e soprattutto da Nord, tira per la giacchetta l’unità nazionale e ne fa oggetto di propaganda politica. Un messaggio chiaro a chi ha snobbato l’appuntamento di Quarto.

Intervento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Genova, per il 150° anniversario della “Partenza dei Mille”.

Non è per caso, e non è solo per ragioni di cronologia storica che l’itinerario delle visite ai “Luoghi della memoria” per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia parte dalla spiaggia e dallo scoglio di Quarto a Genova. In effetti, fu qui che il 5 maggio del 1860 prese avvio, con la spedizione dei Mille, la fase conclusiva del lungo percorso del movimento per l’Unità, che sarebbe culminata nella proclamazione, il 17 marzo 1861, di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, nella nascita cioè dello Stato unitario.

Si aggiunga che se si ripercorrono gli eventi sfociati nella decisiva scelta dell’impresa garibaldina per la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno, è possibile cogliere le componenti e gli intrecci essenziali del moto unitario, i suoi tratti originali e i motivi del suo successo. L’Unità d’Italia fu perseguita e conseguita attraverso la confluenza di diverse visioni, strategie e tattiche, la combinazione di trame diplomatiche, iniziative politiche e azioni militari, l’intreccio di componenti moderate e componenti democratico-rivoluzionarie. Fu davvero una combinazione prodigiosa, che risultò vincente perché più forte delle tensioni anche aspre che l’attraversarono.

Le tensioni non mancarono anche alla vigilia della decisione di salpare da Quarto per la Sicilia : non mancarono in Garibaldi i dubbi sulle possibilità di riuscita dell’impresa ; non mancarono le preoccupazioni e le riserve di Cavour per una spedizione guidata da Garibaldi, i cui svolgimenti e le cui ricadute potessero sfuggire al controllo politico e diplomatico del massimo stratega del processo unitario. Pesarono, e non poco, diffidenze e rivalità personali nel cui giuoco era ben presente anche Vittorio Emanuele. Al fondo, era in questione, o così sembrava, l’egemonia, l’impronta – moderata o democratica – del movimento per l’Unità e della costruzione del nuovo Stato che ne sarebbe scaturito. Ma su tutto prevalsero le ragioni dettate dallo sviluppo degli avvenimenti, gli imperativi del processo storico, con cui tutti i protagonisti della causa italiana dovettero fare i conti.

La Seconda Guerra d’Indipendenza si era conclusa con una vittoria, costata un pesante tributo di sangue anche alle forze del Regno sardo ; la scelta dell’alleanza con Napoleone III si era rivelata obbligata e feconda, anche se comportò il duro sacrificio della cessione alla Francia di Nizza e della Savoia ; attaccato per questo sacrificio, Cavour poté comprensibilmente vantare per la sua politica “l’averci condotto” – disse – “in così breve tempo a Milano, a Firenze e a Bologna”.

In effetti, con l’annessione della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana, il regno sabaudo superò gli 11 milioni di abitanti, divenendo un non più trascurabile Regno centro-settentrionale.

Ma questo, come ha scritto un grande storico, Rosario Romeo, restava “troppo lontano dall’ideale, non solo mazziniano, di un’Italia unita, che fosse opera soprattutto degli italiani stessi”. Si erano peraltro esauriti, con i risultati ottenuti, i margini dell’iniziativa politica e diplomatica e delle alleanze di guerra fino allora sperimentate. Lo disse chiaramente nel luglio 1859 l’accordo di Villafranca tra Napoleone III e l’Imperatore Francesco Giuseppe, che prospettava per l’Italia la soluzione mortificante di una Confederazione di tutti gli Stati esistenti sotto la presidenza onoraria del Pontefice. A Cavour non restò che rassegnare le dimissioni. Spettava ormai “alle forze democratiche e rivoluzionarie” – è sempre il giudizio del nostro maggiore storico di quegli eventi – “imprimere una nuova spinta in avanti al processo unitario”. Era venuto il momento di Garibaldi.

D’altronde, già in vista della II Guerra d’Indipendenza, Garibaldi era stato richiesto da Cavour di reclutare volontari che sarebbero stati chiamati a far parte del corpo dei “Cacciatori delle Alpi” e avrebbero dato un contributo decisivo alla vittoria contro gli austriaci in Lombardia. Al di là di ogni sospetto e circospezione nei confronti di Garibaldi, Cavour non dubitava – così si espresse – che egli fosse una “delle maggiori forze di cui l’Italia potesse valersi”. Se non si voleva rinunciare al compimento, in Sicilia e nel Mezzogiorno, dell’unificazione nazionale, e non si voleva dare per chiusa la questione romana – e nessuno dei diversi protagonisti poteva volerlo – anche le incognite di una spedizione in Sicilia guidata da Garibaldi andavano accettate, sia pure con prudenza.

D’altra parte, le aspettative per ulteriori sviluppi del movimento per l’Unità d’Italia erano cresciute e crescevano in tutte le regioni non ancora liberate. E una spinta decisiva venne – mentre a Genova affluivano i volontari – dai moti rivoluzionari scoppiati a Palermo e nel palermitano nell’aprile 1860. Il moto unitario cresceva dal basso, scaturiva dal seno della società civile e non solo dai disegni di ristretti vertici politici. Ne dava la misura il fenomeno del volontariato, stimolato e coordinato dalla Società nazionale creata nel 1857, e incanalato dapprima verso il Piemonte in vista della guerra contro l’Austria.

Senza l’apporto del volontariato non sarebbe stata concepibile la spedizione dei Mille. Esso rifletteva il diffondersi di quel sentimento di italianità che poi affratellò gli imbarcati sulle due navi dirette in Sicilia – Piemonte e Lombardo. Erano in realtà anche più di mille, in grande maggioranza lombardi, veneti, liguri : nelle sue famose e sempre fascinose “Noterelle”, Abba dice di udire a bordo “tutti i dialetti dell’Alta Italia”, e parla di “Veneti, giovani belli e di maniere signorili”, di Genovesi e Lombardi, “gente colta all’aspetto, ai modi e anche ai discorsi”. Insomma, italiani che si sentivano italiani e che accorrevano là dove altri italiani andavano sorretti nella lotta per liberarsi e ricongiungersi in un’Italia finalmente unificata.

Si indulge forse alla retorica rievocando questi e altri aspetti e momenti dell’epopea dei Mille, o rendendo omaggio alla capacità di attrazione e di guida, al coraggio e alla perizia di condottiero, insomma alla straordinaria figura di Garibaldi, incomprensibilmente oggetto ancora di grossolane denigrazioni da parte di nuovi detrattori? Bisogna intendersi. Retorica sarebbe una rappresentazione acritica del processo unitario, che ne lasci in ombra contraddizioni e insufficienze per esaltarne solo la dimensione ideale e le prove di sacrificio ed eroismo ; e ancor più lo sarebbe una rappresentazione acritica dei traguardi raggiunti 150 anni fa e da allora ad oggi. Ma non è questa la strada che stiamo seguendo – il governo, il Parlamento, le istituzioni regionali e locali, il mondo della cultura – per celebrare il centocinquantesimo anniversario della fondazione dello Stato unitario : è giusto ricordare i vizi d’origine e gli alti e bassi di quella costruzione, mettere a fuoco le incompiutezze dell’unificazione italiana e innanzitutto la più grave tra esse che resta quella del mancato superamento del divario tra Nord e Sud ; è giusto quindi anche riportare in luce filoni di pensiero e progetti che restarono sacrificati nella dialettica del processo unitario e nella configurazione del nuovo Stato.

Non è però retorica il reagire a tesi storicamente infondate, come quelle tendenti ad avvalorare ipotesi di unificazione solo parziale dell’Italia, abbandonando il Sud al suo destino, ipotesi che mai furono abbracciate da alcuna delle forze motrici e delle personalità rappresentative del movimento per l’Unità.

E tanto meno è retorica il recuperare motivi di fierezza e di orgoglio nazionale : ne abbiamo bisogno, ci è necessaria questa più matura consapevolezza storica comune, anche per affrontare con l’indispensabile fiducia le sfide che attendono e già mettono alla prova il nostro paese, per tenere con dignità il nostro posto in un mondo che è cambiato e che cambia. Ne hanno bisogno anche i ragazzi delle Forze Armate che portano la nostra bandiera, rischiando la vita, in impervi teatri di crisi.

Perciò tutte le iniziative che il ministro Bondi ha richiamato come sobrio programma per il 150° – iniziative di carattere culturale, di più larga risonanza emotiva e popolare, di particolare valenza educativa e comunicativa – non sono tempo perso e denaro sprecato, ma fanno tutt’uno con l’impegno a lavorare per la soluzione dei problemi oggi aperti dinanzi a noi : perché quest’impegno si nutre di un più forte senso dell’Italia e dell’essere italiani, di un rinnovato senso della missione per il futuro della nazione. Ieri volemmo farla una e indivisibile, come recita la nostra Costituzione, oggi vogliamo far rivivere nella memoria e nella coscienza del paese le ragioni di quell’unità e indivisibilità come fonte di coesione sociale, come base essenziale di ogni avanzamento tanto del Nord quanto del Sud in un sempre più arduo contesto mondiale. Così, anche celebrando il 150°, guardiamo avanti, traendo dalle nostre radici fresca linfa per rinnovare tutto quel che c’è da rinnovare nella società e nello Stato.

Ieri e oggi ho reso egualmente omaggio alla Genova di Mazzini e di Garibaldi, e alla Genova dei giorni nostri, esempio di un nuovo risorgimento scientifico e produttivo, di un nuovo slancio creativo e laborioso.

Deve quindi guidarci più che mai anche in queste celebrazioni un forte spirito unitario : esse non possono essere rivolte in polemica con nessuna parte politica né formare oggetto di polemica pregiudiziale da parte di nessuna parte politica. C’è spazio per tutti i punti di vista e per tutti i contributi. Onoriamo così i patrioti, gli eroi e i caduti dei Mille che salparono da Genova in questo giorno 5 di maggio di 150 anni orsono.

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