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Scuola, Pd: con licenziamento di massa il governo compromette la qualità del sistema scolastico

Ghizzoni, Coscia: Gelmini riveda politica dei tagli . “Nonostante nell’anno scolastico 2009-2010 vi sia stato un incremento degli studenti di 37mila unità, il governo ha licenziato più di 42 mila docenti, oltre 15mila personale Ata, per non parlare del personale precario. Si tratta di una scelta sbagliata e di corto respiro che sta facendo male alla qualità del sistema scolastico”. Così le deputate democratiche componenti della commissione Cultura della Camera, Maria Coscia e Manuela Ghizzoni che annunciano la presentazione di una interpellanza urgente in cui chiedono al ministro Gelmini “se intenda, in vista del prossimo anno scolastico, interrompere un siffatto metodo illegittimo di governare i processi amministrativi relativi alla scuola. E se non ritenga opportuno attivarsi affinché il Governa riveda la politica dei tagli, alla luce dei danni gravissimi che essi stanno producendo sul funzionamento quotidiano e sulla qualità della scuola pubblica del nostro Paese. Infatti – spiegano le deputate – questi licenziamenti sono solo la prima tranche della riduzione di oltre 132 mila unità che il governo ha previsto per il triennio 2009-2011. Siamo davanti ad un vero e proprio licenziamento di massa – concludono – che sta impoverendo la qualità del sistema scolastico pubblico”.

Sfiduciato, il governo ricorre alla fiducia

Per la trentaduesima volta il governo è “costretto” a porre il voto di fiducia in Parlamento: questa volta viene blindato il dl incentivi. Per fortuna che il dopo-Fini e Scajola non si doveva registrare nessun scossone nella maggioranza. Ma quale scossone. Il governo va a gonfie vele e nessuno scandalo, litigio o dimissione potrà ostacolare il governo dei fatti. Nel mondo delle bugie e dell’inverosimile queste dichiarazioni di facciata potrebbero sembrare vere. Ma davanti all’ennesimo voto di fiducia, il 32esimo, i dubbi sono già dissipati e rimane da chiedersi quanto potrà ancora durare un governo fatto solo di furberie, colpi di mano e leggine ad personam?

Il governo ha posto l’ennesimo voto di fiducia sul cosiddetto dl Incentivi, una maxi regolamentazione che di fatto è già svuotata per la mancanza di finanziamento delle risorse e per i danni fatti al mercato negli ultimi tre mesi. Una legge che accanto agli incentivi, stralcia e ignora alcune condizioni particolarmente gravi come il caso di Tributi Italia e il conseguente dissesto per i 500 Comuni indebitati dalle mancate entrate tributarie. Ma tutto questo non importa. Si cancellano le prove e si continua per una strada completamente sbagliata.

Perché con la stragrande maggioranza di deputati e senatori ricorrere ancora alla fiducia? Troppi emendamenti e ostruzionismo da parte dell’opposizione o un’altra conta di voti per far tacere i dissidenti? Davvero il Parlamento italiano deve essere ridotto al ruolo di ratifica dei decreti governativi?

Per Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, “il governo arriva incredibilmente a porre la sua 32esima fiducia, tra l’altro dopo che avevamo proposto di ritirare parte degli emendamenti dell’opposizione per consentire il voto finale già domani, dunque di fatto allungando l’iter del decreto”.

“Una fiducia posta su un decreto beffa, perché come il Pd aveva anticipato prima delle elezioni regionali, le risorse stanziate si sono esaurite in due settimane, con in più enormi difficoltà per i commercianti ad accedervi”. “Una fiducia inutile – ha concluso Fassina –, posta su un decreto di fatto già svuotato e che non è riuscito nemmeno a compensare i danni fatti al mercato in tre mesi di annunci per incentivi sempre evocati e puntualmente rinviati”.

Per Marina Sereni, vice presidente del Pd, “mentre davanti a Montecitorio gli operai della Basell di Terni manifestavano insieme ai rappresentanti della Regione, del Comune e della Provincia contro la chiusura immotivata del loro stabilimento, il governo si apprestava a mettere la fiducia sul “Decreto incentivi”. Per l’ennesima volta l’esecutivo dimostra l’incapacità di affrontare un confronto serio sulle risposte da dare alla crisi per uscirne con un sistema produttivo più forte e competitivo”.

“Le tante crisi aziendali aperte – ha ribadito Sereni – potranno trovare soluzione soltanto se il nostro Paese saprà fare le riforme necessarie, darsi una strategia nei confronti delle multinazionali presenti in Italia e una linea di politica industriale per il futuro di settori strategici come la chimica”.

“E’ stupefacente la superficialità con cui il governo lascia a rischio di dissesto finanziario molti comuni italiani e abbandona circa 1000 lavoratori di Tributi Italia al loro destino”. Lo ha dichiarato l’on. Ludovico Vico della commissione Attività produttive della Camera.

“Con la decisioni di porre la fiducia – ha continua Vico -, rifiutando di intervenire sulla questione relativa alla società di riscossione Tributi Italia Spa, infatti, gran parte dei 500 comuni a cui non sono stati riversati le tasse dei cittadini rischiano concretamente il dissesto. Avevamo posto come condizione per il ritiro dei nostri emendamenti che fosse affrontata questa questione, insieme a quella delle polizze dormienti, ma c’è stato un netto rifiuto”.

“E’ segno anche di distacco dai problemi reali – ha concluso l’esponente democratico – non ascoltare la protesta dei lavoratori, che abbiamo incontrato oggi nel corso della loro manifestazione, che da luglio non percepiscono stipendio. Un governo sordo che pensa solo a sopravvivere e a mettere insieme i cocci di una maggioranza ormai disgregata”.

Dello stesso parere anche i capigruppo nelle commissioni Atività produttive e Finanze del Pd Andrea Lulli e Alberto Fluvi. “Il gruppo del Pd aveva dato piena disponibilità a ritirare tutti gli emendamenti se il governo avesse accettato di affrontare e risolvere due questioni a nostro parere fondamentali: quella delle polizze dormienti, dando la possibilità a migliaia di cittadini di riottenere i loro risparmi maturati e non riscossi, e quella relativa a Tributi Italia spa per evitare il dissesto di circa 500 comuni, garantendo l’occupazione ai lavoratori della società da mesi senza stipendio. E’ molto grave il rifiuto posto dalla maggioranza che, ovviamente per motivi tutti interni, ha deciso di chiedere la fiducia”.

A.Dra

www.partitodemocratico.it

Università: Pd, in arrivo nuovi tagli a Fondo ordinario? Governo risponderà giovedì a interrogazione del Gruppo Democratico

“E’ vero che il Fondo per il finanziamento ordinario delle Università, decurtato del 3,72% rispetto al 2009 (cioè di 278,8 milioni di euro), subirà un’ulteriore diminuzione per la totale indisponibilità di risorse?”. Lo chiede il Gruppo del Pd alla Camera nell’interrogazione a risposta immediata al ministro dell’Istruzione che sarà discussa domani al Question time.
“Fino ad oggi – si legge nel testo dell’interrogazione di cui è prima firmataria Manuela Ghizzoni, capogruppo in commissione Cultura – , cioè quasi a metà dell’esercizio finanziario, non sono noti i criteri e parametri per il riparto delle risorse agli Atenei, mentre nel corso dell’ultima assemblea della Conferenza dei Rettori delle Università italiana del 29 aprile è stata valutata con estrema preoccupazione la possibilità di ulteriori possibili diminuzioni al FFO per l’anno in corso”.

"Povera mamma, in Italia più di un milione in miseria", di Rachele Gonnelli

«Si può sapere cosa succede in Italia? Dal baby boom siete alla crescita zero…», pare abbia chiesto la principessa Margaret, presidente onoraria di Save The Children. «Fortunatamente – racconta l’interpellato, presidente italiano dell’ong, Claudio Tesauro – nel rigido protocollo reale non c’è stato tempo per articolare una risposta». La risposta viene dal rapporto presentato ieri a Roma “Le condizioni di povertà tra le madri in Italia”. Succede che da noi fare figli vuol dire impoverirsi. Il rapporto, realizzato dalla Fondazione Cittalia e dell’Anci in collaborazione con Istat e Caritas, è la radiografia di una malattia sociale del Belpaese, in un anno calato dal 16° al 17° posto nel mondo quanto a condizioni di vita delle madri e dei bambini.

Dalla culla al niente
Un Paese davvero strano, il nostro, con un tasso tra i più bassi al mondo di mortalità infantile (4 su mille) e di complicazioni post partum (il rischio di morte delle partorienti è 1 su 26mila) e contemporaneamente all’ultimo posto in Europa quanto ad occupazione femminile. Siamo penultimi tra i 27 Paesi dell’Unione europea, superati solo da Malta. Cosa c’entra? Il nodo – dicono i dati – sta proprio in questa divaricazione tra l’assistenza sanitaria alla nascita, che in Italia ha ancora ottimi standard, e l’assenza quasi totale di servizi e opportunità che accompagnino la madre e i suoi bambini nella crescita, a cominciare dagli asili nido per finire in una rigida organizzazione dei tempi di lavoro e dei ruoli familiari, un tutto che fa ricadere i costi e l’impegno di allevare i figli sulle madri, troppo spesso impedendo loro di lavorare e contribuire così al reddito. La donna è relegata in casa nel ruolo esclusivo di madre e questo che è tutt’altro che un bene per loro e per i bimbi. La povertà relativa, che significa vivere in due con nemmeno mille euro al mese, è largamente più alta dove la donna non trova o rinuncia a lavorare fuori casa. Le famiglie «relativamente povere» sono 2 milioni e 737 milioni, pari a quasi cinque milioni di individui, l’11,3 percento della popolazione. Le donne sono più della metà della «torta». Un fenomeno tutt’altro che marginale. Né riguarda in particolare gli immigrati, dove anzi il lavoro femminile, legato com’è al permesso di soggiorno, è generalmente diffuso tra i residenti, presi in esame nell’indagine, e concentrati al Nord. Mentre l’incidenza di madri povere è notevolmente più alta nel Meridione.

Non c’è neanche una prevalenza di nuclei monoparentali, cioè di madri sole o separate. Le madri che non riescono ad arrivare a fine mese, devono tagliare sul cibo, trascurare visite mediche e spese scolastiche, non riescono a pagare con regolarità affitto, mutuo e bollette sono un milione e 678 mila. Solo il 7,5% è sola con i figli, l’86,3% vive in coppia, con il padre dei bambini o con un secondo marito. In stragrande maggioranza si tratta di casalinghe e la loro povertà si appesantisce all’aumentare del numero dei figli. Non è così nel resto d’Europa, dove il disagio sociale inizia a farsi avanti dal terzo figlio in su. In Italia molto dipende dalla rete parentale di supporto, che però deve sobbarcarsi anche altri compiti di welfare autogestito e secondo Linda Sabbadini dell’Istat «è ormai profondamente sotto stress», un pilastro del nostro collante sociale che sta per rompersi. Dove ancora c’è una nonna in forze, è più facile che la giovane madre lavori e meno probabile un suo impoverimento. Nel biennio 2005-2006 – governo Prodi – c’era stato un miglioramento della condizione economica della madri single, che poi è calata di nuovo.

Il governo del Family Day
Ieri alla presentazione del rapporto di Save The Children è comparso all’improvviso il sottosegretario con delega alla Famiglia Carlo Giovanardi, tra gli inventori del Family Day. Ha tentato una giustificazione acrobatica del perché l’attuale governo non abbia fatto nulla per arginare l’impoverimento crescente delle madri, addossando le colpe alla congiuntura economica, al «rischio Grecia», e alla fine ha dato pilatescamente la responsabilità agli enti locali. Non ha convinto neanche Maria Luisa Tezza, rappresentante dell’Anci, Pdl, che con molti sorrisi gli ha ricordato la mancata introduzione del quoziente familiare. Dando atto che le misure prese sono state nel solco del governo precedente. «Il primo governo Prodi fece una finanziaria di sacrifici per l’euro – ricorda l’ex ministra Livia Turco – però non tagliò del 550% i fondi per la cooperazione». «Eppure gli italiani dimostrano di avere ancora tra le priorità gli aiuti internazionali e il sociale», dice il presidente Tesauro. Con la crisi le donazioni individuali a Save The Children sono aumentate. Abituati a fare da sé.
L’Unità 05.05.10

"Se la nuova legge fosse già in vigore, neanche una riga sulla casa di Scajola", di Luigi Ferrarella

Cosa c’entrano le intercettazioni con il caso Scajola? Niente: alla base della sua vicenda non ci sono microspie, ma solo assegni bancari e dichiarazioni di testimoni, atti peraltro tutti non più coperti da segreto perché depositati al Tribunale del Riesame. Eppure, se fosse già in vigore la legge proposta dal ministro Alfano sulle intercettazioni, gli italiani nulla saprebbero ancora della casa di Scajola. E nulla gli italiani ancora saprebbero pe[/IP0]rché nulla i giornali avrebbero potuto scriverne in questi 12 giorni, e ancora fino a chissà quanti altri mesi. Al contrario di quello che i promotori della legge raccontano, e cioè che con essa intendono impedire la pubblicazione selvaggia di intercettazioni segrete, l’attuale testo in discussione alla Commissione Giustizia del Senato vieta, con la scusa delle intercettazioni, la pubblicazione — non solo integrale ma neanche parziale, neanche soltanto nel contenuto, neanche soltanto per riassunto — degli atti d’indagine anche se non più coperti dal segreto, e questo fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza. In più, aggancia la violazione di questo divieto a un’altra legge già esistente (la 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle imprese per reati commessi dai dipendenti nell’interesse aziendale), e per ogni pubblicazione arbitraria fa così scattare non solo ammende maggiorate per i cronisti (da 2 a 10 mila euro, dunque con oblazione a 5 mila euro), ma soprattutto maxi-sanzioni a carico delle aziende editoriali fino a 465 mila euro a notizia.
Per dare un’idea dell’impatto, i quotidiani nazionali, con quello che hanno pubblicato di vero e di più non segreto in questi 12 giorni, rischierebbero già 4/5 milioni di euro, e i loro cronisti oblazioni già per 60 mila euro a testa (sempre che il giudice non ritenga, a motivo della gravità del fatto, di negare l’oblazione e avviare il giornalista a un processo che potrebbe concludersi con la condanna a 2 mesi di arresto per ogni pubblicazione arbitraria).

Il caso di Scajola è ancor più istruttivo perché rivela quanto ipocrita sia il ritornello di chi vuole far discendere dalla sola rilevanza penale la condizione di «scrivibilità» di una vicenda giudiziaria, e dalla sola qualifica di indagato l’unico criterio di interesse pubblico di una notizia. Il ministro non è indagato dalla Procura di Perugia ed è possibile che nemmeno lo sia in futuro, quindi in base a questo buffo criterio non si dovrebbe scriverne alcunché. Allo stato, anzi, Scajola è un «terzo» estraneo ai fatti di reato contestati invece ad Anemone e Zampolini per il controverso tragitto immobiliare di quegli 80 assegni, e dunque la sua vicenda, misurata su questo singolare parametro, dovrebbe restare esente da attenzioni giornalistiche. Ma quanto questo sarebbe assurdo l’ha dimostrato indirettamente proprio un importante dirigente del partito di Scajola e di Alfano, il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, quando poche settimane fa convocò una conferenza stampa per sventolare alcune intercettazioni allegate a una memoria difensiva depositata agli atti e dunque non più segrete, dalle quali a suo avviso emergevano non reati ma indebiti comportamenti di un dirigente del centrosinistra toscano. Iniziativa assolutamente legittima, se l’onorevole Verdini la ritiene valida e se, come ogni giornalista, se ne assume la responsabilità (su veridicità e continenza) rispetto ai già oggi esistenti confini della diffamazione. Solo che il coordinatore del Pdl dovrebbe andare a farlo presente al ministro della Giustizia, appena approderà in Parlamento la legge che dichiara di voler fermare le intercettazioni selvagge ma in realtà vieta la cronaca. O provare a ricordarlo al presidente del Consiglio quando, come ieri, afferma che in Italia «c’è fin troppa libertà di stampa».

Il Corriere della Sera 05.05.10

Secessione!

Roma fuori dal Lazio. Emilia senza Romagna. Follie o provocazioni nella maggioranza? Ma da chi siamo governati? Il generale Lee? Arriva il caldo. Quello che fa male perché rallenta i riflessi e a volte, senza l’aria condizionata, fa sparlare. “Se vince la Lega imitiamola” è stato il primo pensiero che i dissidenti nei consigli provinciali di Frosinone e Latina e qualche giorno prima i deputati Gianluca Pini (Lega) e Enzo Raisi (Pdl o finiano? Ma fanno parte dello stesso schieramento..?) hanno portato avanti. La secessione! Via da Roma e via da Bologna. Una regione laziale senza Roma e la nascita della Regione Romagna.

Assolutamente fantastico! Il basso Lazio con l’aggiunta di appezzamenti di territorio reatino e viterbese costituiranno la “Ventunesima”; le province di Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini saranno la spina dorsale della Romagna. In altre parole la fantasia al governo! Basta con Roma ladrona e Bologna la grassa, ora facciamo tutto da soli.

Dal 17 maggio i consigli provinciali di Frosinone e Latina, in seduta comune, firmeranno un’intesa per far partire un referendum. A questo iter, si presume che parteciperanno anche i secessionisti di Rieti e Viterbo. Ma non è tutto: ci sarà un sacro giuramento che si terrà presso l’abazia di Fossanova, quella di Tommaso D’Aquino.
I deputati romagnoli ne fanno invece una questione culturale ed economica a cui vanno aggiunte radici storiche che risalgono all’Italia dei Comuni. Insomma solo caz..te!

Vasco Rossi e Ligabue da una parte, Loris Capirossi e Laura Pausini dall’altra. Etruschi e ciociari contro i romani: vendichiamoci per il ratto delle Sabine. Martufello for president! La mozzarella pontina agli indigeni! Come famo l’olio noi nun lo fa nessuno, daje fatte ‘na bruschetta!
E dall’altra parte si leggeranno i nuovi spot: addio squacquerone, la piadina solo per i residenti! Tortellini, prosciutto e parmigiano siano banditi! Tavernello per tutti, noi con il lambrusco ci laviamo le mani. Mo va là patacca!

La Polverini sembra sia distrutta dall’accaduto. Neanche un mese che sono stata eletta proprio da loro e già mi vogliono togliere la poltrona?? Io a Latina e Frosinone non ci voglio andare! Dai rivoltosi arriva la risposta piccata: “Noi l’abbiamo fatta eleggere, Renata: con 160 mila voti. E a Frosinone manco un assessore?”

Nel berlusconismo e nell’imbarbarimento generale ogni provocazione va presa con i guanti. Alla fine ci sta sempre la smentita di turno. Ma davvero è immaginabile il Lazio senza Roma e l’Emilia senza la Romagna? Non è una semplificazione talmente esagerata da sembrare ridicola?

E molti dei nostri padri, ora non sanno più se sorridere o se rivoltarsi nella loro tomba. Per fortuna che tra un anno si festeggia il 150 anno dell’Unità d’Italia e l’anno dopo arriva il 2012…

“A che ora è la fine del mondo?” Luciano Ligabue
“No, amore no, io non ci sto, o ritorni o resti lì” Laura Pausini.
Questa sì che è par condicio!

PS: Come volevasi dimostrare è arrivata oggi, in ritardo, la smentita. Cicchitto: “No alla secessione”, salta il giuramento di Fossanova. Ma Frosinone resiste…

Il Polemista

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