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"Svendita di Stato. Dalle spiagge ai fiumi e alle caserme", di Mario Sensini,

«Federalismo» e «demanio» son già, prese a sé stanti, due parole o, forse meglio, due concetti difficili da capire. Ma nel «federalismo demaniale» proposto dal governo come primo passo concreto di quella che un tempo si chiamava devolution, e che da qualche giorno riempie la cronaca politica italiana, si rischia davvero di perdere la strada. Che significa veramente? Cosa cambia per noi cittadini? Quanto ci costa? E, alla fine, chi ci guadagna?
Entro poche settimane il Parlamento, che sta esaminando il decreto legislativo che lo attua, e il governo, che dovrà poi recepirne le indicazioni prima di trasformarlo definitivamente in legge, dovranno dare risposte concrete. Il testo è vago, e i quesiti in ballo sono tanti. Almeno quanto è alta la posta in gioco, perché dietro quelle due parole così misteriose si nasconde una partita che vale miliardi di euro. Che può significare la fortuna di una città, ma anche la rovina di un’amministrazione incapace. Proviamo a capire.

La posta in gioco
Il Codice civile del 1942 stabilisce che lidi, spiagge, porti, fiumi, laghi, acque pubbliche, miniere, aeroporti, beni storici, archeologici e artistici, ferrovie, grandi strade, acquedotti, caserme, foreste appartengono allo Stato e sono gestiti dal Demanio. Nel frattempo, però, la nostra Repubblica è cambiata. Per la nuova Costituzione non è più formata solo dallo Stato, ma anche da Regioni, Province, Comuni e Città metropolitane. E dunque anche loro hanno diritto ad avere e a gestire una parte del patrimonio pubblico.
Il decreto all’esame del Parlamento prevede, appunto, che a essi possano essere trasferiti alcuni beni demaniali, e introduce un concetto del tutto nuovo, la valorizzazione degli stessi. Non si parla di beni culturali, ma di spiagge, fiumi, laghi, immobili e terreni, caserme inutilizzate, miniere e piccoli aeroporti, per un valore di 3,2 miliardi di euro. È una valutazione a spanne, ma attendibile, fatta dal Demanio considerando i beni pubblici oggi inutilizzati. Sono valori sottostimati, calcolati sui prezzi ai quali sono iscritti nel bilancio pubblico, ma è comunque una «quota irrisoria» del patrimonio pubblico, come ha detto il direttore dell’Agenzia del Demanio, Maurizio Prato, l’altro giorno in Parlamento.

Un patrimonio sconosciuto
Calcolato con gli stessi parametri il patrimonio pubblico vale 49,7 miliardi di euro, anche se a prezzi «di mercato», secondo l’istituto di ricerche «Scenari immobiliari», ne vale quattro volte tanto, 200 e passa miliardi di euro, escludendo dal conto le università e i loro beni, il patrimonio artistico e culturale, il Demanio militare. E si tratta sempre di valori stimati, perché un censimento di tutti i beni pubblici, per assurdo che sia, non esiste. Lo stanno costruendo in questi giorni, perché lo impone l’ultima Finanziaria. Il termine concesso a tutte le amministrazioni per comunicare i beni posseduti scadeva il 31 marzo scorso, ma siamo ancora a metà dell’opera. Ci vorrà tutto il 2010, spiegano al Tesoro, per avere i dati completi.

Rendite misere
Anche se hanno un valore «irrisorio» rispetto al resto, alle Regioni e agli enti locali potrebbero andare 10 mila terreni e altrettanti immobili, 5 mila chilometri di spiagge, 234 corsi idrici, 550 chilometri quadrati di specchi lacustri. Un sacco di roba. Che oggi non rende praticamente nulla: secondo il Demanio 237 milioni di euro, ai quali vanno sottratti i costi di manutenzione (sconosciuti pure quelli!). Cedendoli a Regioni ed enti locali, comunque, lo Stato non ci rimetterà nulla, perché ridurrà i trasferimenti a chi li prenderà in carico per una somma pari a quella rendita (per giunta risparmiando sui costi di manutenzione). L’idea di base è quella di far fruttare questo patrimonio, girandolo a chi ha i mezzi per farlo rendere davvero: ad esempio i Comuni, che possono cambiare la destinazione d’uso di immobili e terreni con una variante urbanistica, oppure le Regioni, che oggi non hanno incentivi a legiferare sul turismo marittimo, che pure è di loro competenza, perché i canoni di concessione delle spiagge (la miseria di 97 milioni l’anno) li incassa lo Stato.

Valorizzare o vendere?
Mettere a reddito, però, può anche essere la premessa per vendere, visto che gli enti locali sono sempre a corto di soldi. E oggi non c’è una regola che gli impone di usare le somme incassate dalle privatizzazioni per ridurre il debito, come invece è obbligato a fare lo Stato. Anche se valgono poco, quei beni garantiscono comunque un pezzettino del debito pubblico, che domani sarebbe scoperto. Un problema molto serio, ma non l’unico, che il Parlamento e il governo dovranno chiarire.

Tempi troppo stretti?
Sciolti i nodi e varata la legge (si deve fare entro il 21 maggio), inizierà la corsa contro il tempo: entro il 21 agosto tutte le amministrazioni pubbliche centrali dovranno dire quali immobili e terreni vogliono tenersi e perché, e un mese dopo l’Agenzia del demanio pubblicherà l’elenco dei beni disponibili. Per la verità una prima lista all’Economia già ce l’hanno ed è su quella base che hanno stimato i 3,2 miliardi dei beni trasferibili. Ma la tengono chiusa a chiave in un cassetto, proprio perché, dicono, la scelta deve essere «motivata e responsabile». Entro il 21 dicembre Regioni ed enti locali dovranno, a loro volta, dire quali di quei beni vogliono prendersi. A partire dal 21 gennaio 2011 potranno essere varati i decreti per l’attribuzione ai nuovi proprietari. Tempi strettissimi anche a giudizio dell’Agenzia del demanio, che non a caso ha suggerito al governo di allungarli. Immaginiamo tuttavia che tutto fili liscio, e che dai primi mesi dell’anno prossimo il processo sia in moto. Chi ci assicura che la caserma abbandonata nel centro della città sia bonificata, restaurata, liberata dalle erbacce, se non dagli occupanti abusivi?

Si vota su Internet
La palla a questo punto passa agli amministratori locali. Sindaci, governatori, presidenti di provincia dovranno indicare sui siti Internet dell’amministrazione cosa intendono fare con i beni ricevuti. E qui entriamo in gioco noi contribuenti. Sì, perché la legge prevede che su questi progetti si possano indire delle consultazioni pubbliche, anche telematiche, tra i cittadini. Si vota, signori. Si può dire sì o no al nuovo supermercato o al nuovo albergo, al cinema o al museo. Le amministrazioni locali non sono obbligate a consultare i cittadini, ma le più avvedute e sagge lo faranno. E in quei casi la parola del popolo sarà legge. Ve l’immaginate il nuovo sindaco che, infischiandosene di quel che vogliono i suoi concittadini, decida di fare un bel centro commerciale al posto di un giardino pubblico?
Il Corriere della Sera 04.05.10

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«Non facciamola diventare una corsa all’oro» di Pierluigi Panza – intervista a Giulia Maria Crespi

«Atrii muscosi» e «fori cadenti» finiranno in mano ad avidi governatori e sindaci senza scrupoli pronti a far cassa affidando le spiagge ai bagnini e le rovine ai baristi?
Forse non accadrà nulla di tutto ciò, ma «prevenire è meglio che, poi, criticare». Questo lo slogan della combattiva Giulia Maria Crespi, presidente onorario del Fai.
«Sono d’accordo con l’allarme lanciato ieri da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera. I provvedimenti federalisti sul passaggio del patrimonio dallo Stato alle Regioni non sono ancora andati alla Camera; meglio bloccarsi ora, una volta approvati sarebbe più difficile modificarli».

Non che tutto vada protetto, nemmeno per la Crespi, perché altrimenti potremmo recintare l’intera Penisola…
«Sì, è vero, tanti immobili sono inutili, crollano e sono lì a far niente. E trovo che sia giusto affidarli a qualcuno perché possano servire a fruttare qualche soldo! Ma mi spaventa il passaggio del patrimonio dallo Stato alle Regioni, perché si apre una falla pericolosa nella nostra Costituzione. La Corte costituzionale ha ribadito nel 2007 che la tutela del paesaggio è di esclusiva competenza dello Stato».

La Crespi porta a sostegno della propria valutazione gli «omenoni» della Repubblica, anzitutto Einaudi, che diceva di non dividere «l’Italia in pillole».
«D’accordo, il processo di regionalizzazione è inarrestabile. Ma c’è un bene che la Costituzione affida con chiarezza allo Stato: questo è la tutela del patrimonio artistico e paesaggistico, perché i beni demaniali sono di tutti. E trovo che sia pericoloso passarli alle Regioni perché in questo momento c’è un’inarrestabile e avida corsa a depredare il territorio, e questa cosa spaventa. Avendo eliminato l’Ici, un errore grave, i Comuni saranno spinti a voler fare soldi altrove».

Insomma, bisogna sottrarre il «patrimonio» a quelli che fanno la corsa al «denaro». Quasi un ossimoro. Ma una soluzione c’è già: non cedere i beni vincolati.
«Sì, lo so, e in questo è stato bravo il ministro Bondi a ribadire che niente di quanto è vincolato si può toccare. Ma mi chiedo: sarà davvero così?».

Lei aveva timore, ricordiamo a Giulia Maria Crespi, anche quando entrò in vigore il codice Urbani; qualcuno parlava di Colosseo che sarebbe stato venduto. Poi con Rutelli il codice è stato approvato ed è diventato operativo con Bondi.
«La mia paura è che si terrà poco conto del vincolo, nonostante l’altolà di Bondi».

Per ovviare a questo rischio va tutelato il ruolo delle sovrintendenze, veri organi periferici, già «federalisti», dello Stato centrale.
«Trovo che il parere delle sovrintendenze debba rimanere, debba restare vincolante sul patrimonio e anche su ogni struttura urbanistica che va a incidere su paesaggi vincolati. È vero che le sovrintendenze sono organi sul territorio, ma si rifanno a una legge nazionale. Le Regioni potrebbero agire autonomamente».

Se i beni passassero alle Regioni, ma restassero anche le sovrintendenze, si creerebbero problemi decisionali…
«Anche se un terreno è vincolato, la Regione diventa più forte della sovrintendenza. Oggi un padre vende persino la figlia per denaro, figuriamoci se non si venderanno i terreni! Il patrimonio deve essere fonte di finanziamento per il turismo, invece siamo scesi al sesto posto. Il nostro patrimonio è una riserva aurea per turismo consapevole e di qualità».

Cosa teme di più?
«Ad esempio che tutte le spiagge vadano in concessione. S’inizia con il realizzare un gabinetto, poi un bar che diventa ristorante, quindi gli si aggiunge un negozio. E così la distruzione del patrimonio è fatta. Penso anche alle sponde dei laghi: vede cosa hanno già fatto? Si fanno abusi e poi non si tolgono. Se si trasferisce agli enti locali anche questo aspetto si apre una falla pericolosissima. Anche se per alcuni immobili inutili va bene. So che stanno predisponendo un elenco di beni che possono essere ceduti».

Sotto tiro ci sono anche i poligoni di tiro!
«È grave anche questo. I poligoni andrebbero sistemati e aperti come giardini. Anche quello di Milano, lungo viale Certosa. Per ora non è stato permesso».
Il Corriere della Sera 04.05.10

"Lo scudo sbrecciato", di Ezio Mauro

C’è del metodo nella follia che si abbatte sul governo con lo scandalo Scajola, costringe il ministro alle dimissioni, e colpisce con uno sfregio il tabernacolo del potere berlusconiano, di cui l’ex titolare delle Attività Produttive fa parte fin dall’inizio, sedici anni fa.
Dopo che Repubblica aveva dato la notizia dell’inchiesta sulla casa del ministro pagata da un costruttore, il mondo berlusconiano ha tentato di far valere per alcuni giorni anche per Scajola lo specialissimo scudo di dissimulazione, banalizzazione, vittimizzazione che il Premier impiega abitualmente per difendere se stesso, quando spunta un’ipotesi di reato. Ma questa volta si è capito che lo scudo del potere è sbrecciato: di fronte all’evidenza dei fatti, alle testimonianze convergenti, all’incapacità di mettere in campo obiezioni concrete e fondate, la strategia del vittimismo, della “campagna mediatica”, del “fango” non ha retto. Il ministro ha dovuto dimettersi davanti alla pubblica opinione prima ancora che davanti ai rilievi dei magistrati e alle domande del Parlamento, dimostrando che Berlusconi alla fine sa proteggere soltanto se stesso, e che i cittadini attraverso i giornali possono far valere le buone ragioni di chi chiede conto al potere dei suoi comportamenti.

Si capisce perfettamente che il presidente del Consiglio, con l’immagine del governo deturpata dalle dimissioni obbligate del ministro, si lamenti dei giornali e del loro ruolo, come fa ogni volta che uno scandalo lo sovrasta. “C’è fin troppa libertà di stampa”, ha detto ieri, e non si capisce se è una denuncia o un programma. Effettivamente, la libertà di stampa che il Premier vorrebbe ridurre con la legge sulle intercettazioni ha portato alla luce lo scandalo, ha costretto il ministro a infilare una serie di contraddizioni e di spiegazioni impossibili, ha prodotto documenti e testimonianze di altri attori di questa vicenda, e infine ha indotto Scajola a firmare le sue dimissioni, per la seconda volta in pochi anni: a conferma, almeno statisticamente, dell’imperizia del Cavaliere nella scelta dei suoi collaboratori.

Ma il metodo è altrove, oltre la coazione a ripetere di Scajola, oltre la tentazione a coprire gli scandali del Cavaliere. Questa storia, infatti, promette di essere soltanto all’inizio, pronta ad allargarsi pericolosamente. Vediamo. Il ministro è accusato di essersi fatto comprare (per due terzi) una casa da un costruttore che è nel giro degli appalti di Stato, è al centro del turbine vorticoso della Protezione Civile, è pronto a trasformarsi – dicono le carte dei magistrati – in sbrigafaccende per i potenti che ruotano intorno a Palazzo Chigi. Scajola nega di aver avuto soldi da questo Anemone, ammette che qualcuno a sua insaputa potrebbe aver pagato in parte quell’appartamento a suo nome, parla di intimidazioni nei suoi confronti, fa intendere manovre politiche ai suoi danni, per farlo fuori. Ma non rivela nessun elemento che possa dar corpo ad una operazione orchestrata ai suoi danni, né fa i nomi dei manovratori che – forse nel suo partito – agirebbero contro di lui.

Resta in campo dunque soltanto l’ipotesi di una casa pagata coi soldi di un costruttore: tanto che sotto il peso di questa unica ipotesi, il ministro si deve dimettere. Ma un minuto dopo l’evidenza di questo peso giudiziario e politico, nasce una domanda obbligatoria, a cui Scajola – e non solo lui – deve rispondere anche dopo le dimissioni: perché un costruttore sborsa 900 mila euro per comperare la casa a un ministro? Qual è la ragione, quale la logica, quale il tornaconto? In sostanza: cosa ha fatto quel ministro, cosa ha fatto il governo di cui fa parte, per ottenere quella ricompensa? A quale obbligo di riconoscenza rispondeva il costruttore, per sdebitarsi così generosamente (e imprudentemente) con uno degli uomini più in vista, oggi come ieri, del governo Berlusconi?

Questa è una domanda che non può restare senza risposta. Le dimissioni risolvono un imbarazzo istituzionale ma non sciolgono il nodo di quel favore, la ragione politica, governativa, quindi pubblica, che sta dietro quell’operazione di mutuo soccorso di cui la pubblica opinione conosce soltanto un elemento, i 900 mila euro del costruttore per la casa del ministro. Ma in cambio di che cosa? Di quale favore evidentemente non confessabile, se ha un prezzo così alto e così intimo? Di quale promessa economicamente rilevante, se l’anticipo è di queste dimensioni? Di quale meccanismo di scambio collaudato e sicuro, se lo si olia con 900 mila euro?

Il punto politico è proprio qui, dove comincia il metodo. Scajola sembra essere soltanto uno degli attori di questa vicenda in cui si incontrano il governo, gli appalti, la Protezione Civile, la propaganda, l’emergenza, i grand commis profittatori, i magistrati compiacenti, i costruttori beneficati e benefattori. Un insieme che è stato chiamato la “cricca” impropriamente, perché non è il cast di un film dei Vanzina: è un vero e proprio “sistema” politico-affaristico, con gli appalti di Stato che in nome dell’emergenza sfuggono a ogni regola e a tutti i controlli, movimentano miliardi e producono un ritorno in favori d’ogni genere, dai massaggi alle ristrutturazioni delle case, dagli appartamenti pagati ai conti degli alberghi, alle prostitute, alle assunzioni dei parenti.

Nelle carte dell’inchiesta sulla Protezione Civile, questo sistema è descritto nei dettagli, disegnato con ritratti precisi ed espliciti. Anche se oggi si prova a dimenticarlo, quel “sistema” è venuto in parte alla luce, è sotto gli occhi di chi vuol vederlo, e qualcuno dovrà renderne conto. Proviamo a inserire Scajola e gli ottanta assegni dentro il perimetro di quel sistema e tutto diventa coerente, e comprensibile. Il ministro, probabilmente, non si riteneva immune personalmente, come il suo Capo: ma pensava e sapeva di far parte del “sistema”, perché conosceva i meccanismi di funzionamento, il nome e il cognome dei beneficati, le garanzie reciproche di sicurezza che legano gli appalti e i favori, all’ombra del governo.

Che ha da dire il governo, su questo? L’onorevole presidente del Consiglio? Chi spiega ai cittadini perché, e in cambio di che cosa, quel costruttore doveva comprare una casa al ministro? La domanda resta in campo, senza risposta fino ad oggi. La responsabilità penale è certamente personale: ma quella politica è più ampia, e il governo Berlusconi deve risponderne insieme con Scajola.

La Repubblica 05.05.10

"Caos scuola: 800 iscritti in più, cento docenti in meno", di Valerio Baroncini

Mostrano le tabelle: «Dati allarmanti». Poi l’esempio: «Nella scuola primaria, dal 2008 a oggi, si sono persi 27 docenti (1.063 contro 1.036). Mentre i bambini sono aumentati in maniera notevole: gli iscritti nel 2008 erano 11.974 mentre oggi siamo a quota 12.503». Il ritrattino lo schizzano i sindacati, impauriti e arrabbiati sul delicatissimo fronte della scuola. E in breve, complice una vagonata di numeri tanto cupi da portare chiunque a un trattamento sanitario obbligatorio, stilano il riassuntino: «Complessivamente, in tutte le scuole di ogni ordine e grado di Ferrara e provincia abbiamo avuto per le iscrizioni 2010-2011 ottocento alunni in più, dunque circa 29 classi aggiuntive rispetto allo scorso anno. I docenti, invece, caleranno di circa cento unità: questa è scuola? Questa è qualità?». LA RIFORMA del ministro Gelmini non piace a Fausto Chiarioni (Flc-Cgil), Maria Cristina Vendra (Cisl scuola), Filippo Burgio (Uil scuola) e Maria Gaiani (Snals-Confasl). Tanto che l’aggettivo più gentile che viene sfoderato è «mannaia» dai sindacalisti imbizzarriti. «Qui non si discute solo di numeri, qui si discute di qualità della scuola», spiega Chiarioni. E se per Vendra «è anche sull’occupazione bisogna riflettere» perché saranno soprattutto «i precari a risentire dei tagli», Burgio definisce il piano triennale del Ministero «un mix di tagli e gestioni discutibili che mina tutto il sistema scolastico». MA SONO i numeri, i freddi numeri a restituire le impressioni di un quadro bollente. Alla scuola dell’infanzia (materna) gli alunni scritti sono 2.777 mentre gli insegnanti sono stabili (221 posti). Il vero nodo però è che le richieste dei dirigenti scolastici erano state nettamente superiori (232 cattedre) e la lista di attesa sale vertiginosamente (390 bimbi senza classi in provincia). Le sezioni, tra l’altro, saranno 106 a orario intero e 9 a orario ridotto quando ne erano state richieste 119 a orario intero e 4 a orario ridotto. Nella scuola primaria (elementari) gli alunni passano dagli 11.974 del 2008-2009 agli attuali 12.503, con i posti per gli insegnanti ridotti da 1.063 a 1.036 (1.051 un anno fa) quando invece quelli richiesti dai dirigenti erano stati 1.056. In sintesi, il rapporto alunni/docenti passa da 11,6 a 12. PIÙ ALUNNI, meno insegnanti. Quindi classi più numerose. Fenomeno che assume dimensioni «spaventose», denunciano i sindacati, alle scuole secondarie, in particolare nel centro. Alle medie gli alunni crescono da 7.145 a 7.569 mentre i posti scendono di venti unità (da 566 a 546). E tra l’altro spicca la distonia con la richiesta dei dirigenti scolastici che avevano chiesto 618 posti. E sul fronte delle superiori arriva il peggio. Ovvero la applicazione di una decurtazione di 64 posti (1162 l’anno scorso contro i 1098 del 2010-2011) e un netto aumento di iscritti (nel 2009 erano 14.273). Ma sempre tornando alla scuola primaria, emerge anche come la scelta politica dell’Ufficio scolastico provinciale sia stata quella di accontentare le famiglie. «Questo a discapito della didattica», dicono i sindacati. Motivo: considerando le richieste di tempo pieno (la stragrande maggioranza tanto che Chiarioni grida al «fallimento del maestro unico»), spunterebbe un tesoretto di 4 ore per classe (con due docenti sulle 40 ore, emerge un monte ore complessivo di 44). «Ma questo tesoretto’ spiega Gaiani sarà distribuito sulle classi modulari in modo da coprire i buchi e andare incontro alle esigenze delle famiglie. Quindi, se da una parte viene accolta la richiesta delle famiglie di avere tempo scuola in più, d’altro canto la didattica per i ragazzini iscritti al tempo pieno sarà diversa da quella originaria con le 4 ore di compresenza».

Il Resto del Carlino Ferrara 05.05.10

Intercettazioni, nuovo scontro il governo vieta i "fuori onda", di Liana Milella

L´opposizione: col ddl rischiano Le Iene e Striscia la notizia. Idv e Pd fanno slittare i tempi Carofiglio: danno alle indagini, la polizia non potrà registrare i confidenti. I berluscones s´incattiviscono sempre di più con la stampa. Sfruttano la riforma delle intercettazioni per bloccare non solo i magistrati ma anche i “fuori onda” in tv. Pd e Idv si ribellano e tentano, con l´ostruzionismo in commissione Giustizia al Senato, di far saltare i tempi. Un anno dopo si ripresenta lo stesso scenario della Camera dove finì, il 19 giugno 2009, col voto di fiducia. Un´ipotesi che si riaffaccia anche stavolta, soprattutto dopo l´ultimo scontro.
Tre ore di discussione, e solo 31 emendamenti respinti su oltre 400, sette pagine su un fascicolo di ben 116. Salta ancora una volta la previsione-annuncio del presidente Berselli («Lo approveremo giovedì, per andare in aula la settimana prossima»). Ma la capogruppo dei senatori Pd Finocchiaro annuncia che seguirà i lavori di persona e ribatte che di queste previsioni «non se ne parla proprio». Si litiga sempre sull´emendamento D´Addario, quello che punisce le «riprese e registrazioni fraudolente con una pena da sei mesi a quattro anni». Lo ha scritto e riscritto il relatore pidiellino ed ex toga Roberto Centaro, adesso lo modifica, rendendolo ancor più restrittivo, l´avvocato del Cavaliere Piero Longo.
Basta una frase. Questa: chiunque registra o videoregistra è punito «qualora ne faccia uso senza il consenso di tutti gli interessati». Dunque l´autore di un “fuori onda”, sia un giornalista delle Iene o di Striscia la notizia o d´altro, prima di utilizzare il suo filmato dovrebbe chiedere e ottenere l´ok da tutti quelli che ha registrato o videoregistrato. Pena una condanna da sei mesi a quattro anni. Centaro legge la proposta e ovviamente la sottoscrive: «È interessante, penso che l´accoglierò».
Pd e Idv sparano a zero. Ecco il vice presidente del Pd Felice Casson: «Presenteremo dei subemendamenti per consentire almeno le trasmissioni in tv e per non bloccare le intercettazioni delle polizie». Su questo si scatena l´ex pm e scrittore Gianrico Carofiglio: «È un danno secco alle indagini perché la polizia giudiziaria non potrà più registrare neppure i confidenti e così verrà meno un importante strumento di tutela e di assicurazione rispetto a ritrattazioni successive». Luigi Li Gotti, dipietrista e avvocato, si batte per il diritto di cronaca: «Con la proposta Longo verrà limitato ancor più duramente. Per assurdo una registrazione come quella del sindaco di Latina che alla Polverini diceva “ricordati delle mie figlie” e poi si è dovuto dimettere non si potrà più usare».
Ma il Pdl va avanti. Approva i commi che costringono il pm ad astenersi «se ha rilasciato dichiarazioni» sul processo; a farlo anche se è stato iscritto al registro degli indagati perché denunciato magari da uno degli imputati. Respinto il tentativo del Pd di ripristinare la possibilità di pubblicare almeno per riassunto le carte note ai difensori. Sulla riforma degli ascolti incombe il caso Scajola. La Finocchiaro è certa che, se venisse approvata, «sui giornali non verrebbe pubblicato nulla della storia che ha portato alle sue dimissioni». Stessa linea per il capogruppo Idv Belisario («Gli italiani non ne avrebbe saputo nulla»). Ma il presidente dei senatori Pdl Gasparri si lamenta di una legge «troppo morbida» e che lui avrebbe voluto «più dura». Il Guardasigilli Alfano aizza la gente e sulle intercettazioni fa questo paragone: «È come se ogni mattina trovassimo la cassetta della posta aperta e leggessero le nostre lettere».

La Repubblica 05.05.10

"Lontano dalla realtà", di Luigi La Spina

Il maggior rammarico, in queste tristi ore, dell’ex ministro Claudio Scajola dovrebbe essere quello di aver affidato la sua difesa all’avvocato Claudio Scajola. Il legale, forse per inesperienza professionale, forse per arroganza provinciale, ha scavato con pertinacia, in dieci giorni di dichiarazioni inverosimili, un tale fossato di credibilità intorno al suo assistito da costringerlo all’inevitabile sprofondamento politico delle dimissioni.

L’allontanamento progressivo dell’ex ministro dalla realtà è documentato dal linguaggio, rivelatore infallibile ma anche inesorabile di una sindrome masochistica. Scajola, oltre alle rituali accuse contro il «complotto mediatico», parte già dall’ammissione di conoscere l’architetto Anemone per ragioni d’ufficio. Poi, non riesce a spiegare come mai non sia sorpreso dallo straordinario affare costituito dall’acquisto di una casa a meno della metà del valore di mercato.

Infine, arriva al culmine del tentativo di convincere l’opinione pubblica dell’impossibile: se sapessi – dice – che qualcuno, a mia insaputa, ha pagato una parte della mia abitazione, rescinderei il contratto. Una vera e propria scalata nell’assurdo, dove un acquirente di tale lignaggio non conosce i prezzi delle residenze romane e, in seguito, diventa ministro per lo Sviluppo economico. Dove benefattori misteriosi, tempestivamente scesi dal cielo, donano a due sorelle, non bisognose ma dotate di un cognome allusivo, al di qua e al di là del Tevere, integrazioni risarcitorie per uno sconto eccessivo.

Al di là del «caso Scajola» e del personale grado di responsabilità nella specifica vicenda della sua casa che solo la magistratura avrà il compito di valutare, l’attenzione dovrebbe essere concentrata, però, sull’ormai evidente intreccio corruttore rivelato, prima dalle indagini sulla caserma dei carabinieri a Firenze, poi dalle inchieste sulla Protezione civile e probabilmente confermato da altri possibili futuri coinvolgimenti illustri: il rapporto, chiuso e autoreferenziale, tra imprenditori e settori delicati dell’amministrazione dello Stato.

Si è ormai intuito che, con l’alibi di una riservatezza necessaria per alcuni lavori che riguardano il ministero dell’Interno, della Difesa, della Protezione civile, ma anche di altri dicasteri, si è creato un nucleo solido di interessi convergenti tra costruttori e politici nel quale spariscono i confini tra pubblico e privato. Un ambito, protetto e oscuro, dove ci si può, più o meno legittimamente, sottrarre ai due obblighi fondamentali del mercato. Il primo riguarda la concorrenza, con il corollario che impone la rima obbligata, la trasparenza. Il secondo tocca il sistema dei controlli amministrativi, a partire da quello della Corte dei conti.

E’ all’interno di questo mondo impermeabile a sguardi estranei che si costruisce un sistema e si consolida una mentalità. I magistrati hanno definito questo circolo chiuso di affaristi «una cricca». Il termine è efficace perché ben illumina l’aspetto di consorteria ristretta dei protagonisti e anche la ripetitività di reati compiuti nelle stesse forme. Ma non riesce a spiegare fino in fondo i motivi della peculiare sensazione di impunità e di onnipotenza che inebria costruttori e politici, quel misto di presunzione arrogante e nello stesso tempo ingenua che finisce per travolgere ogni prudenza e ogni limite di opportunità.

Nel tempo, con la consuetudine di frequentazioni amicali, diventa normale, infatti, rivolgersi a chi ristruttura i locali del ministero anche per aggiustare gli infissi di casa propria. Diventa normale chiedere a chi ha vinto l’appalto indetto dal dicastero che si dirige anche l’aiuto per acquistare una casa a prezzo ultrascontato. Diventa normale confessare al telefonino affarucci e affaracci, sicuri di una immunità riservata a imprenditori «speciali». Ma diventa anche normale e persino comprensibile la sorpresa quando la segretezza viene violata e diviene altrettanto comprensibile un atteggiamento altrimenti sconcertante: la pretesa di convincere l’opinione pubblica dell’assolutamente improbabile e il distacco da una realtà che i cittadini comuni conoscono a memoria e che, invece, in quel mondo, è così lontana da giustificare qualsiasi romanzesca versione dei fatti. In attesa di apprendere le prossime rivelazioni, armati di un serio garantismo ma non di una sciocca credulità, è urgente smantellare, al più presto e col massimo rigore, questo intreccio pubblico-privato di affarismo «riservato». Come diceva Bobbio, la democrazia non ama il buio.

La Stampa 05.05.10

"Scuola, spicchi d'aglio sulla Gelmini. Riforma delle Superiori", di Franco Labella

Perchè l’aglio? Insaporisce i cibi, ha anche proprietà curative ma può risultare leggermente indigesto: proprio come la controriforma del duo-Tremonti-Gelmini. Il professor Franco Labella è un insegnante di Diritto ed Economia in un liceo linguistico di Napoli. Contro riordino gelminiano e l’eliminazione del Diritto dalle scuole superiori italiane, il prof un anno fa, un appello in rete a cui hanno aderito oltre 2.000 persone e che è stato firmato, tra gli altri, da docenti universitari come i professori Stefano Ceccanti, Alessandro Pace e Stefano Rodotà, artisti dal forte impegno civile come Moni Ovadia ed esponenti della società civile impegnati nella difesa della legalità e nella lotta alla criminalità organizzata come Rita Borsellino, Don Tonino Palmese e Giovanni Impastato. Inoltre, nel marzo del 2009 Labella ha fondato il Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto e Economia, che raccoglie oltre 150 docenti di 17 regioni e di cui è attualmente è il Coordinatore nazionale. Gli Spicchi, però, sono opera del solo prof. Labella e non coinvolgono il Coordinamento nazionale.
SPICCHI FRESCHI
Maestra di vita (ma non per tutti). La settimana scorsa, in sole 48 ore, si son capite tante cose del riordino gelminiano delle superiori. Si è capito, ad esempio, perché la Storia andava unificata con la Geografia o perché il Diritto doveva essere eliminato. Un ex-ministro settentrionale, Luca Zaia, ora neoeletto Governatore del Veneto, dimostrando di avere una solida preparazione in Storia, Geografia e Storia Costituzionale Italiana, ha paragonato i partigiani italiani dell’ANPI ai Vietcong nordvietnamiti confondendo però questi ultimi con i soldati giapponesi che nella giungla ignoravano la fine della guerra.
Quante storie, avrà commentato il leghista veneto, tanto Vietnam e Cina sempre Asia è…. Due giorni dopo, Edmondo Cirielli, presidente della Provincia di Salerno del Pdl ha rincarato la dose e riscritto pure lui la Storia: la Liberazione, secondo il maggiore dei carabinieri in aspettativa, è stata merito esclusivo degli Americani.
Corsi di recupero per entrambi ed un invito al ministro Gelmini: istituisca una nuova disciplina obbligatoria, Cittadinanza e Costituzione, ma stavolta non per finta come accaduto finora. E che sia obbligatoria al Nord come al Sud, perché come insegna la vicenda raccontata, l’Unità d’Italia di chi ignora o confonde esiste ancora oggi.
Omonimie Il 4 giugno, a Trento, nell’ambito del Festival dell’Economia, si svolgerà un dibattito sul tema “L’educazione economica a scuola: riflessioni dopo la riforma e dopo la crisi “ .Tra i partecipanti al dibattito tal Max Bruschi. Ma non può essere lui, sarà un omonimo o un sosia. Quello vero, infatti, il consigliere politico del ministro Gelmini, sulla questione educazione economica nelle scuole superiori italiane ha le idee chiare: “Riguardo a Economia e Diritto, dovendo fare delle scelte, no, non ritengo siano materie fondamentali per l’educazione alla cittadinanza e alla legalità”. E difatti l’Economia è sparita dalle scuole superiori italiane come il Diritto.
Un mio conterraneo di qualche secolo fa, Orazio, scrisse in Odi, III, 30 : “ Exegi monumentum aere perennius” Ho eretto un monumento più durevole del bronzo. Lui di bronzo aveva il monumento…..
(Spicchi selezionati da Maristella Iervasi)
I “PASSATI” SPICCHI
Game over Come promesso, il 22 aprile sono stati chiusi anche i Forum di Ansas Indire, poco frequentati ma con interventi spesso critici dei docenti delle varie discipline, dedicati alla discussione delle Indicazioni nazionali (programmi) delle superiori lavate in acqua calda dal ministro Gelmini. Forum chiusi ed Indicazioni pronte per il prossimo settembre dunque? Assolutamente no. Ed allora? Game over. Chi ricorda come funzionavano i flipper meccanici, sa che la partita poteva finire normalmente quando terminavano le 5 palline ed allora compariva la scritta relativa alla fine del gioco. Qualche volta, però, urtando troppo energicamente il flipper , il “Game over” appariva anzitempo perché il bigliardino andava in tilt. Pure la scuola pubblica statale italiana andrà in tilt?
La dott.ssa Gelmini Anche il ministro si è espressa a favore delle graduatorie regionali proposte dalla Lega per evitare che i docenti meridionali possano insegnare al Nord. Avessero applicato lo stesso principio per le commissioni per l’esame di ammissione all’Albo degli avvocati (vedi Spicchi precedenti) , forse oggi avremmo ancora la dott.ssa Gelmini e non l’avv. Gelmini. E pensare che l’anno prossimo dovremmo festeggiare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia.
La trota Bossi ha definito pubblicamente così il figlio Renzo. Rampollo dalla carriera scolastica un po’ travagliata, Bossi junior, bocciato più volte agli esami di stato ma ora neoconsigliere regionale lombardo, era stato “assolto”, dopo la prima bocciatura, dal padre che aveva accusato gli insegnanti della Commissione d’esame, secondo lui meridionali, di aver infierito per motivi politici sul figlio autore di una tesina su Cattaneo. Ora la Lega propone, come il lettore ha visto, graduatorie regionali per l’assunzione dei docenti. Se le graduatorie regionali dovessero essere realizzate anche negli Atenei lombardi e se non riuscirà magari a laurearsi, con chi potrà poi prendersela Bossi junior? Solo con i lucci….. i pesci predatori presenti nelle acque dei fiumi settentrionali.
Dalli al docente (se è meridionale è meglio). In una intervista il ministro Gelmini descrisse, con una generalizzazione poco comprensibile, i docenti meridionali come poco preparati ed inclini a largheggiare con i voti. Poco dopo, però, fu reso noto dai giornali che, per superare l’esame di ammissione all’Albo degli avvocati, il ministro settentrionale aveva , prudentemente, optato per sostenerlo a Reggio Calabria dove le commissioni erano meno rigide di quelle degli avvocati del Nord. Nei giorni scorsi, come riportato dagli organi di stampa, la giunta di un Comune settentrionale ha deciso di sospendere l’erogazione di borse di studio perché i docenti, a giudizio degli amministratori, hanno l’abitudine di largheggiare nei voti. La storia ed i giudizi si ripetono ma stavolta il ministro tace.
L’Unità No, non si parla del giornale. E forse anche il titolo di questo Spicchio è sbagliato. Quello giusto è l’Unificazione. Della Storia e della Geografia in una sola disciplina, celebrata come attesa rivoluzione dal prof. Belardinelli, esperto nominato dal ministro nella Commissione incaricata di scrivere le nuove Indicazioni nazionali (programmi) dei Licei riordinati e ristretti dopo il lavaggio in acqua calda da parte della Gelmini. Deve essere uno studioso facile agli entusiasmi il prof. Belardinelli, docente di Sociologia dei processi culturali ma incaricato di coordinare la sezione “Storia” del lavoro in Commissione. Nei Forum semideserti di Ansas Indire in cui i docenti discutono delle bozze delle Indicazioni nazionali (programmi), è tutto un fiorire di recriminazioni contro la riduzione della Geografia ad ancilla historiae. Ma saranno tutti “comunisti” quelli che si lamentano e di qui il mio titolo sbagliato.
Il Titolo V Il lettore degli Spicchi mi scuserà se lo annoio ancora con la storia del Diritto. Non è che sono monomaniaco ma mi è capitata sotto gli occhi, leggendo il suo blog, questa illuminante dichiarazione di Max Bruschi, consigliere politico del ministro Gelmini e autore del famoso paradosso della “educazione alla legalità senza le leggi”, elaborato per spiegare perché si è eliminato lo studio del Diritto, dal prossimo settembre, nei Licei centrifugati e semplificati. La dichiarazione di Bruschi è la seguente: “è la norma costituzionale a prevedere che il piano dell’offerta formativa sia approvato dalle Regioni (che raccordano quanto preparato dalle province). Ho provato a forzarla, ma un uccellino mi ha detto che alcune regioni avrebbero impugnato il regolamento.” Le domande sono due. La prima: dopo le Regionali gli uccellini avvertiranno Bruschi che le impugnazioni delle Regioni in cui ha vinto la destra “federalista” non ci saranno più? La seconda: ma Bruschi, forzatore di norme costituzionali, sa che esiste quel pericoloso covo di comunisti chiamato Corte Costituzionale? Temo di no, visto che ha rivendicato con orgoglio di aver frequentato un Liceo non sperimentale dove, ha specificato, non si studiava il Diritto. E, a scanso di rischi futuri, ha deciso di eliminarlo, lo studio del Diritto, anche per i prossimi anni, tanto agli studenti italiani a che serve sapere della Corte Costituzionale? Forzando, forzando….
La scuola col bollino, ovvero le nozze con i fichi secchi. Il ministero pensa di istituire, partendo da una esperienza del Piemonte, il bollino di qualità per le scuole. Tra gli indicatori valutati – nel sottosettore Pari opportunità – : “ Borse di studio e sussidi erogati dalle scuole per garantire il diritto allo studio, apparecchiature idonee, apertura della scuola nel pomeriggio”. Nel sottosettore gestione dei servizi ausiliari: “Condizioni igieniche e di sicurezza dei locali” e nel sottosettore “servizi generali” efficienza della segreteria. C’è, nel sottosettore Etica, persino: “Diffusione dei valori della legalità, equità e trasparenza”. Tutti questi indicatori nella scuola gelminiana che elimina lo studio del Diritto e dell’Economia, non garantisce i soldi per i supplenti e taglierà decine di migliaia di posti del personale ATA fra cui gli addetti alle segreterie sempre più oberate di impegni; per non parlare della sicurezza di edifici di cui il ministro Gelmini, dopo la tragedia di Rivoli, aveva promesso il censimento e la messa in sicurezza in tempi rapidi. Ma consoliamoci: nel concedere il bollino verrà tenuta presente anche la capacità della scuola di reperire finanziamenti all’esterno. E’ il mercato, bellezza. I corsi flash.
La Gelmini legge “Spicchi d’aglio”?. Dopo il riferimento nello Spicchio precedente ai corsi di inglese delle maestre uniche, il ministro ha fatto sapere che saranno potenziate le iniziative di formazione, nelle lingue straniere, dei docenti della scuola elementare. I giornali hanno parlato di corsi flash ed il Ministro Gelmini ha dichiarato l’intenzione di attivare opportune misure di sostegno: affiancamento in avvio con docenti tutor; esonero dal servizio per la frequenza dei corsi; assegnazione di borse di studio per corsi di lingua all’estero. Sarà il caso di far sapere al ministro che in informatica le memorie flash sono quelle che non presentano alcuna parte mobile e quindi sono piuttosto resistenti alle sollecitazioni e agli urti. Le nostre maestre, invece, di sollecitazioni ed urti – dalla Moratti alla Gelmini – negli ultimi anni ne hanno dovuto sopportare parecchi. Ma si consolassero: il ministro le manda all’estero. A spese delle maestre, of course.
Questione meridionale Da un incontro al ministero con i sindacati della scuola si è appreso che la Campania per l’anno 2010/11 perderà 3.686 docenti, la Sicilia 3.325, mentre sull’organico di diritto, in percentuale rispetto all’anno precedente, la Calabria avrà un -5,32% e la Sardegna -5,18%. Ora si capisce meglio la proposta della Lega di chiudere le “frontiere” del nord attraverso provvedimenti, come le graduatorie regionali, che impediscano ai nuovi disoccupati di andare, come abbiamo visto in “Presa diretta”, con la “valigia di cartone” verso i luoghi in cui saranno orientate le risorse. In fondo vincere le Regionali a qualcosa doveva servire e Cristo, come si sa, si è fermato ad Eboli. Ed è meglio che ci resti.
I Forum a scadenza
Le Indicazioni nazionali (i programmi) per le nuove classi delle superiori riordinate dal 1 settembre di quest’anno non sono ancora pronte. Ci si riprova a far finta di far discutere i docenti sulle Indicazioni nazionali , i programmi delle scuole riordinate dalla Gelmini. Bruschi, il consigliere politico del Ministro, ha riaperto un altro Forum nel sito di Ansas-Indire per far “discutere” i docenti sulle cose da far studiare ai “fortunati” allievi a cui si tagliano ore e materie.. Anche stavolta si discute solo sulle ipotesi e non sulle certezze ed in più c’è una scadenza temporale precisa perché bisogna fare in fretta. C’è pure un monito preventivo a non scrivere, nel Forum, pena la censura (la chiamano “moderazione”) opinioni negative sul riordino.
I farmaci scaduti non curano e fanno pure male.
I programmi fatti in fretta hanno il pregio di far danni anch’essi e senza rimedio.
La Resistenza sottintesa.
Bruschi, consigliere politico della Gelmini, ne ha detta un’altra delle sue. Dopo l’educazione alla legalità senza le leggi, la storia d’Italia senza la Resistenza. I nuovi programmi di Storia, in via di frettolosa elaborazione, non la citano fra gli argomenti da studiare. Tanto è sottintesa, ha affermato Bruschi, come le tabelline per la matematica. Viene il dubbio che oltre ad ignorare la Resistenza stia per proporre di far studiare la Matematica senza le tabelline. Tanto son sottintese.
Il Governo del fare (in fretta).
I nuovi governi regionali dovranno occuparsi del dimensionamento scolastico e dovranno adottare le relative delibere che tengano conto dei Regolamenti del riordino quando finalmente andranno in Gazzetta Ufficiale. Un alto dirigente ministeriale pare abbia detto che la pubblicazione in Gazzetta è solo una formalità. E se il Governo del fare abolisse la Gazzetta Ufficiale facendone un gran falò come ha fatto già il Ministro Calderoli? In fondo già si è riusciti a non far studiare più, da settembre del 2010, l’iter legis agli studenti delle superiori. A che serve a questo punto la vacatio legis? Tanto agli studenti già si è detti che studiare meno frutta di più…. Se si perde meno tempo nel pubblicare le norme frutta di più.
Pane e acqua
Stavolta il Ministro Gelmini non c’entra perché la decisione di dare solo pane e acqua ai ragazzini della scuola i cui genitori non pagavano il contributo mensa l’han presa in Comune, a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza. In compenso il Ministro ha taciuto. Eppure dopo la maestra con la penna rossa ed il grembiulino ci sarebbe stato così bene il ritorno al passato, quello del pane e acqua. E’ perciò che la Gelmini non ha commentato. Alla saggezza popolare del “pane e acqua” ci manca solo il detto meridionale che “mazzate e panelle fanno i figli belli”. Ma la Gelmini è settentrionale e non lo dice….. meglio il cinque in condotta.
Non chiedete soldi alle famiglie
Lo ha detto il Ministro Gelmini di fronte a casi di richieste di contributi alle famiglie anche nella scuola dell’obbligo.
Per essere coerenti si sarebbe dovuto rassicurare le scuole sul fatto che le risorse che servono le manderà il Ministero.
Ma c’è la crisi e quindi si taglia anche il necessario dopo il “superfluo” come il Diritto o la Geografia.. Nessun altro Governo europeo lo fa…. Ma siamo o non siamo un’eccezione? Mica solo con le elezioni succede di andar controcorrente rispetto all’Europa…
Bolzano rinvia Questa provincia autonoma ha deciso di rinviare al 2011 l’avvio del riordino delle scuole superiori. Probabilmente si farà un “decreto interpretativo” che chiarisca alla Provincia di Bolzano che, nonostante i suoi poteri, non è possibile rinviare e, soprattutto, farlo sapere all’opinione pubblica prima della data di svolgimento delle elezioni regionali. Hai visto mai che qualche altra Regione si faccia tentare, visti la confusione ed i ritardi di provvedimenti anche importanti come le Indicazioni nazionali (i programmi) o il riordino delle classi di concorso e chieda pure essa il rinvio…..
L’educazione alla legalità senza le leggi Per giustificare la eliminazione dello studio del Diritto nelle scuole superiori italiane la Gelmini per bocca del suo consigliere politico dott. Bruschi che lo ha scritto nei Forum di Ansas-Indire, ne ha decretato la scarsa importanza ai fini della Educazione alla legalità e alla cittadinanza. Lo stesso autore del paradosso della educazione alla legalità senza le leggi, che è pure presidente della cabina di regia dei licei, sembra non gradire molto gli ostacoli al riordino delle scuole superiori che potrebbero venire dai Piani di dimensionamento delle Regioni. Dopo l’educazione alla legalità senza le leggi gradirebbe anche dei Piani di offerta formativa e di dimensionamento delle Regioni senza i Regolamenti, non ancora pubblicati in Gazzetta Ufficiale e ,perciò, inesistenti dal punto di vista giuridico.
Il Clil, novità europea Il Ministro Gelmini, in tv, ha segnalato come epocale l’introduzione, nel solo ultimo anno delle scuole superiori, di una disciplina in lingua straniera: CLIL si chiama ….Sigla mirabile che già appassiona gli addetti ai lavori con un interrogativo altrettanto epocale: saranno i prof. di inglese ad imparare la filosofia o viceversa i prof. di filosofia a frequentare i corsi accelerati e brevi di inglese come è già avvenuto con le maestre uniche?
E’ tutta un’altra musica Non sono ancora nati i Licei Musicali ma già sorgono dubbi sulla possibilità di farli nascere attraverso le convenzioni con i Conservatori ma senza oneri per le istituzioni. C’è chi propone di boicottare le convenzioni anche in considerazione del fatto che 40 sezioni in tutta Italia significano un migliaio di studenti sparsi per ogni dove. Si vede che manca un direttore d’orchestra.
Libri di testo on line Le case editrici scolastiche si sono lamentate per l’assenza delle Indicazioni nazionali (i programmi) che rende difficile se non impossibile il lavoro di programmazione e redazione dei libri di testo, in tempo utile per essere utilizzati dalle classi degli istituti superiori coinvolti, a partire dal settembre di quest’anno, nel riordino del mnistro Gelmini.
llConsigliere politico del ministro ha risposto che sarà possibile per le case editrici aggiornare i libri on line. Si vede che Bruschi vive nella realtà virtuale. La realtà concreta di molte famiglie è quella della scarsa diffusione di Internet, la realtà operativa delle scuole è quella della mancanza di fondi anche per il pagamento dei supplenti e pure per l’acquisto della carta igienica.
Gli alunni distribuiti nelle classi e la sicurezza Alle scuole mancano i soldi per pagare i supplenti e le ore di sostituzione fatte dai docenti in servizio. Quando mancano gli insegnanti, gli alunni delle classi coinvolte vengono divisi in altre classi coperte da docenti. Si violano, così, le norme sulla sicurezza che impongono di non concentrare, superando i limiti di legge, gli alunni in base allo spazio disponibile nelle classi. La spiegazione è: “lo facciamo per garantire la sorveglianza dei minori affidati alle scuole.” Peccato, però, che questo avvenga a discapito della sicurezza.
Cittadinanza e Costituzione Nell’agosto del 2008, con una conferenza stampa ripresa dalle televisioni, la Gelmini annunciò l’istituzione di una nuova materia con voto autonomo: Cittadinanza e Costituzione. Il 9 novembre 2009 contrordine: Cittadinanza e Costituzione non sarà mai materia autonoma con voto autonomo. Parola dello stesso ministro su un quotidiano nazionale. Non sia mai che gli studenti italiani possano capire che la Costituzione pone limiti anche ad inventiva e creatività legislativa. Meglio che si occupino del fair play sportivo, suggerito come tema da sviluppare nell’ambito di un “contenitore” affidato ai docenti di Storia e, solo dove sono già presenti in organico, ai docenti di Diritto. Per equità, però, bisogna dire che il ministro ha annunciato che comprerà e distribuirà nelle scuole i DVD con le registrazioni delle trasmissioni sulla Costituzione curate da Claudio Martelli.
(Spiccchi “selezionati” da Maristella Iervasi)
L’Unità 04.05.10

"Anno accademico corsi a rischio", di Andrea Rossi

Caro ministro, in queste condizioni esiste il concreto rischio che il prossimo anno accademico non possa cominciare». Forse toni e sfumature non saranno questi. Forse il concetto sarà più articolato, denso di riferimenti. Ma il senso è chiaro, netto: se le premesse sono queste l’Università di Torino l’anno prossimo potrebbe non essere in condizione di far partire i corsi. È la prima volta che succede. Ed è la prima volta che il Senato accademico dà mandato al rettore di minacciare l’interruzione di corsi, esami e lezioni.

Nessun ateneo italiano – nonostante le difficoltà siano uguali per tutti – aveva finora compiuto questo passo. Ieri l’ha fatto Torino, mossa che è l’immagine plastica di un’università che vive in apnea, decisa ieri sera dal Senato al termine di una seduta tesa, con circa 200 tra ricercatori e studenti in presidio, una breve irruzione, e qualche parola al vetriolo tra il rettore Ezio Pelizzetti e alcuni studenti. Il rettore lo va dicendo da almeno un paio d’anni, quando la scure dei tagli ha cominciato a farsi pesante: «Siamo l’ateneo più sottofinanziato d’Italia». Non basta: da qualche settimana in via Po il clima è ulteriormente peggiorato. Colpa della nuova mannaia che colpirà il Fondo di funzionamento ordinario nel 2011. E del disegno di legge Gelmini, ora all’esame del Parlamento che – tra le tante norme contestate dal mondo accademico – istituisce la figura del ricercatore a tempo determinato, novità che ha fatto montare su tutte le furie gli oltre 900 ricercatori dell’università.

Più della metà ha già deciso – e messo a verbale in Consiglio di facoltà – che dall’anno prossimo rinuncerà alla didattica, si occuperà soltanto di ricerca, «come prevede la legge». Molti Consigli di facoltà hanno sostenuto una protesta che sta dilagando in tutta Italia. Le facoltà che ancora non si sono pronunciate si preparano a fare altrettanto. Risultato? Visto che i ricercatori, oltre a occuparsi di ricerca, tengono molti corsi, spesso fondamentali, senza di loro le facoltà non sono in grado di garantire l’offerta formativa ai loro studenti. Alberto Conte, preside della facoltà di Scienze e presidente della commissione Organico d’ateneo, è stato chiaro fin dall’inizio della mobilitazione: «Senza ricercatori non possiamo garantire il funzionamento delle facoltà».

La protesta, divampata tre mesi fa proprio a Scienze, ieri è arrivata in Senato, spinta dal coordinamento dei ricercatori, dai rappresentanti degli studenti e da alcuni presidi e senatori. E, dopo una lunga discussione, è stato approvato il testo presentato dai ricercatori. «Si doveva intervenire due mesi fa, perché la nostra mobilitazione è partita da tempo e il ddl è già in discussione in Parlamento», spiega Alessandro Ferretti, ricercatore a Fisica. «Ora siamo quasi agli sgoccioli, ma il segnale del Senato è comunque importante». «Era giusto che si seguisse questo percorso per gradi – precisa Conte – dalle singole facoltà al Senato».

Adesso tocca al rettore Pelizzetti. Ma il mandato del Senato sembra chiaro: con almeno 450 ricercatori sulle barricate e i tagli in arrivo non si può più andare avanti.

La Stampa 04.05.10