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"L'Europa a marcia indietro", di Moisés Naim

È iniziata con una tragedia greca, è proseguita con un’operetta spagnola e si potrebbe concludere con una dirompente opera tedesca. E ieri la tragedia è diventata realtà con la morte di tre persone per asfissia in una banca di Atene assaltata da manifestanti.
La crisi economica europea cresce, si diversifica e si complica. Se continua in questo modo, potrebbe mettere fine, anche in maniera drammatica, al progetto più brillante e innovativo della geopolitica mondiale: l’integrazione europea. Raggiungere l’ambizioso obiettivo di consolidare l’integrazione economica europea e di trasformare il continente in un protagonista politico coeso a livello internazionale è indispensabile per gli europei, e rappresenta uno sviluppo positivo per il resto del mondo. Se ricominciasse a dividersi, l’Europa non riuscirebbe a difendere efficacemente i propri interessi, mantenere gli standard di vita a cui i suoi cittadini si sono abituati e diventare un giocatore rilevante a livello mondiale. Purtroppo, un’Europa meno integrata ha smesso di rappresentare uno scenario così impensabile come lo era fino a pochi mesi fa.

Il post-crisi può svilupparsi in due modi: “Più Europa” e “Meno Europa”. Sarà l’ultima condizione a prevalere, a meno che non si verifichino cambiamenti drastici per tre diverse componenti: le politiche economiche dei governi; l’impunità con cui politici opportunisti, sia al governo che all’opposizione, mentono agli elettori sulla gravità della situazione e, non da meno, la condiscendenza di un pubblico propenso a ripudiare quei politici che dicono la verità. “Meno Europa” è lo scenario che sembra scaturire da una “soluzione” per la Grecia che si rivelerà insufficiente nel giro di pochi mesi, e richiederà la necessità di riproporre al paese altri aiuti finanziari.

M a questo aiuto non arriva né in tempo né in quantità sufficienti, e così il cataclisma greco diventa ancor più profondo, contamina e debilita gli altri paesi deboli dell’Europa. Spagna, Portogallo e Italia gridano ai quattro venti «non siamo la Grecia!»: si tratta di un’affermazione abbastanza precisa, che però nasconde il fatto che la loro stabilità economica sta diventando di giorno in giorno più precaria e le proprie debolezze sempre più pericolose. Nel frattempo, una Germania tanto ricca quanto restia a impiegare le proprie ricchezze per riscattare i suoi soci mediterranei interviene con decisioni tardive e insufficienti, dovute alla sensazione che il suo appoggio al progetto europeo abbia raggiunto costi ormai intollerabili per la propria popolazione. I cinesi, gli indiani, i petrolieri arabi e altri paesi ricchi di riserve monetarie smetterebbero di considerare l’euro come valuta equivalente al dollaro e, tra gli stessi paesi europei, alcuni lo abbandonerebbero.

Un clima di “si salvi chi può” e “ognuno per conto proprio” inizia ad emergere dai summit europei. Sono in molti ad applaudire la caduta di prestigio e la debolezza della burocrazia a Bruxelles, e in un video che sta spopolando in internet Lady Gaga sostituisce Lady Ashton nel suo ruolo di rappresentante della politica estera della Ue. In questo scenario, Germania e Francia continueranno ad essere paesi di notevole rilevanza nell’ordine mondiale, e la Gran Bretagna, grazie al suo rapporto privilegiato con gli Usa, potrà godere di un prestigio non giustificato dal suo ridotto potere economico. Non c’è dubbio che l’Europa continuerà ad esistere e a comportarsi come un continente apparentemente unito, economicamente sano e politicamente coordinato. Ma il resto del mondo risponderà alle sue mosse con un sorriso sornione, sapendo che provengono da un continente che è sì riuscito a superare la crisi, ma ne è uscito con meno potere di quanto ne avesse prima e molto meno di quanto ne avrebbe potuto avere.

Questo scenario è un disastro che va evitato. “Meno Europa” non è inevitabile e “Più Europa” non è soltanto auspicabile ma anche possibile. “Più Europa” non deve significare più Bruxelles, né più burocrazia, né altri vergognosi casi d’incompetenza come quelli a cui abbiamo assistito nelle scelte dei leader europei riguardo alla gestione della crisi del traffico aereo verificatasi dall’eruzione di un vulcano dal nome impronunciabile né alla patetica gestione della crisi greca.
“Più Europa” si costruisce a partire da quei leader che sanno come spiegare ai propri concittadini che i loro figli saranno condannati a standard di vita inferiori a quelli vissuti da loro, a meno che le economie europee non vengano riformate e s’integrino in modo ancor più profondo. Leader che spieghino che è necessario che l’Europa metta in pratica dolorosi aggiustamenti, riconoscendo che è insostenibile raggiungere guadagni ogni anno superiori, a meno che ogni anno non sia anche la produttività ad aumentare. Che i sindacati devono consentire più concorrenza nel mercato del lavoro e gli imprenditori in quello di beni e servizi, e che i guadagni stratosferici di alcune banche sono manifestazioni di distorsioni che devono essere corrette/compensate attraverso i prezzi pagati per le operazioni a rischio. Che da parte di tedeschi, francesi e altri che hanno accumulato immense riserve, conservare questi guadagni sotto il materasso rappresenta una strategia miope, soprattutto mentre l’Europa continua a frammentarsi, fino a rischiare, a lungo termine, di diventare contraria ai propri interessi.
Stiamo vivendo uno di quei momenti in cui il carattere, l’audacia e la visione dei leader possono modificare la direzione intrapresa dalle proprie società e cambiare la storia. L’opportunità di costruire “Più Europa” si trova lì, pronta per chi sappia approfittarne.
(Traduzione di Graziella Filipuzzi)
Il Sole 24 Ore 06.05.10

Nucleare, ricorso della Regione Emilia-Romagna alla Corte Costituzionale contro il decreto del Governo su localizzazione e realizzazione di centrali nucleari in Italia.

L’assessore Muzzarelli: “Non si possono escludere i territori ed i cittadini da decisioni così importanti e che li riguardano da vicino”. La Regione Emilia-Romagna presenterà ricorso davanti alla Corte Costituzionale per le norme, varate dal Governo, sulle centrali nucleari in Italia.
La Giunta regionale, infatti, ha deciso di impugnare alcuni articoli del Decreto Legislativo 31 del 15 febbraio 2010 che, in attuazione della legge 99 del 2009 (già impugnata nel settembre scorso), stabilisce la ‘Disciplina della localizzazione, della realizzazione e dell’esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare, di impianti di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio del combustibile irraggiato e dei rifiuti radioattivi’. “La Regione – precisa l’assessore regionale Gian Carlo Muzzarelli – ritiene che il decreto del Governo sia sotto diversi profili lesivo delle competenze e delle prerogative che la Costituzione attribuisce alle Regioni. Il decreto, oltre ad essere stato emanato in assenza del parere della Conferenza Unificata, secondo quanto espressamente richiesto dalle norme, non garantisce un adeguato coinvolgimento delle autonomie regionali: in particolare, nelle fasi più significative e qualificanti del procedimento di realizzazione, non prevede una “intesa forte” con le Regioni interessate. Non è accettabile, quindi, escludere, la voce dei territori e dei cittadini da decisioni così rilevanti e che li riguardano da vicino”. La delibera della Giunta regionale riguardante il ricorso alla Corte Costituzionale sarà comunicata, nelle prossime settimane, alla Assemblea Legislativa.

"Una storia da compiere", di Aldo Schiavone

Italiani. Non è una questione di radici (quelle lasciamole agli alberi; se riferite agli umani, sono solo una brutta metafora). E nemmeno di incancellabili identità (una parola di cui abbiamo francamente abusato, in questi anni). Noi siamo solo il risultato – sempre provvisorio – di una storia. Un esito per molti versi incompiuto: che si può completare o disfare. Sta a noi scegliere.
Il discorso con cui il Presidente Napolitano ha aperto a Quarto le celebrazioni del centocinquantesimo anniversario della nostra unità è, nella sua sobrietà, un testo esemplare.

Sarebbe bello che venisse letto, nelle scuole, dai nostri studenti: che fosse oggetto dei loro pensieri e della loro riflessione. Vi senti dentro qualcosa di raro e di prezioso, ormai: la capacità di interrogarsi senza pregiudizi sul nostro passato, di rappresentarne, in poche battute, tutta la contraddittoria complessità e di proiettarla sull´oggi, sui nostri problemi e sulle nostre difficoltà. In due eleganti paginette, il punto culminante del Risorgimento – l´impresa di Garibaldi – viene trasformato, con lo studiato aiuto di una classica interpretazione di Rosario Romeo, da simbolo a problema, ma senza alcuna tentazione iconoclasta; anzi addirittura senza rinunciare a una sapiente evocazione di alcuni motivi propri della nostra retorica nazionale. Insomma, una lezione di stile, fra tanto ciarpame.
È stato detto anche troppe volte, in questi mesi: il terzo cinquantennio dell´unità nazionale sta cadendo in un momento tempestoso del nostro cammino. La crisi economica si sta tramutando da crollo finanziario in dissesto sociale; l´Europa è meno vicina di quanto avessimo sperato; la strada verso un mondo globale è molto più impervia di quel che si era previsto, sebbene continua a rimanere senza alternative; una società costruita su una nuova idea di lavoro e una nuova pratica della multietnicità stenta a decollare; la politica si perde nelle arroganze e nelle velleità populiste di una transizione interminabile.
Ma pure non è nella gravità di questi mali la vera peculiarità della situazione che dobbiamo fronteggiare. Altre volte, in questo secolo e mezzo, abbiamo attraversato, uscendone bene, bufere peggiori: due terribili guerre, la dittatura, le bombe, la fame – stenti indicibili di cui abbiamo (per fortuna) quasi persa la memoria.
La novità è che oggi c´è chi pensa che si possa venir fuori dalle nostre angustie aumentando e non riducendo quegli aspetti di disunità del Paese che sono stati l´eredità più amara del nostro Risorgimento (anche di questo c´è un limpido cenno nel discorso di Napolitano), e di cui non siamo mai stati veramente capaci di venire a capo. Insomma, che nel nostro futuro vi dovranno essere più legami comunitari a maglie chiuse (il quartiere, il paese, il gruppo, l´insediamento produttivo, la corporazione), fondati su riconoscimenti identitari e su grumi d´interesse immediati e ristretti, e meno legami sociali a griglia aperta (fra Nord e Sud, fra le generazioni, fra le diverse appartenenze etniche, fra differenti esperienze di lavoro e di vita), costruiti su reti di solidarietà più inclusive, e su un´esperienza più diffusa dell´eguaglianza, della reciprocità, dell´interdipendenza e dello scambio culturale.
Ebbene, l´affermazione del primo modello significherebbe oggi – letteralmente – rifare all´inverso il percorso, faticoso e incompiuto, ma eccezionale, che ha portato non solo all´unità del Paese ma alle grandi conquiste civili del nostro drammatico ventesimo secolo; significherebbe disfare la possibilità di essere quel che non siamo mai del tutto diventati, ma il cui sogno ci ha tenuto finora in piedi: la prospettiva di un´Italia compiutamente unita, eguale e solidale, pur nel suo incontenibile pluralismo.
Passa per questo discrimine, io credo, il nostro nuovo Risorgimento. E passa per questo discrimine anche una differenza aggiornata fra destra e sinistra, fra l´ultima deriva berlusconiana e un´opposizione degna di questo nome. Non è in pericolo l´unità politica del Paese; nessuno arriverebbe a tanto. E´ in pericolo la tenuta profonda del suo tessuto connettivo culturale e sociale; l´interezza del suo sistema nervoso, per così dire; la sua capacità di pensarsi come un insieme vivo, come un sistema integrato dalle sue interazioni civili, prima ancora che dalla sua politica.
Se cedono queste strutture ci aspetta un avvenire di ripiegamento, di divisione, di incattivimento, di diffidenza; il ringhio come unica voce. Se ne vedono già segni che inquietano molto. C´è chi per miopia o per cinismo sta scommettendo su questa prospettiva.
Oggi tutte le grandi nazioni hanno problemi di contenimento delle spinte localistiche. Persino gli Stati Uniti. E´ l´altra faccia dell´unificazione planetaria che si sta appena avviando. Ma è solo da noi che su queste pulsioni si sta giocando una partita così decisiva. Non dimenticarlo, è il modo migliore per celebrare il nostro anniversario.
La Repubblica 06.05.10

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Intervento del Presidente Napolitano in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario della partenza dei Mille
Genova, 05/05/2010

Non è per caso, e non è solo per ragioni di cronologia storica che l’itinerario delle visite ai “Luoghi della memoria” per il centocinquantenario dell’Unità d’Italia parte dalla spiaggia e dallo scoglio di Quarto a Genova. In effetti, fu qui che il 5 maggio del 1860 prese avvio, con la spedizione dei Mille, la fase conclusiva del lungo percorso del movimento per l’Unità, che sarebbe culminata nella proclamazione, il 17 marzo 1861, di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, nella nascita cioè dello Stato unitario.

Si aggiunga che se si ripercorrono gli eventi sfociati nella decisiva scelta dell’impresa garibaldina per la liberazione della Sicilia e del Mezzogiorno, è possibile cogliere le componenti e gli intrecci essenziali del moto unitario, i suoi tratti originali e i motivi del suo successo. L’Unità d’Italia fu perseguita e conseguita attraverso la confluenza di diverse visioni, strategie e tattiche, la combinazione di trame diplomatiche, iniziative politiche e azioni militari, l’intreccio di componenti moderate e componenti democratico-rivoluzionarie. Fu davvero una combinazione prodigiosa, che risultò vincente perché più forte delle tensioni anche aspre che l’attraversarono.

Le tensioni non mancarono anche alla vigilia della decisione di salpare da Quarto per la Sicilia : non mancarono in Garibaldi i dubbi sulle possibilità di riuscita dell’impresa ; non mancarono le preoccupazioni e le riserve di Cavour per una spedizione guidata da Garibaldi, i cui svolgimenti e le cui ricadute potessero sfuggire al controllo politico e diplomatico del massimo stratega del processo unitario. Pesarono, e non poco, diffidenze e rivalità personali nel cui giuoco era ben presente anche Vittorio Emanuele. Al fondo, era in questione, o così sembrava, l’egemonia, l’impronta – moderata o democratica – del movimento per l’Unità e della costruzione del nuovo Stato che ne sarebbe scaturito. Ma su tutto prevalsero le ragioni dettate dallo sviluppo degli avvenimenti, gli imperativi del processo storico, con cui tutti i protagonisti della causa italiana dovettero fare i conti.

La Seconda Guerra d’Indipendenza si era conclusa con una vittoria, costata un pesante tributo di sangue anche alle forze del Regno sardo ; la scelta dell’alleanza con Napoleone III si era rivelata obbligata e feconda, anche se comportò il duro sacrificio della cessione alla Francia di Nizza e della Savoia ; attaccato per questo sacrificio, Cavour poté comprensibilmente vantare per la sua politica “l’averci condotto” – disse – “in così breve tempo a Milano, a Firenze e a Bologna”.

In effetti, con l’annessione della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana, il regno sabaudo superò gli 11 milioni di abitanti, divenendo un non più trascurabile Regno centro-settentrionale. Ma questo, come ha scritto un grande storico, Rosario Romeo, restava “troppo lontano dall’ideale, non solo mazziniano, di un’Italia unita, che fosse opera soprattutto degli italiani stessi”. Si erano peraltro esauriti, con i risultati ottenuti, i margini dell’iniziativa politica e diplomatica e delle alleanze di guerra fino allora sperimentate. Lo disse chiaramente nel luglio 1859 l’accordo di Villafranca tra Napoleone III e l’Imperatore Francesco Giuseppe, che prospettava per l’Italia la soluzione mortificante di una Confederazione di tutti gli Stati esistenti sotto la presidenza onoraria del Pontefice. A Cavour non restò che rassegnare le dimissioni. Spettava ormai “alle forze democratiche e rivoluzionarie” – è sempre il giudizio del nostro maggiore storico di quegli eventi – “imprimere una nuova spinta in avanti al processo unitario”. Era venuto il momento di Garibaldi.

D’altronde, già in vista della II Guerra d’Indipendenza, Garibaldi era stato richiesto da Cavour di reclutare volontari che sarebbero stati chiamati a far parte del corpo dei “Cacciatori delle Alpi” e avrebbero dato un contributo decisivo alla vittoria contro gli austriaci in Lombardia. Al di là di ogni sospetto e circospezione nei confronti di Garibaldi, Cavour non dubitava – così si espresse – che egli fosse una “delle maggiori forze di cui l’Italia potesse valersi”. Se non si voleva rinunciare al compimento, in Sicilia e nel Mezzogiorno, dell’unificazione nazionale, e non si voleva dare per chiusa la questione romana – e nessuno dei diversi protagonisti poteva volerlo – anche le incognite di una spedizione in Sicilia guidata da Garibaldi andavano accettate, sia pure con prudenza.

D’altra parte, le aspettative per ulteriori sviluppi del movimento per l’Unità d’Italia erano cresciute e crescevano in tutte le regioni non ancora liberate. E una spinta decisiva venne – mentre a Genova affluivano i volontari – dai moti rivoluzionari scoppiati a Palermo e nel palermitano nell’aprile 1860. Il moto unitario cresceva dal basso, scaturiva dal seno della società civile e non solo dai disegni di ristretti vertici politici. Ne dava la misura il fenomeno del volontariato, stimolato e coordinato dalla Società nazionale creata nel 1857, e incanalato dapprima verso il Piemonte in vista della guerra contro l’Austria.

Senza l’apporto del volontariato non sarebbe stata concepibile la spedizione dei Mille. Esso rifletteva il diffondersi di quel sentimento di italianità che poi affratellò gli imbarcati sulle due navi dirette in Sicilia – Piemonte e Lombardo. Erano in realtà anche più di mille, in grande maggioranza lombardi, veneti, liguri : nelle sue famose e sempre fascinose “Noterelle”, Abba dice di udire a bordo “tutti i dialetti dell’Alta Italia”, e parla di “Veneti, giovani belli e di maniere signorili”, di Genovesi e Lombardi, “gente colta all’aspetto, ai modi e anche ai discorsi”. Insomma, italiani che si sentivano italiani e che accorrevano là dove altri italiani andavano sorretti nella lotta per liberarsi e ricongiungersi in un’Italia finalmente unificata.

Si indulge forse alla retorica rievocando questi e altri aspetti e momenti dell’epopea dei Mille, o rendendo omaggio alla capacità di attrazione e di guida, al coraggio e alla perizia di condottiero, insomma alla straordinaria figura di Garibaldi, incomprensibilmente oggetto ancora di grossolane denigrazioni da parte di nuovi detrattori? Bisogna intendersi. Retorica sarebbe una rappresentazione acritica del processo unitario, che ne lasci in ombra contraddizioni e insufficienze per esaltarne solo la dimensione ideale e le prove di sacrificio ed eroismo ; e ancor più lo sarebbe una rappresentazione acritica dei traguardi raggiunti 150 anni fa e da allora ad oggi.

Ma non è questa la strada che stiamo seguendo – il governo, il Parlamento, le istituzioni regionali e locali, il mondo della cultura – per celebrare il centocinquantesimo anniversario della fondazione dello Stato unitario : è giusto ricordare i vizi d’origine e gli alti e bassi di quella costruzione, mettere a fuoco le incompiutezze dell’unificazione italiana e innanzitutto la più grave tra esse che resta quella del mancato superamento del divario tra Nord e Sud ; è giusto quindi anche riportare in luce filoni di pensiero e progetti che restarono sacrificati nella dialettica del processo unitario e nella configurazione del nuovo Stato.

Non è però retorica il reagire a tesi storicamente infondate, come quelle tendenti ad avvalorare ipotesi di unificazione solo parziale dell’Italia, abbandonando il Sud al suo destino, ipotesi che mai furono abbracciate da alcuna delle forze motrici e delle personalità rappresentative del movimento per l’Unità. E tanto meno è retorica il recuperare motivi di fierezza e di orgoglio nazionale : ne abbiamo bisogno, ci è necessaria questa più matura consapevolezza storica comune, anche per affrontare con accresciuta fiducia le sfide che attendono e già mettono alla prova il nostro paese, per tenere con dignità il nostro posto in un mondo che è cambiato e che cambia. Ne hanno bisogno anche i ragazzi delle Forze Armate che portano la nostra bandiera, rischiando la vita, in impervi teatri di crisi.

Perciò tutte le iniziative che il ministro Bondi ha richiamato come sobrio programma per il 150° – iniziative di carattere culturale, di più larga risonanza emotiva e popolare, di particolare valenza educativa e comunicativa – non sono tempo perso e denaro sprecato, ma fanno tutt’uno con l’impegno a lavorare per la soluzione dei problemi oggi aperti dinanzi a noi : perché quest’impegno si nutre di un più forte senso dell’Italia e dell’essere italiani, di un rinnovato senso della missione per il futuro della nazione. Ieri volemmo farla una e indivisibile, come recita la nostra Costituzione, oggi vogliamo far rivivere nella memoria e nella coscienza del paese le ragioni di quell’unità e indivisibilità come fonte di coesione sociale, come base essenziale di ogni avanzamento tanto del Nord quanto del Sud in un sempre più arduo contesto mondiale. Così, anche nel celebrare il 150°, guardiamo avanti, traendo dalle nostre radici fresca linfa per rinnovare tutto quel che c’è da rinnovare nella società e nello Stato.

Ieri e oggi ho reso egualmente omaggio alla Genova di Mazzini e di Garibaldi, e alla Genova dei giorni nostri, esempio di un nuovo risorgimento scientifico e produttivo, di un nuovo slancio creativo e laborioso.
Deve quindi guidarci più che mai anche in queste celebrazioni un forte spirito unitario : esse non possono essere rivolte in polemica con nessuna parte politica né formare oggetto di polemica pregiudiziale da parte di nessuna parte politica. C’è spazio per tutti i punti di vista e per tutti i contributi. Onoriamo così i patrioti, gli eroi e i caduti dei Mille che salparono da Genova in questo giorno 5 di maggio di 150 anni orsono.

da www.quirinale.it

"Ultima chiamata per salvare la lirica", di Sandro Cappelletto

Oggi, finalmente, l’onorevole Sandro Bondi, ministro dei Beni e delle Attività Culturali, incontra i sindacati che rappresentano i circa seimila dipendenti dei principali teatri d’opera italiani. Sapremo così se la febbre degli ultimi giorni, altissima, comincerà a scendere, oppure se la salute del malato verrà giudicata ormai compromessa. La condizione è patologica, da molti anni: su questo punto le parti concordano. Ed è un ottimo punto di partenza, perché se è così – ed è così – allora non c’è più tempo da perdere.

Il ministero sostiene che le condizioni contrattuali attuali consentono una serie di privilegi senza eguali al mondo e di sprechi che la nostra economia non può più tollerare; inoltre, la produttività è troppo bassa. I lavoratori, e si tratta per la grande maggioranza di professionisti ad altissimo tasso di specializzazione, replicano che in nessun altro Paese l’erogazione dei contributi pubblici è, ogni anno, occasione di un simile stress mediatico e sostanziale: si taglia, non si taglia, del trenta, del venti, del dieci, no del quindici, poi forse si reintegra… E, a proposito dei contestati contratti, precisano che gli accordi si firmano sempre in due: se io chiedo la luna e tu me la porti, significa che potevi farlo. E io lo so.

Ecco un secondo punto di concordanza: nessuno, nemmeno l’ala più liberista dell’attuale governo, sembra mettere in discussione la necessità dell’intervento pubblico a sostegno della lirica. E’ infatti chiaro che senza questo finanziamento – negli ultimi anni sensibilmente diminuito – i teatri d’opera chiuderebbero domani: il sistema produttivo della lirica ha costi alti e incomprimibili, che il solo mercato non è in grado di coprire. Soltanto negli Stati Uniti le sovvenzioni private superano quelle pubbliche, che pure esistono. Ma la normativa fiscale è estremamente favorevole allo sponsor e da parte dei mecenati gioca anche l’orgoglio, molto americano, di dire: «Questa Traviata va in scena grazie ai miei dollari».

Pochi giorni fa il maestro Riccardo Chailly, oggi alla guida dell’orchestra di Dresda, in un’intervista a La Stampa ricordava che la necessità dell’esistenza di una vita musicale e di teatri d’opera eccellenti non è, in Germania e nonostante tutte le crisi, un dato negoziabile. Perché lì esistono delle regole condivise.

Ecco il punto: le regole del gioco, da noi, non sono altrettanto chiare. Non sono così condivisi i reciproci diritti e doveri. Dopo aver seguito le vicende della musica da giornalista e da critico, la recente responsabilità artistica dell’Accademia Filarmonica Romana, nata nel 1821, anche per impulso di Gioachino Rossini, robusta di esperienza sotto monarchie e repubbliche, regimi democratici e no, oggi anch’essa finanziata dall’intervento pubblico, mi ha consentito di conoscere i problemi da un diverso punto di vista. Quante incertezze, quanti dubbi, quanta complessità, al di là della dedizione di tanti funzionari ministeriali e «operatori dello spettacolo», nell’interpretazione delle normative. Quanto tempo sottratto al pensare, creare, offrire al pubblico musica, teatro, spettacolo. E quanti costi. La semplificazione normativa non potrà mai abitare anche qui?

Luciano Berio ha scritto che una compagine musicale è «uno strumento la cui dialettica tra individualità e umanità, fra autonomia e omogeneità, sembra porsi come il paradigma di una società ideale». Le parole di un maestro devono aiutarci a ritrovare il bandolo della matassa. Magari cominciando da oggi, per non essere costretti a dare definitivamente ragione a Federico Fellini e alla collettiva catastrofe della sua Prova d’orchestra.

La Stampa 06.05.10

"Alle radici della corruzione", di Sergio Rizzo

Un tumore maligno annidato in un organismo senza anticorpi. Ecco come i vertici della Corte dei conti definivano la corruzione che infesta il nostro Paese non più tardi di qualche settimana fa, quando già infuriava lo scandalo per gli appalti del G8 della Maddalena. Si fa fatica a pensare che cosa potrebbero affermare ora, dopo le ultime clamorose scoperte. Va detto subito che sui fatti spetterà alla magistratura fare chiarezza. Ma lo scenario che lasciano intravedere gli squarci aperti in questi giorni, al di là delle responsabilità individuali, è agghiacciante: se si trattava di un sistema generalizzato, dove si potrà arrivare? Anzi, dove si è già arrivati? La stessa Corte dei conti ha stimato in 60 miliardi di euro la «tassa occulta» che gli italiani pagano ogni anno a causa della corruzione: una somma che basterebbe quasi a ripagare gli interessi del nostro enorme debito pubblico. Una stima magari esagerata, come qualcuno sostiene.

Resta il fatto che nel solo 2009 la Guardia di finanza ha accertato un aumento del 229% per i reati di corruzione e del 153% per quelli di concussione. E che nella classifica stilata da Transparency International sulla corruzione nel mondo l’Italia è scivolata in un solo anno dal cinquantacinquesimo al sessantatreesimo posto. A fianco dell’Arabia Saudita, e in fondo alle nazioni europee. Si dirà che queste classifiche lasciano il tempo che trovano, e forse è vero. Comunque, la dicono lunga sulla nostra reputazione internazionale in questa materia. Come non bastasse, le notizie che tristemente hanno affollato le cronache nell’ultimo anno ci informano che a diciott’anni dalla esplosione di Tangentopoli la corruzione italiana avrebbe raggiunto la maturità attraverso una inquietante «mutazione genetica ». Se una volta era soprattutto lo strumento per finanziare illecitamente i partiti, adesso serve esclusivamente all’arricchimento personale. Non che rubare per il partito anziché per il proprio portafoglio sia meno grave. Il reato è identico. Ma questa «mutazione genetica», soprattutto se saranno confermati i sospetti sulla dimensione dilagante del fenomeno, denuncia un crollo ulteriore della tensione morale e del profilo etico di parte della nostra classe politica. Che dovrebbe essere seriamente preoccupata, anche per le conseguenze a cascata che un simile andazzo può avere per un Paese già disorientato dalla crisi economica.

E invece reagisce facendo spallucce. Illuminante la dichiarazione di Denis Verdini, coordinatore del Pdl tirato in ballo per alcuni appalti in Sardegna, il quale a chi gli chiedeva se avesse intenzione di dimettersi imitando Claudio Scajola ha risposto: «Non ho questa mentalità». Come se l’etica pubblica foss e u n a q u e s t i o n e d i mentalità… Appena insediato, il governo ha abolito l’Autorità anticorruzione, che con le poche risorse e i magri poteri di cui disponeva non poteva fare molto. Ma il «Servizio anticorruzione e trasparenza » istituito al suo posto, alle dipendenza del ministro Brunetta, può finora rivendicare un bilancio migliore? Il primo marzo il consiglio dei ministri, sull’onda degli scandali del G8, ha approvato un disegno di legge per combattere la piaga. Poi gli scandali sono spariti dalle prime pagine e anche quella promessa sembrava finita nel dimenticatoio. Due mesi dopo sta finalmente per iniziare l’iter parlamentare: un’occasione imperdibile per mandare un segnale chiaro agli italiani. Invece si è rivelato subito un nuovo pretesto per litigare all’interno del Pdl. Se ne sentiva proprio il bisogno.

Il Corriere della Sera 06.05.10

Il lavoro è il tema numero uno del Paese

Pierluigi Bersani al Congresso della CGIL. Il tema “numero uno di questo paese si chiama lavoro: lavoro che non c’è, prospettiva nebbiosa per le nuove generazioni, crescita economica insufficiente”. Lo sostiene il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, che ne ha parlato al congresso della Cgil in corso a Rimini.
‘Il Pd – ha detto Bersani – deve avere, ha e avrà il suo punto di vista su temi come quello del lavoro che è crucialissimo. Governo e parlamento si concentrino su questo e diano una mano sul fronte della crisi perché se non c’é un po’ di crescita e di occupazione prima o poi i conti pubblici vanno in crisi”

Scajola: ”Al di là delle doverosissime dimissioni di Scajola siamo di fronte a una vera giostra di stato: appalti secretati, pubblici ufficiali corrotti, soldi trasferiti illegalmente all’estero e poi, a quanto pare, ripuliti con lo scudo fiscale”. Lo sostiene il segretario del Pd Pierluigi Bersani, parlando a Rimini a margine del congresso della Cgil.
”Davanti a una cosa del genere – ha detto Bersani riferendosi alla vicenda Scajola – non si può dire: tocca solo alla magistratura, qui tocca al governo venirci a dire cosa c’è nel sottoscala di questa repubblica e fare veramente chiarezza su una vicenda che può essere ancora più torbida di quello che abbiamo visto fin qui”.

Grecia; Alla luce di quello che è avvenuto in Grecia, mi pare che anche l’Italia ”abbia la febbre alta”
”Evasione fiscale e corruzione – continua il segretario – da sempre hanno punti di collegamento, la Grecia e’ un paese che ha una quota di sommerso paragonabile al nostro. Per avere una buona tenuta dei conti pubblici bisogna innanzitutto occuparci di avere un po’ di crescita in più, perche’ con lo 0,8% non mettiamo a posto i conti. Poi dobbiamo preoccuparci di far emergere gran parte del sommerso. Mi pare che le ultime vicende ci dicono che abbiamo la febbre alta: bisogna preoccuparcene e occuparcene con decisione”.

Lavoro: “Il Pd deve avere, ha e avrà il suo punto di vista su temi come quello del lavoro. Io amerei – ha detto Bersani – che ciascuno per la sua parte si concentrasse sul tema numero che in questo paese si chiama lavoro; lavoro che non c’è, prospettiva nebbiosa per le nuove generazioni, crescita economica insufficiente”. Per Bersani è necessario quindi “uno sforzo perché Paese, Governo e Parlamento si concentrino su questo e diano una mano sul fronte della crisi. Se non c’è un po’ di crescita e di occupazione, prima o poi i conti pubblici vanno in crisi”.

Italia 150: Per Pierluigi Bersani, quelli di Napolitano sono appelli “che bisogna sempre ascoltare, il nostro modo di ascoltarli è presentare delle proposte in Parlamento, sui temi sociali, economici e istituzionali. Purtroppo – ha aggiunto Bersani – dall’altra parte c’è molta distrazione e anche inconcludenza, speriamo che le cose migliorino, ma purtroppo non ne vedo granchè le condizioni”

Quella di Epifani al congresso della Cgil è stata, secondo il segretario del Pd Pierluigi Bersani, “una bella relazione, una relazione seria che ha messo al centro il tema dei temi, ovvero il lavoro e che ha dato indicazioni piuttosto precise su come si può procedere”.
Bersani ha raccolto l’invito “a dar luogo a iniziative straordinarie sui temi dell’occupazione: è giusto che le forze sociali si esprimano, bisogna che il governo si decida che il problema c’è, e che occorre fare qualcosa. Questo è il messaggio che viene dalla relazione di Epifani e che io condivido”. Quanto ai rapporti con Cisl e Uil, per il segretario del Pd “c’è stata la
sottolineatura di elementi di difficoltà ma anche la proposta per cominciare a superarli, sentiamo cosa diranno domani gli altri”

www.partitodemocratico.it

"I destini incrociati della Grecia del Regno Unito e dell’Europa", di Loretta Napoleoni

Il Regno Unito oggi va alle urne sullo sfondo delle violente manifestazioni greche e forse sarà proprio l’evolversi della crisi greca, piuttosto che le ultime frenetiche battute della campagna elettorale più imprevedibile del dopoguerra, a condizionare il voto degli elettori indecisi. Mai queste due nazioni sono state tanto vicine nonostante le loro diversità.
In Grecia un neonato governo socialista si trova a dover gestire la prima vera crisi d’insolvenza sovrana dell’Europa Unita, in Gran Bretagna un governo laburista vecchio di 13 anni sta per uscire dalla scena politica lasciando il paese in condizioni economiche disastrose e che potrebbero facilmente farlo scivolare lungo la china intrapresa dalla Grecia. Con un deficit di bilancio del 12.7% Londra è pericolosamente vicina ai valori inaccettabili di Dublino, 13.2%, e di Atene, 14%. Ed anche se il Regno di sua Maestà ha difeso con le unghie e con i denti la propria moneta nazionale mentre la Grecia si è buttata a capofitto nell’avventura europeista, pensando che fosse solo una cuccagna e non un impegno fiscale, i destini di queste due nazioni sembrano al momento paradossalmente incrociati.

L’acuirsi della crisi greca ha fornito nuove munizioni ai conservatori che si sono scagliati con la solita retorica populista contro l’europeismo di Nick Clegg, il leader dei liberal democrats. L’anti-europeismo ha gettato benzina sul focolaio dell’immigrazione che è diventato un falò. Agli emigrati provenienti dall’Europa Unita si attribuiscono tutti i mali del paese dall’aumento della disoccupazione al collasso dei servizi sociali. L’elettorato domanda un tetto sul numero degli europei che chiedono la residenza nel Regno Unito e Cameroon è arrivato persino a dichiarare che se la nazione lo vuole ci sarà un referendum sull’Europa. Sarebbe l’ennesima volta che questo paese s’interroga sull’Europa Unita.

Ma né il referendum né la vittoria dei conservatori salveranno il Regno Unito dal tsunami Grecia, l’acronimo PIGS non include Gran Bretagna e Italia ma tutti sanno che se cadono i primi birilli anche queste due nazioni si ritroveranno a terra. Se i mercati girano definitivamente le spalle alla Grecia è solo questione di tempo prima che manifestino lo stesso scetticismo nei confronti delle obbligazioni britanniche. La retorica di Cameron e anche quella di Brown, che nelle ultime 48 ore è salito anche lui sulla tigre del populismo anti-europeo, invece di migliorare la situazione la peggiorano. Unica consolazione è che uno dei due si ritroverà ad affrontare, girato l’angolo elettorale, i demoni che questa campagna ha sprigionato.

Quanti inglesi questa sera assistendo alle riprese degli scontri davanti al parlamento greco intuiranno quanto la rabbia dei greci manifesta quella che da almeno due anni hanno dentro di loro? Chiunque oggi vincerà le elezioni diventerà presto la versione britannica di Papandreou. Dopo le celebrazioni della vittoria il nuovo governo dovrà far digerire alla popolazione una dieta di austerità che pochi accetteranno. Per dimezzare il deficit di bilancio i tagli alla spesa pubblica dovranno essere drastici e la mannaia cadrà su quei servizi che rendono la vita della classe media e di quelle a reddito più basso meno dura.

Così gli inglesi si faranno la stessa domanda che oggi i greci gridano fuori del parlamento: perché devono essere sempre i poveri a pagare? Nessuno, né la destra, né la sinistra e neppure il centro sanno rispondere perché la responsabilità di quanto sta accadendo non è dei capitalisti, che hanno evaso le tasse, né dei sindacati, che oggi in Grecia dicono no alle misure di austerità mandando il paese in bancarotta, ma del sistema stesso, che così come è strutturato tende a falsare tutto.
Il debito sovrano è sempre frutto della scelleratezza del governo, quello Greco come quello Britannico hanno speso più di quanto producevano e l’hanno fatto grazie al credito facile ed a buon mercato. E per evitare di essere lasciati indietro nella maratona elettorale perenne che ormai è diventata la politica occidentale, quando mancavano i soldi per ripagarlo invece di far tirare la cinghia al paese si sono ulteriormente indebitati. Gli inglesi queste cose ormai le sanno e per questo oggi il partito laburista raccoglierà i frutti di tre anni di politica sciagurata.

Ma la domanda vera è un’altra: basterà cambiare bandiera per abbandonare un modo di gestire la politica e l’economia che non funziona? Che invece di migliorare le nostre condizioni di vita le rende sempre più difficili?
A giudicare da come i conservatori hanno sfruttato a loro vantaggio la crisi di insolvenza della Grecia la risposta è negativa. E mai come oggi è vero il proverbio che dice: il lupo perde il pelo ma non il vizio.

L’Unità 06.04.10