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Inchiesta G8, Scajola si dimette

Il ministro dello Sviluppo Economico, travolto dalla vicenda dell’appartamento al Colosseo, abbandona l’esecutivo: “Non posso continuare, dimostrerò la mia estraneità ai fatti”
Claudio Scajola si dimette. Travolto dalla vicenda della compravendita, con presunti fondi neri, di una casa al Colosseo 1 il ministro dello Sviluppo economico ha annunciato la rinuncia all’incarico di governo. “Per difendermi”, ha detto in conferenza stampa, “non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni”. In pole position per la successione, l’attuale viceministro con delega alle Comunicazioni Paolo Romani.

Scajola aveva resistito fino all’ultimo, ma alla fine la sua posizione è diventata insostenibile, costringendolo ad anticipare il rientro dalla Tunisia e a convocare i giornalisti per annunciare il passo indietro. “Da dieci giorni sono vittima di una campagna mediatica senza precedenti”, ha detto ancora. “Vivo una grande sofferenza”.

L’ex ministro ha ribadito la sua estraneità ai fatti che gli vengono contestati, in particolare l’aver ricevuto denaro da imprenditori coinvolti nell’inchiesta sugli appalti del G8 per l’acquisto di un appartamento con vista sul Colosseo: “Non potrei mai abitare in una casa comprata con i soldi di altri”, ha affermato. Per la prima volta in dieci giorni, Scajola ha però preso in considerazione l’ipotesi che gli assegni che gli vengono contestati siano effettivamente stati versati: “Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per l’annullamento del contratto”, ha affermato.

“Le mie dimissioni permetteranno al governo di andare avanti”, ha detto Scajola ringraziando Berlusconi e il Pdl per gli attestati di stima ricevuti. Prima della conferenza stampa, Scajola aveva parlato con il premier, che pochi giorni lo aveva incitato a resistere 2. Poi, soprattutto in seguito alle notizie che arrivavano dalla procura di Perugia, il clima è cambiato. Anche Il Giornale di Vittorio Feltri questa mattina era stato netto: “Le risposte che ha dato fin qui non bastano. Se non ha niente da dire oltre a ciò che ha detto, le conviene rassegnarsi. Anzi, rassegnare le dimissioni”. Anche Libero si era mosso sulla stessa linea: “Scajola – scrive il direttore Maurizo Belpietro – deve assolutamente uscire dall’angolo e combattere a viso aperto, tentando di smontare ad uno ad uno i dubbi che aleggiano da giorni sulle pagine dei giornali. Noi gli suggeriamo solo di non temporaggiare più perchè attendere i 10 giorni che mancano all’interrogatorio sarebbe troppo”.

Il passo indietro era stato suggerito anche dal capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri: “Su questa vicenda finora ha difeso il suo comportamento, se dovessero emergere altre cose vedremo. Io credo che debba riflettere sul modo nel quale la sua difesa possa essere condotta meglio, se con l’incarico di ministro o senza”.

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Scajola, Bersani: “Governo in una palude”. Donadi: “Una lezione per la Casta”

Per il segretario del Pd si tratta di “uno scossone piuttosto forte in una fase di impasse della maggioranza”. Mentre il capogruppo dell’Idv sottolinea come la vicenda dimostri che “nessuno è intoccabile”

“Mi pare che le cose che Scajola ha detto fin qui non siano convincenti per nessuno. Se non ha nient’altro da aggiungere, le dimissioni sono inevitabili. Mi auguro che questo verminaio di appalti venga scavato fino in fondo perché questa vicenda è francamente intollerabile”. E’ il commento del segretario del Pd Pierluigi Bersani, in studio a Repubblica tv 2, all’annuncio delle dimissioni del ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola 3, travolto dalla vicenda di una compravendita, con presunti fondi neri, di una casa a due passi dal Colosseo.

Bersani si è poi lasciato sfuggire una battuta, in risposta alle affermazioni del ministro dimissionario, che ha ammesso che la sua casa possa essere stata pagata in parte da altri, ma a sua insaputa: “Ne abbiamo viste tante, può darsi che siamo davanti a benefattori sconosciuti…”. Per il segretario Pd si tratta di “uno scossone piuttosto forte in una fase di impasse politica della maggioranza. Siamo tra la palude delle decisioni del governo e il rischio di precipitare della situazione politica. E’ un passaggio complicato, la situazione si sta facendo complicata e paludosa”.

“Prima ancora che la vicenda giudiziaria, di cui seguiremo gli sviluppi – ha detto Antonio Borghesi, vice capogruppo dell’Italia dei Valori alla Camera – a travolgerlo in una situazione irrimediabile sono state le sue stesse dichiarazioni sicuramente non veritiere rispetto a fatti accertati. Sicuramente Scajola ha mentito al Paese e tanto bastava perché se ne andasse. Non aveva altra scelta”. “Le dimissioni di Scajola sono tardive, ma rappresentano comunque una vittoria delle opposizioni ed una lezione per la Casta: nessuno è intoccabile”, ha aggiunto il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi.

”Dopo la scandalosa gestione del G8 di Genova del 2001, il caso Marco Biagi e gli appartamenti con vista sul Colosseo ci permettiamo di suggerire a Scajola di ritirarsi dalla vita politica. Le sue dimissioni sono comunque una bella notizia: la cultura dell’arroganza e della prepotenza, propria del belusconismo, riceve finalmente un durissimo colpo”, ha affermato Oliviero Diliberto, segretario nazionale del PdCI.
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"Con la Cassa integrazione la disoccupazione è al 12%. In due anni un milione di posti di lavoro in meno", di Antonio Misiani

A marzo 2010 il tasso di disoccupazione è stato pari in Italia al 9% delle forze di lavoro, un livello inferiore al 10% registrato da Eurostat nei 27 Paesi della UE (dati non destagionalizzati). Rispetto a due anni prima la disoccupazione italiana è cresciuta (+2,4%) ma meno che nella UE27(+3,1%). Se il confronto viene fatto sui dati di marzo 2009, l’incremento del tasso di disoccupazione in Italia (+0,9%) è di poco inferiore rispetto all’andamento europeo (+1,1%). Nel complesso, la Grande Recessione 2008-2009 sembrerebbe dunque aver avuto nel nostro Paese un impatto occupazionale meno accentuato rispetto al resto d’Europa.
In realtà, come ha sottolineato la Banca d’Italia nel Bollettino Economico di gennaio 2010, a partire dall’ultimo trimestre 2008 il fortissimo aumento del ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni-CIG (un istituto tipicamente italiano, generalmente non presente nel resto d’Europa) ha molto contenuto la crescita della disoccupazione. Includendo nel tasso di disoccupazione anche i lavoratori in CIG (che ISTAT, seguendo i criteri ILO, classifica come occupati), il quadro cambia sostanzialmente sia sotto il profilo della dinamica temporale che in una prospettiva europea.
Nel marzo 2010 ISTAT ha stimato in 2,252 milioni le persone in cerca di occupazione. Nello stesso mese secondo i dati INPS sono state autorizzate 122,599 milioni di ore di Cassa integrazione guadagni (42,783 milioni di Cassa ordinaria e 79,816 milioni di Cassa straordinaria e in deroga), equivalenti a 766 mila occupati a tempo pieno (3,1% delle forze di lavoro). Nel complesso, la “disoccupazione allargata” (disoccupati + cassintegrati) può essere quindi calcolata in 3,018 milioni di unità, pari all’12% delle forze di lavoro. Due punti in più della media UE27.
Rispetto al marzo 2008 l’aumento della disoccupazione “allargata” è pari a +1,303 milioni (+632
mila persone in cerca di occupazione e +671 mila occupati equivalenti in CIG), con una crescita del tasso (+5,1%) nettamente superiore a quanto registrato nella UE27 (+3,1%). Restringendo il
confronto a marzo 2009, la “disoccupazione allargata” ha registrato +628 mila unità (+232 mila
persone in cerca di occupazione e +396 mila occupati equivalenti in CIG). Anche in questo caso, la crescita del tasso in Italia (+2,5%) è molto più rapida di quella della UE27 (+1,1%).
Quanto agli occupati, escludendo dal computo quelli in CIG in due anni il calo si amplia a -991 mila, mentre solo nell’ultimo anno sono andati persi ben 599 mila posti di lavoro.

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"Tecnici, si studieranno i dialetti e le regole per i colloqui di lavoro", di Anna Maria Sersale

Negli istituti tecnici accanto all’italiano scritto e parlato ci sarà il dialetto. Anzi, i dialetti, dalla Lombardia alla Sicilia con tutte le possibili varianti. Nasce la scuola di campanile? Forse. Tra i banchi non ci sarà soltanto la lingua unitaria, l’italiano, ma anche le lingue locali. Per ora siamo al livello di proposta. Il ministro Gelmini non si è ancora espresso ma il gruppo di lavoro incaricato di definire le linee guida dei nuovi programmi per geometri, tecnici informatici, periti industriali, esperti di turismo e quant’altro ha aperto un varco. «Gli studenti non potranno prescindere – è scritto in una scheda redatta dal gruppo – dalla conoscenza dell’italiano contemporaneo, della diversità tra scritto e parlato, e non potranno prescindere anche dalla conoscenza del rapporto con i dialetti».
Però sulla proposta piovono critiche. «Se il federalismo scolastico è questo non ci siamo proprio – osserva Gigliola Corduas, presidente della Federazione nazionale degli insegnanti – Gli studenti hanno già tanti problemi con la conoscenza dell’italiano che non c’è davvero bisogno di inseguire i dialetti e i particolarismi regionali. C’è bisogno, invece, di rafforzare le strutture linguistiche, dalla grammatica alla sintassi. Non dimentichiamo che stiamo perdendo l’uso del congiuntivo… e che i ragazzi sbarcano all’università o nel mondo del lavoro portandosi dietro problemi di lingua giganteschi. La proposta, inoltre, va cancellata perché renderà più difficile l’integrazione con gli stranieri, alimentando i fenomeni di esclusione e razzismo».
Della scuola italiana si diceva che dovesse essere più vicina all’Europa e preparare i giovani anche per il mercato oltre confine, non è così? Claudio Gentili, direttore Education di Confindustria, che sui tecnici ha un altissimo livello di attenzione, considera la proposta priva di ogni fondamento: «Ci dovremmo preoccupare di argomenti più seri, abbiamo abolito il concetto di competenze, cosa gravissima che ci fa tornare al nozionismo». Sconcerto tra i docenti universitari. Paolo D’Achille, ordinario di Linguistica a Roma Tre, boccia senza appello la proposta. «Un errore, il dialetto non è conciliabile. Già nella situazione attuale i ragazzi arrivano all’università con carenze spaventose. A scuola può essere mantenuta viva la memoria di certi monumenti letterari, Belli, Trilussa o altri, niente di più».
Ma un elemento positivo c’è. Diventeranno materia di studio anche le “regole per i colloqui di lavoro”. Così i ragazzi dopo il diploma saranno meno impreparati per affrontare il loro primo incontro in azienda. Che cosa prevedono i nuovi programmi? Gli insegnamenti comuni a tutti gli indirizzi saranno lingua e letteratura italiana, lingua inglese, storia, matematica, diritto ed economia e scienze integrate. Se per i licei sono disponibili già da tempo le indicazioni nazionali predisposte dalla commissione Bruschi, per gli istituti tecnici il ministero dell’Istruzione ha scelto una strada diversa: definizione delle linee guida dopo avere coinvolto centinaia di istituti tecnici, associazioni professionali e parti sociali interessate. Tra qualche giorno, spiegano a Viale Trastevere, sarà «possibile proporre emendamenti ai loro contenuti». Le proposte saranno vagliate dal gruppo di lavoro che a fine maggio dovrebbe sfornare un documento per il ministro. Intanto, spigolando tra le schede, articolate per settore, emerge che la Storia va a braccetto con l’ecologia.

Il Messaggero 04.05.10

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“Promossi in italiano ma anche in dialetto”, di Flavia Amabile
“Si deve favorire la conoscenza dei luoghi in cui si vive”. Nelle superiori si insegnerà l`italiano, ma si dovrà avere una conoscenza anche del dialetto. Modi, tempi, quantità saranno definite più in là, per ora il ministero ha solo indicato la propria volontà. Lo ha fatto nelle linee guida per i nuovi istituti tecnici che vedranno la luce dal prossimo anno, nelle «schede di lavoro» relative alle materie del primo biennio.

Ai futuri studenti dei primi due anni il ministero chiede «competenze», ovvero conoscenze generiche, in «registri dell`italiano contemporaneo, diversità tra scritto e parlato, ma anche rapporto con i dialetti». All`interno dell`insegnamento dell`italiano, insomma, non potranno prescindere da queste conoscenze.

E al ministero dell`Istruzione confermano. «Anzi. Rivendichiamo con forza la necessità di queste conoscenze sui dialetti e le tradizioni locali per favorire la conoscenza dei luoghi in cui si vive, delle proprie radici».

Insomma, i dialetti entrano nella vita degli studenti delle superiori, un tema molto caro alla Lega. Era stato il leader del Carroccio, Umberto Bossi, lo scorso Ferragosto a spiegare di essere pronto a preparare una legge. Il ministro della Semplificazione, Roberto Calderoli, l`aveva accontentato con un ddl che voleva rendere obbligatorio il dialetto in tutti i cicli scolastici: dalla primaria, passando per le medie fino alle superiori. Secondo la Lega, l`insegnamento doveva essere affidato ad «insegnanti specializzati», con una competenza da verificare durante i concorsi di accesso alla professione. La proposta è stata accolta da mille polemiche e quindi in parte accantonata.

Ora però si torna a parlarne in forma e toni diversi nella prospettiva – sottolineano le «Linee guida» – di portare gli studenti alla fine dei cinque anni di studi a «stabilire collegamenti tra le tradizioni culturali locali, nazionali ed internazionali».

A lavorare su queste richieste è un gruppo tecnico nazionale, che ha preparato una serie di «schede di lavoro» sulla base di un confronto che spiega il ministero – ha coinvolto centinaia di istituti tecnici, associazioni professionali e disciplinari, parti sociali.

Tra qualche giorno sarà possibile proporre emendamenti ai contenuti. Le proposte saranno quindi vagliate dal gruppo tecnico che a fine maggio dovrebbe predisporre le linee guida definitive.

Insegnamenti comuni agli indirizzi sono lingua e letteratura italiana, lingua inglese, storia, matematica, diritto ed economia e scienze integrate.

Le schede sono articolate per settore (economico e tecnologico), le materie sono molte e varie.

Si studierà la Storia, ma con l`ecologia, visto che tra le «conoscenze» che i ragazzi dovranno aver immagazzinato sono incluse quelle relative a «strutture ambientali ed ecologiche, fattori ambientali e paesaggio umano». L`insegnamento della Costituzione è affidato ai docenti di Storia e a quelli di Diritto ed Economia e nello studio della geografia non si potranno trascurare temi come lo squilibrio ambientale, l`inquinamento, la sostenibilità e la bio-diversità.

Nell`indirizzo «tecnologico» tra le conoscenze di «Diritto ed economia» dovranno essere incluse le regole per la redazione del curriculum vitae europeo e le tipologie di colloquio di lavoro (individuale, di gruppo, on line ecc.), conoscenze a cui il ministro Gelmini tiene molto per avvicinare il mondo della scuola a quello del lavoro.

La Stampa 04.05.10

Scajola pensa alle dimissioni

«Portai gli assegni circolari direttamente al ministero, dove si doveva stipulare l’atto». Non ha vuoti di memoria l’architetto Angelo Zampolini su quel giorno di luglio 2004, quando la proprietà dell’appartamento romano di via del Fagutale n°2 passava dalle mani delle sorelle Papa a quelle del ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola. E, com’è noto, per il rogito non possono mancare i soggetti coinvolti. «Ricordo – dice l’architetto – che erano presenti il ministro, le due venditrici e il notaio. Consegnai i titoli direttamente al ministro». Si trattava di assegni per un valore di 900 mila euro.

La testimonianza di Zampolini aderisce al racconto delle due sorelle Papa, Beatrice e Barbara. Le proprietarie dell’appartamento, infatti, hanno detto per tre volte agli inquirenti che «quegli assegni sono stati consegnati dal ministro Scajola». Titoli che le due sorelle si sono divise equamente, 40 a testa, e che, una volta depositati in banca, hanno attirato l’attenzione, sembrando i figli di operazioni sospette. All’incontro, le due proprietarie sono lusingate dall’acquirente e non si mettono a discutere di modi o tempi del pagamento. Dal ministro, ricevono un acconto 200 mila euro in contanti che si dividono a metà.

La prima a essere ascoltata dagli investigatori, il 23 marzo, è stata Beatrice. «Riconosco i 40 assegni circolari emessi dalla Deutsche Bank il 6 luglio 2004 – ha detto – mi sono stati consegnati dal ministro Scajola che ha acquistato la nostra casa di famiglia per 1 milione e 700 mila euro. Fu il ministro, davanti al notaio Napoleone, a consegnarmeli, mentre la restante parte mi è stata data in contanti». Una cifra, questa di 1.700.000 euro, che non corrisponde a quella dichiarata da Scajola: i 610 mila euro che compaiono anche nel documento notarile. Infatti, le vecchie proprietarie aggiungono che «nell’atto non figura questo passaggio perché ci eravamo accordati per denunciare solo 600 mila euro». Inoltre, secondo le Papa, l’incontro si è svolto «in via della Mercede in una sala riunioni, nella disponibilità del ministro» e c’era anche «il direttore dello sportello B della Deutsche Bank».

Un altro dato del racconto di Zampolini che sembra coincidere con gli atti in mano degli inquirenti riguarda la provenienza dei soldi serviti per avere in cambio gli assegni circolari. «Io li ho ricevuti da un cittadino tunisino che collaborava con Anemone – ha detto l’architetto – ma non saprei come rintracciarlo». I carabinieri del Ros, però, lo avevano già trovato: si tratta di Laid Ben Fathi Hidri, l’autista di Angelo Balducci. Il tunisino, infatti, ha dichiarato ai magistrati di avere avuto più volte il compito di prendere soldi liquidi e di portarli a Zampolini. Erano “buste dal contenuto sconosciuto” destinate «a vari soggetti, alcuni anche ministri», ha detto Fathi Hidri.

Secondo la versione di Zampolini, Anemone lo «incaricò di trovare un appartamento per Scajola». Vicenda di cui “era informato anche Angelo Balducci. Inizialmente visionammo un altro immobile nella zona del Gianicolo, ma il ministro mi spiegò che non gli piaceva e così gli proposi quello al Colosseo che poi effettivamente venne acquistato. La procedura fu quella seguita solitamente: versai sul mio conto corrente i soldi messi a disposizione da Anemone e poi provvidi a prelevarli sotto forma di assegni circolari».

Intanto il costruttore Diego Anemone ha fatto sapere, tramite i suoi legali, di non avere mai dato il denaro a Zampolini. Domenica prossima, Anemone uscirà dal carcere e, dice il suo avvocato, «chiarirà tutto».
L’Unità 04.05.10

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“Pd: Scajola in aula. Lui cede…”, di Andrea Carugati

Sarà pure un processo per ora solo «mediatico», come dice il furioso Scajola, ma la storia della casa con vista sul Colosseo sta montando. E non sono solo le opposizioni, come è naturale, a incalzare il ministro. Anche nello “spazio azzurro” del sito del Pdl non mancano gli elettori che chiedono a “Silvio” di mandare via Scajola, con sfoghi tipo «Scajola a casa, non ne possiamo più di dubbi» (Arturo Negri), «è ora di fare pulizia», «Dimissioni immediate, dopo Bertolaso non si possono accettare nuove posizioni equivoche» (Paolo Barbieri). Insomma. l’odore di Casta che emana da questa vicenda, anche al di là delle eventuali responsabilità penali, sta indignando una vasta opinione pubblica.

E anche nelle file della maggioranza, mentre i solidali come Frattini e La Russa appaiono sempre più afoni, non manca chi, come il finiano Fabio Granata, arriva a chiedere a Scajola un «passo indietro per il bene del Paese» di fronte ad «accuse circostanziate che negano l’esistenza di una persecuzione giudiziaria». Sull’ipotesi di una mozione di sfiducia, dice Granata: «Per fortuna non è all’ordine del giorno…». Anche Beppe Pisanu non sembra entusiasta. Dimissioni? «Sono valutazioni rimesse a lui che è a conoscenza dei fatti veri».

«Scajola è stato preso col sorcio in bocca e deve andarsene», dice Di Pietro. L’Idv ha annunciato una mozione di sfiducia e ha scritto una lettera a tutti i parlamentari delle opposizioni chiedendo di aderire. «Dobbiamo mostrare unità e fermezza nel difendere i principi della legalità e dell’etica politica». «Ci auguriamo che le altre forze politiche non si tirino indietro, serve un’assunzione di responsabilità», spiega il leader Idv. Per portare al voto la mozione alla Camera, infatti, servono almeno 63 firme, e l’Idv da sola non le ha.

Il Pd incassa la disponibilità di Scajola a riferire in Parlamento dopo aver parlato con i pm, dopo che il ministro per giorni aveva fatto muro. Una retromarcia che i democratici attribuiscono al loro pressing di questi giorni. Poco prima che Scajola annunciasse la sua disponibilità, infatti, i capigruppo Franceschini e Finocchiaro avevano firmato una nota in cui spiegavano che di fronte ad una «reiterata indisponibilità» del ministro a riferire in aula, avrebbero adottato «ogni necessaria iniziativa parlamentare». Tradotto: una mozione di sfiducia, caldeggiata da Bersani, mentre Franceschini è parso più cauto. «Si fissi subito la data dell’audizione di Scajola in Parlamento», replicano i due capigruppo dopo aver appreso del via libera di Scajola. Insomma, la mozione resta in stand by, ma solo se la data dell’audizione sarà fissata a metà maggio, dopo che il ministro sarà sentito dai Pm. In caso di uno slittamento, allora scatterà la mozione di sfiducia condivisa con l’Idv.

In casa Pd si teme che la mozione possa avere l’effetto boomerang di ricompattare una maggioranza divisa. Ma si tiene anche conto della mossa dell’Idv che punta a giocare, come sempre, il ruolo dell’opposizione più intransigente. Oggi Franceschini vedrà una delegazione dell’Idv per concordare, nei limiti del possibile, la strategia parlamentare. Il Pd vorrebbe aspettare l’audizione del ministro prima di presentare la mozione, mentre i dipietristi non hanno dubbi: «A noi interessa poco l’autodifesa di Scajola in Parlamento», dice Donadi. «Ci sono testimonianze plurime e riscontri documentali,per noi la sfiducia è l’unica strada». Sarà competition con il Pd? «Ci sarebbe piaciuto muoverci dall’inizio uniti, ma loro hanno deciso di ascoltare Scajola in aula…e una mozione ha senso se è condivisa». Difficile che l’Udc aderisca alla mozione. Ma ieri anche Casini si è esposto: «Consiglio a Scajola di venire in Parlamento per un chiarimento…».

L’Unità 04.05.10

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Ministro isolato anche dai suoi
È in volo verso Tunisi, il ministro Claudio Scajola, mentre da terra rulla in crescendo il tamburo delle dimissioni. E persino Berlusconi, che pure al mattino lo aveva chiamato per rassicurarlo, comincia a pensare a un «piano B»: passo indietro dell’ex dc e scelta di un altro uomo di fuducia al suo posto. Ironia della sorte, la via di fuga, per qualche ora, a Scajola la offrono proprio gli impegni di governo, che nel lunedì di bufera portano il ministro dello Sviluppo Economico in Tunisia, a perfezionare un accordo per l’elettrodotto che dovrà collegare la Tunisia all’Italia. «Ha incontri già fissati con i ministri tunisini, difficile che si dimetta mentre è lì a rappresentare il governo», si aggrappano alla diplomazia i suoi più stretti collaboratori, cercando di strappare ancora qualche ora, mentre il ministro è a bordo del velivolo, partito ieri pomeriggio dall’amato piccolo aeroporto di Albenga.

Quello che, grazie ai fondi (975mila euro) fatti arrivare dal ligure Scajola, ha ripristinato il volo Albenga-Fiumicino, che da un decennio vive di vicende alterne quanto quelle del ministro. Inaugurato e soppresso più volte, prima nel 2002, poi nel 2004, su e giù, come Scajola, che da ministro da lì salpava tutte le settimane da lì salpa alla volta di Roma, per rifugiarsi nel fine-settimana nel feudo di Imperia. Il viaggio alla volta di Tunisi durerà ancora meno. Il ministro è in Tunisia da un paio d’ore, quando fa sapere che tornerà in anticipo in Italia. La “fuga” è finita. Comincia l’arretramento. A tappe forzate. Il faccia-a-faccia con i pm perugini: sarà il 14 maggio, la prossima settimana. Quello con il parlamento che il ministro fino a poche ore prima non prendeva nemmeno in considerazione: «Avverrà subito dopo», assicura il ministro, mentre il tam tam di Palazzo parla già di sue dimissioni imminenti. Le voci di Palazzo sono la punta dell’iceberg che Scajola si vede arrivare contro mentre annuncia che rinuncerà al secondo giorno di visita in Tunisia per tornare subito in Italia. La navicella costruita per affrontare i marosi persino a lui deve sembrare davvero troppo fragile per superare l’impatto con ciò che lo aspetta al ritorno. Fin qui Scajola ha messo sul piatto della bilancia la sua versione. Che non ha convinto nemmeno un intervistatore tutt’altro che ostile come Nicola Porro, vicedirettore del Giornale («Non gli credo», ha scritto sul suo blog, a intervista finita).

Primo: «Per l’acquisto della casa alle due signore ho versato solo la somma pattuita di 610mila euro». Secondo: «Degli assegni firmati dall’architetto Angelo Zampolini non so nulla». Terzo: «Basta fare una rapidissima indagine sui prezzi degli immobili a Roma in quel periodo, nel 2004, e si vedrà come il prezzo da me pagato sia in linea con quello di mercato». Sull’altro piatto della bilancia, stime di mercato a parte, c’è la verità ricostruita dai quattro testimoni sentiti dalla procura: le sorelle Papa, l’architetto Zampolini, l’autista tunisino del provveditore Angelo Balducci. E gli ottanta assegni che sarebbero serviti a coprire i veri costi della casa di via del Fagutale. Fango, secondo il ministro Scajola. Fin qui il suo più grande alleato era stato il presidente del consiglio. E per difendersi Scajola ha indossato, oltre all’inseparabile doppiopetto blu anche tutti i possibili argomenti berlusconiani: dal grido di dolore contro il «processo mediatico» alle minacce di querele. «La mia persona viene quotidianamente infangata», recita ancora in perfetto stile berlusconiano l’ultima nota battuta da Tunisi, ieri pomeriggio. Prima che il vento girasse e spingesse il ministro a decidere di intertire rotta e anticipare il ritorno.
L’Unità 04.05.10

"Per i più bravi spunta la 14esima", di Alessandra Ricciardi

I soldi sarebbero già disponibili. E la Gelmini prova a spenderli subito per incassare sul campo un altro risultato. È la riforma della carriera docenti o, se si preferisce, del merito, che per il 2010 potrebbe contare su una torta di circa 305 milioni di euro freschi da destinare agli insegnanti e 105 mila ad ausiliari, tecnici e amministrativi. Che diventano nel 2012 (secondo la scaletta indicata nella relazione tecnica allegata al decreto legge 112/2008) rispettivamente 638 milioni e 317 milioni di euro. Per non annacquare l’operazione, disperdendola nei rivoli di aumenti più o meno a pioggia, l’ultima ipotesi a cui si sta lavorando, a un apposito tavolo di viale Trastevere, è quella di un premio di fine anno, una sorta di 14esima mensilità, di circa 3 mila euro a insegnante.

Si tratta di utilizzare quella quota parte -il 30%- delle economie realizzate attraverso i tagli agli organici e alle sedi scolastiche che lo stesso decreto 112, la prima manovra Tremonti del governo Berlusconi IV, prevede sia reinvestita sul personale per incentivarne il merito. Il Tesoro, secondo quanto trapela da fonti ministeriali, sarebbe pronto a certificare che nel 2009/2010 i risparmi previsti sono stati conseguiti. E dunque vi sarebbero gli estremi finanziari per procedere. Il problema è che con 300 milioni di euro per i soli docenti -la partita più interessante per consistenza e risvolti anche mediatici- è necessario fare una selezione molto dura, visto che i potenziali interessati sarebbero 780 mila. Per dare un riconoscimento consistente in busta paga, l’ordine di grandezza dovrebbe aggirarsi, questo è il ragionamento, almeno sui 3 mila euro lordi l’anno. E per evitare di parcellizzarlo, ecco allora spuntare l’ipotesi di un’unica tranche, una sorta di premio di fine anno che somiglia assai, visto che verrebbe parametrato sullo stipendio in godimento, a una 14esima. Con un premio a testa di 3 mila euro, si potrebbe soddisfare una platea di 100 mila docenti, che arriverebbero a 120 mila considerando che anche i giovani insegnanti di prima fascia retributiva potrebbero concorrere utilmente. In percentuale, i premiati sarebbero circa il 15%, meno di quel 25% di prima fascia previsto dalla riforma Brunetta. Ed è proprio quest’ultima una delle chiavi di volta giuridiche dell’operazione, giacché prevede per la scuola un decreto legislativo di recepimento. Nel provvedimento potrebbero essere date le indicazioni per lo sviluppo degli incentivi e dunque per l’articolazione della carriera docenti. Si eviterebbe così di dover passare, con un disegno di legge ad hoc, attraverso le forche caudine del parlamento, dove tra Lega e Pdl abbondano posizioni divergenti. L’ipotesi del decreto legislativo non eviterebbe comunque alla Gelmini di affrontare il tavolo contrattuale, dove i criteri dovrebbero poi essere recepiti e attuati. Per bypassare completamente i sindacati, l’unica sarebbe una legge ad hoc sugli avanzamenti di carriera, una strada più diretta ma anche più faticosa per le prevedibili contestazioni di piazza. Il percorso non sarà facile.

ItaliaOggi 04.05.10

"La nazione oscurata", di Guido Crainz

Non va sottovalutato il valore simbolico e politico delle affermazioni del ministro della Repubblica Roberto Calderoli. Non va sottovalutato il segnale che danno al Paese, proprio perché quel segnale viene dalla forza di governo che appare di gran lunga la più compatta, e sempre più determinante all´interno della coalizione.
Certo, anche nelle celebrazioni del 1911 e del 1961 non erano mancati momenti polemici, alimentati dalle forze intellettuali e politiche che si sentivano in qualche modo ai margini del processo (repubblicani, socialisti e cattolici, nel 1911), o non si riconoscevano per intero nell´orizzonte culturale che improntava le celebrazioni (e che risentiva ampiamente, nel 1961, dell´egemonia politica della Democrazia Cristiana). Erano momenti di riflessione – talora anche segnali di delusione, come già nel 1911 – che dialogavano con un´impostazione “forte” e prevalente delle celebrazioni e dell´identità: non ne mettevano in discussione le fondamenta né la svilivano. Erano, insomma, posizioni nobili. Avevano a che fare con un´idea alta di nazione, facevano parte a pieno titolo di quel confronto culturale di cui le identità si nutrono.
Non è così oggi, e le parole del ministro Calderoli – nel loro non eccelso profilo culturale – appaiono realmente contundenti proprio per questo: proprio perché non si infrangono contro un solido e condiviso muro ideale ma rivelano ancor di più, semmai, la fragilità crescente – pericolosamente crescente – delle barriere che sono state erette. La vicenda stessa delle celebrazioni ufficiali, del resto, ha mostrato più del dovuto quella fragilità. Ha illuminato anch´essa il dramma di un paese che sembra impaurito dal futuro e infastidito dal passato.
La riflessione deve muoversi allora su due versanti. Deve riguardare le dinamiche politiche che queste e altre sortite leghiste possono innestare (poco importa se contraddette o “interpretate” da altre forze del governo), ma anche – e soprattutto – lo “stato della nazione”. Sul primo versante appare in tutta la sua pericolosità il rinsaldato connubio fra l´offensiva leghista – che i risultati elettorali avevano inevitabilmente preannunciato – e una egemonia del premier che da tempo mette sempre più apertamente in discussione i tratti costituzionali essenziali della Repubblica (anche per questo, forse, l´intervento del cardinale Angelo Bagnasco assume un valore particolare e in qualche modo impegnativo anche rispetto al riemergere di umori anti-risorgimentali che nel mondo cattolico non sono mancati).
La pericolosità del connubio fra Berlusconi e Bossi è aumentata a dismisura proprio dallo “stato della nazione”, e il confronto con il 1911 e il 1961 è purtroppo illuminante. Nel 1911 il paese era attraversato sì da contraddizioni sociali e da tensioni anche forti ma si era ormai avviato all´industralizzazione e a forme democratiche meno incompiute: in quello stesso anno, ad esempio, il governo annunciava la riforma elettorale che avrebbe portato di lì a poco al suffragio universale maschile. Si pensi anche al centenario dell´unità nazionale, nel 1961: era celebrato nel pieno del “miracolo economico”, e le euforie del boom nascondevano semmai le contraddizioni pur esistenti, sia nel presente che nel passato.
Oggi, invece, vengono al pettine tutti i nodi di una crisi della Repubblica che aveva avuto la sua incubazione negli anni ottanta e il suo primo esplodere all´inizio del decennio successivo. Superati i momenti più drammatici di quel trauma il paese scelse – nella sua grande maggioranza – di non fare i conti con quei nodi. E quindi di aggravarli. Nel 1993 un bel libro di Gian Enrico Rusconi aveva come titolo Se cessiamo di essere una nazione. C´è da chiedersi se in un prossimo futuro non dovremo ricorrere a un titolo ancor più pessimistico.
La Repubblica 04.05.10

"Elementari e medie, da giovedì test nazionale per due milioni", di A. Ser.

Da dopodomani, 6 maggio, si svolgeranno nelle scuole elementari e medie le prove Invalsi, una sorta di compito in classe “nazionale” per due milioni di studenti. Cominceranno i bambini delle seconde e quinte classi della scuola primaria (le elementari) con la prova di italiano. La settimana successiva sarà il turno della prova di matematica. Il 13 maggio, poi, a svolgere le prove di italiano e matematica saranno gli studenti delle prime classi della secondaria di primo grado (le medie). Le terze classi, sempre delle medie, svolgeranno la prova a giugno, nell’ambito dell’esame di Stato (quella dell’Invalsi sarà una quarta prova obbligatoria). Le verifiche, uguali per tutte le scuole, serviranno a monitorare i livelli di apprendimento conseguiti dal sistema scolastico e non dai singoli alunni. Una specie di test nazionale che misurerà i risultati e, in proiezione, l’andamento del nostro sistema di istruzione nel segmento 7-14 anni. Una macchina organizzativa che vede impegnate le segreterie delle scuole, i dirigenti e gli insegnanti, in un test, fino allo scorso anno facoltativo, diventato ora obbligatorio. Proteste dai sindacati: «Anche in questa occasione – sostiene il segretario nazionale della Uil scuola, Massimo Di Menna – c’è troppa burocrazia. Pacchi, plichi, buste e almeno 40 pagine da organizzare e compilare per il lavoro di raccolta dati, di dubbia utilità, e con la richiesta di informazioni non direttamente connesse allo svolgimento delle prove, tutto affidato alle scuole e alle segreterie. Ancora una volta la disponibilità, l’impegno e la professionalità degli insegnanti non sono accompagnati dai necessari supporti e riconoscimenti che i sindacati chiedono».
Il problema della burocrazia è serio, agli insegnanti si chiedono sacrifici senza dare contropartite, ma va comunque riconosciuta l’importanza delle prove Invalsi. «Servono alla valutazione comparativa degli apprendimenti in un intero universo di alunni, secondo fasce di età prestabilite», afferma Giorgio Rembado, leader nazionale dei presidi. Che aggiunge: «La verifica è fatta per due discipline, italiano e matematica, le materie che più rivelano lo stato di preparazione». I test potranno anche servire a dare una valutazione dei docenti e degli istituti? «Le prove – aggiunge Rembado – sono finalizzate alla conoscenza dei livelli di apprendimento dei giovani, ma indirettamente si potranno avere elementi sui risultati raggiunti dagli istituti».

Il Messaggero 04.05.10