Saranno presenti
On. Manuela Ghizzoni PD
On Emerenzio Barbieri PDL
Latest Posts
"Neanche le cooperative sociali sono perfette", di Stefano Castriota
Le cooperative sociali italiane sono una realtà che coinvolge migliaia di organizzazioni e lavoratori. E’ un settore in costante crescita, ma non mancano le ombre. A partire dal basso livello degli stipendi, dovuto in parte alle aste al massimo ribasso indette dalle amministrazioni pubbliche per minimizzare il costo per l’erogazione dei servizi sociali. Poi ci sono percorsi di carriera piuttosto appiattiti, che non premiano l’istruzione e penalizzano le donne. E la scarsa trasparenza di alcuni enti rischia di danneggiare la reputazione di tutti.
In Italia, le cooperative sociali coinvolgono 244mila lavoratori e 34mila volontari operanti in 7mila organizzazioni. Possono svolgere attività finalizzate all’offerta di servizi socio-sanitari ed educativi (cooperative di tipo A, le più diffuse) o all’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, come i disabili fisici e mentali, gli ex-carcerati, gli ex-tossicodipendenti, e altro (cooperative di tipo B).
I NUMERI DELLE COOPERATIVE
Secondo l’ultimo censimento Istat disponibile, nel 2005 le cooperative sociali hanno prestato la propria attività a favore di circa 3,3 milioni di persone, producendo beni e servizi per 6 miliardi di euro. Rispetto ai due anni precedenti, l’incremento è stato del 19,5 per cento per numero di organizzazioni, del 26,2 per cento per numero di lavoratori e del 32,2 per cento per fatturato. La crescita tumultuosa è il frutto del livello insufficiente dei servizi sociali offerti dalle amministrazioni pubbliche (lacuna che le cooperative sociali cercano di colmare), del progressivo invecchiamento della popolazione, che genera un costante aumento della domanda, e della crescente sensibilità della popolazione nei confronti del problema dell’inclusione sociale dei soggetti svantaggiati.
Negli ultimi tempi, però, sono emersi diversi problemi. Il primo è senza dubbio il basso livello delle retribuzioni dei lavoratori, sia impiegati che dirigenti.
Un recente studio condotto con Leonardo Becchetti, basato su dati raccolti dall’università di Trento in collaborazione con altri cinque atenei italiani, mostra come nel 2006 lo stipendio medio degli impiegati (età media 37 anni, 74 per cento di donne, 30 per cento di laureati) fosse di 867 euro, 1.012 euro considerando i soli lavoratori a tempo pieno, mentre quello dei dirigenti (età media 46 anni, 47 per cento di donne, 52 per cento di laureati) era di 1.071 euro, 1.356 per il tempo pieno, escludendo i volontari. (1)
Le medie calcolate a livello nazionale nascondono però differenze marcate a livello regionale. Inoltre, come mostrato nel nostro studio, mentre i salari nominali sono più elevati nelle regioni settentrionali, una volta che si corregge per il costo della vita il salario reale è più elevato dal 5 al 9 per cento nelle regioni meridionali rispetto a quelle centro-settentrionali, che risulterebbero così ancor più penalizzate.
PERCHÉ LO STIPENDIO È BASSO
Le ragioni di un livello delle retribuzioni così basso sono varie. Innanzitutto, le cooperative sociali sono enti senza fine di lucro che si occupano dell’assistenza e del reinserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, settori che per loro natura non sono particolarmente redditizi e che dunque non consentono di corrispondere stipendi molto elevati. In secondo luogo, le cooperative sociali si trovano di fronte a un dilemma: pagare stipendi più elevati oppure erogare un maggiore numero di servizi ai bisognosi di assistenza? In sostanza, e supponendo che la qualità delle prestazioni erogate rimanga invariata, bisogna dare la priorità al benessere dei lavoratori oppure a quello degli utenti ? Inoltre, a torto o a ragione, nel settore no-profit vi è la diffusa convinzione che corrispondere salari più bassi serva ad auto-selezionare i lavoratori più motivati e coinvolti nella causa sociale, mentre con salari più elevati si presenterebbe una quota maggiore di soggetti che ha a cuore soprattutto l’aspetto monetario del proprio lavoro. (2)
A ciò si aggiunga che parte della crescita poderosa delle cooperative sociali è da imputare all’intenzione delle pubbliche autorità di ridurre il costo dell’erogazione dei servizi sociali mediante l’esternalizzazione e l’assegnazione con aste pubbliche al massimo ribasso. (3) Il sistema, da un lato, ha portato all’aumento del numero di associazioni e del personale coinvolto, con conseguente crescita del ruolo esercitato dal terzo settore, ma, dall’altro, ha creato una concorrenza sfrenata tra le cooperative sociali, tutte a caccia di appalti senza i quali non possono sopravvivere. Ciò è avvenuto anche a costo di un peggioramento delle condizioni contrattuali dei propri dipendenti in termini di stipendi netti corrisposti, contributi pensionistici versati, stabilità e sicurezza del lavoro. (4)
Il sistema delle gare al massimo ribasso , in cui non si tiene minimamente conto delle condizioni dei lavoratori, della qualità del servizio o delle professionalità coinvolte, costringe le cooperative sociali a un’autodistruttiva guerra tra poveri che rischia di disgregarne il consenso alla base. Lo sciopero nazionale dei lavoratori delle cooperative sociali, che si è tenuto il 4 aprile 2008 e ha avuto una (auto-dichiarata) partecipazione dell’80 per cento, è un importante segnale da non sottovalutare.
PERCORSI DI CARRIERA
Come se ciò non bastasse, al basso livello delle retribuzioni si aggiunge un secondo problema, non meno grave del primo e messo in luce dalla nostra ricerca: la mancanza di percorsi di carriera ben definiti. Lo stipendio sembra dipendere più dagli anni di esperienza nella cooperativa che non dal livello d’istruzione : quest’ultimo, infatti, non mostra alcun effetto diretto sullo stipendio di impiegati e dirigenti. Delle due l’una: o l’istruzione non è remunerata adeguatamente, oppure per il tipo di mansioni svolte all’interno delle cooperative sociali non è necessario un elevato livello educativo. Inoltre, a parità di condizioni e mansioni svolte, le donne guadagnano meno degli uomini. Tutto ciò potrebbe generare frustrazione nei lavoratori già occupati e ridurre l’interesse nei confronti di questo settore da parte delle giovani donne neo-laureate che si affacciano sul mercato del lavoro, con conseguente danno per la qualità del capitale umano impiegato e dei servizi offerti dalle cooperative sociali. (5)
Infine, soprattutto nel Centro-Sud , vi sono svariate cooperative che operano con scarsa trasparenza o, peggio, sono delle vere e proprie scatole vuote create appositamente per accaparrare fondi pubblici. (6) Se non si vuole danneggiare la reputazione complessiva del sistema delle cooperative sociali è urgente intensificare i controlli e iniziare a punire le organizzazioni scorrette.
(1) Becchetti, L. e Castriota, S., “Wage Differentials in Social Enterprises: Education Premium and the Role of PPP Geographical Disparities”, AICCON Working Paper No. 68, scaricabile dal sito http://www.aiccon.it/working_paper_scheda.cfm?wid=184&archivio=C .
(2) La scelta tra salari più elevati e numero di prestazioni erogabili potrebbe generare un ulteriore dilemma: puntare sulla qualità del lavoro (con meno lavoratori pagati meglio) o sulla quantità di servizi erogabili (con più lavoratori pagati peggio)? Per un’analisi del ruolo svolto dalle motivazioni estrinseche (monetarie) e intrinseche (interesse per l’attività svolta, desiderio di aiutare il prossimo, ambizione personale, fedeltà all’azienda, etc.) nel settore dei servizi sociali si veda Borzaga, C. e Tortia, E. (2006), “Worker Motivations, Job Satisfaction, and Loyalty in Public and Nonprofit Social Services”, Nonprofit and Voluntary Sector Quarterly , Vol. 35, No. 2, pp. 225-248.
(3) Nel loro “The Commissioning of Human Services: the Way to Good Practices?”, 2009, Ires Piemonte, Marocchi, Brentisci e Cogno hanno rilevato come in Piemonte il 30 per cento delle gare d’appalto nel settore sia basato sul criterio esclusivo o prevalente del massimo ribasso. Inoltre, due terzi delle imprese sociali intervistate hanno denunciato l’inadeguatezza del prezzo base d’asta.
(4) Si veda l’intervista ad Anna Di Mascio, responsabile Legacoop Sociali, http://www.legacoop-piemonte.coop/DocsImgs/Docs/nuovaSocieta_1_marzo_08.pdf .
(5) Il danno per le cooperative potrebbe concretizzarsi sia in una diminuzione del numero e della qualità dei nuovi candidati a un posto di lavoro che nell’abbandono dello stesso da parte dei lavoratori migliori già impiegati.
(6) Si veda, a titolo d’esempio, il servizio di Michele Buono e Pietro Ricciardi andato in onda su Report (Rai 3) domenica 18 ottobre 2009. Emergeva che il costo totale (stipendio lordo) dei lavoratori di una cooperativa sociale che forniva servizi sanitari a un rinomato ospedale romano era più alto di quello dei lavoratori internalizzati, ma, sorprendentemente, sia lo stipendio netto che i contributi percepiti erano più bassi.
wwww.lavoce.info
"Formigoni, Moratti e l’allegra finanza Pdl", di Gianni Del Vecchio
L’ultima in ordine di tempo è la notizia dell’esposizione per 115 milioni di euro della regione Lombardia verso la Grecia. Ennesimo anello di una lunga catena di pasticci finanziari combinati dai due amministratori di riferimento del Pdl lombardo.
Ovvero il governatore Roberto Formigoni e il sindaco milanese Letizia Moratti. Infortuni finanziari che, oltre a far male alle casse dei due enti, sono la migliore pubblicità per una Lega che gli ultimi sondaggi berlusconiani danno in ulteriore crescita rispetto alle regionali di un mese fa.
Al Pirellone hanno poco da esser contenti. Sul Corriere di ieri è risaltato fuori un vecchio scoop del Sole24Ore, che già un anno fa avvertiva degli investimenti ellenici della regione. Questi i fatti.
Nel 2002 la Lombardia ha emesso un bond da un miliardo di dollari con scadenza nel 2032. Per arrivare a quella data con i soldi necessari per restituire il prestito, gli uomini di Formigoni accantonano presso le due banche d’affari Ubs e Merrill Lynch un tot di soldi ogni anno. Questo fondo (in gergo sinking fund) a sua volta viene investito in altri strumenti finanziari. E qui c’è l’inghippo: ben 115 milioni sono stati usati per acquistare titoli di stato greci, oggi tutt’altro che sicuri. Ma non solo. Nel “paniere” ci sono anche altri bond più o meno discutibili: quelli di regioni in difficoltà finanziarie (come Lazio e Sicilia) o di aziende dall’elevato indebitamento (come Telecom). Insomma, il fondo non è propriamente simile a un sicuro salvadanaio.
Tanto che i consiglieri del Partito democratico hanno invitato Formigoni a dare spiegazioni sull’operazione, non contenti delle prime sommarie rassicurazioni da parte del governatore.
Le disavventure finanziarie della regione si sposano bene con quelle capitate al comune di Milano. A partire dalla vicenda dei derivati-truffa.
Palazzo Marino ha stipulato nel 2005 uno swap di durata trentennale, legato a un bond di 1,68 miliardi di euro.
In soli quattro anni, però, l’ente guidato dalla Moratti ha accumulato una minusvalenza di circa 300 milioni di euro, senza considerare i costi impliciti dell’operazione, che oscillano tra i 73 e gli 88 milioni di euro. Una storia che ha visto l’apertura di un’indagine della procura milanese con conseguente rinvio a giudizio per truffa aggravata di mostri sacri della finanza come Jp Morgan, Deutsche Bank, Ubs e la tedesca Depfa Bank. Ma i guai per la prima cittadina milanese non finiscono qui. Perché a turbarle il sonno c’è anche la questione della Zincar, una partecipata che doveva migliorare lo stato dell’aria meneghina e che invece ha solo prodotto un buco di 18 milioni di euro ed è fallita.
Anche stavolta è subito arrivata la magistratura: il crack Zincar è al centro di una inchiesta del procuratore aggiunto Alfredo Robledo, lo stesso che ha portato in tribunale le quattro merchant bank per i derivati.
A questo punto non è difficile immaginare che gli echi mediatici delle grane finanziare causate dal Pdl lombardo siano uno dei fattori che sopra il Po affossano il partito di Berlusconi e invece premiano quelli di Bossi. Del resto, lo stesso Cavaliere ha fatto sapere che gli ultimi sondaggi in suo possesso testimoniano una crescita vertiginosa del Carroccio, proprio a scapito del suo partito. Confermando e avvalorando il trend che già s’è manifestato nelle ultime elezioni. Alle regionali, infatti, s’è verificato una specie di pareggio: in Piemonte, Lombardia e Veneto la Lega risulta inferiore al Pdl di soli 152 mila voti. E adesso mette la freccia.
Da Europa 01.05.10
"Da Roma a Bari l’agonia dei licei", di Caterina Perniconi
“Siamo in emergenza su tutto, non solo sui corsi di recupero. Da due anni non ci arrivano nemmeno i soldi del funzionamento”. Dopo l’allarme lanciato dal preside del liceo Keplero di Roma, che ha scritto una lettera al ministro Mariastella Gelmini denunciando la mancanza di fondi per i corsi di recupero, la voce di Bice Mezzina, insegnante di liceo classico e presidente del centro d’iniziativa democratica degli insegnanti di Bari, è solo una tra le molte che fanno eco nei corridoi della scuola italiana: “Non ci sono soldi, siamo al collasso”. Verona, Bologna, Roma, Napoli, Bari. Il problema è lo stesso dappertutto: non arrivano i fondi da Miur. “La rigorosità di preparazione scolastica complessiva richiesta dalle nuove norme cozza fragorosamente con la drammatica realtà di scuole senza soldi e sostegno per sopravvivere – ha scritto il preside del Keplero, Antonio Panaccione a giugno prossimo saremo obbligati ad applicare, completamente disarmati, le nuove disposizioni del Governo in merito alla valutazione finale. Ci troveremo, così, di fronte al tradizionale alto numero di alunni che non avranno raggiunto la sufficienza in ogni materia e i consigli di classe avranno allora solamente due possibilità, entrambe assurde: bocciare tutti o regalare tantissimi ‘6 politici’. Soluzioni che distruggerebbero la credibilità della scuola, portando così nuova linfa alle scuole private”.
E allora i professori si organizzano come possono: “Nel nostro liceo chiediamo agli studenti di autofinanziarsi – spiega Bice Mezzina – l’anno scorso 70 euro a testa, quest’anno 80. Nelle scuole primarie, invece, le insegnanti chiedono di portare da casa carta e pennarelli. Il ministro ha detto che i soldi per i corsi estivi arriveranno, ma per ora non si sono visti, e da due anni non riceviamo nemmeno il fondo per gestire il funzionamento scolastico, circa 30 mila euro l’anno”. All’istituto professionale Fermi di Verona, dove si formano odontoiatri e preparatori bio-chimici, il preside ha avvisato le famiglie che per poter coprire il costo dei corsi di recupero dovranno pagare 100 euro a testa. Al liceo Righi di Bologna, studiare la seconda lingua straniera a scuola dal prossimo anno costerà 120 euro in più. E mentre la Rete degli studenti denuncia che “la situazione delle scuole italiane è ridotta a pezzi”, ieri, in un’intervista al settimanale Io donna, la neomamma Mariastella Gelmini ha detto che sua figlia Emma “andrà in una buona scuola, pubblica o paritaria non importa. E comunque l’aumento delle iscrizioni alle paritarie è dovuto a un dato innegabile, la scuola pubblica è in crisi e per salvarla non basta il governo, devono contribuire i sindacati e i dirigenti, spesso poco attenti agli sprechi”. Peccato che sia impossibile sprecare soldi che non sono mai arrivati. “Per fare i corsi integrativi di recupero – ha scritto il preside del Keplero tanto necessari per i più deboli e svantaggiati, ci vorrebbero almeno quei finanziamenti certi, tempestivi e mirati dello Stato previsti dal decreto ministeriale n. 80 del 2007 già elargiti nel 2008 e 2009, ora invece eliminati o peggio girati alle scuole private”.
Da Ilfattoquotidiano 01.05.10
"Attenti ai pensionamenti", di Stefano Fassina
Caro direttore, la ringrazio per l’attenzione che ha voluto dedicare alla mia intervista su Il Foglio del 29 aprile scorso. La ringrazio anche per le parole di incoraggiamento ad andare avanti nella demolizione del principio tax and spend, abitudine dura a morire nelle nostre fila.
Un’abitudine che viene, troppo facilmente, attribuita a chi si occupa per responsabilità istituzionali del tax, ma che, invece, dovrebbe estendersi, almeno in egual misura, a chi per corrispondenti, ma decisamente più gratificanti, compiti di governo, avvia lo spend. Chi è responsabile delle entrate si trova, infatti, a dover raggiungere, come è avvenuto nell’ultimo governo Prodi, obiettivi determinati dall’incapacità politica collegiale, dell’esecutivo e della maggioranza parlamentare, di controllare o ridurre la spesa pubblica. Posso testimoniare per esperienza diretta che Vincenzo Visco nel 2006-2008 avrebbe ovviamente preferito ridurre le imposte, invece che essere costretto a un brutale intervento di aumento del gettito per cogliere gli assurdi e ideologici obiettivi di indebitamento previsti nel Dpef del giugno 2006.
Infine, una breve ricostruzione storica. L’editoriale di Europa ritrova nelle mie parole a Claudio Cerasa sui temi fiscali il «nucleo più dirompente del Lingotto». L’osservazione è corretta.
Confesso: nelle risposte a Il Foglio ripropongo anche l’epicentro del discorso del Lingotto sul fisco, ossia la sostituzione del “vecchio” principio «pagare tutti, pagare meno» con il “nuovo” principio «pagare meno, pagare tutti». Tuttavia, confesso anche che l’affermazione sul fisco pronunciata da Walter Veltroni a Torino non era originale. In realtà, risaliva ad un quarto di secolo prima. Per l’esattezza, al primo aprile del 1984 (ma non era uno scherzo). Venne formulata, per la prima volta, in un’intervista a L’Unità dal titolo “Pagare meno ma pagare tutti: ecco la riforma”, seguito dal sottotitolo: «Ci vogliono imposte semplici e con aliquote basse». Chi era l’intervistato? Era l’allora deputato della sinistra indipendente Vincenzo Visco. Lo stesso personaggio che, 24 anni dopo, suggerì le proposte sul fisco contenute nel programma del Pd per le elezioni politiche del 2008. Insomma, caro direttore, bisognerebbe stare attenti a celebrare i pensionamenti.
da Europa Quotidiano
******
Di seguito riportiamo l’intervista a Fassina dal Foglio del 29 aprile
“Caro Berlusconi, giù le tasse”
La spesa pubblica? Da tagliare. Il fisco? Da rivoluzionare. Il federalismo? Da approvare. Il responsabile Economia del Pd presenta tre proposte per firmare con la maggioranza un patto sull’economia.
La spesa pubblica da tagliare, il fisco da rivoluzionare e il federalismo da approvare. Eccole le tre proposte choc di politica economica che nei prossimi giorni arriveranno sulla scrivania del segretario del Partito democratico, Pier Luigi Bersani. Tre proposte concepite “con l’idea di creare una nuova cultura economica del centrosinistra” e anticipate dal responsabile del settore del Partito democratico, Stefano Fassina, in questa intervista al Foglio. “Per il bene dell’Italia, deve essere responsabilità del maggior partito dell’opposizione uscire fuori dal chiacchiericcio quotidiano della politica inconcludente e prendersi la responsabilità di fare delle proposte alla maggioranza per far funzionare meglio il nostro paese.
In una fase legislativa potenzialmente costruttiva caratterizzata da tre anni senza grandi elezioni, al di là dei preoccupanti scazzi interni alla maggioranza, bisogna avere il coraggio di incalzare quanto più possibile il governo su alcuni temi che per noi sono cruciali. La politica economica, in questo senso, è un terreno sul quale occorre confrontarsi in modo sereno e il prima possibile; ed è proprio per questo che crediamo sia giunto il momento di rompere alcuni tabù della nostra storia e mettere in gioco le nostre idee, anche a costo di scontentare qualcuno”.
Negli ultimi tempi, molti dirigenti del Partito democratico si sono convinti che la scarsa percezione di solidità della leadership di Bersani sia stata legata soprattutto a una difficile gestione della materia principale del bersanismo: ovvero l’economia. I temi economici erano stati gli argomenti attraverso i quali il segretario del Pd aveva promesso, all’inizio del suo mandato, che avrebbe incalzato il più possibile la maggioranza; ma fino a oggi le prove di forza del Pd su questa materia sono state obiettivamente poco incisive. “Abbiamo commesso alcuni errori – riconosce Fassina – e va ammesso che non siamo stati sempre abili a far emergere la nostra identità su temi delicati come quelli economici. Fatta questa riflessione, credo sia arrivato il momento di disegnare e progettare per il nostro partito una nuova cultura economica, capace di essere una sintesi perfetta delle nostre tradizioni e una buona rielaborazione delle esigenze del nostro elettorato. Ebbene, per un paese economicamente e socialmente evoluto come l’Italia, è inutile nascondere che in questo momento, per sostenere la crescita, una rivoluzione fiscale è tra le priorità”.
Fassina ha letto con attenzione la proposta formulata la scorsa settimana su questo giornale dall’Ingegnere Carlo De Benedetti per abbassare le tasse, ed è proprio dalle parole dell’editore del Gruppo Espresso che inizia il ragionamento. “Bisogna smettere di credere che la questione dell’abbassamento delle tasse sia soltanto una fissa degli integralisti del liberismo. Non è così. Conosciamo perfettamente i dati che ci arrivano costantemente dall’Ocse ed è sciocco nascondersi: oggi l’Italia è ai primi posti nel mondo per pressione fiscale e a questo, come notava giustamente De Benedetti, va aggiunto che i lavoratori italiani hanno una delle più pesanti tassazioni europee sulle proprie buste paga. E allora: come si fa a rilanciare la propensione al consumo degli italiani, dando loro la certezza di guadagnare di più, subito e in prospettiva? Abbassando, quanto possibile, le imposte”. Fassina entra nel merito della sua proposta. “La riforma fiscale che abbiamo in mente, e di cui parleremo sia al presidente della Repubblica sia al presidente del Consiglio, deve premiare i produttori, i lavoratori, i professionisti – artigiani e commercianti – e naturalmente gli imprenditori; deve fare in modo di recuperare la progressività, semplificando gli adempimenti (dove per adempimenti si intendono dichiarazioni fiscali e pagamenti delle imposte), ossia rendere meno onerosa per il contribuente la fedeltà fiscale. Si deve dunque spostare il prelievo da chi paga a chi non paga, dai redditi da lavoro e impresa alla rendita e al patrimonio, dalle attività green e sostenibili alle attività black e dannose per l’ambiente.
Piccolo particolare da non sottovalutare: data la nostra condizione di finanza pubblica, e dato lo scenario accidentato che ci ritroviamo di fronte a noi, il vincolo per poter dar vita a questa riforma è la neutralità in termini di indebitamento. In sostanza, il carico fiscale pro capite sul lavoro e sull’impresa – ovvero Irpef, Ires e Irap – deve scendere in relazione all’emersione di basi imponibili, e al contributo di altre fonti di entrata e alla riduzione (e riqualificazione) della spesa pubblica”. Ovvero: “Niente riforma fiscale se non si ridiscute, oltre al recupero di evasione, sul modo in cui viene gestita, e spesso sperperata, la spesa pubblica”. “Il baricentro della riforma – continua Fassina – è la tassazione dei redditi, di tutti i redditi, con un’aliquota di riferimento al 20 per cento. Per quanto riguarda l’imposta sul reddito delle persone fisiche, oggi al 23 per cento, è necessario che la prima aliquota venga immediatamente abbassata di tre punti.
Non solo. Il limite del primo scaglione di importo andrebbe innalzato, e contemporaneamente andrebbero ridisegnati gli scaglioni residui per sostenere i redditi delle classi medie diminuendo il numero delle aliquote: cinque sono davvero troppe. Infine, per semplificare il fisco, e su questo sono d’accordo con il ministro Tremonti, si dovrebbe disboscare la giungla di deduzioni e detrazioni riconducendola a razionalità”. Altro punto della riforma proposta da Fassina: “Per il lavoro femminile e la famiglia, andrebbe invece introdotta una consistente detrazione fiscale ad hoc per il reddito da lavoro delle donne che si trovano in nuclei familiari formati almeno da tre figli minori. Gli assegni familiari e la detrazione per figli a carico andrebbero superati assegnando un bonus famiglia di 3.000 euro all’anno per ogni figlio – a cominciare dalla fascia 0-3 anni – da estendere anche ai lavoratori autonomi e ai professionisti. E proprio ai lavoratori autonomi e professionisti, quelli che si trovano al di sotto dei 70 mila euro di fatturato annui, andrebbe offerta la possibilità di evitare gli studi di settore e scegliere un’imposta sul reddito di cassa, al 20 per cento, che sia sostitutiva di Irpef, dell’Iva, e dell’Irap. Infine, per chiudere il cerchio dell’armonizzazione del prelievo, i redditi da affitto e i redditi da capitale andrebbero sottoposti a imposta del 20 per cento, e il relativo gettito destinato alla fiscalità comunale. La service tax proposta dal ministro Calderoli ha un impatto troppo regressivo”.
Gli studi di settore, come è noto, sono uno strumento introdotto nel 1998 dall’allora ministro delle Finanze Vincenzo Visco. Il loro compito è quello di raccogliere un insieme di dati che caratterizzano l’attività in cui operano le imprese, con l’obiettivo di valutare la capacità reale di produrre reddito. Uno strumento che secondo Fassina – che di Visco è stato collaboratore e che con Visco lavora all’interno della fondazione Nens – oggi “è sinonimo di un’insostenibile carico fiscale e contributivo per una parte consistente della platea di lavoratori autonomi, e di giovani professionisti, e per questo andrebbe rapidamente abolito”. L’aggettivo “insostenibile” Fassina non lo usa in maniera casuale. Il responsabile del settore economico del Partito democratico, infatti, riconosce che, tra i tanti tabù di cui si deve liberare un partito che ambisce a diventare una valida alternativa all’attuale maggioranza, ce n’è uno che riguarda una “drammatica percezione”: quella che il centrosinistra sia il partito delle tasse.
“Sì: il centrodestra fa davvero poco per dimostrare di non essere il partito che aiuta gli evasori – e il caso dei condoni resta a mio avviso una scelta politica che non potrà mai essere apprezzata da un vero partito di centrosinistra – ma dall’altra parte una realtà riformista come la nostra non può dimenticare che la storia dell’Italia dimostra che in molti casi l’evasione fiscale, oltre che patologica, è stata anche condizione di sopravvivenza di una parte consistente del pulviscolo di imprese individuali e delle moltitudini di lavoratori autonomi. Per questo, bollare come ‘ladri’ gli evasori, come fanno invece troppe persone a sinistra, è un’assurda generalizzazione; astrattamente condivisibile, ma sbagliata sul piano etico e perdente sul piano politico: perché mette insieme l’artigiano stressato da quattordici ore di lavoro al giorno, e costretto all’evasione per rimanere – o, almeno, illudersi di essere – nelle ultime file delle classi medie e l’imprenditore con yacht e case per le vacanze sparse per l’Italia che magari evade le tasse solo per profondo egoismo sociale. Parliamoci chiaro – dice Fassina – c’è davvero qualcuno convinto che la spaventosa pressione fiscale che si ha in Italia – con aliquota individuale massima al 43 per cento contro una media del 35,7 per cento nel resto dell’Europa – sia utile alla crescita e al benessere del paese? Sinceramente, io credo di no”.
Dall’altro lato, dice ancora il dirigente romano del Pd, bisogna tentare in tutti i modi di riportare alla normalità europea l’evasione fiscale. “Sì, è questa la vera condizione per la riduzione del prelievo pro capite. Diciamolo in sintesi: potenziamento delle banche dati, tracciabilità dei pagamenti, accesso dell’Agenzia delle entrate alle informazioni bancarie. In più, a mio avviso, andrebbe messa in Costituzione l’impossibilità di fare condoni, o almeno andrebbe prevista una maggioranza qualificata (ad esempio dei due terzi) per attuarli in caso di estrema necessità”.
Fassina torna poi a ragionare su uno dei punti chiave della proposta fatta da De Benedetti su questo giornale. “Ha ragione l’Ingegnere quando dice che ridurre il peso del fisco sul lavoro si deve e si può. Per quanto riguarda le imprese, dalla base imponibile Irap, imposta ingiustamente odiata dai ‘piccoli’ perché grava all’80 per cento sulle società di capitali, come evidenzia un recente studio di Confartigianato, andrebbe eliminato del tutto il costo del lavoro. Inoltre, per favorire l’innovazione, andrebbe cancellato l’oppressivo ‘click day’ (un meccanismo che ponendo un tetto al credito di imposta che di fatto svuota l’incentivo) e ripristinato in pieno il credito di imposta per le spese in ricerca e sviluppo e per gli investimenti nel Mezzogiorno. Aggiungo che nell’attuale emergenza andrebbe sospeso il limite del 30 per cento alla deducibilità Ires degli interessi passivi (interessi che non possono penalizzare un’azienda che in una fase di crisi generale non fa utili). In prospettiva, si potrebbe persino arrivare a eliminare l’imposta sulle società e tassare il reddito esclusivamente in capo ai soci”.
Detto in altre parole, Fassina vuole dire che se una società non ridistribuisce gli utili ma investe nell’azienda quanto guadagnato, ecco, le tasse non le deve pagare. “In più, altro particolare da considerare con attenzione, la detrazione fiscale del 55 per cento, introdotta nel 2006, per le ristrutturazioni edilizie eco-sostenibili andrebbe resa permanente: era una buona idea dell’ultima legge finanziaria ma è stata troppo presto dimenticata”.
Una “cattiva idea” avuta invece dai compagni di partito è, secondo Fassina, la proposta presentata alla Camera da Cesare Damiano la scorsa settimana, quando l’ex ministro del Lavoro, nel corso dei lavori in Aula, ha invocato un’introduzione di un “contributo fiscale di solidarietà” sui redditi superiori a 200 mila euro annui. Motivo? Prolungare da dodici a ventiquattro mesi la cassa integrazione ordinaria. “Non dobbiamo cadere nella trappola del tax and spend – commenta Fassina – del partito che per poter svolgere con correttezza le sue politiche di welfare ricorre alle tasse. Posso dire senza problemi che è stato sbagliato quanto ha fatto il gruppo del Pd alla Camera, proponendo di aumentare le imposte sui redditi più elevati per coprire l’estensione della cassa integrazione. Il bisogno di introdurre altre tasse sinceramente io non lo vedo proprio”.
All’interno della proposta democratica di rivoluzione fiscale, c’è poi un particolare che va tenuto in considerazione dalla maggioranza. Riguarda il federalismo: “Sono convinto – sostiene il responsabile dell’Economia del Pd – che il governo commette un grosso errore quando, portando avanti una poco comprensibile politica dei due tempi, ripete che una riforma fiscale può essere fatta soltanto dopo il federalismo. Non è così. La ruota dei decreti attuativi del federalismo fiscale, lo sappiamo tutti, ha iniziato a girare da mesi: la commissione tecnica presso il ministero dell’Economia e la commissione Bicamerale sono al lavoro su questo terreno da settimane, e il Pd – questo deve essere chiaro – non avrebbe grandi problemi a discutere le proposte portate in commissione sia dalla Lega sia dal Pdl. Ma a condizione che si capisca urgentemente una cosa fondamentale: la rivoluzione fiscale non può che avvenire simultaneamente alla rivoluzione federalista del nostro paese: non si può sfiorare la tassazione territoriale senza una visione generale della riforma complessiva del fisco. Per questo – dice ancora Fassina – è necessario allargare il lavoro della commissione Tecnica e della commissione Bicamerale per affrontare insieme almeno l’impalcatura del disegno fiscale generale. Subito, senza rinviare. Esistono gli spazi istituzionali e le convergenze politiche per arrivare – su un punto cardinale della Costituzione materiale del paese – a soluzioni ampiamente condivise, e sarebbe sciocco buttare questa grande occasione che abbiamo: migliorare la vita dei nostri cittadini”.
Fassina dice di non considerare affatto scontato un dialogo con la maggioranza su un tema delicato come quello del fisco; ma su un altro terreno politico è invece convinto che si possa raggiungere qualche risultato immediato, anche piuttosto in fretta. “In campo europeo, dobbiamo ammetterlo, spesso le iniziative del ministro Tremonti sono largamente condivisibili. Per quanto riguarda il caso Grecia, la posizione del governo italiano è giusta e va sostenuta. E proprio sul terreno della politica europea sono convinto che sia arrivato il momento di aprire con la maggioranza un confronto. L’obiettivo prioritario, verso il quale il Parlamento dovrebbe lavorare unito, è quello di promuovere una governance di politiche comune in Europa. I seicento milioni di euro messi in gioco dalle Casse depositi e prestiti europee con il così detto ‘Fondo Marguerite’ – ottima iniziativa voluta dal ministro Tremonti – sono utili ma sono ancora insufficienti. Dobbiamo lavorare, insieme ai partner comunitari, a un ‘piano europeo per il lavoro’”.
Secondo Fassina, sarebbe poi utile insistere, in sede europea e Ocse, per trovare una soluzione per contrastare il tax dumping. “La competizione fiscale al ribasso praticata da molti paesi europei dell’est è una vera e propria forma di concorrenza sleale per i mercati dell’Unione europea e va risolta.
Credo infine che l’Italia, in stretta relazione con i pochi altri paesi europei consapevoli della necessità di regole globali per evitare serie regressioni protezioniste, dovrebbe premere affinché in ambito europeo, nel G20 e nel Wto si valuti un’ipotesi di border tax adjustment. Ovvero di una tassazione sull’import di prodotti e servizi irrispettosi di standard sociali e ambientali minimali – come capita per esempio con troppi beni provenienti dalla Cina. La nostra disponibilità a discutere di tutto questo c’è: ora tocca al ministro Tremonti dire se vuole trovare assieme a noi delle buone idee per migliorare il nostro paese”.
Il responsabile del settore Economia e Lavoro del Partito democratico si chiama Stefano Fassina, ha quarantaquattro anni, fa parte della segreteria del Pd ed è direttore scientifico dell’associazione Nens. Fassina è uno dei collaboratori più stretti del segretario del Pd Pier Luigi Bersani. Dal 1996 al 1999 è stato consigliere economico del ministero del Tesoro (ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi). Dal 2000 al 2005 ha lavorato a Washington al Fondo monetario internazionale. Dal 2006 al 2008 ha lavorato con Visco al ministero dell’Economia e delle Finanze.
"Primo maggio amaro", di Alessandro De Pascale
Allarme disoccupazione e suicidi collegati a motivi economici. La fotografia dell’Istat nel giorno in cui i sindacati sono in piazza a Rosarno, nel 120esimo anniversario della nostra festa dei lavoratori. Dedicata a tutti quelli che un impiego, per fortuna, ancora ce l’hanno. Perché i dati diffusi ieri dall’Istat non sono rassicuranti. Come del resto quelli che provengono dagli altri Paesi industrializzati. In Italia negli ultimi dodici mesi, tra il marzo 2009 e quello del 2010, gli occupati sono calati di 367mila unità. Mentre cresce inesorabilmente quello delle persone che cercano lavoro: due milioni e 194mila. Oltre 236mila in più, rispetto al marzo del 2009, un aumento del 12%. La crisi morde e getta le persone nella disperazione più totale, spesso da un giorno all’altro. Il tasso di disoccupazione è ai massimi livelli dal secondo trimestre del 2002 raggiungendo l’8,8 per cento registrato nel marzo scorso. Cresce anche quello giovanile, pari al 27,7 per cento, in aumento di 2,9 punti percentuali nel giro di 12 mesi. Nel resto d’Europa le cose non vanno meglio.
Nei 27 Paesi dell’Ue la disoccupazione ha raggiunto il 9,6 per cento. Mentre nell’area euro è al 10 per cento, il livello più alto da 12 anni a questa parte e per l’esattezza dall’agosto 1998. Il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, nel confermare che «il tasso di disoccupazione è leggermente incrementato » ha poi sottolineato la «differenza evidente tra noi e l’Ue a 27» con un’Italia «molto sotto la media dell’Unione». Tuttavia anche il ministro considera questo dato «una magra consolazione perché poi chi cerca lavoro non lo trova». Oppure lo perde. Nel giorno della Festa dei lavoratori, nata nel lontano 1886 dal movimento di lotta negli Stati Uniti per rivendicare il diritto alle «otto ore di lavoro, otto di vita, otto per dormire » si ricordano anche i martiri di Chicago, quelli del movimento operaio colpito al cuore dalle fucilate della polizia e della Pinkerton, l’agenzia fondata nel 1850 e madre della ex Blackwater (oggi Xe Services Llc) e di tutte le compagnie militari private di contractor.
In Italia i sindacati festeggiano il 120esimo compleanno, la prima edizione di questa risale al 1890. Ma nel mondo del lavoro c’è poco da stare allegri. Anche tra gli stessi grandi sindacati confederali (Cgil, Cisl e Uil) che a quattro anni di distanza tornano a celebrare il primo maggio in Calabria, a Rosarno. Nel 2006 si tenne a Locri, a sei mesi dall’omicidio del vicepresidente del consiglio regionale Francesco Fortugno, oggi a Rosarno, tre mesi dopo i violenti scontri tra gli immigrati, impiegati nella raccolta degli agrumi, e parte della popolazione locale. I tre grandi sindacati italiani uniti sul palco mettendo da parte, per un giorno, la politica degli accordi separati con padronato e governo di Cisl e Uil.
Sono stati approvati così l’allegato lavoro della legge 1167, il rinnovo del contratto separato dei metalmeccanici e la riforma della contrattazione che tarpa le ali al contratto collettivo nazionale. La Cgil si è opposta e lotta contro il suo isolamento chiesto da Sacconi per cercare una «complicità tra sindacati ed imprese». Intanto la crisi economica, miete vittime. L’Annuario statistico 2009 dell’Istat mette nero su bianco i numeri del fenomeno: i suicidi per motivi economici, quindi legati alla disoccupazione, alla perdita del lavoro e al precariato, nel 2008 sono stati 151. Colpendo soprattutto i più deboli. Ma gli esperti parlano di quasi mille suicidi, sui 12mila che ogni anno avvengono in Italia. Dai 122 morti del settore agricolo ai 311 suicidi dell’industria, passando per i 683 di tutte le altre attività. Numeri in costante aumento.
Terranews 01.05.10
Accolta la richiesta della Flc Cgil sulle immissioni in ruolo dei precari. Prosegue la mobilitazione contro i tagli agli organici
La FLC CGIL al termine della settimana di mobilitazione nazionale e territoriale conferma per le prossime settimane il proprio impegno contro i tagli agli organici e alle risorse finanziarie delle scuole e per la tutela del personale precario, la qualità della scuola pubblica e il rispetto del tempo scuola richiesto dalle famiglie.
Durante l’incontro con i dirigenti del Ministero dell’Istruzione, la FLC CGIL ha ribadito le proprie richieste. L’amministrazione si è impegnata per quanto riguarda il personale docente a tempo determinato a chiedere l’autorizzazione al Ministero del Tesoro per l’immissione in ruolo su tutti i posti vacanti e disponibili (11/14 mila posti comuni e 5.000 posti sul sostegno) come richiesto dalla FLC CGIL. Riteniamo assolutamente insufficiente le 6.000 assunzioni previste per il personale ATA.
Il Miur, inoltre, ha garantito:
l’avvio di un monitoraggio regione per regione sugli effetti concreti e reali dei tagli agli organici;
l’attivazione di un tavolo interministeriale sugli ammortizzatori sociali per il personale precario della scuola;
l’attivazione di un ulteriore tavolo interistituzionale sull’edilizia scolastica.
La FLC CGIL, pur ritenendo molto importante l’impegno assunto sulle immissioni in ruolo, ha ribadito la necessità di definire un piano pluriennale di stabilizzazioni per il personale precario e il ritiro dei tagli.
L’impegno, quindi, proseguirà nelle prossime settimane con l’assemblea nazionale del 15 maggio dei precari scuola, università e ricerca, l’iniziativa nazionale sulle risorse del 28 maggio e con ulteriori attività di forte mobilitazione nazionali e territoriali.
www.flcgil.it
******
Da Resto del Carlino/Ascoli 01.05.10
Scuola primaria, 81 i posti a rischio, di EMANUELA ASTOLFI
TEMPI DIFFICILI per gli insegnanti delle scuole primarie di Ascoli e Fermo. I tagli che si prevedono per l’inizio del nuovo anno scolastico, al personale, sono i più consistenti di tutta la regione. A settembre, stando ai calcoli fatti sulla base delle nuove iscrizioni, perderanno il posto 81 maestri della scuola primaria. «In tutta la regione spiega Giuseppe Vaglieco, segretario provinciale della Flc Cgil i tagli previsti alla scuola primaria sono 173. Nella provincia di Ascoli e Fermo abbiamo la riduzione più consistente. Quest’anno si abbatte sulle scuole la seconda tranche degli interventi previsti dal Governo. Il mondo dell’istruzione si trova a dover fare i conti con un sorta di ristrutturazione aziendale in cui l’obiettivo è quello di ridimensionare le imprese, che in questo caso sarebbero le scuole. Senza considerare gli effetti sulla qualità dell’istruzione’. Nel territorio si registra un calo degli iscritti alla scuola primaria di 153 alunni rispetto all’anno passato, in controtendenza rispetto alle altre province delle Marche in cui gli iscritti alle elementari crescono. Questa riduzione aggiunge Vaglieco non giustifica il taglio del numero degli insegnati. Bisogna considerare invece l’innalzamento del numero di alunni per classe. Nell’anno scolastico 2007-2008 i tagli ai maestri della primaria sono stati 15; nel 2008-2009 abbiamo perso 48 unità. Gli interventi del Governo sull’istruzione stanno triplicando il numero dei posti di lavoro persi’. La preoccupazione del sindacato si allarga anche il mondo dei precari. Se l’anno scorso 65 insegnati sono rimasti senza sede – dice il sindacalista Cgil quest’anno il numero è destinato ad aumentare. Dai tagli alla scuola primaria, poi si passera a calcolare gli organici anche alla secondaria inferiore e superiore, dove i tagli a livello regionale si aggirano intorno alle 51 unità per la scuola media e 385 per le superiori. Solo all’infanzia, il numero di insegnati per il nuovo anno è rimasto invariato’. Insegnanti che si ritrovano senza posto e risorse economiche ridotte al lumicino, per il segretario provinciale della Cgil metteranno a rischio anche l’apertura dei plessi scolastici più piccoli. I tagli al personale riguarderanno anche i non docenti’. E’ una macelleria sociale conclude – che porterà seri problemi soprattutto nei plessi delle zone montane dove potrebbe mancare addirittura il personale addetto all’apertura delle scuole».
******
Da Repubblica/Roma
Scuola, 3800 bambini senza il tempo pieno. Il sindacato: colpite le famigli.e Interrogazione della Coscia al ministro Gelmini, di SARA GRATTOGGI
E i calcoli sono presto fatti: tra gli alunni iscritti alle classi prime, 24.241 avevano chiesto il tempo pieno, secondo i dati dell´Ufficio scolastico provinciale. Ma con la riduzione d´organico, solo 20.408 studenti potranno essere accontentati, secondo le prime previsioni diffuse dalla Flc-Cgil, che ieri mattina ha presidiato il ministero di viale Trastevere insieme alle scuole romane. Delle 1.145 prime classi a tempo pieno chieste dagli istituti sulla base delle domande dell´utenza, solo 929, o poco più, sono state autorizzate. Le altre partiranno a tempo normale (27 ore) e sarà facoltà delle scuole utilizzare le due ore settimanali di compresenza degli insegnanti del tempo pieno per coprire, con una sorta di collage, le altre lezioni. La ratio è stata quella di togliere una prima a 40 ore a tutti gli istituti che avevano più di 21 classi a tempo pieno, invitandoli a far fronte al “buco” con le ore di compresenza rimaste.
«Così, però, si distrugge il modello stesso del tempo pieno con due insegnanti. E lo si sostituisce con un tempo-pieno “spezzatino” con docenti diversi che le famiglie non vogliono», spiega Bruna Sferra, insegnante del 49° circolo didattico (elementari Principe di Piemonte e Leonardo Da Vinci), già protagonista nei mesi scorsi di una tre giorni di occupazione contro i tagli. «Noi avevamo chiesto sei classi a 40 ore perché tutti i nuovi iscritti avevano scelto il tempo pieno, ma ce ne hanno concesse solo 4 – spiega Sferra – per questo, insieme ai genitori, abbiamo organizzato un presidio lunedì prossimo sotto l´Ufficio scolastico provinciale e se le nostre richieste non verranno accolte occuperemo di nuovo l´istituto».
«Le famiglie sono imbufalite: toccare il tempo pieno significa non assicurare il diritto allo studio dei bambini e non offrire un servizio fondamentale ai genitori che lavorano», rimarca Simonetta Salacone, dirigente dell´Iqbal Masih, che il prossimo anno avrà due classi in meno a tempo pieno in organico, di cui una prima. E una prima in meno, rispetto alle richieste delle famiglie, anche all´elementare Maffi, alla Cecconi e nel circolo didattico Magliana, dove la dirigente Clara Simeone spiega: «Avevo 22 domande eccedenti per il tempo pieno in prima, così ho chiesto una terza classe, ma mi è stata data a 27 ore. Quest´anno cercherò di compensare con le compresenze, ma se i tagli continueranno non potrò fare lo stesso in futuro». Per Salacone «andando avanti così nel giro di qualche anno il modulo a 40 ore scomparirà». E Mimmo Rossi, segretario generale Flc-Cgil di Roma e Lazio, fa notare che «il taglio del tempo pieno non riguarda solo le prime, ma colpisce anche 1.500 studenti delle altre classi, per cui non ci saranno più insegnanti a sufficienza».
«Ancora una volta il ministro Gelmini non ha mantenuto le promesse – spiega Maria Coscia, deputata Pd in commissione Cultura alla Camera, che nei giorni scorsi ha presentato un´interrogazione sul tema – Aveva assicurato che tutte le richieste delle famiglie sarebbero state soddisfatte e che il tempo pieno sarebbe aumentato, ma non mi pare sia stato così».
******
Da La Nazione/Umbria 01.05.10
«La scuola ha perso cinquecento contratti»: Cgil sul piede di guerra.
«IN UMBRIA chiude un’altra Merloni: sono le conseguenze dei tagli all’organico della scuola, dove se ne andranno in fumo altri cinquecento posti di lavoro». A lanciare l’allarme Giuliana Renelli, Flc-Cgil Umbria, che annuncia l’inizio della settimana di mobilitazione promossa dal sindacato. La protesta partirà martedì con una manifestazione davanti all’Ufficio scolastico regionale a Perugia, mentre il 14 sarà organizzato un presidio sotto l’Ufficio scolastico provinciale di Terni. «Alle due manifestazioni in calendario dice Renelli parteciperanno anche delegazioni di tutte le categorie della Cgil dell’Umbria con striscioni e bandiere, perché il sapere è un problema di tutti. Rappresenteremo in quella sede le istanze dei circa 500 lavoratori della scuola tra docenti e personale Ata che insieme ai 700 dello scorso anno non avranno più un contratto».
