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"Il patrimonio tagliato a fette. I rischi del federalismo demaniale", di Gian Antonio Stella

Pareva tutto facile, sulla carta. Chi mai poteva opporsi all’idea di usare meglio tanti beni statali a volte abbandonati passandoli a Regioni, Province e Comuni? È vero o no, come spiegò Giulio Tremonti, che «c’è un enorme patrimonio ed è una pazzia che sia gestito da un ufficio a Roma dove non sanno quanto vale» e dunque «è giusto che lo Stato abbia beni nazionali e simbolici ma non che faccia la mano morta al contrario su beni che hanno senso se gestiti localmente»? Macché: il «federalismo demaniale» sta incontrando obiezioni maggiori del previsto. E non solo delle opposizioni, degli ambientalisti o dei guardiani di quello che Croce chiamava «il volto della patria».

Alcuni si chiedono fino a che punto lo Stato possa trasferire agli enti locali spiagge, caserme, stazioni, terreni o edifici vari senza intaccare quel patrimonio che è la vera garanzia di «ultima istanza» per l’immenso debito pubblico. Altri, come uno studio del Servizio bilancio della Camera, confermando il rischio di «affievolire gli strumenti di garanzia dello Stato», segnalano che il passaggio «a titolo non oneroso» di tanta ricchezza immobile potrebbe impedire di destinare all’abbattimento del debito i proventi delle dismissioni visto che lo Stato è obbligato a farlo ma gli enti locali no. Altri ancora, come il direttore dell’Agenzia del demanio Maurizio Prato, ammettono scetticismo sui tempi: è plausibile che entro 30 giorni ogni amministrazione dica esattamente quali beni vuole mantenere e che entro 180 giorni arrivi il primo decreto della presidenza del Consiglio con l’elenco dettagliato di questi beni da «restituire», dicono i leghisti, al territorio? Per non dire dei contrasti tra le Regioni, che vorrebbero rastrellare tutto e redistribuire, e gli altri enti che vorrebbero al contrario che questa «restituzione» fosse diretta e senza intermediari. Insomma: un caos. Sul quale ha gioco facile chi chiede, sia a sinistra sia nella maggioranza, di veder bene i conti prima di sbagliare il passo.

Al di là degli aspetti tecnici, sui quali Calderoli è convinto di trovar la quadra («Se il debito degli enti locali rientra nel debito pubblico generale, allora anche il patrimonio degli enti locali rientra nel patrimonio pubblico») c’è qualcosa di fondo che non è chiaro: siamo sicuri che non saranno tolti al demanio certi gioielli di famiglia? Certo, il governo ha giurato che non verranno smistati i beni culturali. Ma resta quel dubbio sottolineato dal presidente stesso del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici Franco Karrer al Sole 24 Ore: «Finora, valorizzare ha voluto dire dismettere » . Cosa che Vittorio Emiliani ha tradotto brusco così: i Comuni, «indebitati dalla demagogica soppressione dell’Ici sulla prima casa, saranno portati a vendere il prima possibile».

Una forzatura polemica? Sarà… Ma è difficile immaginare un Comune con l’acqua alla gola che, potendo dire «questo lo voglio, questo no», si faccia carico di un pezzo di patrimonio da valorizzare investendo soldi che non ha. Più facile che punti a prendere tutto ciò che può sfruttare o vendere per fare cassa. La domanda chiave è: sfilati al demanio statale, tutti quei beni resteranno inalienabili e cioè di proprietà dei cittadini italiani per essere dati solo «in gestione» agli enti locali? O potranno essere ceduti anche a «fondi comuni di investimento» in cui gli enti locali possono essere soci di minoranza di privati che cercano solo l’affare? Le risposte finora non sono state nette. E finché il nuovo testo non sarà definito, come dice Italia Nostra, «è difficile scartare i peggiori sospetti».

Il Corriere della Sera 03.05.10

"Lavoro, diritti e democrazia", di Nadia Urbinati

Gli antichi consideravano la democrazia il governo dei poveri. Esiste democrazia, si legge nella Politica di Aristotele, quando il potere supremo dello stato è nelle mani della moltitudine che è fatta di poveri, sempre più numerosi dei ricchi, i quali vogliono governi oligarchici. Ma per noi moderni la democrazia è governo di tutti perché governo di una società di individui che si prendono cura direttamente di se stessi, non vivendo né sulle spalle di famiglie aristocratiche né su quelle degli schiavi. I moderni hanno adattato la democrazia alla società di mercato, la quale ha bisogno di una moltitudine non di poveri ma di consumatori, di gente cioè né troppo ricca né troppo povera; essi hanno promosso una trasformazione fondamentale dalla quale si deve far cominciare la storia della cittadinanza democratica: la fine del lavoro servo e schiavo. Per questa ragione, tutte le democrazie moderne sono fondate sul lavoro, anche quelle che non lo scrivono nella loro costituzione.
Lavoro, eguaglianza politica e di rispetto, libertà individuale sono intimamente connessi. E alla loro base vi è l´idea che l´individuo sia il bene primario, una persona intraprendente e attiva che vede nel lavoro non soltanto un mezzo per soddisfare bisogni materiali primari, ma anche per esprimere i propri talenti e le proprie capacità. Dignità della persona e lavoro dignitoso hanno dato vita a un connubio etico sul quale le democrazie moderne si sono consolidate.
Non è che questa associazione tra lavoro ed eguaglianza politica abbia eliminato le ingiustizie o liberato il lavoro dal peso della necessità. Essa ha tuttavia contribuito a considerare la fatica del vivere come una condizione che può essere umanizzata, benché mai vinta. Avere diritti politici ha contribuito a fare del lavoro una condizione sociale soggetta a regole e a responsabilità mutue e condivise. Il secondo Novecento è stato il secolo che ha dimostrato concretamente gli effetti umanizzanti della democrazia nel mondo del lavoro. Gli scienziati politici che si occupano dei processi di democratizzazione sono generosi di dati che dimostrano il miglioramento socio-economico e culturale che la trasformazione democratica porta con sé: migliori condizioni lavorative, diritto all´assistenza e contributi previdenziali, servizi sociali alle famiglie e scuole pubbliche decenti. Verrebbe da concludere che, se questo è vero per le società di recente democratizzazione (come per esempio molti stati dell´America Latina), ancora di più lo sarà per quelle con una democrazia consolidata.
Ma il paradigma democrazia-benessere non pare davvero così granitico, e quel che può valere per le società di recente democratizzazione sembra non reggere bene nelle nostre società. Dove due fenomeni si sono manifestati negli ultimi anni: la diminuzione del lavoro associato ai diritti e la crescita della povertà. Per esempio, come le cifre ci dicono quasi ogni giorno e il nostro Presidente della Repubblica ci ricorda regolarmente, gli incidenti sul lavoro sono ormai fatti ordinari. È ragionevole dire che un lavoro dissociato dalle garanzie di sicurezza è lo specchio di una società nella quale il lavoro non è più pensato in termini di diritti, ma è tornato ad essere sacrificio e pura fatica semplicemente. E inoltre, un lavoro dissociato da alcune basilari certezze, un lavoro messo nella cornice del rischio anziché in quella dell´opportunità e della possibilità è un lavoro che cambia di identità e da condizione associata a diritti e dignità passa ad essere luogo di diseguaglianze sociali crescenti e di paura della povertà. In tutti i casi, ad essere messa a repentaglio è proprio la relazione tra lavoro e indipendenza, la condizione appunto della cittadinanza democratica. Questo è il segno della crisi sociale e culturale delle democrazie consolidate.
È sulla povertà che occorre riflettere (non per legalizzarla con la social card, come ha fatto il governo italiano in uno dei suoi primi provvedimenti), e in modo particolare sulla relazione tra un lavoro sempre più povero di diritti e il rischio sempre meno aleatorio di povertà. Il presente insicuro del lavoratore a contratto a tempo determinato è una porta aperta alla sua povertà futura. Un lavoro senza diritti è come un passaporto all´indigenza. Ma non è che il presente sia meno a rischio. Non soltanto perché c´è un´oggettiva diminuzione di opportunità di impiego, ma anche perché si è consolidata nel frattempo la pratica di accettare lavori senza diritti; questo rende i lavoratori naturalmente più vulnerabili e deboli ma anche più disposti a barattare la loro libertà e sicurezza in cambio di pochi soldi in più. E la propensione a dissociare lavoro e diritti induce ad associare il lavoro con una fatica qualunque, in cambio di denaro. E questo è a un tempo segno e premonizione della paura più grande, che è la povertà.
La povertà genera vergogna, fa vergognare. Non è solo segno di nuda necessità. In una società dove il consumo e la pubblicità sono il paradigma quotidiano di rappresentazione di sé e delle relazioni con gli altri, non riuscire a possedere determinati oggetti rende esposti al riconoscimento da parte degli altri come esseri falliti, persone da emarginare. La povertà è uno stigma, peggiore di qualsiasi lavoro misero e mal pagato, peggiore di un lavoro senza diritti. E´ comprensibile che sia così poiché in una società che si regge sulla condizione dell´eguaglianza, non avere un´eguale considerazione (non importa in relazione a che cosa) genera i più intollerabili sentimenti: l´umiliazione e il risentimento. Sentimenti intollerabili perché mentre non cambiano in meglio la condizione di chi li subisce, impediscono la crescita di altri sentimenti senza i quali una società democratica rischia l´interna disgregazione: l´empatia e la solidarietà. È per questa ragione che l´associazione del lavoro al diritto non solo non può essere considerata come un optional del quale si può fare a meno, ma è a tutti gli effetti un fattore di stabilità democratica.

"L'inquietudine che non finisce", di Mario Calabresi

Lo spettacolo pomeridiano del Minskoff Theatre è cominciato regolarmente alle tre del pomeriggio. Le famiglie di turisti che avevano pagato 214 dollari a testa per vedere il Re Leone dalle prime file sotto il palco hanno solo fatto più fatica per entrare.
Una folla di curiosi si faceva fotografare all’incrocio tra la 45ª Strada e Broadway. Da sabato sera sulle guide dei tour organizzati per Manhattan c’è un altro luogo dove bisogna essere stati, vi è già spuntata una bancarella con magliette «I love NY» e bandierine a stelle e strisce. Ora è il momento di farsi immortalare nel punto esatto dove New York avrebbe potuto trasformarsi in Baghdad. Sono gli stessi turisti che con la linea 1 della metropolitana si spostano da Sud, da quel che resta di Ground Zero – che finalmente non è più un buco ma vede crescere l’erede delle Torri Gemelle – a Nord, all’ingresso dell’elegante Dakota, il condominio di fronte a Central Park, dove trent’anni fa venne assassinato John Lennon. Due portieri in livrea ancora ieri mattina si affannavano a spostare i curiosi che si arrampicano perfino sulla facciata per portarsi a casa un’immagine ricordo.

La vita e lo spettacolo a Times Square sono ripartiti identici, dopo un sabato sera surreale in cui c’è stato soltanto silenzio e poliziotti in tenuta antiterrorismo che sigillavano ben dodici isolati. Ma se per il turista di passaggio questo è solo un altro scatto, per i newyorchesi la fallita autobomba è il risveglio di un’inquietudine che da quasi nove anni vive sotto la loro pelle. Dal giorno in cui si sono sentiti vulnerabili. Da quell’11 settembre in cui l’onnipotenza di una città è crollata insieme alle Torri Gemelle. Sui muri della metropolitana e sulle fiancate degli autobus è sempre rimasto ben visibile il messaggio simbolo: «If you see something, say something» se vedi qualcosa, segnalalo immediatamente. Si è ironizzato molto su questa scritta ripetuta ossessivamente in inglese e spagnolo, su quei cartelli che invitavano a denunciare qualunque cosa e chiunque risultasse fuori posto.

Ma l’eroe del sabato sera, un venditore ambulante di magliette con un passato da soldato in Vietnam, ha agito secondo le procedure e oggi viene premiato come esempio. Anche l’America di Barack Obama sembra non poter fare a meno di quegli standard di paura e sicurezza dettati da Osama bin Laden e da George Bush.

New York conosce le autobombe: nel 1993 – in quella che fu una sorta di prova generale del terrorismo islamico sul territorio americano – 680 chili di esplosivo furono piazzati nel parcheggio sotterraneo della Torre Nord del World Trade Center. Allora ci furono solo sei morti e un migliaio di feriti e le Torri Gemelle rimasero per altri otto anni al loro posto. Ma i sodali dello sceicco cieco Omar Abdel-Rahman – che sconta il suo ergastolo in Nord Carolina – si presero la rivincita nel 2001 cambiando la storia e il sentimento di una città. Ma se l’idea dell’autobomba a noi europei parla oggi di Baghdad come in passato significava Beirut, negli Stati Uniti è associata all’impresa più tragica delle milizie estremiste e razziste bianche, quelle che con un camion bomba nel 1995 sbriciolarono il Palazzo Federale di Oklahoma City uccidendo 168 persone tra cui 19 bambini dell’asilo.

Chi voleva trasformare il Centro turistico di Manhattan, la casa dei musical, del divertimento per famiglie in un teatro di distruzione e sangue? Tutte le piste e le ipotesi sono aperte. Dagli estremisti islamici che continuano ad odiare l’America ai gruppi della razza ariana che odiano invece soltanto il suo Presidente nero. Sappiamo che la vita continua ma che quell’inquietudine newyorchese resta intatta, perché quei tremila morti di nove anni fa non sono dimenticati e perché dall’inizio del millennio sappiamo che il nostro mondo e il nostro modo di vivere sono cambiati per sempre.

La Stampa 03.05.10

Gelmini: “A casa dopo il parto? Un privilegio”. E fioccano le proteste

Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, è stato di parola: a poco più di una settimana dal parto, la neo-mamma è tornata a rivestire in pieno la sua veste di responsabile del Miur. E anche a consigliare di fare altrettanto a tutte le donne: in un’intervista al settimanale “Io Donna”, in edicola il primo maggio, ha detto che la “la gravidanza è una cosa unica, è proprio come dicono. Uno stato di beatitudine che dà una forza incredibile, che non conoscevo. Ti senti più forte di prima. Anch’io, come la D’Amico, ho più facilità di altre donne a tornare subito a lavorare senza trascurare mia figlia. Ma non vuol dire non essere una buona mamma, dovrebbero farlo tutte”. Alla domanda “Però le donne normali che lavorano dopo il parto sono costrette a stare a casa” ha poi riposto: “Lo giudico un privilegio”. Per poi specificare: “so che è complicato conciliare il lavoro con la maternità, ma penso che siano poche quelle che possono davvero permettersi di stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici”. Sono parole, quelle della Gelmini, che hanno creato diverse reazioni. Anche perché nel nostro Paese il numero di asilo nido, dove lasciare i piccoli per recarsi al lavoro, è fermo a poco più del 10% delle necessità: una quota ben lontana dall’auspicato 33% dell’Ue. E quasi sempre ricorrere al nido privato comporta spese non indifferenti. “ Stare a casa dopo il parto non è un privilegio, è un diritto garantito dalle leggi italiane ed europee”, ha tagliato corto Anna Serafini, parlamentare Pd, vicepresidente Bicamerale per l’Infanzia. Serafini ha aggiunto che la possibilità che lo Stato dà alle mamme di rimanere accanto al neonato per alcuni mesi non è “una concessione fatta per creare sacche di privilegio, ma per aiutare la crescita equilibrata e serena del bambino nei suoi primi mesi di vita”. Per poi concludere, molto polemicamente, dicendosi lieta del fatto “che la ministra possa rientrare subito al lavoro dove troverà un’adeguata sistemazione anche per la sua bambina. Purtroppo, però, il vero privilegio è che oggi il nido spesso ce l’ha solo chi può permetterselo”. Molto critico con il responsabile del Miur è stato anche il finiano Secolo d’Italia: in un articolo di commento alla posizione della Gelmini, il quotidiano lo “bolla” come un “ragionamento assurdo. Una donna privilegiata – scrive Annalisa Terranova – che giudica privilegiate le donne normali perché usufruiscono di un diritto sacrosanto. In nome di che cosa? Di un esagerato efficientismo? Di una sorta di protofemminismo rampante? Di un pregiudizio contro lo stato sociale o di una visione un po’ troppo aziendale della maternità? Sia come sia l’uscita è allarmante
Tecnica della Scuola 03.05.10

Sorpresa, i professori sono felici, "Noi, orgogliosi di stare in cattedra", di Michele Smargiassi

Docenti recidivi. Stressati ma non pentiti. Orgogliosi e appagati da un mestiere malpagato e incompreso, più di otto su dieci lo sceglierebbero di nuovo.Gli insegnanti italiani resistono sulla tolda della cattedra, al timone di una scuola in affanno, alla guida di ciurme turbolente, ma tutto sommato ottimisti, convinti che la loro microsocietà sia meno scalcinata di come i media la dipingono. E forse lo è, vista la sincerità con cui, alle domande della terza indagine Iard sulle condizioni di vita e di lavoro nella scuola italiana, edita dal Mulino, ammettono anche limiti, incertezze e malumori.
C´è vita nella scuola; bene, perché quest´esercito di ottocentomila pedagoghi è pur sempre il più potente intellettuale collettivo del nostro paese. Un patrimonio che, scoprono i curatori dell´indagine, Alessandro Cavalli e Gianluca Argentin, non sembra troppo logorato. A dispetto di tutto. Vent´anni dopo la prima rilevazione, infatti, l´identikit del docente italiano resta problematico: la classe insegnante più vecchia del continente (alle medie il 70% ha più di cinquant´anni), la carriera più accidentata (fino a 9 anni per entrare in ruolo), gli stipendi del 10-20 per cento sotto la media, la femminilizzazione travolgente (otto donne su dieci cattedre, 95% alle elementari) che tradisce ancora il mestiere-rifugio per donne incatenate alla “doppia presenza”.
Ti aspetteresti, in simili trincee, truppe demoralizzate. Nient´affatto. Gli insegnanti italiani sono molto più soddisfatti di dieci anni fa. La quota di chi “sceglierebbe di nuovo la professione di insegnante”, ora l´82%, è cresciuta di 9-10 punti in ogni ordine di scuola. Viceversa, quanti sognano la fuga verso la pensione o un altro lavoro, i “bruciati”, i burn-out, sono calati nella stessa misura. Cosa mai è successo di tanto incoraggiante, in questo decennio, alla scuola italiana? Nulla. La scuola non è migliorata. Forse è peggiorato tutto il resto. E nella crisi generale la scuola ha sofferto di meno. Dicono gli insegnanti: il “microclima” in classe è migliore di quel che appare. Aule e corridoi sono spazi di relazioni umane soddisfacenti coi colleghi, i dirigenti, soprattutto (91%) con gli studenti: “poter lavorare coi giovani” del resto è la prima (63%) motivazione per scegliere questo mestiere. E le scuole-inferno del bullismo, le scuole-babele delle mille nazionalità? Problemi, ma affrontabili.
Autostima o ottimismo della volontà? È incoraggiante che più di 3 insegnanti su 4 dichiarino di aver scelto il loro mestiere per vocazione e non per motivi pratici (garanzia del posto, tempo libero ecc.). Ma cos´è una “vocazione”? Dieci anni fa sembrava affermarsi tra i prof la più moderna auto-immagine di “professionisti”, ora torna a prevalere la rivendicazione della “funzione sociale”. Retromarcia difensiva: lo stipendio arranca, la precarietà aumenta, la considerazione sociale crolla: ma di che professionalità parliamo? Eppure sono in genere buoni insegnanti. Il rapporto mette un 20-30% addirittura nella fascia di eccellenza. L´impegno cresce: ormai la metà dei docenti “stanno a scuola” ben oltre l´orario di lezione. La vecchia “semiprofessione” da casalinghe è per molti oggi un mestiere a pieno tempo; il “patto al ribasso” democristiano (lavori poco, ti pago poco) sta saltando. Solo la busta paga non se n´è accorta.
Eppure la stessa autovalutazione dei prof è spesso severa. Sanno di essere stati reclutati con criteri lontani dal puro merito, si sentono competenti sulle proprie materie ma mal preparati a insegnarle (9 maestri su 10 non hanno mai seguito un corso di specializzazione). Confessano anche qualche pigrizia nell´auto-formazione: benché più lettori della media e anche delle altre professioni “intellettuali”, un docente su cinque alle superiori non ama i libri, i prof delle medie meno di tutti (il 44% ne legge meno di tre l´anno), anche meno dei maestri elementari. Però molti si sforzano di tenersi al passo. Del tutto volontariamente, i docenti italiani sono entrati nell´era telematica, comprando a proprie spese computer e banda larga: quasi 9 su 10 sono connessi (la media fra i laureati è del 77%). Ma se ne servono ancora poco (meno della metà si collega ogni giorno) e non in classe: a parte i laboratori di informatica, il pc serve per preparare le lezioni, ma non per fare lezione.
In classe, poche novità, forse un vento d´antico. La “lezione frontale” sembra tornare sovrana. Ma è una scelta pragmatica, non tradizionalista: terminata l´era delle sperimentazioni audaci, prevale un dosaggio di “frontalità” e “interattività”. Se una rivoluzione c´è stata, riguarda l´ultimo atto: il voto. Che non certifica più il raggiungimento di un certo livello di conoscenze. Per un docente su quattro la “quantità di apprendimento” non conta proprio. Timorosi (50%) di non possedere criteri di giudizio “oggettivi” equi, preferiscono premiare i progressi e l´impegno dimostrati dal singolo studente. La società esterna invoca rigore e severità, ma le deresponsabilizzanti interrogazioni programmate sono ormai di rigore in circa una classe su quattro (erano il 17% dieci anni fa), senza grandi differenze tra licei e professionali, tra scuole del nord e scuole del sud. Lassismo? O rifiuto di fare da foglia di fico, di essere gli unici controllori implacabili in una società dalle regole rilassate? L´isola-scuola si difende diventando autoreferenziale. Ma se non sono più i «custodi del lucignolo spento» di don Milani, e neppure le «vestali della classe media» della sociologia anni ‘70, i nostri insegnanti cosa vogliono essere?
La Repubblica 01.05.10

«Petizione contro l'aumento degli alunni per classe», di Ioannis Lioumis

Diritti e obblighi nell’individuazione dei criteri per la formazione delle classi.

In questi giorni i Consigli d’Istituto delle scuole si stanno riunendo per discutere, tra le altre cose, anche dei criteri per la formazione delle classi. Per effettuare tutti i tagli previsti dall’art. 64 della legge 133, le classi previste saranno composte di un numero molto alto di allievi. Alle superiori, le classi iniziali devono avere un numero minimo di 27 alunni e poi i resti vengono distribuiti fino a 30, ma in sede di organico di fatto si potrà pure arrivare a 33.
Sono numeri che peggioreranno la qualità del servizio e faranno andare le aule scolastiche ed i laboratori fuori norma:
– sia in riferimento agli indici minimi di funzionalità didattica (D.M. 18 dicembre 1975 – Norme tecniche per l’edilizia Scolastica che stabilisce i parametri spaziali minimi a disposizione di ogni persona presente nei locali scolastici (1,80 metri quadri netti per la scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado; 1,96 metri quadri netti per le scuole secondarie di II grado)),
– sia per la prevenzione incendi (D.M. 26 agosto 1992 – Norme di prevenzione incendi per l’edilizia scolastica). Il presente decreto al punto 5.0 (Affollamento) stabilisce il limite massimo di persone presenti in un’aula nel numero di 26.).

Inoltre appare opportuno evidenziare che la qualità dell’offerta formativa potrebbe risultare inevitabilmente compromessa dall’applicazione dell’articolo 64 e delle circolari ad esso correlate. Si reputano particolarmente allarmanti le problematiche indicate di seguito:
– dispersione scolastica (soprattutto nelle classi iniziali i margini di intervento da parte degli insegnanti nei confronti di studenti con difficoltà di approccio a determinate discipline risultano sottoposti a fortissime limitazioni)
– interventi individualizzati (fortemente limitata risulta anche la possibilità da parte del corpo docente di elaborare percorsi formativi finalizzati all’ottimizzazione del profitto scolastico e allo sviluppo delle potenzialità individuali)
– difficoltà nell’organizzazione delle uscite didattiche
– discontinuità didattica
– disgregazione del gruppo classe nel caso di accorpamento di classi intermedie.

Con la presente nota allora si vuole:
– denunciare le evidenti contraddizioni tra le direttive del Ministero (art. 64 legge 133 del 6 Agosto 2008) che impongono l’aumento degli alunni per classe e la normativa esistente in materia di sicurezza e agibilità dei locali scolastici (Decreto Interministeriale del 18 Dicembre del 1975; Decreto del 26 Agosto del 1992 del Ministero dell’ Interno; Decreto legislativo n. 81 del 9 Aprile 2008: testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro).
– richiamare l’attenzione sulle responsabilità civili e penali che potrebbero discendere sulla Dirigenza Scolastica qualora detta normativa fosse applicata a scapito della disciplina costituzionalmente garantita sulla sicurezza e sulla prevenzione nei plessi scolastici.
Quest’ultima normativa, basandosi su principi costituzionalmente garantiti, prevale rispetto alle leggi emanate esclusivamente nell’ottica di distrarre risorse (taglia 8 miliardi di euro e 134 mila posti in tre anni) dal settore scolastico, a detrimento non solo della qualità dell’offerta formativa, ma anche dell’incolumità dei soggetti che fruiscono delle strutture scolastiche. Il Dirigente Scolastico e il Consiglio d’Istituto, quindi, hanno il compito e il dovere di verificare caso per caso, aula per aula, se sia possibile l’applicazione legittima delle normative inerente all’innalzamento del numero degli alunni per classe. In caso di inadempienza, essi stessi potrebbero essere responsabili della gravissima violazione delle norme sulla sicurezza e sulla prevenzione.
– invitare alla mobilitazione immediata prima che si determinino definitivamente gli organici del prossimo anno e non rassegnarci o arrenderci, (parole che racchiudono tutta la liturgia del perdente) alla nuova ecatombe di posti di lavoro che ci si parerà innanzi.

Per il coordinamento insegnanti delle scuole superiori di Modena “La Politeia”
Ioannis Lioumis (membro)

QUI puoi firmare la petizione.

"Il referundum per l'acqua pubblica", di Franco Osculati

Secondo la terminologia degli economisti, l’acqua nel bicchiere che abbiamo davanti al piatto è un bene privato (rivale ed escludibile). Secondo la “Legge Galli” (36/1994) “Tutte le acque superficiali e sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono pubbliche (mia sottolineatura) e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed utilizzata secondo criteri di solidarietà” (art. 1, c. 1). Secondo i proponenti del referendum, per tutti il “Forum italiano dei movimenti per l’acqua”, l’acqua è un bene pubblico (non rivale e non escludibile) o, secondo altre versioni, un bene comune (o collettivo, che secondo il gergo economico, in questo caso meno consolidato, sarebbe un bene non rivale ma escludibile).

1. Prima di giungere in tavola, l’acqua scorre lungo un percorso più o meno lungo (captazione, filtrazione, pompaggio) e, una volta apparecchiata, ancora deve fluire attraverso il convogliamento dei reflui e la depurazione. Dunque, l’acqua, intesa come H2O, in sé è poca cosa. Conta soprattutto il servizio. Questo, mi sembra, è il primo e sostanzioso punto a sostegno del referendum che sottolinea la Relazione introduttiva ai quesiti referendari (redatta dai professori Azzariti, Ferrara, Lucarelli, Mattei, Nivarra e Rodotà1). “… in beni come l’acqua a valore aggiunto assai basso, tra proprietà formale del bene e delle infrastrutture e gestione effettiva del servizio vi è una tale asimmetria d’informazione, al punto da far parlare di proprietà formale e proprietà sostanziale, ovvero il proprietario reale è colui che gestisce il bene ed eroga il servizio”. Il fatto che l’acqua sia e rimanga pubblica poco importa e poco indebolisce il significato del referendum che (al di là della sua tecnicalità abrogativa) si condensa nella proposta di affidare la gestione solo a soggetti pubblici.
Tale richiesta si dovrebbe integrare nel principio comunitario di neutralità tra proprietà pubblica e privata enunciato all’art. 345 Tfue (ex art. 295 Tce). Non sembra aderire pienamente a tale neutralità l’art. 23 bis del dl 112/2008 (come modificato dalla legge 99/2009 e dal d.l. 135/2009), la cui abrogazione è l’obiettivo del primo dei tre referendum proposti. L’art. 23 bis prevede che la gestione dei servizi possa essere attribuita a soggetti privati o a società miste o in house (società totalmente pubbliche a “controllo analogo” a quello esercitato all’interno della pubblica amministrazione ordinaria). Rispetto alle altre due forme di conferimento, però, l’affidamento in house è considerato residuale e legato ad una verifica preventiva dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato. (Indipendentemente dal referendum) il disfavore riservato alle società totalmente pubbliche dovrebbe essere colmato. Su questa via si è mosso il Consiglio di Stato (sezione V, sentenza 1282 del 5/3/2010) che ammette alla partecipazione alle gare “extraterritoriali” (al di fuori del territorio dell’ente proprietario della società in house) le società pubbliche attive nei settori dei servizi pubblici (e non quelle “strumentali” di cui all’art. 13 d.l. 223/2006 e successiva modificazioni). Tuttavia, l’obiettivo del referendum non è quello di porre tutte le imprese – pubbliche, private e miste – sullo stesso piano, ma di riservare l’intero settore italiano dell’acqua ad operatori pubblici. Probabilmente una scelta nazionale di questo tipo non contrasta con il citato principio europeo di neutralità. Sarebbe comunque bene che i promotori chiariscano il punto.
A favore di una soluzione tutto pubblico si può aggiungere che il concetto di mercato (privato) va tenuto separato dal concetto di concorrenza. E’ completamente impossibile immaginare una assetto concorrenziale animato da soli operatori pubblici? La Corte di giustizia europea con la sentenza “Teckal” del 1999 sembra lasciare spazio a questa ipotesi2.
2. Il referendum, pur abrogativo (come richiesto dal sistema), mira a creare un governo dell’acqua coerente e sostenibile basato sulla proprietà pubblica. Conseguentemente esso non intacca l’impianto del cosiddetto “Codice ambientale” (d.lgs 152/2006), se non strumentalmente, rispetto all’obiettivo della pubblicizzazione, riguardo all’aspetto delle forme di gestione (art. 150) e della remunerazione del capitale investito (art. 154, c. 1).
Per la verità, il Codice ambientale ha recentemente subito un vulnus significativo da parte del Governo che, nella legge di conversione del decreto sulle urgenze dell’Aquila, ha inserito un consistente deperimento dell’Authority colà prevista (art. 9 bis, legge 77/2009)3 .
Nel Codice ambientale (risultante dal taglio governativo e dalle modifiche apportate dall’eventuale accoglimento del referendum) rimangono (rimarrebbero) elementi che si inquadrano bene in una visione pubblica della gestione del settore. Tra l’altro: l’acqua “una risorsa che va … utilizzata secondo criteri di solidarietà” (art. 144, c. 2); “agevolazioni” per i consumi domestici essenziali e di determinate categorie (art. 154, c. 6); “promuovere l’informazione e la diffusione di metodi e tecniche di risparmio idrico” (art. 145, c. 1, lett. d); “adottare misure di protezione e … di ricarica delle falde” (lett. h); “prevedere reti duali” (c. 2); applicazione del principio “chi inquina paga” (per l’intero servizio integrato, artt. 154 e 155). Connessa anche con questo principio è la previsione di “installare contatori per il consumo dell’acqua in ogni singola unità abitativa nonché contatori differenziati per le attività produttive e del settore terziario esercitate nel contesto urbano” (art. 146, c. 1, lett. f).
Nel governo dell’acqua ci sono solidarietà, prevenzione e cura delle diseconomie esterne. Insomma, molto più “Stato” che “mercato”. Ma gestione pubblica non significa gestione in perdita. I promotori del referendum sembrano consapevoli della necessità di quadrare i bilanci, anche se talora lasciano intendere che l’aumento delle tariffe, registrato qua e là in Italia, sia dovuto al peso della proprietà privata. Anche in un contesto tutto pubblico i livelli tariffari saranno elevati per recuperare l’intero dei costi e, se del caso, per applicare il principio “chi inquina paga” (tenuto conto dell’elasticità al prezzo). La differenza, con i privati, è che l’eventuale eccedenza sui costi (compresi i costi di impianto) non assume la funzione dei profitti, ma rimane nella sfera pubblica, per finanziare ulteriori investimenti o, sottolineo, sgravi alle fasce deboli.
Quanto a queste ultime, i referendari propongono che il costo del consumo sociale (50 litri al giorno per persona) sia addossato alla fiscalità generale. E’ ipotesi coerente con l’impostazione complessiva, ma una considerazione realistica della finanza pubblica italiana dovrebbe consigliare la totale autosufficienza del settore. Anche recentemente i dati sull’Irpef hanno dimostrato che il carico tributario continua ad essere gravemente squilibrato a danno di lavoratori dipendenti e pensionati. Inoltre, il superamento dell’Ici prima casa rende necessario il recupero dei costi dei servizi locali per altra via. Se il consumo di acqua (oltre i 50 litri) fosse anche solo proporzionale al reddito, l’acqua stessa sarebbe un’accettabile base imponibile locale. Si tratta comunque di un dato empirico da verificare nelle diverse condizioni.
Rimane, infine, la questione delle privatizzazioni all’italiana. Esse, non sempre o raramente hanno offerto i risultati sperati, ma in ogni caso hanno ridotto il fabbisogno e il debito pubblico. Eliminare, come vuole il referendum, la remunerazione del capitale privato investito significa che gli investimenti nel settore sono finanziati con debito pubblico, il cui peso è noto e crescente. Almeno concettualmente, fatte salve le necessarie precisazioni sul conteggio delle passività delle società pubbliche, la via d’uscita potrebbe essere quella dell’azionariato popolare. E’ un’ipotesi contemplata dal Codice ambientale (art. 151, c. 8) da non lasciare cadere. Se, come si dice, il legame con il territorio è importante, le famiglie, una tantum, si comperino una quota dell’azienda dell’acqua.
Al di là delle definizioni economiche riportate all’inizio, l’acqua ha un forte significato simbolico, un significato non totalmente e facilmente spiegabile. Prendiamone atto. In sé, pubblico o privato non garantiscono l’efficienza, ma nel pubblico l’efficienza è possibile, oltre che doverosa.

1 Rintracciabile in www.acquabenecomune.org
2 L’Autorità di bacino metterebbe periodicamente a gara il servizio ma soltanto tra operatori pubblici. Secondo la Corte di giustizia europea , sez. V, 18/11/199, n. c-107/98, le procedure di aggiudicazione degli appalti pubblici sono applicabili “ove un’amministrazione aggiudicatrice, quale un ente locale,decida di stipulare per iscritto, con un ente distinto da essa sul piano formale e autonomo rispetto ad essa sul piano decisionale, un contratto a titolo oneroso avente ad oggetto la fornitura di prodotti, indipendentemente dal fatto che tale ultimo ente sia a sua volta un’amministrazione aggiudicatrice o meno”.
3 Cfr. Massarutto A., 2009, A passo di gambero nei servizi idrici, www.lavoce.info , 8 settembre.

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