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Napolitano: Primo Maggio, rinnovato impegno per la dignità, la sicurezza e lo sviluppo del lavoro

“Il 1° maggio è la Festa dei lavoratori di ogni parte d’Italia, di ogni età, condizione e categoria”. Così il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in occasione della celebrazione del 1° Maggio al Quirinale. “E’ certamente anche una giornata di riflessione e di impegno”.
“Sappiamo – ha sottolineato il Capo dello Stato – che quella del 1° maggio è una tradizione che nasce, 120 anni orsono, in modo drammatico, che per lunghi periodi viene contrastata e repressa con metodi autoritari e perfino nel sangue, ma che nel nostro paese esce confermata e rafforzata dalla lotta antifascista e dal processo costituente. E mi auguro che le giovani generazioni sappiano raccoglierla anche nei suoi tratti festosi, in forme, s’intende, corrispondenti a nuovi costumi individuali e collettivi.

Ora, che l’insorgere di situazioni economiche difficili e complesse determini stati d’animo diffusi in termini di disagio e di preoccupazione per i lavoratori e per i giovani in cerca di lavoro, non toglie che il 1° maggio costituisca l’occasione per esprimere la forte consapevolezza e fierezza del mondo e del valore del lavoro, che hanno in effetti conosciuto – per effetto di trasformazioni sociali e culturali non sempre positive – ingiuste mortificazioni in tempi recenti

“L’articolo 1 della nostra Costituzione – che pone il lavoro a fondamento della Repubblica – non è un residuato post-bellico di singolare marca italiana. Quel valore – ha ribadito il Capo dello Stato – è la chiave dell'”economia sociale di mercato cui la più recente e attuale Carta di principi e di indirizzi dell’Unione Europea – il Trattato di Lisbona – áncora il progetto dell’Europa unita”.

Il Presidente ha definito “un bel segno quello che danno i segretari delle maggiori Confederazioni sindacali celebrando insieme oggi il 1° maggio a Rosarno. Quindi, lo ripeto per l’ennesima volta, nessun allentamento dell’impegno più severo per garantire la sicurezza e la vita sul lavoro. E così, anche, un rinnovato impegno per contrastare in tempi di crisi l’estensione dell’economia sommersa, con tutto il suo corredo di illegalità e di effetti perversi, e per disboscarla sistematicamente ed energicamente”.

Il Presidente Napolitano si è quindi rivolto ai giovani che gli indirizzano degli appelli: “Posso solo dire che sono vicino e ho in mente le loro condizioni e le loro ansie, quando nell’ambito del mio ruolo, che non è un ruolo di governo, mi esprimo sui temi della politica economica e sociale”.

Il Capo dello Stato, dopo aver ricordato che su alcuni temi si è recentemente espresso chiedendo alle Camere con messaggio motivato una nuova deliberazione sulla legge in materia di rapporti di lavoro, ha chiarito che è ora “in attesa della conclusione del riesame parlamentare in corso: apprezzerò vivamente ogni riscontro positivo alle osservazioni da me formulate, ma astenendomi doverosamente da ogni commento e giudizio e procedendo quindi – come la Costituzione tassativamente prescrive, anche se qualcuno mostra di ignorarlo – alla promulgazione della legge nella nuova versione approvata dalle Camere”.
www.quirinale.it

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Primo maggio. Cortei a Milano e Torino, sit-in a Iglesias. E in Sicilia l’angoscia delle fabbriche chiuse. Per centinaia di lavoratori festa triste davanti ai cancelli chiusi. Decine di migliaia in corteo nei capoluoghi lombardo e piemontese. Atto vandalico a Udine

PALERMO – E’ stata una festa del primo maggio amara quella trascorsa da centinaia di lavoratori siciliani costretti alla cassa integrazione o alla mobilità in una regione che è al primo posto per il tasso di disoccupazione (13,9%), un dato che diventa ancor più drammatico se si considera che il tasso arriva al 38,5% tra i giovani. A Portella della Ginestra, dove nel 1947, mentre si celebrava la festa del lavoro vennero massacrati decine di lavoratori dalla banda di Salvatore Giuliano contadini e bambini, si è svolta la consueta commemorazione con bandiere di sindacati, musica, famiglie allegre e, per la prima volta, con la partecipazione dell’Associazione Nazionale Partigiani.
In diverse fabbriche e aziende siciliane invece ha prevalso l’angoscia tra i lavoratori davanti le aziende chiuse. Come alla Sat di Aci Sant’Antonio (Catania), dove oltre 150 persone sono in cassa integrazione: “E’ una giornata triste – dice un lavoratore – L’azienda chiude e io non so che fare. Dove trovo un impiego a 47 anni?”. I dipendenti hanno anche creato un profilo su Facebook per supportare la loro lotta e lunedì il sindaco Giuseppe Cutuli ha convocato una riunione in comune cui sono invitati i sindacati e la Regione per cercare di trovare soluzioni.

Preoccupazione anche a Termini Imerese , nel Palermitano, dove il 3 maggio gli operai della Fiat dovrebbero tornare a lavorare dopo la Cig, ma con un futuro tutt’altro che roseo vista la conferma della chiusura della fabbrica data dall’Ad Marchionne e l’annuncio di una nuova cassa integrazione a partire dal 20 maggio prossimo. “Ma è certo – dice la segretaria regionale Fiom Giovanna Marano, che oggi è andata a trovare i lavoratori della Sat – che non staremo con le mani in mano a guardare la fabbrica che chiude”.

All’Italtel di Carini (Palermo), con 60 operai in Cig su circa 200, le famiglie dei lavoratori hanno festeggiato davanti al gazebo montato per presidiare la fabbrica.
E scontenti, oggi, erano anche i tanti commessi dei negozi palermitani i cui proprietari per arginare il calo delle entrate hanno deciso di aprire le saracinesche. Nessuno parla ma si capisce che l’apertura del primo maggio non è andata loro a genio.
E da contrappunto ai negozi, soprattutto i grandi magazzini, aperti fanno le vetrine sparse in tutta la città con la scritta “Affittasi” o “Chiuso”, segno di una crisi che non accenna a terminare.

Il Primo Maggio in Sardegna è stato di lotta sul ponte di Campo Pisano per i lavoratori della Rockwool di Iglesias, che da oltre due settimane stanno si sono accampati sulla statale 130 che collega Cagliari ad Iglesias, all’altezza dell’ingresso della miniera di Campo Pisano, sede dell’Igea. Oggi, gli operai della fabbrica di lana di roccia, chiusa da oltre un anno, hanno messo in atto un sit-in attorno allo svincolo del ponte, rinominato “Un ponte per il lavoro” in direzione Cagliari. “Salite sul ponte insieme a noi per il lavoro – dicono in una nota – La nostra lotta proseguirà ad oltranza: rivendichiamo il lavoro che la Rockwool, multinazionale danese, ci ha portato via. Chiediamo al governo e alla Regione sarda – dicono – una ricollocazione entro il 30 giugno. Il ponte per il lavoro è la lotta per tutto il Sulcis Iglesiente, invece, non ci pensa nessuno”.

Milano. La manifestazione per celebrare la Festa, cui hanno partecipato oltre 30 mila persone, ha preso il via a Porta Venezia e si conclusa in piazza del Duomo, con i comizi dei segretari regionali. Gli slogan sono stati incentrati sulla difesa del lavoro e sul superamento della precarietà. Al corteo hanno partecipato molti lavoratori di aziende lombarde in crisi. Si è notato un gruppo di ultraquarantenni che, con uno striscione, denunciano la loro condizione: “Troppo giovani per la pensione, troppo vecchi per lavorare”.

Torino . Affollatissimo il centro della città per questo Primo Maggio: il corteo sindacale si è mischiato con le numerose comitive di pellegrini diretti all’Ostensione della Sindone, alla vigilia della visita del Papa. In piazza Castello, dove si è tenuto il comizio, le bandiere dei sindacati e gli striscioni con i nomi delle aziende in crisi si sono mescolate con le pettorine viola dei volontari del comitato dell’Ostensione.
Al corteo sindacale hanno partecipato oltre 30 mila persone. Presenti, tra le altre autorità, il sindaco Sergio Chiamparino, il presidente dell’Anci (molto applaudito dai cittadini lungo il percorso), il vicepresidente della Regione Roberto Rosso, il presidente della Provincia di Torino Antonio Saitta e l’ex presidente della giunta regionale Mercedes Bresso.

C’è stato un odioso atto vandalico a Udine , in pieno centro, contro una iniziativa di sensibilizzazione sulle “morti bianche”. Nella notte, ignoti hanno distrutto diversi manichini rivestiti con tute blu, che il fotografo Angelico Benvenuto aveva piazzato in via Paolo Sarpi “proprio per far riflettere la gente, in questo primo maggio, sulle morti sul lavoro”. Sulla vicenda stanno indagando Carabinieri e Digos. I manichini rotti sono stati ripristinati, mentre quelli rubati sono stati sostituiti. “La mostra – provocazione – ha detto Benvenuto – rimane quindi intatta e sta lì a interrogare tutti coloro che passano per la città”. La mostra era stata voluta congiuntamente dalla provincia di Udine e dal comune ed era stata inaugurata due giorni fa.
www.repubblica.it

«Primo Maggio a Portella della Ginestra: il dovere della memoria, il futuro dei diritti», di Andrea Liparoto*

A Portella della Ginestra il Primo Maggio del 2010 un popolo di buona memoria si è dato appuntamento. Un popolo della storia, quella del sogno di una grande primavera di diritti massacrato ignobilmente. Portella della Ginestra, 63 anni fa. Circa duemila persone sono in cammino festanti. Donne, uomini, vecchi, bambini, sui carretti, a dorso di mulo, a piedi. E’ il Primo maggio. La speranza corre sui visi, all’orizzonte una Sicilia nuova, libera. Normale. ll 20 aprile 1947 il Blocco del Popolo (socialisti, comunisti, indipendenti) ha vinto le elezioni regionali capovolgendo gli esiti di quelle per l’Assemblea Costituente che aveva visto il trionfo della DC. La concessione delle terre incolte ai contadini – già stabilita col decreto Gullo nell’ottobre 1944 – non sembra più un miraggio, anche se è costata appena qualche tempo prima sangue. Ancora sangue. L’11 settembre 1945 a Ficarazzi (PA) viene ucciso Agostino d’Alessandro, segretario della Camera del lavoro; il 2 novembre 1946 a Belmonte Mazzagno (PA) tredici banditi uccidono i contadini Giovanni, Vincenzo e Giuseppe Santangelo che facevano parte di una Cooperativa in attesa dell’assegnazione di un feudo. Tra il ’45 e il ’46 perdono la vita i sindacalisti Nunzio Passafiume, Agostino d’Alessandro, Giuseppe Scalia, Nicolò Azoti e i sindaci socialisti Gaetano Guarino e Pino Camilleri. Il 1947 si apre con l’assassinio del segretario della camera del lavoro di Sciacca Accursio Miraglia. E tanti altri.
La mafia si mette di traverso alla nuova stagione. Quindi gli agrari, che l’hanno assoldata. E certa politica sorella.
Ma a Portella è festa. Arriva la gente, si riempie la vallata. All’improvviso, le raffiche di mitra, dalle colline: 12 i morti e 27 i feriti. Il canto è soffocato, si corre dappertutto, si cade, ci si mette al riparo.
A Portella si ristabilisce così il tempo solito del sopruso, è la prima strage nell’era repubblicana. La CGIL proclama lo sciopero generale lanciando accuse precise: il latifondisti vogliono soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori. Le indagini sono frettolose, e il 2 maggio il Ministro Scelba si alza nell’Assemblea Costituente e dichiara che dietro la strage non si nasconde alcun movente politico, ma che si tratta bensì di un fatto assolutamente isolato: Salvatore Giuliano e la sua banda sono gli unici responsabili. Il processo di Viterbo del 1951 conferma la tesi di Scelba. In tempi recenti tante ipotesi si sono accavallate tra cui quella secondo cui ad organizzare il massacro siano intervenuti i postfascisti della X Mas di Valerio Junio Borghese e i servizi segreti degli Stati Uniti D’America preoccupati dell’avanzata comunista in Italia. Giustizia, comunque, non è fatta.
Ma quell’ansia di riscatto, quelle vite innocenti, quel tempo sperato di normalità non si sotterrano.
A Portella il primo maggio 2010 suona una novità che va abbracciata e condotta avanti come forza di futuro: nel corteo e sul palco, accanto alla CGIL, tradizionalmente promotrice e organizzatrice dell’iniziativa, c’è l’ANPI. La lotta alla mafia, le istanze contadine si incontrano con l’antifascismo. La memoria si allarga alla più grande epopea di lotta per la libertà che il Paese abbia mai conosciuto: la Resistenza. Due forze che si uniscono per richiamare le coscienze democratiche ad un’attiva responsabilità. L’appello lanciato da CGIL e ANPI (su www.anpi.it) parla chiaro: “Il segno, il simbolo di un impegno comune: la memoria diffusa del sacrificio più alto, la libertà, il lavoro, la dignità. E il loro domani. Per un’Italia migliore. Delle radici: Resistenza, Costituzione, Democrazia”. Un impegno improcrastinabile, visti i tempi. A raccogliere e condividere questo dettato di militanza civile molte personalità del mondo della politica, della cultura dello spettacolo. Giorgio Bocca, Andrea Camilleri, Bice Biagi, Margherita Hack, Guglielmo Epifani, Giuseppe Tornatore, Concita De Gregorio, Pier Luigi Bersani, Nichi Vendola, Stefano Benni, Massimo Ranieri, per citarne alcuni. E ringraziamo Articolo 21 che, attraverso il suo portavoce Beppe Giulietti, ha prontamente aderito annunciando la sua partecipazione.
Un’iniziativa straordinaria, dunque, legata alla storia più profonda del nostro Paese e proiettata nel futuro dei diritti, della libertà, della democrazia. Crediamo, quindi, debba avere la dovuta risonanza nazionale e facciamo appello a tutti gli organi di stampa affinché portino attenzione ed un fattivo contributo in questo senso.
*ANPI Nazionale

da www.articolo21.org

"Una scuola veramente per tutti", di Francesca Puglisi*

La scuola è la mia casa, aperta tutto il giorno e tutto l’anno», proponeva su queste colonne Luigi Berlinguer. Mi sembra un’idea meravigliosa e rivoluzionaria, da cui far partire il nostro «progetto per l’Italia», per mobilitare energie, persone, intelligenze, per farne un nuovo movimento. Immaginiamo la scuola come luogo fondante di comunità, dove oltre ai necessari insegnamenti curricolari ci si può fermare il pomeriggio per studiare, fare sport, suonare, recitare, imparare le lingue. Dove diventa un valore anche l’apprendimento non formale e informale. Immaginiamo mamme che non devono più correre per accompagnare i figli ad imparare ciò che a scuola non si può fare. «Una scuola per ricchi», la chiamerebbe la Gelmini. Io la chiamo «una scuola per tutti». Una scuola dove i ragazzi di oggi trovano davvero interessante stare e studiare. Per progettare una scuola pubblica come questa, occorre costruire insieme un nuovo sistema scolastico.Unrinnovato rapporto di attribuzione di competenze e risorse tra Stato e Regioni, nuova formazione per reclutare gli insegnanti, nuovi spazi in cui vivere e studiare. «Non ci sono le risorse! » diranno i disfattisti, i rassegnati e gli ultra realisti. Basta comprare qualche tonnellata in meno di inutilizzati vaccini influenzali, rinunciare ai caccia bombardieri e scommettere sul futuro del Paese. Lo chiedono gli obiettivi di Europa 2020. Per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Per tornare ad avere alti tassi di occupazione, produttività e coesione sociale, dobbiamo dimezzare il nostro tasso di dispersione scolastica e quasi triplicare il numero di laureati. Solo costruendo una società della conoscenza diffusa ci salveremo nella competizione globale. E’ la scuola del «non uno di meno» con cui Mariangela Bastico contrastò in EmiliaRomagna la contro riforma Moratti. Cina, India e Brasile investono in conoscenza e galoppano veloci. E noi? I divari abnormi tra nord e sud del Paese nei livelli di apprendimento sono presto spiegati: nel mezzogiorno sono pochissimi i posti al nido e una rarità il tempo pieno nella scuola primaria. Come dimostrano le scienze pedagogiche e le ricerche economiche, gli interventi educativi precoci nell’infanzia possono recuperare le situazioni svantaggiate. Trasformare il nido d’infanzia da servizio a domanda individuale a diritto educativo, come propone Anna Serafini, fornendo servizi di buona qualità, è la risposta giusta per creare benessere e sviluppo in ogni bambino, per sostenere la genitorialità e favorire l’occupazione femminile. Dobbiamo generalizzare il diritto alla scuola dell’infanzia, quando ancora è negato in vaste zone del Paese. Il cantiere aperto per il progetto per l’Italia chiedeva al Partito Democratico rinnovamento, visione, coraggio. Iniziamo dalla scuola.

*Responsabile scuola PD

L’Unità 01.05.10

Dalla farsa alla tragedia

Il libretto è già stato letto, il melodramma intitolato «decreto-legge per il riordino delle fondazioni lirico-sinfoniche» già visto e rivisto. Il rozzo ministro berlusconiano, il bieco baritono Bondi, che infierisce contro la Cultura. I sindacati che sparano acuti e scioperi nella difesa della Cultura oltraggiata e, già che ci siamo, di indifendibili privilegi castali e corporativi.
Intorno, il coro stonato delle opposte tifoserie politiche che più strepitano quanto meno conoscono la materia: anche perché non è che, a parte le prime con i fotografi, di politici all’opera ne vediamo spesso.

E non mancano le comparse: chi i teatri li dovrebbe gestire, sovrintendenti e direttori artistici che, con le dovute eccezioni (il migliore, non a caso, abbiamo dovuto importarlo dalla Francia) sono dei politicantucoli finiti in teatro perché troppo scarsi o troppo poco scaltri per assicurarsi una Asl.

Il nostro è davvero uno strano Paese. Che le «fondazioni lirico-sinfoniche» (un regalo della riforma fatta da Veltroni nel ’96 e ovviamente fallita) non possano andare avanti così è del tutto evidente. Il problema è semplicissimo: se la maggior parte delle risorse (da un minimo del 56% a un massimo dell’80) di ogni fondazione serve solo a pagare gli stipendi di chi, più o meno (più meno che più, dice il governo) ci lavora, non resta nulla per l’attività, insomma per produrre spettacoli. Come se un ospedale spendesse tutto per pagare lo stipendio a un chirurgo ma il chirurgo non potesse operare perché non ci sono i soldi per comprare i ferri e le bende.

Da qui stagioni che, sempre beninteso con le ridovute eccezioni, non sono solo modeste per qualità (perché non è che questi chirurghi siano tutti dei virtuosi del bisturi) ma soprattutto disperanti per quantità. Pochi spettacoli, pochissime recite e molti dipendenti pagati per non lavorare. Poi si blatera di eccellenze italiane, quando basta comprare un biglietto low cost o anche solo qualche dvd per rendersi conto che qui di eccellente c’è solo l’ignoranza. Tanto più in questi anni dove, alla faccia della crisi che pure colpisce duro, nel mondo civilizzato le platee sono piene, anche di giovani, e sulle scene soffia impetuoso il vento della fantasia, della novità, della spregiudicatezza, del coraggio (da noi, si sa, prendono ancora sul serio Zeffirelli).

Per l’opera, globalmente, questo è un buon momento. In Italia, invece, il governo non trova di meglio che tagliare gli stipendi per decreto, mentre i sindacati scioperano per difendere il diritto dei professori d’orchestra, ovviamente culturale, a ricevere un’indennità se indossano il frac. Ma non si potrebbe, per una volta, far finta di essere seri? Mettersi intorno a un tavolo, esaminare le cifre, studiare le alternative e far funzionare i teatri come un normale servizio pubblico, come succede a Londra o a Zurigo o a Berlino, dove l’opera la si fa molto di più e molto meglio che in Italia e senza decretare o scioperare d’urgenza? Magari ricordandosi di tre dati di fatto.

Primo: o l’opera è sovvenzionata o l’opera non si fa, quindi la politica decida una volta per tutte se vuole investirci dei soldi. Secondo: l’opera è il principale contributo della civiltà italiana a quella mondiale degli ultimi quattro secoli e la nostra lingua e la nostra cultura soprattutto per l’opera continuano a essere conosciute e amate. Ieri sera, 30 aprile, si sono date in tutto il mondo 93 rappresentazioni: bene, 38, poco meno della metà, in 15 Paesi di tre continenti, erano d’opera italiana. Terzo: l’opera non solo ci rappresenta all’estero, ma in patria: se un’identità nazionale c’è, l’hanno fatta anche e forse soprattutto Rossini e Verdi e Puccini e tutti gli altri. Quindi prima di chiudere i teatri e buttare via la chiave bisognerebbe pensarci un attimo. Giusto per non passare dalla farsa alla tragedia.

La Stampa 01.05.10

A Rosarno con i migranti per i diritti e la legalità

Primo maggio a Rosarno per i sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, teatro tre mesi fa di violenti scontri tra immigrati, impiegati nella raccolta degli agrumi, e parte della popolazione locale. La cittadina di Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, è diventata ormai da decenni area di sfruttamento di migliaia di africani (ne arrivano almeno mille ogni anno) che per 20 euro al giorno raccolgono arance e mandarini, «prigionieri dei caporali», come sta emergendo anche dall’inchiesta Migrantes della procura di Palmi.
I precari dell’Ispra sono stati invitati al Quirinale dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la celebrazione della festa del lavoro. Il capo dello Stato ha fatto sapere di aver «seguito con attenzione» la vicenda dell’Istituto, e la lotta dei ricercatori precari che per 59 lunghissimi giorni sono rimasti sul tetto di via Casalotti.
Sull’isola dei cassintegrati, all’Asinara, si celebra «la festa del lavoro che non c’è», una mini Woodstock sarda fino al 2 maggio, con artisti sardi e non solo. I cassintegrati hanno invitato tutti i centomila ‘supporter’ radunati su Facebook. Intanto, sul fronte della vertenza, sembra fare qualche passo avanti la trattativa in piedi con gli acquirenti arabi della Ramco, che forse senza la protesta dell’Isola non esisterebbe, mentre l’Eni ha ribadito la propria disponibilità a cedere gli asset e a fornire i servizi necessari.
I lavoratori ex Eutelia festeggeranno invece ad Arezzo dove ha sede la società al centro negli ultimi giorni di importanti avvicendamenti: ieri, mentre i dipendenti protestavano sotto la sede della società, è slittata l’approvazione del bilancio. Il pm di Arezzo, Roberto Rossi, ha chiesto la dichiarazione d’insolvenza di Eutelia e l’udienza presso il tribunale della città toscana è stata fissata per il prossimo 26 maggio. La società, che è ancora quotata in Borsa, accumula perdite di giorno in giorno, e ora ha un passivo di 59 milioni di euro. Per i fondatori della società, la famiglia Landi, il pm Rossi ha chiesto il rinvio a giudizio per appropriazione indebita, falso in bilancio, frode fiscale e associazione a delinquere..
Continua infine la polemica sul «primo maggio al lavoro». Protesta il segretario della Filcams Cgil (la categoria del commercio): «È mai possibile – si chiede Martini – che sia considerato un servizio essenziale poter acquistare alla domenica il terzo cellulare o il secondo video al plasma, mentre non altrettanto essenziale è, ad esempio, poter fare un bonifico in banca o un versamento alle Poste? Bisogna ragionare su quali siano i servizi davvero essenziali per le persone». Infine: «Lavorare in questa giornata – conclude – significa rinunciare a salvaguardare una ricorrenza che è uno dei valori simbolici che concorrono a formare l’identità nazionale».
Il Manifesto 01.05.10

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Bersani: "Un Pd di lotta per i precari", di Fabio Martini

A poche ore dal primo maggio Pier Luigi Bersani è tornato nella sua Piacenza carico di buon umore per i complimenti che in tanti gli hanno trasmesso per la «prestazione» ad «Annozero», durante la quale ha condito la sua riconosciuta competenza con una carica passionale che spesso resta annegata nella bonomia. Dice lui: «Sono stupito dello stupore! Non m’hanno mai visto davanti ad un’assemblea urlante e incazzata? Io non sono aggressivo, ma se mi cercano mi trovano. E succederà ancora!». E in occasione della festa del lavoro, Bersani annuncia una correzione di rotta che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe far uscire il Pd dalla difesa esclusiva delle classi sociali garantite che finora ne ha limitato la crescita elettorale.

Lei tutte le sere ripete ai Tg che il lavoro è il problema dei problemi, ma perché faticate tanto a parlare proprio ai precari, che in larga maggioranza votano per il Pdl e la Lega? Il voto al Pd non lo considerano né utile né giusto?
«E’ vero, da alcuni anni i giovani ci votano finché sono studenti, ma quando entrano nel mercato del lavoro tendono ad allontanarsi un po’. Quando l’occupazione è cresciuta, è prevalsa la praticità un po’ cinica del messaggio della destra: poche balle, mettiti d’accordo con l’imprenditore, arrivederci e grazie. Però gli ultimi flussi elettorali dicono che per la prima volta abbiamo qualche problema con gli anziani e un certo recupero sui giovani. La situazione sociale sta peggiorando. La contrapposizione tra garantiti e non garantiti sta largamente sfumando, andiamo verso un universo di vulnerabili. Dentro, i precari ma anche gli operai “iper-garantiti” di Piombino».

Se votassero soltanto i laureati, i dipendenti pubblici, il ceto medio informato, il Pd sarebbe il primo partito italiano: non pensa che sarebbe tempo di allargare i vostri interlocutori sociali oltre il recinto dei garantiti?
«Abbiamo problemi nell’elettorato “profondo”, piccola imprenditoria, casalinghe, lavoro dipendente atomizzato. Dobbiamo aggiornare linguaggio e proposte. Quando dico che il lavoro è la questione centrale, penso al lavoro dipendente ma ritengo che dobbiamo saper interloquire col lavoro autonomo, col mondo delle professioni, con quello imprenditoriale fatto come Dio comanda».

Ma per farsi capire in quei contesti, bisogna parlar chiaro…
«Il messaggio sul quale dobbiamo insistere è questo: c’è un destino comune nell’universo del lavoro. C’è una catena che lega la decurtazione dei redditi per centinaia di migliaia di persone, l’abbassamento dei consumi, la chiusura di ventimila piccoli esercizi commerciali, le difficoltà di tante imprese. E’ ora di creare un po’ più di lavoro. Sbloccando il patto di stabilità dei Comuni che hanno già i soldi, ma anche tutte le politiche di sostegno all’innovazione. E il lavoro precario non può più costare la metà di quello a tempo indeterminato».

Quando è scoppiata la crisi, voi avete chiesto di investire un punto di Pil: non saremmo finiti come Spagna e Grecia?
«Mai pensato di aumentare il debito, ma purtroppo il governo ha sbagliato il mix: sono calati contemporaneamente investimenti, entrate fiscali, occupazione, è aumentata la spesa corrente».

Sulla vicenda greca, è disposto a dir “bravo” a Tremonti?
«In Europa si sta intervenendo malamente e con un gravissimo ritardo che ci stanno costando caro. Tremonti ora si è un po’ convertito, ma era quello che criticava l’Europa perché misurava le zucchine. E’ gente che ha azzoppato l’Europa e un bel mattino pretende che corra».

Il ministro Scaiola, dovrebbe dimettersi?
«Prima di chiedere dimissioni, è giusto che venga in Parlamento e lì possa spiegare le sue ragioni. Ma quel che ha detto fin qui è largamente insufficiente».

Bersani lei è un solitario: nei primi 200 giorni da leader si è sentito lasciato un po’ solo?
«Ma no, sono in una compagnia piuttosto allegrotta e vociante. Certo, bisogna costruire meglio il collettivo, essere leali col progetto comune. Picconarsi in casa, questo no».

I suggerimenti dei big Pd sono questi: serve «un partito più sexy», «più combattivo», mentre Fini «è un interlocutore». Non pensa ci sia una crisi di idee nella generazione che ha portato per la prima volta i progressisti al governo? I leader pagano anche le carenza dei gruppi dirigenti?
«I leader sono lì per caricarsi di tutto. Non mi sentiranno mai recriminare. C’è anche un problema di idee ma mettiamoci nel quadro dei partiti progressisti europei che hanno pagato il ripiegamento davanti alla globalizzazione che invece la destra ha saputo intepretare, sia pure in modo regressivo».

Perché rimettere in discussione le Primarie, come fa D’Alema?
«Le Primarie le abbiamo inventate noi e sono preziose, ma è un errore pensare a consultazioni solo di partito per una funzione pubblica. Devono essere condivise, non essere un automatismo. Quella diventa boria di partito».

Le ambizioni di Nichi Vendola?
«Chi ha rapporti di coalizione con noi, deve portarci rispetto. Sia chiaro: questo lo pretendiamo».

La Stampa 30.04.10

"La disoccupazione sale all’8,8%, e ad aprile riparte l'inflazione", di Luca Cifoni

L’occupazione continua a scendere, e questa non è una novità. Ma nel mese di aprile che si è appena concluso è tornata a farsi notare l’inflazione, che in Italia ha toccato i livelli massimi da oltre un anno, in linea con il rialzo registrato in tutto il Vecchio Continente da Eurostat.
I dati sul mercato del lavoro si riferiscono invece a marzo, ed evidenziano sia un incremento del tasso di disoccupazione, sia un ulteriore calo del numero degli occupati complessivi. Il primo indicatore ha toccato l’8,8 per cento, con un aumento di due decimali rispetto al mese di febbraio; nel marzo del 2009 era al 7,8. In cifra assoluta il numero delle persone in cerca di occupazione è arrivato a quota due milioni e 194 mila.
Come ricorda spesso il ministro del Lavoro Sacconi, la disoccupazione in Italia resta al di sotto della media europea, che è del 10 nell’area euro e del 9,6 nel complesso dell’Europa a 27.
Il nostro Paese però fa decisamente peggio dell’Europa per quanto riguarda la disoccupazione giovanile, che nel nostro Paese è al 27,7 contro il 19,9 per cento di Eurolandia. A marzo c’è stato un leggero miglioramento rispetto al 28,2 del mese precedente, che però non cambia di molto la situazione.
Il numero degli occupati è sceso invece a 22 milioni e 753 mila: sono 48 mila in meno rispetto al mese di febbraio e 367 mila in meno rispetto al marzo del 2009. Il calo mensile è stato stavolta più accentuato tra le donne, con una perdita di 34.000 unità, che tra gli uomini.
Sul fronte dell’inflazione, il mese di aprile è stato il più caldo dal febbraio dello scorso anno: l’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic) ha avuto una variazione mensile dello 0,4 per cento, ed un incremento annuale dell’1,5 (a marzo era stato dell’1,4). Il livello è analogo a quello medio europeo. A trascinare questo surriscaldamento sono ancora i prodotti energetici, aumentati dell’1,5 su base mensile e del 4,6 rispetto allo scorso anno. Comprensibili quindi gli incrementi del capitolo trasporti (+1,2 rispetto a marzo e + 5,4 rispetto al marzo scorso) mentre una mano al rialzo complessivo l’hanno data anche alberghi e ristoranti, il cui indice ha avuto in particolare uno scatto piuttosto marcato (+1,1 per cento) su base mensile.
Stabile invece l’andamento degli alimentari, che anzi su base annua hanno registrato una piccola flessione (-0,1 per cento). Accentuato in particolare il calo di frutta e verdura, del latte e della pasta.
Il pur limitato risveglio dell’inflazione ha provocato reazioni preoccupate dei sindacati. «Dobbiamo ricominciare a stare attenti» ha detto il numero uno della Cgil Epifani, che teme il ritorno di «logiche speculative». Per il segretario della Cisl Bonanni, l’incremento dei prezzi del mese di marzo «non è una buona notizia, in assenza di crescita dei consumi, è sintomo che c’è malessere».

Il Messaggero 01.05.10