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Precari del call-center, l'appello dei giovani della sinistra uniti

I giovani della sinistra uniti per i precari del call-center: oggi in piazza a Roma i ragazzi del Pd, Idv, Sinistra Ecologia e Libertà, Fabbriche di Nichi Vendola e Popolo Viola. “Ho paura, tanta paura”, ci scrivono i lavoratori della teleperformance, il mega call-center che licenzia quasi mille dipendenti tra Taranto e Roma. I committenti – grandi aziende come Vodafone e Mediaset – giocano al ribasso: “Wind e Sky hanno già deciso di affidarsi ad aziende che non utilizzano lavoro subordinato ma autonomo (cioè sottopagato) e quindi precario. In questo settore un lavoratore con contratto a progetto viene pagato poco più di 3 euro l’ora, mentre uno assunto ne costa all’impresa 22: ecco perché si questi tempi ai giovani – e non solo – le aziende offrono solo contratti a progetto. E la crisi economica non c’entra: i committenti di teleperformance sono aziende con milioni di utili. Spetterebbe al Governo intervenire per sostenere le aziende che assumono e frenare il ricorso selvaggio al lavoro precario, che tarpa le ali alla nostra generazione. È per questo che oggi, venerdì 30 aprile, saremo in piazza tutti insieme al fianco dei lavoratori di Teleperformance: per denunciare l’immobilità del Governo e l’assenza di un piano industriale sul tavolo, e per chiedere più tutele per il lavoro precario. Chiediamo a tutti voi di partecipare al sit-in dei lavoratori di Teleperformance, alle 9.30 a Roma, in via Veneto. Vi chiediamo di scendere in piazza con noi non solo per solidarietà con gli operatoridel call-center ma per quello che questa battaglia racconta: una generazione che non riesce a sbrigliarsi dalle reti soffocanti del precariato, una generaione che non può costruire il suo futuro con stipendi precari da 3 euro lordi l’ora. Per questo, anche se magari non potranno venire i big dei nostri partiti, siamo sicuri che ci saranno tanti giovani capaci del centrosinistra. Le forze buone del rinnovamento, quelle che sanno riportare la politica lì dove serve e che sanno superare le divisioni per agire insieme al fianco di chi ha bisogno dell’azione dei partiti. Uno di quei commenti postati su internet chiude così: “per favore, qualcuno ci aiuti!”. Eccoci, tutti insieme. Venite anche voi!

L’appello, lanciato ieri in rete, è firmato da: Luca Sappino (Sinistra, Ecologia e Libertà), Cristiana Alicata (Pd), Adele Conte (Idv), Emanuele Toscano (Popolo Viola), Massimiliano Perrone (Fabbrica di Nichi – Roma), Giuseppe Ciraolo (Pd), Maria Pia Erice (Sinistra Ecologia e Libertà), Danilo Nota (Idv), Daniel Perugia (Popolo Viola), Valter Gallo (Pd), Carlo Traina (Pd), Giulia Marrazzo (Sinistra, Ecologia e Libertà), Daniela Pellegrini (Popolo Viola), Federica Menciotti (Idv), Vania Marchionna (Fabbrica di Nichi – Roma), Marco Romagnuolo (Pd), Alessandro Lombardi (Idv). Con noi tanti altri giovani dei partiti d’opposizione e dei movimenti.
L’Unità 01.04.10

Il PD è un partito fondato sul lavoro

Mai come quest’anno il 1 maggio arriva in un periodo in cui il lavoro è sempre più al centro dell’attenzione e delle priorità del Paese. Il Pd raccoglie la sfida di ridare valore, importanza e dignità a tutte le tematiche che riguardano il lavoro e che, nell’assoluta immobilità, il governo ha tralasciato negli ultimi anni. E mentre Berlusconi continua a lasciare che sia, ad aspettare che finisca la tempesta (da sempre negata), i dati dell’Istat evidenziano l’allarme occupazionale: nell’aprile 2010 il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,8%, il risultato peggiore dal 2002.
Dallo studio dell’Istat il numero delle persone in cerca di occupazione è in crescita del 2,7% su base mensile e del 12% rispetto ad un anno fa. Il tasso di disoccupazione totale è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e più 1% rispetto a marzo 2009. Il tasso di inattività invece si attesta al 37,8%. Il tasso di disoccupazione giovanile è pari al 27,7%, -0,4 punti percentuali rispetto ad un mese fa ma +2,9% rispetto a marzo 2009. Anche la disoccupazione femminile è aumentata del 4,8% su base mensile; quella maschile del 10,6% su base annuale. In termini assoluti, rispetto a marzo 2009, 367 mila persone hanno perso la loro occupazione.
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La proposta Pd
-5% del Pil nel 2009, pressione fiscale del 43% e un alto tasso di disoccupazione ora pari al 8,6%. In una parola crisi economica. Nonostante le bugie diffuse dal governo, i dati parlano chiaro: l’Italia è un paese in ginocchio, costellato da fabbriche prossime alla chiusura, da piccole e medie imprese al collasso, da disoccupati, lavoratori precari e in cassa integrazione. È a questo mondo dimenticato dal governo mediatico che il Partito democratico si rivolge. E’ questa che la battaglia che il PD ha deciso di portare avanti in parlamento e sul territorio, con proposte concrete.
Per oltre un milione di persone che ha perso il lavoro, e centinaia di migliaia che non hanno alcun sussidio di disoccupazione, il Pd propone un sostegno per tutti i lavoratori precari sprovvisti di copertura assicurativa.

Per le famiglie che non arrivano a fine mese e i negozi, le piccole imprese e gli studi professionali che continuano a chiudere. Il Pd propone di ridurre le imposte sui redditi da lavoro e sulle pensioni medie e basse.

Per gli Enti Locali, lasciati soli dal governo ad affrontare gli interventi emergenziali per il lavoro e per le imprese,il Pd chiede di allentare i vincoli di spesa per investimenti di Comuni e Province per far partire i progetti immediatamente cantierabili e stimolare l’occupazione.
Il governo ha bloccato gli investimenti delle imprese nel Mezzogiorno e per le spese in ricerca e sviluppo, il Pd propone di rimuovere i limiti introdotti alle agevolazioni fiscali, favorire l’accesso al credito e sbloccare il pagamento delle pubbliche amministrazioni alle imprese.

Inoltre proprio perché il lavoro, come ribadito dal segretario Bersani, è la nostra priorità, ma soprattutto quella del paese, il PD ha propone:
• Sostegno fiscale ai contratti di solidarietà per integrare la retribuzione; riforma del sostegno al reddito e della formazione:

• introduzione dell’assegno di disoccupazione per lavoratori parasubordinati ed autonomi;

• generalizzazione e riordino della cassa integrazione per tutti i casi di sospensione temporanea dei rapporti di lavoro;

• graduale introduzione del contratto unico d’ingresso al lavoro ed allineamento degli oneri contributivi per tutte le tipologie contrattuali.

Anche nei mesi passati il Pd si è schierato al fianco dei lavoratori più penalizzati dalla crisi, a cominciare dai dipendenti ex Eutelia , Alcoa, e di tutti quelli che sempre più spesso sono dovuti salire sui tetti per rivendicare un proprio diritto. Alla riapertura delle camere, dopo la pausa natalizia, il segretario PD Pier Luigi Bersani è stato il promotore e primo firmatario di un progetto di legge ad hoc, un fondo che anticipa gli stipendi dovuti a lavoratori che si trovino in questa situazione. Pensato per i casi in cui non ci siano ancora le condizioni giuridiche per poter attivare strumenti come la cassa integrazione o l’anticipo del tfr, il fondo di garanzia, da istituire presso il Ministero del lavoro, anticiperebbe i crediti maturati dai lavoratori in caso di insolvenza dell’impresa nel pagamento delle retribuzioni. Potranno accedervi, facendo domanda, coloro che non percepiscono lo stipendio da almeno 4 mesi e che non godono di alcun beneficio.
Il progetto di legge, presentato in occasione del ddl Milleproroghe, non fu accolto dal governo che due mesi fa, come oggi, preferì incrociare le braccia e fare orecchie da mercante di fronte alle disperate richieste di aiuto di migliaia di lavoratori.

In occasione della Finanziaria 2010, il PD ha condotto una battaglia parlamentare finalizzata all’approvazione di emendamenti che si rivolgevano al mondo del lavoro, alle famiglie, alla green economy e agli Enti locali. Per quanto riguarda il lavoro si proponeva:
• Riconoscimento su base universalistica dei trattamenti di disoccupazione;
• Estensione dei trattamenti di cassa integrazione guadagni ordinaria;
• Estensione della durata dei trattamenti di cassa integrazioni guadagni ordinaria
• Raddoppio delle risorse per i rinnovi contrattuali
Dal governo è arrivato il solito ritornello: non ci sono soldi. Ma la compagnia di Tremonti non si è limitata a ignorare le esigenze dei lavoratori, ha addirittura messo le mani sui fondi per il Tfr e li ha dirottati sui progetti più svariati.
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Il Collegato Lavoro e i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici
Il “collegato lavoro”, una legge di rilevantissimi interventi sul diritto del lavoro, è tornata in Parlamento grazie all’iniziativa del Presidente della Repubblica. L’intervento del Presidente Napolitano ha costretto il Governo e la maggioranza, completamente chiuse al confronto con le opposizioni nella fase di approvazione della legge, a correggere alcuni punti valutati in contrasto con principi e norme inderogabili.
Le principali correzioni:
• L’arbitrato secondo equità, via alternativa al ricorso al giudice nelle controversie individuali di lavoro, è riavvicinata ai principi europei dell’ “arbitrato secondo diritto”. La modifica approvata alla Camera prevede, infatti, che la decisione dell’arbitro debba rispettare non solo i principi generali dell’ordinamento, limite troppo generico, ma “i principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari”. La modifica, pur rilevante, è insoddisfacente. Il Pd ha proposto di confinare la decisione dell’arbitro entro le disposizioni di legge a tutela dei diritti fondamentali del lavoratore e della lavoratrice e di lasciare invece all’arbitro l’interpretazione e l’applicazione delle norme del contratto di lavoro.
• L’accettazione della clausola compromissoria, ossia la “libera scelta” da parte del lavoratore dell’arbitrato in alternativa al giudice del lavoro, prima prevista all’atto dell’assunzione, viene legata alla specifica controversia insorta, grazie all’approvazione di un emendamento del Pd. È una modifica sostanziale per rendere la scelta del lavoratore effettivamente libera.
• La clausola compromissoria, prima senza confini, ora viene eliminata per le controversie riguardanti i licenziamenti. In altri termini, l’emendamento approvato dà attuazione legislativa alla richiesta di tutte le parti sociali di escludere l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori dall’ambito dell’arbitrato. La correzione è certamente utile, ma insufficiente in quanto rimangono a rischio altri diritti fondamentali del lavoratore e della lavoratrice (orari di lavoro, sicurezza, ferie, retribuzione, ecc).
• Il potere del Ministro del lavoro di decidere in ultima istanza sulla regolazione dell’arbitrato, in assenza di accordo tra le parti sociali, viene rinviato e parzialmente attenuato. Per una materia così delicata, il Pd ha proposto, invece, l’eliminazione dell’intervento del Ministro per vincolare la scelta delle materie soggette ad arbitrato agli accordi tra le parte sociali firmatarie dei contratti nazionali di lavoro.

Nonostante le positive modifiche apportate, il “Collegato lavoro” continua ad essere un provvedimento complessivamente negativo per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. In particolare, per i seguenti aspetti:
• Il ridimensionamento delle procedure e delle sanzioni per il contrasto del lavoro sommerso.
• La possibilità di ammettere ai negoziati ed agli accordi derogatori dei contratti nazionali sindacati con rappresentatività esclusivamente territoriale.
• La restrizione delle condizioni per la concessione dei contratti part-time nelle pubbliche amministrazioni; il superamento dei “Comitati per le pari opportunità”, sostituiti da organismi dedicati a promuovere genericamente il “benessere lavorativo”; la revisione restrittiva della normativa in materia di permessi per assistenza a persone non autosufficienti, aspettative e distacchi.
• L’abbassamento a 15 anni dell’obbligo di istruzione e l’affidamento a percorsi di apprendistato senza garanzie di formazione qualificata per l’espletamento dell’ultimo anno di diritto-dovere di istruzione.
• La cancellazione della responsabilità penale verso i lavoratori esposti all’amianto sugli aeromobili ed il naviglio di Stato.
• L’ulteriore differimento dei termini di esercizio della delega sui lavori usuranti, sulla riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per l’impiego, dell’apprendistato e delle misure per favorire l’occupazione femminile.

In conclusione, il Pd è favorevole al potenziamento dell’arbitrato in un quadro regolativo di tipo
europeo, ossia all’ “arbitrato secondo diritto”. Pertanto, nonostante le positive modifiche introdotte, il Pd rimane contrario al Collegato lavoro e, più in generale, alla politica del lavoro portata avanti dal Ministro Sacconi, aspetto specifico di una politica economica inadeguata ad affrontare i problemi strutturali dell’Italia.

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Il PD a fianco dei lavoratori

Le cronache ne parlano poco e il governo continua a ripetere che va tutto bene, ma lontano dai riflettori c’è un’Italia che affonda sotto il peso della crisi economica. È l’Italia dei cassintegrati, dei disoccupati, di tutti coloro che sono costretti a salire su un tetto per manifestare i propri diritti. È di loro che il governo si è dimenticato ed è con loro che il Partito Democratico si chiera tutti i giorni.

Dopo i casi di Alcoa, Ispra, Eutelia e Fiat Termini Imerese, anche la GlaxoSmithKline, famosa azienda farmaceutica americana con sede a Verona, ha deciso di chiudere i battenti, lasciando senza lavoro e senza tutele circa 600 ricercatori. Il 18 marzo il segretario PD, Pier Luigi Bersani li ha incontrati, dopodiché ha affermato che “un cosi’ eccezionale patrimonio di ricerca non puo’ essere disperso. Il Governo deve chiedere conto alla Glaxo delle sue intenzioni e di un cosi’ repentino cambio di indirizzo’. In ogni caso bisogna percepire questo centro e questo collettivo di ricercatori -ha aggiunto come una risorsa nazionale della quale il paese non puo’ fare a meno. E’ dirimente la questione dei tempi per evitare una possibile dispersione di risorse professionali. Il Pd organizzera’ un suo stabile punto di contatto con tutti i soggetti interessati ed e’ pronto a dare il suo contributo in un confronto con il Governo per una soluzione positiva”.

Altro caso drammatico è quello di Teleperformance, Teleperformance, azienda di call center, annuncia l’avvio delle procedure per il licenziamento di circa 1.000 dipendenti, settecento dei quali nella sede di Taranto e i restanti 300 nella sede di Roma. Oggi Cesare Damiano, responsabile Lavoro del PD, sarà a Taranto per incontrare i lavoratori, mentre il 1 aprile Damiano, assieme a Teresa Bellanova, componente Pd in commissione Lavoro, e al deputato Ludovico Vico, aveva presentato alla Camera un’interrogazione parlamentare. “La risposta del Governo – hanno detto i parlamentari in quell’occasione – è sommaria e poco strategica e noi come parlamentari del PD sentiamo per tale ragione l’obbligo di continuare a mantenere alta l’attenzione attorno ad una vertenza che per la sola Teleperformance riguarda 847 persone. Il Governo infatti si è limitato solo a cercare soluzioni relative all’intercettazione delle risorse per gli ammortizzatori sociali, peraltro non previsti dai benefici di legge per questo segmento produttivo, ma ha di fatto dribblato ogni responsabilità circa la concorrenza sleale che Teleperformance è costretta a subire all’interno del mercato italiano e che rischia di mettere a repentaglio l’attuale patrimonio occupazionale della società di call center. Crediamo che al processo avviato durante la stagione del Ministro Damiano, di stabilizzazione del personale, avrebbe dovuto far seguito una stagione, altrettanto importante, di regolamentazione del mercato coerente con il grande progetto di stabilizzazione avviato dalla società francese. Stagione sfumata che più di una volta abbiamo tentato di sollecitare a questo Governo chiedendo, per ultimo, anche un tavolo di trattativa alla Presidenza del Consiglio e al Ministero per lo Sviluppo Economico. Occasione mancata che oggi dopo il tentativo di soluzioni-tampone Vertenza Teleperfomance potrebbe essere pagata domani e per intero da tutti i lavoratori del settore”.

A tutela dei lavoratori arrivano anche iniziative territoriali. È il caso della provincia di Roma che ha previsto un investimento di 700mila euro (provenienti dal Fondo Sociale Europeo) per mettere a disposizione dei Tribunali Ordinari del territorio, a partire da quello di Roma, 200 lavoratori cassintegrati che possano offrire per un periodo di 12 mesi un supporto nell’attività degli uffici amministrativi o delle cancellerie (Per maggiori informazioni visita il sito di In Buone Mani)

"Primo maggio: dove è la festa?", di Ilvo Diamanti

SI È aperta una stagione senza feste civili. Dove i riti della memoria, che danno senso e identità alla nostra Repubblica, vengono guardati – e trattati – con insofferenza e indifferenza, da una parte del paese. In particolare, dalla maggioranza politica di governo. Anzitutto il 25 Aprile, che il premier ha definito “Festa della Libertà”. Non della “Liberazione”. Quasi fosse una celebrazione del suo partito. D´altronde, ha sostenuto un amministratore del PdL, ci hanno liberato gli americani, non i partigiani, che erano comunisti.
Abbiamo motivo di credere, inoltre, che anche il prossimo 2 Giugno susciterà fastidio in alcuni settori del centrodestra, in particolare nella Lega. Che vede nel tricolore e nella nazione i simboli di un passato da superare. D´altronde, le celebrazioni dei 150 anni dell´Unità d´Italia, ormai prossime, non sembrano al centro dell´attenzione di questo governo. Anche perché parlare di Unità d´Italia, in un paese tanto diviso, appare un ossimoro.
Il Primo Maggio non si sottrae al clima del tempo. Al contrario. Non solo perché evoca le lotte del movimento operaio e sindacale. Una versione in grande della “Festa dell´Unità”, dove si canta “Bella Ciao” e sventolano le bandiere rosse. Il Primo Maggio disturba anche – e soprattutto – perché il lavoro e i lavoratori appaiono, ormai, entità inattuali. Si dovrebbe parlare, semmai, del “non lavoro”. Della disoccupazione reale e di quella implicita. Nascosta tra le pieghe dei lavoratori scoraggiati, che non risultano disoccupati solo perché, per realismo, non si “offrono” sul mercato del lavoro. E per questo non vengono calcolati nei “tassi di disoccupazione”. Ma anche dell´occupazione informale. E si dovrebbe parlare, ancora, degli imprenditori, piccoli e piccolissimi, che stentano a continuare la loro attività perché i clienti non li pagano, faticano ad accedere al credito. E non riescono a mantenere l´azienda e i dipendenti. Lavoratori e piccoli imprenditori “disperati”. Per fare parlare di sé, per essere “notiziabili”, devono darsi fuoco, sequestrare i dirigenti, appendersi alle gru. Oppure inventarsi “l´Isola dei cassintegrati”, all´Asinara, recitando se stessi.
Lo abbiamo detto altre volte, ma vale la pena di ripetersi. C´è uno squilibrio violento fra la percezione sociale e la rappresentazione pubblica – mediatica – del lavoro e dei suoi problemi. La disoccupazione è ormai in testa alle preoccupazioni degli italiani, visto che 38% di essi la indica come l´emergenza più importante da affrontare (Rapporto “Gli Italiani e lo Stato”, Demos per Repubblica, novembre 2009). Eppure se ne parla poco, sui media. Soprattutto in tivù. Tra le notizie di prima serata del Tg1 monitorate dall´Osservatorio di Pavia (per la Fondazione Unipolis) nello scorso settembre, ai problemi legati al lavoro, alla disoccupazione, alla perdita dei risparmi era riservato il 7% sul totale delle notizie. Per fare un confronto con le tivù pubbliche di altri paesi europei, nello stesso periodo, Ard (Germania) dedicava ai temi del lavoro e della disoccupazione il 21% delle notizie, Bbc One il 26%, France 2 il 41%. Eppure il tasso di disoccupazione in Italia continua a crescere e oggi ha raggiunto l´8,8% (dati Eurostat). Anche se il paese appare, anche in questo caso, diviso in due. Sotto il profilo territoriale: nel Sud il tasso di disoccupazione si avvicina al 20%. E sotto il profilo generazionale, visto che fra i giovani (15-24 anni) il tasso di disoccupazione sale al 28%. Il più alto d´Europa. Quasi 10 punti in più della media europea.
Ma i giovani, è noto, non esistono. Sospesi fra precarietà e dipendenza dalla famiglia. Protetti dai genitori, a cui affidano le chiavi del futuro (in cambio di quelle di casa). In modo assolutamente consapevole. Come emerge da una recente ricerca condotta da LaPolis dell´Università di Urbino per Coop Adriatica (che verrà presentata nei prossimi giorni). Una frazione minima di giovani (15-35 anni) pensa che, in futuro, riuscirà a raggiungere una posizione sociale migliore rispetto a quella dei genitori. Mentre il 56% pensa il contrario. Ancora: il 23% dei giovani è convinto che, per farsi strada nella vita, la risorsa migliore sia costituita dalla rete di relazioni e di “conoscenze familiari”. Quasi quanto l´istruzione, tradizionale fattore di mobilità sociale. E poco meno dell´esperienza di lavoro e studio in Italia e all´estero (26%). Inoltre, si sono abituati all´esperienza di lavoro temporaneo e intermittente. Ma non rassegnati. Molti di loro, anzi, inseguono il “posto fisso” (39%; ma tra i 15-17enni il 46%). Al tempo stesso si è raffreddato, fra loro, l´entusiasmo per il lavoro in proprio e la libera professione attira, oggi, il 25% di loro. Nell´insieme, il 49% dei giovani oggi si dice orientato verso un´attività autonoma o professionale. Circa 10 punti in meno di 4 anni fa. Nello stesso periodo, parallelamente, è risalito l´interesse verso la grande impresa e il pubblico impiego. In altri termini, i giovani, sono flessibili “per forza”, non rassegnati alla precarietà. Sanno che li attende un futuro difficile. E per questo fanno affidamento alla famiglia. La considerano la risorsa mezzo per farsi strada nella vita. E, prima ancora, un rifugio e una protezione. Meccanismo fondamentale del welfare all´italiana. Pressoché ignorato dal sistema pubblico.
Così è più chiaro perché il Primo Maggio susciti disagio. Nel centrodestra, dove è percepito, da molti, una festa comunista. Ma, anche altrove. Perfino a sinistra, dove molti la considerano un rito nostalgico. Dedicato a quando il lavoro era fonte di vita, riferimento dell´identità, motivo di orgoglio. Mentre oggi l´evento sindacale più significativo e partecipato, per celebrare il Primo Maggio, non è una manifestazione rivolta ai lavoratori. Ma il tradizionale concertone rock che si svolge in Piazza San Giovanni, a Roma. Affollata da una massa enorme di giovani. Per una volta, insieme. Per una volta, visibili. Normalmente isolati, intermittenti, frantumati, custoditi, controllati. Normalmente invisibili. Come il lavoro.
La Repubblica 01.05.10

"Università in rivolta. L’alleanza dei precari. da Firenze a Siena", di Silvia Casagrande

Atenei a rischio paralisi. Sempre più ricercatori stanno aderendo alla mobilitazione contro il disegno di legge Gelmini di riforma universitaria e se decidessero di incrociare le braccia tutti (in Toscana sono 2.010, tra ordinari e precari), un terzo dell’attività didattica rimarrebbe scoperta. A Firenze hanno già aderito i ricercatori delle facoltà di scienze, architettura (70%) e scienze politiche (18 su 23). A Siena l’80% di quelli di ingegneria, 40 su60 a scienze e pare che anche medicina parteciperà allo “sciopero”. A Pisa per ora si sono mossi solo a Scienze politiche, dove i firmatari sono 23 su 25. Maggio è stato scelto per lanciare una settimana di mobilitazione, che si chiuderà il 21 con una manifestazione nazionale, perché è il mese della programmazione didattica per l’anno successivo. Ma senza la disponibilità dei ricercatori a insegnare, attività che per altro non compete loro per legge e viene svolta a titolo gratuito, molti corsi corrono il rischio di saltare, facendo andare in cortocircuito tutta la macchina universitaria. Una presa di posizione forte, ma da cui i ricercatori non intendono retrocedere. «Finché il Ministero non ritirerà o modificherà il disegno di legge», annuncia il rappresentante fiorentino della categoria Alberto Di Cintio. «La riforma sancisce il disimpegno economico dello Stato nei confronti degli atenei». A pagarne le spese, in massima parte, sono i ricercatori: «Non si risolve il problema del precariato – precisa Mauro Stampacchia di Pisa – anzi si istituzionalizza la figura del ricercatore a tempo determinato fino a un massimo di 6anni, dopodiché dovrà sperare di diventare docente, sennò dirà addio alla carriera». Il problema è che il reclutamento degli insegnanti va a dir poco a rilento. «Negli ultimi vent’anni sono stati fatti concorsi pari al5%dei potenziali candidati – spiega Enrica Bianchi di Siena – molti di noi vantano curricula eccellenti:non abbiamo paura di essere valutati. Anzi, sono anni che lo chiediamo ». La figura del ricercatore assunto, poi, è destinata a scomparire. E in fretta: chi ha più di40anni di contributi dovrà andare in prepensionamento coatto. Una misura che colpisce 48 accademici a Pisa e 35 a Firenze, ma che a Siena è stata neutralizzata tramite un parere legale che potrebbe diventare un modello nazionale. Sempre a Siena, è allo studio un ricorso alla Corte europea per fare chiarezza sullo status giuridico del ricercatore post-riforma. Per non rendere vana la protesta dei colleghi, molti professori rinunceranno a ricoprire incarichi didattici aggiuntivi. Non mancheranno di partecipare alla mobilitazione gli studenti, contrari datempo al ddl Gelmini che, tra le altre cose, abolisce il tetto massimo alle tasse universitarie, che così potranno essere innalzate a piacere: «È il ritorno all’università classista» conclude Di Cintio.
L’Unità 30.04.10

Steton, Ghizzoni: bene l’accordo ma il governo è assente

“Piano anticrisi della Regione e intervento degli enti locali hanno ridotto l’impatto”. L’on. Manuela Ghizzoni esprime soddisfazione per l’accordo raggiunto alla Steton. Ma non nasconde le sue preoccupazioni per una crisi pesante che colpisce lavoratori, famiglie e imprese. Ecco di seguito la sua nota.
«Alla vigilia della Festa del Primo Maggio, l’accordo raggiunto alla Steton ci consola, ma non cancella la nostra preoccupazione per una crisi pesante che colpisce lavoratori, famiglie e imprese. Anche questa volta il Piano anticrisi della Regione e l’intervento degli enti locali hanno ridotto l’impatto della crisi economica su lavoratori, imprese e famiglie.

A riprova che l’accordo siglato nella primavera del 2009 tra Regione Emilia-Romagna, Associazioni di Impresa e Sindacati resta l’unico strumento che consenta di tamponare gli effetti della crisi, mentre continuiamo a non avere una politica nazionale anticrisi degna di questo nome e in grado di mettere finalmente al centro il lavoro e la crisi economica e sociale.

Purtroppo siamo ancora una volta a chiederci dove sia il Governo. Servono interventi da parte dello Stato con politiche anticicliche e una riforma degli ammortizzatori sociali. Il Pd ha presentato una proposta di legge sulla riforma degli ammortizzatori sociali che prevedeva anche l’estensione della cassa integrazione. La proposta, in un primo tempo approvata in commissione Lavoro, ha trovato poi il parere contrario del Governo ed è stata stravolta. L’ennesima prova del disinteresse del Governo nei confronti del dramma che vivono ogni giorno milioni di famiglie colpite dalla crisi economica.

Proprio in questi giorni la Camera ha approvato il collegato lavoro. Il Governo è stato battuto, grazie ad un nostro emendamento, su uno dei punti per il quale anche il Presidente della Repubblica aveva chiesto correzioni, ossia l’arbitrato. Anche in questo caso il governo ha dimostrato di puntare più a ridurre le tutele dei lavoratori e a indebolirli, piuttosto che a risolvere i problemi del lavoro. Un bel modo per festeggiare il Primo maggio!”.

“Speriamo vi sia al più presto un’inversione di marcia nell’interesse del nostro Paese – conclude Ghizzoni – perché il Premier non può continuare a negare una crisi che rischia di travolgerci tutti. La Festa del Primo maggio sia l’occasione per rilanciare il tema del lavoro da mettere in cima all’agenda della politica».

I ricercatori: «Stop alle lezioni», di Roberto Ciccarelli

Dal prossimo ottobre rifiuteranno di tenere lezione e bloccheranno i corsi di laurea se nel disegno di legge Gelmini sull’università non cambieranno le norme che regoleranno la governance degli atenei, non saranno ritirati i tagli al fondo ordinario (Ffo) degli atenei e non saranno modificate quelle che ostacolano la carriera dei ricercatori e aggravano il precariato. Lo ha stabilito l’assemblea organizzata ieri alla Statale di Milano dai ricercatori universitari dei 72 atenei mobilitati contro il Ddl. «Se dovesse passare – afferma Alessandro Ferretti, fisico dell’università di Torino – rifiuteremo ogni incarico didattico non obbligatorio, limitandoci a tutoraggio e laboratori così come prevede la legge». La scelta di rinunciare alla didattica ricorda quanto è successo in Francia un paio d’anni fa quando i maitre-à-conference sospesero per un anno intero la didattica e gli esami. L’impressione è che abbia aumentato la forza contrattuale del movimento che ieri si è dotato anche di un coordinamento nazionale. Se ne sono accorti a Roma dove due giorni fa si è tenuto al Miur un incontro interlocutorio tra i ricercatori e Alessandro Schiesaro, il responsabile della segreteria tecnica che sta curando la stesura della legge. La conclusione che i partecipanti ne hanno tratto è che i tagli imposti dal Ministro dell’Economia Tremonti sono definitivi e porteranno nel 2011 ad una decurtazione del 14,7 per cento del finanziamento degli atenei. Questa situazione porterà nel giro di pochi mesi l’intero sistema al collasso. Già oggi, infatti, il costo degli stipendi del personale è superiore ai fondi ministeriali. L’università non è solo incapace di assumere nuovi ricercatori e di fare progredire la carriera di quelli strutturati, ma non potrà affrontare la gestione quotidiana al punto che molti atenei sono in bilancio provvisorio.
Nell’assemblea di ieri era diffusa la consapevolezza che l’Italia stia progettando la fine della propria università moderna. Contro questo scenario inquietante, ma realistico, i ricercatori propongono un contratto unico di ricerca garantito che abolisca il precariato garantendo le tutele giuridiche fondamentali ai più giovani; un ruolo unico della docenza, articolato su tre fasce, che permetta la progressione della carriera dei ricercatori a tempo indeterminato e la retribuzione di ogni impegno didattico ulteriore rispetto alla ricerca; un reclutamento straordinario previo rifinanziamento del sistema.
«Non siamo un movimento che si batte per la difesa dell’esistente e non chiediamo una sanatoria che faccia i ricercatori tutti associati – afferma Stefano Simonetta, membro del Cda della Statale di Milano e ricercatore in storia della filosofia medioevale – Puntiamo a fare emergere la contraddizione di un sistema che è sempre meno finanziato e si regge sul volontariato di migliaia di precari che non hanno voce e di altrettanti ricercatori che la Gelmini vuole mettere in esaurimento nel 2013».
I ricercatori mobilitati sono in media poco più che quarantenni entrati da poco in ruolo. Davanti a sé hanno ancora una trentina d’anni di carriera bloccata e la prospettiva di una pensione dimezzata rispetto all’ultimo stipendio. Da Ancona a Firenze, da Como-Varese a Bari, ciò che li unisce è la coscienza di essere finiti in un vicolo cieco. Una sensazione non molto diversa da quella che matura nel ceto medio italiano da quando è iniziata la crisi. Nei loro discorsi la precarizzazione delle aspettative professionali viene accompagnata sempre dalla certezza che un intero sistema è destinato al fallimento.
«La formazione che daremo agli studenti, e ai loro fratelli minori, sarà sempre peggiore – conclude Simonetta – Nei prossimi anni, dopo il pensionamento in massa degli ordinari, la faranno ricercatori sempre più anziani e demotivati insieme a precari sempre più precarizzati.». «Già oggi – ribadisce Pietro Graglia ricercatore a scienze politiche della Statale – copriamo il 40 per cento della didattica ufficiale, pur non essendo obbligati per legge a svolgere tale compito».
I numeri della protesta si allargano quotidianamente in particolare nelle facoltà scientifiche dove la maggioranza dei ricercatori ha già ritirato la propria disponibilità a tenere lezione. Lo stesso orientamento è stato confermato dai dati del sondaggio online diffuso in assemblea a primo mattino che ha raccolto le opinioni di 2363 docenti, ricercatori, precari e studenti in tutto il paese, 819 solo a Milano.
Tra i molti precari e studenti presenti all’assemblea, c’era Ilaria Agostini del coordinamento ricercatori precari di Firenze e Torino che ha auspicato un’alleanza tra ricercatori, precari e studenti per riformare l’università in maniera solidale. “Dobbiamo evitare una guerra tra poveri. Mi auguro che questa mobilitazione non resti prigioniera di rivendicazioni corporative”. Un rischio paventato anche dai ricercatori a tempo indeterminato che preferirebbero allargare la mobilitazione al diritto allo studio e alla creazione di un sistema di welfare per studenti e precari. Questa possibilità di alleanza potrà essere verificata il prossimo 18 maggio quando le associazioni della docenza hanno convocato una giornata di mobilitazione negli atenei e il giorno successivo quando il movimento si è dato appuntamento ad un presidio davanti al Parlamento.
Il Manifesto 30.04.10

Scuole, Pd: deroghe a tetto 30% dimostrano che i presidi sono più avanti della Gelmini

Ghizzoni: ministro ci dica dove sono finiti i fondi per l’integrazione. “È la dimostrazione che la scuola italiana è molto più avanti della rappresentazione becera che ne vorrebbe fare il ministro Gelmini”. E’ quanto dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni commentando le motivazioni che hanno consentito ad una quota rilevante di istituti scolastici lombardi di ottenere la deroga al tetto del 30% di alunni stranieri per classe. “E’ anche la dimostrazione che i modelli di integrazione, al di la delle quote, ci sono e sono efficaci e che tutta l’enfasi mostrata dalla Gelmini e dal governo sul tetto del 30% era dettata esclusivamente da ciniche ragioni politiche, per non dire elettorali. Resta piuttosto il tema delle risorse. Oltre ai tagli insostenibili si somma anche il mistero dei 20 milioni annunciati per finanziare i progetti di integrazione e di insegnamento della lingua italiana per gli stranieri? Su questo tema presenteremo una interrogazione parlamentare perché affrontare il problema degli stranieri nelle scuole senza mettere neanche un euro è pura demagogia”.

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Il comunicato dell’On Ghizzoni è in risposta alle dichiarazioni sotto riportate della Ministra Gelmini

SCUOLA: GELMINI ‘LOMBARDIA VIRTUOSA,TETTO IMMIGRATI 84% ISTITUTI’ =
(AGI) – Roma, 29 apr. – Dal prossimo anno scolastico in Lombardia “nell’84 per cento delle scuole ci sara’ una distribuzione piu’ equilibrata di alunni stranieri nelle classi che favorira’ concretamente l’integrazione”. Lo riferisce in una nota il ministro dell’Istruzione, la Ricerca e l’Universita’ Mariastella Gelmini. Dai primi dati comunicati dall’Ufficio scolastico regionale della Lombardia, riferisce Gelmini, “emerge che solo il 16% delle scuole ha derogato al tetto del 30% di alunni stranieri per classe. Grazie al lavoro preventivo degli uffici scolastici provinciali dunque, solo alcuni istituti hanno chiesto la deroga che, come previsto dalla normativa, e’ stata concessa”. Si tratta, ha concluso il ministro, “di un primo successo di un provvedimento che sara’ operativo dall’anno prossimo per evitare la formazione di classi ‘ghetto’ e favorire l’integrazione a partire dalle scuole”. (AGI) Com/Gav 292057 APR 10