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"Casa con vista: scoppia il caso Scajola", di Mariagrazia Gerina

La discrezione è tutto. Nella tranquillità della via sormontata dalla Torre degli Annibaldi, dove un tempo venivano barbaramente appese le mani dei ladri, l’unica traccia della presenza del ministro sono le sue iniziali, «C. S.», sul citofono dell’unica palazzina moderna incastonata nella collina di via del Fagutale. Nascosta tra i cespugli una targa ricorda che qui Sordi ha girato «Un americano a Roma». «All’attico c’abita Lory del Santo», s’improvvisa cicerone un tassista. «E pure Raoul Bova».
La vista, comunque, davanti mozza il fiato: le arcate del Colosseo, l’Arco di Costantino. Via dei Fori imperiali è appena 49 gradini più in basso. Dietro casa, la splendida chiesa di San Pietro in Vincoli. Un angolo di paradiso che Scajola divide i vicini frati di San Francesco Di Paola e con gli studenti della bellissima facoltà di ingegneria. Il ministro giura che per comprarlo ha acceso un muto di quasi 600 mila euro. Ma, secondo la procura di Perugia, l’architetto Zampolini ci avrebbe aggiunto ottanta assegni, 900mila euro, provenienti dalla cricca di Anemone e Balducci, versati direttamente alle vecchie proprietarie.

Al citofono di «C.S.» non risponde nessuno. Il ministro, dal mattino, è nel suo studio al ministero di via Veneto. Asserragliato. Le telecamere aspettano in strada una sua dichiarazione. Macché. Il ministro non si fa vedere nemmeno al convegno sul ritorno al nucleare, che si tiene nel palazzo affianco. Nel mezzo della bufera, all’interno del palazzone ministeriale si alternano monsignor Paglia, vescovo di Terni e di Sant’Egidio. E il consigliere politico del ministro, Ignazio Abrignani. Vanno e vengono frati e prelati. I rapporti con le gerarchie ecclesiastiche, da ex dc, Scajola li ha sempre curati con attenzione. Tanto che nel 2004 monsignor Crescenzio Sepe fece di tutto perché sua moglie, esperta d’arte, fosse inserita nel Comitato scientifico del museo che sarebbe dovuto sorgere nel palazzo della Propaganda Fide a piazza di Spagna. Proprio quel progetto per cui Sepe si era rivolto al fidatissimo Balducci, ma che, nonostante i tanti soldi spesi dallo Stato, non andò mai in porto.
Da via Veneto, l’unica cosa che trapela, poco prima di pranzo, è una nota che parla di «oscuri manovratori» e di «violenza che colpisce il mio privato» e comunica lo suo stato d’animo del ministro. Essere finito nelle carte dell’inchiesta sulla cricca Anemone lo considera nel novero delle «cose incomprensibili che nella vita possono capitare». «La mia coscienza – dice – è pulita, proseguo con la massima serenità il mio lavoro». I suoi ripetono che di quegli assegni il ministro non sapeva nulla. La nota nel merito non ci entra nemmeno: «per rispetto alla Magistratura».

Il resto della giornata scorre in apnea, fino alla benedizione del premier, che il ministro va a raccogliere a Palazzo Grazioli, mentre su di lui si scatena la bufera. Da una parte, la presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro chiede che Schifani chiami Scajola in parlamento a chiarire la vicenda. Dall’altra, Di Pietro che davanti a «un ministro della Repubblica che avrebbe ricevuto assegni nell’esercizio delle sue funzioni per comprare immobili con modalità non lecite» invoca già le dimissioni. L’idea – dicono i suoi – avrebbe sfiorato lo stesso Scajola. «Non ti preoccupare, finirà tutto in una bolla di sapone», lo rassicura Berlusconi, nel tu-per-tu a Palazzo Grazioli, mentre il resto del Pdl fa quadrato: «Le accuse sono inconsistenti – lo incoraggia il premier -, vai avanti così, devi stare sereno, sono con te».

L’Unità 30.04.10

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“Spiegare o dimettersi”, di MASSIMO GIANNINI

Non è una buona notizia per la democrazia sapere che un ministro della Repubblica è finito nell’inchiesta sulla “cricca” del G8 all’Aquila. Per questo, da garantisti, ci auguriamo che il coinvolgimento di Claudio Scajola in quella brutta storia di corruzione e malaffare si risolva in una “bolla di sapone”, come si è affrettato a scommettere il premier. Ma gli elementi a carico del ministro sembrano pesanti: secondo i pm, ci sono le prove testimoniali che Scajola avrebbe usato gli assegni circolari messi a disposizione da Anemone (non si sa a che titolo) per comprare un appartamento a due passi dal Colosseo.

Profili giudiziari a parte, c’è un obbligo di chiarezza al quale un servitore dello Stato non può sottrarsi. Se il ministro si ritiene vittima di “un’intimidazione”, non può limitarsi a parlare di “attacco inspiegabile”: ha il dovere di spiegare se la compravendita immobiliare che lo riguarda è vera o è falsa. Se è convinto che dietro ci sia un misterioso “disegno preordinato”, non può limitarsi a evocare “oscuri manovratori”: ha il dovere di spiegare ciò che sa di questo “complotto” e chi sono i “complottisti”. Ma se invece non è in grado di fornire al Paese queste spiegazioni, Scajola ha invece un altro dovere: dimettersi. Si chiama etica della responsabilità, ed è l’essenza della ragion politica.

La Repubblica 30.04.10

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"Scuole senza soldi. La tentazione del “sei” politico", di Flavia Amabile

Non ci sono soldi, dunque niente corsi di recupero nelle scuole. E che cosa accadrà agli studenti meno bravi? Il sei politico a tutti, oppure tutti bocciati?
A lanciare l’allarme sono i dirigenti di un liceo scientifico statale di Roma, il Keplero. Il responsabile del Keplero, Antonio Panaccione, ha preso carta e penna e ha indirizzato al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, una lettera aperta che punta i riflettori sulla «drammatica realtà di scuole senza soldi per sopravvivere» e sull’impossibilità di fare corsi integrativi.
«A giugno prossimo – scrive il dirigente scolastico – saremo obbligati ad applicare, completamente disarmati, le nuove disposizioni del governo in merito alla valutazione finale e all’ammissione delle classi quinte agli esami di Stato 2009-10. Di fronte al tradizionale alto numero di alunni che non avranno raggiunto la sufficienza in ogni materia, i Consigli di classe avranno solamente due possibilità, entrambe assurde: bocciare molti allievi o regalare tanti 6 politici».
L’iceberg
Il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, avverte che «l’allarme lanciato dal preside del liceo romano Keplero non può e non deve restare inascoltato. È evidente che questo episodio è solamente la punta di un iceberg».
Infatti anche al liceo scientifico Mamiani di Roma hanno lo stesso problema e sono costretti ad affidarsi al contributo volontario delle famiglie per garantire agli studenti la possibilità di recuperare.
«Quest’anno – spiega il preside del Mamiani, Cosimo Guarino – faremo i corsi di recupero solo grazie a una nostra oculata gestione delle risorse: per i docenti interni utilizzeremo il fondo d’istituto, per quelli esterni il contributo volontario delle famiglie. Quasi tutti i genitori ci versano con grande responsabilità un contributo volontario di 100 euro annui, ma la situazione non è più sostenibile. Il ministero è insolvente».
Bancarotta
Le scuole italiane «sono alla bancarotta e i nodi vengono finalmente al pettine», sottolinea la responsabile Scuola del Pd, Francesca Puglisi. Il vice presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp), Mario Rusconi, avverte: «Siamo a corto di denaro, è vero, ma non si prendano iniziative che ricadano negativamente su famiglie e studenti».
Ma il ministero della Pubblica istruzione ridimensiona l’allarme. «Il contributo di circa 50 milioni di euro per le scuole indirizzato ai corsi di recupero è stato stanziato e a breve sarà a disposizione degli istituti come ogni anno. L’atteggiamento pretestuoso di qualche dirigente scolastico – afferma il ministero in una nota – è del tutto ingiustificato ed è finalizzato forse a ottenere solo una maggiore visibilità personale».
La Stampa 30.04.10

"L'ora delle vendette del partito dell'amore", di Curzio Maltese

Con il manganello in una mano e il pugnale nell’altra, il partito dell’amore ha lanciato la stagione delle vendette. Obiettivo Gianfranco Fini e i suoi. Tutto scontato e avvilente come sempre. Ogni mattina il Giornale di famiglia, rovistando nella spazzatura, offre una variante del linciaggio al presidente della Camera.
Con notevole faccia di tolla, come si dice dalle sue parti, il premier finge di dissociarsi. Lo stesso Giornale, giorni fa, annunciava guarda caso che le epurazioni sarebbero cominciate da Italo Bocchino: «Sarà il primo a perdere la poltrona».
Puntuale è arrivato il siluro al vicepresidente del gruppo parlamentare del Pdl, che si è dimesso, con gesto inusuale. Con gesto ancora più inusuale, ha denunciato le pressioni personali di Berlusconi. Il presidente del consiglio l´avrebbe chiamato al telefono per dissuaderlo dal partecipare come ospite a Ballarò, proferendo minacce del tipo «farai i conti con me» e «io t´infilzo». A dar retta a Bocchino insomma avremmo un capo del governo che parla come un boss della ´ndrangheta. E meno male che Gomorra e la Piovra «danneggiano l´immagine dell´Italia all´estero». Ma a parte lo stile, stavolta c´è un enorme problema di sostanza: alla prima prova di confronto pubblico, il Partito del Popolo delle Libertà dimostra di essere peggio di una caserma. Chi non è d´accordo col Capo è fuori. Questo, oggi, dimostrano lo strappo di Fini e il caso Bocchino: nel Pdl c´è un enorme problema di democrazia interna. Era ovvio, nella dimensione del pensiero unico berlusconiano che prevede il consenso, predilige l´assenso, ma non può mai tollerare il dissenso.
C´è qualcosa di irrazionale, ma diciamo pure di follemente umorale, nella reazione del premier alle mosse di Fini. Del tutto prevedibili, da settimane, mesi e forse anni. Gianfranco Fini fa politica da una vita, ha vent´anni meno di Berlusconi, guarda avanti e vede una destra «normale», europea. Quindi, si muove di conseguenza. Non c´è quasi nulla di personale nella sua ribellione e questo rende molto efficaci gli argomenti del presidente della Camera. Berlusconi non fa più politica da anni. E´ soltanto una macchina elettorale. Al principio aveva una vaga idea di cambiare l´Italia, in qualche modo. Ma, l´ha abbandonata da tempo. Le riforme, promesse da quindici anni, sono ridotte a uno slogan da sfoderare a ogni vigilia elettorale e da rimettere subito nel cassetto il giorno dopo l´incasso di voti.
Le uniche cose che continuano a eccitare Berlusconi, al di là di vicende private, sono le vendette sui magistrati sotto forma di legge e l´ascesa al Quirinale, impossibile alle condizioni attuali. La totale assenza di un progetto politico qualsiasi da parte del leader si riflette sul partito. Il Pdl è più di plastica e più «personale» di quanto non fosse Forza Italia. Alla fine, nel partito azienda, per anni si sono confrontate anime diverse: gli ex democristiani alla Pisanu, gli ex craxiani, i laicisti radicali, i liberali storici come il professor Martino. Eppure si trattava di un partito inventato di sana pianta nelle riunioni ad Arcore, con i dirigenti selezionati da Marcello Dell´Utri a partire dai quadri di Publitalia, nato intorno al solo slogan «Berlusconi for president». In definitiva, una protesi del leader.
Il Pdl nasce invece come «partito federale», dalla fusione di Forza Italia e An, con due fondatori e, in teoria, un´ampia varietà di posizioni. Tuttavia si è rivelato paradossalmente assai meno libero e assai più anti-democratico di Forza Italia. I nuovi gerarchi importati da An, come Gasparri e La Russa, o presi sul mercato politico, come l´ineffabile ex mangiapreti Capezzone, si sono segnalati per un servilismo superiore a quello dei vecchi cortigiani del partito azienda. Neppure nei palazzi di Mediaset il capo aveva mai ottenuto una simile unanimità. Fedele Confalonieri o Gianni Letta, al confronto, sembrano guerriglieri.
Quanto poteva resistere in questa gabbia uno come Gianfranco Fini? Due anni gli saranno già parsi un´eternità. La ribellione di Fini a Berlusconi è il fatto più ovvio accaduto nella politica italiana negli ultimi anni. Com´è accaduto allora che soltanto Berlusconi e la sua corte ne siano rimasti sorpresi, al punto da annaspare oggi fra lagne puerili, maldestre vendette e grottesche campagne a mezzo stampa? Quale livello di dilettantismo politico, narcisismo e mitomania, allignano dunque nella banda che governa i destini del Paese? Fini pone questioni politiche serie, Berlusconi risponde con slogan. Ridotti come siamo, vinceranno sempre gli slogan. Chissà però a quale prezzo.

La Repubblica 30.04.10

"La Germania non parli solo tedesco", di Piero Fassino

Caro direttore,
«In un’Europa senza leader, la Germania è l’unica a esercitare una leadership: e, dunque, non si può che accettarne le condizioni». Gian Enrico Rusconi (La Stampa, 28 aprile) con esercizio di crudo realismo dice certamente una scomoda verità, che tuttavia non è priva di conseguenze.
A preoccupare non è il richiamo duro e severo della Merkel perché ogni Paese rispetti puntigliosamente le regole che presiedono alla stabilità dell’euro. Tutti, infatti, siamo consapevoli di quanto sia necessario evitare che la moneta europea sia travolta dalla bufera che da mesi investe le economie e i mercati finanziari.

Né è motivo di stupore la fermezza con cui Berlino chiede ad Atene l’adozione di provvedimenti strutturali drastici e incisivi, onde evitare che l’aiuto prestato dall’Europa sia vano. Sollecitazione più che fondata, visto che al severo piano di austerità proposto coraggiosamente dal primo ministro greco Papandreou si sono contrapposti vaste proteste popolari e uno sciopero generale il 5 maggio.

Quel che colpisce sono gli argomenti offerti all’opinione pubblica tedesca e soprattutto la traduzione popolare che se ne è data: «Non saremo noi tedeschi a pagare i debiti e le bugie dei greci, che – come i portoghesi, gli spagnoli, gli italiani – hanno il vizio levantino di lavorare poco e spendere troppo». Basta scorrere i titoli e gli articoli di gran parte della stampa tedesca – in testa la popolare Bild, più di 5 milioni di copie giornaliere – per rendersi conto di quanto la vicenda greca faccia riemergere vecchi pregiudizi, dannosi stereotipi e stolidi luoghi comuni.

Insomma: quel che colpisce nell’atteggiamento tedesco è il ripiegamento, culturale prima ancora che politico, su una concezione miope e velleitaria dell’interesse nazionale. E se è assolutamente vero che l’integrazione europea non fa venire meno l’esistenza e lo spessore degli interessi nazionali, è altrettanto vero che l’Ue è stata pensata e voluta per collocare quegli interessi in un orizzonte più ampio, con la consapevolezza che il comune destino delle nazioni europee richiede che a problemi comuni si diano risposte comuni.

Peraltro è curioso come in Germania governo e opinione pubblica abbiano dimenticato che l’unificazione tedesca si poté realizzare grazie a una forte solidarietà – non solo politica, anche finanziaria – dell’intera Europa, che accettò la forzosa parità 1 a 1 tra marco occidentale e marco orientale e assecondò la politica di più alti tassi di interesse praticata dal Tesoro tedesco per raccogliere le risorse necessarie all’enorme sforzo di integrazione della ex Ddr. Politiche che ebbero non piccola incidenza sulla finanza pubblica degli altri Paesi europei e sui loro deficit.

Ma a parte questa considerazione, davvero le autorità tedesche pensano che la stabilità dell’euro e del mercato unico si difenda abbandonando al proprio destino i Paesi in difficoltà, oggi la Grecia e magari domani il Portogallo o la Spagna? Tanto più se si considera che lo sforzo richiesto alla Germania a favore della Grecia – un prestito di 8,4 milioni di euro – è di dimensioni certo non insostenibili per la forza della principale economia del continente.

Per questo non può non allarmare che a Berlino ci si arrocchi nella convinzione che dalla crisi ci si possa difendere meglio da soli o in pochi. E’ quel rischio di «rinazionalizzazione dell’Europa» di cui abbiamo avuto molti segni in questi anni: il cammino lungo e sfibrante del Trattato di Lisbona; il netto prevalere nella gestione della crisi della dimensione intergovernativa sulla dimensione comunitaria, plasticamente evidenziato dalla sostanziale marginalità della Commissione a vantaggio della centralità del Consiglio Eurozona e dell’Ecofin; e lo stesso piano di salvataggio ipotizzato per la Grecia, in cui l’Unione Europea è semplicemente la cornice di un intervento del Fondo Monetario Internazionale sostenuto da prestiti bilaterali di singoli Stati europei.

Peraltro, che in Europa tiri una brutta aria per l’integrazione europea ce lo hanno detto gli esiti elettorali che, negli ultimi anni, hanno visto in ogni Paese del continente crescere i consensi per movimenti e partiti antieuropei e nazionalisti (e spesso xenofobi). Ultimo esempio i 48 (!) seggi conquistati nelle elezioni ungheresi di domenica scorsa dal movimento populista Jobbik.

La Stampa 30.04.10

"Pio La Torre, 28 anni dopo: ma quanti ricordano?", di Giorgio Frasca Polara

La mattina del 30 aprile 1982, in un agguato mafioso (commissionato dalla cosca Riina-Greco-Provenzano, tutti acciuffati tanti anni dopo), erano assassinati a Palermo il dirigente e parlamentare comunista Pio La Torre ed il suo stretto collaboratore Rosario Di Salvo. Li avevano trucidati con raffiche di mitraglietta e diecine di pistolettate. Una infame vendetta contro l’uomo che con intelligenza, con determinazione e con enorme coraggio aveva voluto lasciare la segreteria nazionale del partito e si apprestava anche ad abbandonare il seggio a Montecitorio per tornare nell’Isola – lui che un ruolo di dirigente politico nazionale se l’era guadagnato con le grandi lotte contadine del dopoguerra, nella campagna contro la base missilistica di Comiso, nella intransigente battaglia contro il gruppo di potere dc che aveva massacrato la sua città e che a sua volta verrà ferocemente eliminato – e qui riassumere l’incarico di segretario regionale del Pci nella consapevolezza della gravità della situazione siciliana. Parlo della terribile stagione di attentati politico-mafiosi che spazza via presidenti di regione e prefetti, ufficiali dei carabinieri e vicequestori, altissimi magistrati e giornalisti.

Il ritorno a casa di Pio aveva messo in allarme molte centrali, in primo luogo quelle del crimine. Tutti sapevano che all’Antimafia e in Parlamento si stava lavorando per trasformare in norme operative una sua proposta, devastante non solo per le cosche siciliane ma anche per ‘ndrangheta e camorra: non solo l’istituzione ex novo del reato di associazione mafiosa a delinquere, ma anche e soprattutto (letteralmente una “invenzione” di La Torre) la legge sul sequestro dei beni illegalmente acquisiti dalla criminalità organizzata. L’agguato non darà tempo a Pio La Torre di vedere definite e messe nero su bianco le sue proposte (ci penserà, con grande tempestività e assoluta onestà, il ministro dell’Interno pro-tempore, Virginio Rognoni), ma le bande criminali scontano ancora oggi, e continueranno a scontare, gli effetti di quelle intuizioni diventate leggi dello Stato appena quattro mesi dopo l’agguato.

Sia chiaro: pur scontato (senza retorica) che il sacrificio straordinario e in qualche misura preveggente di Pio non è stato vano, non è invece affatto scontato ricordarne continuamente lo spirito di abnegazione che sottende. Quanti ricordano qualcosa di Pio? Quanti sanno, tra i giovani, o ricordano, tra i meno giovani, di quanto sangue (non quello dei criminali, per carità, ma di capilega e braccianti, di dirigenti politici, di imprenditori che dicevano no al pizzo) è bagnata questa Sicilia considerata anche da intellettuali illuminati come “irredimibile”?

www.libertaegiustizia.it

"Non ho soldi, li boccio tutti?" Un preside scatena la protesta, di Salvo Intravaia

La lettera del dirigente di un liceo romano alla Gelmini: “Niente fondi per i corsi di recupero”. Esplode un problema causato dai tagli e che sta mettendo in crisi moltissime scuole. Nel 2008 vennero stanziati 95 milioni per 735mila studenti. Sei politico a tutti gli studenti per mancanza di fondi per i corsi di recupero. O tutti bocciati. Il preside del liceo scientifico Keplero di Roma scrive una lettera aperta al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, prospettando queste due ipotesi. Un modo per scatenare una protesta e far emergere il disagio comune a moltissime scuole dopo i tagli della Gelmini. Ma ce ne sarebbe una terza, che il dirigente scolastico esclude: fare pagare alle famiglie i corsi estivi. Come accadrà a all’istituto Fermi di Verona che farà pagare 100 euro per ogni corso di recupero di 15 ore.

LEGGI LA STORIA 1

“La rigorosità di preparazione scolastica complessiva richiesta dalle nuove norme cozza fragorosamente – scrive il preside Antonio Panaccione – con la drammatica realtà di scuole senza soldi e sostegno per sopravvivere. A giugno prossimo – prosegue nella missiva inviata all’inquilino di viale Trastevere – saremo obbligati ad applicare, completamente disarmati, le nuove disposizioni del Governo in merito alla valutazione finale e all’ammissione delle classi quinte agli esami di Stato 2009/10”.

Nel 2008 per i corsi di recupero furono stanziati 95 milioni, che nel 2007 – quando l’allora ministro Fioroni ripristinò le “rimandature” a settembre – ammontavano a 210 milioni. Ora, con un unico finanziamento complessivo per diverse attività i fondi sono drasticamente calati e le scuole non sanno che pesci prendere. Negli ultimi due anni la quota di ragazzi “rimandati” a settembre in una o più discipline è stata vicina al 29 per cento, pari a circa 735 mila studenti alle prese con le lezioni estive.

“Per fare i corsi integrativi di recupero, tanto necessari per i più deboli e svantaggiati – spiega il preside -, ci vorrebbero almeno quei finanziamenti certi, tempestivi e mirati dello Stato previsti dal decreto ministeriale n. 80 del 3 ottobre 2007 (art. 10 sul capitolo 1287) già elargiti nel 2008 e 2009, ora invece eliminati o peggio girati alle scuole private”.

www.repubblica.it

"Ricercatori, la protesta dilaga rischio blocco in tutti gli atenei", di F.V.

La protesta dei ricercatori universitari contro la riforma Gelmini, scoppiata nelle facoltà scientifiche della Statale, ha raggiunto tutti gli atenei milanesi. Alla Bicocca, nei consigli di facoltà di Scienze della formazione e Psicologia, professori ordinari e associati hanno espresso ufficialmente la loro solidarietà ai ricercatori, che minacciano di «rifiutare ogni incarico didattico non obbligatorio» se la riforma diventerà legge. Che equivale a dire, di fatto, che non si terrà più lezione. E che, di conseguenza, dal prossimo settembre si bloccheranno i corsi di laurea. Al Politecnico un gruppo di ricercatori si è riunito per discutere «azioni da intraprendere contro un provvedimento che cancella la nostra esistenza». Il problema è sentito a livello nazionale. Oggi alle 10.30, nel polo scientifico della Statale a Città Studi, in via Colombo, si incontreranno ricercatori di 27 atenei, dalla Sapienza di Roma all´università di Lecce, per studiare un documento comune con l´obiettivo di mettere pressione al governo e convincerlo a fare marcia indietro.
Le preoccupazioni dei ricercatori si basano sul fatto che il documento licenziato dal ministero dell´Istruzione – che il 18 maggio andrà al voto del Senato ed entro settembre approderà alla Camera – introduce la figura del ricercatore a tempo determinato in carica sei anni, che al termine del periodo dovrebbe diventare professore associato (se ci sono soldi per assumerlo) o ricevere il benservito e andare a casa. Ma nella bozza non si menziona chi già oggi fa ricerca, e non si indicano le risorse con cui verranno pagate le eventuali progressioni di carriera. In più, si cancella la presenza dei ricercatori negli organi di governo degli atenei. «La riforma è tanto più grave se si tiene conto dei tagli all´università previsti dalla Finanziaria del 2008 – dice Stefano Simonetta, 42 anni, ricercatore a Lettere e membro del Cda della Statale – con gli atenei senza soldi, non solo ogni progresso di carriera sarà impossibile ma gli atenei non riusciranno nemmeno a chiudere i bilanci». La Finanziaria di quest´anno (la cui approvazione è attesa per l´autunno) potrebbe infatti confermare i tagli per 1,6 miliardi di euro in tutta Italia previsti due anni fa dalla legge di bilancio.
La minaccia dei ricercatori non lascia indifferenti i vertici delle università. Ieri a Roma la Crui, ovvero la conferenza dei rettori italiani, presieduta dal rettore della Statale Enrico Decleva, ha passato in analisi il progetto di riforma. E Marcello Fontanesi, capo della Bicocca, già da tempo ha annunciato ai suoi 412 ricercatori che sosterrà la loro causa «nelle sedi opportune». La speranza è che si eviti di arrivare ad un muro contro muro che paralizzerebbe le università. I numeri della protesta sono infatti sempre più importanti: a Lettere e Filosofia si dicono pronti a non fare più lezioni “non dovute da contratto” (cioè tutte) 53 dei 93 ricercatori. E se ad Agraria (sempre in Statale) tutti i ricercatori sono pronti allo stop della didattica, in alcune facoltà della Bicocca si conta di non consegnare nemmeno i programmi didattici: primo, tangibile passo verso il rifiuto di presentarsi in aula. «Speriamo di non dovere arrivare a tanto – dice Silvia Vignato, ricercatrice a Scienze della formazione in Bicocca – amiamo il nostro lavoro e vogliamo che l´università viva. Ma di fronte a una riforma che ci condanna a sparire, dopo tanti anni di sacrifici, non possiamo stare a guardare».

La Repubblica Milano 29.04.10