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Zavoli: "La credibilità è crollata non si rispettano autonomia e qualità", di Goffredo De Marchis

Il caso Ruffini è solo la punta dell’iceberg. La Rai è ormai “una pulzella promessa” che dice sì “alle pretese di tutti i pretendenti”. La commissione di Vigilanza vede “distorti” da Viale Mazzini i suoi atti di indirizzo e viene da chiedersi se “la sua autorevolezza possa risolversi in un rito esortativo”. Il quadro descritto da Sergio Zavoli, popolarissimo giornalista tv, senatore del Pd e presidente della commissione parlamentare che vigila sulla Rai, ha contorni drammatici. Con la gestione dell’attuale centrodestra, la tv di Stato non rispetta più niente: la sua autonomia, la sua capacità di critica, “neppure i vecchi, prudenti linguaggi”.

Una delibera del cda disattesa, una soluzione che non accontenta nessuno. E Ruffini dice: contro di me c’è una discriminazione politica. È così?
“In Rai c’era e c’è un problema di fondo: l’assenza, o l’imperfezione, o il rifiuto della regola. La quale viene prima del consenso. Ne consegue che il pacta sunt servanda, così spesso trasgredito, rischia d’essere una citazione sapienziale ormai a buon mercato. Ma nel caso nostro va anche detto che quando i patti non sono rispettati la prima causa cui doversi richiamare non è tanto la regola quanto l’idea che un “servizio pubblico” – ignorando la doverosità, la puntualità e la funzionalità del suo compito – possa impunemente tradursi in un grave danno inferto alla credibilità dell’istituzione”.

Ruffini ha avuto una collocazione adeguata?
“La sua è una vicenda che nessuna grande organizzazione imprenditoriale può permettersi: ciò che è successo si sottrae a valutazioni di principio, men che meno manageriali. È la licenza di un’azienda che sta smarrendo una sua autonoma facoltà critica”.

Sia lei sia Paolo Garimberti, presidenti di garanzia, avete molte difficoltà ad esercitare le vostre funzioni. Quale ruolo può avere la minoranza schiacciata dalla logica dei numeri?
“Poter esercitare un legittimo potere con la forza dei numeri non esclude affatto il coinvolgimento dell’opposizione. Non ricorro all’abusato argomento della dittatura delle maggioranze: mi limito a dire che rinunciare all’allargamento del consenso è una pregiudiziale abdicazione a un ulteriore tasso di democrazia, che conferirebbe un’aria di vaga infondatezza al proposito di coinvolgere l’opposizione nelle riforme”.

Basterebbe una riforma della Rai per tirar fuori la politica da Viale Mazzini?
“Per tirar fuori la politica dalla Rai – s’intende dall’occupazione dell’azienda – occorre cominciare da una Rai che voglia tirarsi fuori da una sua ormai insostenibile, paradossale contraddizione. Questa è radicata nella più comoda e reciproca delle garanzie: il compromesso – poco nobile intellettualmente, culturalmente, aziendalmente – rinnovabile a ogni cambio di governo attraverso il citatissimo spoil system, ma soprattutto quella ingegneria combinatoria che si chiama “lottizzazione”, la più pigra e matematica delle soluzioni adottate con il consenso dell’azienda. Il pluralismo non è una somma di “legittime faziosità”. Perciò la storia e il prestigio della Rai meritano un colpo d’ala anche al suo interno. Comunque, il primo passo spetta alla politica. Dovrà opporsi all’idea ormai invalsa di un’azienda che non rispecchi i principi dell’autonomia e della responsabilità, della competenza e della qualità”.

La commissione non ha gli strumenti per intervenire?
“Le giro io un’altra domanda: è ragionevole credere che la Commissione possa fare un “miracolo” al giorno (tranne quando la disputa partitica obbedisce a specialissimi input, come è successo di recente nella controversia sui talk show) se, non avendo poteri vincolanti, il suo indirizzo può essere disatteso dall’azienda, oppure distorto, vanificando così ogni effetto riparatore della commissione? Noi abbiamo fatto dei seminari e caveremo dei materiali per rispondere ai problemi della qualità e del pluralismo. Ma si pone un legittimo interrogativo sull’autorevolezza di un organismo parlamentare, per giunta bicamerale, che non può certo risolvere il suo ruolo in un rito esortativo”.

Al Tg1 i giornalisti sono sul piede di guerra contro Minzolini, le intercettazioni di Trani dimostrano le pressioni del Cavaliere sulla Rai. È la notte della tv di Stato?
“Andiamo con ordine. La più grande testata italiana, sottoposta a varie scosse telluriche, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare, insieme con la sua identità, una parte dell’ascolto tradizionale. Intercettazioni: voglio credere che il ministro Alfano sia disposto a ripensare le norme del suo disegno di legge, in discussione al Senato, lesive della libertà di cronaca e del diritto-dovere di informare. Trani: quelle telefonate si commentano da sole, non occorre che aggiunga altro, se non una personale amarezza”.

La Repubblica 28.04.10

"La Gelmini, il tempo pieno e le mani in tasca a 3500 famiglie milanesi", di Pippo Frisone

Sono all’incirca 3.500 le famiglie milanesi alle quali è stato negato il Tempo Pieno. Le 148 classi a Tempo Pieno chiesti dalle scuole sono state rispedite al mittente e trasformate d’autorità, contro la volontà delle famiglie, a tempo normale. Così a fronte di un tempo scuola di 40 ore riceveranno in cambio, se va bene, un tempo scuola di 27 ore, con tutti i disagi e le difficoltà per quelle famiglie che è facile immaginare.

I tagli agli organici nella primaria voluti dalla Gelmini e messi in atto da Colosio non avranno soltanto questo devastante effetto.Quando i tagli sono sconsiderati , colpiscono alla cieca al solo scopo di fare cassa, come la finanziaria dello scorso anno ha caparbiamente voluto per un triennio ( 2009/10-2011/12 ). La relazione tecnica al fantomatico Piano Programmatico, a dire la verità, puntava per realizzare i tagli nella primaria , soprattutto nell’eliminazione della precedente organizzazione modulare, di gran lunga quella prevalente in Italia.

Il Tempo Pieno, nelle regioni a maggior diffusione come la Lombardia raggiunge appena il 47%, solo grazie allo straordinario apporto della provincia di Milano, dove supera addirittura il 92% delle classi. La relazione tecnica non toccava affatto il tempo pieno anche se poi ambiguamente il regolamento aboliva ogni tipo di compresenza all’interno di ogni modello di tempo scuola, mettendo a forte rischio l’impianto pedagogico innovativo. Si puntava, inoltre, all’eliminazione degli insegnanti specialisti d’Inglese, 4.500 nel 2010/11 e altrettanti nel 2011/12. Altra leva per tagliare gli organici erano l’aumento degli alunni per classe a 26/27, l’inserimento di più handicappati nelle classi, l’aumento del rapporto alunni/posti .

La Gelmini, dopo aver sbandierato ai quattro venti lo scorso anno che la sua riforma non avrebbe toccato il tempo pieno, ma che, anzi lo poteva incrementare fino al 50%, quest’anno ha dovuto fare marcia indietro. Non solo non garantisce l’espansione, come nel caso concreto di Milano, ma addirittura si mettono i tetti al tempo pieno, come fa la circolare sugli organici, retrodatandoli al 2008/09 !!! Ma quando i tagli colpiscono alla cieca, come sta avvenendo quest’anno, non viene salvaguardato nemmeno il tempo pieno all’interno di quel tetto ! Ancora una volta si fa saltare l’automatico raddoppio dei docenti sulla stessa classe a tempo pieno. Delle 44 ore docenti se ne garantisce al massimo 41, il che tradotto in cifre significa ridurre almeno tre unità di organico in ogni scuola col tempo pieno.

I tagli a qualunque costo, nonostante il forte incremento di classi e alunni (+ 4.029 in Lombardia di cui +1.923 a Milano) hanno una sola traduzione “politica” che spiega la mano pesante che si è voluta tenere nei confronti di quelle regioni del nord in crescita demografica. Un contesto sociale non ancora degradato economicamente avrebbe sopportato meglio una distribuzione diseguale dei tagli, per non far precipitare ancor più la situazione in quelle regioni falcidiate già da un notevole calo della popolazione scolastica. Una sorta di perequazione dei tagli operata su scala nazionale,( è questo il federalismo che verrà ? ) non potendo dare null’altro alla scuola.

E’ a questa dissennata,illogica e irrazionale politica di tagli alla scuola che bisogna dire basta! Le promesse del governo Berlusconi sul tempo pieno son durate, come si è visto, lo spazio di un mattino. E la Gelmini per far quadrare i conti al suo collega Tremonti è costretta a mettere le mani in tasca agli italiani e ai milanesi in particolare. Onorevole Gelmini, cos’ha da dire a quelle 3.500 famiglie escluse dal tempo pieno ? Non era stata proprio lei a garantire più tempo pieno per tutti, contro le bugie e le strumentalizzazioni della sinistra e dei sindacati ? Si fermi prima che sia troppo tardi e ponga rimedio, finchè è in tempo, a questo disastro annunciato. O anche la nostra scuola primaria diverrà un fiore appassito all’occhiello degli italiani.

Scuola Oggi 27.04.10

Istruzione: migliaia di esuberi in Emilia Romagna

Diecimila studenti in più nelle scuole emiliano romagnole dal prossimo settembre, tra materna e superiori, ma di contro saranno 1.000 i docenti e 700 i bidelli in meno: può funzionare? “Oh certo, da tempo ormai ci arrabattiamo con la drastica riduzione di personale e risorse, poi al dunque si fa di tutto per tamponare le falle, si regge, ma il sistema di eccellenza dell’Emilia Romagna mostra la corda: dobbiamo dirlo con chiarezza, per correre rapidamente ai ripari”. Raffaella Morsia, neosegretaria generale Flc regionale, scuote la testa davanti ai numeri che annunciano tempi duri anche per l’anno scolastico 2010/2011. Già a settembre scorso il conto presentava un calo di 2.350 posti (di cui 1.637 docenti) ed era solo la prima tranche del taglio triennale di 130.000 tra insegnanti e Ata imposto dalla Finanziaria in tutta Italia, di cui circa 6.000 in regione, in nome della lotta agli sprechi. “Parliamo di precari che da 10 o 15 anni venivano riconfermati di volta in volta con contratti a tempo determinato, che hanno perso il posto senza alcun ammortizzatore. Nelle medie inferiori e superiori hanno un’età media di 40 anni e non trovano alternative”. Ora si profila la seconda “botta” e il mondo della scuola regionale vacilla. Perché nel contempo le risorse sono al lumicino, causa l’azzeramento del finanziamento ordinario e dei contributi per situazioni particolari (dai progetti alle assenze per maternità) e molti istituti vantano crediti annosi dallo Stato: un passivo che nel complesso, dal 2005 a oggi, tocca gli 80 milioni di euro (dai 6 milioni in provincia di Piacenza si arriva a circa 20 nel Modenese o sopra i 22 nelle scuole bolognesi). Non ci sono più soldi neanche per i banchi e le lavagne. “I tagli agli organici e alle risorse sono in testa all’elenco delle nostre denunce – riprende Morsia –, perché mettono in ginocchio l’istruzione e sono emblematiche dell’assalto alla scuola pubblica perseguito dal governo di centro-destra”. Intanto, le proteste montano nelle forme più varie: assemblee permanenti nelle scuole, incontri con gli amministratori, comitati di presidi-insegnanti genitori che tallonano il ministero.
Altro che “clima molto sereno”, come sostiene il direttore dell’Ufficio scolastico regionale.

L’Untà 26.05.10

"Ma saranno i lettori a perderci", di Michele Brambilla

Cerchiamo di spiegare ai lettori perché la legge sulle intercettazioni non è un affare che riguarda solo noi giornalisti; ma che riguarda soprattutto loro, i lettori. I fatti innanzitutto. Un anno fa – 11 giugno 2009 – la Camera ha approvato un disegno di legge del ministro Alfano che regolamenta l’utilizzo delle intercettazioni da parte dei magistrati e la possibilità di pubblicarle da parte dei giornali. La scorsa settimana in commissione Giustizia del Senato sono stati presentati dodici emendamenti che – riassumo grossolanamente – accolgono qualche istanza dei magistrati (che molto si sono lamentati per questa legge) e inaspriscono ulteriormente le sanzioni per giornali e giornalisti. Contro tutto ciò, oggi il sindacato dei giornalisti scende in piazza. Gli italiani storcono il naso di fronte alle proteste dei giornalisti, e i motivi sono semplici.

Primo, noi non godiamo di buona fama, da sempre: quando il giovane Mussolini teneva i primi comizi in Romagna, chi non era d’accordo con lui gli urlava, per zittirlo, «zurnalest», giornalista, che era sinonimo di contaballe. Secondo, troppe volte ci siamo riempiti la bocca di espressioni come «diritto di cronaca» e «libertà di stampa»: una tronfia retorica servita anche a coprire qualche nefandezza.

Pure questa volta, quindi, molti lettori penseranno che la protesta dei giornalisti è una protesta corporativa. Di bottega. Non hanno tutti i torti perché sulle intercettazioni abbiamo spesso dato, negli anni passati, il peggio di noi. Abbiamo pubblicato conversazioni private, anzi intime, allo scopo di solleticare i più bassi istinti, quando non di mettere alla gogna qualcuno. Storie di letto e di corna sono state messe in pagina con la foglia di fico del diritto di cronaca. Ben venga quindi – penseranno in molti – una legge che dia una bella regolata.

D’accordissimo. Ma che cosa prevedono il ddl Alfano e i dodici emendamenti? Innanzitutto diciamo ai lettori che in Italia informarsi sulle leggi in gestazione non è difficile: è impossibile, se non ti puoi permettere un avvocato che sta al tuo fianco, con i codici e chissà quante altre leggi precedenti in mano. Il testo completo del primo emendamento, ad esempio, è il seguente: «Sopprimere il comma 4. Conseguentemente, al comma 5, sopprimere il capoverso 2-bis». Che cosa vuol dire? Boh. Uno specialista della materia ci ha spiegato che con questo emendamento, di fatto, il contenuto delle intercettazioni non può essere pubblicato neanche per riassunto. Non è che la lettura del ddl sia più semplice. Ad esempio l’articolo 27, che fa riferimento all’articolo 25-octies del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, specifica che «si applica all’ente la sanzione pecuniaria da duecentocinquanta a trecento quote». Anche qui: che cosa vorrà dire?

Arabo per tutti. Eppure introduce una novità rivoluzionaria. Vuol dire che d’ora in poi gli editori dei giornali saranno ritenuti corresponsabili dei giornalisti e, in caso di pubblicazione di intercettazioni, pagheranno ammende da 65.000 a 465.000 euro. Cifre da stroncare i bilanci di molti giornali, e che forse sarebbe stato meglio chiarire in euro anziché in «quote» (ma questo del linguaggio delle leggi è un problema generale di trasparenza che giriamo al ministro della Semplificazione).

Torniamo a noi. Tradotte in termini comprensibili, le novità principali della nuova legge in gestazione sono, per i giornali, queste: 1) fino all’udienza preliminare si può scrivere solo ciò che è contenuto nell’ordinanza di custodia cautelare, nella quale non possono essere inserite le intercettazioni; 2) dopo il rinvio a giudizio o il prosciolgimento il giornalista può scrivere delle intercettazioni ma solo per riassunto, senza virgolettati; 3) delle trascrizioni integrali si potrà avere notizia solo durante il processo pubblico; 4) come detto, per la prima volta anche gli editori saranno considerati responsabili, e questo comporta che un editore, a seconda del proprio bilancio e del proprio interesse, potrà decidere se gli conviene far pubblicare una notizia oppure no. Insomma decide l’editore, non il direttore del giornale.

Di fronte a tutto questo sono stati evocati la censura e il fascismo. Iperboli che non aiutano a capire. Però non c’è dubbio che se passa questa legge potremo scrivere che tizio è stato arrestato per il tale reato, ma non in base a quali indizi (per quattro quinti, infatti, le indagini ormai sono fatte con le intercettazioni). Il dubbio di un possibile errore (o anche, perché no?, di un possibile arresto strumentale) resterà fin dopo l’udienza preliminare; e solo al processo pubblico conosceremo il contenuto delle intercettazioni, cioè le prove.

Si obietta che all’estero (in Francia e in America, ad esempio) la pubblicazione delle intercettazioni è sempre stata vietata. È vero. Ma è anche vero che in quei Paesi i processi pubblici cominciano in tre mesi, non in tre anni come da noi. Colpa della lentezza della magistratura? Sì, anche quello; così come è vero che i pm potrebbero fare pure indagini tradizionali, e non solo al telefono. Diciamo insomma che, così come noi giornalisti, anche i magistrati debbono fare un esame di coscienza.

Ma di fronte a tutto questo sarebbe stata auspicabile una legge che proibisse la pubblicazione di tutto ciò che non ha rilevanza penale, di ciò che può compromettere le indagini, di ciò che offende dignità personali. Ma questa legge vieta tutto, anche la pubblicazione per sintesi delle prove che hanno portato a un arresto. Delle inchieste della magistratura non è che non conosceremo più i coté pruriginosi: non conosceremo più quasi nulla. Ecco perché non è un problema dei giornalisti, ma di tutto il Paese.

La Stampa 28.04.10

"L'onda nera dell'ultra destra razzista macchia l'Europa", di Umberto De Giovannangeli

L’«Onda nera» si allarga. Dall’Austria all’Ungheria, dall’Olanda al Belgio, dalla Francia, alla Finlandia, dalla Danimarca alla Gran Bretagna, «sconfinando» nell’ex Europa comunista: dalla Romania alla Russia. Continua l’avanzata dell’estrema destra in Europa, un dato confermato dal 15,6% alle presidenziali in Austria conquistato dalla candidata del partito Fpoe, Barbara Rosenkranz, dichiaratamente filo-nazista. In Ungheria, dove il partito conservatore Fidesz ha conquistato i due terzi dei seggi in Parlamento, la formazione xenofoba Jobbik si consolida come terza forza del Paese con 48 seggi in Parlamento. Viaggio nell’«Onda nera» dei movimenti dell’estrema destra europea. Movimenti e partiti razzisti, ultrazionalisti, nazifascisti, antisemiti spinti. L’estrema destra, specie quella di ispirazione fascista e neonazi, tra i suoi programmi principali ha il superamento del liberismo e la guerra alla globalizzazione, oltre che un forte connotato antiamericano e anti-israeliano. Austria: «Non sono felice ma decisamente contenta»: così Barbara Rosenkranz dopo l’annuncio dei risultati. Si era data come obiettivo il 17% mentre il leader del suo partito, Hans-Christian Strache, aveva indicato addirittura il 35%. A frenare i consensi sono state alcune dichiarazioni della Rosenkranz in favore dell’abolizione delle leggi sul divieto di apologia del nazismo in Austria. Al suo fianco c’è il marito Horst Jakob, con un trascorso di militanza in vari gruppi neonazisti ed oggi editore della rivista dell’estrema destra «Fakten». Da segnalare inoltre l’affermazione alle europee 2009 del «qualunquista» Hans Peter Martin, che ottenne il 18%, appena 5 punti meno dei socialdemocratici. Ungheria: Il partito conservatore Fidesz, dell’ex e futuro premier Viktor Orban, ha conquistato i due terzi del Parlamento, che consentiranno di avviare anche riforme costituzionali senza il contributo di altre formazioni. Jobbik, il partito di estrema destra guidato dalla coppia Krisztina Morvai e Gabor Vona, ha conquistato almeno 48 seggi. Lo slogan preferito di Vona è: «L’Ungheria è stata venduta, i nemici da combattere sono le multinazionali, gli ebrei, i rom ed i comunisti». Olanda: Nelle amministrative di marzo scorso, la destra xenofoba del partito della Libertà (Pvv) guidato dal leader anti-Islam Geert Wilders, ha ottenuto una significativa vittoria, soprattutto in vista delle elezioni politiche previste per il prossimo 9 giugno. In una recente intervista, Wilders ha confessato che il «sogno» che vorrebbe realizzare è la «deportazione in massa degli islamici» Belgio: In Belgio il maggiore partito di estrema destra è il Vlaams Belang che ha raggiunto nelle ultime elezioni Europee il 9,85% di voti. Il partito lotta per l’indipendenza delle Fiandre sia linguistica che territoriale, per il respingimento dell’immigrazione e per creare una forma di Stato nazionalista. In Belgio il partito ha dovuto cambiare nome nel 2007 a seguito di una condanna per violazione della legge sul razzismo e la xenofobia, che sottolineava come il partito avesse «aiutato e supportato organizzazioni che sosteneva e divulgavano l’odio razziale e xenofobo». Francia: Il Fronte Nazionale di estrema destra di Jean Marie Le Pen ha ottenuto nelle regionali del marzo scorso l’8,7% dei voti al livello nazionale, con punte che schizzano oltre il 20% in alcune regioni del nord e del sud della Francia. Le Pen, 81 anni, nel 2011 cederà il posto di presidente del partito che tiene dalla fondazione nel 1972. Due i candidati finora in corsa: la figlia Marine e l’europarlamentare Bruno Gollnisch. Gran Bretagna: Il partito nazionalista (Bnp) di Nick Griffin ha conquistato nelle scorse europee due seggi, scioccando sia i laburisti che i conservatori. Griffin nel 2004 è stato arrestato perché sospettato d’incitamento all’odio razziale. Rilasciato su cauzione, aveva definito l’Islam una religione «viscida e perversa». Dal 1999 è leader del Bnp, che punta a «sfilare la Gran Bretagna» dalla «dittatura europea». Finlandia: Occhi puntati sul partito nazionalista, euroscettico e anti-immigrati dei «Veri Finlandesi», guidato da Timo Soini. Alle europee 2009 ha ottenuto il 10% dei voti, rispetto allo 0,5% del 2004. Soini, con oltre 130.000 preferenze è risultato il politico più votato in assoluto nel Paese. Danimarca: Il partito del Popolo Danese, nazionalista, xenofobo e euroscettico, che appoggia in Parlamento la coalizione al potere liberali-conservatori, ha ottenuto il 14,4% alle europee, con un balzo del +8,6% rispetto al 2004. Germania: l’NPD viene considerato dalla popolazione un partito neonazista e xenofobo, non a caso vengono soprannominati, nel gergo comune, i nazi. Nelle ultime elezioni hanno ottenuto l’1,8% dei consensi. Sono forti in Sassonia. Est Europa Infine ci sono i partiti dell’Est europeo ex comunista dove la connotazione ultranazionalista e fascista è prevalente, come il Partito della Grande Romania, i liberaldemocratici russi di Zhirinovski, il Partito nazionalista slovacco, il Partito della destra croata (Hrvatska Stranka Prava), il Partito radicale serbo di Vojislav Seselj. In Bulgaria il partito d’unione attacco nazionale, che persegue politiche nazionaliste, anti-turche, euro-scettiche e populiste, ha raggiunto nelle Europee 2009 il 12% dei voti. Il partito si è reso partecipe di molti scandali, sia giudiziari che politici. L’osservatore Stayanov nel parlamento europeo aveva inviato a tutte le parlamentari romene una e-mail in cui proponeva l’acquisto di bambine zingare. Non a caso, infine, l’estrema destra nazista ha il maggiore seguito proprio nell’ex Germania Est e in Russia con il partito Pamyat. Per quanto riguarda i Paesi baltici, in Lettonia sono presenti e radicati i seguenti partiti di estrema destra: Nuova era (16,38%), il partito per la madrepatria e la libertà (6%) e l’Uniti per la Lettonia (1,48%) che ha un simbolo che ricorda la svastica. In Lituania, Ordine e Giustizia, partito euroscettico della destra estrema, riceve il 12,9% dei consensi.

L’Unità 27.04.10

"Una folle partita a poker", di Massimo Giannini

Nel martedì nero dei mercati si consuma una partita di poker mortale tra gli Stati e i mercati. C’è una posta in gioco, ed è decisiva: è la sopravvivenza dell’euro, che tra le macerie del Partenone rischia di crollare sotto i colpi della speculazione. C’è un giocatore, ed è risolutivo: è la Germania, che con una strategia nazionalistica rischia di accelerare la fine dell’Unione monetaria.
Sembra un’altra “tempesta perfetta”, quella che si sta abbattendo sulla Grecia e sull’Europa, sulle Borse e sui bond. Evidentemente non sbagliava il Financial Times, quando all’inizio di febbraio aveva avvertito il mondo: attenzione, gli hedge funds hanno pronti in canna 8-10 miliardi di dollari di posizioni a breve, pronte da usare per la scommessa sul collasso debitorio dell’eurozona. L’attacco è partito. E l’effetto-domino non solo è possibile, ma diventa probabile. Questo bagno di sangue costato 160 miliardi di euro ci insegna due lezioni fondamentali.

La prima lezione. I mercati puntano qualcosa, lassù in cielo. Come sempre gli sciocchi guardano il dito e non vedono la luna. Il dito è la Grecia. Un Paese ormai al default. L’ulteriore downgrading del suo debito trasforma i titoli di Atene in “spazzatura”. Il governo Papandreou non ha più scampo, precipitato com’è nella micidiale “spirale mercatista”. L’indebitamento viaggia verso il 15% del Pil. Il rendimento sui bond a due anni richiesto come “premio di rischio” sfonda il tetto del 13%. Secondo le banche d’investimento americane, è il più alto al mondo sul titoli a breve termine. Più di quello dei titoli dell’Argentina (8%) e del Venezuela (11%). In queste condizioni, più la Grecia cerca risorse sul mercato, più stringe il cappio intorno al collo della sua finanza pubblica. Più cerca di salvarsi, più finisce per soffocarsi. Era tutto previsto. E chi oggi finge di piangere, versa lacrime di coccodrillo.

Ma nella logica spietata degli speculatori Atene è un falso obiettivo. Quello vero, cioè la luna che non stiamo vedendo, è immensamente più grande. Si chiama euro. Nel piatto, al tavolo verde in cui si combattono gli stati e i mercati, c’è l’Unione monetaria. Questo dice l’offensiva già partita contro il Portogallo. Un Paese che segue lo stesso, inevitabile destino della Grecia. Il rating del suo debito è già stato declassato. Il rendimento dei suoi titoli decennali è già schizzato oltre il 5%, e il premio di rischio richiesto dai mercati ha fatto impennare lo spread sui titoli tedeschi fin quasi ai 70 punti base. È vero che il governo di Lisbona conta su un deficit pari “solo” al 9,4% e su un debito “limitato” al 77% del Pil. Ma è anche vero che sconta una crescita nulla e una competitività bassissima. In altre parole: il Portogallo è la prossima vittima sacrificale.

Ma fin qui saremmo al default di due economie periferiche dell’eurozona. Il disastro può cominciare subito dopo. Tragedia greca, fado portoghese, e in sequenza dramma mediterrraneo. Nella lista nera degli speculatori sono già iscritti Spagna e Italia. Le prime tensioni all’asta dei Bot di ieri sono un campanello d’allarme molto preciso. Ma qui il quadro cambia radicalmente. “Pigs” o non “Pigs”, stiamo parlando della terza e della quarta economia di Eurolandia. Paesi considerati “too big to fail”, cioè troppo grandi per fallire perché “too big to bail out”, cioè troppo grandi per essere aiutati. Ma è chiaro che, se e quando toccherà a Madrid e a Roma, saremmo già a discutere di un altro mondo e di un’altra Europa. Uno spazio politico ed economico, cioè, nel quale l’euro come è stato fondato nel ’98 e come lo abbiamo conosciuto in questi dieci anni non esisterà già più. È questa la luna, che la speculazione ha preso di mira. I mercati stanno scommettendo sul collasso dell’Unione monetaria. E la notizia è che stanno vincendo.

E qui sta la seconda lezione. I mercati stanno vincendo perché gli stati stanno sbandando. E un Paese, soprattutto, sta sbandando più degli altri. L’asse franco-tedesco che ha guidato l’Europa nei momenti cruciali è crollato. Lo spirito di Maastricht, pur con i suoi parametri “stupidi” o intelligenti che fossero, unì a suo tempo Kohl e Mitterrand mentre oggi divide la Merkel dal resto del Continente. Il tracollo greco, con gli euro-deliri innescati dal piano di aiuti male e forse mai digerito dai tedeschi, sta disvelando l’altra faccia della Germania. Una nazione ripiegata su se stessa e guidata dal suo esclusivo interesse nazionale. Nella tempesta perfetta di questi mesi la posizione tedesca è “coerente ma sbagliata”, come ha scritto a metà marzo Wolfgang Munchau. Per ragioni costituzionali, prima ancora che per opzioni politiche, punta alla stabilità dei prezzi e alla disciplina di bilancio. Dunque non vuole sentir parlare di aiuti. L’86% dei tedeschi è contrario al prestito da 8,4 miliardi di euro alla Grecia che competerebbe alle casse federali secondo l’accordo firmato all’eurogruppo due domeniche fa.

Al contrario di quanto accadde nei momenti più belli della storia tedesca degli ultimi due decenni (dalla riunificazione Est-Ovest in poi) la Germania di oggi affronta le sue responsabilità verso l’Europa con un approccio egoistico e unilaterale. Il paradosso di queste settimane di crisi sulla Grecia e sui mercati è che ogni decisione comune è stata condizionata dal governo di Berlino non in base all’enormità della posta in gioco, l’unione monetaria come fattore di stabilità internazionale, ma a una scadenza elettorale come fattore di stabilità interna: il voto in Nord Reno-Westfalia del 9 maggio prossimo. Persino il vertice europeo convocato d’urgenza ieri, in pre-default della Grecia e in pieno collasso dei mercati finanziari, è stato posposto a questo appuntamento tutto “domestico”. Il governo Merkel, spostato a destra dai liberali di Guido Westerwelle, non può e non vuol dare alla sua opinione pubblica l’impressione di cedere ai soliti “latinos”, cioè i Paesi lassisti e irresoluti del Club Med.

In realtà, questa volta, la vera irresponsabilità non abita nelle cancellerie dei “Pigs”, ma piuttosto nella cancelliera di Berlino. Con il suo atteggiamento da “europeista riluttante”, la Germania ha fornito armi formidabili alla speculazione arrembante. Come insegnano le disastrose esperienze dei primi Anni ’90, gli Stati nazionali hanno una sola possibilità di resistere alle aggressioni dei mercati finanziari: agire con una sola testa e un solo braccio, e costruire un muro granitico intorno alla propria economia e alla propria valuta. Quando questo non accede, come successe poco meno di vent’anni fa alla sterlina e alla lira, si fa la fine degli oriazi e dei curiazi (per ripetere un’efficace definizione dell’epoca di Carlo Azeglio Ciampi). È quello che rischia di ripetersi anche oggi. Se Eurolandia non è in grado di darsi regole uguali e condivise per la disciplina dei conti pubblici, la stabilità dei prezzi, la competitività dell’economia, allora l’euro alla lunga non può reggere.
Gli speculatori di tutto il mondo lo capiscono, e per questo azzannano come una muta di cani gli esemplari più deboli del branco. I governanti e i cittadini tedeschi lo temono, e per questo sembrano già proiettati su un’idea “altra” dell’eurozona. Non più un’Unione allargata a 16 Paesi, con una moneta unica che non può contenere né esprimere la forza di nazioni sovrane troppo diverse tra loro. Ma un’Unione ristretta solo a quei Paesi che accettano norme comuni sul rigore contabile e il controllo dell’inflazione. In questo scenario non avremmo più una moneta unica, ma due. Un euro di serie A per i Paesi del Nord a maggiore virtù fiscale, e un euro di serie B per i Paesi del Sud a minor tenuta finanziaria. Inutile dire dove finirebbe l’Italia, a sua volta spaccata tra una ricca Padania e un depresso Mezzogiorno. Economisti tedeschi e banchieri anglosassoni come Taylor Martin lo hanno teorizzato apertamente, trovando addirittura un nome alle due nuove valute: il “neuro” e il “sudo”. Sembra un gioco, ma non lo è affatto. I governi d’Europa non l’hanno capito. Continuano a scherzare sotto il vulcano.
La Repubblica 28.04.10

Progetto Italia 2011

Un alternativa di governo basata su dieci parole chiave. Questa è la proposta che il Partito democratico ha presentato al termine della riunione dove hanno partecipato i responsabili dei Forum tematici, i componenti della segreteria e i capigruppo nelle commissioni parlamentari. “Progetto Italia 2011” è il cantiere che si costruirà su dieci temi che verranno avanzati dal gruppo di lavoro e presentati alle tre Assemblee del Pd che si svolgeranno entro la fine dell’anno. Questa è “la proposta del Pd al Paese per riscoprire la propria missione nel mondo di oggi”. Un cantiere di Agenda per l’alternativa di governo, che si chiuderà nel 2011.

La prima parola sarà Università e Ricerca: l’obiettivo è quello di migliorare il mondo del Sapere, troppo bistrattato dall’approssimazione e dai tagli del governo Berlusconi. Attraverso la diminuzione dell’età pensionabile dei professori si riuscirà a favorire un ricambio generazionale e lo svecchiamento del corpo docente che oggi blocca l’accesso ai giovani nella carriera universitaria.

A seguire, le prime parole chiave riguarderanno le riforme istituzionali, la giustizia, il lavoro e la green economy. “Un lavoro complessivo che non potrà, per forza di cose, essere breve in quanto non può ridursi in un colpo solo” ha dichiarato il segretario Pier Luigi Bersani.

Una vera e propria sfida quella del Pd per risollevare le sorti di un Paese che sta via via “scivolando” con il governo di Berlusconi. L’obiettivo è quello di ricreare orizzonti per le nuove generazioni e costruire una valida alternativa di governo.

Per Bersani, con Berlusconi al governo, il populismo e la privatizzazione del potere hanno condotto l’Italia all’immobilismo. “L’assenza di decisioni e l’inefficacia delle azioni intraprese hanno poi determinato un allentamento della coesione civile e dell’idea del sentimento di unità. E tutto si regge su una gran chicchiera!”

“Il 2011 – ha continuato Bersani – rappresenta un appuntamento chiave per la sintesi delle idee dell’unione d’Italia e per il posizionamento della nazione in Europa e nel mondo nell’ottica delle sfide sull’assetto sociale”.

Il Progetto Italia 2011 vuole rappresentare un primo modello per coniugare politica e programmi, un’esercitazione da mettere in rete al fine di ottenere la massima partecipazione civile. Per Bersani quattro saranno i temi principali che dovranno accompagnare il progetto:

l’innovazione, plurale e concreta. Innovazione che si determina con una scelta finale senza alcun eccesso di mediazione;
la rassicurazione, ovvero sulla consapevolezza che creare lavoro significa ridare prospettive ed orizzonti ai giovani;
il rispetto della Costituzione, nel cui cuore dinamico, innovazione e rassicurazione trovano la giusta collocazione;
federalismo come chiave della nuova unità della nazione.
“Ma per far tutto questo – ha concluso Bersani – sarà necessario il coraggio di riprendersi i concetti di libertà e uguaglianza. Valori tipici della nostra tradizione e della nostra cultura”.

La presentazione alla stampa del Progetto Italia 2011 è stata affidata a Enrico Letta, vicesegretario del Pd. “L’idea di fondo – ha spiegato Letta – è quella di mettere al lavoro circoli, forum, associazioni per far sì che nei prossimi 12 mesi si definisca il nostro progetto per l’Italia 2011, anche per rispondere, con un disegno complessivo, a chi accusa il Pd di restare nell’indistinto”.

“Il lavoro inizia oggi – ha sottolineato il vicesegretario – proprio perché lo scontro tra Berlusconi e Fini è così marcato, e noi vogliamo essere pronti per l’appuntamento elettorale. Che sia nel 2013 o anche prima, perchè noi non abbiamo paura del voto come scrivono alcuni giornali, ma anzi pensiamo che prima cade questo governo e meglio è, siamo pronti ad andare al voto anche domani mattina”.

“Noi – ha concluso Letta – riteniamo che le riforme siano necessarie al paese, e confezioneremo le nostre proposte in modo da non dare al governo l’alibi di una opposizione indistinta. Diremo chi siamo, cosa vogliamo, quale Italia vogliamo costruire”.

A.DrA
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