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"Schiavisti per bene: blitz a Rosarno, arrestate trenta persone", di Claudia Fusani

I nuovi schiavisti hanno la faccia tranquilla e quasi per bene di Biagio, Maria Pia, Sebastiano, proprietari di piccoli grandi latifondi nella piana di Rosarno. Sfruttavano, «come bestie» raccontano gli investigatori, giovani africani, per lo più arrivati lungo le piste del deserto e dopo viaggi sulle carrette del mare dalle zone a sud del Sahara. Per loro, per Biagio, Maria e tutti gli altri (ventuno in tutto i proprietari di aziende agricole arrestati) erano braccia senza nome, gli anelli terminali di una catena di cui conoscevano solo la faccia dei “caporali”, stranieri come gli sfruttati, forse a loro volta sfruttati e poi emancipati sulla pelle degli ultimi arrivati.

E’ un quadro da brividi quello che viene fuori dalle 421 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare con cui la procuratore di Palmi Creazzo e i sostituti Musolino e Papalia hanno ottenuto l’arresto di 31 persone accusate di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della manodopera clandestina e alla truffa. E’ una storia antica e secolare che si ripete oggi sotto i nostri occhi: gli schiavisti, sotto di loro i caporali che hanno il pelo sullo stomaco e il fegato di chi è disposto a tutto, bulgari, rumeni, marocchini, tunisini, «in genere uno per ogni etnia» scrive il gip Silvia Capone.

Ultimi degli ultimi, gli sfruttati, gli africani subsahariani. Ma questa volta la Storia segna una svolta: gli schiavi si sono ribellati. Lo fecero già a gennaio, perchè non ne potevano più di sopravvivere in quelle condizioni. Ci furono i moti di Rosarno, i braccianti clandestini furono portati lontano perchè qualcuno si divertiva a sparare loro addosso. «Ecco cosa succede ad avere troppa tolleranza con i clandestini» furono le prime parole del ministro dell’Interno Roberto Maroni. Gli schiavi riempirono i loro sacchi di plastica e salirono su pullman. Ma poi hanno cominciato a parlare. Con i volontari dell’Oim prima. Con gli agenti della squadra mobile di Reggio Calabria poi. «Hanno trovato il coraggio e la forza di ribellarsi, di vincere la paura e hanno cominciato a raccontare. La loro collaborazione è stata fondamentale» racconta il capo della squadra mobile Renato Cortese.

Mai come questa volta tre mesi di indagini hanno potuto raccontare il sistema della moderna schiavitù. Non c’è ombra di ‘ndrangheta in questa inchiesta. Almeno per ora e nonostante alcuni cognomi che rinviano alle grandi famiglie padrone della piana di Gioia Tauro. Ma risulta difficile pensare che schiavisti e caporali possano aver messo in piedi una simile organizzazione senza il via libera dei clan. Tre mesi di indagini documentano lo sfruttamento di almeno 500-600 lavoratori. Ogni caporale ne gestisce 20-30 messi a lavorare in circa 20 aziende agricole di agrumeti. «Sono gli intermediari a prelevare ed a pagare i lavoratori» si legge nell’ordinanza. «I caporali si presentano come dei veri e propri padroni senza legge dietro i quali vi sono imprenditori dell’agricoltura di piccoli e grandi appezzamenti terrieri che, dovendo assumere personale stagionale per la raccolta nei campi, preferiscono scegliere la “scorciatoia” del caporale che, spesso, è un soggetto di nazionalità straniera che proviene dalla stessa area geografica delle persone sfruttate». Gli schiavisti arrestati sono i 21 italiani di Rosarno (tutti incensurati e quindi agli arresti domiciliari). In cella i 9 caporali individuati: 4 marocchini, un sudanese, due egiziani e due algerini. Coinvolte due donne: Rokawska, una bulgara di 54 anni che ogni mattina guidava il camion per i trasferimenti; Maria Mangano detta Pia, vicepresidente della cooperativa Citrus.

La giornata lavorativa inizia alle prime luci dell’alba e termina al tramonto. Poi, come casa, i ruderi e i topi delle ex fabbrica Pomona. Gli schiavi sono stati precisi nel descrivere chi li sfrutta e come. «La paga – si legge – varia in base alle imposizioni dell’intermediario ed oscilla intorno ai 25 euro al giorno, 1 euro a cassetta per i mandarini e 50 centesimi a cassetta per le arance. Dalla cifra complessiva bisognava detrarre 3 euro per il trasferimento trattenute dal caporale». Il titolare dell’azienda agricola paga 30-35 euro al giorno, La differenza, circa dieci euro, va ai caporali. I quali, a volte, «neppure volevano pagare e sottraevano le cassette di prodotto raccolto in modo da dover pagare molto meno». Bulgari e rumeni «sfruttano anche i minori». E comunque «tutti i caporali si conoscono tra di loro e fanno blocco quando qualche lavoratore crea problemi assoggettandoli totalmente al loro potere». Schiavisti incensurati. Quasi per bene. E assolutamente consapevoli tanto che sono state sequestrate 20 aziende e 200 terreni per un valore di 10 milioni di uero. Oltre alle dichiarazioni dei testimoni (15 cittadini stranieri hanno ottenuto il permesso di soggiorno) la prova arriva da numerose telefonate intercettate. «A mezzogiorno mi servono due ragazzi» dice Maria Mangano, detta Pia, a Mohammed Fethani il 10 febbraio scorso, pochi giorni dopo l’inferno di Rosarno. «Portami i più bravi, portali tu perchè il camion arriva dopo. Però stai attento ai controlli. E non li lasciare mai soli».
L’Unità 27.04.10

Berlusconi un bidone. Di scorie nucleari

Il premier dichiara che inizieranno le prime centrali entro il 2013. Gli italiani saranno con lui? Dove saranno attivate? E chi dice che nel 2013 Berlusconi sarà ancora il capo del governo?
Un nuova sfida per Berlusconi: riuscirà con spot in Tv ha dimostrare che il nucleare è bello, utile, vantagioso e sicuro? Riuscirà a convincere gli italiani con immagini di efficienza pulita e prati verdi dell’effettiva necessità del ritorno al nucleare? Scomoderà Homer Simpson come testimonial del fluorescente uranio nella tasca dei pantaloni?

Il bravo Berlusconi, re Mida della politica italiana pensa che basta la presenza del suo amico Putin per sparare colpi sensazionali sull’immediatezza del ritorno all’atomo. Addirittura si sbilancia sulla realizzazione delle prime centrali. A Villa Gernetto, la dimora settecentesca del premier appena ristrutturata, nel vertice bilaterale tra Italia e Russia ha dichiarato: “con la Russia abbiamo stipulato un accordo che segnerà una svolta per il nucleare”. Entro tre anni partiranno i lavori delle prime centrali nucleari. Dove? Non si sa! E poi siamo sicuri che nel 2013 ci sarà ancora il governo Berlusconi? E, infine ci gli garantisce di vincere ancora le elezioni?

Ma a queste domande le risposte non arriveranno mai. E forse, oltre gli spot televisivi, neanche le centrali atomiche saranno impiantate. Un po’ come il ponte sullo Stretto! O come le riforme sbandierate e mai fatte. Il governo del fare a parole e il governo del fumo nei fatti.

“I cittadini non vogliono una centrale nucleare vicino a casa”. Così Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd. “È difficile – ha continuato la Bianchi – convincerli che sia una buona idea comprare una tecnologia vecchia, pagarla moltissimo per avere poca energia tra una quindicina d’anni, senza aver sistemato le scorie precedenti e senza avere un piano per sistemare le prossime. E senza risolvere il problema dell’autosufficienza, visto il soccorso di Putin per la fornitura di carburante.

Cosa pensa di fare Berlusconi? Magari ascoltare le ragioni di chi è contrario? O costruire un sistema che abbia al primo punto la sicurezza? Assolutamente no. Pensa piuttosto a una bella campagna di informazione, a partire dalla televisione pubblica. Non poteva esserci dimostrazione migliore della
debolezza del progetto e della spregiudicatezza con la quale Berlusconi usa i mezzi di comunicazione.

Non è questa la strada da seguire. Ci vuole un piano di efficienza energetica per risparmiare e un maggiore uso delle fonti rinnovabili: così si possono creare davvero decine di migliaia di posti di lavoro. Il governo, invece, continua a far perdere tempo al Paese”.

Dell’approssimazione del progetto di Berlusconi è convinta anche Laura Puppato, presidente del Forum Politiche ambientali del Pd. “Berlusconi si informi meglio, non c’è nessun estremismo ambientalista che vede il nucleare con il fumo negli occhi. C’è solo buon senso, associato ad una realtà internazionale che vede l’esempio del Canada che, pur avendo il 7,3% delle risorse mondiali di uranio nel proprio sottosuolo, nel 2009 ha deciso di investire tutte le proprie risorse in energie rinnovabili”.

“Questo testimonia che chi è in grado di portare avanti scelte non demagogiche e funzionali soltanto agli interessi contingenti di qualcuno, sa benissimo che il carburante per gli impianti nucleari si sta esaurendo – l’Ue ha calcolato in non oltre 50/60 anni il tempo residuo delle scorte di uranio – e quindi l’investimento enorme necessario alla costruzione degli impianti è, nei fatti, un fallimento sicuro, una scelta sbagliata che non guarda al lungo periodo e che non risolve nessuno dei problemi energetici nei quali si trova attualmente il nostro Paese. A questo si aggiunga, a titolo di esempio, che negli ultimi otto anni il costo dell’uranio è passato da 7dollari per libbra a 137dollari per libbra, aumentando cioè di 20 volte”.

“Insomma – ha concluso Puppato – stiamo ipotecando il futuro con una scelta priva di ragionevolezza economica, ambientale ed energetica”.
Per Ermete Realacci, responsabile Pd per la Green Economy, “l’ennesimo annuncio di propaganda sul nucleare denuncia tutte le difficoltà di Berlusconi di far digerire agli italiani una scelta sbagliata e antieconomica. Non basterà il diluvio di comunicazione annunciato oggi e in altre occasioni dal capo del Governo a far passare il nucleare come la soluzione a tutti problemi energetici del nostro paese”.

“Del resto – ha aggiunto Realacci – Berlusconi sa benissimo che la maggior parte degli italiani è contraria ad un ritorno all’atomo. Ma con la solita strategia racconta una verità mutevole e ben sapendo che il nucleare è un argomento complicato, volutamente lo mistifica e lo nasconde. Perché intanto non taglia dalle bollette degli italiani i 400 milioni di euro che ogni anno paghiamo per lo smaltire le scorie del vecchio nucleare?”.

Dello stesso parere anche Fabrizio Vigni, presidente nazionale degli Ecologisti Democratici. “Incontrando il suo alleato preferito Putin proprio nel giorno in cui ricorre l’anniversario del disastro di Chernobyl, Berlusconi ha annunciato che entro tre anni cominceranno i lavori per la prima centrale nucleare. Ma ha aggiunto che prima di individuare la località occorre che ‘cambi l’opinione pubblica italiana’. Noi invece ci auguriamo che l’opinione degli italiani, in prevalenza contrari al ritorno al nucleare, non cambi. Meglio cambiare il governo”.

“Il governo Berlusconi, 24 anni dopo il disastro di Chernobyl, sta per imbarcare il Paese in una pericolosa avventura, quella del costosissimo ritorno al nucleare, una vera cuccagna per poche grandi imprese e un cappio al collo per i cittadini italiani che pagheranno di tasca loro miliardi di euro per vedere, forse, tra 15 anni il primo reattore nucleare francese funzionante sul suolo italiano”. Lo hanno dichiarato i senatori del Pd Roberto Della Seta e Francesco Ferrante.
“Come ricorda Legambiente nel recente dossier ‘Epr: un reattore o un bidone’, dedicato al ritorno italiano al nucleare – proseguono i due senatori ecodem – gli italiani stanno per sovvenzionare dei reattori Epr che vengono spacciati come di terza generazione avanzata, ma che non sono altro che l’evoluzione più recente dei reattori di seconda generazione Pwr, realizzati negli anni ’60. Nel mondo sono in costruzione quattro impianti del tipo Epr. Oltre al sito di Flamanville in Francia, c’è il finlandese Olkiluoto da 1.600 Mwe, in costruzione dal 2005 con un ritardo di avanzamento dei lavori di 3 anni e costi lievitati a 5,5 miliardi di euro. Gli altri sono i due cinesi di Taishan, da 1.660 Mwe ciascuno, per un contratto previsto in 8 miliardi di euro. Non è un caso che l’Areva, l’impresa pubblica francese costruttrice del reattore, prima di riuscire a piazzare la sua tecnologia in Italia abbia incassato negli ultimi anni rifiuti in tutto il mondo, dagli Stati Uniti al Canada, agli Emirati Arabi. E’ dunque più di un sospetto che l’Italia stia per acquistare un ‘bidone’.
Altro problema irrisolto è la gestione delle scorie: per ora si cerca solo di allungare a 60 anni la vita dei reattori, in modo da affibbiare ai posteri l’onere della soluzione. Gli italiani, che hanno compreso come Chernobyl abbia ucciso e continui a uccidere, hanno giustamente paura del nucleare sotto casa. Lo sanno bene i governatori di centrodestra che hanno in ogni modo negato la costruzione delle centrali sui loro territori. Vedremo – hanno concluso Ferrante e Della Seta – come spiegheranno ai cittadini l’uso della forza militare per la costruzione delle nuove centrali”.

Per Ignazio Marino “non sarà un programma televisivo commissionato dal Governo a ingannare e convincere l’opinione pubblica sulla non pericolosità delle centrali nucleari. In questo modo il Presidente del Consiglio non fa altro che sottovalutare l’intelligenza e la preparazione dei cittadini italiani, che, secondo Berlusconi, si farebbero facilmente convincere da programmi televisivi da lui stesso coordinati. È un progetto surreale e offensivo”.

“Invece di invocare possibilità di sviluppo economico e l’assoluta sicurezza del nucleare, smentita tra l’altro dagli scienziati della statura del premio Nobel Carlo Rubbia e del Prof. Vincenzo Balzani, accademico dei lincei e docente di chimica all’università di Bologna- ha insistito il senatore – ricordiamo piuttosto il problema dello smaltimento delle scorie e dello smantellamento delle centrali nucleari a fine ciclo. Questa è un operazione molto costosa ma soprattutto pericolosissima per la salute, al punto che il governo inglese ha deciso di rimandarla di cento anni, un secolo, in attesa che la radioattività diminuisca e nella speranza che gli sviluppi della tecnologia rendano più facili le operazioni. La posizione del mondo scientifico e una decisione così drastica del governo inglese dovrebbero far riflettere anche i membri del governo Berlusconi”.

A.Dra
www.partitodemocratico.it

La Lega e la mini-secessione: «La Romagna si liberi dell’Emilia», di Francesca Basso

Se federalismo dev’essere, allora che sia fino in fondo. E a volere l’autonomia questa volta non è il Veneto del Leone di San Marco o la Lombardia-locomotiva d’Italia. La sanguigna Romagna ha deciso di dire bye bye alla florida Emilia, che non sembra intenzionata a fare le barricate. In commissione Affari costituzionali alla Camera sono già in calendario due proposte di legge, firmate dal leghista Gianluca Pini e dal finiano Enzo Raisi: l’obiettivo è rendere autonome da Bologna le Province di Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna, costituendo la Regione Romagna. Sia chiaro, la secessione non c’entra. Entrambe le proposte, spiegano i promotori, sono frutto del federalismo, perché l’obiettivo è interpretare le esigenze del territorio. Di quel territorio ancora in mano al centrosinistra, ma in cui il Popolo della Libertà ha raggiunto al 24,5% alle ultime Regionali mentre la Lega è arrivata al 13,7% e dal 2008 piazza progressivamente ad ogni elezioni un numero crescente di consiglieri a tutti i livelli.

Sono due proposte di legge distinte. Ed entrambi i promotori tengono a sottolinearlo. Il deputato Gianluca Pini, «emiliano per caso, perché i miei genitori sono romagnoli da generazioni e io vivo a Forlì», spiega che la sua iniziativa riprende «quanto fatto con Calderoli e Bossi nel precedente governo». È il frutto di un lungo lavoro che ha le proprie radici nelle istanze economiche di un territorio che si sente penalizzato dalle politiche di Bologna. E che ora spera nel federalismo per avere un rilancio. «L’autonomia della Romagna va inserita nella riforma federale dello Stato — continua Pini —. È disomogenea rispetto all’Emilia. Sono due realtà diverse». Prima considerazione, la Romagna è più povera: «Il reddito medio pro capite è di circa un quarto inferiore rispetto alla media dell’intera regione». Seconda riflessione: «Ha una vocazione economica differente. I settori forti sono il turismo, l’agricoltura e l’artigianato. L’Emilia, invece, ha la grande e media industria, le cooperative e ha meno terziario». Infine la storia: «Bisogna considerare i milleottocentosessanta anni di autonomia, l’Italia dei Comuni qui non c’è stata, sono terre pontificie. La questione identitaria e culturale — conclude Pini — non è in secondo piano». Ultima tappa della proposta: referendum confermativo (trattandosi di riforma della Costituzione) solo per i romagnoli. Il Carroccio dell’Emilia non fa obiezioni. Il partito, che fin dall’origine si è costituito in due anime (Emilia e Romagna), rispetta le istanze dei vicini: «Ci sarebbero dei vantaggi reali — conferma Angelo Alessandri, segretario nazionale della Lega Nord Emilia e presidente federale del partito —. Sono due realtà diverse, l’Emilia però ha da sempre una struttura più federalista. Abbiamo sostenuto la richiesta della Romagna anche nella devolution. E una Emilia indipendente piacerebbe pure a noi. Gli emiliani però non sentono questa necessità. È un bisogno dei romagnoli che noi rispettiamo». Ed è proprio questa richiesta dal basso che ha raccolto il deputato del Pdl Enzo Raisi: «La mia proposta nasce dalle istanze che arrivano dal mondo della Romagna. E ora che si parla di federalismo, facciamolo in senso positivo, andando incontro alle esigenze del territorio». Appunto, le esigenze del territorio: la formula magica che sottende anche i referendum per passare da una Regione all’altra e rimasti lettera morta. Cortina che nel 2007 sceglie di passare all’Alto Adige, Asiago e i comuni dell’Altopiano che vogliono fare la valigia per Trento così come Lamon (il comune apripista nel 2005). Il punto è sempre lo stesso, conclude Pini: «Poter scegliere autonomamente dove destinare le risorse». E adesso anche la «rossa» Emilia Romagna ha deciso di fare i conti.

Il Corriere della Sera 27.04.10

"Il male oscuro delle famiglie un omicidio ogni due giorni", di Piero Colaprico

«L´unico consiglio che da donna posso dare alle donne è questo, di non sposare mai né un uomo prepotente né un uomo dipendente. Spesso è quest´ultimo, incapace di reggere il rifiuto, che prende un´arma»: parola di Isabella Merzagora, professore di criminologia alla facoltà di Medicina di Milano. Da trent´anni conosce assassini e vittime, ne ricostruisce le storie e ha materia, purtroppo, in abbondanza per le sue analisi.
Al Nord infatti si uccide di più e il mantovano Omar Bianchera, con le sue tre vittime di domenica, braccate e ammazzate, non rappresenta un´eccezione ma una conferma: oltre il 45 per cento degli omicidi in famiglia avviene al Nord, seguono sud e Isole quasi con il 33, e ultimo è il centro, vicino al 22 per cento. Il dato è stabile.
Finita la stagione delle grandi gang degli anni Settanta e Ottanta, ridotto ai minimi termini il terrorismo, eliminate negli anni Novanta molte strutture mafiose, soprattutto al Nord si è vista la violenza, che stava in strada, sfondare le porte dei tinelli, infiltrarsi sotto gli zerbini. È dal Duemila che in Italia, paese dove la retorica della famiglia è a mille, viene censito dagli investigatori un omicidio in famiglia ogni due giorni. Anzi, per la precisione, «ogni due giorni, due ore e venti minuti», come indicano all´associazione degli avvocati matrimonialisti: i quali, a loro volta, analizzano gli studi criminologi di Vincenzo Mastronardi. Simili numeri portano l´Italia in vetta in Europa, nostro il tragico primato di «regolamenti di conti» domestici.
In questa strage delle ragioni del cuore, il maggior numero di vittime sono donne. E al secondo posto ci sono i bambini. Prima muoiono i deboli, poi seguono altri gradi di parentela. E la spiegazione è semplice ma agghiacciante. Se la coppia scoppia non tra le carte bollate ma con il sangue, che cosa succede? «Quando le donne uccidono in famiglia – prosegue la criminologa Merzagora – uccidono spesso i piccoli, invece quando ad uccidere sono gli uomini il loro principale pensiero di morte è per la moglie, o ex moglie».
Esemplare, in questo senso, la tragedia avvenuta nel week end a Feletto Umberto, in Friuli. Coppia con figli: Salvatore, operaio di 39 anni, strangola per gelosia Carmela, bidella, di un anno più giovane, che aveva intrecciato una relazione con un altro uomo. Poi avvisa dal balcone di casa una vicina. E si scopre, nella storia familiare, che anche la madre di Carmela, vent´anni fa, era stata uccisa dal proprio marito: era stata scaraventata giù dalle scale, a Napoli. Una replica di donne vittime di mariti maneschi e «dominatori».
Quando si vanno a cercare i moventi di questi omicidi, si resta stupiti dal tasso di malessere: se in un caso d´omicidio su quattro la spinta è passionale, dettata dalla gelosia o da forme infelici d´amore, c´è da registrare che oltre il sedici per cento degli omicidi trovano terra fertile nei «disturbi psichici». Non sembrano bugie e scuse da avvocati. Non sono pochi i mariti che paiono «normali», ma nascondono una bestia dentro. I soldi? Contano, ma meno: il quindici per cento degli omicidi viene deciso «per l´assegnazione della casa», e un otto per cento dipende da «altre ragioni economiche», come l´assegno di mantenimento.
Ma perché nel Nord si uccide di più? Una risposta precisa non c´è, ma (forse) ancora oggi nel centrosud i segnali di disagio non passano sempre e completamente inosservati. Invece nelle province del Nord, ricche, spigliate, così simili alle città per stili di vita nel bene e nel male, quando qualcuno s´inabissa in un mix di solitudine e violenza più difficilmente incrocia qualcuno che gli dia retta: almeno sino a strage avvenuta. È che non si comprende con facilità quando scatta il punto di «non ritorno», come ricorda la professoressa Merzagora: «Bisogna studiare meglio – suggerisce – come e perché ci sono molestie che restano molestie e molestie che, invece, deflagrano in omicidio. Lo stalking, essere stati assillanti con il partner, è diventato per tutta la letteratura straniera un indizio preciso».
Le statistiche raccontano molto anche delle armi usate per questo sterminio coniugale. Per il cittadino ottenere il permesso per detenere un´arma non è difficile come sembra, anzi sembra più difficile togliere il porto d´armi a chi ce l´ha e non se lo «merita»: come accaduto a Milano e nella provincia di Novara, anni fa, dove due uomini con chiari indizi di pericolosità sociale si affacciarono alla finestra per eliminare «nemici» e passanti. Questi assassini familiari hanno spesso o un´arma da fuoco, oppure si procurano un coltello da incursore, come accadde la scorsa estate non lontano da Tradate, dove un papà uccise la moglie che si voleva separare da lui e i due bambini. É come scegliere di essere in guerra con la famiglia, ma uno la guerra ce l´ha già dentro: e, probabilmente, lo sa.

La Repubblica 27.04.10

"Ditte insospettabili, la lista dimenticata", di Sergio Rizzo

Doveva essere varata per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Abruzzo. Ma passati dieci mesi il decreto non è ancora stato approvato. Congelata la norma sul bollino di garanzia anticlan per chi rifornisce i costruttori. «White list», l’avevano chiamata. «Lista bianca», ovvero l’elenco dei fornitori delle imprese di costruzione ai quali le prefetture avrebbero dovuto dare il bollino di garanzia antimafia. Da dieci mesi, quando una legge dello Stato l’ha introdotta, è scomparsa nel nulla e nessuno sa ufficialmente perché. Eppure era contenuta in un emendamento durante la discussione in Parlamento sul decreto per l’Abruzzo, varato dal governo il 28 aprile 2009. Fortissime erano state le pressioni dei costruttori, per i quali il sistema del vecchio certificato antimafia, in generale poco efficace, in questo caso è del tutto inutile.

Come hanno ormai da tempo accertato innumerevoli inchieste giudiziarie, la criminalità organizzata si infiltra nel settore edilizio prevalentemente attraverso il canale delle forniture: materiali di cava, calcestruzzo, bitume, movimenti di terra. Per non parlare dello smaltimento dei rifiuti e delle discariche. Tutte attività sostanzialmente incontrollabili con gli attuali meccanismi, perché riguardano il rapporto diretto fra il fornitore e il costruttore, il quale raramente è nelle condizioni di scegliere: il calcestruzzo e il bitume non possono essere trasportati per centinaia di chilometri, così chi li produce ha il monopolio naturale nell’area di propria competenza.

A forza di insistere, la lobby dei costruttori era riuscita a fare breccia in Parlamento, approfittando anche dell’allarme sulle possibili infiltrazioni criminali che si era sparso dopo il terremoto dell’Aquila. Nel decreto era stato quindi infilata una norma che oltre, a stabilire l’obbligo della tracciabilità finanziaria per tutti i subappalti e le forniture, prevedeva anche la «costituzione, presso il prefetto territorialmente competente, di elenchi di fornitori prestatori di servizi, non soggetti a rischio di inquinamento mafioso, cui possono rivolgersi gli esecutori dei lavori». Secondo il copione tipico di tutte le leggi italiane, l’applicazione di questa norma era stata però affidata a un successivo decreto della Presidenza del consiglio. Da emanarsi, e qui è il primo ostacolo, su proposta di ben cinque ministri: Interno, Giustizia, Economia, Sviluppo Economico, Infrastrutture. Un concerto polisinfonico con ben cinque direttori d’orchestra, che rendeva già irrealistica la previsione un mese, contenuta nella legge, per scrivere le norme di attuazione. Ma di mesi da allora ne sono passati ben nove e di quel decreto nemmeno l’ombra. Né risulta che qualcuno ci stia pensando.

Eppure la «white list» ha fatto capolino successivamente in altri due provvedimenti: la legge sui lavori per l’Expo 2015 di Milano e il piano straordinario per le carceri. E sarebbe stata estesa a tutti i lavori pubblici dal decreto anticorruzione. Peccato che quel decreto, approvato dal consiglio dei ministri in pompa magna il primo marzo, ancora non sia arrivato in Parlamento. A causa, sembra, di alcuni problemini: fra i quali ci sarebbe, appunto, quello della «white list».
C’è chi nel governo avrebbe sollevato questioni di privacy. Chi, invece, sostiene la problematica applicabilità di una norma del genere. A partire dai controlli necessari per compilare l’elenco. Anche se il numero delle imprese che operano nei settori considerati sensibili è di circa tremila, una trentina in media per ogni prefettura.

Altri puntano il dito verso la difficoltà concreta di mettere il bollino antimafia su un fornitore di calcestruzzo o bitume, oppure su una discarica di rifiuti, senza rischiare di scoprire in seguito che quel bollino era finito su una ditta controllata dalle cosche. Più facile allora compilare, anziché una «white list», una «black list»: sarebbe sufficiente scriverci sopra i nomi delle imprese i cui amministratori o azionisti fossero stati condannati. Ma questo sistema non metterebbe i costruttori al riparo delle infiltrazioni: chi potrebbe infatti garantire sulla non mafiosità delle ditte fuori dalla lista nera? Insomma, un cane che si morde la coda. Finché qualcuno non deciderà che è arrivato il momento di assumersi le proprie responsabilità.

Il Corriere della Sera 27.04.10

"L'euro diventa scudo di vetro, di Tito Boeri

La crisi d’insolvenza della Grecia è diventata nelle ultime due settimane una crisi di liquidità. È un’accelerazione e insieme un salto di qualità della crisi, di cui l’Europa porta una responsabilità non irrilevante. Intervenendo subito si sarebbe potuto evitare questa nuova escalation, pagando un costo molto più contenuto per uscirne. Non è più solo una crisi di insolvenza. Nelle ultime due settimane il mercato dei Cds, Credit Default Swaps, le assicurazioni contro il rischio di ripudio del debito è rimasto relativamente tranquillo. Ma sono schizzati verso l’alto i rendimenti dei titoli di stato. Il governo greco fatica sempre più a trovare qualcuno disposto a comprarli. Oggi è costretto ad offrire tassi vicini al 10 per cento. Si tratta di più di 10 euro all’anno in termini di potere d’acquisto per ogni cento investiti, dato che i prezzi in Grecia stanno calando.

Quando si pagano interessi così alti su un debito pari al 125 per cento del prodotto interno lordo, è impossibile stabilizzare il rapporto fra debito pubblico e pil. Per farlo bisognerebbe varare una manovra correttiva (più tasse e meno spese) pari a un quinto del reddito nazionale e sperare che in questo contesto l’economia non crolli più dell’1 per cento. Mission impossible. Per questo la Grecia ha deciso di chiedere l’aiuto promesso dall’Europa. Non può più farcela da sola.

I margini per evitare un ripudio del debito pubblico greco sono stati fin dall’inizio molto ristretti, Ma adesso è diventata una vera e propria corsa contro il tempo. Questione di giorni non più di mesi. Quando si attraversa una crisi di liquidità non basta più assicurare i mercati sul fatto che ci sarà un intervento esterno. Bisogna che questo intervento si manifesti subito, fornisca prestiti a condizioni meno onerose per evitare che la Grecia si metta su di una spirale esplosiva. Accanto alla fuga dai titoli nelle ultime settimane si è tra l’altro generata anche una fuga dai depositi bancari, con capitali frettolosamente trasferiti all’estero nel timore di un’uscita della Grecia dall’euro.

L’aggravarsi della crisi ha fatto lievitare i costi del salvataggio. Fin quando la Grecia pagava il 6 per cento sul debito pubblico, fino a un mese fa, l’Europa poteva limitarsi a fornire prestiti con agevolazioni del 3 per cento sui tassi di interesse del mercato. Avrebbe comportato al massimo un sussidio pari all’uno per mille del prodotto interno lordo dell’unione monetaria. Coi tassi di mercato attuali, il costo dell’operazione di salvataggio è quasi raddoppiato.

Di fronte alla richiesta esplicita del Governo greco, l’Europa sta però dimostrando in queste ore che l’aiuto europeo era poco più di una promessa. Come riferito in altre pagine di questo giornale, la Germania vuole aspettare il dopo elezioni e poi ci vorranno comunque altri 10 giorni prima di rendere il prestito operativo. Da qui al 19 maggio sono previste emissioni per 9 miliardi di titoli greci, circa tre punti e mezzo di pil. Certo, è difficile per la Merkel convincere i propri concittadini ad aiutare un paese che ha sistematicamente truccato i conti pubblici. Ma gli stessi cittadini non saranno oggi contenti di sapere che dovranno alla fine pagare un conto ancora più salato di quello che avrebbero trovato sul piatto nel caso di un intervento più tempestivo. Erano stati adeguatamente informati di questo rischio? Legittimo nutrire qualche dubbio.

Il nostro paese deve ora prepararsi ad uno scenario in cui lo scudo dell’Euro sarà sempre più tenue. Uno scudo di vetro ora che il Re è Nudo. Per rassicurare i mercati il nostro Paese dovrà ora convincerli che può tornare a crescere, condizione fondamentale per stabilizzare il debito pubblico. Non basta tenere stretti i cordoni della borsa. Bisogna far sì che le previsioni del Fondo Monetario sulla crescita italiana non si avverino. Implicano che il nostro debito salirà a livelli greci (125 per cento del prodotto interno lordo) nel 2015. All’obiettivo di tornare a crescere bisognerebbe consacrare oggi ogni attenzione. Invece si litiga su come redistribuire le sempre minori risorse disponibili fra Nord e Sud.

La Repubblica 27.04.10

"Nobili ideali e interessi di bottega", di Mario Deaglio

La Grecia deve fare i compiti a casa prima di dar l’esame e ricevere gli aiuti». Così, in tono ironico e sprezzante, si è espresso ieri il leader liberale e ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle a proposito del nuovo veto che ha ancora una volta bloccato la concessione di un prestito europeo al governo di Atene. Come talvolta succede, la realtà è quasi l’esatto contrario: è il ministro Westerwelle a dover fare dei difficili compiti a casa. Il 9 maggio, infatti, nelle elezioni regionali del Land del Nord Reno – Westfalia i liberali di Westerwelle potrebbero non superare la barriera del 5 per cento. Gli equilibri politici nazionali e non solo quelli locali ne potrebbero uscire alterati.

Il governo tedesco, quindi, parla di principi ma guarda alle urne, si appella agli ideali della corretta amministrazione ma punta prima di tutto a far bella figura con i 15 milioni di elettori di una delle regioni più importanti della Germania. Non è la prima volta che nobili ideali coprono più prosaici interessi di bottega e non saranno certo gli italiani a scandalizzarsi troppo.

Superata, o comunque archiviata, la prova elettorale, la Germania dovrà aiutare la Grecia; anche perché se non aiuta la Grecia potrebbe procurare danni gravissimi alla Hre, un’istituzione finanziaria tedesca recentemente nazionalizzata per sottrarla al fallimento, che ha partecipato alle rischiose operazioni della finanza internazionale sul debito greco e potrebbe essere detentrice di un congruo pacchetto di tale debito. Per non dare qualche soldo alla Grecia si rischia quindi un possibile effetto devastante su tutto il mondo finanziario tedesco.

Nel frattempo, si lascia via libera alla caccia grossa della finanza internazionale che ha nel mirino il Portogallo, altro Paese debole. Le sue condizioni sono sensibilmente meno gravi di quelle della Grecia ma il suo «rischio Paese» è stato, per analogia, pesantemente rivisto all’insù dai mercati. E intanto, sempre per analogia, qualcosa si muove al rialzo anche sul rischio spagnolo. Portogallo, Grecia, Spagna: dei quattro paesi a rischio che compongono l’acronimo Pigs (maiali) inelegantemente coniato nei circoli finanziari, ne rimane uno solo che comincia per I. No, non si tratta, per ora, dell’Italia – che ha un rapporto deficit/pil del 5,3 per cento, nettamente inferiore alla media dei Paesi dell’euro – ma della disgraziata Irlanda che ha un terribile 14,3 per cento. C’è però poco da stare allegri: anche l’Italia comincia per I e il 9 maggio è ancora molto lontano.

Se tutto ciò venisse scritto in un romanzo di fantaeconomia sembrerebbe incredibile oltre che grottesco. Eppure è quanto si sta verificando in un’Europa senza istituzioni sicure, dove la Banca Centrale Europea sta chiusa in un elegante grattacielo, come isolata dal mondo, senza un ministero europeo dell’economia con cui dialogare mentre i singoli paesi vanno ciascuno per conto suo e il Belgio, che dovrebbe essere il più «europeo» di tutti, non foss’altro che per essere sede delle maggiori istituzioni dell’Unione, è entrato in una crisi politica al buio dopo un paio d’anni di effettivo non governo. Non si esce da questa situazione semplicemente mettendo una pezza sul debito greco. Per non affondare, per non andare indietro, l’Europa sarà costretta a fare un deciso passo avanti sulla via dell’integrazione. Tale passo in avanti non può che implicare un’ulteriore perdita di sovranità economica dei singoli stati dell’Unione a cominciare da quelli più deboli che dovranno accettare una supervisione a livello europeo. Alcune competenze economiche degli stati nazionali (per esempio relative alle grandi infrastrutture europee) dovrebbero poi passare a un governo centrale ed essere finanziate mediante un’imposizione fiscale europea, determinata e controllata dal Parlamento europeo. L’autonomia economica di paesi come Francia, Germania e Italia dovrebbe lentamente ridursi fino ad assomigliare a quella (peraltro non trascurabile) di California, Massachusetts o Nebraska all’interno degli Stati Uniti.

Per l’Italia, la situazione presenta un risvolto del tutto particolare. L’Italia ha pagato con 10-15 anni di non crescita, o di crescita insufficiente, l’adesione, peraltro indispensabile, ai parametri di Maastricht: pur non essendo riuscita a ridurre grandemente il rapporto debito/prodotto, ha mantenuto fede agli impegni concordati e i suoi conti pubblici sono abbastanza in ordine. Si tratta naturalmente di una situazione precaria che potrebbe volgere decisamente al peggio in caso di cambiamento improvviso del quadro politico. Uno scioglimento anticipato delle Camere potrebbe indurre le agenzie internazionali di rating, come Moody’s e S&P, delle quali ormai la politica di ogni Paese è succube, ad abbassare improvvisamente la valutazione del debito pubblico italiano. Gli uomini politici italiani, notoriamente loquaci, dovrebbero poi ricordare che, quando fanno dichiarazioni, Moody’s e S&P ascoltano e annotano. Se non dai richiami del Presidente della Repubblica, almeno dalla finanza internazionale dovrebbe venire al mondo politico il richiamo a una maggiore cautela.

La Stampa 27.04.10