Latest Posts

"Tra retorica e pragmatismo, meglio i valori", intervista a Pierluigi Bersani di Donatella Coccoli

Sarà perché l’occasione era il congresso nazionale dell’Arci, fatto sta che a Chianciano il 15 aprile di fronte ad un popolo estremamente vivace come quello dei delegati della più grande associazione di promozione sociale, la parola cultura circolava molto. I tre anni di ricostruzione di una forza di opposizione sono davanti, pieni di incognite, mentre nelle stesse ore da Roma giungevano le notizie dello scontro Fini-Berlusconi. Il segretario del Pd Bersani, tra i temi toccati nel suo discorso accenna a problemi culturali, analizzando quel sistema di pensiero che è l’ideologia di Berlusconi che viene prima dei fatti, prima delle leggi. Un sistema fatto di populismo, del “fa come vuoi, come puoi”, di disprezzo delle regole. “Tiriamo su anche la nostra di ideologia”, sprona Bersani con quel suo cauto pragmatismo emiliano che forse, chissà, nella ricerca di «un qualcosa di marmoreo fatto di idee», così ha detto nel suo discorso, potrebbe rappresentare una novità. Il tutto mentre gli eredi della Dc e del Pci litigano (Franceschini e D’Alema) e mentre altri, come Veltroni, si rifugia in una fondazione (Democratica), aumentando la lista di “pensatoi” a sinistra che per il momento, come Italianieuropei di D’Alema, non hanno prodotto grandi sistemi teorici. E’ quindi sulla reazione culturale, e insieme politica, della sinistra che leftpone alcune domande a Pier Luigi Bersani.

Segretario, lei ha parlato di un sistema di pensiero berlusconiano che precede i fatti. Un sistema di pensiero di sinistra da dove parte? Dalla laicità, da pensatori del passato, da radici lontane? Da dove?

Intanto, il principio di eguaglianza è un principio ineliminabile per un concetto di sinistra; senza scomodare Norberto Bobbio, ripeto, è ineliminabile. Se non pensassimo all’eguale libertà e dignità di tutti gli uomini e di tutte le donne, non faremmo politica, non avremmo fatto politica. Questo è un crinale di differenza con gli altri, è il punto di base. E significa un certo numero di politiche concrete che devono essere sempre illuminate da questi valori. Non è che possiamo parlare tecnicamente di fiscalità di redditi bassi, senza dire che è una vergogna che ci sia gente miliardaria che non paga le tasse e che ci sono poveracci che non sbarcano il lunario.

E la libertà?

La libertà è intrinseca al concetto di uguaglianza. Non è solo libertà dai bisogni materiali: libertà è anche un moto dello spirito, è la libertà spirituale, è la capacità, la possibilità di muoversi, di agire, secondo quel che si pensa, secondo la propria individualità. Però l’esercizio di questa libertà è sempre legata ad una condizione concreta e quindi una libertà in astratto non è una libertà di sinistra.

Ripartire a livello culturale, ma come?

Intanto c’è un compito per chi agisce nel prepolitico e quindi stiamo parlando di funzioni che devono essere svolte da una pluralità di soggetti che sono soggetti associativi, culturali, intellettualità, che devono riprendere voce. Devono girare un insieme di pensieri buoni e non è che un partito è sempre organizzato in prima battuta sui problemi buoni; in genere un partito, a partire dai pensieri buoni, deve organizzare il progetto e il programma.

E allora le faccio l’esempio del Lazio. Lei ha definito subito Emma Bonino come una “fuoriclasse”. Potrebbe accadere che il Pd prenda qualcosa da quel patrimonio di democrazia social-liberale dei Radicali magari depurato dalle derive liberiste?

Io ho sempre pensato che un incrocio sociale liberale sia il luogo nel quale mettere a frutto quel concetto di uguaglianza e di libertà dei tempi moderni. Cioè, noi dobbiamo avere un occhio assolutamente prioritario e attento alla grande questione sociale e innervarlo sul tema dei diritti civili, sul tema dello spazio democratico, sui temi dell’individuo; credo quindi che ci voglia un matrimonio ben congegnato tra queste culture e queste realtà. Anche per questo dico che la Bonino è una fuoriclasse; anche se ha perso resta comunque una fuoriclasse.

Ha vinto politicamente ha scritto Sandro Medici, esponente di spicco della sinistra radicale romana.

Non ho dubbi, ci ho creduto, si poteva fare di meglio. E poi ho sempre pensato che è bello avere persone che hanno idee molto precise e che poi riescono a raffigurare nelle esperienze di governo senza mai tradirle, avendo anche la capacità di mettersi a disposizione di altre idee. Alla fine per governare la macchina non può bastare solo la tua idea, devi ragionare anche con la testa degli altri, avendo sempre in testa la tua idea. E la Bonino è una che ha sempre dimostrato questa caratteristica. Quindi diciamo valori, idealità, che poi devono diventare un po’ fatti, sennò non hanno le gambe per camminare. Quindi azione di governo, ma anche azione nobile. Non deve essere un’azione pragmatica, è un’azione che deve avere nei fatti qualche valore riconoscibile e questo è un punto che dobbiamo recuperare, perché la sinistra oscilla spesso tra affermazioni retoriche e un pragmatismo che la rende uguale agli altri.

A proposito di valori, parliamo di laicità. Il popolo della sinistra ha esultato quando la Binetti se n’è andata dal Pd. Nella nuova opposizione quale spazio alla laicità?

Su questo ho un’idea molto precisa. Intanto, lo stato laico è quello che prevede la nostra costituzione. Dopo di che, laicità per me significa autonomia della politica; non significa rinuncia anche al magistero, alla prospettazione ideale di luoghi filosofici, religiosi. Io non sono per annacquare il vino, ognuno deve dare il suo vino schietto. Ma quando si passa ad una cosa che si chiama politica – che non è mica obbligatoria – il politico deve, con in testa dei valori schietti, prendersi la responsabilità di districarli nella vita reale, e dare una risposta – transitoria, fallibile fin che si vuole – al bene comune. Quindi a me va benissimo che la chiesa sia nell’agorà, dica la sua, ritengo però che un politico cattolico debba ragionare per i cittadini. Questo è il punto, e quindi è un punto di autonomia. Quando invece si arriva a fare il politico con la bandiera del non negoziabile in politica, si sbaglia mestiere, perché la politica è il luogo del negoziabile.

Nel passato, su certe questioni, mi riferisco alla legge 40, solo per fare un esempio, il Pd è stato confuso.

Sì, sì, infatti, perché non abbiamo sbrogliato del tutto questo problema.

E adesso è sbrogliato?

Un passo avanti.

La scuola, tema delicatissimo che riguarda la formazione delle future generazioni.

La scuola in questo momento è un disastro. Io credo che di tutti i guai che ha fatto questo governo il principale è questo. Noi siamo in presenza di una riduzione dell’offerta formativa in qualità e in quantità. Mi dispiace dirlo, ma questa riforma è impotabile. Se tocca noi stare al governo, fra tre anni, bisogna assolutamente rimettere le mani al sistema scolastico. Dico una cosa fra tutte, il fatto di ridurre l’età dell’obbligo scolastico è in controtendenza cosmica, non c’è nessuno al mondo che fa una cosa del genere.
Quindi in questi tre anni il Pd darà battaglia sulla scuola?
Assolutamente sì, scuola e università.

da Left del 23 aprile 2010

Arbitrato: passa l'emendamento PD, battuto il governo

225 sì contro 224 no, e il Governo viene battuto per un solo voto alla Camera. Passa l’emendamento del Pd, di cui è primo firmatario Cesare Damiano, al ddl lavoro su cui l’esecutivo aveva espresso parere contrario.
L’emendamento si riferisce all’articolo 31 del testo, apportando modifiche al nono comma dell’articolo 9. Laddove si affermava che “le commissioni di certificazione accertano l’effettiva volontà delle parti di devolvere ad arbitri le controversie che dovessero insorgere in relazione al rapporto di lavoro”, il testo dell’emendamento prevede che la norma riguardi le controversie “insorte”, non quelle che “dovessero insorgere”, quindi quelle già in atto, non che dovessero insorgere in futuro.
Liti in aula nella maggioranza, Giancarlo Lehner accusa i finiani di aver teso una trappola al voto.
Pierluigi Bersani, segretario del Partito Democratico, commenta: “Non so se si sono estesi i finiani…” e aggiunge: “Viene quasi da augurarsi che qualcuno avesse compreso bene la portata della questione: il nostro emendamento era nel solco delle indicazioni del presidente della Repubblica. Direi quasi un omaggio”.
Cesare Damiano, capogruppo del Pd nella commissione Lavoro della Camera, commenta così il risultato di oggi: “E’ un serio colpo all’impianto del provvedimento del governo in materia di arbitrato e un passo avanti per i diritti dei lavoratori. Il governo – aggiunge Damiano – è stato battuto su un emendamento di grande importanza che restituisce ai lavoratori la possibilità di scegliere, caso per caso, se ricorrere alla giustizia ordinaria o all’arbitrato. Al contrario del testo del governo che, di fatto, imponeva ai lavoratori un’unica e definitiva scelta all’inizio del rapporto di lavoro”
Per Tiziano Treu, vicepresidente della commissione Lavoro del PD, “La maggioranza mostra segni di disorientamento. Lo abbiamo visto questa mattina al Senato sul Ddl sulla professione forense e nel pomeriggio alla Camera con l’approvazione dell’emendamento Damiano in tema di arbitrato. L’emendamento approvato contro la volontà del governo – aggiunge Treu – dà risposta a un rilievo preciso del Presidente Napolitano il quale ha raccomandato le Camere di garantire l’effettiva volontà delle parti di ricorrere all’arbitro. Questa volontà è effettivamente rispettata se si decide di usare l’arbitrato solo a fronte di controversie già in atto e non rispetto a controversie future”
Dario Franceschini, presidente dei deputati PD, commenta le molte assenze nelle file della maggioranza, che hanno inciso sull’esito finale del voto: “Ho una certa esperienza parlamentare: quasi 100 deputati assenti di maggioranza su una norma cosi importante non sono mai un caso. In realtà, la maggioranza è sempre più dilaniata politicamente e si comincia a vederne le conseguenze sul piano parlamentare.”
Il relatore Giuliano Cazzola, che aveva espresso il parere contrario del Governo all’emendamento del PD, ha chiesto una sospensione dei lavori. Per questo la seduta a Montecitorio è al momento sospesa e riprenderà al termine della riunione del comitato dei Nove, che dovrà decidere sul prosieguo dei lavori.

www.partitodemocratico.it

Scuola. Errani e Sedioli: "I tagli del Governo puniscono l'Emilia-Romagna"

Tagli all’organico dei docenti anche per l’anno scolastico 2010-2011: 1.193 insegnanti in meno.

Bologna – “I tagli del Governo puniscono l’Emilia Romagna”. E’ il duro commento del presidente della Regione Vasco Errani e dell’assessore regionale alla Scuola Giovanni Sedioli, dopo che l’Ufficio Scolastico Regionale ha comunicato ufficialmente i dati degli organici per l’anno scolastico 2010-2011, nel corso della Conferenza Regionale per il Sistema Formativo che si è tenuta oggi in Regione.
Saranno 1.193 i docenti in meno in Emilia-Romagna il prossimo anno scolastico, un numero che si somma ai 1.636 insegnanti già tagliati nell’anno 2009-2010.
“Il Ministero lo ha presentato come un taglio del 3%, uno dei più bassi a livello nazionale, ma in realtà sarà di circa il 5%, visto che non ha tenuto conto della crescita della popolazione scolastica in Regione, la crescita più alta a livello nazionale – spiegano Errani e Sedioli – E’ la logica assurda dei tagli lineari e della chiusura al confronto per verificare le esigenze concrete dei territori. L’Emilia-Romagna è da tempo al di sopra di tutti i parametri quantitativi determinati dal Ministero, in rapporto al dimensionamento, al numero alunni/classe e alunni/docente, e la qualità della sua scuola è riconosciuta”.

“E’ sbagliato in generale disinvestire sulla scuola, è politicamente e socialmente drammatico che si inventino processi di razionalizzazione di spesa che puniscono le situazioni più virtuose – continuano – Non sono ancora disponibili tutti i dati sugli effetti di dettaglio dei tagli sui singoli territori, ma sicuramente i cittadini avranno meno servizi scolastici (particolarmente colpita sarà la scuola dell’infanzia) e meno tempo scuola (tempo pieno, tempo prolungato) ed è a rischio concreto la sopravvivenza delle scuole di montagna, la cui presenza è la base stessa dell’esistenza dei centri abitati. Non dimentichiamo che a tutto questo si associa la riduzione del personale non docente e l’insufficienza delle risorse per la gestione ordinaria della scuola. Insomma, si profila un anno scolastico difficile, anche alla luce della partenza di una riforma della scuola superiore affrettata e non accompagnata dai necessari provvedimenti di sostegno (formazione dei docenti, libri di testo, accordi sulle qualifiche professionali)”.

“Chiediamo al Ministero – dicono il presidente Errani e l’assessore Sedioli – di rivedere quanto al momento determinato, autorizzando un numero maggiore di docenti. Siamo certi che i parlamentari eletti in questa regione, gli enti locali, le scuole, il sistema economico, le forze sociali condividono l’obiettivo di una scuola forte e qualificata, base dei diritti di cittadinanza e condizione per lo sviluppo economico. Chiediamo loro un impegno in questo senso, come è avvenuto in occasione della costruzione del patto per attraversare la crisi. Contiamo che l’Ufficio Scolastico Regionale e gli Uffici Scolastici Provinciali potranno e vorranno rappresentare al Ministero la legittimità ed il fondamento della richiesta indicata. La Regione continuerà comunque ad assicurare alle scuole il proprio sostegno per un migliore funzionamento ed ai cittadini l’iniziativa politica perché la scuola sia un terreno prioritario di investimento e qualificazione”./BM

Vigili del fuoco, il Pd interroga Maroni

Gli on. Ghizzoni e Miglioli chiedono di avviare la trattativa per il rinnovo del contratto di lavoro scaduto da 28 mesi. Il contratto di lavoro dei Vigili del Fuoco è scaduto da ben 28 mesi e il comando di Modena soffre da tempo di una gravissima carenza d’organico. La denuncia arriva dai parlamentari del Pd Ghizzoni e Miglioli che sulla questione hanno presentato un’interrogazione urgente al ministro Maroni.

“A tale situazione di oggettiva iniquità e sofferenza – spiegano i parlamentari del Pd – si aggiungono i ritardi nella retribuzione delle competenze accessorie, quali gli straordinari, le indennità di turno, festivo, notturno ecc. In particolare, è dall’ottobre 2009 che i Vigili del Fuoco impegnate nelle operazioni di soccorso nelle zone colpite dal sisma abruzzese, non ricevono il compenso dovuto”.

Ghizzoni e Miglioli chiedono dunque al governo come “intenda provvedere alla rapida liquidazione delle competenze accessorie e avviare la trattativa per il rinnovo del contratto di lavoro scaduto da oltre due anni”.

I parlamentari sottolineano inoltre che i Vigili del Fuoco di Modena, nonostante le oggettive difficoltà in cui si trovano a operare, “non sono mai venuti meno al proprio dovere e continuano a prestare la propria opera al servizio della comunità modenese e ovunque sia richiesto il loro soccorso, ad esempio in Abruzzo in occasione del terremoto”.

"Ecco la Casta: la maggioranza vota no ai soldi per i lavoratori", di Andrea Carugati

Eccola qui la Casta, nel senso più deteriore del termine. Martedì pomeriggio, Camera dei deputati. Aula piena, si votano «misure straordinarie per il sostegno del reddito e la tutela di determinate categorie di lavoratori». Il gruppo Omega, ad esempio, quello che comprende i dipendenti dell’ex Eutelia: migliaia di lavoratori da mesi senza stipendio, e senza neppure la cassa integrazione. E invece niente, il centrodestra ha detto no. Niente soldi per i lavoratori, che a gennaio avevano fatto un sit-in bloccando per ore via del Corso, davanti a palazzo Chigi, e ricevendo vaghe promesse.

Tavoli su tavoli, ma neanche una lira. Tutti rossi, ieri pomeriggio, i pulsanti sui banchi del centrodestra: 261 no, tra chi leggeva le pagine sportive dei giornali, chi stava al cellulare, chi rideva e chiacchierava in capannelli. No anche all’allungamento della cassa integrazione ordinaria da 12 a 18 mesi, per dare fiato alle aziende in crisi: altri 261 no, senza una crepa tra i banchi della maggioranza, niente finiani dissidenti stavolta. Erano i due emendamenti che il Pd aveva portato in aula (si è riusciti a votarli solo dopo che Fini ha accolto la richiesta di Franceschini, la maggioranza avrebbe voluto insabbiare la legge in Commissione) per salvare le due proposte, che fino alla settimana scorsa erano state pazientemente cucite riuscendo ad avere l’ok del centrodestra. Poi il dietrofront: «Non ci sono le coperture», hanno spiegato i berluscones, su mandato di Sacconi e Tremonti. «Falso», secondo i democratici, che hanno proposto di mettere mano «al fondo per gli straordinari, che è dormiente, visto che da quando è iniziata la crisi non se ne fanno più», come ha spiegato Cesare Damiano. «Si poteva anche tassare del 2% i redditi sopra i 200mila euro».

BERSANI: UNA VERGOGNA «Una vergogna, davvero scandaloso che il governo si arrampichi sui vetri per non dare risposte vere a chi ha ammortizzatori in scadenza e chi è da tempo senza protezione», dice Bersani, in aula come tutti i big del Pd. E Franceschini: «Quando sono nei loro territori chiedono interventi per i lavoratori, poi vengono qui e votano contro…». Sui banchi del governo il sottosegretario al Welfare Viespoli, che sulla cig rimanda alla «riforma organica» e sull’Eutelia dice: «Da tempo è aperto un tavolo a palazzo Chigi…». «E cosa mangia la gente, i tavoli?», gli risponde Bersani. Mentre Fabrizio Potetti, che segue la vicenda per la Fiom, spiega: «Da gennaio il tavolo non è più stato convocato, almeno 1200 persone sono senza stipendio da novembre e per avere materialmente in tasca la cassa integrazione passeranno altri mesi. Quella norma poteva dare un po’ di sollievo». Poteva, appunto, ma il centrodestra ha detto no. Non sono serviti i numerosi appelli dai banchi delle opposizioni (unitissime, in questa occasione), dal moderato Udc Delfino («Altro che tavoli, il governo dovrebbe aprire i cordoni della borsa)», fino a Barbato dell’Idv che ha parlato di un «governo da rincorrere in piazza con i forconi». Nel mezzo tanti deputati Pd, tutti a ricordare i mutui di quelle famiglie che non arrivano a fine mese, a chiedere alla maggioranza «un gesto di civiltà».

L’IMBARAZZO DEI LEGHISTI In imbarazzo il relatore Cazzola (Pdl), che aveva lavorato all’intesa col Pd e poi si è rimesso in riga: «Mi assumo la mia parte di responsabilità». E anche i leghisti, tanto che il governatore e capogruppo Cota, dice Bersani, «è uscito è dall’aula al momento del voto sull’Eutelia». E replica piccato al leader Pd: «Stia zitto, entro lunedì saremo in grado come Regione Piemonte di provvedere con la cassa integrazione in deroga per Eutelia». E Sacconi: «Tutto un problema creato sul nulla, trovatemi un solo cassintegrato che avrà danni da questa norma».

L’Unità 28.04.10

******

“Crisi, siamo su una polveriera pronta ad esplodere”, di Vincenzo Visco

Negli ultimi due anni il dibattito politico in Italia si è concentrato, e spesso è stato monopolizzato da argomenti che per quanto importanti poco hanno a che vedere con le preoccupazioni e le aspettative di fondo degli italiani.
I temi economici e sociali sono stati tenuti al margine dell’agenda politica per responsabilità, ma anche per interesse specifico della maggioranza e del governo.

In Italia coesistono oggi e si sovrappongono elementi di crisi strutturale che vengono da lontano e gli esiti della crisi finanziaria internazionale. I dati disponibili forniscono un quadro impressionante e preoccupante: negli anni della crisi: 2008 e 2009 il PIL italiano si è ridotto del 6,3%, che va confrontato col –3,5% dei paesi della zona euro, il -2,9% dei paesi Ocse, il -2% degli S.U. (l’epicentro della crisi); il -3,8% della Germania. In sostanza l’Italia – contrariamente a quanto ha sostenuto ossessivamente il governo, ha fatto peggio di tutti gli altri. In conseguenza il Pil pro capite italiano è tornato al livello del 1999, il livello di 10 anni fa: mentre gli altri paesi arretrano in conseguenza della crisi di uno o due anni, in Italia anche a causa della bassa crescita realizzata negli anni passati, le perdite recenti ci riportano a un passato ormai remoto.

Tutto ciò rafforza un processo di impoverimento degli italiani ormai in corso da tempo: se poniamo pari a 100 il Pil pro-capite a parità di potere d’acquisto dei 27 paesi dell’Unione europea possiamo verificare che nel 2000 l’indice dell’Italia risultava pari a 117, di poco inferiore a quello Francia, Germania e Regno Unito, per il 2010 lo stesso indice è previsto al livello di 98,6, molto distante ormai da quello dei grandi paesi europei e più prossimo al 95,6 della Grecia, o la 93,4 di Cipro.

Di tutto ciò la gente è inconsapevolmente consapevole, quindi è spaventata, e bisognosa di rassicurazione e protezione e le cerca dove ritiene di poterle trovare; purtroppo non presso l’attuale opposizione. L’impoverimento relativo dell’Italia è l’effetto di un lungo periodo di bassa crescita economica, causata a sua volta da un modestissimo aumento ( e in riduzione nel corso del tempo) della produttività: tra il 2000 e il 2005 l’aumento della produttività è risultato infatti solo dello 0,1%. Bassa produttività significa (è bene ripeterlo) bassa crescita economica e progressiva perdita di terreno rispetto agli altri paesi.

A ciò si aggiunge la situazione dei conti pubblici e del debito pubblico che è andata peggiorando sistematicamente durante i governi della destra, tanto che il surplus primario si è trasformato in deficit, e la spesa primaria che era scesa al livello minimo del 39,9% nel 2000 ha raggiunto il 48% del Pil nel 2009, mentre per il 2010, in assenza di correzioni si prospetta un disavanzo di quasi un punto superiore a quanto ipotizzato dal governo, e un debito che torna ai livelli dei primi anni ’90, vanificando gli sforzi di un decennio, e riproponendo ex novo la questione del risanamento finanziario. Poiché il Fmi prevede che a causa degli elevati livelli dei disavanzi e del debito pubblico provocati dalla crisi in tutti i paesi, i tassi di interesse sono destinati a salire di 2 punti, ciò significa per l’Italia una possibile crescita della spesa corrente ( e del deficit) nei prossimi anni di 2- 2,5 punti di Pil.

I dati sulle forze di lavoro mostrano che la disoccupazione, se si tiene conto dei lavoratori che sono usciti dal mercato e di quelli in cassa integrazione, raggiunge ormai l’11%. Infine la vicenda della Grecia indica che negli anni del dopo crisi occorrerà fare i conti non solo con i disavanzi interni, ma anche con quelli esteri. E l’Italia insieme a Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda presenta un deficit rilevante e crescente della bilancia dei pagamenti ( oltre 2 punti di PIL) che era in pareggio nel 2000.
Deficit interni e deficit esteri renderanno inevitabilmente necessarie politiche restrittive e deflazionistiche, salvo che l’Europa ( e con essa L’Italia) riprenda una crescita accelerata.

E poiché la correzione in regime di moneta unica non potrà avvenire attraverso una svalutazione della moneta, potrà risultare necessario ridurre il disavanzo pubblico e i redditi delle famiglie con strumenti più tradizionali, visibili e dolorosi (tagli e tasse), senza escludere la possibilità di una riduzione dei salari nominali come fu fatto durante il fascismo (1927) per raggiungere “quota 90”, e come stanno facendo oggi Irlanda e Grecia. Stando così le cose l’assenza di un dibattito serio e onesto sulla situazione economica è un errore gravissimo che sta compiendo la maggioranza e il governo, ma neanche l’opposizione sembra pienamente consapevole della situazione. Il disagio è grande e non è un caso che esso cominci ad esprimersi anche attraverso le divisioni politiche pubbliche ed esplicite all’interno della maggioranza.

Ci aspettiamo dunque periodi difficili. In particolare andrebbe affrontato il problema della politica economica dell’Europa, e della crescita in Europa: non è affatto ovvio che i disavanzi siano un peccato e i surplus una virtù. Analogamente se gli altri paesi (USA, Cina) cercano di pilotare la svalutazione delle loro monete per accrescere le esportazioni non si capisce perché l’Europa debba assistere passivamente alla rivalutazione dell’euro e allo piazzamento delle proprie esportazioni. E ancora che credibilità può avere presso la popolazione europea una politica che ritiene insostenibile una inflazione superiore al 2%, e accetta tranquillamente una disoccupazione del 10 o più per cento?

Vi sono poi le questioni interne: come si aumenta la produttività dell’economia italiana? Negli anni passati abbiamo provveduto a restringere i salari e i costi del lavoro e a sostenere le esportazioni riducendo tasse e contributi: vi è la possibilità di affrontare più direttamente a conclusivamente la modernizzazione del paese? Dobbiamo impegnarci ad aiutare (e indurre) le imprese a raggiungere dimensioni accettabili, o continuare a sussidiare con decine di mld di euro le nostre micro imprese attraverso l’evasione fiscale tollerata e protetta (dalla maggioranza, dal Governo ma anche talvolta inconsapevolmente dalla opposizione)?

Come si affronta il rischio, evidenziato da Fini della disarticolazione del Paese, e della contrapposizione tra nord e sud? Come si risolve il problema del degrado morale del Paese che si traduce in corruzione dilagante, conflitti di interesse irrisolti, ecc?
Si potrebbe continuare. Tuttavia le questioni poste e la loro rilevanza e drammaticità si collegano al dibattito sulle riforme istituzionali. Qui la domanda rilevante è la seguente: per risolvere problemi così gravi che non si riescono ad affrontare da oltre 10 anni perché non è neanche possibile enunciarli nel clima di violenta e artificiale conflittualità in cui viviamo, non può essere utile perseguire un bipolarismo “temperato”, in luogo della contrapposizione violenta e intollerante a cui ci siamo abituati ( e di cui di fatto il Pd è essenzialmente la vittima designata)?

L’Unità 28.04.10

Scuola e Sud De Mauro: il Nord è avanti ma resta lontano dall’Europa

La scuola del Sud, «zavorrata», fa fatica ad inseguire quella del Nord ma, cosa ancor più grave, l’intero sistema di istruzione italiano fa una pessima figura al cospetto di quello europeo.
La pensa così, e non da ora, Tullio De Mauro, insigne linguista e intellettuale di origini napoletane, che ha posto il tema de La cultura degli italiani anche al centro di un suo fortunato volume, scritto con il giornalista Francesco Erbani e di recente ristampato da Laterza. De Mauro accetta di intervenire nel dibattito sulla «zavorra scolastica» aperto, sul Corriere del Mezzogiorno, dalle riflessioni dell’economista Donato Masciandaro, e proseguito, tra gli altri, con un appello dello storico Giuseppe Galasso alla scuola del Sud affinché faccia una seria autocritica.

Professore, tutti i dati segnalano l’esistenza di una “zavorra” che penalizza gli studenti meridionali. Il divario, a suo giudizio, è rimasto immutato nel corso degli anni o si è allargato?

«Tutti i dati disponibili, quelli anagrafici dell’Istat, quelli delle indagini sulla cultura e la lettura sempre dell’Istat e quelli delle indagini comparative internazionali sui rendimenti scolastici (cominciate nel 1971, tra la disattenzione di troppi) parlano di un divario tra le regioni meridionali e le regioni del Centro e del Nord dell’Italia. Un divario che, col tempo, si è andato accrescendo. È bene che di ciò ci rendiamo conto, ma, attenzione, a patto di capire che esso è poca cosa rispetto al divario assai più grave che in queste materie separa l’Italia intera dal resto dell’Europa e dei paesi più sviluppati. Il divario Sud-Nord segnala un’oscillazione negativa in medie complessivamente basse».

Quali sono le ragioni di questo divario? Perché la scuola al Sud funziona peggio?

«Nella generale penuria nazionale di investimenti per la crescita culturale e per le scuole gli anelli deboli sono in maggior sofferenza. E non basta. Fa bene Giuseppe Galasso a richiamare tutti noi meridionali alle nostre responsabilità, ma queste non riguardano solo la scuola e nemmeno solo le agenzie di cultura, biblioteche territoriali, musei, teatri, sale per concerti, e la diffusione di giornali e libri. Riguardano anche altri aspetti della vita sociale: la rassegnazione dinanzi ai fenomeni criminali, la micro-illegalità diffusa, il drenaggio continuo, ormai secolare, delle energie più attive e qualificate dal Sud verso il Centro e il Nord. Nelle professioni intellettuali e nell’insegnamento è un’emorragia continua che porta le persone giovani e più intraprendenti a lasciare il Sud per il Nord del Paese. Quando Bossi e i leghisti scalpitano per i troppi insegnanti meridionali al Nord, compresa la signora Bossi, segnalano un dato statisticamente rilevante».

Ma esiste o non esiste un problema di divario nella preparazione degli insegnanti del Sud e del Nord?

«Se esistesse, non sapremmo spiegare perché i meridionali a Roma, Firenze, Milano, Torino danno ottimi risultati».

Finora, però, ogni volta che si è posto il tema dell’arretratezza della scuola meridionale quest’ultima si è difesa accusando un’assenza di sostegno statale. È giusto continuare su questa linea o, come suggerisce Galasso, bisogna promuovere un cambiamento a partire da una sana autocritica del sistema scuola?

«Le autocritiche fanno (farebbero) bene a tutti. Purché, però, come ho già detto, tale autocritica riguardi tutti i nostri gruppi dirigenti, considerata l’arretratezza complessiva del nostro sistema di istruzione».

C’è chi sostiene del Sud che siano la scuola più deboli e le perché il contesto sociale le aiuta meno: banche, imprese ed enti locali investono poco negli studenti. È d’accordo?

«Sì, a parte isolate eccezioni, come le iniziative di Nichi Vendola in Puglia, un esempio che meriterebbe seguito».

Ne “La cultura degli italiani” lei ridefinisce anche il significato stesso della parola “cultura” ritenendo, diversamente da quanto tradizionalmente è avvenuto, che debba comprendere anche le competenze scientifiche e tecnologiche: è forse questo il vizio originario della scuola italiana?

«Certo che è un vizio, ma è un vizio di tutta la nostra cultura intellettuale, e da secoli, e aggravatosi negli anni. Già negli anni Venti lo segnalavano come pessimo contrassegno della nostra vita nazionale Sebastiano Timpanaro e Antonio Gramsci».

Il filosofo Giuseppe Cantillo ha invitato i docenti di scuola e università del Sud a iniziare ad abbassare i voti. Secondo lei può essere un buon punto di partenza per migliorare la preparazione degli studenti?

«Il rigore è sempre utile, purché sia come la carità secondo i Santi Padri: della carità dicevano incipit a se metipso, comincia da se stessi. Dovrebbe valere anche per il rigore».

Potremmo provare a sintetizzare alcune idee per migliorare la scuola del Sud?

«Creare in ogni Comune almeno una biblioteca territoriale, creare biblioteche e mediateche scolastiche nelle scuole, spingere gli adulti a leggere più giornali e libri, riuscire a spiegare alle famiglie che qualche libro in casa è un potente aiuto al successo scolastico dei figli. Non sono cose che costano molto e, come sappiamo da tutto il mondo e da regioni ‘‘felici’’ come il Trentino o la Val d’Aosta, sono investimenti preziosi non solo

Il Corriere della Sera 28.04.10