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"Quella bambina in camicia nera costretta a subire una lezione di odio", di Goffredo Buccini

GIULINO DI MEZZEGRA (Como) – Quest’anno si sono tirati dietro i bambini. Come alla gita fuoriporta. Davanti al cancello della fucilazione, a Villa Belmonte, c’è uno scricciolo con la maglietta gialla, a stento arriva al muretto di cinta. Punta verso la croce dove c’è scritto «Benito Mussolini, 28 aprile 1945» l’obiettivo del suo Nintendo DS, quello con cui gioca normalmente a Super Mario. E c’è lei, che avrà sei anni scarsi: le hanno infilato una camicetta nera, calzato in testa il basco della Repubblica sociale, con il gladio e l’alloro per stemma. Pure lei scatta foto, con una macchinetta digitale. Pare di sentirla. «Dai zio, alza il braccio e sorridi, eja-eja». Alle sue spalle una coppia attempata (papà e mamma? nonni?), teschi sul cappello come comparse sbrindellate del «Salò» di Pasolini, con accanto un bamboccione occhialuto coperto di gladi che pare un puntaspilli (fratello maggiore?). Nella marmellata pop della pacificazione nazionale, tra coriandoli d’identità dove le t-shirt della Rsi vanno via online a nove euro «con logo prestampato», eccoci quindi alla scampagnata di famiglia repubblichina.

Le immagini ci raccontano una giornata piena di sole che cozza con le cupe icone di battaglia, una banalità del male che profuma di frittata di maccheroni. Quelli di Giulino di Mezzegra ci hanno fatto il callo, ogni anno è così per l’anniversario della morte di Mussolini. Sarebbe il 28 aprile, ma in tre o quattrocento hanno anticipato alla domenica, capirete: ci scappava la gitarella sui laghi e pazienza se i partigiani dell’Anpi hanno preso storta la coincidenza col 25 e la Liberazione.

Solita roba, dicono qui annoiati, soliti saluti romani; i reduci, sempre di meno – quest’anno è rimasto solo il Mario Nicolini (98 anni!) che fa sempre lo stesso discorso – e gli skinheads, sempre di più, crani che brillano al sole, muscoli gonfi. Davanti alle foto di giornata, uno può sorridere, intristirsi, magari arrabbiarsi. Forse la reazione più saggia ce l’ha la gente del posto: «Quelli là? Non ci facciamo neanche più caso». Ma è la prima volta che alla parata di Giulino si vedono tanti bambini: intabarrati in divisa, imprigionati in una nostalgia per qualcosa che nessuno ha vissuto (tranne il Mario, s’intende). Bambini che andrebbero lasciati in pace, in quest’Italia pacificata. Bambini con una fantasia dura da incastrare in una pagina di odio: uno s’è portato il pallone e lì, sul prato, tra grinte imbronciate di padri e zii che pare la notte del 25 luglio, baschi neri e calzoni alla zuava negli stivali che sembrano tutti controfigure di Pavolini, parte in dribbling, dritto in porta. La squadra dei neri è numerosa, ma lui corre e corre, ha tutta una storia davanti.

Il Corriere della Sera 26.04.10

Rosarno e gli immigrati sfruttati. Arrestati i caporali della rivolta

La polizia di Reggio Calabria sta eseguendo 31 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di italiani e stranieri accusati di sfruttamento di manodopera clandestina nelle campagne di Gioia Tauro e di Rosarno. L’operazione, frutto delle investigazioni volute dopo le rivolte degli extracomunitari dello scorso gennaio, ha portato al sequestro di 20 aziende e 200 terreni, per un valore stimato di 10 milioni di euro. La polizia, in collaborazione con carabinieri e guardia di finanza, sta eseguendo le 31 ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip dalla Procura della Repubblica di Palmi dopo le indagini che hanno permesso di scoprire, secondo la nota, che «vi erano … condizioni di assoluta subordinazione in cui versavano i migrantes, finiti nelle mani di persone che, sotto gravi minacce di ritorsioni, imponevano opprimenti e inique condizioni lavorative».

Lo sfruttamento e le condizioni inique in cui erano costretti a lavorare fu alla base della rivolta degli immigrati avvenuta nei mesi scorsi a Rosarno. È quanto emerso dalle indagini che hanno portato stamani ad una operazione della squadra mobile, dei carabinieri e dei finanzieri contro il fenomeno del caporalato. Gli investigatori hanno accertato che alla base delle proteste e degli episodi di violenza vi erano le condizioni di assoluta subordinazione in cui versavano gli immigrati finiti nelle mani di persone che li costringevano a lavorare in condizioni inique. Gli immigrati, inoltre, avrebbero subito anche ripetute minacce. I lavoratori extracomunitari erano costretti, infatti, a lavorare mediamente dalle 12 alle 14 ore al giorno ricevendo un compenso di una decina di euro al giorno. Gli extracomunitari che si ribellavano subivano ritorsioni e minacce. La rivolta di Rosarno, infatti, fu determinata proprio dal ferimento a colpi d’arma da fuoco di due lavoratori extracomunitari.
L’Unità 26.04.10

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“Rosarno, immigrati schiavizzati” In carcere i caporali della rivolta

Arrestate trenta persone nella cittadina calabrese: le indagini avviate dopo gli scontri: “Emergono sfruttamento e minacce ai lavoratori extracomunitari”
ROSARNO – Almeno trenta persone in carcere. E’ questo, per il momento, il bilancio del blitz in Calabria contro il racket dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù degli immigrati in agricoltura. L’operazione anti-caporali nasce dalle indagini avviate nel gennaio scorso, dopo la clamorosa rivolta degli extracomunitari 1 impegnati nella raccolta degli agrumi.

Dalle indagini emerge chioaramente che alla base di quella rivolta c’era lo sfruttamento e le condizioni inique in cui gli immigrati erano costretti a lavorare. Gli immigrati, inoltre, avrebbero subito anche ripetute minacce. I lavoratori extracomunitari erano costretti, infatti, a lavorare mediamente dalle 12 alle 14 ore al giorno ricevendo un compenso di una decina di euro al giorno. Gli extracomunitari che si ribellavano subivano ritorsioni e minacce. La rivolta di Rosarno, infatti, fu determinata proprio dal ferimento a colpi d’arma da fuoco di due lavoratori extracomunitari.

I trenta arrestati sono accusati di essere una parte dell’organizzazione di sfruttamento. Tra loro ci sono sia italiani che extracomunitari. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrate venti aziende e duecento terreni, per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro. Sono state scoperte anche numerose presunte truffe compiute nei confronti degli enti previdenziali.
La Repubblica 26.04.10

Bersani: "Con Berlusconi le riforme sono impossibili lui vuole solo le elezioni", di Claudio Tito

In questa maggioranza «non ci sono le condizioni per affrontare le riforme». Anzi, Berlusconi utilizzerà il primo pretesto possibile per andare al voto. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani, non crede affatto al dialogo offerto dal presidente del consiglio. A suo giudizio, non ha alcuna intenzione di compiere delle «scelte». Semmai, il premier è pronto all´ennesimo «strappo»: perché questo governo «non potrà andare avanti così altri tre anni». Ma sulle urne «decide il capo dello Stato» e in quel caso non si può «indicare ora soluzioni a tavolino
Berlusconi ha colto l´occasione del 25 aprile per proporre un´intesa sulle riforme istituzionali.
«Sono parole apprezzabili. Il presidente del consiglio, però, ha scoperto solo di recente la solennità del 25 aprile. Ma più che questi messaggi, colpiscono le sue altalenanti contraddizioni: da mesi va avanti a strappi con i successivi aggiustamenti. Dobbiamo guardare ai fatti, le parole non servono».
In che senso?
«Negli ultimi 9 anni, sette sono stati governati dal centrodestra. E si è visto che la democrazia populista non è in grado di decidere. Non ci sono scelte in nessun campo. Né in economia, né sul terreno istituzionale. Un sintomo evidente è l´impennata orgogliosa di Fini. Una reazione che non è la malattia o la medicina della destra, ma è il sintomo di un malessere. Per questo è necessario uscire dalla chiacchiere».
Sta di fatto che stavolta il premier vi chiede collaborazione.
«Ma il loro modello di azione non è fatto per decidere. È costruito per accumulare il consenso, ma poi non lo usano per governare. Io ho insomma profonda sfiducia che si voglia mettere davvero mano a qualcosa di concreto. È evidente che in questa maggioranza non ci sono le condizioni per affrontare le riforme. Infatti, prima o poi, davanti alla difficoltà di decidere, Berlusconi prenderà un pretesto qualsiasi per accelerare in curva».
Accelerare verso dove?
«Verso le elezioni. O verso un qualsiasi tipo di strappo. La bozza Calderoli che altro era? Un´accelerazione per coniugare solo l´interesse del premier con quello della Lega. In Fini c´è questa consapevolezza. Lui stesso elenca alcuni nodi cruciali: il programma economico da aggiornare alla luce della crisi, il federalismo senza compromettere l´unità del Paese».
Anche il Quirinale, però, vi chiede uno sforzo bipartisan.
«Accettiamo l´appello del presidente della Repubblica. Noi, però, una proposta l´abbiamo presentata. Non conosco quella del Pdl. Fini gliel´ha chiesta. Aspetteremo, ma sono pessimista sulla possibilità che questo governo affronti temi cruciali».
Quindi non ci sono le condizioni per un dialogo.
«L´opposizione è davanti ad un nuova responsabilità. Bisogna stringere le maglie per una piattaforma che abbia il sapore di un´alternativa di governo. Dobbiamo essere pronti perché il Paese sta scivolando».
Per questo ha proposto il Patto repubblicano pure al presidente della Camera?
«Il patto repubblicano non esclude Fini, ma certamente non è rivolto solo a lui. Nella proposta c´è l´esigenza che le forze dell´opposizione sui temi cruciali della democrazia e delle priorità economiche e sociali si rivolgano in modo ampio alle forze sociali civiche e politiche che riconoscono l´esigenza di una svolta che avvenga nel solco della Costituzione».
Questo, però, è uno scenario possibile solo in caso di crisi del governo.
«Io voglio capire chi non accetta la deriva. Qualcuno mi ha accusato di fare tattica sulle alleanze, ma è esattamente il contrario. Voglio che siamo noi a interpretare le grandi esigenze sociali e a proporre una forma nuova e più efficiente di bipolarismo».
Ma se entra in crisi la maggioranza ci saranno le elezioni o ci sarà una soluzione intermedia con un governo tecnico?
«Quel che vedo è che non si potrà andare avanti così altri tre anni e non vedo scenari intermedi».
Qualcuno ha letto il Patto repubblicano come una premessa per un esecutivo di transizione.
«Niente di tutto questo. Non voglio sproloquiare su formule. Credo che, nell´impotenza del centrodestra, qualcuno possa dare uno strattone. Ma la sorte della legislatura non è in mano a un uomo solo, c´è anche il presidente della Repubblica».
Nel ‘95, quando entrò in crisi il primo governo Berlusconi, nacque l´esecutivo Dini.
«Ogni fase ha il suo schema, ma la storia non si ripete. Vedremo cosa accadrà. Non siamo in condizione ora di indicare soluzioni a tavolino e non abbiamo messo in moto movimenti per un cambio di maggioranza. Quando ho parlato di patto repubblicano, pensavo a cose più profonde. Ad esempio: si può tornare a votare con questa legge elettorale? Si può andare avanti con questo sistema dell´informazione. Possiamo proseguire senza affrontare la crisi economica? Che benefici ci ha portato questa curvatura personalistica della nostra democrazia?».
C´è chi – come il professor Campi – propone di riformare proprio la legge elettorale per poi tornare al voto. Si aspetta che il presidente della Camera opti per questa strada?
«Non arrivo a questo. Penso però, se sarà coerente, che dovrà sciogliere alcuni nodi fondamentali: i temi sociali, le norme sugli ammortizzatori sociali, la giustizia (basti pensare alle intercettazioni), il federalismo che è arrivato ai decreti attuativi. La palla, a quel punto, toccherà a Berlusconi. Se saprà risolvere i problemi, andranno avanti, altrimenti si porrà una questione di stabilità politica. Per quanto ci riguarda, il Paese si aspetta solo che lavoriamo a una piattaforma alternativa. E chi fino ad ora ha sonnecchiato dovrà accorgersi che a Palazzo Chigi non si decide niente».
E chi ha sonnecchiato?
«Ad esempio qualche rappresentanza sociale. Ho assistito all´ultima assemblea di Confindustria e ho notato un certo spaesamento e ho sentito stavolta parole nette dalla presidente Marcegaglia. C´è sempre meno fiducia. Basta pensare al federalismo: ne parlano continuamente ma poi il Tesoro non ci porta le tabelle. Senza numeri e soldi, questa operazione non esiste».
Ma in caso di voto anticipato, il Pd è pronto?
«Non lo vedo per domani ma certamente una fase di logoramento potrebbe portarci fin lì. Stiamo lavorando sul progetto Italia 2011 lanciato nell´ultima direzione. Da lì usciranno le nostre idee per l´alternativa».

La Repubblica 26.04.10

"Assunzioni, incarichi triennali, neo-assunti fermi cinque anni: il Pd lancia la sfida", di A.G.

È la risposta alla proposta della Lega di favorire la continuità didattica maggiorando il servizio ai prof residenti nella regione dove svolgono servizio: meglio incentivare e premiare gli insegnanti che lavorano nelle scuole di periferia, dove è più forte il disagio sociale. Per i tagli preoccupa soprattutto la primaria.

Sono tre i passaggi prescelti dal primo partito d’opposizione, il Pd, per favorire quella continuità didattica tanto reclamata dalla Lega, confluita in un ddl, e che nei giorni scorsi ha spinto il ministro Gelmini ad auspicare un nuovo modello di reclutamento dei docenti: a tracciare la proposta alternativa è stata Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria nazionale del Partito democratico. In prima battuta ha detto che sarebbe opportuno “stabilizzare i precari, così come aveva deciso il governo Prodi nella Finanziaria 2007 con l’assunzione di 150mila insegnanti, poi bloccata dal governo Berlusconi”. Molto produttiva, sempre ai fini di limitare il ricambio di un docente su tre al termine di ogni a.s., sarebbe anche la possibilità di “assegnare incarichi almeno triennali”, con tutti quei docenti a tempo determinato che vanno a coprire una cattedra vacante. E per ultimo obbligare il docente ne-assunto in una sede “alla permanenza in quel ruolo per cinque anni”. Le differenze rispetto a quanto paventato dal ministro sarebbero diverse: innanzitutto perché queste proposte non hanno nulla a che vedere con l’anagrafe e “con la residenza: perché – chiede l’esponente del Pd – un docente residente a Firenze non dovrebbe poter insegnare a Bologna, quando oggi le due città sono separate solo da 30’ di treno?”. La restrizione rispetto alla normativa in vigore non sarebbe comunque da poco: oggi un docente neo-immesso in ruolo ha la possibilità di chiedere il trasferimento dopo tre anni. Ma già dopo un anno può accedere alla “assegnazione provvisoria” qualora vi sino motivi familiari importanti (come il ricongiungimento al coniuge o l’assistenza esclusiva ad genitore con comprovati problemi di salute). Puglisi però non ha fatto riferimento a questa eventualità, lasciando forse troppi dubbi aperti.La responsabile Scuola per il Pd ha voluto inoltre dire la sua sul punteggio maggiore che al Miur sembrerebbero voler concedere nei confronti dei prof residenti nella regione dove svolgono il servizio: per Puglisi sarebbe più opportuno, invece, “incentivare e premiare gli insegnanti che lavorano nelle scuole di frontiera, le scuole di periferia, dove è più forte il disagio sociale e dove ogni abbandono scolastico è una sconfitta per il futuro del nostro Paese”. A proposito dell’eventualità di introdurre degli albi regionali per il reclutamento, l’esponente del Pd ha liquidato la questione sottolineando la “marcia indietro” del ministro Gelmini “dopo aver buttato un po’ di una boutade per coprire i tagli alla scuola pubblica”. In particolare, sempre secondo Puglisi, le dichiarazioni del responsabile del Miur dei giorni scorsi non avrebbero fatto altro che assecondare “un po’ di propaganda leghista sulla ‘bontà’ dell’insegnante padano, per coprire le 1.633 cattedre in meno nelle scuole venete”. L’ultima annotazione riguarda i 26 mila insegnanti e i 15 mila collaboratori scolastici sottratti dagli organici del prossimo anno scolastico: nel Pd c’è preoccupazione, in particolare, per quelli che ancora una volta si abbatteranno “sulla primaria, distruggendo definitivamente – sottolinea la responsabile Scuola – i modelli educativi del tempo pieno e del modulo a 30 ore, che con ardite acrobazie e rottamazioni di team didattici, i dirigenti scolastici avevano provato a mantenere per rispondere al tempo scuola richiesto dalle famiglie”. Acrobazie che, il caso del Piemonte è emblematico, starebbero però creando problemi soprattutto alle primarie che propongono un’offerta formativa cosiddetta “a modulo”.

da Tecnica della scuola 26.04.10

"In onda lo smantellamento della scuola a tempo pieno", di Gianni Gandola e Federico Niccoli

Da tempo su questo giornale andiamo sostenendo che il piano di “ristrutturazione” della scuola primaria programmato dal duo Gelmini-Tremonti sarebbe stato graduale. Attuato cioè per tappe successive. La prima fase è consistita nell’eliminazione dei moduli (3 insegnanti ogni due classi), vale a dire nella soppressione del modello didattico più diffuso nel nostro paese, con conseguente consistente riduzione del numero dei docenti.

I modelli orari riproposti dal ministro Gelmini (ci riferiamo in particolare alle 27 e 30 ore) in realtà si differenziano in modo sostanziale rispetto agli stessi modelli previsti dalla riforma Moratti. La Moratti non metteva comunque in discussione l’impianto modulare, pur introducendo figure e funzioni come il tutor. Qui invece si afferma nettamente la prevalenza di un docente, attorniato da qualcun altro che completa l’orario settimanale (nei fatti un’estensione, una protesi del modello gelminiano del maestro unico).

L’aggressione al tempo pieno veniva invece rinviata e attuata appunto in maniera graduale perché altamente impopolare. E’ chiaro a tutti che toccare il tempo pieno in alcuni grandi centri urbani (Milano, Bologna, Torino, ecc.) significa andare incontro a grandi proteste e a resistenze da parte dei genitori. E i genitori votano. Per questo si è proceduto in maniera soft e per pezzi. Già ai tempi della Moratti a Milano l’organico del tempo pieno era stato intaccato. Nel senso che non era stato confermato pienamente il doppio organico per classe ma erano stati autorizzati 1-2 docenti in meno per scuola. Un numero tale comunque da poter garantire il funzionamento a 40 ore settimanali. Con evidente ignoranza della Moratti che, inconsapevolmente, confondeva il “tempo pieno” con il “tempo scuola a 40 ore” e sosteneva candidamente che si trattava della stessa identica cosa. Con Fioroni ministro, per un breve periodo, il doppio organico automatico veniva ripristinato sulle nuove classi prime a tempo pieno. Su quelle classi (non su quelle già avviate, ovviamente) in quasi tutte le scuole milanesi tornavano i due docenti per classe.

Lo scorso anno non è andata esattamente così. In alcune situazioni veniva confermato il doppio organico in altre vi è stato ancora qualche taglio. Con una novità, sul piano formale. Nelle circolari ministeriali si precisava che il tempo pieno veniva confermato “senza le compresenze” (vale a dire senza le 4 ore in cui i due docenti si vengono a trovare contemporaneamente in classe e possono attuare attività per gruppi-classe). Non era ben chiaro (o almeno non veniva detto esplicitamente) come dovevano essere altrimenti usate le compresenze. Di fatto le scuole – data la mancata assegnazione delle risorse necessarie per le supplenze – erano costrette ad usarle per tappare i buchi in caso di assenza di qualche insegnante.

L’operazione di smantellamento del tempo pieno prosegue ora con chiarezza e determinazione. In ogni scuola a tempo pieno (almeno in provincia di Milano) vi sarà un taglio ulteriore di uno o due docenti in organico (1), che viene ad aggiungersi a quelli degli scorsi anni. Questo significa che di fatto il modello didattico e organizzativo del tempo pieno viene completamente snaturato, così come abbiamo scritto e descritto su queste pagine innumerevoli volte (2). Non solo, ma per poter garantire le 40 ore settimanali le scuole dovranno fare i salti mortali impiegando docenti di una classe in un’altra, a scacchiera. Le compresenze tramonteranno pressoché definitivamente (d’altra parte non è questa l’intenzione dichiarata del ministro, che le considera alla stregua di un’inutile spreco?). Insomma è la fine (o quantomeno una fase molto avanzata) del modello pedagogico della scuola a Tempo Pieno. Non eravamo inutili Cassandre nel prevedere questa prospettiva graduale.

Quali saranno le prossime tappe? Ci aspettiamo ora che la Gelmini insista, nei prossimi tre anni di legislatura, sull’imposizione del modello del maestro unico. Una scuola del mattino, con l’insegnante unico, e un orario aggiuntivo pomeridiano gestito o da altri docenti o da educatori comunali. Il ritorno cioè al doposcuola d’antan. La strada, almeno nelle intenzioni del ministro, è questa. Così si chiuderà definitivamente il cerchio, con l’eliminazione di una delle esperienze più innovative e positive della scuola elementare italiana. Con il ritorno a prima del ’68, esattamente come sostenuto da Gelmini e Tremonti.
NOTE

(1) vedi articolo di Pippo Frisone “La mossa del cavallo” in www.scuolaoggi.org/Milano

(2) vedi ad esempio gli articoli:

“Il grande inganno: Tempo Pieno e 40 ore” in http://www.scuolaoggi.org/node/1439

“Finisce il Tempo Pieno, restano le 40 ore?”in http://www.scuolaoggi.org/node/1449

da ScuolaOggi 26.04.10

"Separati in patria", di Federico Geremicca

L’appello del Presidente Napolitano affinché le celebrazioni si svolgessero in un clima di serenità; l’invito del premier Berlusconi a far tesoro della libertà e della democrazia riconquistate con la Resistenza; le sollecitazioni e la speranza dell’Anpi, infine, che le manifestazioni non venissero turbate da tumulti e contestazioni. Tutto inutile. Assolutamente inutile. E così, anche questo 25 aprile – non il primo e probabilmente non l’ultimo – finisce in archivio con un bollettino di incidenti indegno della giornata che ricorda e simboleggia la liberazione dell’Italia dal nazifascismo.

Da Catania a Milano, è tutta un’interminabile teoria di contestazioni, diserzioni e incidenti di piazza e diplomatici. I più seri nella capitale, dove la protesta contro la presenza sul palco della neo-governatrice Polverini è culminata in un tiro al bersaglio contro il presidente della Provincia, Zingaretti, colpito da un limone in pieno volto.

Ma aspra è stata anche la contestazione subita, a Milano, dal sindaco Moratti e dal presidente della Provincia, Podestà. Nel capoluogo lombardo, il presidente della Regione, Formigoni, ha addirittura disertato la manifestazione di piazza Duomo con una motivazione che la dice lunga sul clima che si va radicando nel Paese: «Non sarò al corteo per la stesso motivo per il quale il Presidente Napolitano ha preferito commemorare la Liberazione con il momento di sabato alla Scala…».

Protagonisti delle contestazioni – che a Milano non hanno risparmiato nemmeno reduci dei campi di Auschwitz e Treblinka – giovani dei centri sociali e militanti della sinistra più radicale. «Chi semina vento, raccoglie tempesta», ha accusato il leader nazionale dei giovani del Pdci, giustificando – se non rivendicando – l’aggressione di cui sono stati fatti oggetto i presidenti Polverini e Zingaretti. E se non si capisce bene quale vento abbia seminato il presidente Zingaretti, davvero si fa fatica a cogliere il senso di una tempesta (di limoni, insulti e mandarini) in un giorno così.

Da più parti si sottolinea ormai con allarme e frequenza quasi quotidiana il fatto che il Paese stia perdendo coesione sociale. Significa che, dopo l’aggravarsi delle diseguaglianze economiche e il radicarsi di sempre più evidenti divisioni territoriali (tra Nord e Sud) l’Italia rischia di smarrire perfino quel minimo comun denominatore indispensabile a farne un Paese unito. Bisogna dire che la giornata di ieri, con provocazioni e incidenti del tutto inaccettabili, sembra esser appunto arrivata a confermare la fondatezza di quell’allarme.

Eppure era stato fatto di tutto per evitare che anche questo 25 aprile si trasformasse in una giornata da dimenticare. Sabato, a Milano, il Capo dello Stato aveva svolto un discorso tutto centrato sulla necessità di uscire da contrapposizioni pregiudiziali in nome di un’unità d’intenti capace di favorire lo sviluppo del Paese. E ieri Silvio Berlusconi è entrato nelle case degli italiani con un intervento dai toni unitari e pacati, con espliciti inviti alle forze di opposizione affinché partecipino alla riscrittura della seconda parte della Costituzione e non si tirino indietro rispetto all’annunciato processo di riforme istituzionali.

Tutto inutile, come dicevamo. Quel che resta – quel che anzi si rafforza – è infatti una incomunicabilità, una separazione che pare crescere giorno dopo giorno. In molti casi (Milano, Catania, Salerno, Bergamo…) sindaci e presidenti del centrodestra hanno addirittura preferito disertare le celebrazioni del 25 aprile temendo – come purtroppo in molte città è poi accaduto – polemiche e contestazioni. E’ un segnale quanto mai allarmante, perché l’idea che una parte politica (e quindi una parte del Paese) finisca per essere o per sentirsi esclusa da una giornata che – come ha ricordato Napolitano – è anche quella della riunificazione, ecco, tale circostanza non può che esser considerata foriera di divisioni ancor più profonde. Ci potrà guadagnare, forse, qualche «rivoluzionario» di professione. È assai più difficile, al contrario, che possa venirne una spinta positiva e in avanti per il Paese.
La Stampa 26.04.10

"Papà Cervi e la giacca di Parri", di Goffredo Fofi

Ritorna, stavolta nei Tascabili Einaudi, la storia di I miei sette figli raccontata tramite altri da Alcide Cervi, il vecchio contadino emiliano che vide i figli trucidati dai repubblichini perché antifascisti, perché oppositori, perché resistenti. Queste memorie hanno una storia singolare, in qualche modo “sovietica”, ispirata da alcuni articoli del giovane giornalista comunista Italo Calvino, che aveva scritto da poco le sue memorie partigiane in un esordio letterario singolare perché a cavallo tra realtà e fiaba, Il sentiero dei nidi di ragno.
Calvino visitò più di una volta la casa dei Cervi, dove il vecchio Alcide aveva ripreso con la moglie Genoeffa, dopo il lutto, a guidare una famiglia di nuore e di nipoti bambini o adolescenti. Sulla storia dei Cervi, coronata da medaglie al valore, esaltata dal presidente De Nicola e da Piero Calamandrei, il Partito comunista pensò di costruire una narrazione esemplare che Togliatti indirizzò secondo le linee del partito di allora: recupero di una tradizione nazionale, per una forte vicenda che esaltasse la Resistenza come base su cui costruire la nuova Italia. Anche (o perché) la storia dei Cervi era di fondo cattolico e socialista, e contadina invece che operaia.
Luciano Casali racconta molto bene nella prefazione al libro come esso sia nato, commissionato a Renato Nicolai, giornalista di Botteghe Oscure, dal partito (e di fatto supervisionato dallo stesso Togliatti). Il libro di “papà Cervi” vendette in pochi anni quasi un milione di copie, anche perché il partito ne approntò un’edizione economica a cinquanta lire, quella che conservo gelosamente da una vita. Nel 1971 un ignoto censore “ripulì” malamente il testo dai rimandi a Stalin e all’ideologia della guerra fredda, ma quella che Casali propone è l’edizione originale, che seguiva le logiche di quei tempi, è quella che un mucchio di italiani hanno letto e sulla quale si sono commossi, ricavandone tutto sommato una lezione di vita – quella della famiglia Cervi travolta dalla storia e punita per i suoi ideali – pulita e sempre valida.
In questi ultimi anni, sulla scia del grande saggio di Claudio Pavone sulla Resistenza come guerra civile, tanti saggi e studi importanti hanno analizzato gli anni di guerra secondo canoni non partitici ma appunto storici, ristabilendo verità, rifuggendo le mitificazioni e le mistificazioni venute anzitutto da parte comunista. E sappiamo quanto di questo ci sia ancora bisogno, perché l’aura della “guerra civile” ha sempre continuato a pesare su questo paese e, anche se oggi dormiente, potrebbe tornare a pesare.
Avendo un’età, è capitato anche a me di incrociare il vecchio Cervi. Cerco di raccontarne l’occasione più forte nel modo più limpido possibile. Avevo diciannove anni compiuti o da compiere. Era il 1956 (o il 1955? non so dirlo con precisione), e nell’enorme cinema Adriano di Roma si celebravano i dieci anni di qualche grande evento del dopoguerra. Fuori c’era un mucchio di polizia, perché la Resistenza non era affatto di moda e Scelba abbondava in celerini. Di coloro che stavano sul palco ricordo perfettamente Calamandrei, Parri e, seduto vicino a lui, il vecchio Cervi, le sette medaglie al petto.
A un certo punto da una delle prime file si alzò un giovane – un fascista – e lanciò contro Parri un involto o un barattolo di vernice, prendendolo in pieno. Nel clamore generale, restai con gli occhi incollati a Parri, e vidi Alcide Cervi estrarre da una tasca dei pantaloni un fazzolettone di quelli dei contadini di una volta e pulire metodicamente, affettuosamente Parri della vernice che gli aveva imbrattato la giacca e la chioma. Quel gesto fraterno o paterno di un vecchio nei confronti di un altro, mi commosse alle lacrime e mai l’ho dimenticato. (Non so se esistono foto di questa scena, che avrebbe meritato di diventare famosa, ma in sala di fotografi ce n’erano certamente e sarebbe bello che qualcuno le ritrovasse.)
Questa storia ebbe per me un breve seguito, che non sto a raccontare perché ne fu questo il fulcro e l’ammaestramento. Quel che voglio dire, infatti, è che nonostante tutte le complicate, contorte, tragiche vicende degli anni della Resistenza e di quelli immediatamente successivi, le mille storie di dimenticanza o di vendetta, e nonostante le divisioni interne e le manipolazioni storiografiche (il libro più bello e più chiaro su quegli anni è per me Un’amicizia partigiana di Giorgio Agosti e Dante Livio Bianco, Bollati & Boringhieri, e sul piano letterario Il partigiano Johnny di Fenoglio, Einaudi: tre non comunisti) la Resistenza è il momento più degno e glorioso della nostra storia del Novecento, e con quella storia bisognerà sempre fare i conti, e sempre da essa ripartire.

L’Unità 25.04.10