Latest Posts

"Quel vergognoso commercio di Predappio", di Maurizio Viroli

L’opinione pubblica deve sapere, in occasione della Festa della Liberazione, che a Predappio è fiorente da anni il commercio, alla luce del sole, di materiali di vario genere che esaltano la figura di Mussolini e il regime fascista. Sulla via principale del paese si possono acquistare busti ed effigi del duce di ogni foggia e colore, una ricchissima selezione di magliette con slogan del ventennio e ammirare divise originali della milizia fascista e bandiere, anch’esse originali, della Repubblica Sociale Italiana. Non mancano neppure i prodotti per bambini quali felpe e tovagliette con motti truculenti, naturalmente per la gioia e l’orgoglio dei genitori.

La storia va avanti da tempo, come ha documentato Alberto Papuzzi in un’inchiesta che «La Stampa» ha pubblicato anni fa. Da allora il commercio fascista è diventato più fiorente, almeno a giudicare dal numero dei clienti che affollano i negozi in questa vigilia del 25 aprile. Eppure pare proprio che nessuno si preoccupi degli evidenti effetti diseducativi nei confronti di una popolazione sempre più povera culturalmente che non sa più, o non ha mai saputo, che cosa sia stato il fascismo. Nessuno si chiede come mai in Germania sia severamente vietato esporre e vendere immagini del Führer o materiali propagandistici del Terzo Reich, mentre a Predappio Mein Kampf campeggia su tutte le vetrine dei negozi che praticano il commercio nostalgico. È accettabile, dal punto di vista morale e politico, che vengano messe in vendita magliette che eccitano esplicitamente all’odio nei confronti degli immigrati, come quella in cui una mannaia brandita da un energumeno di foggia ariana cala sul battello dei disgraziati con la scritta «accettiamoli»?

Invece della ragionata e fattiva ripulsa, prevale piuttosto un’atteggiamento di bonaria comprensione verso il duce in nome delle radici romagnole. Ne è prova la cena dedicata a Mussolini che Casa Artusi di Forlimpopoli – un’istituzione diretta da studiosi e sindaci di specchiata fede antifascista e sostenuta dall’amministrazione di sinistra – ha organizzato il 15 marzo ultimo scorso nel contesto di una serie di eventi gastronomici abbinati ai grandi nomi della Romagna: Pascoli, Fellini, Caterina Sforza ed altri. Lo stesso Bersani ha citato Mussolini, insieme a Nenni, Dossetti, e Prodi quale esempio di politici della «mia regione» che hanno dimostrato spirito combattivo.

Il problema è che Mussolini è ben diverso da Pascoli e da Fellini e ancor più da Nenni e Dossetti, ed ogni accostamento è del tutto improprio e pericoloso. E la sua diversità consiste nel fatto che è stato un uomo che ha ispirato e guidato un movimento politico che è riuscito a conquistare e conservare il potere con la violenza, con la pratica dell’assassinio politico, con la devastazioni delle fondamentali libertà civili e politiche, che ha portato l’Italia alle guerre coloniali e ha autorizzato i peggiori crimini di guerra, che ha stretto alleanza con il nazismo collaborando attivamente allo sterminio degli ebrei e ha creato con la Repubblica Sociale le condizioni per la guerra civile.

Altrettanto sbagliato e irresponsabile è trattare Mussolini come una delle tante attrattive turistiche della Romagna, accanto alle spiagge, alle tagliatelle e al Sangiovese. In questo modo non si rende innocuo il fascismo. Si indebolisce ulteriormente, piuttosto, l’antifascismo: che senso ha essere antifascisti se il fascismo è né più né meno di una curiosità che merita una gita? Chi invita a sdrammatizzare e a non preoccuparsi non ha evidentemente letto o non ha capito l’inquietante messaggio, che Hannah Arendt ci ha lasciato, ovvero che il male del totalitarismo nasce dall’ideologia perversa ma si sostiene grazie alla banalità dei milioni che non sanno e non capiscono.

I negozi di Predappio sono pericolosi, oltre che moralmente ripugnanti, proprio per la loro banalità. Forse è chiedere troppo, ma non sarebbe primo dovere delle pubbliche autorità, in occasione del 25 aprile, impegnarsi solennemente a trovare il modo di contrastare questa vergogna?

La Stampa 25.04.10

"Il significato di una festa", di Sergio Romano

Mentre onoriamo il 25 Aprile dovremmo chiederci perché questa giornata sia stata spesso faticosamente festeggiata e abbia diviso gli italiani piuttosto che unirli. Se vogliamo che la data diventi davvero nazionale, dovremmo parlarne con franchezza e senza infingimenti retorici. In primo luogo il 25 Aprile segna la fine di una guerra civile, vale a dire la conclusione di una vicenda in cui parole come patria e onore hanno avuto per molti italiani significati diversi. Sappiamo che i fascisti di Salò sbagliarono, ma non possiamo ignorare che erano anch’essi italiani e che molti fecero la loro scelta in buona fede. Era difficile immaginare che il 25 Aprile potesse venire festeggiato con lo stesso entusiasmo e la stessa partecipazione da chi aveva militato in campi diversi.

In secondo luogo il Partito comunista si attribuì il merito della vittoria e divenne il maggiore e più interessato regista delle celebrazioni. Eravamo — è bene ricordarlo — negli anni della guerra fredda, quando il Pci, pur essendo alquanto diverso da quello dell’Urss, ne era pur sempre il «fratello » e ne adottava, quasi sempre disciplinatamente, le linee di politica estera. Non sorprende che a molti italiani il 25 Aprile sembrasse il travestimento patriottico di una strategia che non poteva essere nazionale.

I partiti democratici, dalla Dc alla social-democrazia, ne erano consapevoli. Ma non potevano rinunciare a celebrare la Resistenza e cercarono di salvare il 25 Aprile dall’abbraccio mortale del Pci descrivendo quel giorno come la conclusione vittoriosa della «quarta guerra d’indipendenza». La definizione ebbe una certa fortuna sino a quando il Risorgimento non cominciò a perdere, per una parte crescente della società nazionale, il suo valore positivo e divenne «rivoluzione tradita» per alcuni, conquista coloniale per altri, operazione fallita per molti. Non esiste più il Pci, ma esiste un partito anti- risorgimentale composto da persone che non hanno altro punto in comune fuorché un certo rancore per il principio stesso dell’unità nazionale: leghisti, legittimisti borbonici, anarchici, cattolici reazionari, nostalgici di Maria Teresa, di Francesco Giuseppe, del Granduca di Toscana. Già danneggiato dall’uso che ne fece il Pci, il 25 Aprile non sembra oggi commuovere e interessare, se non per motivi strumentali e occasionali, coloro che non credono nell’unità nazionale.

Continuo a pensare e a sperare che questi sentimenti siano una febbre passeggera, provocata dalle scosse di assestamento di uno Stato che non è ancora riuscito a rinnovare le sue istituzioni. Nel frattempo, tuttavia, faremmo bene a ricordare che il 25 Aprile ebbe meriti a cui tutti dovremmo essere sensibili. Penso ai morti della guerra civile e al significato simbolico che la Resistenza ebbe per la credibilità dell’Italia dopo la fine del conflitto. Penso soprattutto al fatto che i partigiani insorsero nelle città del Nord prima dell’arrivo degli Alleati e dimostrarono così al mondo, come ha ricordato il presidente della Repubblica nel suo discorso di ieri alla Scala, che gli italiani volevano essere padroni a casa loro. Se non vogliamo che anche questa pagina della nostra storia venga dimenticata, teniamoci stretto il 25 Aprile.

Il COrriere della Sera 25.04.10

******

Resistenza, le parole che non diciamo più
di GUSTAVO ZAGREBELSKY

Le lettere dei condannati a morte della Resistenza non sono state scritte per venire in mano a noi che le leggiamo. Sono state concepite in un momento della vita che solo a pochi è dato di vivere.

Quel momento terribile e solenne della contemplazione attuale della propria morte, quando in lucidità e coscienza si è faccia a faccia con se stessi, spogliati di tutto ciò che non è essenziale. Esse sono indirizzate alla cerchia delle persone più vicine e care, in cui sono riposti gli affetti e da cui nascono e si alimentano le energie vitali che ci conducono ad agire nel mondo. Questi testi sconvolgenti parlano della morte freddamente disposta da esseri umani nei confronti di altri esseri umani e questi ultimi colgono negli ultimi istanti della loro vita, nell´attesa consapevole della fine. Ogni facoltà spirituale deve essere stata provocata fino all´estremo. La psiche non può essere sollecitata più di così, dicono coloro i quali, per un motivo inaspettato, sono scampati alla morte e hanno potuto rendere testimonianza. Le parole scritte in quelle circostanze, soprattutto quelle svuotate dall´uso quotidiano – amore, affetto, perdono, casa, papà e mamma – , dalla retorica politica – patria, onore, umanità, pace, fedeltà al giuramento – o dall´estraneità alla nostra diretta esperienza – torturare, fucilare, impiccare, tradire – tornano d´un colpo a riempirsi di forza e significato essenziali. Sono parole ultime, destinate a restare chiuse entro cerchie affettive limitate. Ma chiunque sia disposto a liberarsi per un momento dall´abitudine della mediocrità che tutto livella, smussa e ottunde, può meditarle in sé, senza intermediari.
Se affrontiamo questa lettura emotivamente gravosa, facciamolo col pudore di chi sa di accingersi a qualcosa simile a una profanazione, in colloquio diretto e silenzioso, da coscienza a coscienza. Soprattutto, leggiamo col pudore di chi sa guardarsi dalla presunzione del voler giudicare. Queste lettere chiedono di comprendere, non di giudicare. Nessuno di noi – intendo: nessuno di coloro che non appartengono alla generazione di allora – può pretendere l´autorità del giudice. Se è vero che ci si conosce soltanto nel momento decisivo della scelta esistenziale e che solo lì ciò che di profondo è latente in noi viene a galla, noi non ci conosciamo. Non siamo stati messi alla prova. È facile, ma futile, profferire giudizi e perfino esprimere adesione ideale, ammirazione per gli uni e sdegno o condanne per gli altri. Dovremmo sempre chiederci chi siamo noi, per voler giudicare. Dovremmo temere che qualcuno ci dica: ti fai bello di ciò che è di altri; tu forse saresti stato dalla parte dei carnefici o saresti stato a guardare. E non sapremmo come rispondere.
Conosciamo le condizioni del nostro Paese all´8 settembre del 1943 e immaginiamo quali poterono essere le molte ragioni, ideali e personali, influenti sulle scelte che allora a molti si imposero. Nessuno di noi può avere la certezza che, in quelle condizioni ed esposti alle stesse pressioni, saremmo stati dalla parte giusta e non saremmo stati portati dalle circostanze dalla parte dei criminali. Questo non significa affatto parificare le posizioni o giustificare i crimini. Significa cercare di capire, dicendo con franchezza a noi stessi: rendiamo grazie alla provvidenza o alla sorte perché ci è stato risparmiato di vivere in quel tempo.
La generazione che ha vissuto i fatti di cui parliamo non esiste più. Per le nuove generazioni e, soprattutto, per chi oggi è ragazzo, non si tratta di rivivere o rievocare vicende in cui vi sia stato un coinvolgimento anche soltanto indiretto, attraverso il ricordo di chi le visse. Inevitabilmente questi testi sono letti oggi con un´attutita percezione dell´originario significato politico e impatto emotivo, nel momento della lotta per la liberazione dall´incubo totalitario, dal nazismo e dal fascismo, nel momento in cui si coltivava l´aspirazione a un´Italia nuova, giusta, civile, pacificata. «Sappi che tuo figlio muore per un alto ideale, per l´ideale della Patria più libera e più bella», scrive un anonimo. Gli orientamenti politici erano diversi, ma comune era l´idea, anzi la certezza di un riscatto morale imminente, che avrebbe trasformato nel profondo, e in meglio, la società italiana. Le Lettere sono un´elevatissima testimonianza di questa tensione. In tutte si legge la consapevolezza di vivere un momento di svolta nella storia d´Italia. Il dopo non avrebbe dovuto, né potuto assomigliare al prima. Ai figli piccoli, che non possono ancora comprendere, si dà l´appuntamento a quando, cresciuti, sarebbero stati in grado di capire per quale altra Italia i padri e le madri avevano combattuto ed erano morti. In momenti critici come quelli degli anni ´43-´45, non si poteva restare a guardare. Tutti dovevano contribuire. In molte lettere è testimoniata l´irresistibilità dell´appello a prendere posizione. «Nel mio cuore si è fatta l´idea (purtroppo non da troppi sentita) che tutti più o meno è doveroso dare il suo contributo», scrive una donna ai fratelli, per giustificare, anzi scusare la sua scelta. Molti sentono così di dover spiegare il perché del loro “aver preposto” l´Idea, la Patria o il dovere ai legami familiari e domandano perdono di questo.
Naturalmente, non tutti stavano dalla stessa parte. Nei confronti di chi stava dall´altra, la disposizione spirituale è molto varia. Alcuni chiedono vendetta. Ma altri parlano del nemico col rispetto dovuto a chi una scelta, sbagliata ma non necessariamente in malafede, ha pur fatto: «Negli uomini che mi hanno catturato ho trovato dei nemici leali in combattimento e degli uomini buoni durante la prigionia». Altri, ancora, si rimettono a una giustizia superiore, invitando chi resta a fare altrettanto: coloro che mi uccidono sono uomini e «tutti gli uomini sono soggetti a fallire e non hanno perciò diritto di giudicare poiché solo un Ente Superiore può giudicare tutti noi che non siamo altro che vermi di passaggio su questa terra». Altri ancora invitano al perdono: «Perdono a coloro che mi giustiziano perché non sanno quello che fanno e non sanno che l´uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». Il disprezzo, se mai, è verso gli inescusabili, coloro che non prendono posizione, coloro “che non furon ribelli né pur fedeli” (Inferno, III, 38-39), cioè gli ignavi, gli “attendisti”. Su questo punto dobbiamo constatare una grande distanza tra noi e chi ha lasciato la vita per una ragione ideale sul fronte antifascista ma, allo stesso modo, anche chi ha combattuto sul fronte opposto. Si estende ogni giorno di più un giudizio che non solo assolve, ma addirittura valorizza l´atteggiamento di chi è stato a guardare, per poi eventualmente godere dei frutti di libertà ottenuti col sacrificio di altri. Nelle Lettere, leggiamo invece parole come queste: «Quando penso che siamo vicini molto vicini alla nostra ora, mi raccomando e son più che certo che tutti in quell´ora scatteranno in piedi, impugneranno qualsiasi arma e colui che non l´adopera sarà un vile e un codardo». Non risulta che l´accanimento revisionistico di tutto ciò che ha a che fare con i fatti e gli atti della Resistenza sia arrivato direttamente ed esplicitamente alle Lettere, per sminuirne, relativizzarne, se non negarne l´alto valore civile. Può essere che si arrivi anche a questo. Il pericolo è rappresentato piuttosto da un oblio che si vorrebbe giustificato da un´interpretazione pacificatrice da stendere su quegli avvenimenti. Essi sarebbero il frutto di un´esasperazione incompatibile con l´autentico nostro carattere nazionale, un carattere rappresentato da quella parte maggioritaria del popolo italiano che ha assistito da estranea o con atteggiamenti di puro soccorso umanitario, nell´attesa dell´esito degli eventi. Secondo questa visione, i combattenti sui due fronti, fascista e antifascista, avrebbero rappresentato entrambi una deviazione estranea alla nostra tradizione: una tradizione moderata, ostile agli eccessi, aperta a ogni aggiustamento e a ogni compromesso, garantita da una presenza moderatrice e stabilizzatrice come quella della Chiesa cattolica.
Gli uni e gli altri, insieme alla lotta mortale che combatterono e alle ragioni etiche e politiche che li contrapposero, sarebbero così da condannare alla pubblica dimenticanza, come elementi accidentali e come fattori di perturbazione della storia che autenticamente appartiene al popolo italiano. In questo modo, fascismo e antifascismo sono prima accomunati in un medesimo giudizio di equivalenza, per poter poi essere congiuntamente messi ai margini della pubblica ricordanza. All´antifascismo, quale fattore costitutivo delle istituzioni repubblicane, verrebbe così a sostituirsi qualcosa come un “nonfascismo-nonantifascismo”, conforme al genio, che si pretende propriamente italiano, di procedere diritto tra opposti eccessi. Questa tendenza è pienamente in atto nel senso comune, alimentata da una storiografia e da una memorialistica sorprendentemente sicura di sé nelle definizioni del carattere nazionale e nella qualificazione dell´attendismo come virtù di saggezza pratica, invece che come vizio di apatia: una storiografia che, quando si avventura su simili strade, è più ideologia che scienza.
Chi ha sacrificato la vita, non importa da che parte, trarrebbe motivo di sconforto e offesa da questo giudizio liquidatorio. Sarebbe forse portato a riportarsi a quanto stabilito da Solone, tra le cui leggi – riferisce Plutarco (Vita di Solone, 20,1) – ve n´era una, del tutto particolare e sorprendente, che privava dei diritti civili coloro i quali, durante una stasis (un conflitto tra i cittadini), non si fossero schierati con nessuna delle parti contendenti. Egli voleva, a quanto pare, che nessuno rimanesse indifferente e insensibile di fronte al bene comune, ponendo al sicuro i propri averi e facendosi bello col non partecipare ai dolori e ai mali della patria; ma voleva che ognuno, unendosi a coloro che agivano per la causa migliore e più giusta, si esponesse ai pericoli e portasse aiuto, piuttosto che attendere al sicuro di schierarsi dalla parte dei vincitori.
Una simile legge sembra dettata da indignazione morale e non da prudenza politica. L´idea di una guerra civile obbligatoria certo spaventa. Ma giustificare l´ignavia e l´opportunismo, farne anzi una virtù pubblica, è cosa diversa e incomprensibile, a meno che si abbia in mente un popolo prono e incapace perfino di avvertire d´esserlo. Ma, forse, Solone mirava a qualcosa di più profondo: non alla guerra civile obbligatoria per legge, ma alla prevenzione della guerra civile. Tutti devono sapere che, nel momento della crisi che precipita, nessuno sarà giustificato se avrà fatto solo da spettatore dei drammi e delle tragedie dei suoi concittadini, da estraneo. Tutti allora operino per evitare che quel momento arrivi; operino dunque preventivamente per la concordia, per la pace, per isolare fanatici, violenti e demagoghi.
Le Lettere contengono la voce d´un altro popolo, di uomini e donne, d´ogni età e classe sociale, consapevoli del dovere della libertà e del prezzo ch´essa, in momenti estremi, comporta. Chi le legge oggi vi trova un´Italia diversa dalla sua, cioè dalla nostra, dove non si esitava a correre pericoli estremi per parole che oggi non si pronunciano più o, se le si pronunciano, lo si fa con il ritegno di chi teme d´appartenere a una generazione di sopravvissuti. Sono quasi una sfida, un invito a misurarci rispetto a quel tempo, il tempo della libertà e della democrazia riconquistate; un invito a domandarci quale strada abbiamo percorso da allora.
Il testo è parte dell´intervento che sarà letto stasera alle 21 all´Auditorium di Roma
in occasione del 25 aprile
La Repubblica 25.04.10

"Il 25 aprile è Festa della Liberazione e della riunificazione d’Italia". Il discorso del Presidente Giorgio Napolitano

Signora Sindaco, Signor Presidente della Provincia, Signor Presidente della Regione, Signori rappresentanti del Comitato Antifascista e di tutte le associazioni partigiane e combattentistiche, Signor Presidente del Consiglio, Onorevoli parlamentari, Autorità, cittadini di Milano, si può facilmente comprendere con quale animo io abbia accolto l’invito a celebrare a Milano il 65° anniversario della Liberazione. Con animo grato, per la speciale occasione che mi veniva offerta, con viva emozione e con grande rispetto per quel che Milano ha rappresentato in una stagione drammatica, in una fase cruciale della storia d’Italia. E tanto più forte è l’emozione nel rivolgere questo mio discorso al paese dal palcoscenico del glorioso Teatro La Scala, che seppe risollevarsi dai colpi distruttivi della guerra per divenire espressione e simbolo, nel mondo intero, della grande tradizione musicale e culturale italiana.

Si, viva e sincera è la mia emozione perché fu Milano che assunse la guida politica e militare della Resistenza. Nel gennaio del 1944, il Comitato di Liberazione Nazionale lombardo venne investito dal CLN di Roma – nella prospettiva di una non lontana liberazione della capitale, e di una separazione dell’Italia settentrionale dal resto d’Italia – dei poteri di “governo straordinario del Nord”. Esso si trasformò così in Comitato Nazionale di Liberazione per l’Alta Italia e si mise all’opera per assicurare la massima unitarietà di orientamenti e di direttive al movimento di liberazione. Più avanti – superata la crisi dell’inverno 1944 e avvicinandosi la fase conclusiva della lotta – si costituirà, per assicurare anche sul piano militare la necessaria unitarietà di direzione, il Comando generale del Corpo Volontari della Libertà : lo guiderà il generale Raffaele Cadorna. Seguono ben presto i piani pre-insurrezionali, che vedono al primo posto il cruciale obbiettivo della difesa degli impianti dalle minacce di distruzione tedesche, e infine i piani operativi per l’insurrezione, soprattutto nelle tre città-chiave della Resistenza nel Nord, Torino, Milano, Genova.

Nel piano di Milano, di lì irradiandosi le direttive per tutta la periferia, è previsto l’impiego di 32 mila partigiani. L’insurrezione si prepara come sbocco, sempre più maturo, dello sviluppo – con l’approssimarsi della primavera, e al prezzo di duri sforzi e sacrifici – delle azioni partigiane (2 mila nell’area di Milano tra febbraio e aprile) ; essa non è dunque la fiammata di un giorno glorioso, ma il frutto di una lunga, eroica semina e di una sapiente organizzazione finale.

Genova è la prima ad insorgere, per decisione presa dal CLN già la sera del 23 aprile ; il piano si snoda attraverso momenti drammatici e prove magnifiche da parte delle squadre partigiane, e si conclude la sera del 25 con la firma, da parte del generale Meinhold, dell’atto di resa delle forze armate germaniche alle Forze Armate del Corpo Volontari della Liguria e, per esse, al Presidente del CLN di Genova. Ne dà l’annuncio alla radio Paolo Emilio Taviani, tra i protagonisti dell’insurrezione, con le solenni parole : “Per la prima volta nella storia di questa guerra un corpo d’Esercito si è arreso dinanzi alle forze spontanee di popolo”.A Milano, la decisione viene presa, l’ordine viene impartito, per il 25 aprile – in rapporto con le notizie provenienti da Genova – dal Comitato insurrezionale : Sandro Pertini, Emilio Sereni, Leo Valiani. Cade, già nel pomeriggio del 24, prima vittima, Gina Galeotti Bianchi, dirigente dei Gruppi di difesa delle donne, la partigiana Lia, ricordata e onorata proprio giorni fa alla Camera dei Deputati. La mattina del 25 Sandro Pertini, già impegnatosi in audaci azioni di attacco, accorre alla fabbrica CGE, dinanzi ai cui cancelli due operai, precedentemente rinchiusi a San Vittore, sono stati trascinati e brutalmente uccisi anche per intimorire le maestranze : Pertini parla ai lavoratori nel piazzale portando l’appello del Comitato insurrezionale. La sera del 26 Milano è praticamente liberata. Gli ultimi reparti tedeschi capitoleranno all’arrivo in città delle divisioni partigiane dell’Oltrepo pavese.

In quei tesissimi giorni, si consumeranno a Milano anche gli ultimi tentativi di impossibili trattative cui si erano mostrati ambiguamente disponibili i capi fascisti. E a Milano si compì poi il tragico epilogo dell’avventura mussoliniana, in uno scenario di orrore che replicò altri orrori inscenati nello stesso luogo di Piazzale Loreto. La guerra era finita, con la vittoria delle forze alleate ; e insieme era finita, con la sconfitta del fascismo repubblichino, anche la guerra civile fatalmente intrecciatasi con la Resistenza.

Nel Campo della gloria al Cimitero maggiore verranno raccolti i resti mortali, verranno scolpiti i nomi, di 4.134 cittadine e cittadini milanesi caduti per la libertà tra l’8 settembre 1943 e la primavera del ’45, di 2.351 partigiani del Corpo Volontari della Libertà.Ho voluto partire da un sommario richiamo a drammatici eventi, a memorabili momenti della storia della Resistenza – per quanto più volte e più puntualmente ripercorsi nelle celebrazioni del 25 aprile – perché mai in queste celebrazioni, e dunque nemmeno in quella di oggi, si può smarrire il riferimento ai fatti, al vissuto, a quel che fu un viluppo di circostanze concrete, di dilemmi, di scelte difficili, di decisioni coraggiose e costose, di sconfitte e di successi ; non si può mai smarrire il riferimento a tutto ciò, rinunciare a ricostruire e tramandare costantemente quelle esperienze reali, se non si vuole ridurre il movimento di Liberazione a immagine sbiadita o ad oggetto di dispute astratte.

Nella mia rapida rievocazione del ruolo di Milano in quegli eventi, è risuonato il nome di Sandro Pertini. E non c’è migliore occasione di questa per ricordarlo a vent’anni dalla scomparsa. Perché il suo nome spicca in tutto il percorso della Resistenza, tra quelli che da Milano la guidarono, come protagonisti del Comitato di Liberazione Alta Italia, del Comando del Corpo Volontari della Libertà, del Comitato insurrezionale.

Fu combattente instancabile, senza eguali per slancio, audacia, generosità, a cominciare dalla partecipazione – all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre – al disperato tentativo di resistere ai tedeschi nel cuore di Roma, a Porta San Paolo, dopo che il Re è fuggito a Pescara e la capitale è stata militarmente abbandonata. Pertini è lì, reduce da lunghi anni di carcere, di confino e di esilio ; è lì anche da vecchio combattente, medaglia d’argento, della prima guerra mondiale. Ne uscirà capo dell’organizzazione militare del Partito socialista per l’Italia centrale occupata.Ma già il 15 ottobre viene arrestato, insieme con Giuseppe Saragat e altri socialisti, invano interrogato per due giorni e due notti in Questura, rinchiuso a Regina Coeli (inizialmente nel braccio tedesco), fino a quando tutto il gruppo dei sette socialisti poté evaderne grazie a un piano ingegnoso che ebbe tra i suoi registi un grande patriota, poi eminente giurista e uomo pubblico, Giuliano Vassalli.

Pertini riprese così il suo posto nella lotta contro l’occupazione tedesca, cui si dedicò, da Roma, in tutti i primi mesi del ’44 : il 3 aprile Vassalli fu trascinato nella famigerata via Tasso e sottoposto ad ogni violenza dalle SS. Nel mese successivo si avviano colloqui al più alto livello in Vaticano con il comandante delle SS in Italia per evitare la distruzione della capitale (e da quei contatti scaturì anche la liberazione di Vassalli). Il progetto dell’insurrezione a Roma viene accantonato ; Pertini sceglie allora, a metà maggio, di partire per Milano, perché “lassù” – disse – “c’era tanto da fare e da combattere”. E da Milano si muoverà per portare il suo contributo e il suo impulso in tutto il Nord.
A luglio è chiamato a Roma per consultazioni politiche : ma si ferma a Firenze per partecipare all’insurrezione fino a liberare la città dai tedeschi. Giunto a Roma, freme per tornare al più presto a Milano: e per raggiungere quella meta compie un viaggio quanto mai avventuroso, in aereo fino a Digione in Francia, e poi valicando con una guida il Monte Bianco. Di lì a Cogne e a Torino, e finalmente a Milano, in tempo per contribuire a organizzare e guidare la fase finale della guerra di Liberazione.

L’immagine conclusiva del suo impegno – come poi dirà la motivazione della medaglia d’oro al valor militare – di “prezioso e insostituibile animatore e combattente” della Resistenza, è rimasta consegnata alla fotografia che lo ritrae mentre tiene il suo primo discorso, dopo decenni di privazione della libertà, il 26 aprile 1945 a Piazza del Duomo.E’ stato – dobbiamo dirlo – un onore per l’Italia, un onore per la Repubblica, avere tra i suoi Presidenti Sandro Pertini.
L’omaggio che oggi gli rendo, anche con forte sentimento personale per il rapporto che ci fu tra noi, vorrei fosse però incitamento ed auspicio per un nuovo, deciso impegno istituzionale, politico, culturale, educativo diretto a far conoscere e meditare vicende collettive ed esempi personali che danno senso e dignità al nostro essere italiani come eredi di ispirazioni nobilissime, di insegnamenti altissimi, più forti delle meschinità e delle degenerazioni da cui abbiamo dovuto risollevarci. Un impegno siffatto è mancato, o è sempre rimasto molto al di sotto del necessario. Abbiamo esitato, esitiamo a presentare in tutte le sue luci il patrimonio che ci ha garantito un posto più che degno nel mondo : esitiamo per eccessiva ritrosia, per timore, oltre ogni limite, della retorica e dei miti, o per sostanziale incomprensione del dovere di affermare, senza iattanza ma senza autolesionismi, quel che di meglio abbiamo storicamente espresso e rappresentiamo.

E questo amaro discorso vale per le grandi pagine e le grandi figure del processo che condusse, 150 anni fa, all’Unità d’Italia ; così come per le più luminose pagine e figure dell’antifascismo e della Resistenza. Perfino a Sandro Pertini, che pure è stato Presidente amato e popolare, non abbiamo – al di là di quel che con affetto lo ricorda nella sua terra natale – saputo dedicare un memorial, un luogo di memorie, come quelli che in grandi paesi democratici (si pensi agli Stati Uniti d’America) onorano e fanno vivere le figure dei maggiori rappresentanti della storia, per quanto travagliata, della nazione.
Eppure, l’identità, la consapevolezza storica, l’orgoglio nazionale di un paese traggono forza dalla coltivazione e valorizzazione di fatti, di figure, di simboli, in cui il popolo, in cui i cittadini possano riconoscersi traendone motivi di fierezza e di fiducia.
Naturalmente, l’impegno che sollecito, riferito alla Resistenza, esige – per dispiegarsi pienamente, per ottenere riscontri positivi e suscitare il più largo consenso – la massima attenzione nel declinare correttamente il significato e l’eredità della Resistenza, in termini condivisibili, non restrittivi e settari, non condizionati da esclusivismi faziosi.

Guardiamo, per intenderci, a quel che si legge nel Diario di Benedetto Croce, alla data del 26 aprile 1945 :
“Grande sollievo per la rapida liberazione dell’alta Italia dai tedeschi senza le minacciate e temute distruzioni, e per opera dei patrioti e partigiani, che è gran beneficio, anche morale, per l’Italia”.
Poche essenziali parole, con le quali il grande uomo di pensiero e di cultura liberale scolpì il valore della conclusione vittoriosa della Resistenza. Valore nazionale, per il “gran beneficio anche morale” assicurato all’Italia restituendole piena dignità di paese libero, liberatosi con le sue forze, di concerto con la determinante avanzata degli eserciti alleati ma senza restare inerte ad attenderne il trionfo. Chi può negare che l’apporto delle forze angloamericane fu decisivo per schiacciare la macchina militare tedesca, per scacciarne le truppe dal territorio italiano che occupavano e opprimevano? Certamente nessuno, ma è egualmente indubbio che il generoso contributo italiano, contro ogni comodo e calcolato attendismo, ci procurò un prezioso riconoscimento e rispetto.

E ho citato Benedetto Croce perché le parole, prive di ogni ombra di retorica ma così significative e lineari, di un’eminente figura dell’Italia prefascista, lontanissima dalle correnti ideali e politiche che attraversarono più ampiamente il moto resistenziale e che sarebbero risultate maggioritarie al momento della nascita della Repubblica, danno il segno di un’obbiettiva definizione del 25 aprile come storica giornata di riscatto nazionale, al di là di ogni caratterizzazione di parte.
Che cosa era in effetti accaduto in quei venti mesi tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945? Che cosa era accaduto a partire dal momento della presa d’atto – con l’armistizio – della disfatta in cui era culminata la disastrosa guerra voluta da Mussolini al fianco della Germania hitleriana? Che cosa era accaduto da quello che fu il momento del collasso dello Stato sabaudo fascistizzato e di un generale, pauroso sbandamento del paese, ma anche il momento dei primi segni di una nuova volontà di resistenza al sopruso e all’oppressione, di ritrovamento della propria fierezza e identità di italiani?

Era accaduto che nell’esperienza della partecipazione alla Resistenza, in tutte le sue forme ed espressioni, si era riscoperto, recuperato, rinnovato, un sentimento, un fondamentale riferimento emotivo e ideale che sembrava essersi dissolto. Praticamente dissolto, come aveva detto – già mesi prima della caduta del fascismo – lo stesso Benedetto Croce, in uno scritto che circolò clandestinamente :
“Risuona oggi, alta su tutto, la parola libertà ; ma non un’altra che un tempo andava a questa strettamente congiunta : la patria, l’amore della patria, l’amore, per noi italiani, dell’Italia.
Perché?
Perché … la ripugnanza sempre crescente contro il nazionalismo si è tirata dietro una sorta di esitazione e di ritrosia a parlare di ‘patria’ e di ‘amor di patria’.
Ma se ne deve riparlare, e l’amor della patria deve tornare in onore appunto contro il cinico e stolido nazionalismo, perché esso non è affine al nazionalismo, ma il suo contrario.”
Ebbene, con la Resistenza, di fronte alla brutalità offensiva e feroce dell’occupazione nazista, rinacque proprio l’amore, il senso della patria, il più antico e genuino sentimento nazionale. “Le parole ‘patria’ e ‘Italia’” – scrisse poi una sensibilissima scrittrice, Natalia Ginzburg – che erano divenute “gonfie di vuoto”, ci apparvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta.” E Carlo Azeglio Ciampi ha richiamato autobiograficamente il momento del “collasso dello Stato” nel settembre ’43, quando lui e tanti altri “trovarono nelle loro coscienze l’orientamento”, perché in esse “vibrava profondo il senso della Patria”.

Personalmente, ho più volte ribadito come non ci si debba chiudere in rappresentazioni idilliache e mitiche della Resistenza e in particolare del movimento partigiano, come non se ne debbano tacere i limiti e le ombre, come se ne possano mettere a confronto diverse letture e interpretazioni : senza che ciò conduca, sia chiaro, a sommarie svalutazioni e inaccettabili denigrazioni. E’ comunque un fatto che anche studiosi attenti a cogliere le molteplici dimensioni del fenomeno della Resistenza, compresa quella di “guerra civile”, non ne abbiano certo negato o sminuito quella di “guerra patriottica”.

D’altronde, le “lettere dei condannati a morte della Resistenza” restano la più ricca, drammatica testimonianza delle motivazioni patriottiche dell’impegno e del sacrificio di tanti partigiani, soprattutto giovani partigiani.E quando parlo di tutte le forme e le espressioni di partecipazione alla Resistenza, attraverso le quali si è compiuta una vera e propria riscoperta del senso della patria e della nazione, mi riferisco in special modo alla rilevantissima componente costituita dal concorso dei militari al moto di liberazione, di riconquista della libertà e dell’indipendenza del paese : dai contingenti militari regolari chiamati a durissime prove all’indomani dell’armistizio – a Cefalonia, per non ricordare che un luogo-simbolo di quelle manifestazioni di eroico senso dell’onore e coraggio – agli ufficiali e ai soldati che si unirono alle formazioni partigiane, alle centinaia di migliaia di internati in Germania in campi di concentramento, alle nuove forze armate che si raccolsero nel Corpo Italiano di Liberazione. A queste ultime ho dedicato lo scorso anno la cerimonia del 25 aprile a Mignano Montelungo, che fu teatro, nel dicembre 1943, di un’aspra battaglia e costituì “il battesimo di sangue del rinato Esercito italiano”. Quell’azione dei nostri soldati fu esaltata dal Generale Clark, Comandante della V Armata americana, come esempio di determinazione per liberare il proprio paese dalla dominazione tedesca : “un esempio – egli disse – per i popoli oppressi d’Europa”.

Naturali portatori, nella Resistenza, del senso della patria e della nazione furono i militari, e tra essi quelli che si unirono alle formazioni partigiane, che si collocarono nelle strutture clandestine del movimento di Liberazione. Ne furono portatori anche in termini di continuità, sia pure nel travaglio della partecipazione a una guerra antitetica a quella precedentemente combattuta. Un travaglio che si coglie nella lettera indirizzata alla moglie dal generale Giuseppe Perotti all’indomani della condanna a morte decretata dal Tribunale Speciale, e alla vigilia della fucilazione al Martinetto in Torino : egli scrive di un esito tragico, che “non so come classificare”, di un “destino imperscrutabile” che comunque lo conduce a morire in guerra. In quegli stessi giorni, il più giovane capitano Franco Balbis, arrestato e fucilato, il 5 aprile 1944, insieme col generale Perotti e con altri, tutti membri del Comitato Militare Regionale Piemontese, scrive alla madre di offrire la sua vita “per ricostruire l’unità italiana” dopo aver servito la Patria “sui campi d’Africa”, e chiede che si celebrino “in una chiesa delle colline torinesi due messe”, nell’anniversario della battaglia di Ain El Gazala e di quella di El Alamein, nelle quali aveva valorosamente combattuto.

Emerge in effetti da tante di quelle estreme motivazioni del proprio impegno e del proprio sacrificio, come nella scelta di schierarsi fino in fondo con la Resistenza avessero finito per confluire ideali di liberazione sociale, visioni universalistiche, aspirazioni a “un mondo migliore”, consapevolezza antifascista, sete di libertà, e amore per l’Italia. E l’elemento unificante non poteva che essere questo, l’attaccamento alla propria terra, alla Patria, la volontà di liberarla. Ritorno sulle parole del capitano Balbis : “ricostruire l’unità italiana”, come supremo obbiettivo per cui sacrificare la vita.

Si, vedete, amici, il 25 aprile è non solo Festa della Liberazione : è Festa della riunificazione d’Italia. Dopo essere stata per 20 mesi tagliata in due, l’Italia si riunifica, nella libertà e nell’indipendenza. Se ciò non fosse accaduto, la nostra nazione sarebbe scomparsa dalla scena della storia, su cui si era finalmente affacciata come moderno Stato unitario nel 1861, con il compimento del moto risorgimentale.Gli storici hanno analizzato anche l’aspetto del ricollegarsi della Resistenza al Risorgimento, ne hanno con misura pesato i molti segni, nella pubblicistica politica, nelle dichiarazioni programmatiche, negli stessi nomi delle formazioni partigiane, nello spirito che animava i militari deportati e internati in Germania. E se hanno poi potuto apparire abusate certe formule, e poco fondate le facili generalizzazioni, resta il fatto che la memoria del Risorgimento, il richiamo a quell’eredità – per quanto venisse assunto ambiguamente anche dall’altra parte – fu componente importante della piattaforma ideale della Resistenza.

Si trattò di un decisivo arricchimento di quella che era e rimase la matrice antifascista della guerra di Liberazione : nel più ampio e condiviso sentimento della Nazione, nel grande alveo della guerra patriottica si raccolsero forze che non erano state partecipi dell’antifascismo militante e fresche energie rappresentative di nuove, giovanissime generazioni. E questa caratterizzazione più ricca, e sempre meno di parte, della Resistenza si rispecchiò più tardi nel confronto costituente, nel disegno e nei principi della Costituzione repubblicana.

Se nella Costituzione possono ben riconoscersi – come dissi celebrando il 25 aprile due anno orsono a Genova, e come voglio ripetere – anche quanti vissero diversamente dai combattenti della libertà i drammatici anni 1943-45, “anche quanti ne hanno una diversa memoria per esperienza personale o per giudizi condivisi”, è perché la Carta approvata nel ’47 sancì – dandovi solide basi democratiche – una rinnovata identità e unità della nazione italiana.Mi auguro che in questo spirito si celebri il 65° anniversario della Liberazione e Riunificazione d’Italia. “Il nostro paese ha un debito inestinguibile” – da detto un anno fa in un impegnativo discorso a Onna in Abruzzo il Presidente del Consiglio – “verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita per riscattare l’onore della patria………..”: ricordando con rispetto “tutti i caduti”, senza che “questo significhi neutralità o indifferenza”. Si tratta in effetti di celebrare il 25 aprile nel suo profondo significato nazionale ; ed è così che si stabilisce un ponte ideale con il prossimo centocinquantenario della nascita dello Stato unitario.

Mi si permetterà, credo, di ignorare qualche battuta sgangherata, che qua e là si legge, sulla ricorrenza del prossimo anno. Siamo chiari. Se noi tutti, Nord e Sud, tra l’800 e il 900, entrammo nella modernità, fu perché l’Italia si unì facendosi Stato ; se, 150 anni dopo, siamo un paese democratico profondamente trasformatosi, tra i più avanzati in quell’Europa integrata che abbiamo concorso a fondare, è perché superammo i traumi del fascismo e della guerra, recuperando libertà e indipendenza, ritrovando la nostra unità.

Quella unità rappresenta oggi, guardando al futuro, una conquista e un ancoraggio irrinunciabili. Non può formare oggetto di irrisione, né considerarsi un mito obsoleto, un residuo del passato. Solo se ci si pone fuori della storia e della realtà si possono evocare con nostalgia, o tornare a immaginare, più entità statuali separate nella nostra penisola. Come bene intesero tutte le correnti e le figure di spicco del Risorgimento, l’Italia è chiamata a vivere come nazione e come Stato nell’unità del suo territorio, della sua lingua, della sua storia. Se non si consolidasse questa unità, finiremmo ai margini del processo di globalizzazione – che vede emergere nuovi giganti nazionali in impetuosa crescita – e anche ai margini del processo di integrazione europeo.

Un’ Europa sempre più integrata e assertiva sulla base di istituzioni comuni è la sola dimensione entro la quale gli stessi Stati nazionali più forti del nostro continente potranno far valere insieme il loro patrimonio storico, la loro capacità di contribuire allo sviluppo di un più giusto e bilanciato sviluppo globale il cui baricentro si sta assestando lontano da noi. Ma non c’è nessuna contraddizione tra l’imperativo dell’integrazione, la salvaguardia della diversità delle tradizioni e delle culture nazionali, il rafforzamento della coesione e dell’unità nazionale di ciascuno Stato membro dell’Unione.
Per contare in Europa e per contare nel mondo di oggi e di domani, la nostra unità nazionale resta punto di forza e leva essenziale. Unità nazionale che non contrasta ma si consolida e arricchisce con il pieno riconoscimento e la concreta promozione delle autonomie, come d’altronde vuole la Costituzione repubblicana : quelle autonomie regionali e locali, di cui si sta rinnovando e accrescendo il ruolo secondo un’ispirazione federalistica.

Questa è la strada per far crescere di più e meglio tutto il nostro paese, in vista di obbiettivi che mai come ora ci appaiono critici e vitali per garantire innanzitutto il diritto al lavoro e prospettive di futuro per le giovani generazioni.

La complessità dei problemi che si sono venuti accumulando nei decenni dell’Italia repubblicana – talvolta per eredità di un più lontano passato – esige un grande sforzo collettivo, una comune assunzione di responsabilità. Questa esigenza non può essere respinta, quello sforzo non può essere rifiutato, come se si trattasse di rimuovere ogni conflitto sociale e politico, di mortificare una naturale dialettica, in particolare, tra forze di maggioranza e forze di opposizione. Si tratta invece di uscire da una spirale di contrapposizioni indiscriminate, che blocca il riconoscimento di temi e impegni di più alto interesse nazionale, tali da richiedere una limpida e mirata convergenza tra forze destinate a restare distinte in una democrazia dell’alternanza.All’auspicabile crearsi di questo nuovo clima, può contribuire non poco il diffondersi tra gli italiani di un più forte senso dell’identità e unità nazionale.

Così ritengo giusto che si concepisca anche la celebrazione di anniversari come quello della Liberazione, al di là, dunque, degli steccati e delle quotidiane polemiche che segnano il terreno della politica. Le condizioni sono ormai mature per sbarazzare il campo dalle divisioni e incomprensioni a lungo protrattesi sulla scelta e sul valore della Resistenza, per ritrovarci in una comune consapevolezza storica della sua eredità più condivisa e duratura. Vedo in ciò una premessa importante di quel libero, lungimirante confronto e di quello sforzo di raccoglimento unitario, di cui ha bisogno oggi il paese, di cui ha bisogno oggi l’Italia.

"La memoria si è fermata a Fossoli", di Maria Grazia Gerina

E all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare». Fossoli 22 febbraio 1944 data l’istantanea dell’orrore scattata da Primo Levi, un attimo prima di salire con gli altri 600 internati sul convoglio che li porterà ad Auschwitz. Sembra di vederli ancora quei pannicelli chiari che sventolano per la campagna emiliana trasformata in universo concentrazionario. Mentre si spegne il lamento che le donne tripoline avevano intonato per l’intera notte.

C’era voluta la bonifica, subito dopo la Grande guerra, per strappare quelle zolle alle paludi, evento celebrato nel giugno del ’22 con tanto di visita del re. Ma, dopo la nascita della Repubblica di Salò, nel giro di poche settimane quel fazzoletto di terra nel modenese era diventato il principale campo di transito per ebrei, partigiani, prigionieri politici, operai da deportare negli altri campi di concentramento e di sterminio del Reich. Scelto per la posizione isolata e per la ferrovia che dalla vicina cittadina di Carpi puntava verso il Brennero. «Ecco che superiamo Verona, Trento, Bolzano. Ecco il Brennero: noi guardiamo il mondo che ci circonda dalla piccola feritoia del carro bestiame», la ripercorre tappa per tappa Luciana Nissim, «partita da Fossoli di Carpi (Modena) la mattina del 22 febbraio 1944, con alcuni fra i miei più cari amici, Vanda Maestro, Primo Levi, Franco Sacerdoti». Lei e Primo, tutti e due torinesi, laureata in medicina lei, in chimica lui, si erano uniti ai partigiani ed erano stati subito catturati. Quello su cui salirono era il primo convoglio di ebrei italiani che partiva da Fossoli. «Il trasporto venne formato a Carpi: eravamo 50-60 persone in ogni carro bestiame», racconta ancora Luciana in un libriccino di fortuna, stampato già nel 1946 con un titolo eroico Donne contro il mostro. Una delle prime testimonianze della Shoah in Italia (la prima edizione di Se questo è un uomo è di un anno dopo, 1947), destinata però a restare a lungo sepolta.

Sembra già tutto scritto, tutto già ricordato, oggi, ma la memoria è stata ed è un lavoro incessante lavoro. È per questo che oggi siamo. Ad imparare come si fa memoria da Fossoli, dove sessantacinque anni dopo la Liberazione, sulle tracce dei circa 5mila ebrei, resistenti, prigionieri politici, operai, che vi furono rinchiusi, si spingono bambini, ragazzini delle scuole, uomini, donne. Quasi quarantamila visitatori l’anno. Un popolo memorioso, che qui, portato per mano dalle guide (giovani, anziani, volontari), impara di strato in strato ad aguzzare la memoria. Un lavoro di scavo. Il primo strato, subito dopo la guerra, lo posò su Fossoli la piccola comunità di Nomadelfia. Ancora una istantanea del campo, scattata nel ’47 da Norina, una delle «mamme di vocazione» che con don Zeno Saltini decise di occupare l’ex campo di concentramento per dare una casa agli orfani: «Io fui una delle prime a visitare i capannoni: tutto parlava di una grande tragedia. Le figure e le scritte sui muri, certe frasi… qualcuno aveva disegnato tragedia vissute. Mi sembrava di vedere una via crucis». Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, poi, Fossoli diventa campo per i profughi giuliano-dalmati, in fuga forzata dall’Istria. Le baracche vengono ristrutturate, fanno spazio alla scuola, all’ambulatorio, alla chiesa. Il Villaggio San Marco verrà smantellato nel 1970. E solo nell”84 il sito verrà ceduto all’amministrazione comunale, che comincia a progettarne il recupero come luogo di memoria. Dal ’96 è la Fondazione ex Campo Fossoli, promossa dal Comune e dagli Amici del Museo Monumento, a portare avanti questo preziosissimo lavoro. È grazie a loro che oggi Fossoli è cantiere permanente della memoria.

L’Unità 24.04.10

«Ciao 'Bella Ciao'!», di Manuela Ghizzoni*

«Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via, ché mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano, tu mi devi seppellir.

E seppellire lassù in montagna, sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno mi diranno «Che bel fior!»

«È questo il fiore del partigiano morto per la libertà!»

O bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!»

 

“Bella ciao” è l’inno più celebre della Resistenza. Un testo tanto semplice quanto potente, che parla di dignità e di libertà dall’oppressore, non invoca odio e tantomeno menvedetta e, forse, è per questo motivo che qualche Sindaco ritiene non possa essere cantato e suonato nel giorno della Festa della Liberazione.

Da tempo assistiamo a provocazioni di questo tipo che ci indignano e che offendono la memoria delle vittime del nazifascismo, perché banalizzano la data del 25 aprile, in quanto la considerano priva di significato o, nel peggiore dei casi, la ritengono patrimonio esclusivo di una sola parte politica, così da delegittimarne la Costituzione che ne è il lascito diretto.

Due anni fa anche il sindaco di Alghero vietò di suonare “Bella ciao”, con la motivazione che fosse una canzone di parte: evidentemente ignorava che divenne inno della Resistenza solo negli anni ’50 proprio perché non era un canto comunista. In questi giorni il Presidente della Provincia di Salerno ha perfino cancellato la parola Resistenza dai manifesti del 25 Aprile. Purtroppo non sono episodi isolati, bensì espressione di una cultura diffusa che oggi, nell’attuale clima politico, trova nuovo alimento.

Alimento di cui si è nutrita la proposta di legge, presentata dalla destra al Governo, che prevede l’istituzione di una nuova onorificenza, denominata “Ordine del Tricolore”, da assegnare oltre che ai combattenti della guerra di Liberazione, ai partigiani, ai deportati, agli internati militari, anche ai soldati e ai militi della Repubblica Sociale.

La proposta di legge equipara di fatto i valori di libertà e democrazia, per i quali combatterono i partigiani e gli alleati, con gli obiettivi di nazisti e fascisti di Salò. Una proposta vergognosa, che ha l’obiettivo di conseguire la “pacificazione nazionale” mettendo sullo stesso piano Salò e la Resistenza, le vittime e i carnefici, la lotta per la libertà dei partigiani e la lotta dei repubblichini per negare la libertà. Il suo scopo è sovvertire la Storia per piegarla alle convenienze di parte del presente, è riscrivere la Storia censurando i capitoli principali che narrano della nascita della Repubblica dalla Resistenza e del riscatto della Nazione dalla vergogna del fascismo.

Siamo riusciti a fermare questo progetto di legge grazie alla protesta delle associazioni partigiane, della società civile e delle forze politiche di ispirazione antifascista, a cui si sono associati prontamente gli emeriti Presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, insieme ad altre personalità di inequivocabile valore.

In futuro dovremo essere pronti a respingere nuovi tentativi di bislacco revisionismo promossi dalla spinta ideologica verso l’archiviazione del passato, che punta a mettere sullo stesso piano vinti e vincitori affinché non si facciano i conti con gli errori e gli orrori del fascismo e del nazismo.

Sempre più spesso, questa pulsione viene giustificata con la tesi che l’argomento sia ormai da lasciare esclusivamente alla valutazione degli storici, perché viviamo in un’epoca completamente diversa.

Al contrario, noi insistiamo sulla necessità di ricordare gli anni cruciali della nostra storia nazionale, perché siamo convinti che il discorso sulla Resistenza non è, e non deve essere, solo un discorso sul passato. La riflessione sul fascismo e l’antifascismo non è solo un argomento da convegno per gli storici. Ben vengano gli studi e gli approfondimenti su quel periodo, ma deve essere chiaro che non si tratta solo di una riflessione di specialisti sul passato.

Quando parliamo di Resistenza, quando celebriamo il 25 aprile come anniversario della Liberazione, quando ricordiamo il sacrificio dei partigiani e dei tanti che ebbero il coraggio di schierarsi e di combattere contro il nazifascismo, noi non rievochiamo semplicemente il nostro passato, ma riflettiamo anche sulle radici della nostra democrazia, sui «valori» identitari della nostra Nazione e della nostra convivenza civile scritti nella Costituzione: in altre parole pensiamo all’Italia di oggi e al suo futuro.

Pacificazione: se l’obiettivo è quello di delineare un perimetro comune e condiviso, che non può che stare all’interno della nostra Carta costituzionale, appare senz’altro utile alla causa della democrazia la riflessione sul passato e la ricostruzione di una storia comune tra memorie che possono anche essere diverse.

Deve essere chiaro però un punto: consegnato alla storia il dolore delle famiglie delle vittime e riconosciuta la pietà per tutti i morti, di una parte e dell’altra, rimane inaccettabile confondere le ragioni che dividevano i progetti e le prospettive di chi – da vivo – combatteva su fronti opposti. Gli obiettivi dell’occupante e dei fascisti di Salò non hanno la stessa dignità dei valori dei resistenti, dei partigiani, degli alleati, degli antifascisti. I primi combattevano per negare la libertà, gli altri per restituirla al Paese.

I morti sono morti – scriveva Pavese: “Ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione” -, sia che siano caduti da una parte o dall’altra, e va rispettato il dolore di chi li ricorda. Tuttavia, noi dobbiamo chiedere ragione, per riprendere Pavese, di ciò che quei giovani e meno giovani fecero da vivi, e si deve distinguere tra scelte così radicalmente diverse.

E allora, mai abbassare la guardia contro i tentativi di riscrivere la storia facendo piazza pulita della Resistenza. I tentativi spregiudicati, quanto faziosi, di condizionare politicamente la “memoria pubblica” tendono ad un pericoloso scambio di ruoli e di parti, a confondere le responsabilità, a mettere sullo stesso piano la lotta partigiana per la democrazia e la guerra del fascismo repubblichino. Non è possibile alcun relativismo su quella pagina di storia. Furono i repubblichini a combattere dalla parte sbagliata, complici dei nazisti.

Non avremmo avuto d’altra parte nessuna possibilità di riconciliazione se 65 anni fa fossero prevalsi coloro che stavano dall’altra parte e che volevano costruire un nuovo ordine europeo e mondiale antidemocratico basato sulla violenza, sulla sopraffazione, sul razzismo, sulla persecuzione di coloro che venivano ritenuti diversi, sull’odio etnico.

Invece, grazie ai partigiani e agli alleati, l’Italia è stata liberata da un’occupante che non aveva remore a commettere stragi e rappresaglie contro bambini, donne, anziani e civili, e da una dittatura ventennale che aveva negato la democrazia, sciolto i partiti e impedito la libertà di stampa e di opinione, perseguitato e incarcerato i dissidenti, approvato le leggi razziali, aggredito altri Paesi alla ricerca di un effimero quanto violento sogno imperiale, condotto l’Italia verso una scellerata guerra al fianco dei nazisti, sostenuto il macabro progetto razziale del nazismo che ha portato l’Europa nell’inferno di Auschwitz.

Qualcuno ha voluto ridimensionare l’importanza della lotta partigiana, accampando pretestuose questioni di strategia militare e puntando a ricondurre gran parte dello scontro militare alla contrapposizione tra eserciti nazionali. Ma gli studiosi concordano nell’importanza della Resistenza, che fu reale movimento di popolo. Perché se è accertato che furono 250.000 i combattenti nelle formazioni partigiane, è altrettanto vero che furono molti di più coloro che si batterono per la Libertà prendendo parte alla Resistenza civile e non armata. Efficace nel creare il vuoto intorno agli occupanti e ai fascisti della Repubblica sociale italiana, il contributo di questi resistenti anche alla lotta armata fu fondamentale, grazie alla vasta rete di solidarietà che vi creò intorno, dando rifugio ai ricercati, curando i feriti, proteggendo i clandestini e concordando con i partigiani le azioni di lotta.

Oltre al contributo militare dato alla Liberazione (documentato dagli stessi alleati che sapevano di poter contare nella loro avanzata sulle azioni compiute nelle retrovie dai ‘ribelli’), la Resistenza ha soprattutto consentito all’Italia di riscattare moralmente il peso di un passato vergognoso.

Ma per comprendere il coraggio della scelta partigiana, dobbiamo ricordare non solo cosa fecero i partigiani, ma anche chi furono.

Ci furono comandanti straordinari, come il popolare ‘Armando’ (Mario Ricci), che ricevette la Medaglia d’oro al valor militare. Di lui ricorderemo sempre l’impegno per la libertà e la democrazia, il coraggio e l’intelligenza. Armando, nel momento più buio della nostra storia, ha assunto le responsabilità necessarie e, mosso da ideali e valori di libertà, ha servito la Patria con coraggio e determinazione.

Ma oltre ai valorosi comandanti, chi furono i 250 mila combattenti per la libertà?

Dietro a intellettuali, ufficiali e militanti politici delle formazioni politiche clandestine che guidavano il movimento partigiano (in primo luogo comunisti, ma anche cattolici, socialisti, repubblicani, azionisti e liberali), c’era un’Italia esausta dopo vent’anni di dittatura fascista e un popolo composto prevalentemente da contadini, braccianti, mezzadri e operai, soldati allo sbando dopo l’8 settembre, giovani renitenti in fuga dai bandi dell’esercito della Repubblica sociale.

L’esercito partigiano e dei resistenti era composto soprattutto da gente semplice, quelle che una volta si chiamavano classi subalterne. Più che il fucile, sapevano impugnare la vanga e la zappa. Più che le pistole, maneggiavano la lima e il martello. Ma trovarono la forza per usare le armi quando le ebbero in mano.

Erano persone semplici. Ma, pur non essendo eroi, fecero cose eroiche. Nutrivano una comprensibile paura, per loro e per i propri cari, ma fecero cose straordinariamente coraggiose. Misero in gioco la loro vita, rischiarono l’incolumità dei familiari. Li animava l’etica civile fondata sui valori della pace, della libertà e della giustizia che li spinse a ribellarsi al Regime: l’etica civile che Luigi Meneghello, l’autore de I Piccoli maestri, definì come “la perfetta coincidenza tra ciò che volevi fare con ciò che dovevi fare”

I resistenti appartenevano a quello che Nuto Revelli chiama il mondo dei vinti, il mondo di coloro che raramente vengono raccontati nei libri di storia. Gli ultimi. E invece, allora, la storia la fecero proprio gli ultimi.

E con loro la fecero le donne. E qui, voglio ricordare due donne straordinarie, perché fu straordinario lo sforzo di tutte le donne per la libertà.

Gina Borellini, Medaglia d’Oro della Resistenza, che ci ha lasciato tre anni fa, ma il cui ricordo è e rimarrà sempre vivo in noi. E soprattutto rimarrà viva la testimonianza civile e di libertà rappresentata dalla sua vita, interamente dedicata ai valori democratici che le hanno ispirato scelte coraggiose e dolorose, che tuttavia lei riconduce ad una pudica normalità quando scrive «la Resistenza è stata una grande lotta del nuovo contro il vecchio mondo portatore di fascismo e guerre e per questo ha visto mobilitate migliaia di giovani e ragazze».

E insieme a lei voglio ricordare la Medaglia d’Oro al Valor Militare Irma Marchiani. Anche lei era una donna normale, ma nel momento della scelta decise di stare dalla parte della Libertà dimostrando un coraggio straordinario. La sua vita prova sino a che punto possa arrivare quello straordinario sentimento di solidarietà che alimentava la lotta. Catturata durante la battaglia di Montefiorino venne seviziata e condannata a morte e poi inviata alla deportazione in Germania, ma riuscì a fuggire e rientrò nella sua formazione; ne divenne commissario, poi vice-comandante, e partecipò coraggiosamente ai combattimenti di Benedello. Catturata nuovamente, fu riconosciuta e fucilata da un plotone tedesco a Pavullo il 26 novembre 1944. Poco prima che la condanna venisse eseguita, trovò la forza di scrivere “Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse”.

Storie di vita straordinarie quelle di Armando, Gina e Irma e di tutti coloro che parteciparono alla lotta di Liberazione, a quella stagione di lotta e di passione civile che costituisce l’atto fondativo del nostro Paese. Storie che andrebbero raccontate a giovani, bambini, figli e nipoti per ostacolare il progetto di coloro che vogliono ridurre la Resistenza a mito o reperto archeologico: le storie di Armando, Gina e Irma sono prive di retorica e il ricordarle ci permette di rinnovare l’attualità dell’etica civile di cui furono interpreti, ci consente di recuperarne la carica vitale degli ideali, ci aiuta a comprendere che la virtù democratica richiede senso di responsabilità, disponibilità al rispetto delle regole, rispetto degli altri.

Dobbiamo scongiurare la perdita di memoria collettiva e sventare qualsiasi tentativo di archiviare questo capitolo di storia che non è patrimonio di una parte politica, ma della Nazione nel suo insieme. Contrastare la smemoratezza significa educare alla pratica quotidiana della democrazia, alle sue ragioni e alle sue origini; costruire un ponte tra generazioni (e tra culture) affinché le motivazioni e l’etica civile che animarono i Resistenti di allora, soprattutto giovani, siano comprese dai giovani d’oggi e ne condividano la tensione per la dignità umana, la giustizia, il progresso sociale e l’Unità d’italia, su cui siè soffermato ieri il Presidente della Repubblica e su cui dovremmo riflettere tutti noi per aver piena consapevolezza delle conseguenze della sua eventuale rottura.

A volte mi viene da pensare che se trent’anni fa l’Italia avesse spento la televisione e avesse ricominciato a raccontare a tutti i bambini, come si faceva una volta, le storie di Armando, Gina e Irma prima di metterli a dormire, forse oggi ci saremmo risvegliati in un Paese migliore, certamente diverso.

Forse ci saremmo svegliati in un Paese nel quale la generosa disponibilità di un imprenditore a pagare la retta della refezione scolastica di bambini le cui famiglie sono morose, non viene ritenuto un gesto da stigmatizzare, ma da premiare. E dopo aver premiato quell’imprenditore, ci saremmo interrogati sul fatto che tutti dovremmo in qualche modo farci carico di chi è in difficoltà, al di là del colore della sua pelle o della sua provenienza.

E invece, oggi, quanto sta accadendo non ci indigna. Ecco perché noi dobbiamo abbassare la soglia di indignazione di una società che rischia altrimenti di lasciarsi trascinare verso il degrado morale e lo sfaldamento della coesione sociale. Anche durante il Fascismo gli italiani cominciarono ad indignarsi troppo tardi.

Il rischio che corriamo è lo smarrimento dei valori su cui si basa il civismo, la convivenza, la coscienza dei singoli. Si rischia cioè di smarrire la direzione che la Costituzione individua per orientare il cammino delle istituzioni e dei cittadini: la garanzia dei diritti inviolabili e l’adempimento dei doveri inderogabili secondo il principio di solidarietà. Esattamente come fecero coloro che scelsero la Resistenza e si opposero al nazifascismo.

Nel tempo incerto che stiamo attraversando, dobbiamo sempre tenere le antenne alzate davanti al pericolo che la Storia possa ripetersi. Mi pare quindi legittima la preoccupazione a fronte delle richieste di modifica delle regole e delle nostre leggi fondamentali come la Costituzione, poiché l’impressione è quella che si voglia smantellare contemporaneamente anche i sistemi di equilibrio e di salvaguardia della democrazia che la Carta prevede. E tale preoccupazione diviene vera e propria inquietudine e allarme se consideriamo, da una parte, che i sostenitori di questi cambiamenti si sentono a disagio all’interno di un sistema equilibrato nel quale è previsto il dissenso e valutiamo, dall’altra, la difficile crescita di un’opinione pubblica critica e consapevole.

Da questo punto di vista, l’eredità morale e civile della Resistenza è fondamentale. Perché, al di fuori degli istituti di garanzia democratica previsti dalla nostra Costituzione (che dobbiamo difendere di fronte a ogni tentativo di sovvertimento), esiste un anticorpo alle minacce democratiche di cui tutti noi siamo custodi e responsabili. Questo anticorpo è la memoria, che è nostro dovere mantenere viva.

Ricordiamolo, perché gli smemorati rischiano di perdere l’orientamento, e di farlo smarrire anche al Paese.

O bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!

 

Manuela Ghizzoni

* Il testo è tratto dal discorso ufficiale per le celebrazioni del 25 aprile a Pavullo nel Frignano (Domenica 25 aprile 2010)

 

Festa di Liberazione, festa di tutti

Non piangetemi,non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea.
(parole scritte con la punta di uno spillo, sulla copertina di una Bibbia, ritrovata nei pressi del luogo dove fu fucilato)
Guglielmo Jervis (ingegnere di 42 anni)

Mia adorata Pally, sono gli ultimi istanti della mia vita. Pally adorata ti dico a te saluta e bacia tutti quelli che mi ricorderanno. Credimi non ho mai fatto nessuna cosa che potesse offendere il nostro nome. Ho sentito il richiamo della Patria per la quale ho combattuto, ora sono qui… fra poco non sarò più, muoio sicura di aver fatto quanto mi era possibile affinché la libertà trionfasse.
Baci e baci dal tuo e vostro Paggetto
Irma.
P.s. Vorrei essere seppellita a Sestola.

Eccole, le ultime parole di uomini e donne che morirono durante la resistenza. Giovani italiani che combatterono perché l’Italia potesse tornare libera, combatterono non solo per il proprio destino, ma anche per quello del loro Paese e che Giacomoi in un’email ha voluto ricordarci. Un sacrificio che oggi dobbiamo ricordare, più che mai. A loro dobbiamo la nascita delle nostre istituzioni democratiche.
Occorre ricordarlo al sindaco di Montichiari che nei giorni scorsi ha rifiutato la disponibilità di una piazza del comune per celebrare il 25 Aprile al Partito Democratico, diritto sancito dalla nostra Costituzione. Il sindaco di Mogliano Veneto, invece, aveva posto il divieto alla banda comunale di suonare “Bella Ciao”, in occasione delle celebrazioni per la Liberazione, consigliando, invece, l’inno al Piave. Protesta l’Anpi, ricordando che “Bella Ciao” è una “canzone di tutti”. La decisione è stata quindi revocata e derubricata a “fraintendimento”, dopo le polemiche scatenatesi. Dietro a questi gesti c’è una chiara intenzione di cancellare e oscurale una memoria che deve essere, invece, considerata patrimonio comune di tutto il nostro paese. Valori che stanno alla base della nostra Carta Costituzionale.

Un valore, che sembra essere, per fortuna, ancora presente in molti ragazzi, visto che nel 2009 l’Anpi ha raggiunto i 110.000 iscritti, un boom dovuto ad una massiccia iscrizione di ragazzi sotto i 30 anni, convinti di poter contribuire alla stessa causa di chi allora scelse di combattere per riportare in Italia democrazia e libertà. Oggi a fronte di un 10% di iscritti over 80 c’è un 10% di iscritti tra i 18 e i 35 anni, una rivoluzione anagrafica resa possibile dal nuovo statuto che dal 2006 ha aperto le porte dell’Anpi a chiunque dichiari e sottoscriva di essere “antifascista”. Una modifica dello statuto attuata perché, spiega Silvano Sarti, 84enne protagonista della Resistenza fiorentina e presidente dell’Anpi di Firenze: “Noi abbiamo combattuto per valori che tutti gli uomini hanno dentro, e che spetta a tutti difendere, in qualunque epoca, chi si associa all’Anpi, semplicemente ama la Costituzione e vuole difenderla. E chi deve scendere per primo in piazza se non dei giovani con le gambe buone?”

Per questo il PD crede che sia importante celebrare il 25 Aprile. Vi invitiamo a segnalarci nell’agenda di PdNetwork le iniziative dei circoli Pd, o della vostra città. Tra quelle che ci sono arrivate fino ad adesso segnaliamo:

Pontremoli, Sabato 24 aprile alle ore 16 al Cinema Manzoni, in Piazza San Francesco. L’Istituto Storico della Resistenza Apuana, con il patrocinio del Comune di Pontremoli, presenta il film: “Inside Buffalo”, storia della 92° Divisione Buffalo
nella Toscana del 1944 e il sacrificio dei soldati afroamericani per la Liberazione

A Nepi, per il 25 aprile, alle ore 10.30 dalla Piazza del Comune partirà il corteo cittadino con il gonfalone e la Banda musicale “Enrico Gai” di Nepi, dalle ore 16.30 in Largo Verdi ci sarà un concerto di musica popolare , con il commento ai principali articoli della Costituzione e la declamazione di alcune lettere dei condannati a morte della Resistenza..

A Roma, a partire dalle 10.00 presso il campo XXV APRILE di via Marica 80, con i Liberi Nantes, squadra di calcio composta da migranti, richiedenti asilo, messa insieme da un gruppo di amici, con l’intento di “regalare” un pò di normalità a ragazzi in fuga da guerre, carestie o perseguitati polticamente, approdati nel nostro Paese per scelta forzata quindi, in cerca di una opportunità di vita. Averli cercati nei centri per rifugiati, aver parlato con loro e spiegato il senso di una squadra, averli allenati, fatti giocare, seguiti per i tanti problemi di ogni giorno ( …e sono tanti) significa già un’esperienza straordinaria, continuarla, allargarla e portarla a comunicare con un quartiere è invece eccezionale!

Grazie a Benito Ottomeni che sulla nostra pagina facebook ha commentato il manifesto: “Questo lo dedico a mio suocero morto tre mesi fa,( partigiano combattente)”.

da www.partitodemocratico.it

Da Bersani appello alle opposizioni: «Uniti contro il rischio di deriva». Patto repubblicano anche con Fini

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani chiama all’unità le forze di opposizione: «Le tensione nella maggioranza in futuro sono certe, gli esiti imprevedibili. Le forze di opposizione non possono sottovalutare i rischi che Berlusconi per un verso e la Lega per l’altro possono dare per accelerare una situazione che non riescono ad affrontare. Per le forze di opposizione serve una responsabilità nuova». «Serve un impegno più forte – sostiene Bersani – a discutere e concertare l’azione parlamentare e un lavoro per stringere i contenuti dell’alternativa». Per «accelerare» il confronto con le opposizioni, il leader Pd, che nei giorni scorsi ha già incontrato il leader Idv, Antonio Di Pietro, continuerà «colloqui e verifiche» con le altre forze di opposizione dentro e fuori il parlamento. «Siamo di fronte – sostiene Bersani analizzando la tensione nella maggioranza – ad una situazione estremamente confusa. Il paese, pieno di problemi, assiste attonito a lacerazioni molto profonde nella maggioranza che in un colpo solo ha distrutto tutta la retorica berlusconiana dei cieli azzurri e dei mondi felici».

Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani spiega il senso di un «patto repubblicano» con personalità come Gianfranco Fini che non vuol dire, precisa, «fare governi insieme». «Bisogna rivolgersi – spiega Bersani – ad altri partiti ma anche forze sociali ed economiche perchè reagire ad una democrazia plebiscitaria, che ha dimostrato di non saper decidere, non è solo questione di opposizioni». Sui problemi economici del paese e sulle riforme serve dunque «un patto largo in parlamento» coinvolgendo però anche personalità e forze esterne. Il banco di prova per il leader Pd, potrà avvenire già in tempi ravvicinati: «martedì alla Camera si metterà ai voti la proposta di dare un reddito a coloro ai quali scadono gli ammortizzatori sociali o non hanno ammortizzatori. Il governo si è messo di traverso. Vediamo se su un tema concreto il paese capisce di che cosa parliamo».

Zingaretti, appello al Pd
Il presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti: «È evidente che lo spettacolo che abbiamo visto noi e qualche milione di italiani non è stato edificante. Ma dico al mio partito e al centrosinistra tutto: occhio a fare spallucce, a fare gli scandalizzati e ad assumere l’aria di sufficienza. Quel che è successo in realtà è assai insidioso: il Pdl in quel modo ha occupato e occupa tutto lo spazio politico, fa al contempo la parte della maggioranza e quella dell’opposizione».

«Alla direzione del Pdl abbiamo assistito ad uno scontro tra idee, portato avanti con una schiettezza e una durezza che non turbano la gente, abituata al linguaggio semplificato dell’Isola dei Famosi o dei talk show rissosi- spiega Zingaretti- dobbiamo capire che quella della maggioranza è una forma di comunicazione facilmente decodificabile dai fruitori di televisione. Noi dovremmo avere la stessa forza e la stessa determinazione per imporre la nostra agenda nella vita politica italiana. L’ultima direzione del Pd ha aperto un percorso per la conferenza programmatica che però avrà un senso se ci metteremo l’anima e il cuore. Solo così riusciremo a parlare in modo diretto alla gente e a farci capire».

Vendola: servono subito gli Stati Generali della sinistra
«Se il centrosinistra pensa di schierarsi esclusivamente secondo il dibattito del Pdl fa un suicidio preventivo – ammonisce Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola – le nostre identità non possono dipendere dal posizionamento sulla scacchiera del Pdl. E il deficit di ‘alternatività del centrosinistra manda in corto circuito tutto il sistema». Secondo il leader di Sinistra e Libertà, «la rimozione della sconfitta elettorale operata dal Pd è clamorosa. Tanto clamorosa che sembra perfino che il Pd abbia introiettato la sconfitta come un destino. Ne è un esempio la formazione delle nuove giunte regionali». Quindi, conclude Vendola, «dobbiamo convocare al più presto gli stati generali dell’alternativa. Aperti a movimenti e associazioni perchè ormai è chiaro che i partiti da soli non ce la fanno».

Il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola, commenta su “Il Manifesto” il conflitto apertosi dentro il Pdl: «È evidente che esistono due destre. C’è una destra “americana”, liberista ma non liberale in cui Berlusconi è il garante del carisma populista e la Lega del radicamento territoriale. E c’è invece un’altra destra che propone un partito conservatore di tipo europeo. Fini critica da destra il municipalismo della Lega, le pensioni e la privatizzazione dei servizi locali, però è liberale nel senso che almeno rispetta l’Habeas Corpus, vuole l’inclusione, aspira ai diritti civili e alla laicità della politica. Tra queste due destre si è aperta una partita brutale e di lungo periodo».

da www.unita.it