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"Silenzio sull’ambiente", di Dina Galano

Il ddl sulle intercettazioni, ora all’esame della commissione Giustizia del Senato, penalizzerà anche la lotta alle ecomafie. La denuncia del procuratore capo di Civitavecchia, Gianfranco Amendola.
Così non potremo mai combattere l’ecomafia». Pochi strumenti e un solo delitto per la tutela dell’ambiente, quello che punisce il traffico illecito dei rifiuti. Il nuovo regime delle intercettazioni telefoniche e ambientali è ancora fermo in commissione Giustizia al Senato, ma già promette di produrre le sue amare conseguenze anche sulla possibilità di perseguire i crimini ambientali, «anche se ancora non si conoscono i reati per i quali lo strumento delle intercettazioni sarà escluso». A parlare è il procuratore capo di Civitavecchia Gianfranco Amendola, autore di molte inchieste giudiziarie in materia, con all’attivo numerosi libri di legislazione penale ambientale.

Procuratore, quanto inciderà la nuova disciplina delle intercettazioni sulla perseguibilità dei reati ambientali?
A noi la questione interessa poco, perché le intercettazioni oggi sono contemplate soltanto nell’ipotesi di traffico illecito di rifiuti, che è l’unico delitto contro l’ambiente che esiste nel nostro codice penale. Con il testo che stanno discutendo probabilmente non sarà più possibile attivarle neanche per questo delitto. Ma la maggior parte degli illeciti ambientali è punita come contravvenzione per la quale, già allo stato attuale, non è previsto l’utilizzo di questo strumento. Le intercettazioni, certo, svolgono ancora un’azione importantissima per quanto riguarda il traffico illecito dei rifiuti e la lotta all’ecomafia, ma in un Paese in cui c’è in giro di tutto, noi abbiamo pochissime armi con cui combattere.

Che ripercussioni avrà il limite temporale di due mesi fissato nel testo?
Questo aspetto riguarda tutti i reati. Le osservazioni dell’Associazione nazionale magistrati sono convisibili, sia quelle che criticano i tempi sia i requisiti richiesti per autorizzare le intercettazioni ambientali. Si tratta di punti che depotenziano ogni attività di indagine, anche quella che riguarda i reati ambientali.

Come giudica lo stato attuale della normativa in materia d’ambiente?
Tutti i magistrati che si occupano di questo settore, così come gli ambientalisti, ripetono da anni la necessità di prevedere i delitti contro l’ambiente, dall’inquinamento delle acque a quello dell’aria. Dall’Europa sono arrivate ripetute sollecitazioni ma, sia prima con il governo Prodi poi con gli altri governi, nessuno è mai riuscito a farli passare. C’è stato un momento, quando Alfonso Pecoraro Scanio era ministro dell’Ambiente, in cui un testo era riuscito ad arrivare in Consiglio dei ministri per poi, però, non avere alcun seguito.

Cosa si sta facendo in questa legislatura?
Questo governo ha approvato un disegno di legge che ha tolto quel poco di sanzione che era prevista, e quindi non mi sembra che si stia procedendo sulla linea giusta. Attualmente non c’è nessuna novità, le uniche cose fatte sono peggiorative. Hanno perfino eliminato la sanzione penale per il superamento dei limiti delle acque pochi giorni fa. Intendiamoci, per me, queste ipotesi possono essere anche depenalizzate purché siano inseriti veri delitti contro l’ambiente con pene gravi.

da terranews 23.04.10

Terremotati e cassintegrati. Anche se Berlusconi è convinto del contrario ci sono ancora

Prima dello scontro con Fini il premier rivendicava i successi in Abruzzo e contro la crisi. Chi lo racconta all’isola dei cassintegrati di cui si occupa YouDem e agli sfollati abruzzesi che tornano a pagare il pedaggio in autostrada?
Le scene da un matrimonio nel PDL hanno mangiato gran parte dello spazio dei tg. Ma ancora prima dello scontro Berlusconi-Fini la giornata ha offerto diverse chicche oltre alla citazione maoista di servire il pollo…scusate servire il popolo. Ad aprire i lavori, con un indirizzo di saluto era stato, appunto, Silvio Berlusconi che aveva rivendicato i successi del governo tornando sui temi dell’emergenza rifiuti in Campania, degli interventi post terremoto in Abruzzo, della tenuta sul fronte economico nonostante la crisi.
Tre bugie del governo che con foto, video e interviste oggi
smontiamo.

L’isola ribelle.
La crisi economica c’è per tantissimi italiani, come i cassintegrati che a l’Asinara hanno inaugurato una forma di protesta originalissima: un reality show, l’isola dei cassintegrati, divenuta un simbolo delle lotte dei lavoratori. E’ ormai dal 24 febbraio che un gruppo di operai della Vinyls di Porto Torres ha occupato il carcere in disuso dell’isola dell’Asinara in segno di protesta contro la cassa integrazione imposta dalla loro azienda. Oggi YouDem si è occupata di loro.

Sono vittime di una drammatica situazione che li ha portati, negli ultimi tre mesi, ad aver ricevuto una sola mensilità di 800 euro per sostentare le proprie famiglie. Il gruppo consiliare del Partito Democratico di Alghero proprio giovedì 22 aprile ha chiesto la convocazione del Consiglio Comunale presso il parco dell’ Asinara, con l’intento di incontrare e dare supporto morale agli operai sardi cassaintegrati, figli di quella grave crisi che ormai attanaglia da mesi il polo industriale di Porto Torres ed il territorio, consapevoli che il rischio, sempre più reale, è quello vedere persi 4.000 posti di lavoro.

Chi non ne è consapevole? Il governo, con il ministro Sacconi che fin da subito si è detto contrario al prolungamento della cassa integrazione ordinaria e così facendo ha dimostrato che il governo, ancora una
volta, non comprende quanto grave sia la crisi e non intende prendersi cura delle esigenze dei lavoratori. Probabilmente perché , come abbiamo capito ieri,il premier considera tutto risolto. Chi lo spiega agli operai della Vinyls?

Abruzzo: passata la festa, gabbato lo santo.
Il Governo non ha prorogato l’esenzione del pagamento autostradale per i terremotati aquilani che non pososno dormire nelle vicinanze della loro città.
È venuto meno l’impegno nei confronti dei 6000 sfollati che vivono nelle province sulla costa abruzzese o nel Lazio. ma Berlusconi non en parla quando cita il successo dell’Abruzzo, mentre il suo Governo ha dovuto rispondere in Aula ad una nostra interrogazione sulla mancata proroga dell’esenzione di pagamento autostradale per i terremotati aquilani. E la posizione espressa è stata chiarissima: non ci saranno più esoneri dal pagamento dei pedaggi.

L’interrogazione era stata promossa da Giovanni Lolli, deputato del PD che è indignato: “Non posso non sottolineare quanto l’ultima breve proroga prevista fino al 31 Marzo sia stata concessa a ridosso delle elezioni provinciali, superate le quali, evidentemente, per il Governo è venuto meno l’interesse a venire incontro alle esigenze di circa 6000 cittadini sfollati sulla costa. La gran parte di questi cittadini è proprietaria di una casa distrutta dal terremoto ed ha, quindi, diritto ad un alloggio che non gli è stato concesso per il grave errore della Protezione Civile che ha predisposto un numero inferiore di case in relazione agli aventi diritto. Ogni giorno migliaia di cittadini terremotati – ha proseguito Lolli – devono tornare a proprie spese verso L’Aquila con le loro auto. Questa condizione in cui i terremotati aquilani sono costretti da errori della Protezione Civile è tenuta in così scarsa considerazione dal Governo che non vuole fare nemmeno lo sforzo di evitargli questa ulteriore spesa”.

È una gravissima ingiustizia che rivela le reali sembianze del governo nell’affrontare il problema del post terremoto: incassati voti e aperture dei tg non c’è disponibilità a spendere risorse per la grave condizione della popolazione aquilana, per la quale anche i piccoli gesti contano. E pensare che le cifre necessarie a coprire l’esenzione non sarebbero così eccessive. Ora si attende la reazione del commissario e presidnete della regione, Gianni Chiodi, delegato ad affrontare la ricostruzione. Intanto Stefania Pezzopane, ex presidente della Provincia de L’Aquila del Pd, ci racconta chi sono le persone che subiscono le conseguenze di questa scelta governativa: anziani o single che vivono disagi psicologici anche gravi per la separazione dalla propria realtà, seguita al trauma. “Alcuni di loro hanno perso il lavoro. Senza contare i moltissimi esiliati sulla costa che fanno la spola per mantenersi il lavoro, e già affrontano spese per la benzina che decurtano notevolmente la paga giornaliera. Solo chi non ha mai parlato con queste persone e non ne conosce la profondità delle sofferenze può così superficialmente toglier loro, o rendere più difficoltosa, l’ultima possibilità di contatto con le proprie vite. Il tutto dopo aver sentito proclami miracolistici”.

Il segretario provinciale del PD de L’Aquila, Michele Fina, promette: “Reagiremo con forza e con ogni forma di mobilitazione civile. Resisteremo all’oblio a cui, una certa informazione alla Bruno Vespa, ci vuole condannare”.

E nel frattempo la Commissione Statuto e regolamenti del Comune de L’Aquila ha bocciato l’ipotesi che si concedesse la cittadinanza onoraria a Guido Bertolaso. In particolare due consiglieri del Pdl avevano formulato l’iniziativa. La votazione è terminata con 14 voti contrari e due favorevoli, ed un astenuto.
Per il centro sinistra la proposta era inaccettabile per l’inadeguatezza dell’intervento della protezione civile nelle zone terremotate, e non solo per il coinvolgimento di Bertolaso in alcune inchieste giudiziarie.
Per Berlusconi non è così.
Ed a proposito dell’emergenza rifiuti in Campania…parlano le foto di una reporter d’eccezione: Rosy Bindi. Al sud, in strada, fuori dal capoluogo c’è ancora di tutto. Anche materiali medicali pericolosissimi.

Capito quali sono i successi del governo?

Fe.Gas. – Ma.Lau.
www.partitodemocratico.it

Nessuno riscriva la storia. Bersani ricorda la Liberazione

“Può succedere ancora, come allora, che senza accorgercene diamo via dei pezzi di libertà. Per questo bisogna mettere in guardia le nuove generazioni dalla belva che è dentro l’animo dell’uomo. E’ la stessa belva che si sta scatenando in molte parti del mondo e che può tornare anche da noi, sotto diverse forme, se non diciamo ai ragazzi di stare attenti. Per questo dobbiamo combattere perché non sia consentito di riscrivere la storia inventandone un’altra”. Sceglie queste parole Pier Luigi Bersani, in occasione della celebrazione del 25 aprile ad Ansaldo, per rivolgersi ai rappresentanti dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) e soprattutto ai tanti giovani presenti.

Il segretario Pd mette in guardia rispetto al pericolo di un fascismo strisciante, meno evidente e, proprio per questo, più pericoloso. “Non accettiamo mistificazioni come il fascismo buono e bonaccione – avverte – perché i massacri con il gas in Etiopia li abbiamo iniziati noi. Basta mistificazioni come quella degli italiani brava gente perchè allora siamo stati capaci di essere cattivi. Il meccanismo di decisione democratica sta subendo delle deformazioni. Non c’è dubbio. Bisogna stare in guardia su un fatto da non sottovalutare mai: davanti a una crisi lunga, e questa sarà lunga, davanti a problemi sociali rilevanti, possono prendere piede culture regressive. Questo è sempre stato vero. Quindi la crisi richiede una azione in campo politico, sociale e economico ma anche culturale”.

Parole che arrivano nei giorni in cui da nord a sud Lega e PDL provano a cancellare in silenzio pezzi simbolici della celebrazione della lotta dei partigiani: a Montichiari dove non si concede una piazza per la ricorrenza e ieri il leader del PD ha scritto ai cittadini invitandoli a difendere la Costituzione (trovi il testo qui sotto) e alla provincia di Salerno dove il presidente, Edmondo Cirielli, fa affiggere un manifesto per celebrare il 25 aprile in cui si ringraziano gli Stati Uniti ma non si fa alcun riferimento alla Resistenza!

Tra i pericoli odierni Bersani individua il “meccanismo populista basato su propaganda e consenso: spargere l’idea che il consenso viene prima delle regole contribuisce ad esempio a spargere germi di autoritarismo. Da qui possono arrivare frutti avvelenati”.
Bersani ha parlato agli operai dell’Ansaldo in ricordo dei loro colleghi che morirono durante la resistenza combattendo contro il fascismo e il nazismo mettendo in chiaro che puo’ accadere di nuovo e che il Pd non accetta alcuna forma di revisionismo storico.
Per parlare alle nuove generazioni è “necessario tornare a parole semplici, chiare e vere. Il fascismo si basa sulla forza e sulla diseguaglianza tra classi sociali, tra popoli, tra Stati. Dal fascismo nascono le violenze, le leggi razziali, le guerre imperiali, perchè non ci può essere fascismo senza guerra. Chi ha lottato contro tutto questo ci ha consentito di essere liberi, di esprimere le nostre idee. La battaglia giusta è quella che ci ha dato la libertà e la pace”.

E da libertà e pace è nata la “nostra Costituzione, che è la piu’ bella del mondo, basta leggerla per capirlo. Gli aggiornamenti sono necessari, ma il popolo non accetterebbe mai una disarticolazione dell’unità del Paese ne’ un ribaltone autoritario”.

Il segretario Pd ha anche risposto a chi, dopo la furibonda litigata di ieri fra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, gli chiede quali scenari aspettarsi da oggi in poi. “Io dico che dopo quanto accaduto – ha detto – c’é da aspettarsi ancora più paralisi nell’azione di governo e non so se possiamo andare avanti così tre anni”

Ad Ansaldo, in provincia di Genova, per festeggiare insieme all’ANPI la resistenza, il segretario attacca e condanna due anni di gestione Berlusconi & co. : “C’é un consenso di tipo populista, abbiamo un meccanismo che non prende decisioni. Al di là di queste risse c’é quindi un problema di fondo, il PDL con la Lega governa questo Paese da sette anni sugli ultimi nove e non ha cavato un ragno dal buco. Il Paese sta scivolando e dopo ieri peggioreranno ancora”.

Ciononostante, per Bersani non esiste un rischio di elezioni anticipate perché “qui c’é una maggioranza, si sono fatti trenta voti di fiducia, ci sono le tv, c’é l’informazione, c’é il consenso, c’é tutto. Non parliamo adesso di questi scenari – ha detto -, cerchiamo di vedere come intende andare avanti chi ha la maggioranza. Perché sono due anni che non fa niente per la crisi, solo chiacchiere e propaganda”. Però, aggiunge, “se ci saranno o meno le elezioni anticipate è una domanda che va fatta a loro”.

A chi chiede se in quel caso il PD sarebbe pronto, Bersani dice: “Chi vuole può vedere la mia relazione programmatica su internet, c’é una traccia chiara. All’assemblea di maggio (ndr: 22 maggio) inizieremo a delineare un’azione programmatica. Nel frattempo stiamo cercando di stringere i bulloni dei rapporti con le forze di opposizione. Cerchiamo di mandare messaggi non solo alle forze di opposizione, perché quando parliamo di patto repubblicano per evitare una deriva plebiscitaria al Paese, per cambiare agenda, ci rivolgiamo anche a persone, a forze oltre il centro sinistra, che si rendono conto che c’é una impasse”.

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La Liberazione non si cancella
Il segretario nazionale del Partito Democratico Pier Luigi Bersani ha inviato una lettera al circolo Pd di Montichiari che nei giorni scorsi si è visto rifiutare dal Sindaco della città la disponibilità di una piazza del comune per celebrare il 25 aprile. Di seguito il testo.
Cari cittadini e cittadine di Montichiari ho appreso dalla lettura dei giornali che la giunta della vostra città ha negato la possibilità di celebrare il 25 Aprile e il Primo Maggio sospendendo, di fatto, un diritto sancito dalla nostra Costituzione. Questo è molto grave, ma ancor più grave è l’intenzione di voler cancellare con un divieto una memoria che deve essere considerata patrimonio comune di tutto il popolo italiano.
I valori del 25 Aprile sono scritti nella nostra Carta Costituzionale che è la più bella del mondo, e lo è perché sancì un patto tra uomini e donne di idee e convincimenti anche profondamente diversi tra loro, ma che li vide uniti dall’idea di disegnare un futuro comune e libero per tutti gli italiani.
Questo esempio e questa memoria dovrebbero rappresentare un orientamento di fondo per chi è chiamato, a tutti i livelli di responsabilità, a ricoprire un ruolo al servizio del bene comune. Tanto più nel momento in cui le forze politiche affermano di volersi impegnare per rinnovare quel patto. Rinnovare, perché di questo si tratta. Rinnovare un patto per costruire una nuova unità dell’Italia. Rinnovare per sentirci cittadini di un unico paese. Rinnovare per rendere vivi quei valori che non possono cambiare perché la libertà, l’uguaglianza e la dignità, insieme alle idee di pace, di fraternità e di comune umanità di tutti gli uomini e le donne del mondo non sono nella disponibilità di nessuno. E’ questo il senso profondo del 25 Aprile.
La democrazia è una scelta che va rinnovata ogni giorno, anche pagando qualche prezzo, di certo infinitamente minore rispetto a quello che altri hanno pagato prima di noi, altrimenti diventa un’abitudine. E, se è un’abitudine, può succedere che in forme anche nuove rispetto al passato ci si lasci portar via pezzi di libertà un po’ per volta, senza nemmeno accorgercene. Ci siamo detti molte volte che la storia non si ripete mai, ma ci possono essere molti modi per tradire quei valori che sono fioriti nel sangue di tante sofferenze.
Può accadere se prevale l’indifferenza e la mistificazione verso la nostra storia. Può accadere se di fronte alle difficoltà, di avere una democrazia che funzioni, capace di prendere decisioni rapide ed efficaci, si pensa di prendere la via breve dello svilimento dei meccanismi di partecipazione democratica per favorire una deriva populista e scelte autoritarie nella società.
Allo stesso modo togliere la possibilità di festeggiare il Primo Maggio significa voler negare un ruolo al lavoro inteso oggi nella sua estensione più larga e più alta possibile. Il lavoro come bene comune e come promozione tanto della dignità quanto del merito di ogni singolo individuo. E la nostra Costituzione, anche su questo tema dimostra di essere più attuale che mai perché promuove il lavoro in tutte le sue forme e, insieme, ci impegna a
rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Valori profondi, quindi, consegnati a noi perché rinati dalla primavera del 25 Aprile e che noi abbiamo il dovere di portare nel futuro come una fiaccola preziosa da trasmettere alle nuove generazioni. Questo è il nostro compito, questa è la nostra responsabilità. Viva il 25 Aprile, viva la Costituzione.

"Scuole meno sicure al Sud", di Flavia Amabile

Il governo decide di distribuire i fondi per l’edilizia scolastica che colpisce gli istituti meridionali. Nel frattempo taglia i fondi alla sicurezza. A un anno e mezzo di distanza dal crollo di Rivoli, dopo le mille promesse di fondi per rendere più sicure le scuole, che cosa resta? Che ieri in Conferenza Stato-Regioni si è discusso di quella che sembra una beffa: un taglio ai fondi stanziati per la messa in sicurezza delle scuole del sud.
Nel frattempo, in un’intervista il ministro dell’Istruzione Gelmini annuncia un aumento degli stipendi per gli insegnanti più bravi provocando le proteste dei sindacati che chiedono risorse. «Gli aumenti vanno inseriti nell’ambito di una trattativa – sottolinea Mimmo Pantaleo, segretario della Flc Cgil – e va sottolineato comunque che mentre si discute di cose che verranno, le retribuzioni dei professori sono state tagliate ripetutamente e quest’anno sono stati stanziati soltanto 8 euro di aumento. Mi pare che ci sia un’incongruenza in tutto ciò».

E sono proprio i fondi il nodo del contendere anche sulla sicurezza nelle scuole. La Conferenza infatti vuole cambiare il meccanismo di divisione dei fondi: prima si assegnava alle regioni meridionali l’85% delle risorse ora si intende stabilire i parametri della ripartizione in base alla popolazione studentesca e al tipo di scuole.

«Alcune regioni, anche la mia, non condividono questo provvedimento che utilizza ancora una volta i fondi Fas» – ha chiarito Vito De Filippo, presidente della Regione Basilicata. «Questa è l’ennesima puntata di un romanzo dal titolo ’Lo scippo dei fondi Fas’ che tocca soprattutto le regioni del Sud». Soddisfatto, invece, il presidente della Regione Piemonte Roberto Cota: «Qualcuno vuole di più ma sono soldi che arrivano e questo è importante, è una cosa positiva». Anche il segretario della Flc-Cgil Mimmo Pantaleo è contrario: «Non si tiene conto del fatto che al Sud la situazione delle scuole è molto più deteriorata». In realtà la situazione è critica in tutt’Italia. Del miliardo di euro stanziato sull’onda emotiva della morte di uno studente 235 milioni sono stati utilizzati per l’emergenza abruzzese. I governatori hanno chiesto al governo che a pagare l’emergenza terremoto non siano le scuole, e dal ministero garantiscono che i fondi verranno reintegrati.

Nel frattempo però nel decreto-legge «milleproroghe» è stato inserito un ulteriore rinvio del termine per l’erogazione dei 300 milioni di euro previsti dalla legge finanziaria per il 2010 per il programma straordinario per l’edilizia scolastica. «E questo ha provocato un ulteriore aggravamento della situazione in cui versano le scuole», sottolinea Manuela Ghizzoni, deputato del Pd.

Altro punto dolente è l’anagrafe degl edifici: iniziata nel 1996 e rimessa in moto dopo la tragedia, non è ancora stata varata, a dispetto delle promesse di terminare il lavoro in breve tempo. Infine, l’aumento del numero di alunni per classe che nella gran parte degli istituti fa sforare i limiti previsti dalla legge per garantire la sicurezza.

La Stampa 23.04.10

Acqua un bene comune. Pubblico

Il Pd presenta le sue proposte sull’acqua pubblica e gestione del servizio idrico integrato. Un milione di firme per regolamentare un sistema per cui a tariffe minime corrisponda la massima efficienza. Bersani: “L’acqua è di Dio e ci tocca ridargliela come ce l’ha data”. Con questa battuta il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani ha concluso la conferenza stampa di presentazione delle proposte sull’acqua pubblica da parte del Partito democratico. E, forse, non è del tutto un caso che sia avvenuto proprio nella giornata della Terra (Earth’s day) che il Pd raccoglie la sfida per razionalizzare e gestire in maniera efficiente uno tra i beni comuni più essenziali: l’acqua.

La proposta di legge che il Pd presenterà sarà il frutto di un’analisi concreta che terrà conto dei pareri degli amministratori locali e dei cittadini per completarsi in un progetto complessivo equilibrato in antitesi alla privatizzazione forzata voluta dal governo con il decreto Ronchi. Già a partire da domani avverrà un primo incontro a Torino, primo di una serie, per trovare punti comuni a tutela di un bene primario pubblico.

Bersani ha voluto porre l’attenzione sul fatto la privatizzazione dell’acqua non è una soluzione ma la negazione di un servizio per molti cittadini, un insulto per l’ambiente a fronte dei troppi sprechi e di investimenti assenti. “Il governo del fare risponde pensa che un articolo di legge con la privatizzazione obbligatoria dell’acqua sia la soluzione dei problemi. Un po’ come il miracolo di trasformare l’acqua in vino. È un errore che tra l’altro crea il disimpegno da parte degli organi territoriali espropriati” di ogni competenza in materia.

Oltre all’attività in Parlamento, il Pd si ripropone di raccogliere un milione di firme per un impianto di riforma che tenga conto di:

1. un sistema di regolamentazione delle acque pubbliche che metta in ordine un sistema sul presupposto di base minimo tariffe <=> massima efficienza senza che questo rapporto sia lasciato alla soggettività del privato;
2. riassetto delle infrastrutture;
3. gestione di ogni singola parte del circuito.

La proposta del Pd sulle acque pubbliche non tiene conto di nessuna strategia referendaria e questo per due motivi:

– sono 15 anni che il referendum non raggiunge gli obiettivi prefissati e che, anzi, ha un effetto boomerang sulle scelte possibili;
– il referendum per sua stessa natura ha una natura abrogativa, va contro qualcosa e non ha nulla di propositivo.

“Detto questo – ha concluso Bersani – ribadiamo che il Pd guarda con simpatia tutti i movimenti che si porranno contro questa impostazione distruttiva del governo”.

Alla conferenza stampa hanno partecipato tra gli altri anche Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd, i capogruppo di Camera e Senato in Commissione Ambiente, Raffaella Mariani e Roberto Della Seta, i deputati Pd Federico Testa e Marco Causi, il senatore Filippo Bubbico.

Per Stella Bianchi è necessario dare maggiore equilibrio e razionalizzazione alla gestione dell’acqua che è, comunque un bene scarso. Un obiettivo che difficilmente potrà essere raggiunto con la privatizzazione e con l’espropriazione di ogni potere decisionale da parte degli enti locali. Federico Testa ha evidenziato la necessità di una regolarizzazione pubblica dell’acqua attraverso la creazione di una Authority di controllo e di razionalizzazione della gestione delle risorse. Un’Autorità che renda trasparente le attività del ciclo dell’acqua.

“Quella che presentiamo – ha dichiarato Roberto Della Seta- è una proposta che va oltre l’ipotesi di un referendum abrogativo. Non ci nascondiamo sul fatto che anche la gestione pubblica sbagliata ha prodotto un uso improprio dell’acqua. Quello che vogliamo evitare è che un terzo dell’acqua si perda prima di arrivare a destinazione come avviene ora”. Per Rafafella Mariani e Filippo Bubbico occorre focalizzare l’attenzione su un mix di maggiore efficienza, competenza, innovazione tecnologica e organizzazione industriale. Un approccio moderno della visione dell’acqua come bene pubblico e comune fuori dal quadro del Mercato e della competizione.

A.Dra

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Acqua pubblica e gestione del servizio idrico integrato

Il Partito democratico si è opposto alle norme fatte approvare dal governo a colpi di fiducia e che spingono verso una privatizzazione forzata togliendo agli enti locali la possibilità di decidere e portando al rischio di monopoli privati nelle mani di poche grandi aziende spesso del tutto estranee ai contesti territoriali in cui viene svolto il servizio; norme presentate sotto il titolo di obblighi comunitari quando in realtà non c’è alcun atto comunitario o sentenza europea che imponga di forzare l’ingresso dei privati nel servizio idrico integrato.

Il Pd è contro il disegno di privatizzazione forzata imposto dal governo ed è vicino a quanti lo contrastano seguendo le diverse vie referendarie. Combattere, anche con il referendum contro la privatizzazione forzata dell’acqua è una battaglia fondata ma lo strumento referendario da solo non basta, è inadeguato sia per la scarsa efficacia dimostrata negli ultimi anni (24 referendum persi su 24 negli ultimi 15 anni per mancato quorum) sia perché sua natura abroga leggi senza definirne di nuove e più efficaci.

Il Pd vuole formulare una proposta complessiva di gestione del servizio idrico integrato con un percorso di costruzione di un progetto di legge partecipato, che coinvolga amministratori locali e cittadini e che metta al centro la risorsa acqua per sua natura pubblica, da rendere disponibile a tutti e da preservare per le future generazioni.

L’acqua, infatti, è un bene comune dell’umanità, un bene essenziale e insostituibile per la vita. L’acqua non può che essere un bene pubblico e deve essere garantita a tutti nel rispetto dei vincoli ambientali e al massimo livello di qualità, secondo principi di equità e solidarietà e con criteri di sostenibilità per preservarne la qualità e la disponibilità per le future generazioni.

L’acqua è quindi necessariamente un bene pubblico e lo sono anche le infrastrutture del servizio idrico che vanno gestite con criteri di efficienza ed economicità secondo logiche industriali in grado di assicurare costi sostenibili e qualità del servizio.

L’acqua è un bene scarso e va preservata attraverso la cura del territorio, la manutenzione dei bacini idrografici, la tutela dei corpi idrici e delle aree di salvaguardia.

L’acqua è un bene fisicamente limitato e come tale va prelevata e gestita secondo criteri efficienti, in particolare assicurando la migliore manutenzione delle reti di distribuzione, combattendo ogni forma di spreco e governando l’uso della risorsa e la sua assegnazione per i diversi usi, potabili, agricoli e industriali, garantendo l’obiettivo della sostenibilità attraverso incentivi al risparmio idrico e il rispetto di standard di qualità.

Per il Partito democratico sono obiettivi irrinunciabili la tutela delle acque, l’accessibilità per tutti, un uso razionale della risorsa che operi dal lato dell’offerta e non si limiti a rincorrere la domanda, l’equità delle tariffe e la massima qualità ed efficienza del servizio. Irrinunciabile anche l’obiettivo della copertura totale del servizio di depurazione sull’intero territorio nazionale e di una gestione sostenibile della risorsa acqua, con la riduzione quindi di dispersioni, sprechi e usi inappropriati.

Per raggiungere questi obiettivi:

– una forte regolazione pubblica, attuata da una autorità di regolazione nazionale di cui siano compartecipi Stato e regioni, che consenta di definire standard di servizio, monitorare i risultati, applicare eventuali sanzioni e quindi incentivi qualità, efficienza e risparmio per migliorare il servizio e garantire al tempo stesso equità e uso sostenibile della risorsa acqua
– ruolo fondamentale delle regioni e degli enti locali nelle scelte di affidamento del servizio idrico integrato nel pieno rispetto dei principi generali, degli standard di qualità, dei livelli minimi essenziali fissati
– gestione industriale del servizio idrico integrato (ossia dell’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue) anche per realizzare economie di scala, assicurare qualità omogenea e controllabile dei servizi, garantire sicurezza degli approvvigionamenti idrici ed efficienza nella depurazione
– un quadro normativo chiaro e stabile che metta fine alla continua incertezza prodotta dai ripetuti interventi del centrodestra che riparta affidando alle regioni il compito di organizzare il servizio idrico integrato sulla base di ambiti territoriali ottimali definiti secondo criteri di efficienza, efficacia ed economicità nel rispetto dell’unità dei bacini idrografici, dell’unitarietà della gestione e quindi del superamento delle frammentazioni, dell’adeguatezza delle dimensioni gestionali, della riduzione delle sperequazioni tra ambiti limitrofi
– tariffa come corrispettivo del servizio idrico integrato, che preveda una tariffa sociale per dare agevolazioni a determinate fasce di reddito e ai nuclei familiari numerosi e una tariffa che incentivi il risparmio idrico e scoraggi quindi i consumi elevati
– meccanismi che vincolino alla realizzazione degli investimenti necessari per il miglioramento del servizio, stimati in almeno 60 miliardi di euro con un impegno aggiuntivo per garantire lo stesso livello di servizio in ogni area del paese

Iniziamo da oggi un percorso di costruzione di un progetto di legge che si articola intorno a queste linee guida e che vogliamo elaborare con i nostri amministratori locali ed eletti, territorio per territorio, e con il sostegno dei cittadini che vorranno firmare la petizione a sostegno della nostra proposta.

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"Berlusconi-Fini: quella ferita al corpo mistico del sovrano", di Ezio Mauro

In quello stesso spazio televisivo dov’era nato sedici anni fa il “miracolo” berlusconiano, ieri si è scatenato l’inferno del Cavaliere: il numero due del Pdl, cofondatore del partito e terza carica dello Stato, che contesta pubblicamente la sua leadership e critica la sua politica, rispondendogli colpo su colpo, chiamandolo per cognome, e poi durante la replica concitata del premier si spinge sotto il palco col dito alzato, negando le accuse e restituendole. Il partito è sotto shock per la ferita inferta in diretta al corpo mistico del leader più ancora che al suo ruolo, per il delitto inconcepibile alla sovranità perenne berlusconiana, per il primo gesto di autonomia e di indipendenza del quindicennio, vissuto non solo come una rottura ma come un sacrilegio. Il Cavaliere, abituato alle apoteosi, resta palesemente senza copione, sotto lo sguardo delle telecamere e degli italiani, in uno psicodramma che è insieme privato e di Stato, come tutto ciò che lo riguarda. I numeri sono tutti dalla sua. Ma il sipario del suo lungo talk show con l’Italia è irrimediabilmente strappato.

Ci vorrebbe infatti Hitchcock, più che qualche scienziato della politica, per spiegare lo spettacolo inedito di ieri, la profondità teatrale della ferita in scena, la tempesta in arrivo sul fondale. I volti, le mani, i gesti, contavano più delle parole, come accade nei rari momenti della verità, quando davvero i nodi vengono al pettine. Qui il nodo è talmente aggrovigliato, e da anni, che può scioglierlo solo la spada. E infatti finirà così. Cozzano insieme, con il fragore spettacolare di ieri, due mondi alleati ma inconciliabili, due figure politiche legate ma divaricate, due uomini che si devono reciproca riconoscenza ma non si sopportano più, e infine e soprattutto, due culture politiche che la velocità del predellino e la cartapesta televisiva non sono riuscite a fondere, perché negli ultimi due anni sono cresciute in direzioni opposte e per questo dovranno separarsi. Una è una cultura conservatrice in senso moderno, repubblicana e costituzionale. L’altra è estremista e rivoluzionaria, proprietaria e post-costituzionale.

Dopo le elezioni regionali, vinte grazie alla Lega, il premier ha fatto capire a tutto il sistema che questo finale di legislatura si giocherà a destra e nel governo interamente sotto il segno della diarchia Bossi-Berlusconi. Fini è escluso, ridotto a un ruolo di comprimario, fuori dall’asse ereditario, estraneo anche alle strategie che preparano il futuro: nessuna riforma interessa in realtà il Cavaliere, il patto con Bossi riguarda esclusivamente il federalismo e la difesa blindata di questa legge elettorale. Tutto il resto, è specchietto per le allodole (o per qualche oppositore perennemente con la mano tesa, abituato a ballare alla musica altrui), paesaggio di comodo per i telegiornali di regime, meccanismo tecnico di divagazione parlamentare, per puntare in realtà alle uniche cose importanti per il Cavaliere, l’eliminazione della par condicio televisiva, il blocco delle intercettazioni, il lodo Alfano costituzionale per fermare definitivamente ogni inchiesta della magistratura. Assorbita An nel Pdl, assorbiti molto più facilmente gli ex colonnelli rivelatisi semplici brigadieri, Fini se non voleva degradare se stesso a colonnello aveva davanti a sé la scelta obbligata di una strada indipendente ed autonoma. Ha deciso di rendersi autonomo, restando nel partito, e questa scelta da sola lacera la ragione sociale del Pdl e dello stesso berlusconismo.

Berlusconi è pronto a rompere con chiunque e quasi a qualsiasi prezzo, pur di affermare la sua sovranità indiscussa: ed è pronto a negoziare con chiunque e a un prezzo ancora più alto, pur di riaffermare il suo comando. Ciò che non può accettare è la lesione continua, visibile e manifesta, del suo busto imperiale, che è il vero simbolo fondatore e imperituro del Pdl, secondo la sua concezione. Ciò che non può reggere è un’opposizione organizzata, pubblica e permanente, che lo ingabbi al di là dei numeri a suo favore in una discussione quotidiana, in una trattativa senza fine, in una contestazione alla luce del sole, ingigantita nel gioco parlamentare e mediatico. Che tortura diventerà, in questo schema, la discussione sul Dpef? Che rischi correranno le spericolate misure sulla giustizia ad uso personale? Che logoramento subirà la potestà suprema del leader unico, obbligato ogni volta ad infilarsi nei corridoi delle notti democristiane dei lunghi coltelli?
Ma sono soprattutto la cultura politica, la natura leaderistica, la simbologia carismatica e vagamente messianica del Cavaliere che risultano incompatibili davanti al gesto di un numero due che stravolge i ruoli, lotta alla pari, punta sull’età e sullo scudo istituzionale, e rovescia il tavolo-altare della beatificazione perenne del Supremo.

Quei gesti di Fini sono l’inferno di Berlusconi, la prova che un’altra destra è possibile, l’annuncio che la democrazia interna può mandare in tilt un partito nato per essere un blocco unico e nient’altro, la promessa di un’alternativa che risolve alla radice il gioco della successione promessa e dell’eternità praticata dal premier.

Ciò che i Bondi ieri hanno visto sul volto del Cavaliere è il dopo-Berlusconi, improvvisamente anticipato ad oggi come in una premonizione televisiva, in un corto-circuito politico ed emozionale (molto più emozionale che politico) senza precedenti. Senza la finzione della calza sulle telecamere, dei finti cieli sui fondali, dei cori egemoni per “Silvio”, l’irruzione della realtà e della verità ha sconvolto il palinsesto del Pdl, rendendo il Cavaliere per la prima volta afasico politicamente, incapace di condurre al suo esito un’assemblea e una giornata giocate tutte di rimbalzo, sui nervi, e clamorosamente senza nemmeno una conclusione politica. Un rovesciamento spettacolare per un leader che da casa interviene addirittura nei talk show, li domina al telefono togliendo la parola a tutti, per dire ciò che vuole, salutare e andarsene con l’ultima parola che conta.

Va visto con rispetto il travaglio del Cavaliere, che alla sua età e dopo tanti successi entra nell’inesplorato della guerriglia politica dentro casa, ipnotizzato da quella crepa che gli scandali estivi di un anno fa, il castello di contraddizioni e di bugie in cui si era avventurato, gli hanno aperto sotto i piedi: che i voti perduti delle regionali hanno allargato, e che Fini ieri ha indicato con quel dito alzato, perché le telecamere metaforicamente la mostrassero agli italiani. E va seguito con attenzione il passaggio spericolato del presidente della Camera, tradito dai suoi che avevano da tempo trovato un padrone e oggi gridano al tradimento, dimostrando che il dissenso in quel partito è un esercizio sicuramente rischioso (vedremo adesso il killeraggio della stampa di famiglia, che già si è distinta per il pestaggio degli eretici e dei critici), probabilmente impossibile.

Fini tenterà di restare nel Pdl parlando alla parte più moderata della destra e del Paese, ma intanto preparerà le sue truppe risicate, perché dovrà andarsene, più presto che tardi. Il Cavaliere ondeggerà tra paternalismo e pugno di ferro, e alla fine romperà definitivamente. Ma non solo con Fini, con tutto. Incapace di reggere, chiederà il giudizio di Dio nelle elezioni anticipate, per riavere dal voto quel che perde con la politica, tentando di andare al Quirinale con il controllo diretto della maggioranza parlamentare, trasformando il populismo nella religione finale: ieri il documento votato dal partito lo dice esplicitamente, quando spiega che il Pdl non è un partito ma un “popolo”, che si riconosce nelle “democrazie degli elettori”, e dunque non può contemplare il dissenso. L’avventurismo sarà la fase suprema, l’ultima, del berlusconismo al potere.

La Repubblica 23.04.10

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“Il fallimento di un’illusione”, di Massimo Giannini

Il fallimento di un’illusione. È l’unica cosa che si può dire, di fronte al duello rusticano che si consuma tra Berlusconi e Fini nella direzione del Pdl trasformata in arena. Chi pensava ad un compromesso doroteo, tra il fondatore e il co-fondatore, non ha capito la portata di questa clamorosa rottura, che a questo punto non è più solo politica, ma è anche fisica. In una sorta di seduta di autoanalisi individuale, ma celebrata collettivamente di fronte alle telecamere televisive e alle agguerrite fazioni del Popolo delle Libertà, il presidente del Consiglio e il presidente della Camera si rivolgono minacce e anatemi, si rinfacciano tradimenti e bugie, si rimpallano accuse e veleni. In un inquietante crescendo di rancori personali e di livori politici, si “sbranano” come belve nel circo mediatico, dandosi in pasto alla platea degli uditori e degli elettori. In sostanza: officiano le esequie del Pdl, almeno nella formula conosciuta dai tempi della “rivoluzione del Predellino”.

Sul piano politico, nessuno dei due fa retromarce. Non le fa Berlusconi, che liquida le istanze di Fini come “questioni di poca importanza”, che “non valeva la pena” sollevare, di fronte a un partito che governa magnificamente il Paese e continua a vincere tutte le elezioni. Non le fa Fini, che rilancia le sue contestazioni al premier su tutta la linea, dall’immigrazione alla prescrizione breve, dall’organizzazione del partito alle scelte sulla Sicilia, dalla sudditanza psicologica nei confronti della Lega al caos delle liste per le regionali. La rappresentazione plastica di questo scontro dimostra l’irriducibile inconciliabilità non solo delle posizioni congiunturali, ma delle ispirazioni strutturali dei due contendenti. Berlusconi parla una lingua, Fini ne parla un’altra. Non sono più neanche due diverse idee della destra, ma sono piuttosto due differenti universi politico-culturali. Da quello che si vede nel feroce lavacro della direzione, non possono coesistere, ma solo confliggere.
Ma la novità è che la frattura avviene anche sul piano personale. Quando ci si parla evocando le categoria del tradimento, della menzogna, della mala fede, del sabotaggio, si supera un confine dal quale è impossibile tornare indietro. E questo succede, tra Berlusconi e Fini. Il primo lo apostrofa, intimandogli di lasciare il suo incarico di presidente della Camera, se vuole continuare nel suo inutile e dannoso “contrappunto quotidiano”. Il secondo gli replica a brutto muso, con un provocatorio “mi cacci?”. Non siamo più alla dialettica tra i leader, ma agli insulti tra le persone. La resa dei conti trascende la validità dei ragionamenti e prescinde dalla contabilità dei numeri.

Non è più importante capire quanto dica il vero Berlusconi, o quante divisioni abbia Fini. Bisogna solo prendere atto che il progetto del Popolo delle Libertà, appunto, è ormai fallito. E non poteva essere che così. Il fallimento era contenuto nel suo atto di nascita, che aveva fotografato subito la distanza ontologica, e incolmabile, tra le due anime del “nuovo” centrodestra. L’illusione che una grande partito moderato e di massa si possa reggere solo sul “centralismo carismatico”, costruita un anno e mezzo fa dal Cavaliere a Piazza San Babila, crolla per sempre nell’Auditorium di Santa Cecilia. Quanto potranno duellare ancora, i due fondatori, in mezzo a queste macerie?
La Repubblica 23.04.10

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“La realtà travolge la finzione”, di Marcello Sorgi

L’incredibile è avvenuto: sotto gli occhi dei telespettatori che seguivano in diretta, il partito di Berlusconi – quello del predellino di Piazza San Babila, il partito di plastica delle grandi adunate, delle «ola» e dei karaoke -, tutt’insieme s’è frantumato. Per la prima volta in tanti anni, Berlusconi e Fini non rispondevano più al copione prestabilito, litigavano veramente davanti a tutti, a un certo punto sembrava pure che stessero per menarsi.

E davanti a questo crudo squarcio di realtà, i ministri che li avevano preceduti con i loro discorsi di propaganda – le realizzazioni del governo, il progresso del Paese, il sogno da non spezzare – d’improvviso parevano, loro sì, pupazzi di cera.

Nessuno avrebbe mai previsto che la politica, quella vera, fatta di passione e di sangue, potesse fare irruzione anche nel Pdl. Così come nessuno avrebbe mai creduto che nel salone dove poco prima Berlusconi assegnava i posti alle comparse – raccomandandosi di riempire le prime file, perché i giornalisti, si sa, puntano le telecamere sempre sulle poltrone vuote – a un certo punto potesse volare la famosa «merda nel ventilatore», proprio quella di Formica ai tempi del vecchio Psi, e a sorpresa si potesse ricreare il clima unico del «catino» dei consigli nazionali Dc, dove il veleno dei capicorrente scorreva tra i sorrisi dei finti amici e la rassegnazione delle vittime predestinate.

Si dirà che l’occhio e la memoria del cronista fanno presto a illudersi su un ritorno impossibile della politica, tradizionalmente intesa, in un partito che rimane proprietà privata del suo leader-padrone, come hanno dimostrato ampiamente i risultati delle votazioni finali e l’umiliazione pubblica del dissidente Fini, tornato a casa con undici miseri voti nella saccoccia. Tecnicamente, quello del presidente della Camera oscilla tra un suicidio politico e il gesto di un kamikaze: se anche sperava, stringendosi attorno alla vita la cintura esplosiva, di cambiare qualcosa, dovrà ammettere che non c’è riuscito.

Ma anche Berlusconi a questo punto dovrà riconoscere di non potersi più considerare il capo carismatico e indiscusso della sua creatura. La sua idea che si discute e si vota, e poi tutti fanno e dicono quel che ha detto chi ha vinto, supera perfino il più autoritario centralismo democratico del vecchio partito comunista. E s’è infranta, quel che è peggio, nella libera rivendicazione del diritto al dissenso, al confronto tra diversi, alla possibilità di rimettere in discussione gli accordi e perfino di perseguire idee sbagliate e destinate a finire in minoranza, tipica dei partiti liberali.

Man mano che l’accartocciarsi della sua ennesima messa in scena si svolgeva sotto i suoi occhi, il Cavaliere – fatto inatteso – trasfigurava anche lui. Sì, quella di Berlusconi – un Berlusconi col trucco disfatto e fuori dai gangheri – non è stata solo la reazione di un padre-padrone, ma anche, miracolosamente, di un uomo e di un leader appassionato, che lotta perché tiene veramente alle sue idee, sa cosa vuole la sua gente ed è pronto a difendere fino allo stremo le sue posizioni.

Dopo quel che è accaduto, certo, è difficile dire come finirà. La previsione più logica è che da separati in casa i due cofondatori non andranno lontano, e presto finiranno a contarsi in nuove elezioni anticipate. A meno che – ma è una scommessa improbabile – non capiscano che quel che è successo, pur con tutto il carico di risentimento che ha lasciato, non è detto per forza che sia negativo. Dopo sedici anni di reality e di politica-spot, l’irruzione della realtà nel tempo di celluloide del partito berlusconiano dovrebbe spingere Berlusconi e Fini a fare i conti con se stessi una volta e per tutte.
La Stampa 23.04.10

"Ma che storia", di Massimo Gramellini

Dopo le dimissioni di Ciampi, motivate da diplomatiche ragioni di stanchezza, anche Zagrebelsky, Gregoretti e Dacia Maraini meditano di lasciare il comitato dei garanti per le celebrazioni dell’Unità d’Italia, liberando quell’impotente consesso dal peso ingombrante della cultura. Perché a questo dovevano servire i festeggiamenti: a restituire agli italiani un minimo di conoscenza della propria storia. Ci si può dividere fra sabaudi e borbonici, unitari e federalisti, partigiani e repubblichini. Ma solo dopo aver saputo chi diavolo fossero tutti costoro. E cosa potrà mai saperne chi, come Bossi jr, afferma che «il tricolore identifica un sentimento di 50 anni fa», cioè gli Anni Sessanta, periodo di contestazioni studentesche nel quale il tricolore era semmai disprezzato come feticcio borghese? O quel sindaco veneto che per la festa della liberazione dal nazifascismo (1945) vorrebbe sostituire «Bella ciao» con le canzoni del Piave che gli alpini cantavano durante la prima guerra mondiale (1915-18)?

L’ignoranza è la dannazione d’Italia dal giorno della sua nascita. La novità è che adesso la si esibisce con orgoglio, recitando quattro frasi lette su un opuscolo. Come la storia di ogni altra nazione, la nostra ha ospitato orrori ed eroi, la deportazione dei briganti meridionali nelle fortezze alpine, ma anche il sacrificio di tanti giovani morti con l’Italia sulle labbra. Meriterebbero di essere ricordati con più rispetto: per la lingua e la memoria di un Paese che non farà mai i conti col suo passato fino a quando continuerà a oscillare fra il revisionismo e la retorica.
La Stampa 23.04.10

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“Unità d’Italia a pezzi”, di Chiara Valentini

Dopo Ciampi, anche Dacia Maraini, Gustavo Zagrebelsky, Ugo Gregoretti e Marta Boneschi lasciano il comitato per le celebrazioni del 150° anniversario voluto dal governo. “Non contavamo più niente. Vogliono imporre al Risorgimento un revisionismo di marca leghista”

Cresce la tempesta nel Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Dopo le dimissioni del presidente Carlo Azeglio Ciampi, motivate almeno ufficialmente da ragioni di salute, sono in arrivo quelle di altri autorevoli membri del comitato, a cominciare da Dacia Maraini.

Racconta la scrittrice: “Avevo accettato di far parte del comitato dei garanti per simpatia nei confronti di Ciampi e perché volevo sottolineare l’importanza di un anniversario che viene messo in discussione anche con toni rozzi e inaccettabili. Ma con il passare dei mesi il ruolo del comitato è stato svuotato, non contavamo più niente, non potevamo decidere niente. Mi sembrava poco dignitoso restare lì a fare la foglia di fico e così ho mandato una mail a Gustavo Zagrebelsky, anche lui preoccupato per la deriva del nostro lavoro, dicendogli: “Ma che ci stiamo a fare?”.

Zagrebelsky è stato d’accordo e ha scritto una lettera di dimissioni piuttosto dura e motivata, che è stata firmata, oltre che da me, da Ugo Gregoretti e da Marta Boneschi. Intanto aveva scritto una sua lettera di addio anche Ludina Barzini”.

Dacia Maraini nega che le sue dimissioni siano legate a quelle di Carlo Azeglio Ciampi, che pure erano nell’aria. “Non voglio interferire in nessun modo con quel che ha deciso il presidente Ciampi, ma mi sembra improbabile che si sia dimesso solo per ragioni di salute”, dice.

Di quel che succedeva nel Comitato dei garanti la Maraini dà un’immagine kafkiana. “All’inizio credevo che potesse funzionare. C’erano centinaia di progetti di comuni e di istituzioni di cui dovevamo garantire il valore culturale. Ma quando chiedevamo di fare delle scelte le risposte erano vaghe. In compenso venivamo a sapere di altre iniziative già in corso, di cui nessuno si era sognato di parlarci”.
Dacia Maraini aveva provato anche a impegnarsi in prima persona con due proposte, una rassegna di film sul Risorgimento, da tenere a Torino o a Roma, e una serie di iniziative sulla lingua italiana. “Nessuno mi ha risposto. Poi improvvisamente ci è stato detto che non c’era più una lira, non si poteva fare più niente. Abbiamo continuato a vederci lo stesso, sperando di sbloccare la situazione, ma è stato inutile. In tutte le nostre riunioni siamo riusciti ad approvare una cosa sola, un disegno con tre bandierine che saranno il logo delle celebrazioni”. La scrittrice non nasconde la sua amarezza per quel che è successo.

“Si rischia di buttare via una grande occasione per raccontare ai giovani cosa è costata l’Unità d’Italia in termini di lotte, di sangue, di persecuzioni. Si vuol far passare il Risorgimento per una rivoluzione dall’alto, imporre un revisionismo di marca leghista, che vuol mettere in ombra le rivolte di popolo, le repressioni violente”.

Dell’argomento la Maraini è decisa ad occuparsi comunque, e perdipiù dalla parte delle donne. Con un gruppo di scrittrici e giornaliste ha già in cantiere un libro sulle patriote italiane, “nomi cancellati e dimenticati che vogliamo riportare alla luce. Sarà il mio contributo alle celebrazioni dell’unità del mio Paese”.
L’Espresso 23.04.10