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«Sulle indicazioni per i licei», a cura del CIDI

Il questionario sulle Indicazioni nazionali relative agli obiettivi specifici di apprendimento per i licei sembra costruito in modo da affermare più che consultare. Esso risponde infatti ad una sorta di gigantesca tautologia: vuol suggerire all’interlocutore quel che afferma, inducendolo a confermare implicitamente con la risposta (quale che essa sia) la bontà delle affermazioni poste in premessa alle domande. E’ una logica che non lascia spazi di reale discussione.
Pertanto, è opportuno procedere ad un’analisi di carattere più generale.

Questioni di metodo

Una procedura molto discutibile
Esprimiamo innanzitutto il nostro dissenso sulla procedura seguita, che appare del tutto in contrasto con quanto dichiarato all’art. 3 e all’art. 8 comma 1 del DPR 275/99 (“il Ministro della pubblica istruzione, previo parere delle competenti commissioni parlamentari sulle linee e sugli indirizzi generali, definisce a norma dell’articolo 205 del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, per i diversi tipi e indirizzi di studio: (…); 1. gli obiettivi specifici di apprendimento relativi alle competenze degli alunni;”).
Siamo davanti ad una scelta culturale che non tiene conto dell’autonomia delle scuole. Non si può (con un decreto ministeriale, un atto di indirizzo, un allegato) intervenire sulle finalità, sugli obiettivi, sul sapere della scuola, senza aver seguito l’iter procedurale richiesto dalla legge,
esautorando così le Istituzioni competenti dall’esame di atti che incidono profondamente sul futuro del nostro sistema scolastico.

L’assenza di un dibattito preliminare
Sarebbe stato utile un dibattito preliminare sui nodi di fondo, una convergenza di intenti e propositi circa le soluzioni da adottare. Che cosa vuol dire oggi cultura “disinteressata”, cultura del lavoro, e “licealità”? Quali sono le conoscenze che servono a formare cittadini consapevoli? Come contrastare la dispersione e gli abbandoni? Qual è il rapporto tra sapere / sapere scolastico / autonomia di ricerca e sperimentazione degli insegnanti? Senza dare risposte a queste domande diventa difficile valutare il grado di sensatezza della riduzione dell’orario delle varie discipline o della soppressione del Diritto piuttosto che della Geografia. Risulta quindi di scarsa significatività rispondere ai questionari relativamente ai contenuti e agli obiettivi delle singole discipline decontestualizzandoli dall’impianto generale.

Biennio unitario: una occasione mancata
Una ulteriore considerazione critica riguarda il nesso tra queste Indicazioni e l’obbligo di istruzione vigente. Non solo manca un raccordo, ma non vi è neppure alcuna riflessione sulla cosiddetta “area comune” o delle “competenze chiave per l’apprendimento permanente”. L’impianto curricolare previsto per il primo biennio non affronta, né risolve, in termini di unitarietà il percorso obbligatorio dai 6 ai 16 anni. Ci saremmo aspettati, come richiesto dalla stessa Commissione VII nel parere di maggioranza, che le Indicazioni per il biennio obbligatorio avessero forti tratti comuni. In assenza delle Indicazioni per i Tecnici e i Professionali non è neppure possibile comparare le proposte, anzi sembra che il biennio dei Licei debba distinguersi da quello dei Tecnici e dei Professionali. Cogliamo l’occasione per ribadire il nostro convincimento che l’impianto del nuovo riordino appare costruito secondo un sistema di rigida canalizzazione gerarchica tra opzioni (licei, tecnici, professionali) e all’interno delle opzioni tra tipologie di indirizzi. L’evoluzione che il nostro sistema scolastico ha vissuto negli ultimi decenni nella direzione di un innalzamento del livello di istruzione per tutti e dell’integrazione dei sistemi di istruzione, avrebbe dovuto invece rappresentare la base su cui costruire il necessario processo d’innovazione, con l’obiettivo di realizzare percorsi culturali di equivalente valenza educativa, ponendo finalmente termine alla gerarchizzazione tra i vari istituti.

Valutazione nel merito

L’assenza di un piano organico
Per entrare nel merito del testo, è da osservare in primo luogo che siamo davanti ad una sommatoria di materie prive di una struttura concettuale capace di convergere verso lo stesso profilo: “la declinazione disciplinare del Profilo educativo, culturale e professionale dello studente a conclusione dei percorsi liceali” risente delle diverse mani e anime che vi hanno lavorato. L’insegnante è chiamato a tre piani di elaborazione nella costruzione del curricolo:
1. i risultati di apprendimento generali dei licei (allegato A del Regolamento);
2. il “profilo generale e competenze” delle Indicazioni;
3. gli obiettivi specifici di apprendimento.
Sono piani però che non stanno in relazione organica tra loro. Né la struttura discorsiva delle
Indicazioni aiuta a istituire i dovuti nessi. Anche sul piano strettamente pedagogico e didattico rileviamo che non vi è il dovuto collegamento tra l’Allegato A del Regolamento (dove si fa riferimento alle raccomandazioni europee, ad una didattica per competenze definite attraverso l’indicazione di abilità e conoscenze, ad una didattica laboratoriale, a raccomandazioni metodologiche che vanno verso il rinnovamento dell’insegnamento) ed il testo delle Indicazioni, che ripropone una scuola strutturata in modo convenzionale con programmi enciclopedici che non prevedono alcun rinnovamento disciplinare. Inoltre non si capisce che cosa si intenda per “risultato”: un obiettivo? Un profilo in uscita? Un atteggiamento osservabile? Una competenza?
Per quanto riguarda il biennio non si comprende in che rapporto stiano i risultati con le competenze previste per l’obbligo di istruzione dal DM n.139/22 agosto 2007 e con le Indicazioni che verranno emanate per la scuola del primo ciclo.
Non si ravvisano i criteri pedagogici e didattici che stanno dietro alle soluzioni adottate.
Infine, risulta molto approssimativa e confusa la terminologia usata, che andrebbe validata da un punto di vista scientifico e pedagogico (si fa infatti continuamente confusione tra obiettivi,
conoscenze, competenze e profili di uscita).

I contenuti delle Indicazioni: dal programma … al programma
Non si comprende, di fronte all’eccessiva prescrittività “vecchio stile”, quale compito venga
lasciato ai dipartimenti su cui pure il Regolamento in origine insisteva. Se è vero – come recita il
questionario di rilevazione dell’ANSAS al punto 3 – che le Indicazioni dovrebbero “lasciare
all’autonomia delle scuole e alla progettazione dei docenti la possibilità di adattare” gli obiettivi alla classe, come è possibile che invece si diano indicazioni così prescrittive per ogni disciplina?
Sembra del tutto cancellata la riflessione critica, didattica ed epistemologica degli ultimi venti anni su temi-chiave come la ricerca dei nuclei fondanti, la reticolarità dei saperi, le intelligenze multiple, la rivoluzione digitale, la ridefinizione dei confini tra discipline, il superamento dell’ottica trasmissiva e sequenziale delle discipline. Non resta insomma traccia del dibattito culturale che si è svolto e si svolge intorno a questi temi. Manca qualsiasi riferimento ai nuovi alfabeti mediali che esca dalla logica della pura sussidiarietà contenutistica: i raccordi con l’arte, le altre letterature, il cinema (vero nuovo linguaggio narrativo del Novecento) sono giustapposti ai programmi tradizionali e non intrinsecamente pensati come degni di autonomia.
Lungo l’asse privilegiato di “trascurare il contemporaneo” si colloca l’oblio in cui sembra caduta la questione del rapporto tra cultura giovanile e cultura della scuola: scompare l’idea – tanto
supportata dalla ricerca sociologica e psicologica – delle discipline come ambienti formativi
attraverso cui mediare tra gli universi culturali dei giovani e quelli della tradizione di cui la scuola è depositaria.
Infine quello che più spiace, al di là dei singoli rilievi, è l’incidenza che questi “programmi” – per
restituire il giusto nome alle cose – potranno avere sui comportamenti dei docenti e sulla loro
motivazione all’innovazione metodologica e contenutistica: non possiamo non temere che si ritorni stancamente a vecchie prassi trasmissive, giacché la norma insiste nel ribadire pratiche consolidate nei licei e – elemento preoccupante – a gerarchizzare tra loro gli indirizzi liceali sulla base di una presunta superiorità e prestigio culturale del classico sugli altri indirizzi, i cui contenuti appaiono spesso una versione impoverita del primo.

Alcuni esempi tratti dalle Indicazioni per le singole discipline
Per quanto parrebbe superfluo, alla luce delle suddette osservazioni, commentare nello specifico i profili e gli obiettivi relativi alle singole discipline, riteniamo che vadano sottolineate, almeno in funzione di exempla, alcune scelte singolari.
Le Indicazioni, per le materie umanistiche, pur contenendo qualche consiglio e alcune
raccomandazioni (si veda l’invito ad evitare eccessivi metodologismi nell’uso delle griglie per la
lettura, o a proteggersi dagli eccessi di astrattezza grammaticale nell’insegnamento del latino),
nascono piuttosto vecchie nell’impianto e nella sostanza; e non è tanto una questione di
conservatorismo degli oggetti disciplinari (la scuola, scriveva la Arendt, è per sua natura
conservatrice, perché consegna ai giovani una tradizione, ma non impedisce loro di modificarla,
anzi la tramanda proprio perché la modifichino), quanto di una riaffermazione della
autoreferenzialità del sistema scolastico, che risulta chiuso, artificiale e fine a se stesso. Come
esempio di ciò, può essere utile la lettura degli obiettivi del biennio di italiano, laddove viene
ribadita per la letteratura la centralità paradigmatica dell’opera manzoniana e si accenna solo
genericamente alle altre opere letterarie della tradizione occidentale (senza neanche indicare come possibili letture opere contemporanee). Paradossale appare poi la proposta di aprire il biennio con il generico recupero di lacune pregresse (nessuna verticalità, ottica esclusivamente catalogica) e di concluderlo con l’introduzione dello studio della storia della letteratura pre-stilnovistica, che è quanto di più lontano si possa immaginare dagli interessi di un adolescente in crescita. Quando, poi, ci si occupa di contemporaneità, lo si fa accennando genericamente (V anno) agli “interessi di lettura del pubblico” (e ci preme sottolineare la gravità del lapsus: si guarda ai lettori contemporanei definendoli un “pubblico”). Inoltre, il percorso propone un sapere enciclopedico, nel triennio con una struttura ancora rigidamente storicistica, e generalmente privo di mediazione didattica, soggetto per vari motivi a trasformarsi in nozionismo, apprendimento mnemonico/acritico e scarsa padronanza della lingua.
Lascia perplessi la scelta di accorpare materie scolastiche, quali storia e geografia, non sulla base
di una riflessione condotta in modo approfondito e scientifico, ma di una generica affinità esteriore (entrambe materie orali affidate all’insegnante di lettere) e di una discutibile lettura della geografia come dimensione/opzione metodologica interna allo studio della storia; tanto più che questa “rivoluzione epistemologica” non trova riscontro nel profilo e negli obiettivi delle due discipline tenute rigorosamente separate (ma con una consistente riduzione di ore!). Si aggiunga che la lettura geografica e storica continua ad essere tradizionalmente centrata sull’Occidente, se si eccettuano pochi ed effimeri passaggi e riferimenti al “resto del mondo”.
Per quel che attiene alla matematica, va notato come nel testo si corra il rischio di avvalorare un
vecchio pregiudizio secondo cui la geometria euclidea sarebbe l’unico ambito nel quale “si
definiscono i procedimenti caratteristici del pensiero matematico (definizioni, dimostrazioni,
generalizzazioni)”, mentre quando si trattano “elementi del calcolo algebrico, gli elementi della
geometria analitica cartesiana, le funzioni dell’analisi e le nozioni elementari del calcolo
differenziale e integrale,” quel metodo sembra scomparire. Sarebbe al contrario importante che
dalle Indicazioni nazionali giungesse ai docenti una sollecitazione a superare questa visione
dicotomica della matematica, sollecitandoli ad esplicitare in ogni occasione quali sono gli assiomi di una teoria (non solo in geometria, ma anche in algebra, probabilità, ecc.), a partire dai quali si dimostrano le proprietà degli oggetti di quella teoria, e a costruire modelli non solo in ambito statistico-probabilistico, ma anche geometrico (come del resto avvenuto storicamente) e perfino algebrico (la costruzione di formule prevede l’uso consapevole di questo strumento), per finire con l’analisi matematica, che deve uscire dall’ambito ristretto dello studio di funzioni astratte.
Nel caso delle scienze, occorre chiedersi come sia possibile nel biennio, nell’arco delle sole due ore settimanali previste, svolgere un percorso di insegnamento-apprendimento (anche solo attraverso alcuni dei contenuti proposti), che persegua la “dimensione sperimentale” riconosciuta come “dimensione costitutiva di tali discipline e come tale da tenere sempre presente”. Solo nell’opzione Liceo delle scienze applicate c’è un numero di ore adeguato per un lavoro serio e significativo.
Nel caso della fisica le Indicazioni non lasciano intravedere alcuna prospettiva sistematica, storica e critica, non essendo possibile ravvisarvi segni di novità rispetto alla tradizione scolastica, secondo la quale tutte le discipline umanistiche sono ad impianto storicistico e quelle scientifiche vengono invece insegnate come se fossero esistite così da sempre, trascurando completamente i processi che le hanno prodotte, il fare scienza, e avvalorando un’immagine di scienza del tutto statica, come un insieme di regole che è sempre stato e sempre sarà.
Per quel che concerne il diritto, sia per il liceo delle scienze umane (biennio) che per il liceo delle scienze umane nell’indirizzo economico-sociale (quinquennio), nella parte in cui vengono declinati gli obiettivi specifici di apprendimento, le indicazioni si limitano ad elencare una serie di contenuti disciplinari che devono essere posseduti (alla fine del biennio o quinquennio), senza spiegare da un lato come queste concorrano al raggiungimento dei risultati di apprendimento che nell’all. A non vengono distinti per i due licei, dall’altro come questi OSA concorrano a costruire le competenze declinate nel Profilo generale delle competenze.
Per il biennio del liceo delle scienze umane, nel “profilo generale e competenze” si enunciano
traguardi troppo alti e specialistici che non tengono conto dell’età dei ragazzi. In particolare, la
capacità di “utilizzare il linguaggio giuridico” (traguardo comunque non raggiungibile prima del V anno) è da considerare una competenza specialistica di livello post-secondario.
Quanto al triennio anche per questa disciplina si ha la sensazione che venga indicata una sequenza di argomenti tratti dai programmi vigenti, con un approccio prevalentemente nozionistico, piuttosto che con riguardo a ciò che lo studente dovrebbe saper fare e comprendere alla fine del percorso scolastico.

In sintesi
1. la separatezza tra indirizzi rende impraticabile qualsiasi idea di unitarietà del curricolo del
biennio nell’ottica delle competenze culturali di cittadinanza, impedendo di fatto il passaggio da
un indirizzo ad un altro;
2. la flessibilità, pur prevista nel Regolamento, è sacrificata nella rigidità dei percorsi ipotizzati,
specie se si tiene conto dei tagli drastici che incidono sull’organico e sui quadri orari;
3. all’interno delle Indicazioni manca ogni raccordo con il ciclo precedente e si perde così l’idea
di verticalità del curricolo che l’innalzamento dell’obbligo scolastico perseguiva; preoccupa a
tal riguardo la scelta di costituire ex-post una Commissione con il compito di “armonizzare il II
e il I ciclo” (lo si fa partendo dalla fine?);
4. la redazione di Indicazioni dal carattere contenutistico e altamente prescrittivo, con poche
episodiche indicazioni metodologiche e riferimenti rari alla libertà di scelta del docente,
contrasta con il lungo processo di consolidamento dell’autonomia di ricerca, sperimentazione e
sviluppo in cui le scuole hanno investito tempo e risorse negli ultimi 20 anni, al fine di curvare
la propria progettazione didattica alle esigenze formative degli alunni, secondo quanto prescritto
dal DPR 275/98;
5. le Indicazioni non si preoccupano di ripensare il sapere della scuola alla luce delle nuove sfide
culturali e sociali, soprattutto in termini di competenze chiave di cittadinanza;
6. il linguaggio adottato nel PECUP e quello delle Indicazioni rivelano nella loro “incompatibilità” la volontà di ignorare il tema delle competenze culturali quale è emerso nel
dibattito scientifico dell’ultimo decennio in sede internazionale; si cancella così il discorso
della comparabilità tra i diversi indirizzi in Italia e tra i diversi sistemi formativi in Europa. Non
appare affatto chiaro come i contenuti individuati per le discipline possano concorrere ai
risultati di apprendimento indicati nel PECUP.

www.cidi.it

PD Scuola, Pillati: "le carenze dello Stato non possono pesare sugli Enti Locali"

Dichiarazione di Marilena Pillati, responsabile Scuola dell’Esecutivo del Partito Democratico dell’Emilia-Romagna

Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna esprime forte preoccupazione per gli effetti che produrranno i nuovi tagli al personale della scuola pubblica. Questo è il secondo anno consecutivo in cui il Governo, attraverso tagli lineari, non corrisponde alla domanda di educazione ed istruzione delle famiglie, alla domanda delle Autonomie scolastiche di avere le risorse per assicurare il diritto all’apprendimento degli studenti e alla domanda degli Enti locali di non ridurre l’offerta formativa e la qualità dell’istruzione. Già i tagli al personale nell’a.s.2009/2010 avevano ridotto il tempo scuola, inciso negativamente sulla qualità dell’istruzione e reso più difficile il sostegno ai tanti bisogni educativi degli alunni.

Nella nostra Regione, in cui l’aumento della popolazione scolastica è del 2%, cioè il più alto a livello nazionale, il taglio al personale docente è del 3% (1.192 insegnanti in meno). Questo significa che nel prossimo anno il rapporto docenti/studenti, che già in questo anno scolastico è il più basso in Italia, subirà una contrazione del 5%. A ciò si aggiungerà il taglio dei collaboratori scolastici, con il rischio che nei piccoli comuni non sia più possibile garantire il servizio scolastico pubblico.

Nella scuola dell’infanzia la situazione è particolarmente grave perché, nonostante l’aumento del numero dei bambini in lista di attesa e l’investimento dei Comuni nell’edilizia scolastica, da ben due anni non aumenta il numero degli insegnanti, impedendo così l’apertura di nuove sezioni e mettendo a rischio in questa Regione la generalizzazione della scuola dell’infanzia.

La quantità delle risorse incide direttamente sulla qualità del servizio scolastico pubblico e la nostra preoccupazione è che la diminuzione delle opportunità formative possa mettere in discussione la capacità di sviluppo economico e sociale dell’intera comunità regionale.

Gli Enti locali in questa Regione non si sono mai tirati indietro e responsabilmente hanno sostenuto con risorse proprie la qualità del sistema scolastico. Nel quadro attuale, però, l’azione di supplenza nei confronti delle carenze dello Stato non è più sostenibile. E’ tempo, quindi, che si ripensi il rapporto tra Stato ed Enti locali e si faccia chiarezza sulle rispettive competenze e le relative risorse. Solo così sarà possibile garantire l’esercizio del mandato della scuola in termini di diritti di cittadinanza e prospettiva di sviluppo delle comunità locali.

Il Partito Democratico dell’Emilia-Romagna chiede al Governo che non si proceda con i tagli previsti e che assieme alle Regioni si ridefiniscano i criteri di assegnazione delle dotazioni di organico, tenendo conto anche delle specificità delle diverse realtà territoriali.

«Garibaldi, da santo a quasi terrorista», di Sergio Rizzo e Gianantonio Stella

La parabola di un’icona. L’800 adorava il condottiero, ora il dileggio leghista. Sui palazzi si scriveva: «Dormì qui per due ore». E si vendeva la pasta con il suo nome .

«Così ho trasformato il Sud da terza potenza mondiale in povera colonia italiana: eravamo solo mille… ma siamo stati sufficienti ad arraffare tutto l’oro del Meridione, a smontare le industrie del Sud che davano lavoro a migliaia di operai e a trasferire queste ricchezze al misero Nord». Sono parole messe in bocca a Giuseppe Garibaldi in una cartolina della serie «Garibaldi? No grazie», con tanto di barra di traverso diffusa dai nostalgici del Regno delle due Sicilie.
Direte: questa poi! E quando mai è stato il Mezzogiorno la «terza potenza mondiale »? A metà dell’Ottocento? Davanti o dietro gli Stati Uniti? Davanti o dietro l’impero francese? Davanti o dietro l’impero britannico? E dov’erano in classifica, per dire, l’Olanda che controllava immensi possedimenti coloniali o l’impero ottomano? Uno storico sicuramente non filo-unitario come Mario Costa Cardol ricorda che «nel 1860 il Piemonte contava 803 chilometri di strade ferrate, la Lombardia 202, il Veneto 298, la Toscana 256 (…) e infine veniva l’ex regno napoletano, con 98» peraltro non al servizio dei cittadini ma dei Borboni perché potessero raggiungere più comodamente le sontuose residenze reali di Portici e Caserta? Chissenefrega: abbasso Garibaldi!

Il tentativo di trasformare il protagonista del Risorgimento che all’epoca, secondo lo storico inglese Denis Mack Smith, era «la persona più conosciuta e amata del mondo» in una specie di «delinquente, terrorista, mercenario» (definizione di uno pseudo-saggio che dilaga online) non è nuovo. Basti rileggere I napoletani al cospetto delle nazioni civili scritto da un anonimo e pubblicato senza data né luogo di stampa perché clandestino sotto il nuovo regno d’Italia: «Briganti noi, combattendo in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi, venuti qui a depredare l’altrui? Il padrone di casa è il brigante o non piuttosto voi, venuti a saccheggiare la casa?» Negli ultimi anni, però, c’è stata un’accelerazione.

Che il culto antico di Garibaldi fosse a volte esagerato fino al ridicolo, non si può negare. Il catalogo della mostra «Garibaldi nell’immaginario popolare» curato da Franco Ragazzi e Claudio Bertieri, trabocca di oggetti incredibili: caraffe garibaldine, bottiglie garibaldine, sardine garibaldine, maccheroni garibaldini, ginseng garibaldini e poi spille e poltrone, divani e fermagli, ventagli e statuette di ceramica, bottoni e fazzoletti. Per non dire dei ritratti. Dei busti. Dei monumenti equestri sparsi per le contrade del mondo. E poi film, romanzi, saggi. Nel 1970 lo studioso Anthony Campanella contò non meno di 16.141 libri dedicati all’eroe. Da allora, sarebbero almeno raddoppiati.

Uno lo ha scritto una studiosa genovese, Franca Guelfi. Si intitola «Dir bene di Garibaldi » e raccoglie 155 epigrafi sparse per l’Italia. «Altro che Che Guevara!», commenta nell’introduzione Luciano Cafagna. Alcune sono strepitose. Come quella sul Palazzo Alliata di Villafranca a Palermo: «In questa illustre casa il 27 maggio 1860 per sole due ore posò le stanche membra Giuseppe Garibaldi. Singolare prodezza fra l’immane scoppio delle micidiali armi da guerra sereno dormiva il genio sterminatore d’ogni tirannide ». O quella a Lunano, Pesaro: «Inseguito da orde straniere, sostava qui con la fedele coorte tra l’agguato e l’ansia e gli batteva accanto il cor d’Anita». O quella a Palazzo Grignani di Marsala: «In questa casa per ore sessanta fu Garibaldi, qui nel 19 luglio 1862 la prima volta tuonò o Roma o morte». O ancora quella a Colle di Gibilrossa (Palermo): «Da questa rupe rivolgendosi a Bixio diceva le fatidiche parole, Nino domani a Palermo».

L’eroe dei due mondi, ha scritto Ragazzi, «era visto dal popolo come un santo liberatore. A Palermo era considerato “parente” di Santa Rosa così come a Napoli lo divenne di San Gennaro, in una stampa popolare era raffigurato con un gesto benedicente (…) In un calendario del 1863 era elevato alla gloria degli altari, il busto-reliquiario con tanto di aureola posto su un altare fra baionette, cannoni e munizioni al posto dei ceri. L’epigrafe era vero manifesto dell’anticlericalismo: “figli d’Italia, se asciugar volete / di Venezia e di Roma il lungo pianto / poco v’importi se non canta il prete / queste son le candele, questo è il santo”».

Troppo? Certo che era troppo. Ma è troppo forte anche il passaggio dal peana al dileggio. Sostiene la storica cattolica Angela Pellicciari: «Il suo mito è stato costruito ad arte dalla Massoneria, di cui Garibaldi era illustre esponente. Come del resto il Risorgimento: un fatto massonico contro la popolazione italiana, definita oscurantista perché in stragrande maggioranza cattolica ». Tutto qui? Davvero il Risorgimento può essere liquidato, citiamo a caso Giancarlo Padula, «giornalista, scrittore e cantautore », come «una vera e propria rapina del ricco e colto, all’epoca, Meridione»? Davvero è «normale» che un uomo che perfino il burbero Indro Montanelli trattò con qualche rispetto («S’imbarcò alla chetichella e, delle personalità piemontesi, il solo Persano venne a dirgli addio. La grettezza di Vittorio Emanuele, il livore di Cavour e la meschinità di Farini gli avevano reso, in fondo, un enorme servigio. A confronto di tali ometti, egli sembrava, senza esserlo, un gigante») possa essere liquidato come uno che «si lasciò crescere i capelli perché in Sud America violentò una ragazza che gli mozzò un orecchio con un morso»?

Si è sentito di tutto, in questi anni. Di tutto. Il torinese Mario Borghezio ha tuonato che Garibaldi «è solo una montatura. Mica per altro piaceva tanto a Craxi. Era solo un esaltato innalzato dalla retorica nazionalista. Ma non valeva un’unghia di Emanuele Filiberto». Il catanese Raffaele Lombardo che «è tempo che l’intera nazione prenda coscienza del male che ci ha fatto Garibaldi: l’unità ci ha portato sottosviluppo, immigrazione, e un genocidio chiamato brigantaggio, con gli insorti impiccati, bruciati vivi e denigrati come banditi. La conquista savoiarda ha depredato le casse del Banco di Sicilia e ha impedito la nascita di uno Stato federale sotto il coordinamento di un sovrano, magari del Papa». Il bergamasco Roberto «Pota» Calderoli che certe ricorrenze risorgimentali sono «un lutto»: «L’azione di Garibaldi e dei Savoia ha fatto il male della Padania e del Mezzogiorno che stavano benissimo come stavano». E mentre il sindaco siciliano di Capo d’Orlando spaccava a martellate la targa di Piazza Garibaldi («un feroce assassino al servizio della massoneria e dei servizi inglesi») il bossiano Francesco Bricolo sparava: «Era un traditore, un mercenario, un massone, un nemico della Chiesa, un negriero, un truffatore, un ladro di bestiame e un criminale di guerra ». Quello che dicono i fanatici borbonici come lo «storico» Antonio Ciano, tabaccaio a Gaeta e fondatore del Partito del Sud, che svetta su YouTube con filmati tipo: «Il regno delle due Sicilie e le trame della massoneria », «Garibaldi: eroe o cialtrone?» «La più grande rapina della storia» e così via…

Tutte tesi che hanno sdoganato i blogger. Eccitati al punto da fare un casino pazzesco, come un certo «Salux» che su www.riflessioni.it/forum scrive: «Pio IX definì Garibaldi: “un metro cubo di letame”» No, guardi, fu il contrario. Va ben, che sarà mai… Uno dice una cosa, uno un’altra… Lo storico Mario Isnenghi sostiene che nossignori, non si può fare la storia «fai da te» e che «gli avvenimenti storici si sono svolti in una certa maniera e non in un’altra» e comunque certe tesi vanno provate? Uffa, il solito parruccone…

da www.corriere.it

«Carpi rock il 25 aprile e noi ci saremo», di Daniela Amenta

Era il 25 aprile del 1995. Uscì uno dei dischi più memorabili del «red wedge» italiano, il «cuneo rosso» dei musicisti che si trovava a fare i conti con il berlusconismo nascente e i vagiti della Lega. 25 aprile 1995, grande concerto a Correggio per i 50 anni dalla Liberazione. C’erano punk, mondine, vecchi e ragazzini. C’erano i gruppi più amati di quegli anni: gli Afa, i Csi, gli Ustmamò, i Modena City Ramblers a reinterpretare le canzoni della montagna, gli inni partigiani. Ne venne fuori un disco, un libro, un film di Davide Ferrario e Guido Chiesa. Si intitolava «Materiale Resistente», con una introduzione di Neznad Maksumic, poeta bosniaco, che spiegava le regole tragiche per sopravvivere alla guerra. Sulla copertina il cippo in memoria dei fratelli Saltini, Vittorio e Vandina, simili a tanti altri, di pietra umile e con le foto sbiadite ma sempre lì, presente, inamovibile. «La Resistenza è nel territorio, a dispetto degli smemorati, in quei monoliti di cemento o marmo corroso in un improbabile fasto floreale di lauro, edera o plastica. È questo il fiore del partigiano? Forse sì».
Quindici anni dopo, nella piazza dei Martiri di Carpi, la memoria si rinnova. Il luogo doveva essere l’ex campo di concentramento di Fossoli. Il maltempo ha imposto un cambio di location ma in quella che era l’area di smistamento dei deportati destinati ai lager dell’Europa del nord, si terranno tutti gli incontri e le iniziative già in programma (www.fondazionefossoli.org).
Quindici anni dopo, dunque. Con molti dei protagonisti di quella stagione fulminante: Mara Redeghieri degli Ustmamò, Cisco dei Modena con le Mondine di Novi, Massimo Zamboni già chitarra «grattuggiata» del Consorzio Suonatori Indipendenti, Fabrizio Tavernelli »guru» ecologista degli ipnotici Afa. Un concerto che ha come titolo «Materiali Resistenti», che riprende così il filo rosso e lo riannoda, lo lega al futuro, alle voci degli Offlaga Disco Pax, nipotini pestiferi dei Cccp, ai versi luciferini del Teatro degli Orrori considerati nel 2009 come la migliore indie band d’Italia. E non basta. Sul palco anche i Giardini di Mirò, i Tre allegri ragazzi morti e molti altri. Si comincia domenica alle 16.30, ingresso gratuito, con un pre-show ricchissimo che vedrà esibirsi tra gli altri anche gli attori della Scuola di Teatro di Bologna “Alessandra Galante Garrone”. Interventi di Marzia Luppi direttrice della Fondazione Ex-Campo Fossoli, di Germano Nicolini ex partigiano, degli scrittori Paolo Nori e Carlo Lucarelli.
Quindici anni dopo. C’era chi nel ‘95 era solo un bambino, come Cecilia che oggi sul blog di materialiresistenti.com ricorda. «A Correggio, nel ‘95, i nonni e le nonne ci guardavano avanzare noi bambini della scuola elementare sotto la pioggia e negli occhi avevano una luce strana. Sorridevano in silenzio, con qualcosa in gola che allora non sapevo riconoscere ma oggi si, e doveva essere un misto di commozione e speranza». È questo il fiore del partigiano? Forse sì.

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L’Unità Mobile fa tappa in Emilia Romagna
Di nuovo in marcia. Dopo il viaggio dell’Unità a L’Aquila, nei giorni dell’anniversario del terremoto, riparte la nostra redazione mobile. Per raccontare l’Italia da vicino, per ascoltare i lettori, per mostrare come nasce il nostro il giornale, per costruirlo insieme a chi lo legge. La seconda tappa sarà nel cuore dell’Emilia. L’Emilia simbolo del buon governo del centrosinistra, ma anche terra di conquista della Lega che da qualche anno si è dimostrata capace di conquistare consensi rilevanti anche sotto il Po, di intercettare paure i bisogni di ceti popolari spaventati dalle trasformazioni della società e in particolare dall’ondata migratoria che sta cambiando la pelle della società anche lungo la via Emilia.
«L’Emilia sarà la prossima regione a diventare leghista se non ci sarà un cambio radicale e profondo. In larga parte lo è già», ha detto la politologa Nadia Urbinati in un’intervista al direttore dell’Unità ai primi di aprile, commentando il risultato delle regionali. «Li sento scandire parole d’ordine semplici che fanno presa. Vedo le persone a me vicine cambiare. L’Emilia oggi è la frontiera più avanzata, o più arretrata. È Little Big Horne. La Lega ha capito molto bene che è questa la sfida più grande. La rivincita…». Ne è nato un dibattito appassionato sulle colonne di questo giornale. «Io dico cominciamo dall’Emilia, perché l’Emilia può ancora proporre un modello competitivo, economico, sociale, politico che può essere di riferimento», ha risposto il sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio. «Un modello basato su tre-quattro, parole chiave: capitale sociale, conoscenza, cura e, infine, comunità. Città aperte, dinamiche, e non chiuse sulla paura, città la cui forza è il «noi», la cura delle persone e del territorio, la responsabilità comune per uno sviluppo nuovo, l’educazione come cardine della cittadinanza. Per noi, essere emiliani, di questa parte della Pianura, vuol dire questo».
Il 24 aprile saremo anche noi a Reggio Emilia. Riunione di redazione aperta ai cittadini al Circolo Catomes Tot, in dialetto reggiano “troviamoci tutti” (in via Panciroli nelle vicinanze di Piazza Fiume). Il direttore Concita De Gregorio, il vicedirettore Pietro Spataro, gli inviati, la redazione web, i tecnici, faranno il giornale insieme a quanti vorranno partecipare, riempiranno le pagine con storie e testimonianze. Si inizia alle 10.30 con la riunione di redazione aperta, in collegamento ci sarà la redazione di Roma e la diretta sul nostro sito Unita.it. Ci saranno lo scrittore Giuseppe Caliceti, Silvia Barbagallo e Paola Cantarelli, dell’associazione Minimondi, le organizzatrici del festival di letteratura ed illustrazioni per ragazzi di Parma, Francesca Fornario che terrà alle 17 una lezione sulla satira e le vignette. Faremo il giornale anche insieme ai bambini, che disegneranno sui menabò pagine e articoli e proveranno a scrivere le loro storie. Alle 15.30 nuova riunione di redazione aperta e in diretta sul web. Poi letture, le storie della gente, la presentazione delle nuove cronache regionali dell’Unità. Alle 18.30 l’incontro-dibattito sui temi chiave lanciati dalla Urbinati con il direttore dell’Unità, il vicedirettore, il sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio, la stessa Urbinati, il segretario provinciale del Pd Giulio Fantuzzi, l’assessore Natalia Maramotti e Paolo Stefanini, autore di inchieste sulla Lega.
Il 25 aprile, il giorno dopo, saremo nell’ex campo di concentramento di Fossoli, in provincia di Modena. Il nostro modo per festeggiare il 25 aprile. La giornata a Fossoli è stata organizzata dal Comune di Carpi e dalla Fondazione ex Campo Fossoli, con il patrocinio dell’Anpi. Si parte alle 12 con le visite guidate al campo, poi letture con commento sonoro, performance di teatro, testimonianze dei protagonisti e l’inaugurazione di una mostra multimediale. Ci saranno gli scrittori Paolo Nori e Carlo Lucarelli e l’ex partigiano Germano Nicolini. Si chiude alle 16.30 con il concerto cui parteciperanno Cisco (leader dei Modena City Ramblers) con il coro delle mondine di Novi, Mara Redeghieri, gli Offlaga Disco Pax, l’ex chitarrista dei Csi Massimo Zamboni e tanti altri artisti.

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«Giovani, leghisti ed emiliani», di Paolo Stefanini
Imola è in provincia di Bologna ma si sente romagnola. Sergio Zuffa, 47 anni, va in città a volantinare con il Movimento giovani padani davanti a un istituto tecnico pieno di ragazzi immigrati, ogni sabato mattina. «Se mi sento giovane? Lo sono» rivendica. E non pare scherzare, mentre muove con sforzo le braccia distrutte da un antico incidente. «Sono rinato, dopo un lungo coma, il 25 marzo 1985. Ho appena compiuto, insomma, 25 anni». È romanista e della Lega («perché sono stufo di tutto. E se mi vuoi fare un grosso dispetto, dammi del comunista. In famiglia, però, non posso parlare… sono tutti rossi»). È uno di quei tipi di provincia un po’ coloriti che alla Lega Nord fa meno gioco, in questa fase. Imbarazzano un partito sempre più di governo, che cerca di nascondere nell’armadio le corna celtiche. Specialmente nelle regioni rosse, dove è in forte crescita.
Una crescita che ha portato il movimento di Bossi, alle ultime regionali, al 13,67 per cento in Emilia-Romagna, grazie al travaso di voti dei delusi di sinistra, dei delusi di Fini, ma anche grazie a tanti giovani piuttosto entusiasti del leghismo e che, a differenza di Zuffa, hanno dalla loro il conforto reale dell’anagrafe. Giovani e giovanissimi che scherzano sul sigaro, «simbolo da strappare dalle bocche di Che Guevara e Bertinotti perché adesso il più grande rivoluzionario è Bossi», ma che si dicono sempre, ossessivamente, «attaccati al territorio, alle tradizioni». Che possono essere «anche solo i cappelletti, per fare un esempio. Noi come donne padane ci diamo da fare per raccogliere le ricette tipiche della nostra zona. Difendiamo in questo modo la nostra femminilità», risponde con orgogliosa sicurezza Silvia Dallaglio, 23 anni ancora da compiere, che per il Carroccio è consigliere comunale a Mezzani, nella Bassa parmense. Molto meno sicura è sulla posizione da prendere in merito alla pillola abortiva Ru486. Ma ritrova il piglio per dire: «Nel mio paese abbiamo avuto un grande successo con due raccolte firme. Su due temi che piacciono tanto tanto: il crocifisso e la castrazione chimica».
Un ventiduenne, quasi ad introdurre il viaggio tra i leghisti nelle regioni rosse aveva così sintetizzato la sua passione per la Lega: «Non riesco proprio a capire come quei signori della sinistra possano pensare di parlare a noi giovani. Quelli che sono rimasti fuori dal Parlamento hanno un vocabolario politico che ormai ci vuole il libro di storia aperto per capirli. Il Partito democratico, che si vuole vendere come “progressista” e moderno, è la fusione degli apparati residui di Pci e sinistra Dc. Sono gli avanzi del Novecento, come pretendono di interpretare il nostro futuro? Noi abbiamo un approccio più materialistico, forse più terra terra. Ma che ce ne facciamo delle grandi ideologie? I problemi della nostra generazione sono concreti: siamo lavoratori precari, siamo studenti e ricercatori costretti a fuggire all’estero, subiamo un’immigrazione aggressiva e senza regole. Noi non vogliamo cambiare il mondo. Vogliamo piccole certezze: un lavoro, il rispetto dei nostri diritti, essere padroni a casa nostra… Per questo riscopriamo il territorio, le tradizioni».
Sogni, insomma, a raggio limitato. Anche se Irene Zanichelli, una giovanissima agit-prop leghista di Sorbolo (Parma) non ci sta: «Siamo aperti al mondo; oltre alla Padania difendiamo anche l’indipendenza del Tibet». E poi con risposta politicamente prontissima, a dispetto dei 15 anni da poco compiuti: «I giovani sono più attratti dalla Lega perché sono i più interessati al futuro. I vecchi ormai la loro vita l’hanno vissuta e possono continuare a votare a sinistra». Un suo tema di quarta elementare fece piuttosto parlare: era un’analisi accurata del pensiero di Bossi. Nella sua cameretta ha tutto coordinato in verde, un poster del Senatùr e un po’ del merchindising di via Bellerio: matite, fazzolettini di carta, tatuaggi lavabili dell’Alberto da Giussano.
Fuori da quelle camerette c’è un mondo con poche certezze. Una i giovani padani d’Emilia però ce l’hanno: «Mai moschee!». Al di là del dispetto nei confronti del “comunismo” (inteso spesso come «Pd» o come «buonismo») è l’avversione all’islam avanzante a cementare di più la loro militanza. «Non sono razzista», premettono tutti. «Non sono razzista», premette anche Ilaria Montecroci, 22 anni, consigliere comunale della Lega Nord a Baiso, Appennino reggiano, «ma sono xenofoba. Nel senso che sì, paura ho paura di loro. Che vengono qua senza rispettare le nostre tradizioni e, anzi, cercando di imporci le loro». «L’immigrazione», «i clandestini», «gli stranieri irregolari». Hanno risposto praticamente all’unisono alla domanda «Cosa ti fa più arrabbiare in Italia?», i giovani leghisti durante una festa in una discoteca di Imola.
Anche se più bravo a spiegare il perché di queste paure e di questa fiducia di molti giovani emiliani nella Lega è stato il ferrarese Fabio Bergamini, coetaneo e braccio destro di Alan Fabbri, sindaco leghista trentunenne di Bondeno (prima città d’Emilia sopra i quindicimila abitanti a essere amministrata dal Carroccio): «In genere quelli che si avvicinano a noi sono ragazzi stanchi di una politica che non ha più passione, non ha simboli. Che non accende. Perse le ideologie (forse è un bene, forse un male) questi ragazzi vedono in noi almeno un’identità forte, quella del loro territorio. Il Pd, invece, è un partito freddo, di apparato. Che per sua costituzione non vuole essere passionario. E che in queste zone appare tradizionalista: conserva un voto di generazione in generazione». E poi ha spiegato quello che qui, appena al di sotto del Po, hanno ribattezzato «il ’68 alla rovescia».
«Anzi», precisa, «un ’68 finalmente nel senso giusto. Giovani e operai si sono uniti. Si sono dati al senso pratico. Al pragmatismo. Si sono avvicinati a noi persino ragazzi dei centri sociali e di Rifondazione: orfani che cercavano qualcuno in grado di rispondere alle loro rivalse, a un disagio sociale crescente. Ora diamo più punti in graduatoria in base agli anni di residenza e alle donne che lavorano, visto che i musulmani di solito le tengono a casa. Qui non potevamo pensare di eleggere il sindaco gridando “Padania libera!”, dovevamo farci vedere attenti ai problemi del territorio, in un momento di crisi come questo e con elettori, anche giovani, che spesso provengono da tradizioni di sinistra. L’Emilia è un caso-scuola, per noi».

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«Falce, martello e camicia verde», di Paolo Stefanini

Marco Casalini in Lega è entrato da destra, da Forza Nuova. Fa il facchino a Faenza. Ha 33 anni. «Non voglio sembrare quello che nel film di Benigni diceva che il problema di Palermo è il traffico, ma, secondo me, il problema delle nostre città in Emilia e in Romagna sono i posteggi. La sinistra ha riempito i centri storici di strisce per i portatori di handicap, strisce di carico-scarico, strisce blu a pagamento. La gente non sa dove parcheggiare, i negozietti chiudono. I clienti si spostano nei grandi ipermercati costruiti dagli amici della sinistra, dove posto per la macchina ce n’è in abbondanza. E i centri storici muoiono per questa moda delle aree pedonali. Nel vuoto lasciato si insediano gli stranieri. Le case perdono valore…». Il suo, insomma, pare innanzitutto un leghismo da piano regolatore.
A dargli manforte c’è Laura Calderoni, 28 anni, disoccupata («ma laureata in giurisprudenza», sottolinea). Indica una piazza a portici che potrebbe essere ovunque in questa regione e che, almeno in questo momento (un dopopranzo d’un sabato soleggiato), è disabitata e fa: «Ecco qua, sembra una steppa russa. Guardate che deserto. Ai comunisti dovevano piacere così tanto le steppe che le hanno volute rifare qui in centro». Lei viene – dice – da sinistra. Ha votato i Ds; non il Pd. Perché? Ha un attimo di esitazione. Si sistema il fazzoletto verde al collo e poi risponde: «Sono arrabbiata. A quelli di sinistra interessano solo i matrimoni gay, gli extracomunitari, e far abortire le donne. Non si occupano dei precari e di chi non ha il lavoro». Non sopporta soprattutto gli immigrati di fede islamica: «Nei condomini fanno problemi anche a chi ha il cane perché per loro è un animale impuro. Ma non ci faremo imporre il gatto da qualche imam. Non saremo mai vittime delle loro tradizioni».
Ogni tanto con Casalini e altri “fratelli” (l’appellativo che ha preso il posto di “compagno”, nella Lega) organizza delle cene padane a base di maiale. Tanto per ribadire il concetto, anche con la salsiccia. Il motto più semplice, per mettere d’accordo tutti è «né neri né rossi, ma liberi con Bossi». «Non siamo né di destra né di sinistra» amano dire in tanti. E Berlusconi? «Solo un alleato affidabile per arrivare alle riforme». E Fini? Meglio non parlare di lui in questo momento. Soprattutto con quelli che, in Emilia-Romagna arrivano proprio da Alleanza Nazionale. Il Movimento giovani padani aveva preparato qualche mese fa un manifesto che è andato molto di moda nelle sezioni leghiste d’Emilia e non solo: «No compagno Fini!» c’era scritto a grandi lettere. E l’ex delfino di Almirante appariva a pugno chiuso, fazzoletto rosso da partigiano e con uno sfondo di coste d’Italia invase da immigrati.
Quella della convivenza nella Lega Nord tra ex di destra ed ex di sinistra (particolarmente numerosi in una regione rossa) è uno dei motivi di vanto diventato quasi luogo comune. Angelo Alessandri, il Bossi d’Emilia che ha fatto crescere il partito ed è stato ricompensato, a Milano, già cinque anni fa, con la presidenza del partito, lo ripete spesso. Anche la sera delle selezioni bolognesi di Miss Padania lo aveva sottolineato: «Il Muro di Berlino è crollato pure qui, con vent’anni di ritardo, ma è crollato! Ero a un gazebo e c’erano con me due militanti. Uno è un ex di Lotta continua, l’altro di Ordine nuovo. Negli anni settanta si sarebbero ammazzati o pestati a sangue, ora nella Lega scherzano e collaborano. Il giorno che faremo la Padania, e prima o poi magari la faremo, tanti capiranno di essere stati leghisti per anni, solo che non se ne erano accorti, accecati dalle vecchie ideologie…». Ma l’afflusso nel partito da storie personali e tradizioni politiche tanto differenti talora preoccupa. Un segretario locale del ferrarese teme molto gli arrivi di quelli che «vanno in pellegrinaggio a Predappio e tornano con i santini di Mussolini, sospirando “Ah, quando c’era il Duce… Sono tremendi. Arrivano solo in funzione antimmigrati senza condividere molto altro delle idee del movimento, neanche il federalismo».
Ma anche da sinistra sono entrati in Lega vissuti a prima vista poco in linea con il più stretto vangelo leghista. Il modenese Mauro Manfredini è stato rieletto consigliere regionale alle ultime elezioni (recordman di preferenze). Lui, classe 1942, ex venditore ambulante, fu, nel 1997, per le elezioni secessioniste del Parlamento del Nord, il fondatore dei Comunisti padani: «Lo facemmo perché quando votavamo il Pci ci sentivamo di sinistra, ma ora che eravamo passati alla Lega, non ci sentivamo comunque di destra». Fu convocato in tutta fretta da un Bossi severissimo che lo riproverò: «Ma lo sai o no che lo hanno tirato giù il Muro di Berlino?». «Mi sembra di aver visto qualcosa alla televisione» gli rispose lui, ottenne il permesso di presentare la lista. Qualche giorno dopo fu Maroni a sgranare gli occhi, quando depositarono il simbolo: «Ma pure la falce e martello rossa ci volete?» «Si capisce». Ancora oggi che legge il telegiornale in dialetto per TelePadania e lotta contro «l’invasione straniera» Manfredini dice di sentirsi in un certo qual modo di sinistra: «Sono nato povero, come potrei essere di destra?». Un po’ più a est, in Romagna, la Lega Nord si è vista richiedere la tessera col sole verde delle Alpi pure da molti che ne avevano in tasca, in passato, una con l’edera verde.
Anche Gianluigi Forte, segretario del Carroccio a Brisighella, è un ex repubblicano che tanto teneva alla divisione tra Stato e Chiesa e alla laicità dello Stato. Nei mesi scorsi ha partecipato entusiasticamente all’organizzazione delle raccolte firme per «la difesa del crocifisso»: «Penso che sia una battaglia strettamente laica per la difesa di un simbolo occidentale» dice. «Magari, anzi, contro il clericalismo musulmano. Non penso che ci sia dietro nessuna strizzata d’occhio al Vaticano. O almeno, lo spero.» Così, nella Lega, si può stare sentendosi di sinistra o di destra, definendosi laici o cattolici tradizionalisti. Tanto più nelle regioni di recente crescita, come l’Emilia. E queste contraddizioni, per ora, non sembrano indebolire il partito. Che ne ha in seno una più profonda: quella tra la dimensione locale, della sempre evocata «difesa del territorio» e la dimensione di partito romano con un ruolo chiave (e sempre più delicato dopo la spaccatura nel Pdl) nel governo.

da www.unita.it

«Una politica staccata dalla realtà», di Mario Calabresi

La notizia che ha colpito di più gli italiani questa settimana è stata la morte a Ventotene di due ragazze di quasi 14 anni schiacciate da un masso. Il mondo politico, concentrato sullo scontro senza precedenti tra il presidente del Consiglio e il presidente della Camera, non se ne è neppure accorto. Ma i sondaggi, che commissiona quotidianamente, lo hanno ricordato ieri mattina a Berlusconi prima che entrasse in Consiglio dei ministri per essere investito dalle minacce di una crisi di legislatura lanciate da Bossi. Archiviate le elezioni regionali doveva cominciare una nuova fase di riforme costituzionali e di politiche capaci di rispondere alle necessità di un’Italia a cui mancano una bussola, una prospettiva e un disegno di largo respiro. E a cui manca una politica di difesa e di messa in sicurezza del territorio, che risolviamo con il suo contrario: i condoni.

C’era la promessa di occuparsi di federalismo, di tasse, dei costi della politica, dell’efficienza della giustizia e del rilancio dell’economia. Si ragionava sul fatto che finalmente c’era tutto il tempo – addirittura tre anni senza elezioni di portata nazionale – per affrontare nodi irrisolti da decenni. Invece si discute addirittura della possibilità di elezioni anticipate e lo slancio riformista sembra già miseramente crollato. Difficile aspettarsi che i cittadini comprendano le ragioni per tornare alle urne, più facile immaginare che il numero dei disillusi e dei disgustati cresca ancora. Alle regionali quattro elettori su dieci sono rimasti a casa o hanno lasciato la scheda bianca, ma quanto deve ancora crescere l’area dello scontento per mettere in allarme una politica che ha perso ogni contatto con la realtà? Certo è assai improbabile che si vada al voto già questo autunno – i tempi per farlo prima dell’estate non ci sono – e allora viene da chiedersi cosa dobbiamo aspettarci da questa legislatura. Il tentativo di riformare globalmente la Costituzione è già fallito tre volte e i presupposti in passato erano assai più forti.

Come pensare che possa riuscirci un Parlamento in cui maggioranza e opposizione non trovano nessun filo di dialogo e in cui la maggioranza stessa è impegnata in un duro regolamento di conti interno? Vennero affondate la commissione Iotti e la bicamerale di D’Alema, nonostante un clima bipartisan che portava a scommettere sulla loro riuscita, così come furono gli elettori a bocciare, con un referendum, la riforma federalista approvata a maggioranza dal centrodestra nella penultima legislatura. Nelle ultime settimane il dibattito si era acceso immaginando di dare all’Italia un Presidente eletto direttamente dai cittadini, ogni giorno però cambiava il modello straniero di riferimento, adesso sembra già tutto svanito. Sulla scrivania del Capo dello Stato, al Quirinale, è ancora appoggiata la cartellina gialla con la dicitura Presidenza del Consiglio dei ministri che Roberto Calderoli ha lasciato a Giorgio Napolitano. Quella cartellina, che contiene una bozza di riforme, doveva servire a far decollare il dibattito, invece è servita a farlo precipitare.

La cartellina gialla infatti è stata la goccia che ha scatenato l’ira di Gianfranco Fini nemmeno avvisato della visita al Quirinale del ministro leghista. Il presidenzialismo, poi, sembra già non interessare più né al premier che negli ultimi giorni ha confidato di averlo lanciato per provare a stanare proprio Fini (che dell’elezione diretta aveva fatto una sua storica bandiera), né alla Lega realmente interessata solo al varo del federalismo fiscale. Viene da chiedersi adesso perché proprio da lì si era pensato di cominciare. Il Capo dello Stato, in tempi in cui anche i presidenti di Camera e Senato si sono gettati nella mischia politica, sembra essere l’unico punto di riferimento istituzionale, l’unico che non partecipa alle risse, che non grida e non minaccia. Penso che così si spieghi perché nei sondaggi continua ad avere l’indice di gradimento e di fiducia più alto.

Eliminare quella che appare come l’ultima figura di garanzia del Paese, per trasformarla con l’elezione diretta nella massima espressione di una parte, non sembra un’idea geniale di questi tempi. Bisognerebbe prendere atto che non esiste un clima da Grandi Riforme, che non c’è più tempo da sprecare in dibattiti sterili, e mettere a fuoco riforme mirate puntando su quelle su cui è possibile raccogliere un consenso più ampio, su passi capaci di dare segnali positivi al Paese. Si dovrebbe avere il coraggio di discutere di cosa ha bisogno l’Italia, su quale ruolo vuole avere oggi in un mondo che è cambiato drammaticamente. Alla politica si chiedono certezze, stabilità, la capacità di non farci sconfiggere dalle sfide globali. Invece siamo qui a guardarci l’ombelico, a preoccuparci delle insegne dei negozi, a mettere in competizione gli insegnanti nati a cento chilometri di distanza, a pensare di chiuderci all’interno delle nostre regioni, dimenticando che il mondo corre e può tranquillamente passare oltre. Nel 2009 in Francia i turisti cinesi hanno speso il doppio di quelli americani e a Parigi si costruiscono in gran corsa alberghi per ospitare i nuovi ricchi orientali. Più che il dialetto lombardo dovremmo far studiare ai nostri figli il mandarino e chiedere ai nostri politici di indicarci le opportunità del mondo nuovo e preparare il Paese a prenderle al volo.

da www.lastampa.it

«E ora arriva “o’ condono”», di Alessandro De Pascale

CAMPANIA. Nell’aria da giorni, il governo ferma le ruspe con un decreto legge. Del resto il Pdl lo aveva promesso prima delle regionali. Legambiente: «Ossigeno per camorra e affaristi del cemento selvaggio».

«Sono sospese fino al 30 giugno 2011 le demolizioni degli immobili destinati esclusivamente a prima abitazione nel territorio della Regione Campania». È il testo del nuovo decreto legge approvato ieri mattina dal Consiglio dei Ministri che ferma le ruspe e gli abbattimenti di immobili abusivi in Campania. Era nell’aria da giorni, tanto che il commissario regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli, ha denunciato che «in questi giorni gli ordinativi di cemento e materiali edili sono aumentati del 20 per cento per ricominciare subito a costruire».

Un decreto “ponte”, in attesa che il neo presidente della Regione del Pdl, l’ex socialista Stefano Caldoro, riapra i termini dell’ultimo condono, quello del 2003. Che in Campania era stato bloccato dalla precedente giunta Bassolino con due provvedimenti poi dichiarati illegittimi dalla Corte Costituzionale. Del resto il Pdl aveva promesso di fermare le ruspe già durante la campagna elettorale. «Abbiate fiducia in noi, l’unica speranza è quella di arrivare al governo regionale, poi il nostro governatore si assumerà la responsabilità di non demolire nemmeno un pilastro di questi edifici», aveva promesso ai campani il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna.

Mentre a Castellammare di Stabia, sempre in campagna elettorale, il ministro per l’Attuazione del programma, Gianfranco Rotondi, assicurava: «Troveremo il modo per bloccare gli abbattimenti delle abitazioni abusive». Tanto che per sancire una “pax elettorale” il Prefetto di Napoli fermò gli abbattimenti durante le elezioni. Ma ora le ruspe avevano ripreso a lavorare. Giovedì erano partiti gli abbattimenti a Torre del Greco (Na) ma il sindaco del centrodestra Ciro Borriello critica il decreto: «È come se una persona commettesse una rapina senza finire in carcere».

Le abitazioni abusive, individuate dalla procura di Napoli sono 66mila. Del resto il secondo business della camorra, dopo i rifiuti, è proprio il cemento selvaggio. La fotografia scattata da Legambiente è impietosa: 60mila nuove case abusive costruite negli ultimi dieci anni. In media 6.000 all’anno; 500 al mese e 16 ogni giorno. Una piaga concentrata soprattutto nella provincia di Napoli, a Casal di Principe, sulla Costiera amalfitana e nelle isole di Capri, Ischia e Procida. Oltre 9.000 le domande di condono, presentate solo a Ischia: quasi una ogni due famiglie. Per grandi e piccole colate di cemento spesso in aree vincolate, pari al 60 per cento del territorio campano.

Gli ambientalisti sono sul piede di guerra. L’arrivo del decreto, il giorno dopo l’Earth day, è un brutto segnale. «Una decisione molto grave – denuncia Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania – che darà nuovo ossigeno all’illegalità e alla malavita, a fronte di un tentativo di superare l’edificazione selvaggia che da anni attanaglia la Campania». Il testo iniziale, presentato dal senatore napoletano Carlo Sarro, condannato ieri dalla Corte dei Conti a versare 40mila euro nelle casse del Comune di Piedimonte Matese (Ce), di cui era sindaco, per aver «mal organizzato il sistema di raccolta dei rifiuti», per fortuna è stato modificato.

La Lega ha preteso che le demolizioni continueranno per gli immobili abusivi realizzati in zone sottoposte a vincoli, paesaggistici e ambientali, e di quelli che costituiscono un pericolo per l’incolumità pubblica o privata. Le ruspe erano partite in seguito a una mappatura dell’illegalità realizzata dal Corpo forestale dello Stato, sorvolando la Campania in elicottero e confrontando le immagini registrate con i dati catastali. Anni di lavoro andati in fumo, per decreto. Secondo il rapporto “Ecosistema rischio” di Legambiente, in Campania l’86 per cento dei Comuni è a rischio idrogeologico e manca una seria politica di manutenzione del territorio. Inoltre l’81 per cento delle amministrazioni ha abitazioni nelle aree golenali, negli alvei dei fiumi e in zone a rischio frana.

Mentre il 25 per cento ospita nelle aree pericolose interi quartieri, scuole, ospedali e alberghi. «Non sono bastati i morti di Ischia e le tragedie come Sarno – spiega Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd – a denunciare che l’abusivismo è una piaga di questo Paese, che rende fragile il territorio, inquina l’economia, alimenta gli appetiti criminali e fa pagare alla collettività prezzi altissimi».

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«Il nostro lavoro in fumo», di Giulio Finotti

INTERVISTA. Lello Magi è il magistrato napoletano che ha scritto la sentenza che ha decapitato il clan dei Casalesi: «Questo è un atto di sfiducia nelle altre istituzioni che si stavano già impegnando sul territorio».

«Non si possono fermare gli abbattimenti lì dove è chiaro che vi è stato un forte intervento delle organizzazioni criminali per realizzare quelle costruzioni». L’allarme è quello di Lello Magi, quarantasette anni, magistrato napoletano, estensore della sentenza che ha decapitato il cartello dei casalesi, di recente vittima di un messaggio intimidatorio della camorra. Solo pochi giorni fa una presunta striscia di sangue è stata ritrovata sulla porta della sua abitazione a Caserta.

Un episodio sul quale si sta indagando, e che potrebbe rappresentare un avvertimento dei clan per il lavoro che il magistrato svolge presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere. Proprio da chi combatte le attività imprenditoriali criminali, è arrivato il grido d’allarme per il decreto legge approvato ieri dal governo, che blocca le demolizioni delle abitazioni abusive.

Giudice Magi, qual è la sua valutazione del decreto approvato oggi dal governo che sospende gli abbattimenti delle costruzioni abusive in Campania fino al giugno 2011?
La notizia non è una di quelle che può creare sentimenti positivi. Nella migliore delle ipotesi è una presa d’atto di una situazione che si basa su una illegalità, che viene in qualche modo sanata. Alla fine viene consentito il protrarsi di una situazione di contrasto con la legge. Non può essere una buona notizia, soprattutto in rapporto alla situazione estremamente negativa esistente.

Il ministro Carfagna ha dichiarato che il governo non poteva consentire che molte famiglie restassero senza casa, dunque è una questione di solidarietà?
C’è un abusivismo diciamo di necessità, che crea un problema. Però a mio parere la questione doveva essere affidata agli organismi competenti, come la Prefettura, che avrebbe provveduto ad una graduazione, anche temporale, delle demolizioni, sulla base anche dell’abuso e della tipologia. Penso che gli organismi preposti stavano operando e che avessero realizzato una lista di priorità. Questo è anche un atto di sfiducia nelle altre istituzioni del territorio. C’è il grosso problema di verificare, caso per caso, la tipologia di abuso e la provenienza delle risorse economiche messe in campo per realizzarle. Le indagini su questo devono essere molto accurate. A volte troviamo interi quartieri o città che vengono tirati su in pochi giorni, con progetti approvati in breve tempo dai Comuni. Quelli sono casi sicuramente legati all’imprenditoria criminale. Spero sia chiaro che queste situazioni non possono rientrare nel meccanismo di blocco.

Come si può effettuare questa distinzione?
Bisogna indagare sulla provenienza delle risorse utilizzate per commettere gli illeciti. Per quelli realizzati con fondi di ambito familiare e utilizzati da soggetti che non hanno effettivamente alternative di abitazione sono d’accordo anche io con il blocco. Ma non in casi di interventi più massicci, provenienti da realtà economiche operanti sul territorio. Va accuratamente valutato caso per caso, anche perché la presenza di persone nelle costruzioni potrebbe essere solo un meccanismo di elusione della norma.

Quali sono le difficoltà nel contrasto all’abusivismo edilizio al Sud?
Tante. Dal mio punto di vista, che è più di carattere generale, visto che mi occupo più di attività criminali che di abusivismo edilizio, anche se ci sono dei contatti tra le due cose, il grosso problema è quello dell’assenza di una chiara pianificazione amministrativa dell’utilizzo del territorio. Lacune degli enti locali e degli altri soggetti che hanno la gestione del territorio: l’utilizzo massiccio delle risorse criminali le cui capacità di infiltrazione e corruzione negli apparati della pubblica amministrazione sono sempre state molto forti. Se a questo si aggiunge la scarsità dei mezzi di controllo, che a volte vengono utilizzati solo in maniera episodica, si ha il quadro della situazione attuale.
da www.terranews.it

Andro, la vera storia dei "bimbi morosi" e le bugie leghiste, di Maria Zegarelli

Torniamo a parlare del sindaco di Adro, comune del bresciano, che ha sospeso la mensa per i bambini le cui famiglie non avevano pagato la retta. Ve lo ricordate? È il leghista Silvano Lancini: «La mensa non è un obbligatoria, è un servizio che si paga». Maurizio Belpietro ha scritto un lungo editoriale al riguardo, rileggetevelo dopo aver raccolto qualche informazione in più su quelle famiglie. Vi raccontiamo la loro dichiarazione dei redditi, lo stato di famiglia, che lavoro fanno e quanto lavoro hanno, poi tirate voi le somme. I morosi all’inizio erano 40 scesi a 11 dopo la decisione del sindaco di sospendere il servizio mensa ai bambini. C’è chi li ha definiti «furbetti» e chi persone che vivono alle spalle di altri. Ma chi sono questi irriducibili? Nessun commerciante, neanche l’ombra di un impresa dove il proprietario dichiara meno del suo dipendente. Sono, invece, migranti arrivati qui da dieci, quindici anni, con un regolare permesso di soggiorno, alcuni hanno comprato una casa, altri non ce l’hanno fatta. Sono tutti operai, con più di un figlio e chiss° che non li si voglia rimproverare anche di questo.

I FUBETTI La prima famiglia di «furbetti» è composta da un operaio in Cig da un anno, una moglie disoccupata e quattro figli di 8, 4, 3 anni e 8 mesi. Canone d’affitto 400 euro mensili, lettera di sfratto sul tavolo, reddito 2009 di 3mila euro. Sì, quattro figli e 3mila euro in un anno. Furbetti numero due: operaio interinale, che non può usufruire della Cig, 13mila euro dichiarati nel 2009, coniuge disoccupata, 4 figli di 15, 10, 8 e 4 anni. Dunque, un figlio alle medie, uno alle elementari e uno alla materna, con un mutuo a tasso variabile di 400 euro al mese. Il più «ricco» di tutti è un operaio che alterna periodi di lavoro a periodi di cassintegrazione, sua moglie è disoccupata, ha tre figli di 8, 5 e 1 anno e un genitore a carico. L’affitto è di 320 euro al mese e in un anno ha guadagnato 18mila euro. Potremmo continuare così per tutti gli altri, la loro situazione è molto simile: storie di lavoro a singhiozzo, scarpe da comprare, libri, pannolini, affitto, mutuo, bollette. Sono storie in cui chissà quante famiglie dell’Italia che è meglio non raccontare si riconoscono.

I figli dei morosi di Adro parlano italiano, anzi dialetto bresciano, a scuola giocano con i bambini di quegli italiani che se la sono presa con il benefattore che ha versato 8600 euro al Comune per permettere che tutti insieme potessero continuare a mangiare insieme le stesse cose a scuola, come si fa nei paesi civili, normali. Questo imprenditore, che porta lo stesso cognome del sindaco, ha pensato a loro e ha rotto quel muro di indifferenza e insofferenza che ha partorito la decisione del primo cittadino. Il quale è andato in bestia tanto che durante un’intervista ha detto che «questo signore deve smetterla di usare i suoi soldi per farsi propaganda politica con i bambini». La sua di propaganda si fonda su altro: per esempio sul fatto che il bonus affitti vale solo per i cittadini italiani. Una discreta politica di allentamento di tutti gli altri, portata avanti con determinazione, come racconta Damiano Galletti, segretario della Cgil di Brescia: «Fino a quando la vicenda della mensa non ha acceso i riflettori della stampa, i servizi sociali neanche le ricevevano le famiglie immigrate.Il messaggio era chiaro: se ci sono fondi vanno agli italiani».

A rendere più lieve il peso di questa storia ci sono l’imprenditore benefattore con lo stesso cognome del sindaco – che ha versato 8600 euro per tutte le famiglie morose – e un padre missionario in Congo che ha spedito 600 euro a una sua amica bresciana per pagare la retta di uno di quei bambini. Si chiede Galletti: «Fatta la conta dei “furbi” e di chi non paga anche se potrebbe (ma vale anche per l’evasione fiscale), è prevista una “quota di solidarietà tra chi ha più e chi ha meno?». Giriamo la domanda agli urlatori. Quanto ai servizi sociali, non potranno più far finta di niente: le famiglie stanno presentando la documentazione per chiedere l’esenzione, siamo sicuri che la otterranno. Per chiudere, il sindaco ha lamentato di essere visto come «un orco verde». Ci dimostri il contrario.

L’Unità 23.04.10