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"Anche Formigoni prima o poi dovrà fare i conti con il dettato costituzionale", di Osvaldo Roman

In Lombardia il Carroccio rispetto alle Europee perde elettori ma in percentuale passa dal 22,7% al 26,2. IL Pdl è al 31,78% Il Centrodestra raccoglie il 58% di quel 64,6% di votanti. Questi sono i numeri ma Formigoni ritiene che l’88% dei cittadini lombardi è d’accordo con la sua politica!
Partendo da questa fasulla presunzione di onnipotenza, in una compiacente intervista elargitagli dal Corriere della Sera, nei giorni scorsi Formigoni ha illustrato come nuove le vecchie ricette sulla privatizzazione della scuola pubblica che Comunione e Liberazione ricicla periodicamente da almeno quaranta anni. Formigoni dice di essere stufo di vedere la scuola italiana agli ultimi posti in Europa e di vedere i professori depressi a causa di un sistema che non garantisce la qualità. La Gelmini non c’entra evidentemente nulla con questa depressione!
La riforma di CL-Formigoni, riproposta anche nell’ultimo Meeting, prevede uno stop alle graduatorie nazionali con il reclutamento diretto dei professori da parte delle scuole su base regionale e prevede l’assoluta parità tra istituti statali e istituti privati grazie al potenziamento della “dote” scuola.
Formigoni sostiene che tale modello ricalchi la riforma della sanità del 1997 e lo vuole sperimentare anche prima dell’approvazione delle nuove leggi che il PDL in concorrenza con la Lega si accinge a far discutere in Parlamento. La Lombardia chiede al governo di fare da apripista e di sperimentare il “nuovo modello” e avrebbe in tal senso avuto assicurazioni dalla Gelmini.
E singolare che per una siffatta sperimentazione Formigoni ritenga che non sia necessario cambiare le leggi. Interpretando pienamente uno stile di governo che non ha regole da rispettare (la GELMINI SPA) sostiene che per realizzare tale innovazione in forma sperimentale ci sia solo bisogno di un accordo con il governo. Annuncia anche che avrebbe trovato un “terreno favorevole sia con i sindacati sia con i professori”. I sindacati tutti, anche quelli che apprezzano la devastazione governativa della scuola pubblica, hanno negato tale disponibilità.
Formigoni sostiene che dopo aver premiato gli studenti adesso vuole premiare gli insegnanti. Allo sbalordito, ma compiacente, intervistatore che gli chiede come realizzare l’innovazione il Presidente lumbard sostiene che deve essere la scuola a scegliere gli insegnanti. E denuncia, dimostrando di voler mistificare volgarmente la realtà in atto, che “adesso esistono le graduatorie nazionali” da cui arrivano le nomine per le scuole. E tali graduatorie ( gli ricordiamo che sono anche provinciali e comunque concorsuali) sarebbero piene di gente che “vuole fare il professore perché non ha nulla di meglio da fare”.
Questa precaria situazione dovrebbe essere sostituita dalla costituzione di albi regionali “da dove le scuole pescherebbero in base al merito”. Naturalmente Formigoni non spiega come verrebbe individuato questo merito. Ma conoscendo i metodi e la filosofia di CL lo possiamo immaginare. I nominati dovrebbero essere innanzitutto amici della parrocchietta aventi in comune con le famiglie (la loro maggioranza?) di quella scuola il senso della vita senza il quale non vi è una buona educazione. Ognuno nominerebbe i propri amici! Proprio come nella sanità. Tali albi regionali non sarebbero destinati ai residenti lombardi (qui la distinzione con la rozza proposta della lega che forse proprio per qualche limatura su questo punto non è stata ancora stampata dalla Camera) ma aperte a chi garantisca la permanenza ( magari con la residenza e il possesso di un idoneo domicilio) nel territorio per almeno un ciclo di studio di 5 anni. Ciò per evitare turn over frenetici come succede adesso.
Poi dimenticando che il contratto del personale della scuola non viene e non verrà rinnovato e che in sua assenza i docenti percepiranno un’ indennità di vacanza contrattuale di 8 euro lordi al mese e ignorando che 133 mila posti, di docenti, ATA e di Dirigenti, saranno eliminati entro il 2012, conclude la fantastica intervista favoleggiando sull’estensione della “dote” anche agli insegnati meritevoli: “tutti gli insegnanti devono avere come i dirigenti una quota di retribuzione per il merito”.
Per “dote” naturalmente intende quel contributo finanziario riservato in Lombardia di fatto solo a chi sceglie di frequentare le scuole private. Un contributo che promette di incrementare per passare al finanziamento diretto delle scuole. La Costituzione e il suo articolo 33 evidentemente sono per Formigoni un inutile orpello.
Ma non è escluso, me lo auguro vivamente e tutti dovremmo fare in modo che questo accada, che prima o dopo sulla inderogabilità di quel principio anche Formigoni ci debba sbattere il muso.
Di fronte a tale apparato mistificatorio propagandistico mi sembra necessario riproporre lo stato della normativa esistente e le sue possibili linee evolutive.
La situazione normativa vigente prevede che si possa accedere al ruolo(nomina a tempo indeterminato) con le graduatorie provinciali ad esaurimento(50% dei posti deliberati dal Governo) e con le graduatorie regionali conseguenti al concorso per titoli ad esami del 1999(l’altro 50%).
Con la nomina i vincitori conseguono una sede provvisoria che l’anno successivo, dopo la prova, viene lasciata o confermata con la procedura di mobilità territoriale (trasferimento).
Con il conseguimento della sede di titolarità nasce l’obbligo di permanenza per 5 anni in tale sede.
Di fatto con il precedente movimento spesso si esce dalla Provincia o Regione in cui si è vinto il concorso. E’ su questo meccanismo che si potrebbe intervenire per ottenere una reale continuità di servizio.
Non esiste un obbligo di residenza per concorrere ai concorsi regionali. Dopo la nomina in ruolo si deve dichiarare il domicilio in località compatibile con il servizio svolto. Anche questo aspetto può essere ulteriormente precisato.
Il Decreto (predisposto dal MIUR ai sensi del comma 3 dell’art.17 della legge 400/88) sulla prima formazione, attualmente in corso di definizione, è stato realizzato in base al comma 416 della legge finanziaria 2008 (Legge244/07). Esso non prevede, contrariamente a quanto stabilito nel suddetto comma 416, le modalità di reclutamento.
Il suddetto comma 416 ha abrogato l’art 5 delle legge delega Moratti( L.53/2003 e il relativo Decreto legislativo 227/2005).In tale Decreto si prevedevano (art.5) gli albi regionali.
Il comma 4-ter dell’art.64 della legge 133/08 ha stabilito che “le procedure per l’accesso alle Scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario attivate presso le università sono sospese per l’anno accademico 2008-2009 e fino al completamento degli adempimenti di cui alle lettere a) ed e) del comma 4.(i Regolamenti)”.
Il dibattito attuale sul reclutamento è caratterizzato da molteplici sortite propagandistiche dei vari esponenti governativi a cui si affiancano quelle già esaminate del Presidente Formigoni.
Di fatto ad oggi il testo della proposta di legge Goisis n.3357 di cui si parla molto, non è ancora disponibile alla Camera. L’unico riferimento parlamentare è rappresentato dal testo presentato dalla Lega al Senato (Pittoni n.997).
In esso si prevedono:
1) albi regionali cui si accede previo test con punteggio attribuito da una commissione di nomina ministeriale con criteri non definiti, previo possesso dell’abilitazione e della residenza nella regione.
2) le scuole singole o associate possono indire concorsi a cui partecipano solo gli iscritti all’albo regionale. Tali concorsi valutano le caratteristiche culturali generali ed in qualche modo ideologiche dei candidati. Le commissioni sono costituite dalle scuole.
3) Le nomine riguardano il 100% dei posti vacanti e messi a concorso. Si abolisce l’aliquota del 50% attualmente assegnata alle graduatorie ad esaurimento e si cancellano i diritti degli oltre 200.000 aspiranti da un decennio in attesa di nomina in una graduatoria concorsuale. Sembra difficile che una simile ipotesi possa realizzarsi.
Alla luce di questi dati di fatto sembra evidente che la sperimentazione di cui parla Formigoni non ha alcun senso giuridico a meno che non si voglia realizzare un colpo di mano come quello effettuato con l’ Intesa sulla formazione professionale, poi rimasta lettera morta fino all’emanazione del Regolamento sull’Istruzione professionale.
Più praticabile sembra invece la possibilità che un nuovo modello di reclutamento possa eventualmente accontentarsi di occupare il 50% dei posti attualmente assegnati al concorso ordinario per titoli ed esami.
Resta il problema che con i tagli agli organici dei docenti previsti dall’art. 64 della legge 133/08 (87.000 posti al 2012 che diventeranno 100.000 al 2014 quanto si completeranno le cosiddette riforme della secondaria superiore e della primaria) di posti per i concorsi non ce ne saranno!
Mi sembra molto evidente che le proposte della Lega e del PDL sono solo di natura propagandistica atte a lanciare messaggi al loro elettorato nello stile ormai tradizionale della destra.
Ovviamente su tale terreno occorre affrontarli in termini ravvicinati con iniziative sul territorio in tutte le realtà del Paese.

www.flcgil.it

Bersani: "Dalla Direzione PDL spettacolo indecoroso. Ormai ci sono due destre"

Scontro al calor bianco tra Berlusconi e Fini. Il leader PD: “Troppo impegnati a litigare, ormai niente riforme”. Anna Finocchiaro attacca Schifani: “Prende le parti del premier riducendosi al ruolo di militante”. “Dalla direzione del Pdl arriva uno spettacolo indecoroso ma Fini ha sollevato contraddizioni profonde del Pdl su temi e problemi reali”.
Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, commenta lo scontro avvenuto nella direzione del Pdl, tra il premier Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini. La terza carica dello Stato è arrivato allo scontro al calor bianco con il premier, pur sapendo che nella Direzione i rappresentati dell’ex AN vicini a lui erano pochissimi non ha esitato a rinfacciare a Berlusconi gli errori di un PDL a rimorchio della Lega.

Nei loro interventi si sono rinfacciati tutto. Berlusconi al microfono lo ha attaccato: “Tu nei giorni scorsi hai detto di esserti pentito di aver fondato il Pdl», tra le proteste fuori microfono dello stesso Fini. E quando il premier ha rilanciato la tesi avanzata in mattinata da Schifani: “Vuoi fare politica? Lascia la presidenza
della Camera” Fini ha replicato alzandosi dalla prima fila e puntandogli l’indice contro: “Sennò mi cacci?”.

Insomma l’analisi che il segretario del PD faceva analizzando il voto delle regionali, di un PDL che sarebbe andato verso la crisi, si sono mostrate fondatissime e l’impressione davanti alle immagini che in diretta trasmettono lo scontro tra Berlusconi e Fini, è quella di essere “ormai davanti a due destre diverse. Con Fini si può ragionare su temi come le riforme e lui ha sollevato contraddizioni profonde del Pdl su temi e problemi reali”.
Il segretario del Pd non crede più alle intenzioni del
premier. In mattinata ancora prima del duro confronto tra il Cavaliere e l’ex leader di An Bersani faceva un pronostico pessimista sulle riforme con l’ok delle opposizioni: “Non vanno al merito delle
questioni e non hanno il coraggio di registrare le differenze profonde tra loro, quindi non si farà alcuna riforma perché continuare a tacitare e a tacitarsi è arrivare a stare fermi'”. E quando Fini, dal palco della direzione, punterà l’indice sia sulla democrazia del Pdl sia sull’azione di governo la previsione si avvera. Le critiche sulla giustizia come sul modo di affrontare la crisi economica, sull’immigrazione come sullo strapotere della Lega, non si discostano molto da quelle dei democratici e Bersani è convinto che le fratture dentro il Pdl siano ormai difficilmente sanabili. Quindi, pur non tifando per una fine anticipata della legislatura, ritiene che bisogna accelerare nella costruzione di un’alternativa di governo ed incontra per questo Antonio Di Pietro.

Come se non bastasse oggi dal Corriere della Sera il Presidente del Senato, Renato Schifani, ha chiesto a Fini di rinunciare al suo incarico se vuole far politica. E Bersani commenta: “Chi non fa politica scagli la prima pietra”.
Una mossa avventata quella di Schifani che lo ha visto “scendere nell’agone politico per prendere le parti di Berlusconi, di fatto spogliandosi delle sue funzioni di presidente del Senato e, di fatto, diventando un semplice militante del PdL”. È l’accusa della presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, che ha messo il presidente del Senato sul banco degli imputati accusandolo di ”umiliare le sue funzioni per beghe interne” al PdL. La capogruppo prevede un governo “immobilizzato dalle polemiche interne e non affronterà le questioni che un governo serio e responsabile dovrebbe risolvere: penso alla crisi economica e alle riforme economiche e istituzionali. Invece questo governo continuerà ad ignorare l’Italia”.

Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Partito Democratico, è abituata alle battaglie politiche. Meno ai litigi come quelli della direzione del Pdl: “La prepotenza di Berlusconi vanifica gli sforzi di Fini di superare il centralismo carismatico del Pdl. Il premier si comporta nel partito come nel paese, come se fosse una cosa sua. E questa non è na buona notizia. Abbiamo visto un partito che litiga, anche in modo scomposto, non un partito che discute”.

Il documento votato dal PDL maoista: “Servire il popolo”! “Non vogliamo dividere ma unire. Siamo al servizio del popolo italiano e del suo bene comune. Le ambizioni dei singoli non possono prevalere sull’obiettivo di servire il popolo italiano” si legge nel documento finale. Dopo il passo che evoca, curiosamente, uno slogan del movimento maoista degli anni ’70, c’è la censura del correntismo interno: “Correnti o componenti negano la natura stessa del Popolo della libertà, ponendosi in contraddizione con il suo programma stipulato con gli elettori e con chi dagli stessi elettori è stato designato a realizzarlo attraverso il governo della Repubblica. La direzione nazionale del Popolo della libertà – è la chiusa – approva le conclusioni politiche del presidente Silvio Berlusconi e gli conferma il proprio pieno sostegno e la propria profonda gratitudine”.

Il popolo delle libertà (non il partito) serve il popolo. Il populismo ormai è certificato nei documenti ufficiali.

La realtà, secondo la Bindi, “è che nel Pdl non c’è pluralismo, perché non basta un dissidente a fare un partito democratico e plurale. Tanto più se la maggioranza appare sorda e persino ostile alle ragioni di chi esprime una posizione diversa e nei documento messi in votazione- conclude citando il documento che sancisce votazioni a maggioranza nel PDL passato con 11 no e 1 astenuto – non c’è traccia delle ragioni degli altri”.

Ma.Lau.
www.partitodemocratico.it

"Io sto con la scuola che sabato scende in piazza” L’on. Ghizzoni aderisce alla manifestazione di genitori e insegnanti modenesi

L’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo del Pd in commissione Scuola alla Camera, aderisce all’iniziativa “La scuola modenese oggi: vetrina di eccellenze. E domani…?” che si svolgerà sabato 24 aprile a Modena in Piazza Matteotti dalle ore 16 in poi. Ecco la sua dichiarazione:
«Aderisco con convinzione all’iniziativa promossa dal Coordinamento dei Presidenti dei Consigli d’Istituto, di Circolo e Comitati Genitori di Modena e Provincia perché la condivido sia nel merito e che nel metodo. In primo luogo ne apprezzo l’approccio unitario che ha coinvolto l’intero mondo della scuola (famiglie, studenti e insegnanti), le istituzioni e gli enti locali, le forze sociali e politiche e poi perché concordo nel merito: per il bene del Paese e per il suo futuro, tutti dobbiamo far sentire la nostra voce di fronte alla situazione drammatica nella quale versano le casse delle scuole e contro le politiche scellerate che impoveriscono il sistema scolastico e lo svuotano di valori, risorse e contenuti educativi.

Ringrazio genitori e famiglie che hanno promosso l’iniziativa per lo spirito unitario con cui hanno lanciato il loro appello alla società civile modenese, al mondo economico, a quello sociale e a quello culturale e politico, contro il rischio di collasso della scuola pubblica».

Il PD presenta le proposte sugli ammortizzatori sociali: "Ora la maggioranza le voti"

I democratici non si arrendono: dopo la bocciatura del mese scorso da parte del ministro Sacconi e propongono due nuovi emendamenti a tutela dei lavoratori. Il Gruppo Pd alla Camera ha presentato ieri con una conferenza stampa le proposte sugli ammortizzatori sociali, per il sostegno del reddito e per la tutela delle categorie di lavoratori precari. Hanno partecipato il Presidente del Gruppo Pd, Dario Franceschini , il Vice segretario del Partito Enrico Letta, Cesare Damiano, Capogruppo Pd in Commissione Lavoro, e Francesco Boccia, coordinatore delle Commissione Economiche del Gruppo del Pd.

– Gli emendamenti elaborati dal Pd sono due:
uno finalizzato a riconoscere il prolungamento della cassa Integrazione Ordinaria fino a 78 settimane, coperto per la maggior parte attraverso l’introduzione di una addizionale straordinaria Irpef del 2% sulle quote di reddito superiori a 200000 euro l’anno;

– l’altro volto a ripristinare l’intervento dell’INPS per il pagamento delle retribuzioni ai lavoratori non corrisposte dalle imprese in crisi, la cui copertura è prevista attraverso l’utilizzo di parte delle risorse stanziate per la detassazione dei contratti di produttività, che si è dimostrata inattuale e inefficace”.

Durante la conferenza è stato lanciato un appello ai deputati del Pdl e della Lega affinché votino in Aula, così come hanno fatto in Commissione, gli emendamenti del Pd. Una raccomandazione dovuta e per nulla scontata se si ricorda il tortuoso iter delle proposte in questione.
Poco più di un mese fa, dopo il si di Pdl e Lega nella Commissione Lavoro, cosi come nelle altre 10 Commissioni chiamate a dare un parere, è giunto lo stop del Governo: il Ministro Maurizio Sacconi si è dichiarato contrario andando contro la sua stessa maggioranza; successivamente la Commissione Bilancio ha bocciato la copertura finanziaria, visto il parere negativo della Ragioneria Generale dello Stato. ”In commissione Bilancio – ha detto Francesco Boccia – non c’e’ stato neanche il tentativo di riaprire la mediazione sulle coperture, nonostante il Pd ne avesse proposto altre alternative”.
“ Adesso – dichiara Franceschini – si è dovuti tornare agli emendamenti; una delle cose che vengono dette è che l’opposizione non fa proposte, ma questo non è vero, è sottaciuto che le nostre proposte vengono respinte piuttosto; da qualche mese infatti stiamo utilizzando la quota di calendario della Camera riservato alle opposizioni su questo importante progetto, ed oggi torniamo nuovamente in aula a riproporlo ”.
“Il costo delle due norme è di 300 milioni di euro, come il decreto incentivi – ha dichiarato il vicesegretario Enrico Letta – decreto che è stato inutile e controproducente, visto che ha bloccato i consumi, in quanto la gente per un lungo periodo ha speso meno, attendendo che entrasse in vigore; è stato solo un mero spot elettorale, lanciato a misura prima del voto. Tuttavia l’accordo inizialmente raggiunto con la maggioranza dimostra che il Parlamento può tornare a essere luogo dove si possono fare cose utili per il Paese, se si esce dalla logica di contrapposizione che il Governo invece vuole imporre”.

Il Capogruppo Pd Dario Franceschini ha concluso la conferenza stampa dichiarando: “ I lavoratori interessati nelle due norme non sono numeri, dati statistici, ma persone concrete in carne ed ossa che non ce la fanno ad andare avanti; dopo un accordo iniziale, il Governo si è messo dichiaratamente di traverso, e ora che le norme vengono dal Pd riproposte in aula, la maggioranza dovrà assumersi la responsabilità politiche di dire si o no, il Parlamento è sovrano”.
Quanto al dispendio economico previsto dagli emendamenti, Franceschini spiega: “ Le coperture sono ampliamente indicate, basta votarle, si tratta di un ”contributo di solidarietà”’ del 2% per il 2010 e il 2011 per i redditi elevati, per esempio per un reddito di 250.000 euro, il contributo sarebbe di 1.000 per ciascuno dei due anni, vale a dire 3 euro al giorno, una misura sensata dunque, per evitare che molte persone finiscano nella disperazione”

Dopo la conferenza stampa del Partito Democratico in cui si è chiesto il voto sugli emendamenti proposti, si è avviata una riflessione nella maggioranza che ha chiesto un rinvio a martedì prossimo per individuare le coperture necessarie. In quella occasione si capirà se la maggioranza parlamentare ha qualche margine di autonomia o se per tutti decide ancora il Ministro del Lavoro Sacconi.

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"Il pasticcio dei ricercatori", di Giliberto Capano

ricercatori universitari d’Italia si stanno mobilitando contro il disegno di legge di riforma del ministro Gelmini in discussione al senato. In molte sedi essi hanno preannunciato che nel prossimo anno accademico non insegneranno.
Se queste minacce venissero attuate l’intero processo di offerta formativa del sistema universitario italiano verrebbe messo in ginocchio, perché almeno un terzo degli insegnamenti sono tenuti dai ricercatori.
Siamo di fronte all’esito di una tipica storia italiana che, per essere compresa, necessita di un breve excursus storico (d’altra parte come ben sappiamo molti dei problemi italiani di oggi vengono da lontano). Il ruolo del ricercatore universitario venne introdotto nel 1980 (insieme ai ruoli di professore ordinario ed associato). La normativa che lo istituiva prevedeva che i ricercatori facessero solo ricerca e potessero svolgere solo attività didattica integrativa. Insomma, non potevano essere titolari di insegnamenti. Ed è proprio nell’inizio della storia che sta il germe della patologia: unico paese del mondo occidentale, abbiamo previsto che vi fosse una figura di ruolo, a tempo indeterminato, nel corpo accademico privo della funzione docente.
Geniale vero? Eppure è così. Ovviamente questi ricercatori venivano utilizzati, surrettiziamente, per sostituire i professori a lezione, ma era considerato normale (le pratiche interne all’università ancora adesso sono caratterizzate troppo da queste relazioni di vassallaggio).
Nel 1990, una nuova legge dava la possibilità che i ricercatori confermati (quelli con più di tre anni di anzianità) potessero vedersi attribuita la titolarità di insegnamenti (d’altra parte: che senso ha avere degli accademici di ruolo che formalmente non possono essere anche docenti?) Dal 2005 un’altra legge consente ai ricercatori con incarico di docenza di fregiarsi del titolo di “professore aggregato” (la genialità italica di peggiorare la situazione mettendo delle pezze). Un normale cittadino si chiederebbe: se questi benedetti ricercatori di fatto fanno non solo ricerca (come peraltro dovrebbero fare, e per fortuna spesso fanno, i professori) ma fanno anche didattica, in molti casi insegnando anche due corsi – come i professori insomma – perché mai non gli si attribuisce anche formalmente lo status professorale? In fondo, in Italia si possono fregiare del titolo di professore centinaia di migliaia di persone: gli insegnati delle scuole medie e superiori, qualsiasi esterno all’università che si veda attribuito un contratto di insegnamento universitario. Bella domanda vero? Mistero, ma adesso ci arriviamo.
In questa situazione pirandelliana entra a gamba tesa il ddl Gelmini che prevede che in futuro esistano solo due posizioni di ruolo (professore ordinario ed associato) e che la terza posizione, ricercatore, sia a tempo determinato: un contratto di anni 3+3 e alla fine, se se ottiene una idoneità nazionale, si può essere chiamati come professori associati (la spacciano per tenure track all’americana, ma non è affatto così, ma per ora sospendiamo il giudizio in attesa che il parlamento ci lavori sopra). E i quasi 25mila ricercatori di ruolo? Entrano in una situazione che nel linguaggio amministrativo si chiama “ruolo ad esaurimento”. La storia delle riforme amministrative italiane è piena di trasformazioni di status giuridico che hanno creato “ruoli ad esaurimento”, cioè problemi persistenti nel tempo. A questo punto, giustamente, i ricercatori si arrabbiano, per essere eufemisti, e hanno ragione da vendere. Non tanto perché, come troppi di loro pensano, non viene prevista una normativa transitoria che consenta loro di diventare associati con concorsi riservati, ma piuttosto perché, dopo decenni di presa in giro, di sfruttamento istituzionale, si vedono tagliati via dalla storia.
Quale è il vero problema di questa vicenda? Semplice: il fatto che il governo abbia deciso di proporre una riforma della carriera docente passando da un sistema a tre fasce (come quello inglese) a uno a due fasce (come quello americano). In linea astratta può sembrare ragionevole, ma nei fatti fa finta di non vedere l’eredità del passato (25mila persone, quasi il 40% degli incardinati nelle università italiane). Ma perché non cercare una via più semplice come l’istituzione della terza fascia professorale (in cui inquadrare i ricercatori) e un sistema di anni 2+2 per entrare di ruolo nella terza fascia? Alcuni osservatori (tra cui l’autorevole Sole24 in un commento non firmato del 12 aprile) stigmatizzano l’ipotesi della terza fascia come un’ope legis. Ma via: i ricercatori “professano” (dall’etimo latino pro+facio: colui che agisce in favore alla realizzazione culturale dell’individuo) cioè insegnano, come dei professori di ruolo, ovunque ormai, e da tanto. Di che si parla? Eppure, a questa soluzione ragionevole viene preferita un’altra, che astrattamente sembra più funzionale.
Bene ma è proprio il perseguire questa idea delle due fasce professorali che potrebbe portare il governo e il parlamento a prevedere, sotto la ragionevole pressione degli “arrabbiati”, concorsi riservati e sanatorie per favorire la promozione al ruolo di professore associato degli attuali ricercatori. Come al solito siamo di fronte all’abilità italiana di perseguire con costanza ed applicazione l’eterogenesi dei fini.
da Europa quotidiano 22.04.10

Decisi i tagli, il Veneto perde 1.600 cattedre

Dall’anno prossimo il Veneto avrà 1.633 cattedre (e probabilmente altrettanti insegnanti precari) in meno. La conferma arriva dall’Ufficio scolastico regionale ed è la diretta conseguenza della riforma dell’ordinamento. Due le due fasce colpite: saranno 902 le cattedre in meno alle superiori e 728 alle scuole elementari.

Una cifra precisa, arrivata dal ministero, sulla quale difficilmente si potrà contrattare, e messa ora direttamente nelle mani dell’Ufficio scolastico regionale, che si troverà perciò a dover gestire autonomamente 1.633 cattedre in meno per l’anno 2010/2011 con un picco preoccupante di riduzione per le scuole elementari, che perderanno 728 maestri (si passa da 18.095 a 17.367), e per le superiori, che avranno 902 professori in meno (da 15.729 a 14.827). «Effettivamente, i tagli sono stati messi interamente nelle nostre mani, la riduzione di organico è però l’esito diretto della riforma della scuola, la conseguenza funzionale dell’avvio dei nuovi ordinamenti delle superiori — spiega Carmela Palumbo, direttore dell’Ufficio scolastico regionale — il ministero ci ha comunicato i dati la scorsa settimana, in questi giorni li abbiamo analizzati e domani (ndr oggi) faremo un incontro preventivo con le associazioni sindacali per discuterli. Nel pomeriggio incontreremo anche i direttori degli Uffici scolastici provinciali. Le cifre sono quelle, ma i metodi di distribuzione dei tagli nelle province verranno comunque concertati. Numero massimo e numero minimo di alunni per classe rimarranno invece gli stessi».
Non importa dove, insomma, ma dovranno essere 1.633 i posti in meno e l’indicazione secca in arrivo da Roma già preoccupa non poco i sindacati. «Questi primi dati la dicono lunga sul futuro: il massacro sulle scuole primarie non è ancora terminato e l’effetto della riforma arriva ora alle superiori — commenta Salvatore Mazza della Cgil regionale — questo non è che il terzo passo della riforma e del piano triennale del ministero, che come esito finale sta avendo soltanto la svalutazione della scuola pubblica». D’accordo lo Snals regionale: «Solo alla partenza effettiva delle lezioni si vedrà l’effetto della riduzione da 36 a 32 ore settimanali negli istituti tecnici e professionali — dice il segretario degli autonomi Leopoldino Lago — nelle classi seconde, terze e quarte gli studenti neppure si accorgeranno, con le nuove ore da 60 minuti, ma per gli insegnanti sarà una stangata: arriveremo a girandole di cattedre e a docenti che perderanno il posto o dovranno dividersi tra più scuole
Corriere della Sera 22.04.10

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Milano, Scuola: 700 maestri in meno con duemila alunni in più I sindacati: sarà il collasso.

«Questo taglio nelle scuole elementari di Milano è il più pesante dal dopoguerra a oggi»: i sindacati non usano mezzi termini per descrivere la situazione. Tanto che quest’anno è già stato denominato annus horribilis per le primarie. Perché a parlare chiaro, dicono, questa volta sono proprio i numeri. Ed eccoli qui: sulla carta si parla di 476 insegnanti in meno, ma che in realtà saranno 706.
«Visto l’aumento di un centinaio di classi di tempo pieno a causa di quasi duemila alunni in più», spiega Attilio Paparazzo (Cgil). Il direttore scolastico regionale Giuseppe Colosio si dice invece tranquillo e spera «in una collaborazione di tutti per affrontare al meglio la riorganizzazione». Questi conti, comunque, «sono stati fatti in proporzione eMilano è al di sotto della media regionale sul rapporto insegnanti-studenti. E sono in base sull’organico di diritto e non di fatto, quindi si può sperare in qualche miglioramento».
Ma il sentimento dei sindacati è proprio l’opposto. «A noi, che avremmo diritto al 40 per cento dell’organico regionale, danno oltre il 60 per cento dei tagli lombardi. Si favoriscono altre province», sottolinea Rita Frigerio (Cisl). E intanto le scuole si stanno preparando. Per il prossimo anno scolastico dovranno essere formate 7.209 classi a tempo e 557 amodulo in 303 circoli didattici. Servono quindi 15.103 insegnanti, ma che in realtà dovrebbero essere 15.190 per le classi in ospedali e scuole speciali. Il ministero e l’Ufficio scolastico hanno già chiarito: ci saranno 14.484 posti. Non uno di più. «Questo significa che si taglieranno 3 docenti per istituto». Quando il 92 per cento dei genitori ha scelto il tempo pieno. «Così si disattendono le promesse fatte alle famiglie». E intanto la Cgil annuncia in ricorso al Tar, così come era stato fatto lo scorso anno. «Aspettiamo l’udienza il 13 maggio». Di tagli non vogliono neanche sentire parlare, ma se devono essere almeno siano «pensati in due tempi: adesso e a settembre». Però il provveditore Giuliana Pupazzoni ricorda che la «razionalizzazione in tre anni è voluta dall’articolo 64 della legge 133».

Dunque non si può fare nulla. Nemmeno davanti alle proteste. Giusto ieri un presidio, l’ennesimo, davanti al provveditorato di genitori e insegnanti di Retescuole «per la difesa della scuola statale». L’associazione ha fatto una raccolta firme. E oggi ci sarà un nuovo incontro durante il quale si discuterà di come distribuire i tagli negli istituti. Ma si parlerà anche degli altri ordini di scuola. Alle superiori di primo grado si parla di una riduzione, a livello regionale, di 407 insegnanti, mentre in quelle di secondo grado di 1.689. «Ma almeno alle superiori c’è stata una riduzione delle ore».
Corriere della Sera Milano 22.04.10

"Gelmini e la disunità dello Stivale", di Michele Ainis

Al suo rientro nella vita pubblica dopo la maternità (auguri), il ministro Gelmini ha battezzato la prima iniziativa per celebrare i 150 anni dell’Italia unita: la disunione dei docenti. Come? Con una legge sugli insegnanti regionali, che ammetta in graduatoria soltanto chi risiede in quel determinato territorio.
L’idea già discussa ieri da Marco Rossi-Doria su queste medesime colonne porta con sé un problema però, almeno per noi che a scuola abbiamo studiato un po’ di logica. Anzi, i problemi sono almeno tre. Primo: il ministro ha dichiarato che la nuova legge introdurrà la meritocrazia nel corpo docente; e allora che ci azzecca la carta d’identità? Semmai è vero il contrario, perché le graduatorie regionali sarebbero un imbuto, un ostacolo alla selezione dei migliori. Secondo: sempre il ministro si è sgolato mille volte contro il provincialismo degli atenei italiani, contro i concorsi locali che fin qui hanno permesso d’allevare professori che non respirano se non l’aria di casa. Sicché li ha poi sostituiti con un unico concorso nazionale, e ha fatto bene. Ma allora come si spiega questa schizofrenia legislativa? Se l’obiettivo è quello (sacrosanto) d’ancorare i docenti per un certo lasso temporale ai propri studenti, basta imitare l’università, dove quando vinci un concorso non puoi schiodarti prima di tre anni. Terzo: il federalismo, la nuova divinità cui rendiamo omaggio a giorni alterni, anche con sacrifici umani. Si dà il caso però che nella più antica nazione federale al mondo – gli Stati Uniti – con un’idea del genere ti prenderebbero a sassate, non foss’altro perché ogni americano cambia Stato in media quattro volte nella vita.

E c’è poi una questione di diritto, ammesso che in Italia la legalità sia una faccenda seria. O meglio c’è una questione di diritti, e dunque di legalità costituzionale. Non per dare i numeri, ma l’art. 3 della Costituzione sta ancora lì a dettare il principio d’eguaglianza. A sua volta l’art. 51 specifica il medesimo principio circa l’accesso ai pubblici uffici. L’art. 97 impone il reclutamento dei migliori nelle prove concorsuali, senza riguardo al loro indirizzo postale. Infine l’art. 4 pone l’obiettivo della piena occupazione: ma con una riforma così sarà difficile raggiungerlo non solo per i palermitani, anche per i genovesi, dato che la Liguria ha molti meno posti d’insegnante che la Lombardia.

Non basta? E allora leggiamo insieme l’art. 120: «La Regione non può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni, né limitare l’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale». Per comprenderne il significato non serve conoscere il diritto, è sufficiente capire l’italiano. Ma forse varrà la pena ricordare che nel 1947 i costituenti l’approvarono quasi senza discussione, tutti d’accordo nel porre un argine agli egoismi localistici, onde impedire – dissero Condorelli e Nobile – che in futuro il Veneto potesse vietare ai calabresi d’aprire uno studio medico, e che per ritorsione la Calabria chiudesse i suoi confini agli ingegneri veneti. I nostri padri fondatori avevano la vista lunga, non c’è che dire; anche se poi i costituzionalisti hanno giudicato superflua questa norma, perché la libertà di circolazione e di soggiorno viene già protetta dall’art. 16 della Carta Costituzionale.

C’è un modo per superare i vincoli giuridici che sbarrano il passo a quest’ultima trovata? Sì che c’è, cambiando la Costituzione. Bisognerà correggerne mezza dozzina di disposizioni, ma con un po’ di pazienza l’impresa può riuscire. Peccato tuttavia che il diritto comunitario, fin dal 1957, garantisca a propria volta la libera circolazione dei lavoratori. Brutta notizia per chi vuol dividere l’Italia; magari può provarci, ma non potrà dividerla dal resto d’Europa.
La Stampa 22.04.10

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Razzismo e obbedienza, la scuola è la linea del Piave
Comunque la vogliamo mettere questa uscita della Gelmini sulle graduatorie regionali per gli insegnanti della scuola statale sa di obbedienza alla Lega. Che da sempre se la prende con gli insegnanti meridionali rei di affollare le graduatorie, di non conoscere i dialetti locali e soprattutto, detto e non detto, di essere un po’ fannulloni. Questa scelta targata Gelmini, Bossi, Tremonti parte dalla materialità dei problemi ma è anche una misura che dà il senso dei progetti a lunga scadenza del berlusconismo e del leghismo

Ma questa volta il razzismo della Lega, che intercetta come sempre, i peggiori umori della gente diventa progetto di legge, presentato alla Camera dei deputati, a poche ore dal successo elettorale. E si badi bene alla Camera c’è già un disegno di legge della maggioranza che affronta gli stessi temi: reclutamento degli insegnanti, valutazione e così via. Aziendalismo da una parte (il disegno di legge Aprea secondo il quale il preside manager si sceglie i suoi insegnanti), impaurito localismo, respingimento dell’insegnante non autoctono dall’altra. Non c’è da stare allegri. Perché per una via o per l’altra il programma di smantellamento della scuola della repubblica va avanti. In più la Lega, sostenuta da Gelmini, ci aggiunge il carico da novanta dell’egoismo territoriale. Infatti, secondo il disegno di legge, le graduatorie, che da provinciali diventano regionali, sono aperte solo ai nativi e ai residenti, e i docenti diventano dipendenti delle regioni e non più dello Stato.

Tutto questo è anticostituzionale. Neanche l’attuazione delle modifiche al titolo quinto della Costituzione comporta il passaggio degli insegnanti alla dipendenza delle regioni e per di più non c’è principio costituzionale che impedisca ad alcuno di andare a cercare lavoro fuori regione, mentre d’altra parte direttive europee ribadiscono in più occasioni il diritto alla libera circolazione delle persone e dei servizi.

C’è da chiedersi : perché questo problema sorge adesso dopo decenni in cui in massa gli insegnanti meridionali trovavano lavoro al Nord? Anche da semplici laureati. Con tutta evidenza negli anni passati il lavoro nella scuola non era sufficientemente appetibile per i laureati del Nord che riuscivano a trovare lavori più competitivi e meglio pagati. Ora che la crisi morde va bene anche il lavoro nella scuola. Ma bisogna liberare le graduatorie dagli insegnanti meridionali che spesso si trovano ai primi posti. Vorrei sommessamente ricordare che le graduatorie sono ordinate secondo un punteggio di merito. E vorrei invitare la Gelmini, perché ogni pazienza ha un limite come diceva Totò, a non usare l’argomento che i titoli (lauree e abilitazioni alle professioni) al Sud si ottengono più facilmente e con voti più alti.

L’ideologia razzista della Lega parte, ora che le possibilità di lavoro, come di accesso ai servizi sociali si restringono, dall’obiettivo primario di difendere il “territorio”. Mai che venga in mente a loro signori da quando sono al governo , sia a Roma ladrona, sia nelle loro valli, di battersi per esempio contro la dissennata riduzione degli insegnanti o per corposi investimenti nelle politiche del welfare. Perché il nemico, secondo questa logica, non è il governo ma chi mangia ( o ruba) una fetta del tuo pane. E così cresce e si alimenta l’ideologia dell’intolleranza, della lotta al diverso, allo straniero, all’altro da sé.

Questa scelta targata Gelmini, Bossi, Tremonti parte dalla materialità dei problemi ma è anche una misura che dà il senso dei progetti a lunga scadenza del berlusconismo e del leghismo. Una sistematica distruzione dell’identità del nostro paese, condizione indispensabile per procedere ad una ricostruzione a loro immagine e somiglianza. Non basta riscrivere la storia, non basta ridurre drasticamente le cattedre. Non sono soddisfatti neanche della mattanza di precari che continua. È la scuola nella sua funzione di luogo di formazione alla cittadinanza lo scopo della loro azione. È qui che individuano, giustamente, il baluardo più forte in difesa dell’identità della Repubblica.

E’ la scuola la linea del Piave. Cedere su questo significherebbe far crollare una diga attraverso cui passerebbe di tutto. Non solo il pensiero unico berlusconiano, già dominante attraverso il sistema televisivo, ma la “cultura” leghista, il razzismo e la xenofobia, i particolarismi e gli egoismi, i ridicoli dialetti e le tradizioni posticce di un ascendente che è celtico solo nelle fantasie alcoliche dei dirigenti delle camicie verdi. Il mondo della scuola è chiamato ad uno sforzo straordinario, di portata storica. Reso ancor più gravoso da una necessità di supplenza, quasi, rispetto ad una opposizione che ne ha fatto sempre un tema da “addetti ai lavori”. E’ un tema politico troppo importante e decisivo non solo per gli insegnanti, ma per la tenuta civile del Paese, sul quale costruire un’opposizione forte e mobilitante , che superi frantumazioni, debolezze, incertezze. Perché la scuola è anche il più straordinario serbatoio di intelligenze, volontà, culture, che il paese abbia a disposizione. Non è affatto certo che la Gelmini varcherà la linea del Piave. La voglia di futuro, di nazione, di cultura, è ancora molto giovane. La scuola della repubblica si salverà.
da Aprileonline

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“Graduatorie regionali, la Gelmini apre alla Lega”, di Dedalus

Il ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini, appena rientrata al lavoro dopo il parto, si è affrettata a mettersi al passo con i tempi. Lungo la linea politica dell’asse Berlusconi-Bossi e sulla scia delle proposte del capo delegazione del Carroccio nella giunta regionale lombarda Davide Boni (proposte condivise sostanzialmente dallo stesso governatore lombardo Formigoni), la Gelmini in un convegno a Milano ha annunciato che ci saranno graduatorie regionali per gli insegnanti dal 2011, con vincolo di residenza. Il provvedimento in realtà si inquadra all’interno di un progetto più ambizioso che prevede anche un nuovo sistema di reclutamento dei docenti e meccanismi di carriera per gli stessi.

Un ddl dovrebbe prevedere facilitazioni, dal punto di vista dei punteggi, per chi deciderà di restare nella Regione di residenza, senza trasferimenti. Nella sostanza un modo per bloccare i trasferimenti, in particolare quelli dal Sud al Nord. Proprio come vuole la Lega.

Le dichiarazioni e i propositi della Gelmini, a quanto pare, riprendono in pieno la filosofia della Lega Nord in materia scolastica, le richieste avanzate da Davide Boni (“Pieni poteri alle Regioni per dare la precedenza agli insegnanti lombardi”) e soprattutto la proposta di legge presentata a livello nazionale da Paola Goisis, segretaria in Commissione Istruzione alla Camera e onorevole del Carroccio. Qual è nella sostanza il contenuto del disegno di legge Goisis? Albi regionali per i docenti con l’obbligo di residenza sul territorio per chi chiede l’iscrizione e l’impegno a non chiedere trasferimenti in caso di assunzione (che avviene attraverso una prova anch’essa su base regionale) per cinque anni. Nei concorsi a posto indeterminato poi dovrebbero avere più punteggio quegli insegnanti che dimostreranno di aver operato con continuità in una stessa regione per almeno tre anni. Questo naturalmente è solo un pezzo, il più piccolo, della proposta di legge Goisis. Il resto, più sostanzioso, prevede che tutta la gestione del personale scolastico (dal reclutamento al trattamento economico) passi alle Regioni. Albi regionali per i docenti, quindi per accedere ai quali è indispensabile non solo la laurea magistrale e l’abilitazione all’insegnamento ma anche la residenza nella regione. Concorsi su base regionale. Albi regionali anche per i presidi, naturalmente.

Il governatore Formigoni ha già chiesto al ministro Gelmini di poter sperimentare un nuovo modello di federalismo scolastico che si fonda su due principi: il reclutamento diretto dei docenti da parte delle scuole, sulla base appunto di albi regionali, e (naturalmente) la completa parità tra istituti statali e paritari con il potenziamento del buono scuola per le famiglie.

Ma torniamo all’aspetto relativo alle graduatorie regionali prospettate dalla Gelmini. In realtà su un punto analogo vi è già stato un pronunciamento negativo del Consiglio di Stato che ha rinviato alla Corte Costituzionale il caso di un insegnante di Verona che era stato collocato in coda nella graduatoria provinciale di Trento. Secondo il Consiglio di Stato questa decisione contrasta con gli art. 3 e 16 della Costituzione (principio di uguaglianza e libertà di circolazione) e spetta ora alla Consulta decidere della costituzionalità della legge provinciale trentina che ha introdotto questa possibilità. Ora l’idea di graduatorie regionali – se applicata rigidamente, nel senso di graduatorie riservate solo ai residenti (e perché addirittura non ai nativi? aggiungiamo noi) – cozzerebbe senz’altro contro la Costituzione e contro le direttive comunitarie sulla libera circolazione delle professioni.

La giustificazione “nobile” di questo provvedimento (quella meno nobile e discriminatoria è di impedire agli insegnanti meridionali di approdare nelle regioni del Nord) è di voler garantire in questo modo la continuità didattica.

Su questo punto non possiamo che essere d’accordo. Da tempo sosteniamo che la continuità didattica è un valore fondamentale troppo spesso non tenuto in sufficiente considerazione. Troppo spesso si dimentica che la finalità della scuola è l’istruzione, il successo formativo degli alunni, e che tutto il resto viene di conseguenza e deve essere piegato a questo scopo, compresi gli interessi legittimi dei docenti. Ma la continuità didattica non si garantisce costruendo steccati tra Nord e Sud. Vale anche all’interno della stessa regione o provincia o addirittura comune. Se un insegnante residente a Lodi (30 km da Milano) che ha ottenuto un posto a Milano dopo un anno o due si trasferisce nel paese di residenza, la continuità didattica salta comunque. E addirittura se questo avviene all’interno dello stesso comune.

Allora sgombriamo il campo dagli aspetti localistici, discriminatori e palesemente anticostituzionali di questa faccenda. Se il problema di fondo è garantire la continuità dell’insegnamento – e quindi, ipso facto, la stabilità dell’insegnante – nella classe, in quella determinata scuola, allora basta un provvedimento molto semplice. Basta stabilire il principio che chi è assunto in una scuola debba restarci per un certo lasso di tempo, ad esempio 5 anni. E, in conformità con le direttive della UE sulla libera circolazione, mantenere concorsi pubblici aperti a tutti, non importa se regionali.
Tutto il resto è propaganda. Figlia di un malinteso federalismo, senz’anima e senza solidarietà.

ScuolaOggi 22.094.10

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“Prof e buoi dei paesi tuoi”, di Fiorella Farinelli

Insegnanti regionali doc, e test di dialetto per prendere la cattedra. La Lega si scatena sulla scuola, anche Gelmini annuncia graduatorie regionali. Eppure sono le scuole del Nord, piene di insegnanti che vengono dal Sud, le migliori nei test internazionali. E i numeri sui trasferimenti smentiscono gli allarmi. Lauree e abilitazioni non bastano, secondo la Lega, per fare l’insegnante. Ci vogliono altri due requisiti. Il primo è una residenza di almeno cinque anni nella regione in cui si chiede di insegnare. Il secondo è aver superato un esame di cultura, tradizioni, dialetto locale che dovrebbero essere le singole regioni a definire e gestire. Tutto ciò in un disegno di legge depositato lo scorso 30 marzo a firma dell’on. Paola Goisis, segretaria della commissione istruzione e cultura della camera, già insegnante di lettere e storia in quel di Padova. Ancorché livornese di nascita. Se tale peccato originale – Livorno non è proprio profondo Sud, ma certo non è la Padania santissima – abbia influito negativamente su qualità e risultati della sua esperienza professionale, l’onorevole non lo dice. Anche se per Davide Boni, capogruppo della Lega nel Consiglio regionale lombardo, non c’è da dubitare dei guasti – culturali, identitari, nutrizionali ? – inflitti a studenti e famiglie dal fatto che nelle scuole del Nord approdino continuamente insegnanti “che non sanno neanche cos’è la polenta”.

Ma è una cosa seria, questo disegno di legge (di cui si dice che potrebbe essere iscritto entro l’estate all’ordine del giorno), o questa idea che anche gli insegnanti, come le mogli e i buoi, debbano essere dei paesi tuoi è così insensata e inattuabile che non vale la pena parlarne? Contraria al dettato costituzionale, intanto, lo è di certo. Se l’amministrazione pubblica può, a parità di merito, decidere di dare priorità nelle assunzioni a chi è residente, per nessuna ragione invece può fare in modo che in Lombardia un siciliano con più titoli culturali e professionali venga scavalcato da un bergamasco che ne abbia di meno. Ma non ci si può fermare a questo. Ci sono anche altri motivi di discussione. Il primo è che già lo scorso luglio Goisis si era applicata, e con qualche successo, a far deragliare il disegno di legge sul governo delle istituzioni scolastiche e sullo stato giuridico del personale docente di Valentina Aprea, presidente Pdl della stessa commissione parlamentare. Guarda caso dopo che, sia pure in modo non proprio univoco e comunque limitato a una sola parte della proposta, si era intravista la possibilità di arrivare a qualche mediazione bipartisan. Essenziale a farla andare avanti, visto che il testo Aprea, in cui sono peraltro già contemplati per gli insegnanti albi regionali e assunzione diretta da parte delle scuole, è fermo da così tanto tempo (non c’è gran sintonia, è noto, tra l’ex sottosegretaria di Letizia Moratti e la ministra Gelmini) che i suoi sostenitori cominciano a perdersi d’animo. Ma allora Goisis non era andata oltre un test di “dialetto “ come condizione dell’ immissione in ruolo: così grottesco (quanti sono, e quanto diversi da una valle all’altra, i dialetti locali in Lombardia?) che perfino Maria Stella Gelmini si era potuta permettere di prenderne garbatamente le distanze. Oggi però, col trionfo leghista, il gioco si è fatto più duro. Il nuovo ddl, forzando i tempi del passaggio alle regioni della gestione del personale scolastico, contraddice apertamente la progressività e la cautela dell’intesa tecnica stipulata recentemente tra stato e regioni sull’attuazione del Titolo V. E alle regioni affida, in nome del federalismo, non solo la titolarità della contrattazione collettiva integrativa ma anche il ruolo strategico del reclutamento, finora di competenza esclusiva dello stato. Categoria “statale” per eccellenza , gli insegnanti vengono così quasi completamente “regionalizzati”. In un sol colpo, in sintesi, si materializzano i classici due piccioni . Da un lato una pesante ipoteca sul disegno Aprea, connotato del resto più da un’adesione alle suggestioni lombarde della sussidiarietà targata Compagnia delle opere che al duro regionalismo leghista di tipo veneto. Dall’altro la possibilità di riaprire i giochi, a proposito del Titolo V, rendendo più complicato , in una Conferenza stato-regioni uscita modificata dai risultati elettorali, il passaggio dall’accordo tecnico a quello politico. Piatto ricco, insomma, dall’esito incerto, ma da non sottovalutare.

C’è però forse qualcosa d’altro, di più concreto e stringente, dietro l’esasperato localismo del testo Goisis e le infuocate espressioni di ostilità di chi lo sostiene all’emigrazione intellettuale da Sud a Nord. Che nelle scuole del Nord ci sia un buon numero di insegnanti che vengono da altre aree del paese non è affatto una novità, fin dai primi anni settanta. Attualmente sono il 19,8%, solo 1 su 5, ma in Lombardia gli insegnanti nati nelle regioni meridionali sono il 31% (e un altro 9% viene da quelle del Centro). Sebbene i leghisti strepitino contro la vera o presunta maggiore facilità con cui sotto il Garigliano si ottengono diplomi, lauree, idoneità, iscrizioni agli ordini (e qualcosa di vero deve pur esserci, a vedere il curricolo dell’avvocato bresciano Gelmini Maria Stella), non pare proprio che da questa presenza aliena siano derivate particolari difficoltà , o specifiche disfunzioni. Sono notoriamente le scuole del Nord – dicono indagini internazionali e nazionali – quelle che assicurano i migliori risultati in termini di apprendimento.

E non regge alla prova dei numeri neppure il martellante argomento della discontinuità didattica che deriverebbe dalla cattiva abitudine degli insegnanti di provenienza meridionale di tornare precipitosamente al paesello subito dopo aver acciuffato un’immissione in ruolo in terra veneta o lombarda. L’anno scorso, documenta la Fondazione Agnelli, sulle circa 120.000 domande di trasferimento solo 8.000 erano da una regione all’altra e di queste solo 3.000 da Nord a Sud. Ma quel che conta è che alla fine, dei 72.000 effettivamente trasferiti, siano stati solo 692 gli insegnanti che dalle scuole del Nord Ovest e del Nord Est si sono spostati in quelle meridionali. E neppure si può dare per scontato che in tutti i casi si tratti effettivamente di rientri. Questo tipo di migrazione intellettuale ha, del resto, delle ragioni specifiche, e ampiamente note. Nel mercato del lavoro del Nord l’insegnamento ha sempre visto la concorrenza di altre professioni, in particolare per i laureati in materie scientifiche e tecnologiche, come indicano le tante graduatorie provinciali esaurite o in via di esaurimento e perfino, qua e là, gli incarichi affidati a neolaureati senza alcun titolo professionale. E’ per questo e per altri motivi che il mercato del lavoro scolastico in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia Romagna è stato sempre più dinamico e ricco di opportunità che in altre aree del paese. Maggiore lo sviluppo delle scuole materne statali e comunali. Più diffuso nel primo ciclo il tempo pieno e altre tipologie di prolungamento orario. Più numerosi gli istituti tecnici e professionali con orari più lunghi, più discipline, e quindi più personale anche di tipo tecnico rispetto ai licei. E’ ancora la Fondazione Agnelli a calcolare che per un insegnante precario spostarsi al Nord significa accorciare l’attesa dell’immissione in ruolo di almeno due-tre anni. Anche oggi ? Certo, anche oggi, e per motivi che hanno a che fare soprattutto con altri tipi di migrazione.

Tra il 2007-2008 e il 2008-2009, nel sistema scolastico pubblico italiano c’è stata una diminuzione di circa 12.000 studenti. Ma è stato il Sud, dove il calo demografico non è compensato dalla presenza crescente dei figli degli immigrati, a perderne ben 52.000, mentre nel Nord il segno è positivo: più 18.500 nel Nord Ovest, più 19.500 nel Nord Est (e più 2.500 nel Centro). Così in Lombardia nelle graduatorie provinciali degli insegnanti precari gli iscritti non residenti sono il 44%, in Emilia Romagna il 42,5%, in Piemonte il 35%. L’on. Goisis e i suoi vorrebbero ricacciarli come barbari fuori dalle mura, anche a rischio di dover imbarcare insegnanti con titoli culturali e professionali più deboli. O almeno vorrebbero, come dichiara il governatore Cota che ha forse sentito dire che per certe discipline possono esserci liste insufficienti , dare priorità nell’assunzione in ruolo ai “regolari”, cioè ai regolarmente residenti da cinque anni. In singolare analogia con quel che ritengono si debba fare, in tempi di calo dell’occupazione, con i lavoratori stranieri immigrati. Dietro tutto ciò non c’è solo il territorio ridotto a fortino, la cittadinanza a certificato di residenza, la cultura a un impasto tra tradizioni locali e dialetti. Ci sono anche gli effetti di una crisi lunga e ostinata che può fare il miracolo. Può cioè far diventare più desiderabile anche un lavoro modestamente retribuito, ma a tempo indeterminato se di ruolo, come quello dell’insegnante. Anche tipico di quella fannullaggine statale così indigesta al di sopra del Po. E c’è forse anche la percezione dei guai occupazionali che si stanno determinando per effetto dei tagli che il governo di centrodestra, il loro governo, il loro Tremonti, impone alla scuola pubblica. Con tutto quello che può derivarne quando a perdere posto – e a perdere le speranze – siano anche insegnanti, di ruolo e precari, del Nord. Come succede sempre più spesso delle proposte leghiste, anche le più bizzarre e inattendibili, non si può più solo ridere.
www.sbilanciamoci.info

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“Graduatorie regionali per i prof. Demagogia codarda”, di Fabio Luppino

Sostenere oggi le graduatorie regionali per i docenti della scuola è solo demagogia gratuita e anche un po’ codarda. L’idea leghista ha un retroterra razzista. Ma, guarda un po’, se ne parla con convinzione solo ora. Serve a tenere alto il fuoco della pura Padania contro tutti,ma senza fondamento. Grave è l’apertura del ministro ad una soluzione che cozza contro una recente sentenza del Consiglio di Stato, la Costituzione italiana ed europea e qualche mezza dozzina di trattati internazionali. Coni colpi di accetta inferti dal governo all’occupazione nella scuola le graduatorie regionali sono un’altra inutile provocazione. Dal prossimo anno gli elenchi degli aventi diritto ad incarico saranno quasi inservibili. Proporli su base locale significa semplicemente fare la fotografia dell’esistente. Non si muoverà più nessuno perché non ci sono più posti (a meno che non si voglia cacciare chi già c’è, ma non è residente al Nord). La presunta aspirazione di docenti del Sud a spostarsi a Nord non ha più ragione di essere. Il panorama dell’anno scolastico 2010-2011 è semplice: 25.600 professori senza lavoro e migliaia di perdenti posto (coloro che rimarranno titolari di cattedra ma che non avranno più le 18 ore nella stessa scuola e che progressivamente potrebbero diventare soprannumerari e successivamente titolari senza orario, dopo due anni anche loro licenziabili). L’esito finale dei tagli sull’orario nelle superiori, per tutte e cinque le classi a regime nel 2011-2012. L’aspetto avvilente della proposta leghista a cui fa sponda il ministro sta nel sovvertimento storico che essa sottende. Lo spostamento dei docenti da Sud a Nord è sempre stata una necessità del Nord. I laureati e abilitati per decine di anni sopra Bologna sono sempre stati innumero insufficiente a coprire il fabbisogno della scuola. È strano come ad autorevoli commentatori, anche di estrazione meridionale, ieri questo particolare sia sfuggito. La Lega si è ben guardata quindici anni fa dal fare una proposta del genere. Non era praticabile. È vero anche che questo spiega quale sia il retroterra socio culturale leghista: una percentuale più bassa di cittadini istruiti. La demagogia attecchisce qui, così come i richiami a martello sulla sicurezza, l’aggressione dell’immigrazione (anche qui con un rovesciamento dell’ordine dei fattori: senza manodopera immigrata il favoloso boom del nordest non ci sarebbe mai stato). Con un’architrave politico culturale che è la difesa del dio denaro a tutti i costi e del proprio giardino adeguatamente staccionato: andate a Ponte di Legno e toccherete con mano la materializzazione dell’ideologia leghista. Quindi, le graduatorie su base regionale sono fuoco demagogico che si somma ad altrettanto sconsiderato fuoco. Quel populismo che lacera il tessuto civile.
L’Unità 22.04.10