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Governo battuto sul ddl lavoro

Governo battuto in commissione Lavoro della Camera: l’unico emendamento presentato dall’esecutivo al ddl lavoro, rinviato alle Camere dal Capo dello Stato, e relativo all’articolo 20 sulla esposizione all’amianto dei lavoratori a bordo delle navi di Stato, è stato infatti respinto.
Via libera anche della commissione Lavoro della Camera al pacchetto di emendamenti presentati da Giuliano Cazzola, relatore del ddl lavoro (il provvedimento rinviato alle Camere dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano) e una proposta presentata dalla Lega. In particolare le proposte di modifica puntano a andare nella direzione indicata dal Capo dello Stato.

Queste le modifiche che hanno ottenuto il via libera:

NO PER LICENZIAMENTO. La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla risoluzione del contratto di lavoro e davanti alle commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.

ARBITRATO DI EQUITÀ. Sarà possibile «nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento» e, questo il paletto in più che introduce la versione Cazzola: «dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari».

SOLO SE TERMINATO PERIODO PROVA. La clausola compromissoria può essere pattuita e sottoscritta concluso il periodo di prova, ove previsto, ovvero trascorsi 30 giorni dalla stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi. La commisisone ha approvato l’emendamento di Massimiliano Fedriga (Lega) che, rispetto alla versione di Cazzola, puntava a individuare una qualche tutela anche per i precari che generalmente non hanno nei loro contratti periodi di prova.

RESTA SALVO APPELLO AL TRIBUNALE. Per quanto riguarda le controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale irrituale, si potrà ricorrere al Tribunale che decide in unico grado. Il ricorso è depositato entro il termine di trenta giorni dalla notificazione del lodo. Trascorso tale termine, o se le parti hanno comunque dichiarato per iscritto di accettare la decisione arbitrale, ovvero se il ricorso è stato respinto dal Tribunale, il lodo è depositato nella cancelleria del Tribunale nella cui circoscrizione è la sede dell’arbitrato. Il giudice, su istanza della parte interessata, accertata la regolarità formale del lodo arbitrale, lo dichiara esecutivo con decreto.
L’Unità 22.04.10

"Scommessa su un'Italia nuova", di Mario Deaglio

Attorno all’auto si intrecciano e si aggrovigliano oggi tre discorsi diversi. Il primo è quello globale, che vede il mercato dell’auto ansimare dei paesi avanzati e crescere vorticosamente nei paesi emergenti, con auto più piccole e molto meno costose. Per soddisfarli entrambi, e quindi per tener conto congiuntamente delle esigenze della sicurezza, dell’ambiente e di bassi prezzi di vendita, è necessario investire molto e produrre in grandi quantità veicoli con le medesime caratteristiche di base (le cosiddette “piattaforme”).
Per il futuro ci si deve quindi attendere un grande mercato globale con pochissimi produttori per i quali la soglia di sopravvivenza è stimata in 6-7 milioni di veicoli l’anno. Di qui ha origine la corsa delle società produttrici a fusioni e accordi. La Fiat – recentemente alla ribalta per l’acquisizione di una quota dell’americana Chrysler – non è certo la sola a cercare di crearsi una base globale: per limitarsi a notizie recenti, occorre citare l’intesa di Renault-Nissan con la tedesca Daimler per un’accresciuta cooperazione tecnica. E General Motors vende ormai più auto in Cina che negli Stati Uniti, mentre il dinamismo delle vendite della Fiat in Brasile fa fortunatamente da contrappunto alla debolezza della domanda automobilistica europea.

Il secondo discorso sull’auto, va decisamente a scontrarsi con questa visione globale e guarda invece ai luoghi di produzione in lista di possibile chiusura, ai posti di lavoro inaspettatamente diventati a rischio non solo nelle fabbriche ma anche negli uffici e tra i fornitori. Tutti gli accordi che le imprese considerano positivi sulla via della sopravvivenza nel mercato globale, ai cancelli degli stabilimenti sono guardati con intensa preoccupazione come possibili minacce di imminente cessazione dell’attività.

Ogni grande impresa automobilistica ha i suoi Termini Imerese; che possono chiamarsi Flins e Melun rispettivamente per Renault e Peugeot, oppure Anversa per la General Motors e l’elenco potrebbe continuare. Da un punto di vista tecnico-economico, queste chiusure, già effettuate o possibili, sono la contropartita dei progetti mondiali: è difficile realizzare i secondi senza procedere alle prime. Le imprese dell’auto sono quindi tirate da due parti: per finanziarle il mercato richiede piani credibili di sopravvivenza ed espansione (due obiettivi che, in tempi lunghi, si fondono perché chi non si espande non sopravviverà) mentre il territorio, sul quale, di regola, le imprese dell’auto sono fortemente radicate, richiede assicurazioni per il mantenimento dell’attuale livello di attività.

Le cifre del piano Fiat possono essere intese come un tentativo di soluzione che cerca di tener conto contemporaneamente delle compatibilità del mercato e delle esigenze del territorio. Al di là di quanto possibile a livello aziendale, è necessario l’intervento pubblico ed è questo il terzo discorso sull’auto: tale intervento è necessario nella forma di programmi assai più che di finanziamenti che devono riguardare separatamente il futuro dei lavoratori in eccesso e il futuro delle imprese impegnate in questa trasformazione. L’istanza di mantenere i posti di lavoro attuali come sono e dove sono appare in ogni caso destinata al breve periodo.

Si tratta di problemi scomodi che nessun governo è entusiasta di affrontare. Anche in Italia è sicuramente mancata a livello politico una discussione sull’industria dell’auto (e sull’industria in generale) che andasse al di là dei discorsi di piccolo cabotaggio dei bonus e del “salvataggio” immediato dei posti di lavoro e si estendesse alle nuove tecnologie del settore e alle loro ricadute occupazionali (naturalmente se l’auto continuerà a essere una struttura portante del sistema industriale italiano). Al contrario, almeno in Francia e negli Stati Uniti, questi discorsi sono stati concretamente impostati e in entrambi i paesi è stato di fatto varato una sorta di piano nazionale dell’auto.

Mentre le regole chiamano in causa i governi, le risorse per l’auto globale, a lungo andare, devono venire in prevalenza dal mercato finanziario globale. E il discorso del mercato globale – che la Fiat ha affrontato ieri con la presentazione dei suoi programmi fino al 2014 – implica quasi sempre la divaricazione delle strade dei vari rami di attività che oggi convivono all’interno dei grandi gruppi automobilistici ove questi non siano strettamente integrati da un punto di vista tecnologico. La separazione di Fiat Industrial dalle attività automobilistiche non significa inizialmente una variazione nella proprietà ma appare sicuramente come il riconoscimento di esigenze finanziarie diverse e di futuri tecnologicamente separati.

Il piano Fiat pone il paese di fronte a un’ipotesi di realtà futura. Per questo motivo potrebbe risultare il primo contributo alla messa a punto della nuova Italia economica che emergerà dalla crisi attuale, un problema per il quale sulla scena politica ben pochi sembrano avere tempo ed energie da spendere. C’è da augurarsi che si tratti di un primo passo, nell’ambito di una dialettica costruttiva, per la presa di coscienza dal parte del Paese della realtà sgradita ma inevitabile di un’economia mondiale nella quale, volenti o nolenti, dobbiamo nuotare per restare a galla.
La Stampa 22.04.10

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Obiettivo 6 milioni di auto, raddoppio in Italia

Il progetto prevede, in Europa, il lancio di 34 nuovi modelli (13 made in Usa) e il restyling di altri 17. L´aumento dei veicoli realizzati legato al lavoro su tre turni per sei giorni. Sergio Marchionne alza l´asticella. Presenta un piano al di là di ogni prevedibile ambizione: nel 2014 il Lingotto produrrà in Italia 1,4 milioni di automobili (oltre a 250 mila veicoli commerciali). Di queste, un milione sarà destinato all´esportazione e tra le auto esportate, 300 mila verranno vendute negli Usa. In tutto la Fiat prevede di realizzare tra cinque anni 3 milioni di auto ai quali vanno aggiunti 800 mila tra veicoli commerciali e jeep. A questi si sommano 2,2 milioni di auto prodotte da Chrysler per un gruppo che nel 2014 dovrebbe produrre e vendere complessivamente 6 milioni di auto all´anno. Che cosa penseranno i concorrenti di questi obiettivi?: «Certamente moriranno dalle risate – risponde Marchionne – e poi sarà il mercato a fargli cambiare idea».
Naturalmente questo piano ha un prezzo: «Chiediamo ai sindacati italiani di rendersi conto della grande opportunità che offriamo e del fatto che è necessario avere una forza lavoro più flessibile per arrivare alla saturazione degli impianti». Se i sindacati non saranno d´accordo?: «Ho un piano B – dice l´ad del Lingotto – e non è dei migliori». Perché quel piano prevederebbe «di prendere la baracca produttiva e impiantarla altrove».
Il progetto prevede, in Europa, il lancio di 34 nuovi modelli e il restyling di altri 17. Dei modelli nuovi commercializzati nel vecchio continente, 13 saranno prodotti negli Usa. Nei quattro stabilimenti italiani è prevista una produzione più che raddoppiata (dalle 650 mila auto di oggi a un milione e 400 mila). Molto forti dovranno essere le sinergie. Secondo Harald Wester, nel 2014 si arriverà a una gamma di 38 modelli realizzati su cinque sole piattaforme per un totale di 800.000 auto prodotte a piattaforma, poco meno del milione che negli anni scorsi Marchionne aveva indicato come obiettivo.
L´aumento della produzione italiana è legato allo svolgimento di tre turni di lavoro per sei giorni lavorativi. Rispetto alle previsioni si confermano le indiscrezioni sulla produzione di Pomigliano (250 mila nuove Punto), mentre a Cassino si dovrebbero sfiorare le 350 mila auto all´anno (100 mila in più del previsto) e a Melfi le 400 mila (30 mila in più). La vera novità del piano è la produzione di Mirafiori che dovrebbe salire a 270 mila auto all´anno (150 mila in più delle previsioni). Come riuscirà Marchionne a realizzare l´obiettivo nello stabilimento torinese? «Mirafiori – risponde l´ad – sarà molto, molto Alfa». Confermata invece la chiusura di Termini Imerese e i 1.000 prepensionamenti a Pomigliano e Cassino, per un totale di 2.500 persone in meno negli organici.
In serata, dopo l´illustrazione agli analisti, Marchionne incontra i sindacati. Registrando apprezzamenti e qualche perplessità. La Cgil (Camusso) e la Fiom (Masini) apprezzano «il fatto che il piano compia un significativo passo avanti rispetto a quello presentato a dicembre, come dimostra il raddoppio della produzione italiana». Ma non gradiscono «l´ultimatum implicito nella minaccia di un piano B» (Camusso) e pur «disponibili ad ogni confronto» prevedono che quella sulla flessibilità sarà «una discussione complicata» (Masini). Per il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, «il piano può aprire una nuova stagione di relazioni industriali». «Dobbiamo cogliere la sfida lanciata da Marchionne – dice il segretario della Uilm, Rocco Palombella – perché il piano è in grado di risolvere i problemi occupazionali». Tutti i sindacalisti si rammaricano per l´ennesimo annuncio sulla chiusura dello stabilimento di Termini Imerese.
Solo nei prossimi giorni, quando si saranno svolti gli incontri tra azienda e sindacati a livello di stabilimento, sarà possibile capire quale sarà la distribuzione delle nuove produzioni nelle fabbriche italiane del gruppo. Lo stesso Marchionne ha avvisato che «si tratta naturalmente di previsioni» e che «l´ultima parola spetterà, come sempre, al mercato». Se la richiesta del mercato sarà molto alta, dice l´ad del Lingotto, «possiamo anche assumere». Poi però precisa subito che per capire se e quando questo avverrà «sarà necessario un percorso abbastanza lungo».

La Repubblica 22.04.10

"25 aprile, nell´Anpi boom di partigiani junior", di Maria Cristina Carratu

Più che mai rinvigorita. L´Anpi, l´associazione dei partigiani, fa un bilancio alla vigilia del 25 aprile, dal quale risulta che ha raggiunto 110 mila iscritti, nel 2009. Un boom mai visto. Ma soprattutto, dovuto alle nuove leve di «ragazzi partigiani», giovani e perfino giovanissimi che di guerra e Resistenza hanno solo sentito parlare, ma convinti di poter contribuire lo stesso alla causa per cui i partigiani doc lottarono e morirono: la democrazia e la Costituzione.
Un 25 aprile in cui non mancano le polemiche. A Mogliano, in provincia di Treviso non si suonerà “Bella ciao”. Anche se il sindaco leghista, Giovanni Azzolini nega: «Nessun problema a far suonare ´Bella ciao´ alla banda comunale, se i partigiani lo chiedono», meglio, però, la ‘Canzone del Piave´, «che celebra il fiume sacro alla patria». Azzolini ricorda di «essere iscritto all´Anpi», non vuole sentire parlare di veti e davanti alle tv locali e sul web canta “Bella ciao” e parla di «fraintendimento». Tuttavia, ritiene che l´inno al Piave è più adatto, «tanto più che proprio da Mogliano la Terza Armata partì per riconquistare l´Italia». Protesta l´Anpi, ricordando che ‘Bella Ciao´ è «canzone di tutti».
I partigiani snocciolano i numeri: a controbilanciare il 10% di iscritti, ovviamente in calo, di partigiani storici e di ‘patrioti´ delle Sap e delle Gap (le Squadre e i Gruppi di Azione Patriottica), uomini e donne che hanno doppiato da un pezzo gli 80 anni, c´è ormai un altro 10% di ‘juniores´ fra i 18 e i 30 anni, mentre il grosso degli iscritti (60-65%) appartiene alla fascia, ampiamente «postbellica», di 35-65enni. Una vera rivoluzione, anagrafica e culturale, resa possibile dal nuovo statuto che dal 2006 ha aperto le porte dell´Anpi a chiunque dichiari e sottoscriva di essere «antifascista». Nel giro di tre anni si è passati così da 83 a 110 mila iscritti, con un più 27 mila che, confrontato con il calo costante degli anni pre-riforma (dai 75 mila iscritti del 2000 se ne stavano perdendo centinaia l´anno), ha riportato l´entusiasmo nei comitati di tutta Italia.
Ma guai a pensare che la modifica dello statuto sia stata un escamotage anti-età: «Noi abbiamo combattuto per valori che tutti gli uomini hanno dentro, e che spetta a tutti difendere, in qualunque epoca» sostiene Silvano Sarti, 84enne protagonista della Resistenza fiorentina e presidente dell´Anpi di Firenze. Dove, nelle due sezioni più grandi della provincia, i giovani di 18-35 anni sono passati in tre anni da zero a 342, i 35-60enni sono più di due terzi degli iscritti, e a capo di un´altra è stato da poco eletto il segretario più giovane d´Italia: «Chi si associa all´Anpi» spiega Sarti «semplicemente ama la Costituzione e vuole difenderla. E chi deve scendere per primo in piazza se non dei giovani con le gambe buone?». E che non si tratti solo di numeri, lo dimostra, spiega il vicepresidente dell´Anpi nazionale Armando Cossutta, quel che avviene nelle sezioni e nei comitati provinciali: «Pieni di gente di ogni classe sociale, di ogni professione, di ogni età, felici di avere uno spazio che i partiti non offrono più: limpido, pulito, senza arrivismi». La «nuova giovinezza» dell´Anpi «sembra figlia anche della crisi della politica». E il sindaco di Firenze Matteo Renzi ha invitato l´intera giunta a iscriversi all´Anpi, con lui in prima fila.
La Repubblica 22.04.10

Caccia, grazie al PD sventata la deregulation. Spaccatura tra PDL e Lega

I calendari venatori saranno prorogabili solo di 10 giorni e con l’ok dell’ISPRA. Lega vota contro assieme a una parte del PDL. Bianchi: “Ci siamo sempre opposti a uno strappo che avrebbe messo l’uno contro l’altro cacciatori, ambientalisti e agricoltori, esposto le regioni a contenziosi continui e l’Italia a procedure di infrazione europee”. Grazie alla nostra ferma opposizione, al lavoro costruttivo delle associazioni ambientaliste e venatorie e al contributo di parte della maggioranza è stata finalmente sventata la deregulation sulla caccia. Il testo del sub emendamento approvato oggi prevede che le regioni possano prorogare la chiusura della caccia, ma di soli 10 giorni fino al 10 febbraio e previo parere vincolante dell’Ispra. Per Stella Bianchi responsabile ambiente della segreteria
nazionale del Pd è un bel giorno: “Finalmente l’aula della Camera ha posto fine al tentativo irresponsabile della destra di togliere regole certe alla caccia, un tentativo durato per mesi, incurante della tutela della fauna e della protezione dell’ambiente. Il Pd si è sempre opposto a uno strappo che avrebbe messo l’uno contro l’altro cacciatori, ambientalisti e agricoltori ed esposto le regioni a contenziosi continui e il paese a procedure di infrazione europee. Oggi abbiamo ottenuto un risultato importante grazie anche all’azione determinata di moltissime
associazioni ambientaliste che con grande impegno e coerenza hanno fatto sentire la loro voce, anche con un presidio davanti a Montecitorio in questi giorni. E una volta di più si sono viste le contraddizioni della destra al governo, che non riesce ad esprimere un’unica posizione. Messa da parte questa deriva pericolosa, iniziamo ora un lavoro costruttivo per affrontare problemiveri come quelli dei danni prodotti all’agricoltura.”
Già perché il voto ha scompaginato gli schieramenti: parte del Pdl e Pd hanno votato a favore, parte dello stesso PDL,la Lega e l’Idv contro. “Nella maggioranza è stata sconfitta l’ala oltranzista che vorrebbe la caccia senza limiti, e per questo c’è stata una spaccatura sia dentro il Pdl che tra Pdl e Lega”. Lo dice il senatore Roberto Della Seta, capogruppo del Pd nella Commissione Ambiente.

Dario Franceschini, presidente dei deputati Pd è convinto che oggi “ha vinto il buon senso del parlamento che ha bloccato, per la terza volta, la liberalizzazione del calendario venatorio dentro la legge comunitaria. Il Pd ha lavorato per arrivare ad buon punto di mediazione e tuttavia non possiamo non sottolineare che nella maggioranza esistono almeno tre diverse posizioni e ancora dopo il voto non c’è dato di conoscere il parere del governo che sul tema ha evitato di pronunciarsi. Ci auguriamo che i tentativi di forzature sul calendario venatorio siano definitivamente terminati e si possa ricominciare a discutere con serenità su questa materia, a partire da temi concreti come quelli relativi ai danni all’agricoltura”.

Cosa prevede l’emendamento. Lo spiega il capogruppo del Pd nella commissione agricoltura della Camera, Nicodemo Oliverio: “Il nuovo articolo 43 approvato oggi a Montecitorio segna un importante successo del Pd e dimostra la spaccatura interna alla maggioranza. La stagione venatoria non potrà essere prolungata sine die: le singole regioni potranno posticiparne il termine di conclusione per alcune specie e comunque entro la prima decade di febbraio. Davanti alla rigidità con cui il governo e la maggioranza si sono inizialmente presentati in aula – prosegue Oliverio – consideriamo questo risultato una vittoria importante del parlamento e dell’opposizione che si è battuta con responsabilità a difesa del delicato equilibrio sancito dalla legge sulla caccia del 1992”.

www.partitodemocratico.it

"Sui soldi alle scuole della Regione ci sarà la moltiplicazione dei pani e dei pesci?"

L’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD in commissione Scuola alla Camera, interviene sulle presunte “ulteriori risorse” alle scuole dell’Emilia Romagna, annunciate in questi giorni dal ministero. “Purtroppo non c’è un euro in più rispetto a quanto già dovuto e previsto, ci sono invece molti milioni in meno di quelli necessari”.
“È stato annunciato dall’Ufficio scolastico regionale – e ripreso dalla stampa – lo stanziamento di ‘ulteriori risorse’ per le scuole della Regione Emilia Romagna – commenta Manuela Ghizzoni, capogruppo del PD in commissione Scuola alla Camera – ma in realtà non c’è nessuno stanziamento aggiuntivo. Si tratta dell’erogazione della seconda tranche di risorse già assegnate al budget annuale delle scuole”.
“A giocare sulle parole si rischia di ingannare le persone: le presunte ‘ulteriori risorse’ non esistono perché non c’è un euro in più semmai dobbiamo registrare finanziamenti decurtati, come attesta il taglio di 126 milioni euro operato dalla Finanziaria sui fondi destinati alle spese delle scuole per il personale – spiega la parlamentare democratica – Peraltro, a meno che al Ministero dell’istruzione non siano in grado di moltiplicare miracolosamente i pani e i pesci, nemmeno un euro è destinato alla restituzione alle scuole dei crediti che esse vantano dallo Stato. Ma quello che occorre non è un miracolo, bensì una politica responsabile nei confronti della scuola pubblica”.

"Il decreto della discordia. La lirica sulle barricate", di Luca Del Fra

Il decreto sulle fondazioni liriche è arrivato nel tardo pomeriggio di ieri al Quirinale. Bondi ha dovuto correggerlo perché il testo approvato dai ministri venerdì ha fatto arrabbiare tanti. Anche nella maggioranza. Un decreto fantasma come il Vascello di Wagner, poiché non si conosce il contenuto, ma che non citerebbe più la Scala e Santa Cecilia; una selva di archetti in rivolta contro il ministro Sandro Bondi, latore del decreto stesso; un deus ex machina, che prende le sembianze del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ancora una volta tirato per la giacchetta nell’agone politico.
Il decreto sulle fondazioni lirico-sinfoniche – i nostri maggiori teatri d’opera dalla Scala al Maggio fiorentino, dal San Carlo al Regio di Torino -, approvato venerdì scorso in consiglio dei ministri, sta causando un pandemonio al punto che, viste le proteste perfino nella stessa maggioranza, il testo è stato pesantemente riscritto prima di arrivare, ieri nel tardo pomeriggio, a Napolitano. Sarebbe composto da sette articoli non cita, com’era invece venerdì, la Scala e Santa Cecilia. Al presidente fanno appello l’opposizione, sindaci e sindacati, musicisti e sovrintendenti, perché non firmi un testo dove molti ravvisano profili d’incostituzionalità. A cominciare dalla presunta urgenza, che giustificherebbe l’uso stesso del decreto per risolvere i problemi dei maggiori teatri italiani, anche se gli effetti, stante la prima stesura, si vedrebbero almeno tra un anno. S’aggiunga che il ministro delle attività culturali Bondi si arrogherebbe il diritto di modificare leggi che disciplinano lo spettacolo con dei semplici regolamenti. E ancora: almeno il testo del 15 aprile, avverte Silvano Conti della Cgil, «modifica lo statuto dei teatri “di interesse nazionale” facendo sì che conti chi mette più soldi». Anche un privato, dunque. Il provvedimento nascerebbe per far
fronte alla crisi delle fondazioni lirico-sinfoniche, afflitte da pesanti deficit, ingrossati annualmente da passivi di bilancio: una evidente conseguenza dei tagli alla cultura di questi anni, in particolare dei governi quelli di centrodestra.
Il progetto del governo è far pagare le spese ai lavoratori, senza entrare minimamente nel merito del perché i nostri teatri, o almeno la maggior parte, funzionino male. Per indorare la pillola, inizialmente ne erano stati salvati due, la Scala e Santa Cecilia, causando le reazioni nervose degli altri sovrintendenti con la singolare l’eccezione di Marco Tutino del Comunale di Bologna – oltre che dei sindaci delle rispettive città, ma con gioia del sindaco milanese Letizia Moratti e del sovrintendente scaligero Stéphane Lissner. E contro le critiche venute dal neogovernatore toscano Rossi e dal sindaco fiorentino Renzi (entrambi Pd), Bondi reagisce dicendo che oggi pubblica oggi sul sito del ministero i bilanci dei teatri: quando accadde un anno e mezzo fa, molti sovrintendenti si infuriarono definendo quei numeri inattendibili.
COLPIRE I LAVORATORI
I sindacati hanno reagito compatti contro la divisione dei teatri in serie A e serie B e, per la prima volta da quando è sovrintendente alla Scala, Lissner si è trovato in contrasto con il sindacato. Se il provvedimento sarà firmato, inizieranno due mesi di scioperi a oltranza che faranno saltare tutte le rappresentazioni, e i sindacati minacciano anche di occupare i teatri. Oltre a colpire i lavoratori, anche se non ufficialmente il decreto commissaria tutti i teatri, spogliando regioni, enti locali e i privati di ogni reale funzione, demandando la trattativa dei contratti all’Aran, l’agenzia del pubblico impiego. Un’iniziativa del genere fu tentata nel ’95 quando i teatri erano enti pubblici, ma l’Aran dichiarò la propria scarsa competenza in una materia come il contratto di un musicista d’orchestra o di un tecnico di palcoscenico: oggi il risultato è che così si ritrasformano i teatri in enti pubblici. Anche più preoccupante appare abrogare una serie di articoli della legge 800/67 che sancisce, in ossequio alla Costituzione, che lo Stato finanzia la cultura: cosa che evidentemente non interessa affatto né l’attuale governo, né tanto meno Bondi.
L’Unità 21.04.10

Per il sapere, nelle università

Viaggio nell’università italiana del PD. Il 10 maggio parte da Napoli e toccherà almeno 12 tappe entro la metà di luglio. L’obiettivo è condividere le nostre proposte sull’università con studenti, ricercatori e docenti. Bersani: “Per cambiare occorre investire. Riforme sì, bidoni no!”
L’università e la sua riforma sono al centro del piano “Italia 2011” presentato dal Partito Democratico. “Una buona riforma è alla base della ripartenza dello sviluppo economico del Paese. Il capitale umano è centrale”, così Enrico Letta, vice segretario del Pd ha introdotto la conferenza stampa alla Camera dei deputati dove sono state presentate le proposte del Pd sulla riforma dell’Università italiana. Queste saranno condivise con gli studenti, i ricercatori e i docenti nel viaggio negli atenei che partendo il 10 maggio da Napoli toccherà almeno 12 tappe entro la metà di luglio.

Mentre il centrodestra è impegnato su diatribe interne relative alle posizioni di Fini e Berlusconi, il Pd pensa che i veri problemi da risolvere per il Paese siano altri e che questi non si affrontano tagliando oltre 1 miliardo di euro per le Università. Molto duro al riguardo è stato il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “nelle discussioni all’interno del centrodestra spero che almeno si intendano su cosa significhi fare le riforme”. Avere come dominus Tremonti che decide cosa fare non significa riformare. “Anche se la riforma – ha ribadito Bersani – è fatta risparmiando, questa richiede un investimento iniziale. Per cambiare occorre investire”.

Quindi il leader del Pd ha ribadito la posizione dei democratici sul tema delle riforme basato su aperto confronto in Parlamento. Il concetto è molto chiaro: “riforme sì, bidoni no”. Per Bersani la riforma intrapresa dalla Gelmini è “un colossale taglio dell’offerta formativa in termini di qualità e quantità. Noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità a patto che non si prenda in giro il Paese e che non si concentri la riforma parlando solo di governance delle università”. Molti atenei vivono in uno stato drammatico vicino al fallimento tecnico.

“Come si può parlare di riforma – ha concluso Bersani – quando a fronte di aumento di 12 miliardi di spesa pubblica, un calo di 20 miliardi di Iva (a parità di consumi) incassato con lo scudo fiscale, si tagliano 8 miliardi per la scuola e 1,4 per le università? Questa è una vergogna che non accettiamo”.

Alla conferenza stampa di presentazione delle proposte del Pd sono intervenuti anche la professoressa Maria Chiara Carrozza rettore della Scuola Superio Sant’Anna di Pisa e presidente del Forum università del Pd, Marco Meloni responsabile Università del Pd e i due capigruppo di Camera e Senato, Manuela Ghizzoni e Antonio Rusconi.

A breve il PD presenterà una proposta di legge sulla valutazione. L’obiettivo principale, ha ricordato Meloni di allineare l’Italia alla media dei paesi Ocse per numero di laureati, ricercatori e docenti, per spesa per studente, per capacità. Insomma investire sul capitale umano. Investire sul Sapere.

Le nuovi basi di partenza saranno: regole più chiare, valutazione più severa e ripristino delle risorse tagliate.

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A partire dal 10 maggio il PD inizia un viaggio nell’università italiana del PD, che partirà dalla Campania e toccherà almeno 12 tappe entro la metà di luglio. L’obiettivo è condividere le nostre proposte sull’università con studenti, ricercatori, docenti, usando la rete come strumento di dialogo e partecipazione; ridare un senso alle parole del nostro futuro (istruzione, mobilità sociale), e contribuire così – a partire dai luoghi dello studio – a “pensare insieme” le nuove priorità dell’Italia.
Col Forum Università, saperi e ricerca stiamo affrontando i nodi centrali del sistema: meccanismi di finanziamento e riparto del FFO, valutazione della ricerca, forma di contratto per i ricercatori, diritto allo studio, reclutamento e ruoli di docenza.

1. La situazione dell’università italiana
Lo stato dell’università italiana è molto preoccupante. I dati statistici, riportati anche nel DPEF approvato nel luglio 2009, mostrano che siamo indietro rispetto alla media dei paesi UE/OCSE su molti parametri, quali ad esempio numero dei laureati (12% contro 26%) e dei ricercatori, investimenti per studente (6.900 contro 9.600 €), rapporto docenti/studenti, internazionalizzazione. Investiamo in università circa lo 0,8% del PIL, contro una media dell’1,3%.
Ancor più allarmante è la situazione dei servizi, delle strutture per la didattica e la ricerca: dalle residenze per gli studenti alle biblioteche, dai laboratori alle aule. In molti atenei le carenze si spingono fino alle difficoltà nell’acquisto dei beni più essenziali per il normale funzionamento delle strutture.
D’altra parte, i tagli della legge 133 riducono il Fondo di finanziamento ordinario (FFO) di 1,4 miliardi (su circa 7 in totale) in quattro anni; risorse solo parzialmente rimpiazzate, per il 2010, da 400 milioni derivanti dallo scudo fiscale (mentre il ministro Gelmini nel DPEF ne prevedeva 815). Insieme a quelli alla scuola e alla ricerca, circa 10 miliardi di tagli in tre anni. Nel frattempo la Francia, ad esempio, investe 11 miliardi per l’università e 8 per la ricerca.
Lo ha confermato due giorni fa la Corte dei Conti: le spese fisse per il personale – che per legge non dovrebbero superare il rapporto del 90% – già ora coprono il 100% del Fondo di finanziamento ordinario. In questa situazione molti atenei hanno enormi difficoltà operative, e non saranno in grado di funzionare nel 2011. La protesta dei ricercatori rende difficile per molti atenei formulare l’offerta formativa per il prossimo anno. I ricercatori, lo abbiamo sostenuto, hanno ragione: il governo, cancellando il ruolo dei ricercatori e non offrendo nessuna opportunità di crescita accademica per quanti di loro sono meritevoli, ha trascurato la loro importanza per garantire e sostenere l’offerta didattica. Da una parte ci sono ancora in atto concorsi per l’immissione in ruolo dei ricercatori a tempo determinato, dall’altra il DDL ne cancella l’esistenza. Qual è la ratio, ci chiediamo?
2. La valutazione sul DDL Gelmini
La nostra valutazione sul DDL Gelmini è molto negativa. Le linee-guida del 2008 parevano ben più promettenti: autonomia, responsabilità, promozione del merito. Ma la proposta del governo è assai distante da quegli obiettivi: un disegno iper-centralista, che sottopone a un reticolo inestricabile di norme (oltre 170, cui dovrebbero seguire numerosi decreti legislativi e oltre 500 regolamenti) e al controllo della burocrazia ministeriale ogni passaggio della vita degli atenei. Nessuna risorsa per promuovere gli studenti meritevoli. L’unico obiettivo sembra essere la conferma dei tagli del 2008.
La propaganda del governo ha presentato un DDL “epocale”, ma i contenuti, dunque, si rivelano inadeguati a promuovere una vera riforma dell’università. Non basta certo ritoccare la composizione del Consiglio di Amministrazione o i compiti del Senato Accademico per risolvere i problemi del futuro. C’è bisogno di investimenti, in infrastrutture e in persone. E’ urgente una forte immissione di giovani docenti e ricercatori che siano autonomi e responsabili ma sottoposti a precise regole di valutazione. Siamo l’unico paese che non ha un programma nazionale di finanziamento alla ricerca fondamentale. E’ improcrastinabile la definizione di un modello trasparente e condiviso di finanziamento pubblico degli atenei, che promuova l’equità e la coesione territoriale. La maggior parte del Finanziamento Ordinario deve essere dato a fronte del raggiungimento di obiettivi valutati da un’agenzia terza rispetto al Ministero e alle Università. Sono queste carenze che rendono il DDL del governo poco incisivo rispetto alle necessità reali. Preoccupa altresì che la stessa maggioranza abbia proposto emendamenti al DDL in direzioni varie, segno che manca un filo logico, a parte la precisa determinazione a tenere fermi i tagli.

3. Le proposte del PD.
Investire in università e ricerca è una questione decisiva per il destino dell’Italia, che dovrebbe essere sottratta il più possibile a logiche di propaganda o a interventi di breve respiro. Per questo il PD intende portare il tema della riforma dell’università in testa alle priorità politiche dei prossimi mesi. Chiediamo al Governo di riaprire la discussione, e alle parti economiche e sociali di discutere insieme degli obiettivi che, come paese, dobbiamo darci. Fondare il nostro sviluppo sulla conoscenza e sull’innovazione, fare dell’università un fattore centrale per la mobilità sociale, sono i punti prioritari. Dai quali consegue che dobbiamo puntare ad avere un numero maggiore di laureati e di dottori di ricerca, più ricercatori, una maggiore apertura all’esterno del sistema. E, per conseguire questi obiettivi, regole più efficienti e risorse adeguate.
Il DDL Gelmini non affronta i nodi strutturali del sistema: noi proponiamo un intervento riformatore più coraggioso e lungimirante. Chiediamo un confronto pubblico, nel quale arriviamo con le nostre idee, di cui abbiamo dato una prima interpretazione negli emendamenti presentati al Senato, e che saranno ulteriormente approfondite nel percorso parlamentare.
Si deve partire dagli studenti: orientamento, diritto allo studio, residenze, welfare, promozione del merito. Proposte: finanziare un programma nazionale di borse di studio, norme sul diritto allo studio e sulla ripartizione delle risorse ordinarie per gli atenei finalizzate a migliorare la mobilità geografica e sociale, abbattere gli abbandoni, incentivare il rispetto dei tempi di laurea.
Per i ricercatori: percorsi di carriera rapidi e fondati su regole chiare. Contratto unico di ricerca che unifichi le posizioni di assegnista, borsista e post-doc. Percorsi di carriera per i ricercatori con esito certo in caso di valutazione positiva. Occorre aprire le porte dell’università a una nuova generazione di ricercatori (strutturati e precari); per questo proponiamo 100 milioni all’anno per 8 anni per consentire ai ricercatori di avere reali opportunità (con una giusta selezione) di entrare nei ruoli di docenza. E di entrarci da giovani: l’obiettivo è arrivare a una classe docente che abbia la stessa età media degli altri paesi industrializzati, mentre ora è la più anziana. Per questo proponiamo che, dopo i 65 anni, solo i docenti attivi nella ricerca continuino a svolgere compiti didattici e di ricerca. . È necessario abolire il tetto al turnover stabilito dalla L. 133/08.
Sistema di governo degli atenei (Governance): più efficienza e meno autoreferenzialità, ma separazione di ruoli fra Senato e Consiglio di Amministrazione, e una regola chiara per l’apertura agli esterni. Autonomia vera degli atenei, inserimento in legge di criteri e conseguenze della valutazione (domani sarà presentata al FORUM una proposta del PD in materia), nuove regole trasparenti sulla ripartizione delle risorse tra gli atenei, sulla base di pochi parametri: numero di studenti, valutazione di ricerca e didattica, diritto allo studio e coesione territoriale.
Risorse: è un punto fondamentale. Con regole più solide e una valutazione più severa, si devono ripristinare risorse adeguate. Dunque: eliminare i tagli della Legge 133 e raggiungere in dieci anni la media dei Paesi europei, passando dallo 0,8 attuale all’1,3% del PIL.

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