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"Sindacati anti-Gelmini: no a graduatorie locali", di Flavia Amabile

Il giorno dopo l’annuncio che dal prossimo anno i professori potrebbero essere legati al territorio e quindi reclutati sulla base di una graduatoria regionale la maggioranza è compatta, questa è la strada da seguire. Dall’opposizione in tanti accusano la Lega di essere all’origine di questa rivoluzione ma a scavare un po’ si scopre che a crederci non sono soltanto i politici del Carroccio. Anzi. A confermarlo è proprio un ex di An, il senatore Giuseppe Valditara, oggi uno dei punti di riferimento del Pdl per le politiche scolastiche. «Se ne parlava già nell’articolo 5 del decreto Moratti. Non è necessaria nemmeno una legge per dare il via a questa riforma, basterebbe approvare i regolamenti di quel provvedimento».
Oppure bisogna provare a chiedere a Daniela Santanchè, anche lei non esattamente vicina al mondo della Lega. «Una proposta ottima – risponde -. Basta leggere l’intera proposta per capire che non può essere letta come una discriminazione tra professori ma soltanto come un modo per garantire la continuità didattica e per valorizzare il merito».
Oppure, come ha spiegato Paolo Valentini Puccitelli, capogruppo del Pdl nella Regione Lombardia dove il presidente Formigoni intende andare avanti in modo spedito sull’albo regionale degli insegnanti, si tratta di raggiungere l’obiettivo di «una scuola di qualità e l’albo regionale è semplicemente uno strumento, ancora tutto da definire nel rispetto dei diritti di tutti».
Ma dall’opposizione rispondono che la riforma avrebbe proprio l’effetto opposto. «Il principio territoriale non può prevalere sul merito e le capacità dei docenti», ricorda la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni. E i sindacati sono già sul piede di guerra a minacciare ricorsi. «È una proposta priva di senso, inaccettabile e contro il dettato costituzionale», afferma il segretario generale delle Flc Cgil, Domenico Pantaleo. E poi, si chiede Pantaleo, «cosa succederebbe delle attuali graduatorie a esaurimento? Come si risolverebbe il precariato? È un controsenso perché si parla tanto di Europa e così avremmo un sistema regionale chiuso».
Per Rino Di Meglio, coordinatore della Federazione Gilda-Unams, «le normative dell’Unione europea prevedono il libero accesso anche dei cittadini non italiani, ponendo come unico vincolo la conoscenza della lingua». Mentre Marcello Pacifico presidente dell’Anief, ha rilevato l’incostituzionalità della riforma: «Ricordiamo al ministro di studiare gli articoli 3, 4, 16, 51, 97 della Costituzione, di leggere le recenti ordinanze di Tar e Consiglio di Stato di remissione alla Corte Costituzionale di una legge nazionale, la 167/09, e della legge della provincia autonoma di Trento, la 5/06».
La Stampa 21.04.10

"Ricercatori, mobilitazione anti-riforma", di Giancarlo Scarpa

Hanno firmato e ora la presa di posizione è stata messa nero su bianco: i ricercatori dell’Università di Modena e Reggio si asterranno dall’insegnamento.
La decisione, annunciata nei giorni scorsi in svariate facoltà, è diventata ufficiale lunedì pomeriggio, quando ha avuto luogo l’assemblea di ateneo convocata per decidere forme e contenuti della protesta verso il disegno di legge 1905 di riforma del sistema universitario, meglio conosciuto con il nome di riforma Gelmini.
L’iniziativa si è svolta nell’au – la magna di Ingegneria a Modena, in via Araldi: dalle 15 alle
18, circa 80 ricercatori in rappresentanza delle facoltà di Economia, Scienze della formazione,
Scienze della comunicazione, Farmacia, Agraria, Lettere, Ingegneria Modena, Ingegneria Reggio e Scienze matematiche hanno discusso sui modi e termini del dissenso giungendo infine, come detto, ad approvare un documento condiviso. Un atto nel quale, spiegano i ricercatori,
«si ribadisce che non assumeremo incarichi di didattica a meno che non non venga modificato
il ddl Gelmini».
Adesso il documento dovrà essere sottoposto a tutti i ricercatori dell’ateneo e, dopo la sottoscrizione, sarà reso pubblico. Ma si tratta soltanto del primo passo di una vicenda che riguarda l’intero mondo dell’istruzione universitaria italiana: il 29 aprile, infatti, a Roma sarà organizzata l’assemblea nazionale dei ricercatori, alla quale parteciperanno chiaramente anche gli esponenti del nostro ateneo. Un appuntamento nel quale la protesta verrà strutturata: «Chiediamo – continuano i ricercatori – che vengano stanziati più finanziamenti.
Non si può realizzare una riforma che punta a risparmiare denaro; soldi insufficienti a garantire futuro ai precari e prospettive di avanzamento per i ricercatori già a tempo indeterminato».
In attesa del “summit” nella Capitale, a breve i ricercatori reggiani e modenesi incontreranno il rettore dell’Università, Aldo Tomasi, che non ha potuto partecipare all’e vento a causa di un improrogabile impegno fuori città.
Nessuna spaccatura tra i due fronti, anzi: «E’ stata la stessa Crui (la Conferenza dei rettori
delle università italiane) che ha condiviso la protesta dei ricercatori – chiudono -, approvandone la mobilitazione. La protesta non è contro gli organi di ateneo; viceversa, l’obiettivo della mobilitazione è sensibilizzare il ministero dell’Istruzione e il parlamento».
L’Informazione 21.04.10

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“Il patto tradito nelle università”, di Adriano Prosperi

Si parla di fallimento e di chiusura di alcune università nell´indifferenza generale. Ne ha scritto Giuliano Amato in un inciso di un articolo apparso su un quotidiano. Amato è uno degli ultimi presidenti del Consiglio che è anche un professore universitario: l´ultimo, per la cronaca, è stato Romano Prodi. Nel passaggio dal Professore al Cavaliere si è compiuta una rivoluzione silenziosa nella composizione del governo e più in generale in quella della cosiddetta classe politica : se in passato la categoria dei professori universitari è stata presente in forze in Parlamento, se al rito del giuramento di fedeltà alla Costituzione il titolo che sentivamo ripetere era quello di Professore subito dopo quello di Onorevole, oggi nei palazzi romani troviamo un corpo di professionisti della politica che nel complesso viene da tutt´altra esperienza e da altri mestieri. Sarà forse anche per questo che «la gente» si sente meglio rappresentata, come si tende a pensare: c´è sempre qualche opinionista pronto a dare un segno positivo alle cose peggiori se questo può far piacere ai vincitori del momento.
Ma intanto «la gente» ha appena scoperto sulla sua pelle di avere eletto dei pubblici amministratori – o Governatori come si dice oggi – che sproloquiano su pillole e aborto senza avere la minima idea delle leggi che dovrebbero applicare. E comunque converrebbe a tutti porsi la domanda se il mondo del futuro che si prepara in Italia con l´abbandono alle ortiche degli studi universitari vada o no d´accordo con l´evoluzione del mondo che ci circonda e quale futuro si prepara così ai giovani.
Oggi il detto dell´antico senso comune «val più la pratica che la grammatica» si è adeguato ai tempi ed è stato tradotto nel disprezzo per gli studi «puri», quelli che non portano soldi. Ne sanno qualcosa i frettolosi potatori dell´albero accademico delle discipline e gli inventori di nuovi corsi di laurea. Intanto nessuno presta attenzione al disegno di riforma dell´università partorito dagli esperti di un ministero che non ha neanche più un professore alla sua guida. Non sembra che ad Arcore tra Bossi e Berlusconi la questione abbia avuto un qualche spazio. Né si trova da nessuna parte dei tanti luoghi della politica, dalle segreterie dei partiti alle vecchie e nuove fondazioni create dai leader di correnti e di movimenti una qualche attenzione più che epidermica al futuro che giorno dopo giorno prende forma nella scuola e nell´università: che è quanto dire il futuro dei giovani di oggi, il volto dell´Italia di domani. Eppure quel futuro è già scritto: è scritto nella trasformazione già in atto che va uniformando l´università alle direttive della maggioranza di governo; ed è scritto nel progetto di riforma universitaria pronto al varo. Intanto una vasta rivoluzione investe la composizione del corpo docente. Qui si svolge l´uscita di scena dei vecchi titolari mentre dietro di loro si avanzano figure indistinte e si crea soprattutto un vuoto che nessuno può o vuole colmare. Ai professori di ruolo anziani è stato chiesto di accettare un patto tra generazioni lasciando in anticipo la cattedra in cambio dell´apertura di posti per i giovani.
Chi ha accettato quel patto ha scoperto che non funziona. Lo scrivente può affermare per diretta esperienza che sulla cattedra da lui appena lasciata non si è aperta nessuna possibilità per nessun giovane esperto della materia. E gli studenti che frequentano i corsi sanno che nel vuoto che si allarga sempre più si creano situazioni grottesche: insegnamenti affollati tenuti a titolo gratuito e volontario da persone ingaggiate casualmente che vivono di speranze e di mezze promesse. La casualità del fenomeno non toglie che, nel vasto continente delle generazioni bruciate che da tempo ci lasciamo alle spalle nell´Università, si avanzino timidamente in tal modo persone che hanno tutte le carte in regola dal punto di vista della preparazione. Ma sul meccanismo in sé è lecito avere dei dubbi.
Che cosa si direbbe se a Termini Imerese abbandonata dalla Fiat le automobili venissero fabbricate gratuitamente e volontariamente da operai improvvisati? Chi comprerebbe a occhi chiusi quelle macchine? Intanto nell´Università quel poco che si muove va avanti a spizzico nel meccanismo dei concorsi. Si è dato il via ad alcuni, pochi, concorsi da tempo in attesa, modificando il meccanismo di formazione delle commissioni giudicatrici. È stato introdotto il sorteggio per correggere il sistema grazie al quale si sapeva fin dall´inizio chi era destinato a vincere deducendolo dal nome del docente e dal luogo del concorso. Ma si è dimenticato di riaprire i termini per la presentazione delle candidature, per cui le nuove o parzialmente rinnovate commissioni di tipo parzialmente «casual» si troveranno a giudicare solo i candidati autoselezionatisi in previsione dell´esito allora certo. Magari i migliori sono rimasti fuori, per non perdere tempo e soldi in un concorso fasullo. Il che dimostra che se si vuole cambiare un corpo complesso e delicato come quello della docenza universitaria bisogna pensarci bene ed evitare provvedimenti casuali e distratti accanto a laboriose costruzioni di regolamenti per «valutare» meriti di candidati ridotti dalla disoccupazione dall´emigrazione dei migliori a essere i buoi di una stalla in svuotamento. Ma dicevamo del progetto di riforma.
Quel progetto prevede l´apertura degli organi di governo dell´ateneo a persone rappresentative dell´economia e della società locale. Il che vuol dire affidare a commercianti, artigiani e industriali la decisione se si debba studiare la papirologia piuttosto che l´economia aziendale, l´etruscologia invece delle scienze del turismo.
Non ci sarebbe niente di male in questo se la storia e la cultura di questo Paese e dell´intera Europa occidentale non ci avvertissero della scarsa o nessuna propensione del mondo degli affari e della produzione a occuparsi dell´Università: che da noi, e specialmente in Italia, è cosa che si lascia da sempre allo Stato, così come la salute. L´americanizzazione che si sta preparando a tappe forzate in Italia per l´intero sistema politico e per le funzioni statali promette anche in questo caso di avvicinarci non al modello degli Stati Uniti ma ai peggiori fra quelli dell´America latina. Immettere nel governo dell´Università esponenti del mondo della produzione e degli affari è una delle tante scimmiottature di un Paese radicalmente diverso dal nostro che governi di centro sinistra e di centro destra continuano a proporci. Eppure quanto sia grande la differenza basterebbe a ricordarcelo la violenza delle polemiche e delle resistenze che si sono scatenate negli Stati Uniti davanti al progetto di riforma dell´assistenza sanitaria del presidente Obama.
Nella società americana il principio del fare da sé e del non chiedere nulla allo stato fa parte della più radicata cultura dell´individualismo protestante e dello spirito della frontiera. È da quella radice che è nato un mondo dove gli studi come via fondamentale per la promozione dei migliori e per la crescita complessiva del Paese hanno un posto centrale. Il sogno americano è quello di diventare presidente come strada aperta a chiunque: una strada sulla quale si muove il primo passo quando i genitori progettano il futuro del figlio che nasce mettendo da parte i soldi per la scelta dell´università. Oggi quel sogno si è incarnato nella storia di un uomo, l´attuale presidente Obama: ed è per questo, perché qui si incontrano esperienza personale e sentimento collettivo che nella sua campagna elettorale così come nella sua attività di governo il principio della qualità degli studi ha avuto e continua ad avere un posto centrale. Ed è per questo che negli Stati Uniti i lasciti alla propria «alma mater» insieme a quelli alle collezioni pubbliche d´arte e alle biblioteche fanno parte dell´etica civile.
Da noi l´università statale a basso costo e il titolo della laurea uguale per tutti hanno prodotto la proliferazione localistica e l´abbassamento della qualità degli studi, perché il sogno italiano è quello del titolo di «dottore», così importante che a Roma non lo si nega a nessuno. E quasi nessun industriale, nessun banchiere, nessun professionista, nessuno dei tanti nuovi ricchi che affollano i campi di calcio si sognerebbe di fare donazioni all´università. Il risultato è quello di una regressione culturale prevedibile, anzi già in atto. Ma è anche e soprattutto quello della sparizione dall´orizzonte dei giovani della stella che dovrebbe essere più luminosa: la speranza nel futuro, la fiducia nel mondo che li aspetta.

La Repubblica 21.04.10

Intercettazioni: solo per gravi indizi di reato. Due mesi di carcere chi le pubblica

L’opposizione: spuntano norme «anti-D’Addario» e un’altra che avrebbe vanificato l’inchiesta di Trani. Dodici emendamenti che riscrivono di fatto il ddl intercettazioni ora all’esame della commissione Giustizia del Senato: li hanno presentati il relatore Roberto Centaro (Pdl) e il sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, a nome del governo. Ma le novità introdotte, tra cui il ritorno ai «gravi indizi di reato», non convincono l’ opposizione che continua a chiedere a gran voce il ritiro del provvedimento e scatenano la protesta dei giornalisti.
GIORNALISTI – La Fnsi, infatti, annuncia che il 28 aprile i cronisti scenderanno in piazza contro il ddl. A far insorgere il centrosinistra contribuiscono, tra l’altro, due proposte di modifica destinate a far discutere: una ribattezzata subito, da Felice Casson e Luigi Li Gotti, «Anti-D’Addario» e un’altra che avrebbe di fatto vanificato l’inchiesta di Trani su «Agcom-Annozero». È vero, sintetizzano nell’opposizione, che il centrodestra ha fatto «un piccolo passo in avanti» per rendere il testo «il più “firmabile” possibile dal Colle», tornando ai «gravi indizi di reato», ma nel non voler rinunciare al principio della «soggettivizzazione», non «ha cambiato di molto il quadro». La maggioranza infatti prevede che si possano intercettare solo le utenze di chi è indagato o di terzi che si sa ben informati. E solo se le intercettazioni risultino «assolutamente indispensabili» nel proseguimento delle indagini.

CARCERE – E poi Centaro e il governo hanno rafforzato i divieti di pubblicazione: carcere fino a due mesi (più ammenda) e sospensione temporanea dalla professione per chi divulga il contenuto delle intercettazioni; carcere fino a sei anni per chi si rende complice della ‘talpà nello svelare atti secretati; divieto assoluto a pubblicare quelle di cui sia stata ordinata la distruzione; detenzione fino a quattro anni per chi registra «fraudolentemente» conversazioni. Quest’ultima proposta di modifica, già nota come «Anti-D’Addario», esclude però la punibilità nel caso in cui si valuti che da tali registrazioni, anche visive, possa emergere un reato. In questo caso si dovrà avvertire subito l’autorità giudiziaria. «Ma è assurdo – insiste Li Gotti – che sia il cittadino a dover valutare se si tratti o meno di un reato». Centaro propone anche più tutela per deputati e senatori con un emendamento che, a detta dell’opposizione, avrebbe vanificato di fatto l’inchiesta di Trani. Se durante un ascolto si dovesse intercettare anche la conversazione con un parlamentare, infatti, il contenuto di questa dovrà essere messo in un fascicolo a parte e conservato in un archivio riservato. E, nel caso la si voglia utilizzare, si dovrà attendere il via libera della Giunta della Camera di appartenenza. Il presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro boccia gli emendamenti della maggioranza dicendo che di fatto si limita il diritto di cronaca con punizioni eccessive e non si fa nulla, invece, per prevenire la fuga di notizie. Con questo ddl, incalza il leader Idv Antonio Di Pietro, si mette «definitivamente il bavaglio alla stampa» e si creano «norme ancora più criminogene». I 12 emendamenti piacciono poco anche al segretario del Pdci Oliviero Diliberto secondo il quale «sta andando in porto un altro tassello della strategia berlusconiana contro la giustizia e l’informazione». Ma il centrodestra stavolta è intenzionato ad andare avanti. «Entro mercoledì 28 aprile – avverte il presidente della commissione Giustizia del Senato Filippo Berselli – cominceremo a votare gli emendamenti. Ho dato tempo per la presentazione dei sub-emendamenti fino a lunedì prossimo, alle ore 17». Critico, ma comunque disponibile al dialogo, è il presidente dei senatori Udc Giampiero D’Alia che vede di buon occhio il ritorno ai ‘gravi indizi di reato anche se ritiene che si debbano apportare «ulteriori modifiche» che sono «praticabili con uno sforzo comune».
Il Corriere della Sera 21.04.10

Italia 2020, rivoluzione in famiglia. "Un figlio su due fuori dalle nozze", di Maria Novella De Luca

Nasceranno fuori dal matrimonio ma saranno amatissimi lo stesso. Un bambino su due, nei prossimi dieci anni, sarà concepito da genitori non sposati. L’Italia di domani sarà così, la nuova radicale trasformazione della famiglia è già in atto ma corre più veloce del previsto, e rischia di far saltare tradizioni consolidate e ordinamenti giuridici.

Già oggi nel nostro paese il numero dei “figli naturali”, così definiti in modo arcaico per differenziarli dai “figli legittimi” venuti al mondo all’interno del matrimonio, supera il 20% di tutte le nascite. Con una fortissima accelerazione negli ultimi anni, basti pensare che nel 2000, secondo le tabelle dell’Istat, i bimbi di coppie non sposate erano poco più di 50mila, e nel 2007 circa 117mila. Una velocità di cambiamento che porterà, secondo una proiezione statistica realizzata da Alessandro Rosina, docente di Demografia all’università Cattolica di Milano, ad uno scenario per cui nel 2020 in Italia una nascita su due avverrà fuori dal matrimonio. Un dato lontano dalle previsioni inglesi, dove l’Ons, Office for National Statistics, calcola che nel 2014 addirittura il 75% dei neonati vedrà la luce fuori dal matrimonio, ma che per il nostro paese è davvero sintomo di un cambiamento profondo.

“Sono il primo ad essere rimasto sorpreso quando ho calcolato l’attuale curva di crescita delle nascite extranuziali e l’ho proiettata nei prossimi dieci anni – spiega Alessandro Rosina – ma il dato che emerge è che nel 2020 oltre il 50% dei bimbi avrà genitori non sposati. Il cambiamento sarà all’inizio più evidente nelle regioni del Nord, ma entro il 2025 sarà totale anche al Sud, dove comunque il matrimonio resiste ancora. E questo porterà ad una radicale trasformazione della famiglia, tenendo conto che è soltanto dalla metà degli anni Novanta che in Italia la nascita di un bimbo fuori dalle nozze è diventato fatto comune e accettato…”. Questo però non significa affatto la fine del matrimonio come istituzione. Perché, aggiunge Rosina, quello che sta succedendo è che le coppie scelgono di sposarsi “dopo”. Ossia dopo aver convissuto, e soprattutto dopo aver messo al mondo un figlio. “Le nozze non sono più le fondamenta di una famiglia, ma sono in un certo senso il tetto. Arrivano cioè quando la coppia si sente salda, da fidanzati ci si trasforma in genitori e si sente il bisogno di dare stabilità alla propria unione e ai propri eredi. Allora, ma soltanto allora, si regolarizza l’unione”.

Al di là infatti dei mutamenti culturali, la realtà è assai più complessa. A cominciare dal lessico, che ancora divide i bambini tra figli legittimi e figli naturali, come avverte Paola Di Nicola, docente di Sociologia della Famiglia all’università di Verona. “Se questi sono i numeri – dice Paola Di Nicola – ed è probabile a giudicare dalle nascite in coppie di fatto, è evidente che si dovranno trovare delle forme di tutela per famiglie di questo tipo. Dove i rischi, ci tengo a dirlo, non sono tanto dei bambini, quasi del tutto equiparati ai figli legittimi, ma del coniuge spesso più debole, ossia la donna. Che non è affatto tutelata in una convivenza, non ha alcun diritto sull’eredità del compagno, sulla pensione o altro. Non credo però che abbia senso equiparare sul fronte dei diritti una coppia di fatto ad un matrimonio: allora è come se fossero tutti sposati. Dal mio punto di vista credo che si enfatizzi il rifiuto del matrimonio: se infatti anche la famiglia di fatto cerca oggi una tutela giuridica perché rifiutare il matrimonio, che nella sua forma civile è, di fatto, un contratto?”.

Un contratto denso di simboli però. E di certo qualcosa dovrà cambiare. Perché sul fronte bimbi ad esempio, non tutto è compiuto. I figli naturali quando nascono hanno vincoli di parentela soltanto con i propri genitori e i nonni. Non acquisiscono invece zii e cugini. E se la mamma e il papà si separano di loro non si occupano i tribunali ordinari, ma il tribunale per i minori. Insomma non è così “uguale” per la legge nascere legittimi o naturali.
La Repubblica 21.04.10

"L'insegnante bloccato in trincea", di Marco Rossi Doria

L’idea del ministro Gelmini di rendere regionali le graduatorie dei docenti risulta contraria al parere del Consiglio di Stato che si è già espresso a favore del carattere nazionale della nostra comunità scolastica, citando, in una sentenza di merito – che fa giurisprudenza – gli articoli 3, 4, 16, 51 e 97 della Costituzione. Ma, ben al di là del diritto costituzionale, l’idea di limitare gli insegnanti a svolgere il proprio compito solo entro la propria regione appare difficilmente praticabile.
In primis, per come è la vita reale delle persone e anche perché in contrasto con i principi stessi sui quali si fonda l’Europa unita. Infatti, se questa proposta passasse, il giovane docente di matematica che insegna a Castelfranco Veneto e si sposa con la collega di Brescia o di Mantova o di Bari o di Catania, non potrebbe cambiare sede. E la docente di latino di Trento che ha il padre malato di Alzheimer che vive nella confinante provincia di Verona, non potrebbe chiedere l’avvicinamento. L’Unione europea, poi, si fonda sulla libertà di andare e venire delle persone e delle cose. E così io, insegnante elementare con buone competenze di lingua inglese – se seguo le norme per l’immissione nelle scuole britanniche – posso andare a insegnare a Leeds o a Oxford. E il mio amico docente di genetica a Edimburgo ha deciso di venire a insegnare a Napoli, sua città d’adozione spirituale, con grande soddisfazione dei suoi studenti partenopei. E noi tutti mandiamo i figli a fare l’Erasmus – in giro per la casa comune europea – perché, insieme alle lingue, promuoviamo, nei nostri ragazzi, questa santa libertà di muoversi, fare esperienze nel mondo e di cambiare vita se lo si vuole. È un grande lascito del pensiero liberale. Una cosa meravigliosa, che apre gli orizzonti del sapere e le possibilità della vita.

Alcuni sostengono che le scuole del Sud e del Nord hanno problemi diversi e dunque che bisogna creare comparti distinti e separati. È in parte vero che hanno problemi diversi. Perché pesano sulle scuole del Mezzogiorno pubbliche amministrazioni meno capaci ma soprattutto incide la povertà, che è molto maggiore. E che è una povertà materiale e culturale insieme. Infatti nelle regioni meridionali risiedono il 65,3 percento delle famiglie povere. In termini assoluti le famiglie povere residenti nel Mezzogiorno sono 1.713.000, tre volte di più di quelle residenti nel Nord, che ammontano a 595.000. E i bambini e ragazzi poveri sono, in Italia, 1.809.000, il 17% del totale. Ma nel Sud risiede il 70% dei minori poveri: 1.245.000. Fare scuola a Sud è spesso più difficile. Che facciamo? Negli Stati Uniti, paese federale per eccellenza, gli squilibri nei tassi di esclusione precoce dovuti a maggiore povertà e a analfabetismo funzionale delle famiglie non spingono ad abbandonare le zone più difficili ma al contrario a occuparsi delle zone povere come parte del patto nazionale, unitario, perché la cultura è una, indivisibile. E sia Bush che Obama hanno promosso, con l’unanimità di Senato e Congresso, programmi tesi a fare spostare i docenti migliori, con forti incentivi, per sostenere lo sforzo comune. È una tradizione che, del resto, ci appartiene.

Migliaia di docenti del Nord sono partiti per il Mezzogiorno subito dopo l’Unità d’Italia. E migliaia di docenti e dirigenti di origine meridionale hanno costituito l’ossatura delle scuole di tutta Italia prima, durante e dopo il fascismo.

Fa bene il ministro a richiamare i temi della didattica e del merito. Ma faccia attenzione: sono grandi temi nazionali. Confonderli con la regionalizzazione dei docenti non aiuta ad affrontarli. Perché, ben oltre le differenze regionali e locali, la scuola, ovunque, si sta oggi misurando con almeno due radicali mutazioni che sono comuni a tutto lo scenario italiano. La prima mutazione è data dal fatto che è saltato il patto implicito tra scuola e famiglia. I professori di oggi non possono più dare per scontato l’accordo con i genitori dei propri alunni com’era un tempo. Questa rottura del patto tra adulti ha molte cause. Contano enormemente i modelli veicolati dall’insieme della società e dai media. I valori dei genitori non si formano più entro comunità culturalmente omogenee bensì in modi molto differenziati. E la società italiana sta conoscendo anche una crisi drammatica nel presidio delle procedure, delle regole e del limite che sono cose fondamentali per poter educare. Ci vuole un grande lavoro per rifondare tale patto. La seconda mutazione sta nel fatto che la scuola non è più il solo luogo dove si accede alle informazioni e ai modi di apprendere. Tutte le discipline sono, infatti, parte della rete e sono accessibili in mille forme, rapidamente. Con la possibilità ulteriore di essere manipolate, variate, confuse, confrontate. Lo stesso modo di imparare – il funzionamento del cervello umano – viene chiamato in causa: organizzazione della memoria, presenza simultanea di molti codici, compresenza di procedure analogiche e logiche, relazione immediata tra produzione costruita e fruita, ecc. Questa è la prima generazione di docenti che ha perso il monopolio delle conoscenze e dei mezzi per trasmetterle. E che deve insegnare a distinguere, scegliere, confrontare, in mezzo a un mare di informazioni complesse e contraddittorie, valutando il sapere e le competenze che i propri alunni hanno acquisito in moltissimi modi, anche lontano dalla scuola e diversi da come loro hanno imparato. Ci vuole una semplificazione della scuola e una contemporanea capacità di affrontare questa crescente complessità.

Così, si tratta sì di affrontare il tema del sostegno ai gruppi docenti – non basta promuovere i singoli – in termini meritocratici ma con gli occhi rivolti a cosa è insegnare e imparare oggi. Ma questa gigantesca sfida educativa – che ha un profondo senso culturale e politico per la modernizzazione del Paese – vale a Messina come a Napoli, ad Aosta come a Milano o Torino o Bologna o Venezia o Reggio Calabria. E, per vincerla, ci vuole un esercito civile unitario ben preparato e nuovamente motivato e non delle ridotte locali chiuse ciascuna nel proprio particolare.

La Stampa 21.04.10

"La stagione della diaspora", di Massimo Giannini

LA diaspora finiana si è dunque compiuta. Non è una rottura che prelude a una scissione, ma neanche un’abiura che prepara una capitolazione. La nascita formale di una componente di minoranza guidata da Gianfranco Fini dentro il Pdl rappresenta comunque una svolta politica importante. Segna la fine del Popolo della Libertà come lo abbiamo conosciuto finora.
Lo “spirito del Predellino”, nell’ottica del co-fondatore, non c’è più. Il partito personale si trasforma in un partito (quasi) normale.
Nella logica finiana, questa svolta sancisce l’avvio di un lunghissimo e complicatissimo processo di autonomizzazione. Personale, nei confronti dell’uomo che lo ha sdoganato nel lontano 1993. Politico, nei confronti di un centrodestra ormai a esclusiva trazione forzaleghista. Bisogna dare atto al presidente della Camera di non aver ceduto, e di aver difeso con coerenza la sua posizione, difficile e a tratti quasi insostenibile. Dentro un Pdl forgiato nel freddo di Piazza San Babila dall'”unico fondatore” (Berlusconi) e poi modellato nel fuoco della vandea nordista sui bisogni dell'”unico alleato” (Bossi), per Fini non era semplice far valere e far vivere un’idea radicalmente diversa. Un altro modo di intendere la politica in nome del bene comune. Di rappresentare la cultura di una moderna destra europea. Di convivere dentro un partito autenticamente libero, plurale, democratico.

Con la sua “corrente del Presidente”, almeno Fini ci prova. Citando Ezra Pound, cioè rischiando l’osso del collo in nome di quell'”idea diversa”. Qui ed ora l’operazione appare quasi temeraria. A giustificare la diaspora manca una vera pietra d’inciampo politico. Manca un “casus belli” chiaro, riconosciuto e riconoscibile (a meno di voler considerare tale, e così non è, la presenza di una poltrona in più nell’organigramma o la mancanza di una politica per il Sud). I suoi ex colonnelli, nella stragrande maggioranza, non lo seguono. E forse i suoi elettori, nella stragrande maggioranza, non lo capiscono.

Ma quella di Fini non è e non può essere una guerra lampo. Sarà piuttosto una guerra di logoramento. Come annunciano nei corridoi i cinquanta “fedelissimi” del presidente, si consumerà nei rapporti istituzionali, nelle aule parlamentari, negli organismi del partito. E questo la dice lunga su cosa sta diventando il glorioso Partito del popolo della Libertà. E su cosa diventeranno i prossimi tre anni di legislatura. Altro che le verdi vallate delle riforme. Piuttosto il Vietnam delle imboscate.

Nella logica berlusconiana, tutto questo è sufficiente per comprendere la portata “eversiva” della metamorfosi in atto. Il battesimo di una “corrente del Presidente” dentro il Pdl, nella visione cesarista del premier, è intollerabile perché incomprensibile. Lo scriveva ieri “Il Foglio” di Giuliano Ferrara (che sa di cosa parla) citando il commento di Wellington, capo di governo di Sua Maestà britannica, alla fine della sua prima riunione del gabinetto: “Non capisco. Ho dato un ordine, e tutti si sono messi a discutere”. Questo deve essere lo stato d’animo del Cavaliere, di fronte alle “discussioni” alle quali vuole inchiodarlo il co-fondatore. Lui ha dato e dà i suoi ordini: che bisogno c’è di discutere?

E infatti Berlusconi non vuole discutere. Né con Fini, né con chiunque altro. Il solo interlocutore con il quale accetta il dialogo alla pari è e continuerà ad essere il Senatur, che gli porta in dote la Padania ormai nata. Per questo non farà sconti al presidente della Camera. Ignorerà le sue richieste e le sue proteste. E continuerà a indicargli il ritorno alla “casa del padre” (la vecchia Alleanza nazionale) se della nuova casa non condivide le regole e le gerarchie. Ma è proprio per questo che la diaspora che si è aperta nella coalizione, anche se non sfocerà in una scissione, non potrà mai finire. La “coabitazione” si tradurrà in un equilibrio destabilizzante. La maggioranza sarà costretta a una mediazione estenuante. Il governo sarà condannato a un galleggiamento paralizzante. I danni per il Paese saranno incalcolabili.

Fini sta chiedendo a Berlusconi di non essere più Berlusconi. Questa è la sfida impossibile del co-fondatore. Sta proponendo al fondatore del Pdl di fare il “segretario”, mentre lui è sicuro di esserne il “proprietario”. Il presidente della Camera affronta questa battaglia quasi a mani nude: ha molte idee, ma pochi soldati. La sua vera arma è l’anagrafe. Ma non è detto che gli basti, contro quello che i giornali di famiglia ormai definiscono “Cav. Il Sung”.
La Repubblica 21.04.10

"Il federalismo e il mistero del silenzio tombale", di Giovanni Sartori

L’altro giorno scrivendo su queste colonne su le «Incognite del federalismo» mi sono detto: questa volta mi massacrano. Mi sono sbagliato alla grande. La risposta è stata un silenzio tombale. Chi mi ha letto saprà che ponevo quattro quesiti, appunto sul federalismo: quanto costerà, quanto complicherà le decisioni, quanto spezzetterà le cose che non sono da spezzettare, e chi punirà, e come, chi sgarra.
Non dico che i suddetti fossero quesiti facili; ma erano e restano quesiti sine qua non, senza i quali nulla, senza i quali «non si può». Mi era stato annunziato che mi avrebbe risposto il ministro Roberto Calderoli. Del che ero lietissimo perché l’uomo è intelligente (la sua legge elettorale lo è, pur nella sua orrendezza). Invece Calderoli si è sfilato, a quanto pare. Così mi ha risposto domenica soltanto La Padania trovando come vittima— immagino—Stefano Bruno Galli, che mi risulta essere ricercatore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Milano. Il buon Galli se la cava come può. Non affronta e tantomeno risponde in alcun modo a nessuna delle mie domande. Curiosamente mi rimprovera di aver citato con favore, alcuni anni fa, La Casta di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Farei lo stesso, oggi, per almeno una dozzina di altri libri loro, di Peter Gomez, di Marco Travaglio e altri, tutti di devastante documentazione. Dico curiosamente perché se i suddetti diffamassero un’Italia regionale che prefigura l’Italia federale (sembra così anche a me), allora sarebbe strettissimo dovere della Lega di controbattere e smontare queste calunnie. Invece anche rispetto a questo il silenzio è tombale.
Ma vengo al nocciolo. Il Nostro cita, in favore della tesi che il federalismo costa meno del centralismo, un solo autore, Buchanan. Ma siccome su Buchanan ho lavorato e scritto, posso assicurare il valoroso Galli che il suo teste gli darebbe torto. Senza scomodare venerati maestri, anche io saprei escogitare sulla carta un buon sistema federale. Ma tutto dipende dalle condizioni di attuazione e da quel che troviamo di già fatto (malfatto) e incancrenito in loco. Gira e rigira —sempre a vuoto— il buon Galli approda a questa sensazionale scoperta: che «il federalismo è responsabilità». A dire così non si sbaglia mai; ma non si dice nulla. Responsabilità è in primis un concetto etico, a proposito del quale si distingue tra etica delle buone intenzioni (redente dalla loro bontà intrinseca, anche se risultano disastrose nei loro effetti pratici) ed etica della responsabilità, e cioè consapevole delle conseguenze e quindi per ciò stesso responsabile. In politica, invece, essere responsabile vuol dire, in primissimo luogo, essere tenuto a rispondere dei propri atti; e in questo contesto un responsabile che si rivela «irresponsabile» deve essere cacciato e se del caso punito.
Come? Da chi? Il nostro non ne ha la minima idea, e perciò lascia anche me senza nessuna idea. Peccato che io non sappia il padano e quindi che non possa tradurre. In inglese la nostra vicenda è già prevista, temo, da Shakespeare (in Macbeth): It is a tale told by an idiot full of sound and fury signifying nothing.

Il Corriere della Sera 21.04.10