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"Vi prego, salvate la Miosfera", di Stefano Benni

UN preistorico vulcano islandese erutta e tutto il modernissimo traffico aereo è bloccato. Ma l’Italia sembra far parte di un’altra galassia e pensa solo alle sue piccole beghe. Il fifone schiva-processi dice che la mafia è un’invenzione dei media e Dell’Utri è un cartone animato. Bossi dà la colpa della nube alla crisi monetaria islandese e reclama le banche del Polo Nord.

Bertone è alla ricerca di un’analogia tra i crateri e i sodomiti. Bersani dice, si sciolgano pure i ghiacciai, basta che non si vada al voto. E alla fine il ministro Matteoli se ne esce con una proposta geniale: nessuno viaggi. Abbiamo capito perché è ministro.

Il terremoto di Haiti dopo una settimana è sparito dai media, ma al suo posto impazza una catastrofe ben peggiore: Minzolini e colleghi che si accapigliano sul milione di telespettatori perduti. Intanto abbiamo nuovi sismi in Nuova Guinea Afghanistan e Cina, ma l’argomento è logoro, non interessa più.

E dire che di problemi ambientali ne abbiamo anche noi. La penisola italica sembra snella ma è obesa. Con l’Alta Velocità possiamo schizzare da Roma a Milano in tre ore e due pacchetti di biscottini. Ma attraversarla per il largo da Roma a Cesena è come affrontare il Sahara. I cantieri della Salerno-Reggio Calabria sono patrimonio archeologico, al posto degli autogrill potrebbero avere dei nuraghi. Le autostrade a pagamento sfavillano di asfalto drenante, ma quando piove un terzo delle strade normali frana o è inagibile.

L’acqua sarà il business del futuro, è già pronta la privatizzazione con relativa spartizione. Ci sarà l’acqua Padana, metà Po metà Tevere, perché la Lega ha il cuore a nord ma l’esofago a Roma. Poi avremo Pidiella, l’acqua che combatte la renella e gli avvisi di garanzia. L’Acquafini che fa digerire i magoni e ripristina l’obbedienza. L’acqua Centrorosso, con lieve percentuale alcolica per far finta che le elezioni siano state un trionfo. Infine l’Acqua del sud, che essendo la mafia un’invenzione televisiva, sarà imbottigliata da Maria De Filippi.

In quanto all’aria le nostre città sono avvelenate dallo smog ma è tutto un fiorire di Ecomaratone, Vivilabici, Corricheseisano, Domenica Respira. Una o due volte all’anno migliaia di cittadini in tuta e scarpette testimoniano la loro volontà di sopravvivere. Ma il giorno dopo Domenica Respira c’è già Lunedì Ansima e poi Martedì Strozzati. È uscito anche un decalogo “per attraversare bene una città”, come a dire, la colpa non è dell’inquinamento, ma dei cittadini idioti che non sanno respirare. In quanto alla Fiat, ha le auto elettriche pronte ma finché c’è il petrolio mancano le prolunghe.

E tra poco riavremo il nucleare. Verranno costruite solo centrali della moderna terza generazione. Vuole dire che ci devono guadagnare almeno tre grosse industrie. Nessuno ha proposto di costruire una nuova generazione di edifici scolastici, non si guadagna abbastanza.

Tutto questo testimonia che, di fronte a un emergenza ambientale senza precedenti, l’Italia continua a mostrare scarsissima conoscenza e coscienza ecologica. Ci sono singoli parlamentari, associazioni benemerite, comitati di cittadini, qualcuno come Grillo o Vendola che ci sta provando. Ma il partito verde italiano è sempre stata la cenerentola dei partiti verdi europei.

Tutti sentiamo parlare di pale eoliche e pannelli solari, ma le pale restano ferme, e sul fotovoltaico c’è un caos di leggi, di certificazioni improvvisate e di confusione sui costi.
Sui nostri tetti l’unica cosa che trionfa è la parabolica.

Camion e navi con rifiuti tossici non hanno smesso un istante di attraversare i nostri territori e il nostro mare. Basta pagare una multa e si riparte. E la nostra prevenzione incendi è al livello di quella degli eschimesi.
Forse c’è una spiegazione. Forse l’Italia si è affezionata all’immagine di qualcosa di sporco, franante, disordinato, e guasto. Le nostre bellezze devono avere un contrappunto fetente, per venire incontro alle aspettative ai turisti. Che infatti fotografano con la stesso interesse i nostri quadri e la spazzatura per strada.

Eppure la parola “pulito” salta fuori in ogni nuovo slogan, iniziativa, e palingenesi. Berlusconi si è promozionato ripulendo una parte di Napoli, poco importa che adesso tutto stia tornando come prima. Le gallerie ferroviarie “ecostabili” della Roma-Bologna hanno distrutto i torrenti dell’Appennino, ma non sentirete mai un’amministrazione rossa protestare per questo scempio. Andate sullo Jonio e vedrete che per un ecomostro abbattuto, un altro sta spuntando.

Chi ci difende da questo massacro mafioso-cementizio? I geologi, i sismologi, i metereologi sono ormai post-esperti. Nel senso che vengono ascoltati solo dopo i disastri. Sarebbe bellissima una trasmissione televisiva in prima serata col titolo “Io l’ho visto” in cui si denunciano i pericoli e i guasti del dissesto idrogeologico e si indica come intervenire subito.
Ma i disastrologi devono constatare, non inquietare. E i più furbi tra loro hanno un argomento rassicurante, che garantisce un nuovo passaggio in televisione: dicono “è vero, è un disastro ma è già successo nel 1937”. Verrebbe voglia di farsi trovare a letto con la loro moglie dicendo “quello che lei pensa è vero ma non si arrabbi, è già successo nel 1998”.

Il vulcano, dicono gli scienziati, non è una malvagia anomalia, ma un motore della biosfera. In questo caso il prefisso “bio” viene usato seriamente: ma ormai non c’è prodotto che non esibisca queste tre lettere come pennacchio. Da biogas si è passati a bioyogurt, biomassaggio, biodentifricio e anche biopannolino per bioculi grandi e piccini. Quando si tratta di vendere, sono tre lettere magiche. Quando però si parla di biosfera, cioè di un organismo che non si può vendere, ma che si dovrebbe difendere dalla sfrenatezza economica, il discorso cambia.
Ogni istanza ecologica diventa biochiacchiera apocalittica. E i giapponesi con cinica serietà scientifica ci informano che la crisi totale della biosfera è già in atto, e scommettono chi sul 2013 chi sul 2050. Non è un dubbio cosmico come “chi vincerà lo scudetto”, ma varrebbe la pena di rifletterci.

Fortunatamente per i dirigenti italiani le tre lettere sacre non sono bio, ma “mio”, la miosfera del privilegio e dell’impunità.
Quel vulcano è un rompiballe, che probabilmente ha dentro al cratere un ritratto di Che Guevara. Dimentichiamolo in fretta.

Recentemente Obama ha detto che entro il duemilatrenta l’uomo deve assolutamente andare su Marte. Ci viene un dubbio: lo ha detto per desiderio scientifico o sta preparando un’arca di Noè? Sarebbe bello se l’inevitabile nube islandese ci spingesse a pensare alle nubi evitabili del nostro futuro. Ma la fine del mondo sembra ormai l’ultimo grande spettacolo che ci è rimasto. Non conviene rinviarla, abbiamo già venduto tutti i biglietti.
La Repubblica 20.04.10

Scuola, Pd a Gelmini: profondamente sbagliato far prevalere residenza su merito

Ghizzoni: Ministro sempre più appiattito su posizioni Lega, riferisca in parlamento.
“Il reclutamento regionale è profondamente sbagliato, il principio territoriale non può prevalere sul merito e le capacità dei docenti”. Lo dichiara la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni in riferimento alle affermazioni del Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sull’introduzione delle graduatorie regionali. “In questo modo – aggiunge Ghizzoni – il ministro dimostra il totale disinteresse per la proposta della sua collega di partito, Valentina Aprea, ed un appiattimento sulle pretese della Lega da sempre disponibile a graduatorie in cui la residenza del docente e la sua presunta omogeneità culturale con il territorio siano i criteri fondamentali per il reclutamento. Si tratta di una scelta profondamente sbagliata perché il principio territoriale non può prevalere su quello del merito. Fa inoltre disperare che nell’epoca della globalizzazione e nell’Europa che sancisce la libera circolazione delle persone si dica che ‘oltre alle mogli e ai buoi anche i docenti debbano essere dei paesi tuoi’. E a nulla serve invocare la sacrosanta questione della stabilità e della continuità didattica per dare dignità a questo nuovo intervento. Anzi – sottolinea la deputata democratica – ci viene il sospetto che nessuno abbia informato il ministro che i rigidissimi tagli di risorse e personale che lei stessa ha imposto alla scuola pubblica sono la causa principale della precarizzazione dell’insegnamento e della discontinuità didattica. Aspettiamo quindi il ministro in parlamento per confrontare i suoi slogan con le nostre proposte”.

La Bresso perde la presidenza delle Regioni europee per il veto del Carroccio

Così l’Italia rinuncia ad un incarico importante a livello internazionale. PD, “più la Lega Nord in Italia significa così meno Italia in Europa”. La lega Nord ha posto il veto sulla conferma di Mercedes Bresso alla presidenza del Comitato delle Regioni europee, che a Bruxelles riunisce i rappresentanti delle Regioni e degli enti locali. La nomina della Bresso risale allo scorso febbraio ed avrebbe dovuto essere riaffermata dal Governo, perché fondata proprio sul mandato di presidente della Regione. Ma nulla di fatto. La manovra politica della Lega Nord ha compromesso questa prassi. Il risultato è che l’Italia perde la Presidenza di un ente importante a livello internazionale.

Il duello tra l’ex presidente Pd della regione Piemonte ed il neogovernatore sembra essere infinito, nonostante le urne si siano chiuse già da molto tempo. Per la Bresso è il finale della guerra, la coda di una campagna elettorale estremamente dura. Ha dichiarato, “ ho subito attacchi pesanti, anche personali. E io ho risposto con accuse politiche, più volte ho paragonato la Lega ai partiti xenofobi europei”.

Il governatore dell’Emilia Romagna, Vasco Errani, aveva sentito Formigoni ed altri governatori. Sembrava che non ci fossero problemi sulla presidenza della Bresso ed invece la Lega, in veste di portavoce governativa, non ha sentito ragioni. Il Pse, al quale toccherà la prima metà del mandato, ha affermato che se non sarà nominata la Bresso la guida non andrà a nessun altro italiano. Non si tratta, dunque, di una vittoria politica del centro destra, piuttosto di un autogol governativo in ambito internazionale.

Tuttavia rimane ancora qualche piccola possibilità per la Bresso, come lei stessa ha potuto ricordare, “fra dieci giorni quando si riunisce la conferenza dei presidenti ed io sarò rinominata, la prossima plenaria del Comitato delle regioni potrà ancora confermarmi”.

Anna Paola Concia e Sandro Gozi, della direzione nazionale del Pd, hanno presentato due giorni fa un ordine del giorno approvato all’unanimità, che esortava la Segreteria del Pd ad impegnarsi in ogni modo, nelle sedi nazionali ed internazionali, per sostenere la Bresso affermando che “il neo eletto Presidente della Regione Piemonte Roberto Cota ha posto il veto alla permanenza di Mercedes Bresso al Comitato delle regioni della Ue. Il veto di Cota costa molto al nostro paese, che perderebbe così la presidenza del Comitato delle regioni presso l’Ue ricoperta proprio da Mercedes Bresso. Più la Lega Nord in Italia significa così meno Italia in Europa”.

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10 proposte per uscire dalla crisi

Il PD incontra le parti sociali per far fronte alla crisi economica. Letta: “Ricerca e innovazione, riforma degli ammortizzatori sociali, riforma del fisco: si riparte da qui”. Damiano: “Alla Camera c’è una proposta PD per tassare del 2%, nel 2010 e 2011, i redditi sopra i 200mila euro e destinare gli incassi alla Cig”. “Non si va oltre la crisi per decisioni unilaterali, si decide con chi ci sta dentro, con i rappresentati di lavoratori e imprese”. Con queste parole Enrico Letta spiega la scelta del Partito Democratico di riunire le parti sociali (Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Lega Coop, Confartiguanato, Confartigiani, Confapi, Confagricoltura, Cia, Cna, Coldiretti) nell’incontro “Per andare oltre la crisi: analisi e proposte”. Il vicesegretario PD lo rivendica come un “metodo di lavoro che è anche un messaggio forte e chiaro”.

“La caduta si è arrestata, ma se non viene seguita dal rimbalzo avremo davanti anni in cui il recupero sarà lungo e la capacità di contenere il danno, messa in campo finora da lavoratori e imprese, non sarà più sufficiente”. Per questa ragione, il PD propone una strategia di lungo periodo, avversa a quel “fallimento della politica degli spot e dei click day”, e articolata in 10 punti “per incalzare il governo e fa ripartire la crescita Noi su seria politica di tagli alla spesa pubbblica siamo disposti a sederci a un tavolo.
1. Ricerca e innovazione: “Questo capitolo non si può riassumere in un contributo di tagli. Finora il governo ha tagliato 1 miliardo in tre anni. Si riparte da questo tema con il meccanismo dei crediti di imposta”.
2. Riforma del fisco: “Invece di occuparsi delle divisioni interne chiediamo che Berlusconi e Fini affrontino la riforma del fisco. Sarebbe meglio che pensare a quote di ex An e ex Forza Italia, utili solo a dividersi le quote. Si metta al centro la riduzione di peso per chi produce e lavora, sugli altri particolari possiamo discutere.
3. Ammortizzatori sociali: “Il sistema ha retto nella prima fase. Ma noi dobbiamo organizzarci per il lungo periodo. Se non stiamo come la Grecia è merito di imprenditori e forze sociali, ma il pericolo arriva adesso. Serve una riforma che guardi a chi non ha il contratto a tempo indeterminato”.
4. Mancati pagamenti PA: quella misura autunnale , patto di stabilità, non ha funzionato.
5. Libere professioni. “Non si torni indietro rispetto al processo avviate dall’allora ministro dello Sviluppo economico Bersani. Più libertà di scelta aiuta i consumatori”.
6. Forme contrattuali che aiutino i giovani a trovare lavoro:”Il dualismo fra indeterminato e precariato non è più sostenibile. Lavorare a un contratto per i giovani è una priorità assoluta”.
7. Semplificazioni burocratiche. “C’è stanchezza fra le imprese, ma il più stanco di tutti è il ministro Brunetta che se ne voleva andare a Venezia, ma è costretto a rimanere a lavorare lì dov’è. Anche se finora non si è visto nulla di utile.
8. Denaro per le piccole opere pubbliche: “Come ripetiamo da tempo bisogna sbloccare il patto di stabilità e cantierare immediatamente le piccole opere, in modo da creare posti di lavoro”.
9. Emergenza Mezzogiorno: “ Questo tema è uscito dall’agenda culturale del nostro paese. Usciamo dalla crisi lo solo se le nostre regioni del Sud vengono messe in condizione di reagire come le zone disagiate della media europea. Si parta dalle energie rinnovabili. Il mezzogiorno può essere il Mediterraneo di queste energie.
10. Gas: “Oggi che stiamo per cogliere i vantaggi della convinzione, sempre avuta, che il centro di tutto fosse il gas. Possiamo diventare un paese non solo consumatore ma anche rivenditore, possiamo fare abbassare il costo per le imprese e rivenderlo. È un occasione da non perdere, il frutto di 15 anni di scelte bipartisan importanti”.
“Tifiamo – conclude Letta – per quegli italiani che si rimboccano le mani per uscire dalla crisi e lo facciamo con azioni concrete, nel rispetto e nella consapevolezza del nostro ruolo di opposizione”.

Nella stessa giornata Cesare Damiano, capogruppo PD in Commissione Lavoro e organizzatore dell’incontro ha presentato alla Camera un ddl sugli ammortizzatori sociali per trovare la copertura e ripristinare l’allungamento di sei mesi della cassa integrazione ordinaria. Ai redditi al di sopra dei 200mila euro è chiesto un “contributo di solidarietà” del 2% per il 2010 e il 2011.

All’incontro con le parti sociali, Damiano ha sottolineato l’importanza di “ragionare insieme sulla situazione attuale” e si detto determinato a “rendere continuativo questo tavolo di concertazioni. Siamo ancora di fonte a spot e a una ripresa a macchia di leopardo. Siamo di fronte a una battuta d’arresto della crisi più che una ripresa. I conti relativi all’occupazione li dobbiamo ancora saldare e il 2010 e il 2011 saranno problematici. Il governo sbaglia: pensano che tutto è risolto perchè hanno distribuito ammortizzatori a spese di regioni e fondo sociale europeo. Hanno dato una dose massiccia di narcotico, aspettano la nottata passi. È un ragionamento perdente. Il sistema non tornerà com’era prima della crisi ed è assurdo tutelare l’occupazione senza un progetto di sviluppo. Perchè non hanno destinato fondi alle imprese invece di abolire l’Ici anche per i redditi più alti?”.

Secondo Giampaolo Galli,direttore generale di Confindustria, “se si riduce la spesa diventa credibile una prospettiva di riduzione delle tasse”. Inoltre, “per un crescita del 2% nei prossimi anni servono scelte oculate per l’allocazione delle poche risorse”. Controllare la spesa corrente primaria, ha spiegato Galli, “e’ molto difficile ma c’e’ l’esempio della Germania che nel 2003 ando’ al 4% del disavanzo” e in pochi anni e’ arrivata “a un taglio di 4 punti della spesa e non ha sofferto in termini di crescita” anzi nel 2006-2007 “ha ricominciato a crescere”.

Salvatore Barone, funzionario del Dipartimento dei settori produttivi della Cgil, ha avvertito: “Non possiamo affidare alle sole imprese eccellenti il compito di conseguire crescita in medio periodo. Non basterà ad affrontare grandi problemi che abbiamo di fronte. Il fattore tempo e la qualità della politica sono centrali. Il prolungarsi della crisi pone problema all’area di piccola e media dimensione: bisogna mettere in campo una politica di investimenti. Il sistema produttivo va rafforzato con investimenti pubblici soprattutto per aiutare lo slancio di innovazione che alcune imprese stanno facendo”.

Andrea Lulli, capogruppo Pd in commissione Attività produttive, nella sua relazione introduttiva, ha sottolineato l’urgenza di una “riforma degli ammortizzatori sociali, che renda universale l’accesso al sostegno al reddito in caso di mancanza temporanea o perdita del lavoro. Ciò mette in luce le scelte inadeguate del Governo che ha ritenuto di non dover intervenire nel sostegno alla domanda interna nel momento in cui ci troviamo in difficoltà sul fronte dell’export così importante per la nostra economia. Certo sappiamo tutti che siamo in una economia aperta e che maggiore consumi interni non significano necessariamente più sostegno alla nostra industria. Ma non mancano certo le possibilità, entro certi limiti, di selezionare l’offerta da sostenere o se vogliamo la domanda da indirizzare, magari incentivando i consumi verdi o quelli legati al campo dell’istruzione. Ma non va dimenticato che la necessità di ridurre le diseguaglianze esistenti e i livelli di povertà (che questa crisi ha messo ancora più in evidenza e che può portare a rotture la coesione sociale nei territori – anche in quelli più ricchi) non è solo una necessità etica ma anche una pre condizione per la ripresa economica”.

Stefano Fassina, responsabile Economia della segreteria PD, denuncia: “Il governo non ha affrontato bene questa fase di crisi, ma non perché ha deciso di tenere sotto controllo la finanza pubblica. Noi quella scelta l’abbiamo appoggiata ma hanno scambiato la variabile vincolo con la variabile obiettivo. L’obiettivo non deve essere il controllo della finanza ma la crescita. Hanno fatto 9 mld di dpese investimento in meno. In questa ottica non hanno fatto altro che affidarci alla crescita internazionale. È c ambiato lo scenario, è venuta meno la fonte bdi consumo globale. Non abbiamo ancora trovato un motore alternativo. Dobbiamo fare un’operazione prima di tutto a livello europeo.

Ivana Giannone

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"Via ai nuovi tagli, falcidiato il Sud", di Carlo Forte

Il prossimo anno scolastico inzierà con 25.558 cattedre in meno rispetto all’anno precedente. È la seconda tranche dei tagli previsti dal piano programmatico previsto dall’articolo 64 della legge 133/2008. Che nel trascorso anno scolastico ha già cancellato circa 42mila cattedre. E la scure dei tagli non si arresterà nemmeno nel 2011, perchè tra due anni è previsto un ulteriore taglio di 19.700 cattedre. Insomma, secondo quanto previsto dalle disposizioni, dal 1° settembre 2011 le cattedre in meno, rispetto al 2009, dovrebbero essere circa 80mila. Per il prossimo anno viale Trastevere ha già fatto i conti ed ha disegnato la mappa delle riduzioni di organico regione per regione con il relativo decreto e circolare del 13 aprile scorso (si vedano le anticipazioni di ItaliaOggi di martedì scorso). A guidare la classifica è la Campania che perderà 3.686 cattedre, seguita a ruota dalla Sicilia che dovrà rinunciare a 3.325 insegnanti. La Lombardia perderà invece 2.760 posti e la Puglia 2.535. Nel Lazio la scure del governo taglierà 1.830 cattedre, mentre in Piemonte l’organico sarà ridotto di 1.639 unità e in Veneto la riduzione sarà di 1.634 posti. Seguirà la Calabria con 1.522 cattedre in meno, L’Emilia – Romagna a quota -1.193, la Toscana a -1.121 e la Sardegna, che perderà 1.037 insegnanti. A guidare la classifica delle regioni al di sotto della «quota mille» sono le Marche, che dovranno rassegnarsi a fare a meno di 795 docenti, seguita dall’Abruzzo, che perderà 679 docenti e dalla Liguria che dovrà dire addio a 491 cattedre. La Basilicata subirà un taglio di 425 posti, mentre il Friuli ne perderà 378 e l’Umbria 313. Fanalino di coda, il Molise, che dovrà rinunciare a 195 docenti. Fin qui i tagli in valori assoluti. La classica cambia se si guardano i valori percentuali. A salire sul podio, questa volta, sono le 4 regioni del Sud che vantano tagli nell’ordine di un punto percentuale in più rispetto alla media nazionale. Il primo posto spetta alla Calabria che perderà il 5,38 % dell’organico, tallonata dalla Basilicata che, a fronte di appena 590mila abitanti , sparsi in una miriade di piccoli paesi, prevalentemente di montagna, perderà il 5,18% dei docenti. Stessa percentuale per la Sardegna, che si piazza al secondo posto ex aequo nella classifica dei tagli. Il terzo posto spetta, invece, alla Sicilia, il cui organico subirà una decurtazione di posti nell’ordine del 5,06%. Il Molise perderà il 4,98%, la Pugliail 4,93%, e la Campania il 4,69%. Fin qui i tagli al Sud e nelle isole. Nelle altre regioni solo le Marche e l’Abruzzo segnano percentuali di tagli superiori al 4%, rispettivamente nell’ordine del 4,63% e 4,47%. Tutte le altre si collocano al di sotto di questa soglia. Il Piemonte perderà il 3,68% dell’organico, la Liguria il 3,49%, il Veneto il 3,39%, l’Umbria il 3,28%, il Lazio il 3,09%. Emilia, Friuli, Lombardia e Toscana, invece, dovranno dire addio solo al 3% dell’organico dei docenti. Dal quadro dei tagli distribuiti dal ministero dell’istruzione emerge una percentuale nazionale del 3,96%, che però non sintentizza le diversità effettivamente presenti su tutto il territorio. Nel Sud, infatti, la percentuale media si attesta sul 5%, mentre nel resto d’Italia non si va oltre il 3,5%. Ciò comporterà intevitabilmente forti flussi migratori di docenti precari, anche anziani (dunque con punteggi alti) da Sud a Nord, alla riapertura della graduatorie a esaurimeno prevista per il 2011. Perchè con queste prospettive la probabilità di continuare a lavorare con le supplenze nelle regioni meridionali diventerà un dato molto aleatorio.

Italia Oggi 20.04.10

"Un Paese che non fa scuola", di Stefano Lepri

C’è nel mondo un paese avanzato, ricco, dove le persone istruite sono meno numerose che negli altri, eppure a chi si istruisce non è facile trovare un posto di lavoro adeguato agli studi, e se lo trova non è pagato bene. Per questo gli studenti si impegnano poco e i loro risultati, nel confronto internazionale, sono deludenti. E’ un paese dove le iscrizioni all’Università diminuiscono; dove le famiglie pagano rette di scuole private non perché i figli si istruiscano meglio, ma per rimediare alle bocciature o per condurli al «pezzo di carta» con meno sforzo. All’impressione diffusa di un declino culturale dell’Italia – che nelle nostre élites alimenta la dilagante moda di spedire i figli in università estere – ora un libretto appena uscito dà una rigorosa base di dati, senza forzature ideologiche. Piero Cipollone e Paolo Sèstito, economisti della Banca d’Italia, riassumono i risultati dei loro studi in centotrenta pagine della collana divulgativa del Mulino, «Farsi un’idea». Prima di intitolarle Il capitale umano, si sono domandati se questo concetto tecnico comunicasse in pieno ciò che vogliono dire; di fatto, offrono strumenti per discutere ciò che noi italiani vogliamo fare del nostro futuro.

Un paese più istruito è anche un paese più civile, più solidale, con una democrazia più ricca; è ovviamente più pronto ad impadronirsi delle nuove tecnologie con le quali soltanto, nel dopo-crisi, i paesi già ricchi potranno reagire alla sfida dei paesi emergenti. Negli studi della Banca d’Italia e di altri economisti, l’Italia appare anomala. Se sotto i 45 anni la percentuale di italiani laureati è metà rispetto ai francesi e agli spagnoli, e poco superiore a quella dei turchi, sarebbe logico aspettarsi che di laureati ci sia penuria. Invece il nostro sistema economico ne chiede pochi e li paga troppo poco più di chi ha studiato meno. Facciamo sempre meno figli, eppure diventa più difficile sistemarli: «a partire dalla seconda metà degli Anni 80, si è avuta una diminuzione dei salari di ingresso dei giovani laureati, non compensata da una crescita delle loro retribuzioni al progredire della loro vita lavorativa. Il divario retributivo fra vecchi e giovani si è anzi ampliato fra i laureati, ma non tra i diplomati, con il risultato di affievolire ulteriormente per i più giovani l’incentivo a conseguire una laurea». Si rischia così un «circolo vizioso», scrivono Cipollone e Sestito: un sistema produttivo fatto di piccole imprese e concentrato su settori produttivi tradizionali assorbe pochi laureati (la Confindustria chiede al governo di potenziare le scuole tecniche, perché è casomai a quei livelli che registra mancanza di qualifiche); a sua volta lo scarso incentivo a studiare offre alle imprese poche persone capaci «di innovare e di adottare quelle tecnologie che ne sosterrebbero la crescita».

La colpa è anche di come è fatta la nostra scuola. Cipollone è anche impegnato sul campo a migliorarla, come presidente dell’Invalsi, l’ente pubblico incaricato di valutare le prestazioni del nostro sistema educativo, noto ai genitori per i test nazionali omogenei che si accompagnano agli esami scolastici. Una scoperta curiosa – sulla base dei dati di confronto internazionale offerti dalla indagine Pisa dell’Ocse – è che sui risultati dei ragazzi l’ambiente familiare influisce sì, ma meno che nella media degli altri paesi. Perfino i figli di genitori istruiti non se la cavano tanto bene. Oltre a una abbondanza di studenti che imparano poco, l’Italia conosce anche una «scarsità di studenti dalle prestazioni molto brillanti».

Detto in parole povere: se il futuro dei giovani dipende più dai «pezzi di carta», dalle raccomandazioni, dal facile subentro nella professione dei genitori, o semplicemente dal vivere di rendita sul patrimonio di famiglia, impegnarsi non giova né ai ricchi né ai poveri. Dai test, risulta che le elementari sono buone, e il divario con gli altri paesi si apre nella media inferiore. Per l’università spendiamo molto poco in assoluto, invece una cifra nella media internazionale se la si divide per il basso numero degli studenti. E poi c’è l’impressionante divario tra aree del Paese. Con identiche cognizioni di matematica i quindicenni bocciati con 5 al Nord sono faticosamente promossi con un 6 al Centro, al Sud addirittura premiati con un 8.
La Stampa 20.04.10

"L'appetito della Lega", di Rinaldo Gianola

Nel 2009 il Veneto, che ha appena tributato un consenso elettorale record alla Lega, ha perso circa 52.000 posti di lavoro, il numero dei disoccupati ha raggiunto il livello di 126.500 persone. Secondo l’agenzia Veneto Lavoro il prodotto interno lordo in questa regione chiave dell’economia nazionale è calato del 4,8% lo scorso anno, il prodotto pro-capite è sceso ai livelli di dieci anni fa e un recupero sulla media del 2008 sarà possibile solo nel 2015, se tutto andrà per il meglio. I più colpiti, quelli che pagano gli effetti più duri della crisi, sono gli operai maschi, stranieri e con un contratto a tempo determinato. Sono stati licenziati, difficilmente troveranno un’occupazione nel breve-medio periodo.

Questa è la realtà sociale ed economica del Veneto. Una realtà difficile come in molte altre regioni italiane. Poi c’è la politica, ci sono le amministrazioni, ci sono i nuovi leader leghisti. Uno si aspetterebbe che davanti a una crisi spaventosa e dopo una vittoria elettorale senza condizioni gli amministratori di Bossi affrontassero questo momento delicato con piglio deciso e provvedimenti adeguati all’emergenza. Ma, per ora, bisogna aspettare. Anche gli uomini della Lega tengono famiglia e amano i piaceri del potere.

A Treviso i leghisti rifanno la sede della provincia come se fosse una reggia spendendo senza ritegno e comprando pure un tavolo di cristallo da 12mila euro ma poi negano i soldi alle scuole. La presidente della provincia e sindaco di San Donà Francesca Zaccariotto, astro nascente della Lega, appena eletta si era aumentata lo stipendio. Altri amministratori e sindaci leghisti, ad esempio ad Asolo e in altri comuni del trevigiano, hanno pensato che, crisi o non crisi, è giunto il momento di arrotondare stipendi e indennità perché non si vive solo di aria e di gloria politica.

Sono solo alcuni esempi della Lega di governo e di sottogoverno raccontati nell’inchiesta di Toni Fontana che offre un punto di vista diverso e alternativo sulla classe di governo di Bossi che, accanto ad amministratori abili e presentabili, propone il sindaco di Adro che non vuole dare da mangiare ai bambini delle famiglie morose o la giunta di Brescia che nega il bonus bebè ai figli degli immigrati.

Oggi che la Lega ha in mano la guida del Piemonte e del Veneto, e partecipa al governo in Lombardia puntando anche a Palazzo Marino a Milano, mostra sul territorio la sua faccia feroce coi più deboli e, su un livello più alto di potere, capitalizza il numero dei voti esigendo, come ha detto esplicitamente Bossi, «le banche del Nord, perché ce lo chiede il popolo» e punta a infilare i suoi uomini nei consigli di amministrazione delle grandi aziende di Stato e nelle municipalizzate. Come si può contrastare questa Vandea?

Con la presenza, la testimonianza forte di una politica diversa. Tonino Guerra ha scritto al Corriere della Sera per proporre al presidente della Repubblica di scegliere come senatore l’italiano «che non ci sta», l’imprenditore Silvano Lancini che ha pagato i diecimila euro di rette arretrate della mensa dei bambini di Adro. Una speranza.
L’Unità 20.04.10