Sulla caccia il centrodestra si spacca. Alla vigilia del voto di Montecitorio sull´articolo 43 della Legge Comunitaria che allarga i confini della stagione venatoria, una trentina di deputati della maggioranza ha inviato una lettera al presidente del Consiglio annunciando il dissenso per motivi di coscienza: «Non vogliamo legittimare con il nostro voto il cedimento politico di alcuni a una piccola lobby di settore e a meno di 750 mila cacciatori. Né, tanto meno, alla loro volontà di sparare indiscriminatamente tutto l´anno e contro qualsiasi specie animale». Tra i firmatari Fiorella Ceccacci Rubino, Margherita Boniver, Flavia Perina, Fiamma Nirenstein e Pietro Lunardi. Se a questi nomi aggiungiamo quelli degli esponenti di centrodestra già schierati contro la caccia no limits (Franco Frattini, Sandro Bondi, Stefania Prestigiacomo, Michela Brambilla, Francesca Martini) otteniamo il quadro di una frattura che si sta allargando.
Anche perché all´interno del centrodestra molti non colgono le ragioni di questa spinta verso la deregulation venatoria in un paese in cui, come risulta dai sondaggi, esiste una larga maggioranza contro la caccia. E infatti alle ultime elezioni amministrative il bottino incassato dagli estremisti della doppietta è stato assai modesto: un paio di leader bocciati dalle urne e un totale di 119.943 voti per Alleanza di Centro – Partito Caccia Ambiente nelle regioni in cui la coalizione si è presentata.
«Lo stralcio dell´articolo 43 della legge Comunitaria è l´unica strada per fermare una deriva che rischia di pregiudicare la sopravvivenza di numerosissime specie animali, di mettere l´uno contro l´altro cacciatori, ambientalisti e agricoltori, di esporre le Regioni a continui ricorsi nella più totale incertezza normativa», ha commentato Stella Bianchi, responsabile Ambiente del Pd.
Per ora il prezzo della deregulation si misura nel panorama italiano. Ma a Bruxelles stanno osservando con estrema attenzione quello che accade in un paese contro il quale sono state già aperte procedure d´infrazione per l´uso poco ortodosso delle deroghe. Negli anni passati le Regioni hanno utilizzato con eccessiva disinvoltura uno strumento concepito come risposta a situazioni d´emergenza: la deroga, ripetuta sistematicamente, ha finito per costituire un allungamento occulto del calendario venatorio. Se l´aula di Montecitorio approverà l´articolo 43, il vizio occulto diventerà palese e sarà difficile per Bruxelles evitare la strada delle sanzioni.
Intanto, davanti al Parlamento, cresce la protesta. Sotto la sede della Camera si sono ritrovati i rappresentanti di una ventina di associazioni (Altura, Amici della Terra, Ambientalisti italiani, Associazione vittime della caccia, Cts ambiente, Enpa, Fare verde, Greenpeace, Italia nostra, Lac, Lav, Legambiente, Lida, Lipu, Memento naturae, Mountain wilderness, No alla caccia, Oipa, Vas, Wwf). E anche il mondo venatorio non è schierato in modo compatto per la deregulation. Da una parte c´è l´ala estremista che interpreta i margini concessi dalle direttive europee come la possibilità di migrazioni di massa dei cacciatori da una regione all´altra: sfruttando le differenze di calendario si otterrebbe di fatto una stagione venatoria lunghissima. Dall´altra Federcaccia, Arcicaccia e Italcaccia della Toscana hanno chiesto l´azzeramento delle proposte di modifica della legge quadro sulla caccia.
La Repubblica 20.04.10
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I nonni valgono 18 miliardi
In Italia quasi 7 bambini e adolescenti e mezzo su 10 vivono con i nonni. Si tratta del 64% dei minori. Vivono una parte della propria infanzia con i nonni, un ruolo sociale che non trova uguali in Europa. E che, insieme con l’impegno in associazioni di volontariato , in termini economico-monetari assoluti ammonta a circa 18,3 miliardi di euro, pari all’1,2% del Pil.
Il contributo degli anziani non si limita al valore intrinseco dell’attività, ma è a sua volta generatore di economie esterne, specie a favore delle donne. Sono 4.701.000 persone con più di 54 anni, su circa 13 milioni di italiani interessati a queste attività. Garantiscono oltre 150 milioni di ore lavorative, che rappresentano il 50% dell’intero monte d’aiuto informale.
Sono i principali dati che emergono dalla ricerca “Il capitale sociale degli anziani. Stime sul valore dell’attività non retribuita”, commissionata all’Ires dallo Spi-Cgil, che sarà presentata a Roma domani alla sala segreteria del centro congressi di via Frentani (via Frentani 4/c) dello Spi.
“Il lavoro non retribuito degli anziani – si legge in una nota – nei fatti risulta un nodo importante del contributo dei cittadini all’economia relazionale. La partecipazione di utenti e cittadini non rappresenta solo un indice di democraticità e coinvolgimento, ma anche di produttività ed efficienza economica in senso ampio”.
La Stampa 20.04.10
"Lavoro precario, lavoro nero e lavoro grigio", di Bruno Ugolini
Nella giungla del lavoro ecco il voucher del lavoro grigio. Non ci sono solo le lotterie dei supermercati che offrono come premio un posticino di lavoro. Non ci sono solo i lavori a progetto, i lavori a chiamata, i lavori in affitto. Esistono da qualche tempo anche i buoni lavoro. Uno va dal tabaccaio e li compra. Oppure va sul sito Inps e trova i moduli necessari da 10, 20 o 50 euro.Conquei «buoni» gli «utilizzatori finali», così li ha chiamati a suo tempo la circolare del ministro del Welfare potranno pagare manodopera occasionale, a buon prezzo. Sarebbe, secondo il ministro, un modo per combattere il lavoro nero. I salariati con voucher sarebbero lavoratori in grigio perché, a differenza dei neri, avrebbero una minima tutela previdenziale e assicurativa. Un’occasione appetitosa per tanti costretti a cercare un’occupazione qualsiasi: studenti, casalinghe, giardinieri, babysitter, dogsitter, insegnanti, pensionati, lavoratori in cassa integrazione o in mobilità o disoccupati, persino gli stranieri. I datori di lavoro potranno essere privati, aziende, imprese familiari, agricoltori, enti locali. Nessun rapporto tra il valore del buono (10 euro lordi) e una qualunque durata della prestazione resa dal lavoratore (un ora? 20 ore?). Ecco perché la solita Cgil ha visto nella scelta un’altra insidia per i contratti collettivi nazionali. C’è poi, naturalmente, chi, tra gli imprenditori, sotto la sferza della crisi, ha approfittato subito di queste nuove disposizioni trasformando i lavoretti occasionali (in nero) in lavori impegnativi abbastanza duraturi ma pagati con i buoni occasionali (in grigio). È anche di fronte a questa realtà in movimento che un giovane amico informatico mi ha confessato di aver capito poco del dibattito acceso sul famoso contratto unico. Lui che rinnova il suo rapporto di lavoro di tre mesi in tre mesi (con possibile libera sospensione, assimilabile a un licenziamento), sarebbe ben lieto di avere almeno tre anni sicuri, con tutti i diritti e le tutele. Però si chiede: il mio padrone sceglierà una formula simile così costosa o non preferirà andare avanti come ora? Oppure il contratto unico per i novizi del lavoro sarà proprio unico, nel senso che seppellirà le innumerevoli altre forme contrattuali? E dopo i tre anni se il padrone mi licenzierà non è che potrà riassumermi facendomi fare i tre anni di gavetta all’infinito? E chi darà il via a tale riforma? L’attuale governo? Oppure trattasi solo di elaborazioni futuristiche? Sono domande di giovani che vorrebbero risposte anche parziali ma sicure. Sostenute da un movimento capace di costruire un blocco sociale capace di incidere su quell’altro blocco maggioritario che sostiene l’attuale maggioranza di centrodestra.
L’Unità 19.04.10
"Graduatorie regionali entro il 2011", di Alessandra Ricciardi
Ha stravinto alle regionali, rafforzandosi come partito federale a spiccata capacità di governo nazionale. E così, mentre il Pdl vive sul filo del rasoio i rapporti tesi tra il premier, Silvio Berlusconi, e il presidente della camera, Gianfranco Fini, il Carroccio è passato subito all’attacco per la scaletta delle prossime riforme.
Scuola in testa. Un pressing incessante sul governo che sta producendo i suoi effetti. Ieri il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, in un convegno a Milano per la prima uscita dopo il parto, ha annunciato che dal 2011 ci saranno graduatorie regionali per gli insegnanti. Un ddl dovrebbe prevedere facilitazioni, dal punto di vista dei punteggi, per chi deciderà di restare nella regione di residenza, senza trasferimenti. Un modo per bloccare i docenti alla loro terra senza più migrazioni dal Sud verso il Nord. Ma non solo. Nei giorni scorsi è stata approvata una mozione nel consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, documento leghista of course, per promuovere la regionalizzazione dell’assunzione dei docenti. Mozione anologa potrebbe a breve essere assunta anche in Piemonte e Veneto, anch’esse a guida verde rispettivamente con Roberto Cota e Luca Zaia. E pure all’ombra del Pirellone l’onda leghista avanza: il governatore Roberto Formigoni, eletto per la quarta volta consecutiva alla guida della Regione, ha chiesto al ministro Gelmini di poter sperimentare un nuovo modello di federalismo scolastico, un modello definito formigoniano, ma anche pidiellino e leghista. «Sono stufo di vedere i professori depressi a causa di un sistema che non garantisce la qualità», ha detto il governatore lombardo. La proposta si fonda su due principi, il reclutamento diretto dei docenti da parte delle scuole, sulla base di albi regionali, e la completa parità tra istituti statali e paritari potenziando il buono studio in favore delle famiglie che scelgono i secondi.
Intanto, il ministro dell’istruzione, riprende in mano la palla della riforma e annuncia: «Stiamo ragionando su come garantire la continuità didattica per il miglioramento della qualità all’interno delle scuole, attraverso un disegno di legge». Il ddl dovrebbe riguardare le modalità di assunzione ma anche la valutazione dei docenti, che dovranno avanzare in carriera per merito e non più per anzianità di servizio. Anche perché «abbiamo proceduto a realizzare una serie di risparmi previsti dalla Finanziaria e dovremo riversarli come incentivi per gli insegnanti entro il 2011. Per questo non dobbiamo perdere tempo e mettere a punto il provvedimento». Affermazioni che hanno scatenato i sindacati. « Graduatorie nazionali degli insegnanti non esistono, sono provinciali e semmai vanno stabilizzate dando un punteggio aggiuntivo a chi decide di fermarsi per 5 anni nella stessa città, ma questa è cosa diversa dalle assunzioni regionali», spiega il segretario generale della Uil scuola, Massimo Di Menna. «Parlano tanto di Europa e poi si chiudono in un microcosmo regionale», attacca il segretario generale della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo». Per la Gilda di Rino Di Meglio, «occorre garantire la libera circolazione Ue, e dunque avere concorsi pubblici e aperti a tutti, non importa se regionali».
Ma nuovi passi federalisti potrebbero essere compiuti a bocce ferme, senza attendere ulteriori provvedimenti centrali. «I governi locali, in base a quanto prevede oggi il Titolo V della Costituzione», spiega Mario Pittoni, capogruppo Lega in commissione cultura al senato, «possono già legiferare non solo sull’organizzazione del servizio scolastico ma anche sulla gestione, ovvero assegnazione, del personale e delle risorse alle scuole, pur nell’ambito del contingente stabilito dallo stato». Basta volerlo.
Italia Oggi 20.04.10
Carpi (MO) – Vogliamo una scuola con il segno più
Sala Congressi – via Peruzzi -Carpi
Incontro organizzato dal coordinamento buona scuola Carpi – Scuole superiori
partecipano
Manuela Ghizzoni Parlamentare
Bruno Moretto Consiglio Nazionale pubblica istruzione
Giuseppe Stefani Presidente consiglio di Istituto Liceo Willigelmo
"I fratelli Cervi. La storia dietro il mito", di Simonetta Fiori
Esiste il mito ed esiste la storia. Decostruire il mito significa restituire alla storia la sua complessità, non necessariamente rovesciare o negare i fatti storici da cui è scaturito il racconto epico. Con il titolo Italo, Alcide e il mito è uscito ieri sul Sole 24 ore un documentato articolo di Sergio Luzzatto dedicato a una “icona rossa della Resistenza”, la storia dei sette fratelli Cervi uccisi il 28 dicembre del 1943 per ordine dei fascisti. Mettendo insieme due articoli di Calvino pubblicati nel dicembre del 1953, una celebre orazione del giurista fiorentino Piero Calamandrei e la strategia adottata allora da Togliatti, Luzzatto racconta meticolosamente la costruzione negli anni Cinquanta di un mito che ebbe l´effetto di “abbellire” o rendere organica al partito comunista una vicenda che organica non fu, conservando tratti di irregolarità e ribellione nascosti dal martirologio.
Prendendo spunto dalla riedizione de I miei sette figli di Alcide Cervi, una sorta di memoriale voluto da Togliatti nel 1955 (Einaudi, pagg. 100, euro 11), Luzzatto racconta come «da Italo Calvino in giù» l´intellighenzia comunista fece di tutto per celebrare come coerente «una storia certo eroica, ma parecchio complicata». Nei due o tre mesi intercorsi dall´inizio della Resistenza fino alla loro morte, «i fratelli Cervi furono tutto fuorché altrettante incarnazioni del rivoluzionario disciplinato», dandosi all´attività di sabotaggio «con una convinzione ai limiti dell´incoscienza». Non mancarono i contrasti tra loro e i dirigenti locali del Pci, «che li accusarono di comportarsi da “anarcoidi”». Furono Calvino e Calamandrei – continua Luzzatto – a trasformare i fratelli Cervi in santini, «sottacendo le difficoltà ambientali, gli inciampi militari, l´isolamento politico durante la loro breve stagione da partigiani sull´Appennino». Questo comune innamoramento per la famiglia Cervi finì per incontrarsi nel dopoguerra con il desiderio di Togliatti di contrastare la propaganda anticomunista sul cosiddetto “triangolo della morte”. La mitografia dei Cervi – scrive in conclusione Luzzatto – servì anche per avversare le “caricature infamanti” ai danni del partigianato rosso. Ma al di fuori della elaborazione leggendaria – sembra di leggere tra le righe – i fratelli Cervi rimangono figure gloriose, che funsero anche da esempio per gli altri combattenti.
Consapevole dei rischi connessi ad operazioni del genere, in tempi di egemonia “neorevisionista”, Luzzatto chiarisce al telefono: «In questo caso la decostruzione del mito nulla toglie alla dimensione eroica dei Cervi, che rimane tutta. I revisionisti peggiori, cui diede voce anche Bruno Vespa, arrivarono a sostenere che fu il Pci a decretarne la morte. Io racconto come è nata una leggenda edificante, la passione condivisa da Calvino e Calamandrei. Non bisogna dimenticare che in quegli stessi anni i partigiani finivano sotto processo, e dalle galere uscivano i combattenti di Salò».
È nei primi anni Novanta che dalle memorie interne al Pci reggiano affiorarono i dissapori tra i Cervi e i comunisti. «All´indomani dell´8 settembre 1943», racconta Alessandro Casellato, autore di una monografia sui fratelli Cervi che uscirà da Einaudi, «essi furono artefici di iniziative autonome guardate con diffidenza dai comunisti. Li accusarono anche di anarchismo, ma alludendo a un´intemperanza di tipo esistenziale, non a una teoria politica». La creazione del mito, concorda Casellato, fu anche un risarcimento simbolico per la famiglia, che patì il dolore della perdita e una vita di durezze. «Ma è ora la stessa famiglia a porsi delle domande nuove».
La vicenda dei fratelli Cervi non è mai stata oggetto di un´accurata indagine storica. «Non certo per le censure del Pci», interviene Giovanni De Luna, studioso attento al rapporto tra storia e memoria. «Un vizio della storiografia resistenziale è stato quello di dare spazio agli scenari e al collettivo piuttosto che alle figure in carne d´ossa». La ricostruzione storica, aggiunge lo studioso, è alternativa al mito perché ricostruisce la complessità degli eventi. «Quella di transitare un personaggio dalla dimensione mitica alla conoscenza è un´operazione necessaria. Soltanto un paese avvelenato dal revisionismo può leggerla con malizia».
Postilla
Ci sono momenti in cui è necessario che la storia diventi mito, altri in cui è utile che il mito venga riletto come storia. Nei giorni nostri sciagurati, avvelenati dal revisionismo, è necessaria molta prudenza per fare il secondo passaggio.
Se non l’avete, qui potete scaricare e leggere, o rileggere, il libro di Renato Nicolai e Alcide Cervi.
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Di seguito l’articolo citato da il SOle 24 Ore di ieri 18 aprile di Sergio Luzzatto
Italo, Alcide e il mito
Domenica 17 gennaio 1954, un vecchio contadino emiliano entrò nel palazzo del Quirinale per incontrare un vecchio proprietario terriero piemontese che era anche il primo presidente eletto della Repubblica italiana. Il vecchio contadino, Alcide Cervi, portava al petto sette medaglie d’argento, una per ciascuno dei suoi figli caduti nella Resistenza. Il vecchio proprietario e presidente, Luigi Einaudi, teneva a onorare di persona chi aveva pagato un prezzo tanto alto alla liberazione del paese. Poche settimane prima (correva il decimo anniversario della fucilazione dei fratelli Cervi) Einaudi aveva scoperto la figura di Alcide grazie a un articolo pubblicato sulla rivista dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia, «Patria indipendente». L’articolo – che sta all’origine di un mito – era stato scritto da Italo Calvino.
Calvino era allora un tipico interprete del “lavoro culturale” svolto per conto del Partito comunista: autore e funzionario della casa editrice Einaudi, fondata vent’anni prima dal figlio del futuro presidente della Repubblica; collaboratore fisso dell’«Unità». Sul giornale di partito Calvino aveva pubblicato, negli ultimi giorni del 1953, un secondo articolo sui Cervi. Per scrivere quei pezzi il trentenne ex partigiano si era recato di persona a Gattatico, nella “bassa” emiliana fra Parma e Reggio. Aveva visitato la fattoria dove i sette fratelli resistenti (e il padre stesso) erano stati catturati dagli uomini di Salò il 25 novembre 1943, un mese prima di essere messi al muro senza processo, per rappresaglia dopo un attentato. Aveva incontrato papà Alcide, «basso e solido e nodoso come un ceppo d’albero»: «il padre scampato al terrore e al dolore», rimasto vedovo subito dopo la morte dei figli. Aveva parlato con almeno una delle vedove dei fratelli, e con la maggiore degli undici orfani, «la ragazza coi capelli rossi che quando i fascisti assediarono la casa aveva nove anni, e adesso ne ha diciannove».
Calvino era rimasto folgorato dalla visita a casa Cervi. Lo si capisce dal tono insieme complice e solenne, familiare e fiabesco, che impronta i suoi articoli del dicembre ’53. Articoli così eloquenti da folgorare – di riflesso – un “padre della patria” che si era imposto all’attenzione dell’opinione pubblica, dopo gli anni della Costituente, come il massimo cantore della Resistenza: il giurista fiorentino Piero Calamandrei. Sulle orme di Calvino, anche Calamandrei aveva visitato casa Cervi. E sulla falsariga degli articoli di Calvino, Calamandrei aveva preparato un discorso in onore di Alcide ch’egli tenne al teatro Eliseo di Roma il 17 gennaio 1954: lo stesso giorno in cui, al Quirinale, il contadino emiliano era stato ricevuto dal presidente piemontese.
Le fondamenta del mito dei fratelli Cervi furono gettate allora, nel mese scarso che separò la pubblicazione degli articoli di Calvino dall’orazione di Calamandrei. Allora prese corpo una sorta di tacita intesa fra il giovane narratore e il maturo giurista, per rappresentare i sette fratelli emiliani come il simbolo uno e plurimo dell’epos resistenziale: eroi degni della voce di Omero, o della penna di Ariosto. Il 12 gennaio 1954, su un cartoncino augurale della casa editrice Einaudi, Calvino si rivolse a Calamandrei come un discepolo al maestro, ma anche come un capostipite all’erede: «Caro professore, le cose che mi scrive sui miei articoli sui Cervi mi fanno molto piacere, soprattutto perché mi sta a cuore che la loro storia sia divulgata e sentita e intesa. Mi dispiace non poterLa sentire, domenica, a Roma. Chissà che cose belle saprà dirne, Lei, che sa ancora parlare di queste cose con parole non logore».
Quanto magnificamente sapesse parlare di queste cose Calamandrei avrebbe dimostrato l’anno successivo, quando celebrò il decimo anniversario della Liberazione raccogliendo in volume i suoi maggiori discorsi e le sue migliori epigrafi di argomento partigiano: Uomini e città della Resistenza valeva da cartaceo monumento ai caduti, e portava al centro il testo dell’orazione romana di Calamandrei. Ma più importanti ancora si rivelarono gli effetti del “lavoro culturale” di Calvino. L’eloquenza dei suoi due articoli sui fratelli Cervi fu infatti tale da spingere i dirigenti nazionali del Pci a lanciare una vera e propria campagna di propaganda, per trasformare i sette figli del cattolicissimo Alcide nella quintessenza del martirologio resistenziale comunista.
Anche il segretario generale del Pci, Palmiro Togliatti, compì (non era la sua prima volta) il pellegrinaggio a Gattatico: incontrò Alcide Cervi il 17 settembre 1954. E la Commissione stampa e propaganda del Pci – dove lavorava un giovane cronista dell’«Unità» che sarebbe divenuto, decenni dopo, un celebre “volto” televisivo: Sandro Curzi – decise di mobilitarsi per allestire un libro di memorie firmato da “papà Cervi”. L’onore toccò a un altro giornalista del quotidiano di partito, Renato Nicolai. Il quale, ricamando ad abundantiam sugli articoli di Calvino, su conversazioni col vecchio Alcide, su interviste con parenti o compaesani, e soprattutto sulle direttive della Commissione stampa e propaganda, produsse per gli Editori Riuniti un volumetto che l’Einaudi rimanda adesso in libreria, corredato da un’introduzione dello storico Luciano Casali. Pubblicato per la prima volta nell’autunno 1955, I miei sette figli fu uno straordinario bestseller. Venne promosso capillarmente presso le sezioni del Pci, fu messo in vendita attraverso un sistema di pagamento rateale, diventò un must nella bibliotechina di ogni buona famiglia comunista. Entro un anno dall’uscita, si calcola che ne fossero state diffuse quasi un milione di copie.
La storia dei fratelli Cervi – aveva detto Calamandrei nel discorso del teatro Eliseo – era talmente meravigliosa da non richiedere alcuna toilette: «Non c’è bisogno di abbellirla. I fatti parlano da sé». In realtà, da Italo Calvino in giù, l’intellighenzia comunista fece di tutto per abbellire una storia certo eroica, ma parecchio complicata. Perché nei due o tre mesi intercorsi fra l’inizio della Resistenza e la loro morte, i sette fratelli Cervi erano stati tutto fuorché altrettante incarnazioni del «rivoluzionario disciplinato», consapevole avanguardia di un «popolo alla macchia». Quando, all’indomani dell’8 settembre 1943, il movimento partigiano si presentava ancora informe, spontaneistico, velleitario, i Cervi si erano dati all’attività di renitenza e di sabotaggio con una convinzione ai limiti dell’incoscienza. Né erano mancate le frizioni fra loro e i dirigenti locali del Partito comunista clandestino, che accusavano i fratelli Cervi di comportarsi da «anarcoidi».
Fu per fare «leggenda» (com’ebbe a dire Calamandrei stesso) che i cantori dell’epos resistenziale trasformarono i fratelli Cervi in icone, quasi in santini. Riconoscendo un massimo di coerenza entro un percorso che era stato, dal cattolicesimo all’antifascismo e dall’antifascismo alla Resistenza, più appassionato che lucido, più coraggioso che accorto. E sottacendo le difficoltà ambientali, gli inciampi militari, l’isolamento politico dei sette fratelli durante la loro breve stagione da partigiani sull’Appennino. Fu per fare leggenda, e fu inoltre per segnalare agli italiani del dopoguerra come la storia della Resistenza nella “bassa” emiliana non fosse affatto riconducibile alla caricatura infamante che andava veicolandone la propaganda anticomunista, tutta impegnata a denunciare i crimini del cosiddetto «triangolo della morte».
Nei dintorni di Reggio Emilia, durante la guerra civile del 1943-45, i partigiani “rossi” erano stati vittime delle belve nazifasciste molto più che carnefici di agnelli innocenti. Era questa la lezione che veniva (e che ancora viene) dalla storia dei fratelli Cervi, fucilati senza processo senza che avessero, loro, mai ucciso nessuno. Era questa la «storia familiare» che per diventare «storia d’Italia» – teorizzò allora Calvino – aveva bisogno di farsi mito.
"Scuola, tagli al futuro", di Marina Boscaino
Mentre a San Benedetto del Tronto, Pantaleo, segretario nazionale della Cgil scuola-ricerca-università che celebrava il II congresso, auspicava per uscire dalla crisi di “investire sulla conoscenza almeno il 2% del pil, stabilizzando i precari, aprendo a un piano di reclutamento pluriennale”; mentre a Roma, come in molte città italiane, il Coordinamento delle scuole superiori e i precari organizzavano la manifestazione che sabato ha sfilato per le vie del centro, facendo registrare numerosissime e significative adesioni, e raggiungendo al termine quella di Emergency; mentre i quotidiani cominciano a registrare massicciamente (e a comunicare tardivamente) lo stato di sofferenza profonda in cui si dibattono le scuole, gli imperterriti strateghi della “semplificazione” e della “razionalizzazione” (leggi tagli diffusi e falcidia di posti di lavoro e di conoscenza) emanavano la circolare sugli organici della scuola per il settembre 2010. Confermate le più tristi previsioni, peraltro agevoli da fare, considerando che è tutto scritto nella Finanziaria 2008 di Tremonti. Scuola primaria: 8711 posti in meno; secondaria di I grado, 3661; superiore: 13746; personale Ata: 15000. Non una cabala, ma 41118 persone a spasso. Donne e uomini. Con figli e senza. Con progetti, investimenti, dignità da tutelare, tutti. E non è finita.
La riduzione di 140.000 posti entro l’anno scolastico 2011-12 riguarda i docenti di tutte le discipline, tranne i 15.000 di ruolo e i 10.000 “precari” di IRC (Religione Cattolica). L’anomalia è tanto più grave, poiché riguarda personale pagato dallo Stato, ma subordinato – in termini di operato e di contenuti – alla gerarchia cattolica, che lo abilita, inserisce e rimuove, secondo le norme del diritto canonico. Il privilegio dell’intoccabilità implica che l’insegnamento confessionale partecipi in percentuale maggiore di prima al monte ore generale, che ha subito tagli per tutte le altre materie; alla faccia della laicità della scuola pubblica. Ogni anno il governo, con la complicità di media disinformati, ci redarguisce sul fatto che in Italia il numero di alunni per docente è più basso che nella media europea. Questa litania generalmente prelude a politiche di contrazione degli organici e anche in questo caso ha tentato di giustificare la mattanza, ma omette volontariamente alcuni dati.
Innanzitutto il fatto che molti Paesi di area Ue non prevedono parametri nella definizione del rapporto docente/alunni, mentre da noi – praticamente in ogni Finanziaria – si aumenta la quota di alunni per classe, disattendendo una serie di norme, a cominciare da quelle sulla sicurezza di aule stracolme. La variabile degli insegnanti di religione cattolica – che esistono anche in altri Paesi, ma che non sono a carico delle spese per l’istruzione, alla stregua degli altri e non beneficiano, come da noi, di trattamenti vantaggiosi – non viene citata.
Ad influire sul rapporto numerico alunni-docente c’è poi la peculiarità del sostegno; il nostro Paese gode di una legge sull’integrazione della diversabilità all’avanguardia in Europa – dove spesso ancora esistono le scuole speciali. Invece che essere considerata acquisizione di civiltà, la norma viene ridotta ad arma per dimostrare l’eccesso di insegnanti in Italia. Per fortuna il 22 febbraio la Consulta ha valutato incostituzionali (le violazioni sono “in contrasto con i valori di solidarietà collettiva nei confronti dei disabili gravi”, ne impediscono “il pieno sviluppo, la loro effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese” e introducono “un regime discriminatorio illogico e irrazionale che non tiene conto del diverso grado di disabilità di tali persone, incidendo così sul nucleo minimo dei loro diritti”) i tagli sui posti di sostegno intervenuti negli ultimi due anni.
La Corte ha poi indirizzato Stato ed enti locali ad investire maggiori risorse, perché gli alunni disabili possano avere identiche opportunità formative rispetto agli altri, rimuovendo gli ostacoli che si oppongono al diritto all’apprendimento di qualità garantito ad ogni individuo. La domanda che una parte del mondo della scuola continua – inascoltata – a rivolgere a una parte del mondo della politica e delle amministrazioni locali è: cosa aspettate? Cosa aspettate, davanti a questi tagli, davanti a queste circostanze, davanti allo scempio della scuola della Repubblica, di cui siete parte istituzionale, a fare davvero qualcosa?
Da il Fatto Quotidiano del 18 aprile2010
