Latest Posts

Liberi i tre volontari di Emergency. E innocenti

A una settimana dal loro arresto liberati i tre italiani in Afghanistan. Cadute tutte le accuse. Rosy Bindi: “Fine di un brutto pasticcio. Confermata la buona fede e la correttezza di Gino Strada, della sua associazione e dei suoi collaboratori”. Fassino: “Emergency riprenda la sua attività”
Liberi e assolutamente innocenti. Si è finalmente conclusa la bruttissima avventura dei tre italiani arrestati in Afganistan. “Siamo molto contenti di essere fuori – ha detto Marco Garatti – abbiamo passato momenti terribili. Siamo soprattutto contenti di essere fuori con il nostro nome completamente pulito. La nostra reputazione e quella di Emergency sono intatte”.
Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, dice: “E’ una svolta positiva della vicenda”, ringraziando tutti coloro i quali si adoperati per la liberazione.
Rosy Bindi, presidente del Pd, accoglie la notizia della liberazione dei tre operatori di Emergency, dichiarando che si tratta di: “una buona notizia che mette fine ad un brutto pasticcio. Da questa storia esce confermata la buona fede e la correttezza di Gino Strada, della sua associazione e dei suoi collaboratori.”

Una settimana di ansia. Una settimana passata a difendere con le unghie la dignità dei propri collaboratori, dell’organizzazione, del lavoro fatto fino ad adesso, di tutto il lavoro che ci sarà, purtroppo, ancora da fare. Oggi, con la liberazione dei tre cooperanti, tratti in arresto sabato 11 aprile, con l’accusa di voler compiere un attentato contro il governatore della provincia di Helmand, e di aver nascosto delle armi nel deposito dell’ospedale di Lashkar Gah, si chiude la settimana più dura per Emergency.
Ancora una volta ieri, dal palco della manifestazione di Piazza San Giovanni, Gino Strada aveva ricordato la passione, la professionalità di questi nostri tre connazionali.
Oggi la notizia più bella: Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell’Aira sono stati liberati, ogni accusa nei loro confronti è caduta.
Piero Fassino, a nome del Partito Democratico, ha espresso “Sollievo e soddisfazione per la liberazione dei tre operatori di Emergency. Il felice esito di questa brutta vicenda – ha dichiarato Fassino – conferma quanto fosse ingiusto e infondato gettare accuse infamanti su Emergency e sui suoi operatori. Ci auguriamo – ha aggiunto ancora Fassino – che adesso Emergency possa riprendere la propria attività umanitaria e lo possa fare con il sostegno pieno delle autorità afgane e in un clima di fiducia”.
Per Vannino Chiti, vice presidente del Senato, “La positiva conclusione di questa vicenda è estremamente importante in quanto il lavoro, che organizzazioni umanitarie come Emergency svolgono, non solo in Afghanistan ma anche negli altri luoghi a rischio nel mondo, è motivo di orgoglio per il Paese”.
Filippo Penati, capo della segreteria di Pier Luigi Bersani, presente ieri alla manifestazione organizzata da Emergency, ringrazia “tutti coloro che si sono adoperati per ottenere il rilascio dei tre operatori, cui mi auguro si aggiunga al più presto anche la liberazione di quelli non italiani”.
Resta l’amarezza per quello che, a tutt’oggi, ha tutta l’aria di essere stato un tentativo di cacciare l’organizzazione umanitaria dal territorio afgano, e di gettare discredito sulla sua opera. Un tentativo di intimidazione che ieri è stato fermamente respinto dalle persone che si sono ritrovate in Piazza San Giovanni, non solo per chiedere la liberazione dei tre operatori, ma per rivendicare l’orgoglio per Emergency, un’associazione che tiene alta la bandiera del volontariato italiano e della sua professionalità.
Preoccupazione, commozione. Le si leggono negli occhi, nel volto di Gino Strada, sul palco della manifestazione “Io Sto con Emergency”, tenutasi in piazza San Giovanni in Laterano.
Ma soprattutto nelle parole e sui visi di Gino e Cecilia Strada, rispettivamente fondatore e presidente di Emergency, ci sono orgoglio e determinazione. Per loro non c’è ombra di dubbio, i tre sono innocenti e li rivogliono al più presto liberi. “Sono contro la guerra – dice Gino Strada- ma non sono proprio pacifista fino in fondo. E se qualcuno mi viene a dire che sono terroristi, rischia davvero uno schiaffone.”
Sulla folla svettano le bandiere bianche di Emergency, e quelle colorate della pace. Tanti cartelli, che chiedono la liberazione dei tre italiani, chi rivendica l’orgoglio che una organizzazione come Emergency sia italiana, chi chiede scusa alla mamma se oggi non studia, ma è per una buona causa.
A raccontare che cos’è e cosa fa Emergency ci sono le parole dei volontari, dei sanitari che hanno operato e operano nel Banshir, che si sono alternati sul palco. La commozione nella voce di Lella Costa nel leggere le parole con cui Marco Garatti, raccontava la sua avventura, la commozione negli occhi e nella voce della moglie di Matteo Dell’Aira che legge una delle lettere del marito, le sue paure, la sua convinzione, e del fratello di Matteo Pagani, che legge una delle mail inviate dal giovane.
L’indignazione di Vauro, che per una volta non parla con le sue vignette, ma commuove quando si presenta come testimone d’accusa: “Si, è vero, ho visto pallottole negli ospedale di Emergency. Ho visto schegge di mine, di missili intelligenti. Erano quelle conficcate nella carne di uomini, donne e bambini vittime di questa guerra. Sì ho visto un talebano in quegli ospedali. Era su una barella con la tempia sfondata da una scheggia, accanto a lui un militare dell’esercito regolare afghano, con un proiettile nel torace. Si, è vero, signori della guerra, tutti, voi in giacca e cravatta, e voi in uniforme, voi nei centri finanziari o nei centri del potere, ho visto le mani di Garatti sporche di sangue. Ma è il sangue che versate voi, il sangue di cui voi siete responsabili. Di cui voi siete i colpevoli!”.
Oggi Marco Matteo e Matteo sono liberi, ma è stata una settimana dura, una settimana in cui qualcuno ha più volte cercato di gettare fango su Emergency, una settimana nera per i diritti umani perché, va ricordato, per un’intera settimana ai tre italiani è stato negato di incontrare i propri avvocati, e per molti giorni il governo italiano non sapeva con certezza dove si trovassero i suoi cittadini.
Emergency non dimentica, però, i cittadini afgani arrestati sabato con le medesime accuse dei tre italiani, e comunica che: “Gli avvocati di Emergency continuano a seguire la situazione dei collaboratori afgani ancora trattenuti dai servizi di sicurezza, dei quali non abbiamo notizie né in merito alle loro condizioni di salute, né alla loro condizione giuridica, né al luogo presso il quale sono tuttora trattenuti.”
Oggi vogliamo festeggiare la liberazione di questi nostri tre connazionali, ma vogliamo anche ricordare che l’ospedale di, in cui loro lavoravano non c’è più, e che tanti pazienti sono stati dimessi dai militari. Ci auguriamo che Emergency possa presto riportare in quei territori la bandiera dalla solidarietà e della professionalità italiana.
Fra.Mino

www.partitodemocratico.it

"Ma le quote di genere funzionano", di Maria De Paola e Vincenzo Scoppa

Sono poche le donne elette in Parlamento e nelle amministrazioni locali. Per ovviarvi molti paesi hanno introdotto quote di genere. Anche in Italia sono state in vigore per un breve periodo. Con quali effetti? La percentuale di seggi occupati da donne nei consigli comunali è cresciuta dal 7,6 al 18,4 per cento. Un andamento confermato anche dopo l’abolizione della norma. E le elette sono più istruite dei colleghi maschi.

Nelle elezioni regionali del 28-29 marzo 2010 sono state elette come consiglieri regionali solo 82 donne su 699 seggi, appena l’11,7 per cento. Nei consigli regionali di Calabria e Basilicata non siederà nemmeno una donna. Risultati leggermente migliori si registrano in Campania e in Toscana, grazie a leggi elettorali che garantiscono una certa rappresentanza femminile. Non va meglio a livello nazionale: la percentuale di donne elette al Parlamento nel 2006 è pari al 17,6 per cento. La debole rappresentanza femminile nello scenario politico non è una realtà solo italiana: a livello mondiale nel 2006 le donne costituivano meno del 17 per cento di tutti i parlamentari (Unicef, 2007).

EFFETTO QUOTE

La scarsa presenza di donne in politica può essere dovuta a diversi fattori. Le donne potrebbero essere discriminate dai partiti, oppure non godere del favore degli elettori, o essere scoraggiate da norme sociali che impongono ancora una forte separazione di ruoli tra i generi.
Per far fronte al grave squilibrio nella rappresentanza politica molti paesi hanno introdotto sistemi di quote a favore delle donne. In alcuni sistemi elettorali una percentuale minima di candidature è riservata alle donne, mentre in altri si assegna loro una certa percentuale di seggi.
Nonostante la diffusa adozione delle quote di genere a livello internazionale, l’effetto che queste norme producono sul superamento di tradizionali divisioni di ruolo e di stereotipi negativi relativi alle capacità delle donne in politica è stato poco studiato.
È in genere molto difficile riuscire a valutare in maniera rigorosa gli effetti prodotti dall’introduzione delle quote di genere e a distinguerli da altri fattori “confondenti” che possono essere collegate alle quote. Ad esempio, se un paese registra un aumento della rappresentanza femminile in seguito all’introduzione delle quote di genere, non si può escludere che questo sia il frutto di un’evoluzione sociale e culturale che si sarebbe verificata anche in assenza dell’intervento legislativo. Inoltre, quando il sistema delle quote diventa un fattore istituzionale permanente è difficile distinguere gli effetti che sono direttamente legati all’applicazione della legge dall’impatto che essa produce sull’eliminazione di pregiudizi relativamente alla capacità delle donne di fare politica.

DONNE E POLITICA IN ITALIA

Per un breve periodo di tempo, in Italia sono state in vigore quote di genere per le elezioni amministrative: la legge 81 del 25 marzo 1993 riservava alle donne una certa percentuale di candidature nelle liste elettorali. La norma è stata poi abolita con sentenza della Corte costituzionale nel settembre 1995. La circostanza ci permette di superare i problemi indicati sopra e possiamo così cercare di valutare l’impatto delle quote nel nostro paese. (1)
La norma sulle quote di genere infatti ha regolato solo le elezioni comunali tenutesi nel nostro paese dall’aprile 1993 al settembre 1995: un periodo breve, nel quale non tutti i comuni italiani sono andati al voto: con il sistema delle quote hanno votato 7.716 i comuni, mentre 389 comuni non lo hanno mai fatto.
Sfruttando questa distinzione “casuale”, è possibile cercare di capire se i comuni che sono stati interessati dalle quote di genere hanno registrato negli anni successivi alla loro abolizione una maggiore partecipazione femminile alla politica rispetto agli altri.
Come mostra la tabella, che utilizza i dati forniti dal ministero dell’Interno sugli amministratori locali di tutti i comuni italiani eletti dal 1985 al 2007, prima del 1993 i consigli comunali erano dominati da una forte presenza maschile, con una rappresentanza femminile del 7,6 per cento e del 6,2 per cento, rispettivamente, per i comuni che poi hanno votato con le quote di genere e per gli altri.
Durante il periodo che ha visto in vigore le quote (aprile 1993 – settembre 1995), si osserva un forte incremento nella rappresentanza femminile: la percentuale di seggi occupati da donne nei consigli comunali è cresciuta dal 7,6 al 18,4 per cento.
Nel periodo successivo all’abolizione delle quote (1996-2007), nei comuni che avevano votato con le quote di genere la percentuale di donne elette nelle amministrazioni comunali (16,2 per cento) si è mantenuta più o meno allo stesso livello raggiunto quando le quote erano in vigore. Per i comuni che non hanno mai votato con questo sistema, la percentuale di donne elette raggiunge il 13,6 per cento nel periodo 1996-2007.
Pertanto, i dati mostrano che, nonostante un trend generale di crescita della rappresentanza femminile, nei comuni interessati dalle quote di genere la percentuale di donne elette è cresciuta di più rispetto a quanto avvenuto nei comuni che non hanno utilizzato questo sistema.

Questi risultati trovano conferma in una analisi econometrica più sofisticata, che consente di tenere conto di una serie di altri fattori che potrebbero influenzare la partecipazione femminile in politica: popolazione comunale, livello di istruzione, tasso di occupazione, localizzazione geografica del comune e altro.

PIÙ IMPEGNO PER GLI STESSI RISULTATI

Dalle stime emerge che le quote di genere hanno prodotto un effetto positivo e persistente sulla rappresentanza delle donne in politica, dando supporto all’idea che questo tipo di intervento può essere usato efficacemente come strumento transitorio per cambiare norme sociali che impongono alle donne ruoli tradizionali e riequilibrare così la condizione di squilibrio fra la presenza femminile e quella maschile nel sistema politico italiano.
Il timore che le donne possano ricoprire incarichi politici in virtù delle quote e non in relazione alle proprie capacità ci sembra scarsamente fondato. Dall’analisi dei dati relativi agli amministratori locali emerge che le donne presenti nei consigli comunali sono caratterizzate da un più alto livello di istruzione rispetto ai colleghi maschi. Anche durante l’applicazione delle quote, nonostante l’aumento osservato nella rappresentanza femminile, le donne elette continuano a essere più istruite degli uomini. Ciò sembrerebbe confermare quanto emerge in molti altri contesti: le donne fanno più fatica a conseguire i risultati ottenuti dagli uomini e quando li raggiungono, spesso è grazie a un impegno maggiore.

(1) Si veda De Paola, M., Scoppa, V., Lombardo, R., “Can Gender Quotas Break Down Negative Stereotypes? Evidence from Changes in Electoral Rules”, Journal of Public Economics, 2010, forthcoming.

www.lavoce.info

"Gli alleati senza diritti", di Nadia Urbinati

IL PDL è un difficile tentativo di convivenza di tre diversi stili politici; tre modi di essere che, come la crisi interna di questi giorni dimostra, sono difficilmente armonizzabili. Tre sono le concezioni politiche o sedicenti politiche che lo compongono: una comunitaria-organicistica; una tradizionale istituzionale; e una patrimonialista. La vittoria elettorale nelle recenti consultazioni amministrative ha marcato e ingigantito le differenze tra queste tre anime fino a destabilizzare la coalizione di governo. Una ragione che ha probabilmente portato a questo esito paradossale di indebolimento a seguito di una vittoria sta nella distribuzione geografica. Nel fatto cioè che non tutte e tre queste anime sono equamente distribuite sul territorio nazionale. Il gruppo che fa capo al presidente della Camera ha una forte presenza nel Centro-Sud, mentre la Lega ha una forte se non esclusiva rappresentanza al Nord. A mediare questo bipolarismo territoriale è Silvio Berlusconi. Ma che la mediazione non sia tale, e infatti sia l’opposto di ogni forma di mediazione, diventa chiaro qualora si presti attenzione alla ragione strutturale e non solo territoriale del sisma che sta sconquassando il Pdl: gli alleati hanno diverse, se non opposte, concezioni di che cosa debba essere la politica conservatrice e più in generale la politica e le istituzioni.

La Lega ha bisogno di radicamento per esistere e resistere: quindi non sopporta facilmente la competizione sul proprio territorio. Nei blog del movimento giovanile dei Padani si trova ripetuta l’espressione “fratelli su libero suolo”. “Libero suolo” ha una doppia implicazione: denota una “libertà da” ovvero contro chi cerca, non appartenendovi, di insediarvisi e una “libertà di” esprimere liberamente le proprie energie. Il “suolo” è lo spazio vitale che contiene e alimenta la libertà dei leghisti, un luogo abitato non tanto da eguali nei diritti (un valore molto poco compreso dai fedeli della Lega) ma da simili nella cultura e nei supposti valori; persone che si riconoscono con una semplice occhiata, che si odorano identici, che si fidano solo se non ci sono estranei tra loro – e, si badi bene, gli estranei non sono soltanto gli immigrati, ma possono esserlo anche gli alleati di coalizione (non è un caso che pochi giorni dopo la vittoria elettorale, Umberto Bossi si sia prenotato per il sindaco di Milano: la “nostra terra”, la “nostra gente”, il “nostro sindaco” e, come abbiamo anche sentito, le “nostre banche”) . Il gruppo che si riconosce in Fini esprime al contrario una politica istituzionale nazionale, un approccio tradizionale alla forma Stato che è per questo più facilmente comprensibile da parte di chi mastica politica secondo le regole di uno Stato moderno di diritto. Per esempio, l’idea che se si vuole approdare a una repubblica presidenziale occorra cambiare la legge elettorale è quanto di più ragionevole e sensato ci possa essere per chi si occupa di politica istituzionale: nulla di trascendente, eppure così impossibile da accettare e comprendere da parte di Berlusconi!

E qui veniamo alla terza componente della destra italiana, che in effetti “componente” non lo è proprio, perché Berlusconi è non soltanto l’ideatore del Pdl ma ne è proprietario a tutti gli effetti e per questa ragione non può oggettivamente comprendere le ragioni istituzionali. Mentre può forse meglio comprendere quelle “organiche” territoriali della Lega perché, in fondo, sono mosse da una logica monopolistica che ha comunque a che fare con un linguaggio “proprietario” (del suolo).

Quale che sia l’esito di questo movimento tellurico è evidente che almeno una cosa dovrebbe essere diventata chiara a chi si è illuso di godere “da pari” dei privilegi promessi da un’alleanza con Berlusconi: che gli alleati sono tali solo se e perché hanno una indipendenza e sono partner. Ma non si può essere partner in un partito che è proprietà di qualcuno; anzi, in questo caso ogni tentativo di ridiscutere le forme dell’accordo è visto e trattato come un insolente attacco al leader. Berlusconi ha un’etica monolitica, e conosce un linguaggio e uno solo: quello del comando padronale. È così connaturato in lui questo stile che egli non sa nemmeno distinguere fra Istituzioni dello Stato e dipartimenti economici del suo impero: se Fini dissente, minaccia di licenziarlo. È difficile pensare quindi a come si possa soltanto pensare in termini di trattativa, mediazione, accordo – anche in questo Fini dà il segno di parlare una lingua che il presidente del Consiglio non conosce: quella della politica come funzione che chi svolge non possiede. La cultura ‘politicà del leader del Pdl è per tanto di destra in senso molto improprio perché è semplicemente patrimonialista. Si leverà qualche voce meno stentorea a dire forte che lo Stato non è a sua disposizione perché non è roba sua?
La Repubblica 19.04.10

"E da Torino a Palermo scatta la protesta nelle Università", di Anna Maria Sersale

Genova, Torino, Roma, Palermo, da un ateneo all’altro rimbalza la protesta dei ricercatori universitari. “Abbiamo votato all’unanimità l’astensione dall’attività didattica – afferma Marco Merafina, il coordinatore nazionale – La riforma in discussione in Parlamento non ci riconosce lo stato giuridico di docenti, perciò dal prossimo anno accademico ci rifiuteremo di fare lezione. Solo i nuovi ricercatori, che ora hanno il contratto “a tempo”, se confermati potranno diventare associati. Per noi c’è il blocco di carriera, ma non abbiamo alcuna intenzione di andare in estinzione come i dinosauri”.
Merafina sostiene che “migliaia di ricercatori rischiano di restare su un binario morto perché esclusi dalla possibilità di diventare docenti, pur avendo supplito per anni alle carenze degli atenei”. Un problema che il governo sembra voler risolvere con una modifica del ddl che ora è all’esame della Commissione cultura in Senato. “La modifica, comunque, escluderà ogni forma di ope legis – spiega il relatore della riforma, il senatore Giuseppe Valditara – Il nodo deve essere sciolto, perché la disparità è ingiusta. Però deve essere chiaro che non può diventare professore associato un ricercatore che non consegua l’abilitazione nazionale e che non abbia i titoli”.
Intanto sugli atenei incombe la minaccia dell’astensione dei ricercatori dalla didattica, astensione che può avere conseguenze pesanti. Per essere autorizzato al funzionamento ogni corso di laurea deve avere un numero minimo di docenti. Ma siccome gli ordinari e gli associati non bastano a garantire il numero minimo, senza l’apporto dei ricercatori molti corsi sono a rischio.
“La nostra defezione sarà a tappeto – sostiene ancora Merafina – perciò in quasi tutti gli atenei ci saranno corsi di laurea che non avranno più i requisiti minimi e saranno costretti a chiudere. La nostra protesta, ovviamente, non riguarda solo lo stato giuridico, ma include tutto: dai problemi della ricerca alla mancanza di fondi, dal precariato irrisolto ai prepensionamenti”. Quanto all’astensione gli effetti saranno immediati, poiché i presidi nelle prossime settimane dovranno presentare l’offerta formativa per il nuovo anno accademico. Inevitabilmente accadrà che senza avere la garanzia dei numeri richiesti dal regolamento molti corsi non potranno essere confermati.
“La riforma – accusa ancora il coordinatore dei ricercatori universitari – articola la docenza in due fasce, quella degli ordinari e quella degli associati, a noi avrebbero dovuto riconoscere il ruolo di associati ma non ci pensano affatto. Eppure ci hanno sempre chiesto di fare didattica (che in teoria non ci dovrebbe riguardare). Per tutto questo la mobilitazione non si fermerà, chiediamo che venga riconosciuto il nostro merito scientifico e il diritto a essere inquadrati nella nuova seconda fascia, anche perché per anni abbiamo supplito alle tante carenze degli atenei”.
Il Messaggero 19.04.10

"I respingimenti e la Costituzione", di Chiara Saraceno

Il ministro Maroni si è recentemente vantato di aver posto fine agli sbarchi di barconi provenienti dalla Libia, «riducendo nei primi tre mesi del 2010 del 96 per cento il numero degli sbarchi rispetto al 2009, mentre rispetto al 2008 c´è stata una riduzione del 90 per cento». A prima vista una buona notizia, che testimonia della efficienza della politica di contrasto alla immigrazione clandestina messa in atto da questo governo. Peccato che questi dati nascondano altre, preoccupanti, verità.
La prima è che concentrarsi sul respingimento degli sbarchi come forma principe di contrasto alla immigrazione irregolare può dare molta visibilità mediatica ma di fatto riduce di molto la portata dell´azione di contrasto. Secondo dati di varia fonte, incluse le questure, la maggior parte degli immigrati che sono irregolarmente nel nostro paese non utilizza più i barconi, ma varchi di frontiera non sufficientemente controllati. Molti entrano addirittura regolarmente, con un visto turistico poi lasciato scadere. Per non parlare del fatto che le stesse norme sui permessi di soggiorno producono la loro quota di irregolari, nella misura in cui basta perdere il lavoro e rimanere in Italia anche se non se ne è trovato velocemente un altro per diventare automaticamente irregolari.
La seconda verità è che i cosiddetti respingimenti di fatto condannano gli aspiranti immigrati a tornare in un paese, la Libia, che non dà alcuna garanzia di rispetto dei diritti umani. Non è un caso che proprio per questo è stata aperta una procedura contro il nostro paese presso la Corte Europea di Strasburgo. Nessun paese, infatti, dovrebbe obbligare una persona a tornare in un paese dove la sua vita, dignità, integrità fisica sono messe in pericolo. Vale per gli uomini come per le donne, con la specificità aggiuntiva, nel caso di queste ultime, che il rischio di essere stuprate è all´ordine del giorno. Infine, se i disperati dei barconi sono una quota minoritaria degli irregolari, rappresentano invece la quota largamente maggioritaria dei rifugiati e richiedenti asilo. Secondo i dati dell´Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), oltre il 75% delle domande di chi ha richiesto asilo o lo status di rifugiato nel 2008 è stato avanzato da persone arrivate con i barconi. La cosa non deve stupire. Chi è nelle condizioni di dover fuggire dal proprio paese di solito non ha accesso facilmente a documenti come un passaporto o un visto.
Esiste inoltre, nel nostro come in altri paesi, un pregiudizio negativo nei confronti di alcune nazionalità e provenienze. Per cui è quasi automatico che un irakeno o un afgano in fuga dal proprio paese si vedano rifiutare il visto di ingresso o vengano respinti alle frontiere cui si sono presentati legalmente. L´unico modo che hanno per poter arrivare a presentare la domanda di asilo è entrare illegalmente. Si aggiunga che, sempre secondo l´Unhcr, l´80% dei rifugiati e richiedenti asilo vive nel sud del mondo, in particolare in Africa, che quindi si fa carico in modo sproporzionato, rispetto ai paesi ricchi, dei bisogni di chi è in fuga dal proprio paese. Non sorprende che una parte di questi prima o poi cerchi di penetrare la fortezza dei paesi ricchi. La riduzione del 90% degli sbarchi ha significato anche il dimezzamento, tra il 2008 e il 2009, delle richieste di asilo. Non è una buona notizia. Segnala infatti che l´opera di respingimento ha colpito proprio i più vulnerabili, coloro che avevano qualche ragione, certo da verificare, per chiedere protezione. Ciò è in stridente contrasto con l´articolo 10 della Costituzione che definisce il diritto d´asilo in termini molto ampi, persino più ampi di quelli delle convenzioni internazionali (è sufficiente non poter esercitare nel proprio paese le libertà democratiche). In ogni caso le norme internazionali stabiliscono che una volta presentata una domanda d´asilo occorre sospendere i processi di espulsione al fine di poter espletare tutti gli accertamenti necessari. Accertamenti che ovviamente non possono essere effettuati da guardie costiere in qualche affrettato interrogatorio a persone esauste, che non sanno esprimersi nella nostra lingua e spesso non hanno documenti. Non è una questione di buonismo. E´ una questione di criteri minimi di civiltà e di osservanza, prima ancora dei trattati internazionali, della Costituzione italiana.
La Repubblica 19.04.10

«Il modello emiliano, città aperte e sicure», di Graziano Delrio*

Nell’intervista dell’Unità che chiede, sul post voto, «da dove cominciare?», Nadia Urbinati risponde «dall’Emilia». Anche io dico: cominciare dall’Emilia e dalle sue città. Ma non voglio, dopo cinque anni che sento parlare di Berlusconi, passare cinque anni a sentir parlare di Lega. Io dico cominciamo dall’Emilia, perché l’Emilia può ancora proporre un modello competitivo, economico, sociale, politico che può essere di riferimento per una riflessione che riguarda tutto il Paese.

Un modello basato su poche, tre-quattro, parole chiave: capitale sociale, conoscenza, cura e, infine, comunità. Un abc da ricominciare ad articolare, anche come forza politica, tanto più se forza di governo.

Un’evoluzione europea del modello emiliano è possibile ed è già in atto. Un modello concreto e di valori, che parte dalle città, dalle persone, che guarda all’Europa e al mondo. Città aperte, dinamiche, e non chiuse sulla paura, città la cui forza è il «noi», la cura delle persone e del territorio, la responsabilità comune per uno sviluppo nuovo, l’educazione come cardine della cittadinanza. Per noi, essere emiliani, di questa parte della Pianura, vuol dire questo.

Questa evoluzione del modello emiliano che guarda all’Europa (diventare europee per le città italiane continua a essere un miraggio) ci chiede di prendere posizione e di compiere delle scelte.

Capitale sociale. È vero: il neo liberismo ha fatto male anche a noi e ha provocato l’allentamento di quella tensione, di quel patto sociale che vedeva amministrazioni pubbliche, imprese e reti sociali lavorare insieme con ruoli precisi.

Se il patto è allentato, il capitale sociale c’è e va rimesso insieme. Il patto va rifondato e in modo nuovo tra enti pubblici, imprese, reti sociali, con un più di civismo: mettere al centro l’idea di città, il suo futuro, la comunità, condividere strategie e responsabilità su welfare, sviluppo e territorio. All’ente pubblico spetta un ruolo forte, non solo e non sempre come gestore di servizi, bensì come agenzia di sviluppo, come integratore per fare funzionare l’economia, come garante dell’efficienza.

Conoscenza. Il «saper fare» del nostro sistema economico e il saper fare insieme, che qui sono stati di casa, alla prova del mercato globale e della crisi, hanno bisogno di innovazioni radicali. Le tradizionali filiere che hanno reso forti questi territori evolvono grazie a decisive componenti di ricerca e di conoscenza, così come accade in altre parti d’Italia: la meccanica si fa meccatronica o robotica, l’edilizia va verso le nuove energie e i nuovi materiali, l’agricoltura verso la slow economy.

Se è decisiva, come noi crediamo, la matrice della conoscenza per uscire dalla crisi, conquistare nuovo mercato e diffuso benessere, occorrerà chiederci, come istituzioni e come forze politiche di riferimento del Paese, come contribuire.

Mentre la nostra nazione, grazie alle scelte del governo, è agli ultimi posti al mondo per investimento in ricerca, la Regione Emilia Romagna ha promosso un tecnopolo in ogni provincia. Reggio Emilia sta cercando di fare confluire risorse pubbliche locali e private in un unico progetto di Parco della conoscenza, innovazione e creatività nelle ex Officine Reggiane, a cui possano fare riferimento le imprese e l’università, i centri di ricerca. Vogliamo così accompagnare le nuove economie, le nostre aziende, e dare una risposta lungimirante alla crisi.

Cura del territorio. In un nuovo modello di sviluppo nuovo, è chiaro che il territorio va inquadrato come risorsa finita, da rigenerare, riusare, non più su cui fare cassa, speculare all’infinito. Le nostre città debbono invertire la rotta e virare verso la riconnessione delle comunità periferiche, la centralità delle piazze e degli spazi pubblici. Dopo lo sprawl urbano e la privatizzazione degli spazi degli anni Novanta, è questa la direzione da assumere per il nostro Paese, resistendo anche dove il nostro governo procede invece per condoni, 20% aggiuntivi e coste da svendere.

Comunità. La comunità – come rete salda ma aperta di relazioni – è quindi il metro di misura da rispettare, sia nella cura del territorio, sia nella cura delle persone, ovvero nel welfare. Il nostro sistema pubblico dei servizi, che nella sua funzione redistribuitiva, riparatrice e di riequilibrio della disuguaglianza era centrale nel modello emiliano di un tempo, si è modificato in questi anni accompagnando una società sempre più frammentata e diversificata, e si è fatto, faticosamente con il calo di risorse, un sistema ancora più allargato, welfare di comunità. Un welfare che tenta di metter insieme i servizi sociali, le reti sociali sul territorio, i quartieri, i medici di base, ma anche i vicini, i centri sociali nell’assunzione in carico dei casi.

In questo modo l’ente pubblico non è più, appunto, erogatore di servizi, ma regista, coordinatore, attivatore di risposte possibili. E nel patto sociale da rifondare, questa responsabilità collettiva dell’esser comunità va assunta da tutti gli attori.
Dentro questa etica di comunità – aggiungo – ci sta anche la relazione con le famiglie di lavoratori che stanno perdendo il posto, che siano o no immigrati. Mentre attiene alla sfera dell’ordine pubblico, ad azioni del governo, garantire l’esecuzione di decreti di espulsione per reati.
La cura, il prendersi cura: delle città, del territorio, delle relazioni, la cura delle persone. A noi piace questa parola. Ed è ormai dimostrato come la comunità, la cura, il benessere sociale, siano fattori determinanti anche per il benessere economico. Le nostre scuole dell’infanzia, dove il bambino è prima di tutto un cittadino, lo sperimentano tutti i giorni, in tutto il mondo: senza cura e senza comunità, l’approccio reggiano (o emiliano) non funziona.

Ritorniamo a pronunciare questa parola: una comunità. Pronunciarla con orgoglio, senza paura. Qui c’è l’abc della Politica, a Reggio Emilia la pensiamo così.

*Sindaco di Reggio Emilia

L’Unità 18.04.10