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I vertici PD ricevuti da Napolitano: "Ecco le nostre proposte"

Le proposte su riforme istituzionali, lavoro, imprese illustrati dalla delegazione guidata da Bersani, Bindi, Letta e dai capigruppo. Ripartire dagli interessi di tutti, ribadendo la ferma contrarietà a ipotesi di riforma come quella elaborata dal ministro Calderoli: questo il proposito che ha animato la delegazione del Partito Democratico che ha incontrato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per illustrare quali sono le idee del partito per il rinnovamento delle istituzioni.

Proposte chiare, che partono dall’esigenza di intervenire subito sul fronte economico per risollevare i redditi dei lavoratori e ridare slancio alle attività di piccole e medie imprese, le stesse preannunciate ieri ai segretari regionali e ai senatori dem. Sul fronte istituzionale, la delegazione del Pd, guidata dal segretario Bersani, accompagnato da Rosy Bindi, Enrico Letta, e i capigruppo di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, ha esposto al presidente Napolitano le linee-guida della riforma, che comprendono il rafforzamento dei poteri del Parlamento e del governo, l’istituzione del Senato federale, la riduzione del numero dei parlamentari e dei costi della politica, una nuova legge sui partiti e una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini la possibilità di scelta dei parlamentari, la disponibilità a discutere di un premierato forte, ma con i debiti contrappesi nel rispetto della centralità del Parlamento.

E poi le msiure anti-crisi: il sostegno alle famiglie e ai redditi più bassi, un fisco che pesi meno sul lavoro, una questione giovanile che è sempre più chiaramente è cartina tornasole della scarsa fiducia nel futuro, la necessità di una modernizzazione dello Stato.

Non è mancato, da parte della delegazione guidata da Bersani , un accenno alla bozza di riforma della giustizia di cui è autore Andrea Orlando, deputato Pd e presidnete del Forum Giustizia del partito, che parte dalla necessità di svecchiare e rendere più efficiente il sistema giudiziario italiano, con modifiche che non tocchino la Costituzione e siano approvate per via ordinaria. Uno spirito molto diverso, quello delle proposte di riforma del Pd, da quello che “anima” la cosiddetta bozza-Calderoli, il prodotto delle confuse ambizioni della grandeur berlusconiana che arriva a prevedere la nomina del Governo da parte del Capo dello Stato (che sarebbe eletto direttamente dai cittadini), che mira senza dubbio, già nelle sue premesse, a creare un clima di confusione non solo istituzionale.

L’esatto contrario di quanto auspicato da Napolitano di fronte alla delegazione del Pd: per il Capo dello Stato è fondamentale trovare formule di riforma condivise e, tra quelle proposte dai due schieramenti, non è difficile capire che quella presentata dalla Lega a nome del Pdl (ma senza l’appoggio di tutta la maggioranza, come risulta dalle cronache) tende a dividere non solo il mondo della politica ma anche il Paese.

Nella direzione del Pd di sabato pertanto si approfondiranno i temi dell’incontro al Quirinale, continuando a marcare la diversità rispetto al centrodestra e mettendo in evidenza la volontà dei democratici di realizzare una legislatura di riforme.

www.partitodemocratico.it

"La Flc Cgil a Congresso: la difesa dei precari per statuto", di Maristella Iervasi

Anche la Gelmini al Palariviera di San Benedetto del Tronto. La sua faccia con il naso di Pinocchio dà il benvenuto ai delegati della Flc Cgil riuniti per il secondo congresso nazionale. Slide su tutte le bugie che il ministro dice ogni giorno sulla scuola, l’università e la ricerca. E dal palco Mimmo Pantaleo, segretario generale della Federazione della Conoscenza, le elenca una ad una. Una relazione «ottima e abbondante» è il commento di tutti, che non ha risparmiato critiche al governo come al Pd: «Aberrante la proposta di legge del Pd sul contratto unico», fino al ministro Brunetta: «I veneziani lo hanno forse considerato un fannullone e anche un arrivista che pretendeva di fare contemporaneamente il ministro e il sindaco». Per poi finire con l’autocritica sul sindacato: «Nella Cgil e nella Flc -ha detto Pantaleo – non ci saranno mai pensieri unici, perché serve un forte pluralismo di idee e di sensibilità per rendere sempre più forte la nostra organizzazione». E un invito alla sinistra: “Riproporre un vocabolario troppo facilmente accantonato: classi sociali, interessi del lavoro, classe operaia, borghesia. Siamo proprio di fronte ad un’idea classista di società, che bisogna sconfiggere”.

Due ore e la platea lo ascolta in silenzio per poi sciogliersi in un fragoroso applauso. I lavori proseguono fino a sabato. Domani Ermanno Detti intervista Tullio De Mauro, venerdì sera invece, la tavola rotonda sul federalismo e settori pubblici della conoscenza, sarà presente anche il ministro per i rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto.

LA NUOVA Flc-Cgil
Valore al lavoro e sindacato apre ai giovani. «Saremo sempre un’organizzazione aperta. Sono convinto che la Cgil debba conservare quel profilo democratico di una grande organizzazione di massa e per queste ragioni bisogna liberarsi delle inevitabili tensioni del Congresso, predisponendoci al reciproco ascolto delle diverse opinioni. Alla fine quello che deve prevalere – ha precisato Pantaleo – è l’orgoglio di appartenere a questa straordinaria esperienza umana e politica che è la Cgil». Occorrono insomma “profondi cambiamenti culturali “nel nostro modo di interpretare la funzione di rappresentanza sociale, ha esortato Pantaleo. «Siamo stati l’unico soggetto che ha tentato di opporsi alla cancellazione dei diritti a partire proprio dall’istruzione pubblica». Da qui la convinzione del sindacato: per uscire dalla crisi è l’investimento sulla Conoscenza il nodo strategico. «Invece di investire sul nucleare o su faraoniche opere come il Ponte di Messina, investimenti sulla sicurezza degli istituti scolastici, sull’innovazione e la ricerca».

Una identità che la Cgil si è costruita nelle tantissime manifestazioni contro la Gelmini a partire da quella imponente del 30 ottobre del 2008 in piazza del Popolo, e ancora prima con le battaglie contro la riforma Moratti sulla scuola.

Tantissime le iniziative messe in campo: i referendum contro le intese separate sul secondo biennio contrattuale, la scelta di presentare le liste per i rinnovo delle Rsu nella scuola, nonostante il rinvio deciso da Brunetta. «Si può discutere dei tanti limiti e delle cose che andrebbero modificate nel nostro sindacato – ha detto Pantaleo – ma bisogna partire dalla valorizzazione di quelle lotte . In quelle piazze e in quegli scioperi si è ritrovata l’Italia che non abbassa la testa, che non guarda dall’altra parte, che non ha paura». Quelle facce, sono la Cgil.

SINDACATO APRE AI GIOVANI
Un coordinamento dei precari. La Flc-Cgil si assume per Statuto il compito di rappresentare tutti i precari: della scuola, della ricerca, dell’università, e Afam. E il primo risultato sarà una mobilitazione in maggio. Poi l’annuncio degli Stati Generali della Conoscenza, nel mese di settembre. Al centro dell’identità della Flc ci sarà la stabilità del lavoro, ma mutando – ha precisato Pantaleo – il nostro modo di fare sindacato. “Dobbiamo essere in grado di riprodurre meno ritualismi, meno burocrazia e meno onnipotenza dei gruppi dirigenti, che devono avere l’umiltà di ascoltare”. Tra gli obiettivi, largo ai giovani. E ancora: un piano straoridinario per la messa in sicurezza degli edifici scolastici. Il 30% degli istituti hanno bisogno di manutenzioni urgenti, 4 scuole su 10 sono prive di strutture per lo sport e molti edifici non sono stati bonificati dall’amianto. Ma la cosa più grave – si legge nella relazione – è che si vuole “occultare questa verità”. Il decreto sottoscritto tra Istruzione ed Economia è top secret: non è stato neppure presentato ai sindacati.

LA SCUOLA
Nella società prevale il “censo” ha detto Pantaleo. «Vengono premiati i raccomandati, che atttraverso il rapporto con la politica e i potetati si garantiscono percorsi di carriera facile, stabile e retribuita. La scuola non riesce più a svolgere la funzione sociale. Oggi chi nasce in una famiglia ricca rimane ricco e può affermarsi nel campo delle professioni dei propri genitori, chi nasce in una famiglia povera ha scarse possibilità di realizzare un futuro migliore. Questa è la narrazione della realtà, non quella della ministra Gelmini quando parla di “meritocrazia” o quella di Brunetta quando chiede ai giovani di non essere “bamboccioni”».

Il messaggio di Napolitano e Ciampi: Un congresso, si legge nel messaggio del Quirinale, impegnato a “tracciare il bilancio di un anno certamente impegnativo e a delineare i futuri indirizzi dell’attività dell’organismo di rappresentanza” e dal quale, prosegue, “potranno emergere utili approfondimenti sulle condizioni di lavoro nella scuola, nell’università’ e nei diversi enti di formazione e di ricerca”. L’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi avrebbe dovuto tenere una lezione sulla Costituzione: “La ringrazio per il gentile pensiero – scrive Ciampi a Pantaleo – l’ho particolarmente gradito. Peraltro, l’anagrafe ha le sue ferree regole e non mi consente di assumere ulteriori impegni ancorchè interessanti e graditi quale quello prospettatomi, che mi porti fuori Roma”.

TUTELA DI TUTTI I PRECARI Uscire dalla logica emergenziale aprendo un tavolo di confronto sul precariato nella scuola. La Flc ribadisce la sua contrarietà al “salva precari”, chiede invece stablizzazioni con piani i reclutamento pluriennali. Un no secco anche all’eventuale cancellazione delle graduatorie ad esaurimento. Il sindacato guidato da Pantaleo ha preso l’impegno di confrontarsi con i diversi comitati dei precari.

ISTRUZIONE LEGHISTA “La cultura della Lega Nord non potrà mai essere la nostra, non è conciliabile con i nostri ideali – sottolinea Pantaleo – perché l’accoglienza, diritti e doveri sono inseparabili ai fini dell’integrazione e del rispetto delle persone”.

L’Unità 14.04.10

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Mimmo Pantaleo: «La scuola continui la mobilitazione. Non fermiamoci ora»

Uno sguardo al futuro della Flc-Cgil. Parla Mimmo Pantaleo segretario generale nazionale della Federazione nazionale della Conoscenza. Oggi a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) si aprono i lavori del secondo Congresso nazionale che termineranno sabato prossimo.

Un anno di proteste, ma nulla è cambiato per la scuola, l’università e la ricerca. Il governo resta sordo, non dà risposte e non rassicura genitori e lavoratori. Gli insegnanti e i ricercatori, i precari, restano e sono categorie sotto scacco?
«Questo governo sta distruggendo il sistema di istruzione, formazione e ricerca pubblica. Vuole superare uno dei moderni diritti costituzionali, il diritto all’apprendimento garantito per tutti e la possibilità di fare ricerca. Questo governo vuole andare ad un controllo politico e alla mercificazione dei saperi».

I pochi risultati ottenuti con le grandi manifestazioni di piazza e le grandi lotte, non sono però causa della perduta unità sindacale?
«Le difficoltà unitarie hanno pesato sull’incisività dell’azione sindacale. La Federazione dei lavoratori della Conoscenza (Flc-Cgil) non intende tuttavia condannarsi all’immobilismo. Andremo avanti con risposte forti e scelte responsabili per una più altra qualità della funzione della Conoscenza nel paese».

La Flc-Cgil proprio oggi apre il suo secondo Congresso nazionale a San Benedetto del Tronto. Quattro giornate di lavori per difendere il lavoro e dare futuro ai diritti. Cosa si aspetta? “Dalla Conoscenza, la democrazia” è il titolo della sua relazione. Ci anticipi la “lezione” sulla Costituzione?
«Innovazione profonda dell’intero comparto della Conoscenza: scuola università e ricerca e Afam». In che modo, vista l’aria che tira? «Investendo. Proponiamo un incremento del 2% del Pil sulla scuola, l’università e la ricerca. Allo stesso tempo è necessario affrontare il tema del lavoro, a cominciare dalla precarietà».

A tutt’oggi però l’università è strangolata dalla forte riduzione dei fondi, la scuola è stata ridotta ad una “scatola vuota” e la ricerca è sempre di più silenziata.
«I tagli e le riforme non possono andare insieme. Per innovare e cambiare occorrono grandi investimenti. La Conoscenza è un fattore strategico. L’atteggiamento del governo va esattamente nel senso contrario: per loro, la scuola statale e l’università pubblica sono un lusso che questo paese non può permettersi».

Quindi, cosa proponete?
«Investimenti e ritiro dei tagli. La Conoscenza naufraga se si procede con la mannaia dei tagli al personale docente e non. Lo scenario è drammatico. Il prossimo anno scolastico si aprirà con 25.600 docenti in meno; 15mila Ata (collaboratori scolastici) in meno; un servizio di pulizie ridotto all’osso. Si tagliano ben 1,5 miliardi al fondo ordinario delle università italiane. Si insiste con la riduzione dei fondi alla ricerca che rende impraticabile una maggiore stabilizzazione dei precari ed un piano di reclutamento straordinario per i ricercatori».

Quale futuro per la Flc-Cgil?
«Non fermarsi alla semplice azione rivendicativa e contrattuale e affermare la confederalità del sindacato. Continuare le mobilitazioni nel paese allargando sempre di più il consenso, dialogando con i movimenti di studenti, ricercatori, precari, genitori e associazioni professionali. Nello stesso tempo aprire una riflessione sul rapporto, molto diverso dal passato, tra rappresentanza sociale e rappresentanza politica. La nostra ambizione? Pur in una situazione non favorevole, osare innovative rivendicazioni che ricompongano il lavoro e affermino l’idea che formazione e informazione rappresentano i più straordinari mezzi per una effettiva inclusione sociale».
L’Unità 14.04.10

"Ma la politica non sa dare le regole", di Michele Ainis

Qualcuno si dispera, qualcun altro si spella le mani. Hanno torto, gli uni e gli altri. Nonostante l’apparenza, la decisione della Consulta non è una porta chiusa in faccia alle coppie omosessuali. Il varco che rimane ancora aperto sta tutto nel riferimento alla «discrezionalità del legislatore». Significa che la Corte non si è spinta oltre per non invadere le competenze riservate al Parlamento; ma significa al contempo che la Costituzione non pone alcun divieto verso l’allargamento dei diritti familiari alla tribù dei gay. La prima conclusione suonerebbe ovvia dappertutto, salvo che alle nostre latitudini.

Non è forse qui in Italia che il governo accusa a giorni alterni la Consulta d’appropriarsi di funzioni riservate alle assemblee elettive? Non abbiamo ascoltato mille volte parole arroventate contro i giudici costituzionali comunisti, che sovvertono a colpi di sentenza le scelte del popolo sovrano? Quest’ultima pronunzia ne è la smentita più efficace. D’altronde, quantomeno nel caso di specie, le speranze degli esclusi erano destinate giocoforza a cadere nel vuoto: il diritto al matrimonio omosessuale, per rendersi effettivo, postula infatti un apparato di regole minute (di tecnicalità, come s’usa dire in gergo) che una sentenza non può confezionare. Il tribunale costituzionale lavora su materiali normativi già esistenti, non può sostituirsi ai muratori, né tantomeno agli architetti. E lavora per sottrazione, demolendo questo o quel mattone. Un legislatore «negativo», come diceva Kelsen.

Persino il faro giudiziario dei gay di tutto il mondo – la Corte suprema della California, che nel 2008 sancì il loro diritto al matrimonio – è una prova vivente di tali limitazioni. Laggiù, dieci anni fa, prima una legge e successivamente un referendum definirono il matrimonio come un’unione tra persone di sesso diverso, pur garantendo alle coppie omosessuali gli stessi diritti di quelle coniugate. Dunque una differenza puramente nominale, ma tanto bastò alla Corte americana per castigarla in nome del principio di non discriminazione. C’era una legge, insomma, su cui i giudici calarono la scure. E quando un altro referendum modificò la Costituzione dello Stato, chiarendo una volta per tutte che il matrimonio può celebrarsi soltanto fra una donna e un uomo, gli stessi giudici alzarono le braccia.

E in Italia? Rimane ancora un vuoto normativo profondo come un pozzo. Si tratta allora di capire quanta acqua sgorgherà dal rubinetto della Corte Costituzionale. Per saperlo, bisognerà tuttavia leggere la decisione per intero. Si dice sempre così, ma almeno in questo caso non è una clausola di stile. È importante che la Corte abbia definito una political question la garanzia delle unioni omosessuali, ma è altrettanto importante il parametro costituzionale cui andrà ancorata la futura attività legislativa. Per la verità, l’infondatezza pronunziata rispetto agli articoli 3 (che vieta di discriminare in base al sesso) e 29 della Costituzione (che menziona la famiglia e il matrimonio, senza definirli) parrebbe escludere ogni spazio alle nozze omosessuali. Per converso, l’inammissibilità rispetto all’art. 2 (dove vengono evocati i diritti inviolabili dell’uomo) parrebbe un invito al Parlamento affinché detti una disciplina paramatrimoniale, sul modello dei Pacs vigenti in Francia e in vari altri Paesi. Ma i tribunali di Trento e di Venezia, che hanno sollevato la questione, chiedevano una risposta sulla legittimità del matrimonio omosessuale, non delle sue buone o cattive imitazioni.

Quale che sia in ultimo il responso della Corte, c’è un che di disperante in quest’appello alla politica. Non perché l’appello sia sbagliato, perché è sbagliata la politica. Negli ultimi anni sono via via emersi e subito affondati in Parlamento i Dico, i Cus, i Didorè. Si direbbero altrettante canzonette, e forse in realtà lo sono. Le note stonate con cui ci canzona la politica.

La Stampa 15.04.10

Scuola, Pd: allucinante raffica di licenziamenti sta creando disfunzioni. Ghizzoni: presentata interpellanza per chiedere ‘marcia in dietro’

“E’ allucinante che nell’anno scolastico 2009-2010, a fronte di un incremento degli studenti di 37 mila unità, il governo abbia licenziato più di 42 mila docenti, oltre 15 mila personale Ata, per non parlare del personale precario. Questa scelta ha creato gravi disfunzioni e sta impoverendo l’offerta formativa della scuola pubblica. Ancora più sconcertante la scelta di proseguire per il prossimo anno con il più grande licenziamento di massa nella storia della pubblica amministrazione del nostro Paese: circa 47 mila persone tra personale docente e personale Ata. Su questo tema il Pd ha depositato oggi un’interpellanza urgente per chiedere al ministro Gelmini di interrompere immediatamente un siffatto modo illegale di governare i processi amministrativi che riguardano un’ istituzione di primaria importanza per la vita culturale e per lo sviluppo del nostro Paese.

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Scuola: Bachelet (Pd), tagli enormi per l’istruzione agli adulti, governo fermi il massacro

“Lo schema di dpr sulle norme generali per la ridefinizione dell’assetto organizzativo-didattico dei centri di istruzione per gli adulti, che deve ricevere il parere della commissione Cultura di Montecitorio, rileva un’inquietante tabella con la previsione del taglio per l’intero comparto della scuola nell’anno scolastico 2010/2011. Per il solo personale docente, si prevede una perdita di 31.390 posti”. Lo rende noto Giovanni Bachelet, deputato e presidente del Forum Istruzione del PD, che ha chiesto al Governo se si tratta di numeri definitivi. A giugno del 2009, in base al Piano Programmatico allegato allo schema di Regolamento per il riordino delle superiori, il Ministero aveva infatti fornito la già spaventosa previsione di 25.600 docenti rottamati nel solo 2010-2011, piú del doppio degli esuberi paventati per Alitalia quando il Governo decretò un molto oneroso salvataggio. A febbraio, tuttavia, nell’allegato al Regolamento definitivo per il riordino delle superiori, la cifra era salita a 27.307: altri duemila posti in meno. Oggi, nell’allegato allo schema di dpr, firmato lo scorso ottobre dal Ragioniere Generale dello Stato, la tabella riassuntiva suggerisce addirittura 31.390 posti persi: piú di tutti gli abitanti di Lecce messi insieme. Se il Governo non intende fermare il massacro, sarebbe auspicabile che fornisca almeno il bilancio esatto e definitivo delle vittime, in modo che esperti della scuola e giornali (ultimo il Sole24Ore di oggi) non continuino a riferirsi ad una cifra che, benché smisurata, potrebbe essere grossolanamente sottostimata: oltre il venti per cento in meno rispetto al taglio vero, sempre che quest’ultima tabella sia quella giusta.”

Bonaccini e Casadei incontrano le associazioni dei pendolari

Il segretario regionale del PD e il neo eletto consigliere regionale impegnati in una serie di incontri per confrontarsi con i pendolari emiliano-romagnoli sulla mobilità sostenibile.
La “politica in movimento” non è solo uno slogan elettorale, la politica in movimento è anche la capacità di innovarsi e saper recepire i nuovi bisogni. Tra questi, un posto di primaria importanza lo occupa la mobilità, ed in particolare quella sostenibile.
Ecco perché migliorare il trasporto su ferro, creare un sistema integrato per i pendolari emiliano-romagnoli, ottimizzare costi e qualità del servizio, recepire le istanze dei pendolari e trasformarle in politiche partecipate, è un dovere della prossima amministrazione regionale. Se l’Emilia-Romagna è e dovrà sempre più diventare “cuore dell’Italia che vogliamo”, diventa impossibile eludere un importante e strategico settore come quello del trasporto ferroviario pendolare.
Per questo motivo, il segretario regionale del Partito Democratico, Stefano Bonaccini, assieme a Thomas Casadei, membro della segreteria regionale del PD, entrambi recentemente eletti nell’Assemblea Regionale dell’Emilia-Romagna, incontreranno nelle prossime settimane tutte le associazioni dei pendolari sorte nel corso di questi anni sull’intero territorio regionale.

Un viaggio non “virtuale” ma reale nelle principali stazioni emiliano-romagnole, fortemente voluto da Casadei, che proprio delle stazioni ha fatto il suo leit motiv in campagna elettorale, andando così a riscoprire un luogo poco frequentato dalla politica. Il tutto con l’obiettivo di approfondire gli argomenti e le problematiche con cui quotidianamente migliaia di studenti e lavoratori debbono convivere.
Da Piacenza a Rimini, da Ferrara a Bologna, e così in tutte le stazioni dei capoluoghi di provincia, Bonaccini e Casadei incontreranno i pendolari per condividere strategie e inaugurare una nuova stagione di partecipazione e di dialogo diretto con il Partito Democratico regionale.

www.pder.it

"Riforma Gelmini la scuola boccia la bioetica", di Giuseppe Dejana

L’aver posto rimedio alla “dimenticanza” della Resistenza nelle bozze dei “nuovi” programmi scolastici di Storia non impedisce di segnalare altre anomalie nelle «Indicazioni nazionali dei piani di studio per gli studenti delle superiori». Una di queste è l’assenza di un pur minimo riferimento alla bioetica nel «profilo generale e competenze» e negli «obiettivi specifici di apprendimento» di almeno una delle tre principali discipline maggiormente coinvolte: Filosofia, Scienze naturali e Diritto, con particolare riferimento alla prima. È evidente l’arretramento anche rispetto alle Indicazioni della riforma Moratti, che prevedevano la presenza delle “questioni di bioetica”, pur se solo nell’ultimo anno dell’insegnamento di Filosofia e limitatamente agli indirizzi economico e tecnologico. La riforma Gelmini non è stata capace neppure di riproporre questa pur debole soluzione: ciò è una concreta e significativa prova dell’arretratezza che caratterizza l’impianto di un modello formativo ripiegato sul passato e sulla tradizione e, perciò, incapace di prefigurare una scuola a misura di futuro, cioè dei bisogni culturali delle nuove generazioni.
È auspicabile che gli insegnanti più sensibili alle questioni dell’inserimento delle tematiche bioetiche nei curricola scolastici, almeno nella secondaria superore, facciano sentire la loro voce intervenendo nella consultazione sulle «Indicazioni nazionali» aperta dal ministro dal 23 marzo al 22 aprile (nuovilicei.indire.it). Come si legge nel sito ministeriale, dopo questo mese «la Commissione appositamente nominata dal Ministero… valuterà i pareri espressi ai fini della redazione definitiva delle Indicazioni nazionali». Con lo spirito autoritario che lo caratterizza, il ministro Gelmini ha offerto solo questo palliativo al mondo della scuola, che avrebbe bisogno di ben altri tempi e spazi per un confronto concreto, ampio e costruttivo in ogni scuola e nella società civile da parte degli insegnanti, degli studenti e dei genitori. Ma in quel caso questi “nuovi” programmi – per certi aspetti “vecchi” ancora prima di entrare in vigore – probabilmente, oltre che criticati, verrebbero respinti, soprattutto in riferimento alle questioni più scientificamente innovative ed eticamente sensibili, come quelle della bioetica, a partire dalla rivoluzione genetica e biomedica che sta radicalmente modificando la vita degli esseri umani, con conseguenze profonde sul piano biologico e antropologico, psicologico ed etico: esse mettono in crisi la tradizionale concezione della nascita, della cura e della morte, riconoscendo all’uomo la capacità di trasformare profondamente se stesso fino ad essere artefice della propria vita. Sono questioni che anche in sede scolastica vanno affrontate con competenza scientifica e consapevolezza etica.
L’Unità 14.04.10

"Il partito del lavoro ha un compito: difendere il sapere", di Luigi Berlinguer

Due argomenti ci possono aiutare nella lettura del voto regionale di cui si discute anche nel dibattito aperto da l’Unità : non è chiara ai cittadini l’identità profonda del Partito Democratico; manca un adeguato radicamento sociale dell’organizzazione-partito. Le identità del passato hanno ancora un peso eccessivo (e taluni si ostinano a difenderle caparbiamente). Così si indeboliscoe la costruzione dell’identità nuova del Pd, unitaria anche se plurima, espressione di una visione unificante della società. I cittadini percepiscono tutto ciò, e per questo motivo stentano a riconoscere chi siamo. In effetti, il Pd rischia di apparire (o essere?) poco moderno, antiglobale, tecnofobo, gergale, troppo rituale, troppo politicista. Siamo abituati a spiegare e a giudicare quel che accade rivolgendoci solo alla società politica che è sempre più lontana dai cittadini e dalle loro vite.

Due esempi, macroscopici, riferiti a temi centrali per il Pd (non certo gli unici, ma per me fondamentali). Primo esempio: qualche giorno fa, durata lo spazio di un mattino, è apparsa e scomparsa sui media una notizia orribile: si è negato il pasto nella mensa di una scuola a dei bambini a causa del colore della loro pelle. Nella patria della “brava gente” si è verificato un fatto infame. Enorme. Può il Pd reagire “politicamente” delegando l’indignazione in un comunicato per le agenzie di stampa, in due righe due su un quotidiano e, se proprio va bene, in una dichiarazione di dieci secondi in un tg o in un giornale radio? Non merita questo episodio di barbarie che si costruiscano iniziative, reazioni, risposte, denunce, solidarietà? Veri e propri eventi che giungano all’opinione pubblica? Il Pd è con i bambini, con la civiltà e l’umanità, tangibilmente.

Secondo esempio: sento dire – e sono assolutamente d’accordo – che il Pd è il partito del lavoro. Dirlo, sì. Ma ciò significa combattere le morti in fabbrica e nei cantieri, lottare contro la disoccupazione, contro la precarietà con continuità ed efficacia. Ma questo non può bastare. Il tema, oggi, è nuovo: il lavoro, i lavori non possono essere separati dal sapere. Il lavoro è e sarà sempre più innovazione permanente. È tutt’uno con il sapere, con le idee. Non c’è iato tra fatica lavorativa e sapere. Nella tradizione socialista ciò non era così chiaro perché diritto al lavoro e diritto al sapere erano tra loro separati. Oggi non possono esserlo più.

Ecco, credo che il Pd ancora non abbia fatta propria l’idea che la società della conoscenza è quella dove tutti imparano, tutti devono sapere di più. Siamo consapevoli che per questo occorre una scuola completamente nuova? Non credo. Noi non stiamo cercando una nuova scuola. Tutto il mondo politico ripete da decenni che l’istruzione è una priorità. Sterile tiritera smascherata quando si fanno i conti di bilancio che penalizzano sempre l’education . Occorre un nuovo modello educativo, una scuola aperta tutto il giorno, tutto l’anno, per tutta la vita. (Ne parliamo nella nuova rivista digitale educationduepuntozero.it e nel suo prossimo seminario a Firenze, il 23 aprile). Una scuola dove non si trasmettono dall’alto nozioni e informazioni, ma dove si conquista il sapere. Cattedre, banchi, orari sono suppellettili da sostituire. Per imparare non basta ascoltare, occorre parlare, provare, sperimentare.

In tutto il mondo evoluto i giovani arrivano alla fine della scuola secondaria. Parliamo del “miracolo indiano” ma qualcuno sa che nel 2003 i bambini iscritti alle elementari in India erano meno di 60 milioni e l’anno scorso sono stati 192 milioni?
Una scuola per tutti che cura le eccellenze e fa crescere tutti. Una rivoluzione. Tutti devono poter imparare (capaci e meno capaci), tutti devono concorrere al merito e non solo pochi. Nella società della conoscenza il sapere è il petrolio del futuro. Ma non basta la nozione. Sapere significa capire, e per questo occorre sollecitare la curiosità oggi mortificata da una opprimente rigidità. Se parlo della scuola è perché essa è centrale in una società fondata sulla conoscenza: perché è molla del suo sviluppo, ma anche perché vi trovano il giusto equilibrio libertà ed eguaglianza. Oggi è il sapere che rende liberi, e uguali. Chi non sa delega. Scuola, sapere, innovazione, lavoro: un unicum . Lavoro è quindi professione sempre più qualificata. E deve essere piena occupazione, che è vera libertà. Non è libero il precario che elemosina un lavoro. E chi sa è più forte nel mercato del lavoro.

Credo fermamente che il Partito democratico sia nato per centrare l’obiettivo della società della conoscenza non a parole, ma con i fatti. Capace di fondere sapere e lavoro. Costruiamo idealmente e concretamente questa identità. Così i cittadini saranno in grado di riconoscere chi siamo e cosa vogliamo e troveremo meglio le alleanze necessarie. E non dovremo temere le astensioni.
L’Unità 14.04.10