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"Riforma dell’università, no all’iper-centralismo. La proposta del PD", di Marco Meloni*

Investire in università e ricerca è una questione decisiva per il destino dell’Italia. Come dimostrano le statistiche, scontiamo un grande ritardo rispetto ai Paesi più sviluppati: siamo indietro, rispetto alla media Ue/Ocse, per numero dei laureati e dei ricercatori, investimenti per studente, rapporto docenti/studenti, internazionalizzazione. E fare dell’università il motore della mobilità sociale è un obiettivo centrale in un Paese bloccato, nel quale sempre più i giovani percepiscono che il loro futuro è collegato a valori ben diversi dalla qualificazione acquisita con lo studio.
Per questo è urgente far uscire la riforma dell’università, che entra nel vivo dell’esame parlamentare, dal ristretto circuito degli addetti ai lavori, ed entrare nel merito di una proposta che finora è stata valutata più in base agli slogan propagandistici del Governo che al suo reale contenuto.
Alla riflessione sul sistema di governo degli atenei e sul reclutamento dei docenti, su cui si sono soffermati negli ultimi tempi numerosi commenti, deve accompagnarsi quella sugli obiettivi della riforma e sui nodi strutturali del sistema. Noi chiediamo di partire dagli studenti: orientamento, diritto allo studio, residenze, welfare. E dai ricercatori: percorsi di carriera rapidi e fondati su regole chiare, e dunque docenti più giovani – abbiamo la classe docente più anziana del mondo occidentale – e di qualità. Sulla governance, più efficienza e meno autoreferenzialità, ma con regole chiare e un circuito di fiducia tra Senato e cda. E poi autonomia vera degli atenei, inserimento in legge di criteri e conseguenze della valutazione, nuove regole sulla ripartizione delle risorse ordinarie tra gli atenei, da affidare a pochi e trasparenti criteri: scelta degli studenti, valutazione di ricerca e didattica, diritto allo studio e coesione territoriale.
Più laureati e promozione degli studenti meritevoli, percorsi rapidi di selezione dei docenti, funzionamento più efficiente e risorse adeguate, dunque. Elementi centrali per far ripartire l’università, ma purtroppo del tutto carenti nel ddl Gelmini: una proposta iper-centralista, che sottopone a un reticolo inestricabile di norme e al controllo della burocrazia ministeriale ogni minimo dettaglio della vita degli atenei. Passaggi troppo macchinosi per il reclutamento e un destino di incertezza e precariato per i giovani ricercatori, mentre noi chiediamo che si attivi una fase transitoria nella quale consentire ai ricercatori (strutturati e non) che lo meritano di entrare nei ruoli. Gli studenti, poi, non esistono: secondo il Governo si dovrebbe affidare a una spa del ministero del Tesoro – ci risiamo! – la selezione dei meritevoli, senza che sia previsto un solo euro di risorse pubbliche per finanziare le borse.
Torniamo alle risorse: anche qui occorre raggiungere quantomeno la media dei Paesi europei, passando dallo 0,8 attuale all’1,3% del Pil. Sembrava pensarla così anche la Gelmini («riforme in cambio di risorse », il suo mantra nei mesi scorsi), ma si trattava, evidentemente, solo di parole, poi smentite dal Governo. Che, al contrario, sembra avere un unico obiettivo: confermare i tagli per oltre 1 miliardo (quasi il 20 per cento), che fin d’ora rendono difficilissima la vita di molti atenei, e che certamente renderanno impossibile il loro funzionamento nel 2011. Insieme a quelli alla scuola e alla ricerca, circa 10 miliardi di tagli in tre anni. Nel frattempo la Francia, ad esempio, investe 11 miliardi per l’università e 8 per la ricerca.
Il Pd ha affrontato queste questioni con una prima serie di emendamenti, presentati in Senato. Se il Governo è disposto a un intervento più serio e coraggioso, a investire realmente nell’istruzione terziaria, siamo pronti al confronto. Il tema, come ha riaffermato pochi giorni fa il presidente Napolitano, è decisivo, e costituisce uno degli interessi generali del Paese che dovrebbero stare al riparo da logiche di parte e di propaganda. Insieme, forze politiche, economiche e sociali, studenti e docenti, dobbiamo “pretendere” regole migliori e risorse adeguate al rango che il nostro Paese deve mantenere. Altrimenti continuerà a diminuire il numero dei giovani che si iscrivono all’università e dei talenti che pensano di poter fare ricerca liberamente in Italia. Sarebbe una scelta chiara, verso uno sviluppo di serie B: una prospettiva disastrosa, che forse siamo ancora in tempo per invertire.

*Responsabile Università e ricerca segreteria Pd
Il riformista 14.04.10

"Tecnici e professionali light: meno ore e materie, spesso decisive", di Salvo Intravaia

In arrivo istituti tecnici e professionali light. A settembre, come del resto avverrà per i licei, sarà la volta dei nuovi istituti tecnici e istituti professionali. Ad attendere coloro che opteranno per un titolo di studio professionalizzante già dal diploma meno materie e meno ore in classe di chi li ha preceduti. Anche i ragazzi delle seconde, terze e quarte classi avranno lo sconto delle ore di lezione a curricula invariati: un artificio, più volte criticato dagli addetti ai lavori, che servirà esclusivamente a fare cassa. E dire che l’Italia deve il boom economico degli anni sessanta anche alle migliaia di periti diplomati negli istituti tecnici ante Gelmini.

Per comprendere cosa e, soprattutto, quanto studieranno i ragazzi che dal prossimo anno frequenteranno i tecnici e i professionali basta fare un giretto, anche virtuale, tra i siti di alcuni istituti e confrontare i vecchi quadri orario con i nuovi. Gli istituti tecnici commerciali, dai quali sono usciti migliaia di ragionieri, oggi funzionano soprattutto con il corso sperimentale Igea (Indirizzo Giuridico Economico Aziendale). Le 36 ore di lezione al biennio, che scendono a 34 al terzo anno per risalire a 35 negli ultimi due, saranno un ricordo. Perché, come avverrà per tutti gli altri indirizzi le ore scenderanno a 32. Nell’omologo dell’Igea (l’istituto tecnico economico, indirizzo Amministrazione, finanza e marketing) si studierà meno Lingua straniera, Matematica, Geografia ed Economia aziendale.

E che dire degli istituti tecnici per il Turismo? Stesso destino: meno Italiano, Scienze, Diritto e Storia dell’Arte. E ridotte complessivamente di un quarto le tre le lingue straniere. Ma al ministero la vedono in modo diverso. Per i tecnici di viale Trastevere attualmente le ore di lezione nei tecnici e nei professionali sono dappertutto di 50 minuti. Così, le 32 ore di 60 minuti previste dalla riforma in realtà aumenterebbero il tempo-scuola. In poche parole: nessuna diminuzione. Ma è davvero così? In realtà parecchi istituti utilizzano ore di 55 minuti, come avviene all’Itc Bachelet di Copertino, in provincia di Lecce. E laddove le ore si riducono a moduli di 50 minuti, i 10 minuti “risparmiati” vengono riutilizzati dai docenti per corsi di “recupero e sostegno o espansione previsti dalle varie ipotesi di insegnamento”, come avviene all’istituto alberghiero di San Giovanni Rotondo in provincia di Foggia. Mentre all’alberghiero di Tortolì nell’Ogliastra, le ore durano regolarmente 60 minuti.

All’industriale le cose sono ancora più complicate perché i nuovi indirizzi saranno un po’ diversi da quelli attuali e il confronto non è rigoroso. I periti meccanici dell’era Gelmini non studieranno più Geografia e dimezzeranno le lezioni di Diritto ed economia. Ma soprattutto dovranno studiare meno Matematica, Meccanica, Sistemi e Tecnologie meccaniche. Gli Elettrotecnici, oltre Matematica e Geografia, studieranno meno Elettrotecnica e Impianti elettrici: le due discipline che caratterizzano l’indirizzo di studi. Stesso discorso all’istituto tecnico per geometri (che diventa Costruzioni, ambiente e territorio) dove sono state sacrificate Costruzioni, Topografia e Impianti.

Passando agli istituti professionali le cose, se possibile, peggiorano. In tutti gli indirizzi calano le ore di Italiano. Negli istituti alberghieri gli studenti passeranno parecchie ore in meno (il 40 per cento) in cucina e subiranno un taglio alla seconda lingua straniera. E dei futuri odontotecnici, ci si potrà fidare? Meno Fisica, Chimica, studio dei materiali dentari e ore di laboratorio. La roulette del taglio delle ore toccherà anche le seconde, terze e quarte classi dei tecnici. La riforma, infatti, parte dalle prime classi, con nuove materie e quadri orario. Ma il taglio dell’orario colpirà anche le classi successive, escluse le quinte. Nelle seconde classi, per scendere a 32 ore settimanali, verranno sacrificate alcune ore di Italiano e Matematica. Al triennio sarà la volta delle materie professionalizzanti: Elettronica all’industriale e Topografia al tecnico per geometri.
La Repubblica 14.04.10

Ddl lavoro, la spaccatura non rientra

Ripartito l’iter del ddl che introduce l’arbitrato nel processo del lavoro. Cgil: “Modiche vere o mobilitazione”. Cisl, Uil e Confindustria difendono l’avviso comune, ma gli industriali ammettono: c’è qualcosa da rivedere. Stop all’allungamento della cig . È ripartito in commissione Lavoro alla Camera l’iter del disegno di legge sul lavoro, rinviato alle Camere dal capo dello Stato Giorgio Napolitano per i rischi di aggiramento dell’articolo 18. Il ciclo delle audizioni è iniziato oggi (13 aprile) con le parti sociali e proseguirà per tutta la settimana, ma si scopre subito che sindacati e imprese non cambiano le proprie posizioni: da una parte c’è la Cgil, che insiste sulla necessità di rivedere completamente il testo negli articoli segnalati dal Colle e annuncia una forte mobilitazione; dall’altra ci sono Cisl e Uil che, insieme alla Confindustria, difendono l’avviso comune siglato lo scorso 11 marzo, anche se gli stessi industriali ammettono che c’è qualcosa da rivedere nel testo. In attesa di capire cosa farà il governo, l’ennesimo ritorno in aula a Montecitorio è in calendario per il prossimo 26 aprile: sarà il quarto giro per i deputati (poi sarà la volta del Senato) per una legge dal percorso travagliato che ha impiegato oltre un anno e mezzo ad arrivare sulla scrivania del Quirinale senza poi essere firmata perché controversa soprattutto nella parte in cui introduce l’arbitro privato al posto del giudice nei processi del lavoro.

“È necessario un intervento complessivo di riesame del testo”, per “una nuova deliberazione, oltre agli articoli 20, 30, 31, 32 e 50 menzionati dal capo dello Stato, su cui la maggioranza intende limitare la discussione”. Così il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni. Affrontando i nodi sul tappeto, il dirigente di Corso Italia è tornato sull’arbitrato: “Non siamo contrari allo strumento in sé – ha detto – ma all’arbitrato di equità”. Fammoni ha posto l’accento anche su altre norme contenute nel provvedimento, come quella che abbasserebbe l’età dell’obbligo scolastico introducendo l’apprendistato a 15 anni, “norma sbagliata e viziata di incostituzionalità”. Ad ogni modo, se non ci saranno i cambiamenti richiesti la Cgil continuerà la propria iniziativa “anche con la mobilitazione e l’appello della Consulta, e quando la legge andrà in aula (il 26 aprile, ndr) faremo un presidio di fronte al Parlamento”.

“L’arbitrato è utile se è libero, per questo è giusto prevedere che non sia inserito nella clausola compromissoria al momento dell’assunzione ma quando il rapporto è già consolidato”, ha detto il segretario confederale della Cisl, Giorgio Santini. Il sindacato di via Po propone che la scelta della via extragiudiziale avvenga finito il periodo di prova. Altre tre le modifiche auspicate: recepire l’avviso comune che esclude i licenziamenti dalla materia dell’arbitrato, definire le commissioni di certificazione che validano le clausole compromissorie e certificano i contratti individuali come ‘organi terzi’ per cui “bene le università, le direzioni provinciali del lavoro, ma no i consulenti del lavoro che rappresentano i datori di lavoro”. Terzo: limitare i confini dell’arbitrato “secondo equità”, conclude Santini, quindi si potrebbero “escludere i diritti indisponibili, quelli sanciti dalla Costituzione”, ovvero la salute e la sicurezza, le ferie, l’orario di lavoro.

Dovrà rimanere “esplicitamente acclarato che l’arbitrato non ha nulla a che vedere con i licenziamenti e che esso non può essere imposto al momento dell’assunzione”, ha sottolineato per la Uil il segretario confederale, Paolo Pirani, secondo cui “a maggior garanzia si potrebbe decidere che l’eventuale clausola compromissoria si applichi solo ai rapporti di lavoro subordinato, ed esclusivamente al termine del periodo di prova, nel quale evidente la particolare debolezza del lavoratore”.

Con l’avviso comune separato, siglato l’11 marzo sull’arbitrato, “si è esclusa ogni ipotesi anche indiretta di voler far ricorso all’arbitrato per eludere garanzie poste a tutela dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo”. Così il direttore delle relazioni industriali di Confindustria, Giorgio Usai, sottolineando che l’intesa “delinea la strada da percorrere per cercare soluzioni condivise alle questioni sollevate nel messaggio alle Camere”. Gli industriali condividono “pienamente il richiamo del presidente della Repubblica in ordine alla necessità del rispetto del principio della volontarietà dell’arbitrato”. La legge presenta infatti “alcune criticità sul piano tecnico”, per esempio bisogna rivedere la possibilità di appello sulle controversie arbitrali demandando al solo Tribunale la competenza dei ricorsi in unico grado.

STOP ALL’ALLUNGAMENTO DELLA CIG. Sempre in tema di lavoro, sembra ormai certo il no del governo ad allungare la cassa integrazione ordinaria da un anno a un anno e mezzo. Il Tesoro ha infatti consegnato in commissione Bilancio della Camera la relazione tecnica sul disegno di legge unificato sul lavoro che contiene, appunto, il prolungamento di sei mesi della cassa ordinaria, confermando il giudizio già espresso in precedenza dal governo. Arrivata la relazione del Tesoro, domani la commissione Bilancio dovrebbe esprimere il proprio parere sul provvedimento e la commissione Lavoro dovrebbe votare il mandato al relatore.

www.rassegna.it

"Intercettazioni, il governo pronto a cambiare", di Liana Milella

Obtorto collo i berluscones obbediscono a Napolitano e studiano le modifiche alle intercettazioni. Il diktat del Colle è deciso: o il testo cambia o viene rispedito indietro. La “riduzione del danno” sta per maturare, tra oggi e domani, in una riunione della Consulta per la giustizia del Pdl (con a capo Niccolò Ghedini) e un incontro tra i tecnici di via Arenula e il relatore al Senato Roberto Centaro. Non si tratterà di semplici ritocchi, ma di un intervento pesante, che eliminerà le più macroscopiche anomalie costituzionali del ddl. Al Guardasigilli Angelino Alfano, convocato al Quirinale, le aveva indicate, ormai nel lontano luglio 2009, lo stesso Napolitano.
Ecco gli «evidenti indizi di colpevolezza» che sfumano nella formula «gravi indizi di reato», la stessa che figura oggi nell´articolo 266 del codice di procedura penale. Ecco la marcia indietro sulle microspie che potranno essere messe anche nei luoghi dove non c´è «la certezza» che si sta commettendo un reato. Ecco ancora la possibilità di acquisire i tabulati senza restrizioni. Ecco la norma transitoria sull´entrata in vigore che applicherà la legge solo ai processi in cui «non» sono state ancora disposte intercettazioni. L´obiettivo è votare il testo per metà giugno. L´incertezza riguarda quando depositare le modifiche. Governo e maggioranza la pensano diversamente. Il primo vorrebbe giocare la carta in aula, ma ieri il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri si augurava il contrario: «Prima ci saranno meglio sarà, la commissione è pronta alla fase decisiva».
Commissione in cui il centrosinistra è stanca dei tira e molla della destra su un ddl in ballo dal giugno 2008. Tant´è che ieri, quando il presidente Filippo Berselli ha tentato di aprire una finestra di dialogo, se l´è vista subito chiusa in faccia da Pd, Idv e Udc. «È ancora muro contro muro» dichiara il vice presidente del gruppo Pd Felice Casson. E Silvia Della Monica: «Se conoscessimo le proposte del governo potremmo parlare, ma nessuno ci ha detto nulla». Il dipietrista Luigi Li Gotti respinge ogni trattativa: «Il testo è immodificabile». Chiusura dall´Udc: per Gianpiero D´Alia il centrodestra vive «solo uno stato di confusione e incertezza».
Cade la trappola in cui si cerca di far cadere il Pd. A Casson chiedono cosa salverebbe della norma che rende obbligatoria la sostituzione del pm che ha parlato del processo o è stato denunciato. Lui replica: «Va abolita». Loro: «A volerla salvare?». Casson llustra un subemendamento in cui si specifica che non si può rimuovere il pm senza far pronunciare un giudice. Il centrodestra esulta: «C´è uno spiraglio per trattare». Casson nega: «Ma quando mai, ho detto che il comma va cancellato».
Il vero nodo però sta nei contrasti interni: i berluscones vogliono “salvare” al massimo il testo esistente, finiani e Lega non vogliono legare le mani di magistrati e poliziotti. Lo scontro è dietro l´angolo. Come quello che ha tenuto bloccato, dal 2 marzo a oggi, il ddl contro la corruzione che Alfano aveva vantato in una conferenza stampa a palazzo Chigi. Ci sono voluti 40 giorni di battaglie tra lui e il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli per mandare il testo alla firma di Napolitano. Con la vittoria dell´esponente leghista, che è riuscito a imporre l´ineleggibilità alla Camera e al Senato per chi sia stato condannato a una pena non inferiore a due anni per peculato, malversazione, concussione e corruzione anche giudiziaria. Sconfitta la linea di Alfano che voleva solo rendere obbligatoria l´interdizione dei pubblici uffici per i medesimi reati.
La Repubblica 14.04.10

Primaria: poche possibilità per le 30 ore?

Con il prossimo anno scolastico sia le prime sia le seconde classi di scuola primaria funzioneranno con l’organico calcolato sulle 27 ore, e i margini di utilizzazione delle ore liberate dalla soppressione delle compresenze per assicurare l’orario di 30 ore sarebbero praticamente annullati.

“Con la diminuzione degli spazi di flessibilità nell’impiego degli insegnanti la scelta delle 30 ore contenuta nel modello allegato alle domande di iscrizione sarà teorica”, sostengono le deputate del Pd Rosa De Pasquale e Manuela Ghizzoni in una interrogazione al ministro dell’Istruzione.

Le parlamentari chiedono al ministro “se davvero il Miur si stia apprestando ad effettuare nella scuola primaria tagli agli organici ancora più consistenti di quelli previsti, talmente consistenti da ridurre la scelta da parte dei genitori degli alunni che si iscrivono in prima a due sole scelte: tra il tempo pieno di 40 ore e quello di 27, visto che gli organici saranno assegnati in base a questo orario, e che quasi nessuna classe funzionerebbe a 24 ore”.

Dopo il maestro unico, chiedono polemicamente le due deputate, ci sarà anche l’orario unico?
Tuttoscuola 14.04.10

"Questionario Gelmini per dare la «caccia» agli immigrati", di Maristella Iervasi

E’ una valutazione ambigua ma, il questionario distribuito dal ministero alle scuole e finito nel diario dei bambini per essere compilato dai genitori, nasconde una convinzione: gli insegnanti sono una truppa. Parola antica, che serve ad indicare quei militari che devono solo obbedire agli ordini.
Scuola e prova Invalsi, rilevazione degli apprendimenti per l’anno scolastico in corso. L’Istituto è sotto stretto controllo dall’Istruzione della Gelmini e serve ad accertare le conoscenze degli studenti italiani.
Due prove scritte obbligatorie da svolgersi nel mese di maggio di Italiano e matematica per gli studenti della seconda e quinta elementare e anche per i più grandicelli della prima media, tutti seduti rigorosamente uno per banco per evitare suggerimenti. I bambini frequentanti la seconda elementare verranno anche sottoposti ad una prova di lettura, non davanti alle proprie maestre ma ad osservatori esterni, esponendoli così ad un possibile insuccesso.

Ma non è tutto. Proprio in questi giorni e con largo anticipo rispetto alle prove Invalsi, le scuole su “ordine” del ministero stanno consegnando un questionario da compilare a cura dei genitori le cui domande non hanno nulla a che vedere con la didattica né con la valutazione delle conoscenze e dei saperi. La scheda in realtà serve per individuare la provenienza “socio-economico-culturale” dei singoli studenti. Indagine statistica che spetterebbe all’Istat e non all’Ivalsi. Pertanto, è una schedatura delle famiglie e, ancora più inquietante, si insiste con la “persecuzione” dello studente immigrato. Di lui si vuole conoscere tutto: se è nato in Italia e l’arrivo in Italia; se ha frequentato l’asilo nido e la materna. Ma l’obiettivo finale di tutto questo è anche un altro: attraverso il solo risultato degli alunni, il ministero intende valutare in modo indiretto ogni singola scuola pubblica e i loro docenti.

Il questionario e la protesta. Le domande sugli studenti sono per lo più dirette a raccogliere informazioni sugli stranieri. Per quanto riguarda i genitori italiani e non, si “spulcia” indirettamente sul reddito di mamme e papà. Con strafalcioni sui titoli di studio e “dimenticanze” clamorose nell’elenco delle professioni. Il ministero accorpa arbitrariamente categorie di lavoratori secondo un’idea piramidale della società ancora ferma all’era Gentile. La classifica si apre con il “disoccupato” ma non c’è traccia del precario o dell’informatico e co.co.pro. L’insegnante è equiparato alla truppa. Il docente universitario all’ufficiale militare. E così via. Fino alla “chicca” sui titoli di studio superiore al diploma: si cita l’Isef, che non esiste più. La nuova terminologia è superata in Scienze motorie.

Le “ira” dei genitori si scaricano sui presidi. Le prove Invalsi a tutela della privacy sono rigorosamente anonime, sui singoli fascicoli compare solo un codice numerico identificativo del plesso, del livello di classe frequentata e della sezione dello studente. Ma in un circolo didattico di Roma, il dirigente ha consegnato alle famiglie la scheda con lo spazio per il nome e il cognome dell’alunno, oltre la classe e la sezione. Da qui la protesta delle famiglie: “Consegneremo la scheda in bianco o incompleta”.

«Mio figlio Matteo all’uscita di scuola mi ha detto: ‘Guarda mamma la scuola vuole sapere se il papà di Gerry è italiano. Che gli importa?’», racconta Paola Angelucci consigliera del municipio XI. E le proteste si annunciano anche altrove. La battagliera Simonetta Salacone, dirigente della scuola Iqbal Mashid e capofila nella protesta anti-Gelmini, fa sapere: “Pretendo la garanzia dell’anonimato sulle prove Invalsi e sulla scheda studenti-famiglie. Ho già attivato i sindacati”.
L’Unità 14.04.10

Alla Camera degna fine del decreto-pasticcio

“E’ una maggioranza che in assenza di voti di fiducia non riesce a sostenere i suoi provvedimenti. Il decreto salvaliste è stato affossato. Un pasticcio nel pasticcio. Degna conclusione di questa vicenda”. Lo ha detto il capogruppo del Pd alla Camera, Dario Franceschini, dopo la bocciatura alla Camera del noto Dl salvaliste. ”L’importanza del voto che ha fatto decadere quel decreto – ha poi spiegato il capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali, Gianclaudio Bressa, firmatario dell’emendamento soppressivo – sta nel fatto che si è evitato uno scasso senza precedenti delle regole costituzionali. Con decreto legge non si possono cambiare le regole elettorali a competizione già aperta. Abbiamo sventato un vero e proprio attentato alle regole fondamentali di ogni democrazia. Ma, poichè riteniamo che la volontà popolare che si è espressa il 28 e il 29 marzo debba essere garantita, siamo disponibili da subito a votare un disegno di legge che salvi gli effetti del decreto. Questo a dimostrazione – ha concluso Bressa – della nostra responsabilità istituzionale e politica e a dimostrazione del fatto che le ragioni della politica sono in grado di prevalere sulla logica dei numeri”.
www.deputatipd.it

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Passa un emendamento del Pd che sopprime il provvedimento, tante assenze nelle fila di Pdl e Lega. Bersani: “Vittime della loro stessa arroganza”. Donadi (Idv): “Non hanno il coraggio di metterci la faccia”

Il governo è stato battuto alla Camera sul cosidetto decreto salva-liste: l’aula di Montecitorio approva infatti un emendamento di Gianclaudio Bressa, del Pd, interamente soppressivo del provvedimento del governo. Con una maggioranza di otto voti: 262 sì contro 245 no. I deputati del centrosinistra hanno lungamente applaudito: la vicepresidente Rosy Bindi, prendendo atto dell’esito della votazione, ha sospeso la seduta. Il decreto dunque decade.

Non hanno partecipato al voto 38 deputati del Pdl e quattro della Lega. Tra le assenze eccellenti del partito della Libertà ci sono quelle del capogruppo Fabrizio Cicchitto, del vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, di Niccolò Ghedini e Denis Verdini. E’ mancato all’appello anche mezzo governo, per lo più in missione. Risultano in missione anche 31 esponenti del Pdl più sette del Carroccio.

“Nella vita si vince e si perde: noi vinciamo le elezioni, loro queste cose che comunque si possono sanare perché una soluzione normativa si trova”. Così il vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, ha commentato la bocciatura. Aggiungendo che c’è “dispiacere per una votazione delicata dove nella maggioranza ci sono stati troppi assenti”.

Al di là delle accuse reciproche tra ex azzurri e ‘finiani’ con i primi che puntano il dito proprio verso Bocchino reo di non aver richiamato gli assenti, molti esponenti del Pdl registrano che il malessere nel partito ormai si riflette anche in Aula. “Un chiarimento tra Berlusconi e Fini non è più procastinabile”, hanno spiegato molti parlamentari di area An.

Secondo fonti parlamentari del partito di via dell’Umiltà il premier non ha preso affatto bene lo ‘scivolone’ di oggi e ha chiesto un chiarimento sul motivo di tante assenze. Da qui il richiamo di Cicchitto che ha parlato di “inaccettabile sciatteria”. “D’ora in avanti – ha annunciato il capogruppo del Pdl – il gruppo renderà noto ai vertici del partito e renderà pubblico l’elenco degli assenti ingiustificati”. C’è amarezza in Transatlantico dunque. “Il fatto è – riflette un dirigente del partito – che quando non c’è Berlusconi c’è il caos. Anarchia assoluta”. La normativa “applicativa” fu approvata dal governo alla vigilia delle Regionali per sanare l’esclusione della lista Pdl nel Lazio e del lista di Formigoni in Lombardia. L’approvazione d’urgenza del Consiglio dei ministri suscitò aspre polemiche con l’opposizione. Una parte della quale – l’Idv – si scagliò anche contro la firma del presidente della Repubblica Napolitano. Il provvedimento, comunque, si rivelò inutile. Perché il Tar decise che le leggi elettorali in questione erano di pertinenza regionale, quindi non regiolabili con decreti o leggi del governo nazionale.

Diverse le reazioni dall’opposizione. Il segretario Pd, Pierluigi Bersani, ha dichiarato che siamo di fronte a “una sconfitta politica per la maggioranza e il overno: aggiungendo pasticcio a pasticcio, finiscono vittime della loro stessa arroganza”. E il capogruppo dell’Idv, Massimo Donadi: “Un governo indecente: prima vara provvedimenti vergognosi poi non ha il coraggio di venire in Parlamento e metterci la faccia per approvarli. Avranno pure vinto le elezioni ma non hanno la dignità di governare il paese”.
La Stampa 14.04.10

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Addio al dl salva-liste: il PD batte il governo alla Camera
Con una maggioranza di 262 sì contro 245 no, Montecitorio approva l’emendamento dei democratici per cancellare il decreto truffa. Intanto nella maggioranza spaccata c’è aria da resa dei conti. Bersani: “E’ una sconfitta politica, la maggioranza è vittima della sua arroganza”.

Salva-liste addio. Con una maggioranza di 262 sì contro 245 no, la Camera ha definitivamente stralciato il decreto-trucco, approvato dal governo alla vigilia del voto per riammettere la lista laziale Pdl.

All’indignazione della piazza, culminata nella manifestazione “Sì alle regole, no ai trucchi”, il Partito Democratico ha dato una risposta con fatti concreti. L’emendamento presentato dal nostro deputato Gianclaudio Bressa ha raccolto il consenso di Montecitorio, scatenando l’ira di una maggioranza che è sempre più vicina alla resa dei conti interna.

Lo smacco subito, infatti, ha reso ancora più pesanti e imbarazzanti le 38 assenze pidielline e le 4 leghiste. Per niente gradite e, per alcuni esponenti azzurri, tutt’altro che casuali. Il sospetto cade, neanche a dirlo, sulla corrente finiana del partito, da sempre poco entusiasta dei metodi del premier, e in particolare sul capogruppo alla camera, Italo Bocchino, responsabile di non aver portato in aula “con la forza” i disertori.

Ma c’è di più. Il clima che si registra fra le fila Pdl, riunite in Transatlantico, ha il sapore dello scontro finale. Nell’area ex An c’è chi ammette amaramente: “Un chiarimento tra Berlusconi e Fini non è più procastinabile”. Meno diplomatici i seguaci del premier che, fedeli al culto del singolo, sbottano: “Il fatto è che quando non c’è Berlusconi c’è il caos. Anarchia assoluta”

Per il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, non c’è dubbio: quella di ieri è “una sconfitta politica per la maggioranza ed il Governo: aggiungendo pasticcio a pasticcio, finiscono vittime della loro stessa arroganza”.

Sulla stessa linea d’onda, il capogruppo alla Camera Dario Franceschini che afferma: “Un degno finale per il decreto salvaliste: approvano norme indegne e pasticciate e poi non vengono nemmeno in aula a difenderle. Il gruppo Pd compatto e presente, la maggioranza in aula senza voti di fiducia colleziona sconfitte.”

Parole dure e soddisfazione anche dal capogruppo del Pd in commissione Affari costituzionali Gianclaudio Bressa, primo firmatario dell’emendamento soppressivo: “L’importanza del voto che ha fatto decadere il decreto salva-liste sta nel fatto che si è evitato uno scasso senza precedenti delle regole costituzionali. Con decreto legge non si possono cambiare le regole elettorali a competizione già aperta. Abbiamo sventato un vero e proprio attentato alle regole fondamentali di ogni democrazia. Ma, poiché riteniamo che la volontà popolare che si è espressa il 28 e il 29 marzo debba essere garantita, siamo disponibili da subito a votare un disegno di legge che salvi gli effetti del decreto. Questo a dimostrazione della nostra responsabilità istituzionale e politica e a dimostrazione del fatto che le ragioni della politica sono in grado di prevalere sulla logica dei numeri”.

La deputata PD Ileana Argentin commenta: “La sorpresa della bocciatura alla Camera del decreto salva-liste deve aver turbato non poco gli animi della maggioranza e del Presidente Berlusconi che aveva rischiato un durissimo scontro istituzionale per ragioni di convenienza facendo approvare questo vergognoso decreto che modificava le regole a partita iniziata. Ciò che rimane è un’umiliazione per chi governa il Paese, e per chi si appresta a proporre “taumaturgiche” soluzioni di governo per i cittadini del Lazio o del Piemonte, e il sospetto che si rimedi a questa triste pagina per le istituzioni italiane con un altro provvedimento, magari per via ordinaria, per mettere una pezza che a quel punto sarebbe peggiore del buco. Speriamo che ciò non accada e che chi ha sollevato ad arte i polveroni durante la campagna elettorale si assuma le gravi responsabilità di quanto avvenuto oggi”.

Iv.Gia
www.partitodemocratico.it