Latest Posts

"L’avanzata del boiardo padano: da Enimont e Credieuronord al potere della grande finanza", di Rinaldo Gianola

A pensarci bene, adesso è più chiaro perchè gli azionisti di Mediobanca hanno deciso proprio alla vigilia delle elezioni regionali di scegliere Cesare Geronzi come prossimo presidente delle Assicurazioni Generali di Trieste. Magari anche sulla scelta del vertice della perla più limpida del potere finanziario italiano Umberto Bossi avrebbe voluto dire la sua, forte del successo elettorale. Probabilmente avrebbe mostrato qualche perplessità per la scelta di un uomo simbolo del potere romano, inaffondabile e capace di qualsiasi metamorfosi, o magari si sarebbe accontentato delle garanzie di Silvio Berlusconi. Non è un’ipotesi campata in aria visto che ieri il leader leghista si è dato come obiettivo quello di «prendere le grandi banche del Nord, perchè ce lo chiede il popolo».

E allora si può anche sospettare che, dopo un pressing asfissiante iniziato già prima delle elezioni da parte dei neo-governatori Cota e Zaia , l’Unicredit di Alessandro Profumo abbia acconsentito alla nomina di un country manager per l’Italia, il signor Gabriele Piccini, affinchè la banca possa stare più vicino al territorio, alle migliaia di piccole imprese del nord produttivo e, in larga parte, leghista. Il trionfo elettorale alimenta appetiti furiosi e chi, come Bossi, una volta sognava ingenuamente di raccogliere i risparmi padani nella fallimentare Credieuronord e prima ancora nel progetto di Finanzaria Padana o Lombarda che negli anni Novanta era stata ipotizzata da Giancarlo Pagliarini, oggi può invece puntare più in alto, alle fondazioni bancarie, straordinario centro di potere e di quattrini dell’Italia democristiana, quindi a influenzare banche come Intesa SanPaolo e Unicredit, alla rete delle Popolari e, infine, alle imprese di Stato.

Sarebbe un errore pensare che quella di Bossi è una battuta figlia dell’euforia elettorale, c’è qualche cosa di più e di più concreto e pericoloso. In questi anni la Lega ha maturato non solo un ceto credibile di amministratori locali. Da tempo ha infilato i suoi uomini anche nel mondo delle ex Partecipazioni statali, ha iniziato a pensare in grande per incidere sul potere economico, grazie anche alla vicinanza e ai consigli di un uomo come Giulio Tremonti e alla tela tessuta da Giancarlo Giorgetti, il parlamentare leghista di Cazzago Brabbia, presidente della comissione Bilancio e Tesoro della Camera. Le dolci paroline riservate dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia a Parma al successo della Lega testimoniano che il mondo delle imprese è sensibile alla vandea nordista, è disposto a chiudere un occhio sui vizi razzisti dei sodali di Bossi se si tratta di tutelare i supremi interessi dell’azienda. Quello che sta accadendo è una novità rilevante.

Nel mondo degli affari i leghisti, infatti, hanno spesso fatto la figura dei “pirla”. La definizione non è nostra, anche se possiamo condividerla, ma di Umberto Bossi che la usò per illustrare il caso di Alessandro Patelli, ex amministratore della Lega, quando incassò 200 milioni come modesto contributo della tangente Enimont. Pare che la busta di denaro fosse transitata dai manager Ferruzzi al povero “pirla” della Lega al Bar Doney di via Veneto, luogo culto della “Roma ladrona” secondo il verbo leghista. Per questo incidente Bossi è stato condannato in via definitiva a otto mesi per violazione della legge sul finanziamento dei partiti, ma siede sereno in parlamento, come altri. Ìn questi ultimi anni i principi della Lega in campo economico e bancario sono stati molto edulcorati, la vicinanza con le stanze dei bottoni e il profumo del potere hanno fatto miracoli.

La rigidità ideale di un tempo è un ricordo, oggi il pragmatismo e le poltrone, come praticavano un Cirino Pomicino o un De Michelis nella prima repubblica, fanno premio su tutto. Qualcuno ricorderà, ad esempio, che la Lega aveva criticato severamente l’azione dell’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, prima di cambiare repentinamente linea e prendere le sue difese, in nome dell’italianità. La svolta avvenne quando la Popolare di Lodi del raider Gianpiero Fiorani, che si vantava di essere protetto da Fazio, si prese cura della malmessa Credieuronord, la banca leghista prossima al disastro dopo aver dilapidato i risparmi dei sottoscrittori padani. Il tremendo Fiorani, ritemprato al sole della Sardegna in casa dell’impresario Lele Mora, è arrivato al punto di affermare al processo Antonveneta di aver erogato dei contributi al ministro Calderoli.

Così vanno a braccetto la politica e gli affari, anche tra i duri e puri della Lega. Ma ora sono finiti i tempi della banca fatta in casa o di altre “pirlate” leghiste come la Bingonet o la costruzione di un villaggio turistico in Istria. Tutto fallito. Bossi punta oggi al bersaglio grosso, alle banche e alle grandi imprese di Stato. Il suo fedelissimo economista Dario Fruscio è stato sei anni nel consiglio di amministrazione dell’Eni e si vanta di aver salvato la petrolchimica (provi a dirlo agli operai di Marghera o di Porto Torres…), nel consiglio dell’Enel la Lega è presente con il consigliere Gianfranco Tosi, ex sindaco di Busto Arsizio, in Finmeccanica tocca al varesino Dario Galli sventolare il fazzoletto verde. Ma siamo solo all’inizio. La Lega avvia la scalata alle fondazioni socie di Intesa SanPaolo e Unicredit e ha due obiettivi nel breve-medio periodo: sostituire Lucio Stanca alla guida dell’Expo 2015, occupare la carica di amministratore delegato alle Poste con il padano Danilo Poggi al posto di Massimo Sarmi. Con un presidente della Cisl e un leghista amministratore delegato le Poste potrebbero trasformarsi in un ente bilaterale, con la soddisfazione di Bonanni e Sacconi.

L’Unità 15.04.10

Vasco Errani inaugura la festa di Santa Croce

Oggi alle 19 presso il circolo Arci Arcobaleno di Carpi, il presidente della regione Emilia – Romagna sarà alla Festa di Primavera. A seguire dibattito con Stefano Bonaccini e Gian Carlo Muzzarelli
Oggi, giovedì 15 aprile, il presidente della regione Emilia – Romagna Vasco Errani inaugurerà la Festa democratica di Primavera organizzata dai Circoli della zona sud di Carpi a Santa Croce. L’appuntamento è alle ore 19 presso il Circolo Arci Arcobaleno (ex casa del popolo).
Seguirà l’iniziativa sul tema “Emilia Romagna, una regione che costruisce il futuro” con Stefano Bonaccini, segretario del PD dell’Emilia – Romagna; Gian Carlo Muzzarelli, assessore regionale alla Programmazione e Sviluppo Territoriale e Davide Dalle Ave, segretario del PD di Carpi. A moderare il dibattito sarà Pierluigi Senatore, caporedattore di Radio Bruno.

Caccia lunga: "E' un massacro", di Antonella Mariotti

Almeno in una cosa c’è stato l’accordo: sembrano tutti scontenti. Ieri in Commissione agricoltura è stato approvato (21 sì e 17 no) il via libera a venti giorni in più di caccia l’anno: fino al 20 febbraio. Una vittoria solo in parte per i cacciatori e una «sconfitta», come dicono tutte le associazioni, per gli ambientalisti. L’articolo 43 della Legge Comunitaria sulla caccia era già stato approvato dal Senato mesi fa, e aveva portato provocato non poche polemiche, sia dagli animalisti sostenuti dall’opposizione sia da una parte della maggioranza di governo guidata dai ministri Stefania Prestigiacomo (Ambiente) e Michela Brambilla (Turismo). Ma all’elaborazione del testo approvato ieri ha partecipato anche la Prestigiacomo, e la Brambilla ha assicurato «niente doppiette ad agosto» per evitare problemi al turismo.

Di «proposte aberranti che non costituirebbero una mediazione ma un cedimento vero e proprio nei confronti degli estremisti» si legge in un comunicato congiunto Lav, Lega antivivisezione ed Enpa, Ente nazionale protezione animali. Mentre per il Wwf Italia parla il presidente Stefano Leoni: «Prima il clima poi la caccia così il Parlamento mette a segno una “doppietta micidiale”. L’Italia si dimostra un Paese privo di responsabilità sull’ambiente. Dopo l’ampliamento del calendario venatorio l’approvazione in Aula di mozioni per lo stop al pacchetto clima Ue: decisioni che mostrano la totale ottusità rispetto a decisioni della Ue e a leggi che vengono disattese. Una sorta di dichiarazione di guerra nei confronti dell’Ue che non sarà priva di conseguenze». Sulla caccia poi il Wwf si appella «al senso di responsabilità della Commissione politiche Comunitarie che domani (oggi per chi legge; ndr) dovrà dire l’ultima parola sulla caccia e a tutti i deputati che dovranno poi esprimersi col voto finale. Sul clima la sola discussione di mozioni di questo genere rischiano di tagliarci del tutto fuori dal futuro dell’economia mondiale».

Sull’altro fronte, quello dei cacciatori, il vincolo del parere dell’Ispra (Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale) è di fatto un impedimento pesante, perché può invalidare la decisione delle Regioni favorevoli alle doppiette. Nel testo votato è inoltre previsto il divieto di caccia per ogni singola specie «durante il ritorno al luogo di nidificazione, durante il periodo della nidificazione e le fasi della riproduzione e della dipendenza degli uccelli».

«Se poi – aggiunge il presidente della Commissione Paolo Russo – sarà consentito alle Regioni, nel rispetto dell’ambiente e delle disposizioni europee, di concedere deroghe specifiche potremo ritenerci anche interpreti di un intelligente federalismo venatorio che però trova una sintesi scientifica nazionale nell’Ispra». Soddisfatto sembra invece il senatore Franco Orsi, cacciatore ligure, che ha nel cassetto un disegno di legge per modificare le norme sulla caccia, un dl osteggiato dal fronte animalista perché giudicato «stragista».

«Abbiamo dimostrato – ribatte il senatore Orsi – che noi vogliamo basarci su dati scientifici. Il parere dell’Ispra è vincolante quindi non siamo degli irresponsabili. Non si vuole capire che ogni specie ha regole diverse di migrazione e periodi diversi di riproduzione: la caccia non può avere limiti di tempo imposti dalla politica». E proprio su questo è lo scontro, le associazioni «green», sia a destra sia a sinistra sostengono che gli animali in via di estinzione sono troppi, che sarà difficile convincere i cacciatori che in un certo periodo potranno sparare solo a una specie e «la liberalizzazione non farà altro che ampliare anche l’azione dei bracconieri».

La Stampa 15.04.10

Quasi falliti in attesa di rimborso

135 Comuni strozzati da Tributi Italia. L’esattoria privatizzata li ha truffati per 90 milioni. Un buco che potrà essere sanato se l’emendamento al decreto incentivi proposto da Ludovico Vico del Pd diventerà legge
Si chiama Tributi Italia, si legge truffa colossale ai danni dei comuni. Tutto nasce casualmente nel 1999 a Aprilia (Rm) e scoppia in Parlamento solo dopo 10 anni quando il deputato Pd, Ludovico Vico presenta un’interrogazione in Commissione Finanze per verificare l’attività della San Giorgio spa (in seguito Tributi spa) nell’espletamento del servizio di gestione, liquidazione, accertamento e riscossione delle tasse per il Comune di Ferrandina. Un paese in provincia di Matera con 9187 abitanti, che vanta un credito di 1 milione e 232 mila euro con Tributi Italia. Oggi, a distanza di un anno, la vicenda è ancora attuale, perché in Commissione della Camera comincerà la discussione su un emendamento al cosiddetto decreto Incentivi che aiuterebbe tutti i 135 Comuni di Italia truffati dalla società guidata da Giuseppe Saggese. Il primo firmatario di questo articolo (4bis) è ancora il deputato Ludovico Vico.

Incominciamo dalla fine. Tributi Italia di Giuseppe Saggese, gestita dalla sorella Patrizia dal 2001, dopo l’arresto del patron per corruzione (mazzette ad alcuni consiglieri comunali di Pomezia), ha il ruolo intermediario tra i cittadini e l’Ente Locale: in cambio di una percentuale, riscuote tasse, rilascia fidejussioni e restituisce ai Comuni. Ma nel momento in cui le amministrazioni locali scoprono che non “rientra” nulla denunciano la truffa. Tributi Italia si lancia al contrattacco bluffando un credito a suo favore di oltre 142 milioni nei confronti dei Comuni gestiti. Ma nonostante i danni compiuti, il gioco dura poco e il 30 novembre 2009 Tributi Italia viene dapprima sospesa dall’albo dei riscossori e poi definitivamente cancellata il 14 dicembre. Le denunce di 135 Comuni che vantano circa 90 milioni di gettito mai entrato nelle loro casse, ha avuto la meglio.

Ma punito il colpevole resta insoluta la domanda: ora chi risarcirà quei comuni sull’orlo della bancarotta? E non solo. Che fine faranno i 1000 dipendenti della Tributi Italia che non percepiscono nessuno stipendio da luglio 2009?

Ed è proprio per risolvere a queste domande che nasce l’iniziativa legislativa di Vico. Nell’emendamento dell’articolo 4bis si legge: nel caso in cui un’azienda di riscossione locale “è cancellata dall’Albo ministeriale perché non versa ai Comuni le tasse riscosse dai cittadini, tale servizio deve essere assicurato, per non oltre 3 anni, dall’ente che gestisce il servizio di riscossione nazionale che si avvale del personale della società a cui subentra”.

L’emendamento prevede che a seguito della cancellazione dall’albo della società, gli enti locali interessati possono accedere, al fine di assicurare i servizi essenziali, al fondo di garanzia appositamente costituito presso la Cassa Depositi e Prestiti per un importo non superiore ai mancati riversamenti verificatisi.

Insomma una chiara ed efficacie risposta per far fronte alle difficoltà economiche di 135 comuni d’Italia che bloccati dal Patto di stabilità e senza le entrate comunali dell’Ici (in questo caso la colpa è anche del governo Berlusconi), Tarsu, Tosap e via dicendo.

Per Ludovico Vico anche se “la vicenda Tributi Italia non ancora conclusa continua ad essere fortemente condizionata da “plurimi interessi” non trasparenti che rischiano di riproporsi “tutti” nel cosiddetto “Decreto Incentivi” (art.3, comma 3 del D.L.40/2010) in discussione alla Camera. Il Governo propone per le Società di Riscossione- Tributi Italia – l’estensione della “ex Legge Marzano”, prefigurando –incomprensibilmente- il salvataggio delle attività”.

“Io – ha continuato Vico – mi permetto di ribadire , che la soluzione normativa da adottare per i Comuni, i lavoratori e i cittadini contribuenti sia: nel caso di cancellazione dall’albo , di una società di riscossione, il servizio è assicurato, per un periodo non superiore a 3 anni, dal soggetto gestore del servizio nazionale della riscossione, che si avvale del personale della società a cui subentra, in qualità di commissario governativo e che a seguito della cancellazione dall’albo , l’ente locale interessato, al fine di assicurare i servizi essenziali può accedere al fondo di garanzia appositamente costituito presso la Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. per un importo non superiore ai mancati riversamenti verificatesi nella gestione pregressa”.

“Mi permetto di aggiungere – ha concluso Vico – che in questa vicenda Tributi Italia, quando i Comuni si sono rivolti alle società di fidejussione (le polizze di Tributi Italia) hanno scoperto che neanche quei soldi c’erano”.

Ma se la speranza che si trovi una soluzione bipartisan in sede parlamentare per assistere e ripristinare i fondi degli Enti Locali, parallelamente si dovrà procedere per capire come tutto questo sia stato possibile senza nessun organo di garanzia e di controllo che impedisse una frode da 90 milioni. In altri termini, come è possibile assistere inerti all’ascesa di società finanziarie intermediarie che si arricchiscono senza che nessuna autorità sia competente a vagliarne l’operato? Alla voce “elenco degli intermediari finanziari” sul sito di Bankitalia si legge che “l’iscrizione non garantisce la corretta gestione operativa da parte degli intermediari finanziari”. Quindi non esiste nessuna normativa che assegna a Bankitalia “compiti di vigilanza sull’andamento della gestione degli intermediari stessi”.

E in questo vuoto legislativo che navigano molti Comuni, “costretti” per mancanza di personale o di strutture a rivolgersi a terzi per gestire il gettito fiscale. Ma anche qui non si può fare di tutta l’erba un fascio: dire “poveri Comuni truffati” è un po’ esagerato perché è anche impensabile che nessuno non fosse al corrente di nulla nel caso Tributi Italia. Non stiamo sparando a caso ma sollevando il logico dubbio, che se la società guidata da Giuseppe Saggese, arrestato due volte, prima per corruzione nel 2001 e poi per peculato nel 2009, abbia potuto gestire la riscossione delle tasse di quasi 500 comuni italiani, qualcosa di marcio ci doveva pure essere. Non solo in Danimarca come scriveva Shakespeare!

Su questi dubbi si dovrà fare chiarezza quanto prima per evitare che una nuova Tributi Italia possa di nuovo farsi ricca alle spalle dei cittadini e degli enti locali.

*****

Tributi Italia è nata a Taranto nel 1986 con il nome di Publiconsult: una società che si occupava principalmente di raccolta di pubblicità. Specializzandosi poi nel riscuotere imposte su cartelloni e insegne stradali, ha realizzato grande successo e guadagno diventando spa nel 1994 e cambiando nome (San Giorgio) e sede sociale (Chiavari). Nel 2008, dopo aver cannibalizzato altre società (Gestor, Rtl, Ipe) è diventata Tributi Italia con sede ufficiale a Roma e quasi 1200 dipendenti.

Nel 2008 ha conquistato la leadership del settore esattoriale privato con quasi 365 milioni di ricavati lordi, 184 agenzie dirette e 14 società partecipate.

La prima denuncia di frode contro la società di Giuseppe Saggese è datata 1999: è l’assessorato alle finanze del comune romano di Aprilia che chiede ragguagli sulla gestione poco chiara di una società mista, la Aser. Dalla causa che fu messa in atto su possibili “cartelle pazze” allo scopo di gonfiare i crediti, Tributi Italia ne usci vincitrice ottenendo 15 milioni di risarcimento per danno di immagine. Colpo di scena: il legale della società era Nicolò Ghedini, oggi deputato Pdl e avvocato personale di Silvio Berlusconi!

Ma dopo questa prima e unica vittoria, le sorti di Tributi Italia, nonostante l’esponenziale crescita dei ricavi lordi di anno in anno, era segnata. Dopo quella di Aprilia, anche le procure di Bari, Bologna, Brindisi, Latina, Napoli, Salluzzo, Sassari, Siracusa e Velletri hanno cominciato ad indagare sulla mancata restituzione delle tasse comunali da parte di Tributi Italia.

Attualmente sono stati accertati debiti per 90 milioni nei confronti di 135 enti locali.

Andrea Draghetti

www.partitodemocratico.it

"Riecco l’Ici mascherata. Ai Comuni una tassa sulla casa", di Bianca Di Giovanni

Con il federalismo fiscale torna in campo un’imposta sulla casa da destinare ai Comuni. Insomma, una sorta di Ici, che però al contrario dell’imposta appena azzerata (sull’abitazione principale) non verterà sulla proprietà immobiliare, ma su una serie di servizi. Una miscela difficile da governare per i Comuni, visto che molti servizi vengono erogati da aziende in regime di mercato libero, dunque a fronte di tariffe e non di tributi. Così contraddizioni si aggiungono a contraddizioni. La stessa maggioranza che dice di voler liberalizzare i servizi pubblici locali, pensa di sottoporre poi quei servizi a un prelievo pubblico.

Ancora: la stessa maggioranza che si vanta di aver eliminato un’imposta odiosa per i proprietari, oggi torna sui suoi passi. Vero è che il nuovo tributo non dovrebbe riguardare le abitazioni principali, visto che l’ipotesi viene esplicitamente esclusa dalla delega sul federalismo fiscale. Sta di fatto però che il governo studia la reintroduzione di un’imposta comunale, che potrebbe portare un gettito di circa 15 miliardi. Il tributo unico dovrebbe accorpare imposte già esistenti, come quella di registro, ipotecaria e catastale, successione e bollo, e «incrociarle» con la Tarsu, l’imposta sui rifiuti.

Le prime indiscrezioni, che riferiscono di incontri tecnici al ministero dell’Economia alla presenza dei ministri Giulio Tremonti e Roberto Calderoli, insieme agli alti funzionari del Tesoro, parlano di un’imposta a saldo zero, che non dovrebbe comportare un aggravio rispetto al regime attuale. A aggravio per chi? Su chi peserà questo nuovo grande tributo? Su questo punto è ancora buio pesto. Se davvero ingloberà anche la Tarsu, si profila un prelievo anche per gli inquilini: dunque non soltanto per i proprietari com’era nel caso dell’Ici. E nel «pacchetto» i proprietari dovrebbero incassare anche un altro risultato : la cedolare secca sugli affitti al 20%. uno sconto fiscale che si insegue ormai da anni (lo aveva proposto anche il governo Prodi), senza un risultato concreto: il fatto è che costerebbe 2,5 miliardi e con le casse dello Stato vuote è un lusso che non ci si può permettere. Se non si sa ancora chi dovrà pagare il nuovo tributo unico sugli immobili, è certo chi dovrà incassarlo: i Comuni.

Con questa manovra il centrodestra, uscito vincitore dalle ultime amministrative, cerca di gestire le tensioni interne che sono già esplose sul fronte enti locali. È di pochi giorni fa la notizia di un drappello nutrito di sindaci del nord scesi in piazza per chiedere più risorse. La verità è che i trasferimenti dal centro alla periferia che hanno sostituito l’Ici non soddisfano i Comuni. Per due ordini di motivi. Prima di tutto le risorse non sono ancora sufficienti a coprire il mancato gettito. In secondo luogo c’è il problema dell’autonomia impositiva, cancellata dal governo. Lo stesso tipo di richiesta arriva dalle altre amministrazioni, tanto che si sta pensando anche alle imposte sull’automobile (bollo, accise benzina) da destinare alle Province, e a una nuova flessibilità per l’Irap regionale.
L’Unità 15.04.10

La faccia nera della Lega: altro che modello Carroccio

Il partito radicato, quello della gente, quello che combatte (e non è sempre una metafora) al fianco dei lavoratori. Sono solo alcuni degli appellativi a cui la Lega Nord si è abituata da quando, da piccolo partito secessionista e xenofobo, è salito al rango di grande partito di governo (sempre secessionista e xenofobo, anche se adesso questo aspetto sembra marginale). Ormai nelle orecchie dell’italiano mediamente informato risuonano solo due parole: Modello Lega. Che in buona sostanza vuol dire: fare come la Lega. Il punto è proprio questo: cosa fa la Lega?

1. Umilia i bambini. È già successo in due comuni. Ad Andro (Lombardia) e Montecchio (Veneto) le amministrazioni del Carroccio hanno dato una vera e propria prova di forza, punendo duramente… bambini della scuola elementare. I loro genitori non erano in regola con il pagamento della mensa scolastica, motivo per cui i due comuni hanno disposto la pubblica gogna dei piccoli, costretti a mangiare pane e acqua mentre ai loro compagni “regolari” venivano serviti primo, secondo e frutta. Niente male per un partito che si autoproclama paladino dei più deboli!

2. Nega la sepoltura ad una neonata. “E’ irrispettoso dei sentimenti della maggior parte della comunità”. Con queste parole, crudeli quanto insensate , gli esponenti della Lega di Paderno condannano il desiderio di due genitori mussulmani di dare sepoltura alla loro bambina morta poco dopo la nascita. Il loro crimine? Aver desiderato seppellire la bambina in un piccolo cimitero islamico costruito in zona, la cui particolarità è quella di ospitare circa 200 tombe scavate in obliquo in direzione de La Mecca. Contro un richiesta pacifica e addolorata la Lega ha mostrato ancora una volta i denti, organizzando raccolte di firme, fiaccolate e annunciando per sabato prossimo una manifestazione in piazza. Tutto per impedire che una neonata riceva una degna sepoltura, tutto per punire, come se la morte di un figlio non fosse abbastanza, due genitori, tutto per dimostrare che il dolore è degno di compassione e rispetto solo quando chi ne è afflitto è italiano!

3. Prende in giro gli elettori. Dopo mesi passati a riempirsi la bocca con parole come “la nostra gente”, anche le più alte sfere del Carroccio hanno ceduto all’andazzo di uno schieramento poco avvezzo alle regole. A quasi due settimane dalle elezioni,il neo governatore del Piemonte Roberto Cota non ha ancora presentato le sue dimissioni da deputato, né tantomeno da capogruppo alla Camera.
Ma il recordman rimane Daniele Molgora. Deputato dal ’94, il parlamentare del Carroccio si divide tra lo scranno di Montecitorio, la scrivania di sottosegretario all’Economia e alle Finanze e la poltrona di presidente della Provincia di Brescia.
Tre incarichi pure per Arianna Lazzarini: appena eletta in consiglio regionale in Veneto,dal 2009 assessore provinciale a Padova e consigliere comunale a Pozzonovo (dove si è dimessa da assessore però, 4 incarichi sono troppi).
Poi si stanno facendo le ossa Maurizio Conte, di San Martino di Lupari. Rieletto in consiglio regionale ha uno scranno pure nel consiglio comunale di San Martino di Lupari e fa parte del consiglio di amministrazione del Consorzio Zip.
Solo il doppio incarico per Massimo Bitonci, deputato leghista e sindaco di Cittadella e Paola Goisis deputata e consigliera comunale ad Este, Luciano Cagnin senatore e membro del consiglio di Piombino Dese.

Davide Zoggia, responsabile Enti locali, afferma: “Il divieto di cumulare cariche in più assemblee legislative non è stato previsto per legge per un vezzo, ma perché è oggettivamente impossibile svolgere con la dovuta accuratezza il ruolo di consigliere regionale e di deputato. Come è possibile, ci chiediamo, che il paladino del federalismo Bossi giudichi invece verosimile che Roberto Cota possa fare insieme il presidente di Regione e il capogruppo alla Camera? Ma non sono loro quelli che, dalle elezioni regionali in poi, stanno sperticando a dare lezioni a destra e a manca su come si sta sul territorio? E’ questo che intende la Lega Nord quando parla dello stare vicino ai cittadini? Nel frattempo, fino a che non deciderà, bontà sua, di optare per l’uno o l’altro incarico, Cota cumulerà un doppio stipendio, alla faccia dei privilegi della casta e di Roma ladrona. Sono queste le gravi contraddizioni in cui incappa chi vuole recitare tutte le parti in commedia?”.

4. Strumentalizza il dolore delle donne. E proprio Cota, appena eletto non ha tralasciato di giocare la carta del populismo. Con un teatrale: “Per quanto mi riguarda possono marcire in magazzino” ha cominciato la sua personale e strumentale battaglia contro la RU486, la cosiddetta pillola abortiva.

5. Chiude alle riforme e smentisce gli alleati. Al grido di “adesso le riforme”, la Lega e il Pdl stanno infilando nel calderone ogni genere di modifica, dal semipresidenzialismo al senato federale. Non è chiaro però su cosa, le due anime del governo siano d’accordo. A sentire le parole del leader della Lega, nonché ministro delle Riforme, Umberto Bossi, i punti in comune sono ben pochi. Il senatur avverte che la legge elettorale non è un discussione (alla faccia del popolo e del suo diritto di scegliere i suoi rappresentanti!), mentre il presidente del Senato Schifani chiede di non dimenticare che per le riforme è necessaria la collaborazione di una larga maggioranza parlamentare. Ma Bossi da quell’orecchio non sente e va per la sua strada: “vogliamo il senato federale”. Anche qui però la seconda carica dello Stato frena: “Non sarebbe giusto fare una camera di serie A e una di serie B”. Il segretario PD Pier Luigi Bersani definisce “impotabile” la bozza di riforme messe a punto dal ministro della Semplificazione normativa, Roberto Calderoli, e afferma ironicamente: “E’ curioso che Bossi voglia mantenere una legge definita ‘porcata’ dal suo stesso estensore. Tutti i gusti sono gusti ma i nostri sono totalmente diversi”.

Rosy Bindi analizza così il vivace scambio di battute: “Più si parla di riforme costituzionali e più cresce la confusione nella maggioranza. Non mi pare che le idee di Bossi coincidano con quelle del presidente Schifani. Ognuno parla per sé e non si capisce cosa vogliano fare salvo conservare una pessima legge elettorale. E’ evidente che si usano i problemi del Paese per interessi di parte e contingenti e che si prepara lo scambio politico tra Lega e Pdl su federalismo e presidenzialismo. Il mantra delle riforme istituzionali serve a coprire l’incapacità di affrontare i nodi della crisi economica, le difficoltà delle imprese e delle famiglie, i ritardi nelle infrastrutture le debolezze del sistema sociale. Noi non ci faremo incantare e non permetteremo che un tema così cruciale come quello delle riforme necessarie a rafforzare la democrazia e a migliorare la vita dei cittadini sia usato per consolidare il patto di potere che tiene unita la destra”.

5. Confonde politica e interesse privato. Non contento, il patron Bossi in giornata ha deliziato opinione pubblica e stampa con un’alta delle sue proverbiali uscite: “E’ chiaro che le banche più grosse del Nord ha detto – avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice prendetevi le banche e noi lo faremo. Una dichiarazione di guerra che fa ridere, o che forse passa inosservata nel governo in cui tutto è concesso. “Possibile – si chiede Michele Ventura, vicepresidente vicario dei deputati del PD – che non susciti alcuna reazione indignata dai mondi della politica, dell’economia e dalla finanza la dichiarazione del leader della Lega, nonché ministro delle Riforme che, senza troppi giri di parole sostiene : “E’ chiaro che le banche più grosse del Nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice prendetevi le banche e noi lo faremo”? Dobbiamo annoverare queste parole tra le battute che si perdono nell’etere o dobbiamo seriamente preoccuparci? Chiediamo a Bossi di rassicurare i cittadini che le nomine a cui sono chiamati, nei prossimi mesi, gli Enti Locali del Nord per i posti di loro competenza nelle Fondazioni bancarie saranno sottoposte ai soli criteri di professionalità, onorabilità, indipendenza e assenza di conflitto d’interessi. E non alla tessera del suo partito”.

Sconvolto da queste parole anche Alberto Fluvi, capogruppo Pd in commissione Finanze della Camera: “Le dichiarazioni di Bossi sulla presenza di uomini della Lega nelle banche lasciano a dir poco esterrefatti. Per molto meno un po’ di tempo fa ci fu una indignazione generale. E infine è il caso di ricordare che la Lega una banca ce l’aveva. Ha fatto una fine ingloriosa ed i costi gli hanno pagati i contribuenti”.
Insomma…Modello Lega? No, grazie!

Ivana Giannone
www.partitodemocratico.it

******

“L’avanzata del boiardo padano: da Enimont e Credieuronord al potere della grande finanza”,
di Rinaldo Gianola

A pensarci bene, adesso è più chiaro perchè gli azionisti di Mediobanca hanno deciso proprio alla vigilia delle elezioni regionali di scegliere Cesare Geronzi come prossimo presidente delle Assicurazioni Generali di Trieste. Magari anche sulla scelta del vertice della perla più limpida del potere finanziario italiano Umberto Bossi avrebbe voluto dire la sua, forte del successo elettorale. Probabilmente avrebbe mostrato qualche perplessità per la scelta di un uomo simbolo del potere romano, inaffondabile e capace di qualsiasi metamorfosi, o magari si sarebbe accontentato delle garanzie di Silvio Berlusconi. Non è un’ipotesi campata in aria visto che ieri il leader leghista si è dato come obiettivo quello di «prendere le grandi banche del Nord, perchè ce lo chiede il popolo».

E allora si può anche sospettare che, dopo un pressing asfissiante iniziato già prima delle elezioni da parte dei neo-governatori Cota e Zaia , l’Unicredit di Alessandro Profumo abbia acconsentito alla nomina di un country manager per l’Italia, il signor Gabriele Piccini, affinchè la banca possa stare più vicino al territorio, alle migliaia di piccole imprese del nord produttivo e, in larga parte, leghista. Il trionfo elettorale alimenta appetiti furiosi e chi, come Bossi, una volta sognava ingenuamente di raccogliere i risparmi padani nella fallimentare Credieuronord e prima ancora nel progetto di Finanzaria Padana o Lombarda che negli anni Novanta era stata ipotizzata da Giancarlo Pagliarini, oggi può invece puntare più in alto, alle fondazioni bancarie, straordinario centro di potere e di quattrini dell’Italia democristiana, quindi a influenzare banche come Intesa SanPaolo e Unicredit, alla rete delle Popolari e, infine, alle imprese di Stato.

Sarebbe un errore pensare che quella di Bossi è una battuta figlia dell’euforia elettorale, c’è qualche cosa di più e di più concreto e pericoloso. In questi anni la Lega ha maturato non solo un ceto credibile di amministratori locali. Da tempo ha infilato i suoi uomini anche nel mondo delle ex Partecipazioni statali, ha iniziato a pensare in grande per incidere sul potere economico, grazie anche alla vicinanza e ai consigli di un uomo come Giulio Tremonti e alla tela tessuta da Giancarlo Giorgetti, il parlamentare leghista di Cazzago Brabbia, presidente della comissione Bilancio e Tesoro della Camera. Le dolci paroline riservate dalla presidente di Confindustria Emma Marcegaglia a Parma al successo della Lega testimoniano che il mondo delle imprese è sensibile alla vandea nordista, è disposto a chiudere un occhio sui vizi razzisti dei sodali di Bossi se si tratta di tutelare i supremi interessi dell’azienda. Quello che sta accadendo è una novità rilevante.

Nel mondo degli affari i leghisti, infatti, hanno spesso fatto la figura dei “pirla”. La definizione non è nostra, anche se possiamo condividerla, ma di Umberto Bossi che la usò per illustrare il caso di Alessandro Patelli, ex amministratore della Lega, quando incassò 200 milioni come modesto contributo della tangente Enimont. Pare che la busta di denaro fosse transitata dai manager Ferruzzi al povero “pirla” della Lega al Bar Doney di via Veneto, luogo culto della “Roma ladrona” secondo il verbo leghista. Per questo incidente Bossi è stato condannato in via definitiva a otto mesi per violazione della legge sul finanziamento dei partiti, ma siede sereno in parlamento, come altri. Ìn questi ultimi anni i principi della Lega in campo economico e bancario sono stati molto edulcorati, la vicinanza con le stanze dei bottoni e il profumo del potere hanno fatto miracoli.

La rigidità ideale di un tempo è un ricordo, oggi il pragmatismo e le poltrone, come praticavano un Cirino Pomicino o un De Michelis nella prima repubblica, fanno premio su tutto. Qualcuno ricorderà, ad esempio, che la Lega aveva criticato severamente l’azione dell’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, prima di cambiare repentinamente linea e prendere le sue difese, in nome dell’italianità. La svolta avvenne quando la Popolare di Lodi del raider Gianpiero Fiorani, che si vantava di essere protetto da Fazio, si prese cura della malmessa Credieuronord, la banca leghista prossima al disastro dopo aver dilapidato i risparmi dei sottoscrittori padani. Il tremendo Fiorani, ritemprato al sole della Sardegna in casa dell’impresario Lele Mora, è arrivato al punto di affermare al processo Antonveneta di aver erogato dei contributi al ministro Calderoli.

Così vanno a braccetto la politica e gli affari, anche tra i duri e puri della Lega. Ma ora sono finiti i tempi della banca fatta in casa o di altre “pirlate” leghiste come la Bingonet o la costruzione di un villaggio turistico in Istria. Tutto fallito. Bossi punta oggi al bersaglio grosso, alle banche e alle grandi imprese di Stato. Il suo fedelissimo economista Dario Fruscio è stato sei anni nel consiglio di amministrazione dell’Eni e si vanta di aver salvato la petrolchimica (provi a dirlo agli operai di Marghera o di Porto Torres…), nel consiglio dell’Enel la Lega è presente con il consigliere Gianfranco Tosi, ex sindaco di Busto Arsizio, in Finmeccanica tocca al varesino Dario Galli sventolare il fazzoletto verde. Ma siamo solo all’inizio. La Lega avvia la scalata alle fondazioni socie di Intesa SanPaolo e Unicredit e ha due obiettivi nel breve-medio periodo: sostituire Lucio Stanca alla guida dell’Expo 2015, occupare la carica di amministratore delegato alle Poste con il padano Danilo Poggi al posto di Massimo Sarmi. Con un presidente della Cisl e un leghista amministratore delegato le Poste potrebbero trasformarsi in un ente bilaterale, con la soddisfazione di Bonanni e Sacconi.

L’Unità 15.04.10

Fassino: "Chiedo al segretario di avere coraggio", di Claudio Sardo

«Ci son momenti in cui un leader deve avere il coraggio di osare, di aprire un processo di innovazione politica, di compiere gli strappi necessari. Il momento è questo: a Bersani chiedo soprattutto di avere coraggio». Piero Passino è stato alle primarie uno dei principali sostenitori di Franceschini. Ma ora dice che «il segretario è Bersani» e che sarebbe un «grave errore» rimettere in discussione la leadership. Fassino riprende anche la metafora del «Papa straniero» per il centrosinistra: «Bersani faccia il Papa e trovi la forza di convocare un Concilio. Se non avrà paura di mettersi in cammino, vedrà che saranno in molti a condividere». E poi apprezza le riflessioni di Prodi al Messaggero: «Il partito nuovo va costruito valorizzando i territori e selezionando i gruppi dirigenti sulla base del merito e delle capacità non è possibile che il coordinamento politico resti così romano-centrico e che personalità come Chiamparino, Renzi, Rossi, Spacca o Brivio, il nuovo sindaco di Lecco, non siano parte del gruppo dirigente».

Onorevole Fassino, qual è la sua ailalisi del voto?

«Alle elezioni chiedevamo di verificare se ci fossero da un lato segni di declino del centrodestra, dall’altro potenzialità di ripresa del Pd. Ma la fotografia del voto è stata negativa. ll Pdl ha perso molti elettori evidenziando una perdita di credibilità di Berlusconi. Il successo della Lega però ha trainato il centrodestra alla vittoria nel Nord. E ciò che pùi è grave per noi il Pd non è stato percepito come un’altemativa. Nonostante la crisi di Berlusconi, il Pd non si muove dalle percentuali di un anno fa e non intercetta quella domanda forte di cambiamento della politica che si è invece indirizzata nell’astensione, nel voto alla Lega e a Grillo».

Marcare il giudizio negativo sul voto è in genere la premessa di un attacco al segretario.

«Non è il mio caso. E l’ho dimostrato in questi mesi. Ma credo che a Bersani faccia bene non chiudersi in difesa e affrontare senza minimizzare le difficoltà che questo voto ci pone davanti. Solo due anni fa guidavamo 16 Regioni su 20. Ora ne governiamo otto e al Sud come al Nord rischiamo la marginalità. Certo, il voto conferma il Pd come interprete della speranza di milioni di italiani, ma anche che il partito ha bisogno di una radicale innovazione».

Da dove iniziare? Dalla proposta di governo o dalla ristrutturazione del partito?

«Le cose si tengono. Tre sono le scelte di fondo davanti a noi. La prima è un progetto per l’italia. Non basta riproporre le cose buone fatte dai nostri governi. Va affrontato con nuova energia e nuovi linguaggi il tema del lavoro, in modo da tenere insieme il giovane precario e l’artigiano colpito dalla crisi. Dobbiamo parlare di tasse, proponendo tagli e sgravi per chi lavora e chi investe. Dobbiamo fare i conti con l’immigrazione, non per rincorrere la Lega ma per sconfiggere le paure che suscita. E dobbiamo lanciare messaggi ai figli, alle generazioni future».

Il programma prima di tutto.

«Non solo. Il Pd deve sapercostruire anche una sua proposta di sistema politico. Una proposta fondata da un lato su una nuova legge elettorale che consolidi il bipolarismo e restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i parlamentari, dall’altro su un rapporto più equilibrato tra governo e Parlamento».

Secondo lei il Pd deve contrastare il presidenzialismo?

«La nostra proposta è la bozza Violante. Se ce ne sono altre vengano avanti ma siano credibili e serie. Per ora presidenzialismo è una parola a cui persino nel centrodestra si danno significati divers».

Ma è sulla struttura del partito che si concentra buona parte della polemica intera «È la terza grande scelta da compiere. Abbiamo fondato il partito nuovo, ora il partito nuovo va costituito. Non è possibile che a prevalere siano i personalismi locali, che le campagne elettorali siano affidate esclusivamente ai comitati dei candidati, che le antenne nella società si abbassino a tal punto da non captare i consensi per Grillo».

Prodi ha suggerito di dare al Pd una strutturaf ederale e di rinnovare così il gruppo dirigente.

«Quella di Prodi è una suggestine utile. Se lo Stato assume sempre più un assetto federale, sarebbe una contraddizinne fare un Pd centralista. Peraltro valorizzare il territorio è condizione di un radicamento. Radicare e innovare: è questo il coraggio che chiedo a Bersani, conoscendolo da tempo come persona dotata di concretezza. L’autoreferenzialità è una deriva pericolosa. Non so se serve un Papa straniero, intanto Bersani faccia il Papa ma certo i cardinali non possono essere sempre gli stessi: è tempo di far avanzare nuovi chirici».

È l’opinione di tutta la minoranza di Area democratica?
«Se Bersani imboccherà la strada dell’innovazione, se chiamerà tutti alla collaborazione, saranno in tanti a condividere. Area democratica non vuole rimettere in discussione gli equilibri del congresso. E d’altra parte in questi mesi noi della minoranza siamo stati leali e non ci siamo sottratti a responsabilità comuni. Ma proprio per questo chiedo a Bersani di non blindarsi».
Il Messaggero 14.04.10