Latest Posts

Bersani: "E' in gioco l'Italia, ripartiamo dai problemi della gente. Serve una reazione forte"

Il leader PD incontra i segretari regionali e i senatori che avevano chiesto in una lettera di cambaire passo. E rilancia: “Più spazio ai circoli e un’agenda alternativa alla destra. Mettiamo al centro la riforma del fisco, il lavoro, i giovani”.
“Noi dobbiamo parlare dell’Italia, dei problemi della gente. E valorizzare il territorio”. E’ la prima indicazione che Pier luigi Bersani ha dato alla riunione della Segreteria del Pd con i segretari regionali, primo passo di una road map, una vera “agenda alternativa da proporre al Paese” ribadita anche nel pomeriggio durante l’incontro con i 49 senatori che dopo il voto delle regionali avevano scritto al leader per denunciare l’imborghesimento loro e del PD e per chiedere un cambio di passo. Ecco che Bersani delinea un’agenda alternativa a quella della destra incentrata su riforma fiscale, lavoro e giovani generazioni.
“Dobbiamo organizzare una reazione forte perché e’ in gioco l’Italia” spiega al termine della riunione con i senatori democratici alla biblioteca del Senato: “Queste elezioni hanno segnalato un distacco molto forte fra i cittadini e la politica che è’ stato certamente un elemento di difficoltà per noi ma non si può oscurare il fatto che anche la destra mostra per la prima volta una flessione – ha affermato Bersani – il problema è:come riportare più vicina la politica ai cittadini? I temi economici e sociali sono quelli da cui riprendere l’iniziativa, a cominciare dalle nuove generazioni che sono senza prospettiva”. Quanto al tema dell’organizzazione del Pd, che sta tenendo banco in questi giorni, il segretario afferma: “Discuteremo anche del partito, di quali misure organizzative prendere per esprimere meglio la nostra forza sul territorio, ma il problema adesso e’ rivolgerci alle questioni a cui tengono gli italiani, questa è la chiave perché si cresca come grande partito popolare”.

“Non si sta riaprendo il dibattito sulla forma partito – ha detto Bersani – ma tutte le vicende ci insegnano qualcosa e quindi faremo delle modifiche per dare più spazio ai territori. Questo però non è il centro della discussione perché noi dobbiamo parlare all’Italia”. Il segretario del Pd si inserisce così nella discussione sollevata da Romano Prodi, che ha proposto il passaggio dei poteri a un organismo formato dai venti segretari regionali, che dovrebbero elegger eils egretario. Ma dopo la riunione mattutina con i segretari regionali, il leader democratico spiega che il Pd andrà a “una riflessione e a una discussione interna” e ammette che il Pd si rafforzerà in chiave federale e per stabilire regole comuni in tutti i territori nasce l’ipotesi che una quota della Direzione nazionale potrebbe essere presto riservata ai livelli regionali, e in particolare alle assemblee di ciascuna regione. Non un PD del nord ipotizzato da Massimo Cacciari ma “un partito dei territori, e ci sono tutti i territori, anche il Nord”.
Proposte che verranno precisate sabato prossimo durante la Direzione nazionale del partito.
Per il leader democratico “il Paese ha davanti a sé problemi seri da affrontare. Serve un progetto per l’Italia, dobbiamo offrire al Paese una possibilità di cambiamento” ha detto Bersani, ottenendo il pieno appoggio da tutti i segretari regionali presenti. Possibilità che abbiamo davanti radicandoci di più e uscendo dalla fase costituente.

In primo luogo occorre rafforzare il ruolo dei circoli territoriali, pretendere dagli iscritti del Pd un comportamento sobrio ed eticamente coerente con l’adesione ad un partito come il Partito democratico, regole comuni a tutti i territori in passaggi fondamentali dell’organizzazione come ad esempio i congressi locali.

Durante la riunione è stata accolta con favore la proposta di Maurizio Migliavacca, coordinatore della Segreteria, di “valorizzare i rappresentanti nei territori in modo che abbiano voce nella costruzione dei gruppi dirigenti”. L’obiettivo è quello attribuire ad ogni livello territoriale del partito una quota nella nomina delle assemblee dei livelli territoriali superiori; e questo dai circoli fino alla direzione nazionale. In questo modo una quota delle assemblee provinciali spetterebbe ai circoli, mentre una quota delle assemblee regionali spetterebbe alle assemblee provinciali, fino a giungere alla Direzione nazionale. “Noi vinciamo – ha detto il segretario Lombardo Maurizio Martina – non se discutiamo delle formule che ci riguardano, ma se rilanciamo alcune idee forti. Per esempio non è vero che la Lega è più radicata sul territorio di noi: il Corroccio vince perchè sa usare meglio di noi i media per dire certe cose. È ovvio che ci vuole più sinergia tra esperienze del territorio e dirigenza nazionale – ha aggiunto Martina – ma il tema vero è la continuità della presenza e poi una battaglia politica condotto con vigore. La Lega non potrà a lungo continuare ad essere di lotta e di governo”.
“I ruoli non si chiedono, i ruoli si esercitano – ha detto il segretario delle Marche Palmiro Ucchielli – è ovvio che ad un assetto federale dello Stato dovrà corrispondere un preciso assetto del partito, ma i poteri noi segretari regionali già ce li abbiamo: basta leggere lo statuto”.

Sulla proposta Prodi, il segretario umbro Lamberto Bottini, osserva che “piuttosto serve dare maggior voce ai circoli che sono il punto di incontro con il territorio”. Stessa idea di Andrea Manciulli,, segretario toscano: “I circoli finora erano concepiti come seggi elettorali, e invece devono diventare luoghi di confronto politico e sui problemi reali, ad esmepio la gestione degli asili nido. E poi serve un partito nazionale vero in cui il territorio è luogo di promozione delle nuove classi dirigenti. Come è sempre avvenuto nella politica italiana e ora in Toscana, abbiamo vinto perché avevamo un candidato forte ben radicato, e abbiamo fatto una campagna elettorale incentrata sui problemi concreti

In serata riunione con i senatori.
“Dobbiamo trovare delle parole chiave attorno a cui stare insieme” ha suggerito il senatore-scrittore Gianrico Carofiglio che però ha anche apprezzato la “sensibilità” di Bersani nell’accogliere la richiesta di un’assemblea e anche la metafora fatta per rispondere ai suoi interrogativi: “Se mia nonna mi chiede cosa è il Pd? Io rispondo ‘è un partito che difende i poveri”.
Ignazio Marino ha lamentato l’assenza di una sintesi e ha chiesto quindi al segretario di definire una linea del partito sui temi caldi come il testamento biologico, il lavoro e la riforma della giustizia. Franco Marini ha proposto un metodo: “Riscopriamo il gusto della democrazia, discutiamo ma poi decidiamo con un voto”. L’idea non dispiace a Bersani: “E’ fisiologico che in un partito si decida con un voto, l’importante è che poi tutti rispettino la decisione assunta”.
E sulle riforme istituzionali ha ricordato come “noi una nostra proposta ce l’abbiamo, abbiamo il disegno di legge Finocchiaro-Zanda. Mentre quella del centrodestra non mi è nota. Sarebbe meglio se le riforme avvenissero in un clima collaborativo e di dialogo. Ma se anche non fosse così,non ci piacciono modelli che tendono a disgregare e mettono il presidente di garanzia dentro lo scontro politico perché il paese deva stare assieme”.
Il presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro descrive lo stato di salute post-elettorale del Pd con una metafora medica: “Il Pd è come uno che ha preso una botta ma, invece di chiudersi in casa, ha deciso di uscire…direi una reazione vitale. L’assemblea – afferma Finocchiaro al termine della riunione dei senatori del Pd con il segretario Bersani – è stata positiva, piena di proposte e idee. C’è la necessità di definire alcune questioni essenziali che descrivano meglio la nostra identità a partire dalle riforme istituzionali, economiche e fiscali. E questo avverrà con il pieno coinvolgimento dei gruppi parlamentari”.
www.partitodemocratico.it

Assessore Peri su stazione di Carpi

Disservizi sulla Modena-Carpi: parla l’assessore regionale Peri: «Incalzeremo Trenitalia». «Motrici vecchie, biglietteria chiusa, coincidenze perse». «I consiglieri provinciali di centrodestra dovrebbero sapere – sbotta Alfredo Peri, assessore regionale ai trasporti – che i treni non sono gestiti dalla Regione, ma da Trenitalia, la cui proprietà è al 90% del ministero dell’Economia, in base a uno specifico contratto di servizio che deve essere rispettato ». Peri interviene nella polemica, aperta dal consigliere provinciale del Pdl Matteo Malaguti, sui disservizi della linea Modena-Carpi. E annuncia che la Regione «utilizzerà gli strumenti che ha a disposizione per rivendicare la rispondenza dell ’offerta con gli impegni
presi da Trenitalia». «Sulla linea – prosegue l’assessore – circolano elettromotrici di vecchia costruzione che, oltre ad avere prestazioni limitate, risentono di un livello di efficienza legato al prolungato utilizzo nel corso degli anni. Noi abbiamo già investito e speso risorse per rinnovare e potenziare il materiale rotabile: aspettiamo ancora segnali da parte del gestore nazionale».
Oltre alla carenza di treni, sulla Modena-Carpi «sono venute meno diverse coincidenze a causa di un ulteriore potenziamento dei servizi dell’alta velocità, con i lavori ancora in corso nel nodo di Bologna». Inoltre la linea ferroviaria Modena- Verona «è a binario unico, e come tale soggetta a notevoli condizionamenti; unisce quattro importanti nodi ferroviari (Modena, Suzzara, Mantova, Verona) e vede tutt’ora la presenza di diversi passaggi a livello che concorrono a limitare la velocità di percorrenza».
«La necessità di ridurre i tempi di collegamento e mantenere coerenza con i sistemi ferroviari trasversali coinvolge anche Lombardia e Veneto», spiega Peri. «Nei diversi incontri che abbiamo avviato e stiamo organizzando si lavora a un percorso condiviso per la revisione degli orari e perché venga migliorato il servizio sulla linea».
Per quanto riguarda la chiusura della biglietteria di Carpi la domenica e nei giorni festivi, la Regione ha più volte manifestato la propria contrarietà: «E’ un disservizio – conclude Peri – che risente di evidenti limitazioni poste ai propri organici da parte di Trenitalia».

L’Informazione 13.04.10

L

"Emergency e l'Italia dei clan", di Massimo Gramellini

Leggendo l’intervista rilasciata ieri a La Stampa dall’onorevole La Russa verrebbe da chiedersi con il poeta: che anno è, che giorno è? Il ministro della Difesa rispolvera gli interminabili Anni Settanta per informarci che anche Gino Strada potrebbe aver allevato nel suo seno degli infiltrati «come accadde al Pci con le Br e al Msi coi Nar», trattando Emergency alla stregua di un partito, diviso in frange più o meno estremiste. Non vi è dubbio che le responsabilità dei tre italiani fermati in Afghanistan andranno accertate e nel caso punite, ma è inaccettabile la tentazione di trattare questa vicenda come se fosse una questione di politica interna. Nel compilare il proprio autoelogio, il ministro ricorda i tanti «esponenti di sinistra che abbiamo salvato negli scenari di guerra». E non allude a un parlamentare del Pd strappato ai talebani o a un banchiere delle cooperative rosse preso in ostaggio dai pashtun. Intende riferirsi a giornalisti, medici, pacifisti: tutta gente che nelle zone di guerra ci va per vocazione o per mestiere, certo non per conto di uno schieramento politico. Solo da noi un cittadino all’estero viene considerato dal suo governo un «esponente» di destra o di sinistra, invece che semplicemente un connazionale da tutelare.

Pensate al presidente americano più ideologico degli ultimi tempi, il repubblicano Bush. Bene, nemmeno lui si è mai vantato di aver salvato dei democratici, ma sempre e soltanto degli americani. Da dove nasce questo bisogno tutto italiano di catalogare le persone in base alle appartenenze ideologiche? Destri-sinistri, rossi-neri, guelfi-ghibellini. Il nostro eterno bipolarismo da bar sport, incomprensibile al di là di Chiasso. Incomprensibile e drammaticamente provinciale. Sintomo di un Paese appeso al suo stesso ombelico, che osserva il mondo dal pertugio dei propri interessi di bottega e riduce i drammi planetari alle dimensioni del cortile di casa.

Se il riferimento continuo agli anni di piombo testimonia l’immaturità di una classe dirigente che non riesce a scrostarsi di dosso i fantasmi giovanili, l’atteggiamento che La Russa e in parte Frattini hanno tenuto nei confronti della vicenda di Emergency testimonia ancora una volta l’assenza di uno spirito nazionale autentico e condiviso. Di fronte a una crisi, la reazione istintiva è stata di schierarsi dalla parte delle proprie alleanze (il governo afghano) e non dei propri connazionali. Anche la sinistra, sia chiaro, tende a comportarsi alla stessa maniera. Ricordiamo ancora i commenti salaci con cui fu accolto in certi ambienti il sacrificio di Quattrocchi – il «body guard» rapito e ucciso in Iraq – considerato un fascista e un mercenario immeritevole di pubblici onori. A sei anni dalla morte, oggi Quattrocchi sarà commemorato nella sua Genova, ma il Comune guidato dal Pd ha preteso di far pagare l’affitto della sala.

Mai come in questo campo c’è una sintonia assoluta fra la Casta e il Paese reale. Tranne un mese ogni quattro anni, durante i campionati del mondo di calcio (e a patto che si vincano), l’italiano non si sente membro di una Nazione, ma di un clan: familiare, affettivo, politico. Però vale qui lo stesso discorso fatto a proposito della corruzione: dai politici ci aspetteremmo che dessero il buon esempio, non che esaltassero con la forza del loro ruolo la «mala educación» generale.
La Stampa 13.04.10

"Tra la guerra e gli anni Sessanta. Ragazze, la vostra libertà nacque in quell’età di cui non c’è memoria", conversazione con Marisa Rodano di M. Serena Palieri

Perché le ragazze italiane di oggi rifiutano l’eredità del femminismo? La domanda ce la facciamo in molte da un bel pezzo. Ma è la prima volta che ascoltiamo una risposta esauriente come questa che ci dà Marisa Rodano. Primo, osserva, perché si sentono libere, da un lato, e, dall’altro, non sanno che la parità acquisita non è «naturale» ma ha richiesto battaglie durate decenni; secondo, perché condividono «paritariamente» coi coetanei maschi il grande dramma di questi anni, la precarietà; terzo, perché vivono, come tutti noi, in un’epoca segnata da un feroce individualismo. Marisa Rodano, 89 anni da poco compiuti, può dirlo perché prima «c’era». Memorie di una che c’eras’intitola il saggio in cui ricostruisce la storia dell’associazione di cui è stata nel ‘44-45 tra le fondatrici, l’Udi, e che ha presieduto dal ‘56 al ’60. Sono, i secondi Quaranta e soprattutto i Cinquanta e i primi Sessanta, gli anni, sotto questo aspetto, cruciali, ma anche più opachi e di cui si ha meno memoria. E sono quelli appunto che metteremo a fuoco in questo colloquio. Perché l’idea su cui si reggono le appassionanti 276 pagine di questo libro è che in Italia la lotta per la libertà femminile non sia esplosa ex-novo alla fine degli anni ‘60, quando il «personale» diventò «politico», come opinione comune oggi vuole, ma sia corsa lungo l’intera storia repubblicana, E che essa subisca oggi una totale rimozione.
Oggi, le chiediamo, le trentenni non avrebbero un tema enorme per cui lottare, la maternità impossibile? «È come se non l’avvertissero. Forse perché il modello televisivo impone un’altra idea di sessualità, dove la molteplicità dei rapporti è preferibile a una relazione duratura. E in un quadro così la maternità perde importanza» replica. Pensando a queste stagioni viene in mente la parola «beffa». Non è come se certe parole d’ordine di un tempo, per esempio «autodeterminazione», ci tornassero indietro capovolte? «Io ho l’impressione che siamo sotto un contrattacco grave. Gran parte delle conquiste legislative oggi sono diventate diritti inesigibili. Se c’è il precariato, quanto vale il divieto di licenziamento per matrimonio? E se non hai copertura previdenziale, cosa significa tutela della maternità?» ribatte.
Memorie di una che c’era ci rinfresca la memoria. L’Udi nasce nel 1945, a Firenze, col primo congresso. Dietro c’erano i Gdd, Gruppi di difesa della donna nell’Italia occupata e, al meridione, l’impegno di migliaia di donne nei circoli sorti dopo la liberazione di Roma ad opera del Comitato di Iniziativa fondato dalle donne dei partiti del Cln.
Nel ‘44 -‘46 quali furono i primi obiettivi?
«Il diritto di votare e di essere elette, conseguenza dell’impegno femminile nella Resistenza: le donne erano state catapultate nella sfera pubblica. Chiedevamo il seguito». Non era successo qualcosa di simile già nell’altra guerra, con le donne in fabbrica?
«Allora erano state precettate. La partecipazione alla Resistenza invece era stata volontaria. E di massa. Dopo la prima guerra mondiale si era creato un movimento di femministe cattoliche e laiche, per chiedere il voto, ma era un’avanguardia minoritaria. Poi si insediò il regime fascista, che operò una totale cancellazione di quella esperienza».
Nel ‘45-46 qualcuno ancora si azzardava a dire che le italiane non dovevano votare? «I favorevoli erano i partiti nuovi, azionisti, Pci, Psi, Dc. Altrove allignava un’ostilità appena mascherata. Non osavano dire “no”, ma rimandavano alla Costituente. Ma un’Assemblea tutta di maschi cosa avrebbe deciso? Nel ’45, 13 milioni di italiane erano casalinghe, il 10% firmava con la croce. Nel codice erano sanciti debito coniugale e delitto d’onore, il marito poteva vietare alla moglie di lavorare. C’erano donne nelle professioni. Ma era una cosa per ricchi. Io ho imparato allora, per diretta esperienza, che quando i diritti dell’uomo si affermano, lì comincia la battaglia per i diritti delle donne».
La Chiesa?
«Era per il sì. Pio XII nel discorso del 21 ottobre ‘45 dice chiaro, “Tua res agitur”. Perché pensava che le donne, praticanti, mentre gli uomini si erano distaccati dalla Chiesa, potessero operare a difesa della religione».
Nel libro riporti, con lo stupore incantato di allora, ragazza da poco iscritta al partito, il discorso di Togliatti l’8 settembre ‘46. Denunciava la «mentalità arretrata» della base e dei quadri. Quanto maschilismo c’era, nel Pci?
«Non è che aver fondato il Pci cambiasse dall’oggi al domani la testa della gente». Iotti, Merlin, Noce, Federici, Montagnana… Ventuno donne su 556, cinque di loro nella Commissione dei 75. Nella Costituente erano abbastanza per scrivere una Carta all’altezza? «Le formulazioni su famiglia, parità, diritto al lavoro, furono praticamente scritte da loro. Oggi,scriveremmo diversamente l’articolo 3, lì dove il sesso è accomunato a razza, lingua, religione, opinioni politiche. Ma la nostra Costituzione è straordinaria. Pur se largamente inapplicata». Tra il ‘45 e il ‘47 l’Udi era impegnata su cose praticissime: i prezzi del cibo e la casa. E, prima su tutte, per i bambini. Era naturale, allora, questo «maternage» politico di massa? Che parlando di donne si parlasse in primis di figli?
«Nello statuto, adottato al I Congresso, l’Udi aveva come obiettivi l’”elevazione” delle donne, la tutela dei loro diritti nel lavoro, la difesa delle famiglie e i problemi dell’infanzia. Dai bambini proprio non potevi prescindere. Ricordo che ce n’erano dappertutto, ai comizi, alle manifestazioni. E, per avere rapporto con le donne più semplici, un’organizzazione di massa doveva occuparsene, la richiesta veniva da loro».
Tra il ‘47 e il ‘53 avviene una strana eclissi: scompare la parola «diritti». E il suo posto viene pre-
so dalla parola «pace». La Guerra Fredda cancella la specificità femminile? «Sì, e fu un errore. Al congresso del ‘47, con la rottura del fronte antifascista, e la minaccia della bomba atomica, l’Udi cambia linea e si schiera col Fronte Democratico Popolare. Hanno il sopravvento i cosiddetti temi generali. Si butta tutto nella battaglia elettorale. Per vincere. Invece perdiamo».
Nel ‘56, al congresso in cui diventi presidente dell’Udi, nella tua relazione la parola «emancipazione» torna. S’accompagna a una proposta scioccante: le donne devono unirsi sulla base “esclusiva” dei loro interessi. Addio ai partiti? «Merito, molto, fu di Nilde Iotti, all’Udi da tre anni. Ma dopo anni di scontro frontale far digerire l’idea che l’appartenenza fosse al genere e non al partito non era facile. Non ci aiutò il contesto: crisi di Suez, Ungheria. Il documento non potè essere adeguatamente discusso. Aiutò invece l’VIII Congresso del Pci».
«Emancipazione» è stata una parola messa a processo poi dal femminismo. Per voi cosa significava? Le donne dovevano emanciparsi come avevano fatto gli schiavi?
«Significava conquistare il diritto a lavoro, indipendenza economica, autodeterminazione. Uscire dalla schiavitù del destino servile, secondario, segnato per nascita». Dopo il Sessantotto che aveva messo in discussione tutto lo status quo, famiglia e scuola, partiti e sindacato, le «figlie» le neofemministe si ribellarono appunto a queste «madri». E nell’81 l’Udi, in quanto organizzazione di massa, si scioglie. «Noi abbiamo tardato a capire la novità del femminismo. Ma il femminismo ha sbagliato a ridurre la nostra battaglia per i diritti a una lotta per l’omologazione» commenta oggi Marisa Rodano. La storia continua così: i semi della Carta germinano, tutela della maternità, parità salariale, accesso alle carriere, tutela del lavoro a domicilio, lotta alle discriminazioni indirette, servizi sociali, standard urbanistici, diritto di famiglia, divorzio, aborto, violenza sessuale… C’è una parola che lega il movimento delle donne nel corso di tutto il Novecento, chiediamo? « Forse non solo una: libertà, ma anche diritti, parità, autodeterminazione».
L’Unità 13.04.10

"Uno sconticino ai tagli al personale", di Alessandra Ricciardi

Anche quest’anno, l’operazione tagliaorganici sarà fatta su due fronti diversi: dei 25.600 posti da cancellare dal ruolo degli insegnanti del prossimo anno (15 mila invece per il personale ausiliario, tecnico e amministrativo), 22 mila spariranno dagli organici di diritto e 3.560 saranno eliminati invece da quelli di fatto. Soluzione che «potrà garantire una maggiore stabilità delle platee scolastiche e del personale docente interessato, anche a tutela della continuità didattica e della qualità del servizio e, al tempo stesso, a orientare meglio e attenuare il rigore dell’intervento riduttivo». È quanto prevede il decreto organici 2010, alla firma del ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, di concerto con il collega dell’economia, Giulio Tremonti. Di fatto, la riduzione di 3600 posti non sugli organici di diritto consentirà di continuare ad assumere in futuro anche a tempo indeterminato sui posti in oggetto. Uno sconticino, insomma, rispetto ai rigori della manovra sulla scuola decisa con il decreto legge 112/2008, frutto di una lunga trattativa con le forze sindacali. E che però non lascia soddisfatti: «Anche se nell’immediato attenua l’impatto dell’intervento, non risolve il problema di una contrazione di posti che risulta eccessiva, inaccettabile e insostenibile per tutti gli ordini di scuola», attacca Francesco Scrima, segretario Cisl scuola. «Sarà una carneficina, con effetti disastrosi per il personale e per la qualità dell’istruzione», rincara Mimmo Pantaleo, segretario Flc-Cgil. Mentre i Cobas radicalizzano lo scontro con il governo e proclamano lo sciopero degli scrutini: «Una analoga mattanza di posti di lavoro nel settore industriale», sottolinea il portavoce nazionale Cobas, Piero Bernocchi, scatenerebbe il finimondo». La decisione sul come ripartire tra i vari ordini di scuola dei tagli in organico di fatto da fare a decorrere da settembre, è rimessa ai direttori regionali, in base alle situazioni territoriali. Il taglio complessivo più consistente vede al primo posto la Basilicata e la Sardegna, con una riduzione del 5,18%, seguite da Sicilia e Molise. La riduzione a livello nazionale sarà di 6.700 posti alle elementari, 3660 alla medie e oltre 13.740 alle superiori, tra licei, tecnici e professionali. Questi ultimi due vedranno anche per le seconde, terze e quarte classi una contrazione oraria delle discipline, a ordinamento di studio vigente, in media del 20%. Dalle tabelle allegate al decreto, emerge che il dato previsionale sul numero degli alunni per il prossimo anno è positivo: se i prof, causa manovra finanziaria, devono scendere, gli alunni salgono leggermente, passando da 6,797 milioni a 6,805. Infanzia esclusa
ItaliaOggi 13.04.10

"Industria, la produzione risale. Ma la ripresa resta debole", di Bianca Di Giovanni

La produzione industriale torna a vedere un segno più dopo 14 mesi. Il dato Istat di febbraio segna un +2,7%rispetto allo stesso mese dell’anno prima, mentre resta invariata rispetto a gennaio. A trainare la ripresina è il settore dei prodotti chimici (+15,7%), della fabbricazione di computer e dei prodotti di elettronica e ottica (+9,9%) e dei mezzi di trasporto (+9,1%). onica e ottica (+9,9%) e dei mezzi di trasporto (+9,1%). In diminuzione sono risultati, invece, l’industria del legno, carta e stampa (-4,7%), l’attività estrattiva (-1,8%) e i macchinari e attrezzature non classificati altrove (-1,3%).
OTTIMISMO Il primo segno positivo dal 2008 a oggi ha messo le ali ai messaggi di speranza e ottimismo del governo, mentre sul fronte delle parti sociali si invita alla cautela. Il ministro Claudio Scajola parla di «ulteriore conferma del fatto che la ripresa è in corso ed è la migliore risposta a chi continua a parlare di declino», dando una stoccata a sindacati e Confindustria. Ma se la tendenza al ribasso si è fermata, i livelli raggiunti restano molto inferiori a quelli pre-crisi.«Sono i primi timidi segnali, che hanno un’urgente bisogno di essere sostenuti e rafforzati,ma che non devono generare facili ottimismi: il divario di quanto si è perso dall’inizio della crisi è ancora molto ampio ed è ancora lunga la strada da percorrere», commenta la segretaria confederale Cgil Susanna Camusso. Per Camusso preoccupa il dato sugli investimenti, che restano fermi. Anche la Cisl chiede più investimenti, mentre la Uil chiede subito un tavolo per fare il punto sulla situazione. Sul fronte opposto, la Confindustria sembra avanzare le stesse preoccupazioni. «la strada che abbiamo davanti è ancora lunga – dichiara Emma Marcegaglia – siamo in fase di miglioramento, ma rispetto ai picchi precedenti la crisi siamo sempre sotto del 18,7%».
CRISI PROFONDA A sottolineare la gravità della situazione è arrivato ieri anche uno studio Bankitalia sull’impatto della crisi nel nostro Paese. Il «tornado» provocato dai subprime ha colpito il nostro paese più a fondo di altri – sostengono i ricercatori- nel triennio 2008-2010 i punti di mancata crescita del Pil sono stati 6,5%. Secondo lo studio le politiche economiche varate e gli stabilizzatori automatici hanno consentito di ammorbidire l’impatto e non arrivare a quota -10% del Prodotto InternoLordo contro il -5,5% del Pil effettivamente perso grazie a un’opera di stimolo pari a 3,5 punti percentuali. Le misure con un maggior impatto sulla domanda aggregata, cita lo studio, sono stati gli interventi di sostegno ai redditi delle famiglie, il potenziamento della cassa integrazione, gli incentivi alla rottamazione, la Tremonti- Ter e le misure si sostengo alle imprese. In particolare le misure hanno limitato la caduta degli occupati effettivi per circa 1 punto percentuale. Quanto al futuro, l’Isae stima che unaumento della produzione che nel primo trimestre dell’anno dovrebbe essere dell’1,9% e che potrebbe crescere al 3,8% nel secondo. In particolare l’Istituto prevede nuovi incrementi mensili a marzo e a maggio e una pausa ad aprile. Anche il Centro Studi di Confindustria conferma la tendenza positiva di marzo: la crescita su febbraio è dello 0,8% (+3,2 gli ordinativi), dopo la variazione nulla, registrata anche dall’Istat, di febbraio su gennaio.
L’Unità 13.04.10

Roma – L'organizzazione del sistema universitario (Seminario)

Aula Magna del Rettorato | via Ostiense, 159 – Roma

coordina la discussione: Paolo Benvenuti, preside della Facoltà di Giurisprudenza
interventi introduttivi
Franco Asciutti, senatore, componente VII Commissione del Senato
Manuela Ghizzoni, deputato, componente VII Commissione della Camera
Andrea Lenzi, presidente del Consiglio Universitario Nazionale
Mario Morcellini, preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione, Sapienza Università di Roma, portavoce dell’Interconferenza dei Presidi di Facoltà
Roberto Moscati, docente di Sociologia dell’Educazione, Facoltà di Scienze della Formazione,
Università di Milano Bicocca
Sergio Rizzo, giornalista, Corriere della Sera
Carlo M. Travaglini, preside della Facoltà di Economia, Università Roma Tre
discussione