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"Bossi fa la revolution pure a scuola", di Lucilla Quadri

Non solo riforme costituzionali, nel mirino della Lega c’è anche la scuola. Rinvigorito dagli ultimi risultati regionali, il partito di Bossi è pronto a mettere mano all’istruzione con una mini-rivoluzione che la deputata Paola Goisis ha già presentato a Montecitorio. Una risposta alle richieste dei leghisti lombardi e friulani che vogliono strumenti per dare la precedenza nelle assunzioni ai loro docenti: la proposta di legge prevede albi regionali degli insegnanti con obbligo di residenza sul territorio per gli iscritti, concorsi su base territoriale con punteggi più alti per i residenti, impossibilità di chiedere il trasferimento nei cinque anni successivi all’assunzione. Ma non solo: la pdl include la riforma degli organi collegiali della scuola, il trasferimento di tutto il personale scolastico alle regioni insieme agli ex provveditorati, l’istituzione di organismi di valutazione territoriali del sistema di istruzione, la possibilità per le scuole di ricorrere a fondi di privati e ai genitori per poter sostenere le proprie attività.

I temi in ballo sono tali da poter parlare di una mini riforma in salsa leghista. Il Carrocio ci crede e procede a testa bassa. Nervi tesi, invece, con il Pdl: la legge Goisis fa lo sgambetto alla quella sul reclutamento dei docenti della berlusconiana Valentina Aprea, da due anni alla Camera. Una proposta affossata proprio dalla Lega che voleva introdurre test di cultura del territorio nelle procedure di assunzione degli insegnanti. Ora, dopo le regionali, è tutta un’altra storia, il Carroccio fa da solo con una pdl di 42 articoli che parte da un assunto: basta con l’equazione «scuola uguale Stato». All’articolo 1 la legge prevede infatti il trasferimento del personale in capo alle Regioni che dovranno occuparsi di reclutamento, stato giuridico e trattamento economico dei dipendenti con i soldi che lo Stato verserà, sulla base di costi standard, alle diverse realtà territoriali. Le Regioni dovranno poi emanare appositi piani per l’istruzione, occuparsi del controllo e della valutazione delle attività educative, assegnare le risorse al sistema. Niente più uffici scolastici provinciali e regionali: saranno sostituiti dal Centro servizi amministrativi per la comunità scolastica territoriale. Quanto al reclutamento, saranno le scuole a comunicare i posti vacanti. I docenti, per accedere a supplenze e assunzioni, dovranno iscriversi in appositi albi regionali aperti ai residenti. L’accesso prevede anche il superamento di un test. Posto fisso? Solo per chi supera il concorso regionale. I bandi saranno emessi con cadenza triennale. È prevista una prova orale, ma anche la residenza farà titolo: i vincitori che abbiano prestato servizio «con continuità per periodi non inferiori a tre anni» nelle scuole della Regione «possono usufruire di uno specifico punteggio». Quanto ai neo assunti, dovranno garantire «la permanenza effettiva per almeno cinque anni» nella nuova sede. Albi regionali sono previsti anche per i presidi. Ogni Regione avrà poi un comitato di valutazione del sistema scolastico.
ItaliaOggi 13.04.10

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“Ma l’Unione europea potrebbe stoppare il progetto”, di Antimo Di Geronimo

Albi regionali per l’assunzione dei docenti, l’ostacolo viene dall’Europa. Il 30 marzo scorso, Paola Goisis, deputato della Lega, ha presentato un disegno di legge (C3357) che prevede la costituzione di albi regionali per l’assunzione dei docenti nelle scuole statali.

La ratio della proposta di legge sarebbe quella di favorire la stanzialità del corpo docente, evitando che i docenti del Sud possano andare al Nord per incassare più facilmente l’immissione in ruolo. Salvo poi rifare le valigie e tornare a casa.

Il disegno di legge si inquadra nel recente orientamento del legislatore, che ha informato anche le ultime disposizioni ministeriali sul divieto di trasferimento per i precari da una graduatoria provinciale ad un’altra e il relativo inserimento in coda in ulteriori 3 province. Istituto che, peraltro, non ha avuto fortuna. Perché ha ingenerato una serie di sentenze di annullamento da parte del Tar del Lazio. Questa volta, però, a mettere i bastoni fra le ruote ai propositi di Umberto Bossi potrebbe essere l’Unione europea. Il disegno di legge Goisis, infatti, se approvato, potrebbe risultare in contrasto con la normativa sovranazionale. Che prevede , invece, la rimozione di ogni ostacolo alla libera circolazione dei lavoratori. Anche nella pubblica amministrazione. Tale è l’orientamento della stessa Corte di giustizia europea (173/96 e 290/96) che, peraltro, ha indotto il legislatore italiano a conformarsi con ben 3 provvedimenti. Il primo è il decreto legislativo 29/93, con il quale è stato sancito che i cittadini degli Stati membri dell’Unione europea possono accedere ai posti di lavoro presso le amministrazioni pubbliche italiane (oggi questa norma è contenuta nell’articolo 38 del decreto legislativo 165/2001). Il secondo è il decreto del presidente della repubblica 487/94, che all’articolo 2 consente ai cittadini comunitari di partecipare ai concorsi per accedere al pubblico impiego. E infine il terzo è il decreto del presidente del consiglio dei ministri 174/94, che all’articolo 1 individua tassativamente le qualifiche per le quali è obbligatoriamente prevista la cittadinanza italiana. Escludendo che ai cittadini europei possa essere vietato di andare ad insegnare in qualsivoglia stato membro dell’Unione europea. Il problema si era già posto per le graduatorie a esaurimento, il cui accesso è ordinariamente consentito a tutti i cittadini comunitari, mentre non è più permesso ai cittadini italiani. Ma il ministero dell’istruzione ha risolto la questione prevedendo quale requisito accessorio, comunque obbligatorio, il possesso dell’attestato di conoscenza della lingua italiana rilasciato dall’università per stranieri di Perugia. Resta il fatto, però, che si tratta di un provvedimento ministeriale. Nel caso in questione, invece, si tratterebbe di una norma di legge, che potrebbe porre problemi anche in termini di legittimità costituzionale. Perché l’articolo 117 della Costituzione impone al legislatore italiano di rinunciare a parte della propria sovranità conformandosi all’ordinamento sovranazionale.
ItaliaOggi 13.04.10

Istituire subito Authority trasporti

Dal Pd proposta di legge depositata in Parlamento. “L’incidente avvenuto sulla linea ferroviaria gestita dalla società regionale Sad nella Provincia autonoma di Bolzano, una delle più moderne in Alto Adige essendo stata inaugurata nel 2005, dimostra come sia necessario tenere sempre alta la guardia sulla sicurezza nei trasporti”. Lo afferma il capogruppo del Partito Democratico in commissione Trasporti alla Camera, Michele Meta, commentando le prime “drammatiche notizie sulla scomparsa di 7 persone e sui feriti della sciagura ferroviaria, alle cui famiglie va la nostra solidarietà e la nostra vicinanza come Pd”. “Da tempo – ricorda Meta -, sollecitiamo il Governo ed il Parlamento ad assumere ogni iniziativa utile sul tema della sicurezza nel trasporto ferroviario che, dopo la sciagura di Viareggio, necessita di garanzie e certezze in particolar modo per il cosiddetto servizio universale, ovvero per i due milioni e seicentomila pendolari che quotidianamente usano questo mezzo di trasporto per scelta o necessità.pendolari che quotidianamente usano questo mezzo di trasporto per scelta o necessità. Occorre quindi – suggerisce Meta -, rafforzare l’Agenzia nazionale per la Sicurezza Ferroviaria e approvare la nostra proposta di legge depositata in Parlamento che istituisce un’Authority indipendente sui Trasporti, con funzioni di controllo e vigilanza –conclude Meta -, tali da spezzare quello strano meccanismo italiano dove il controllato è anche controllore”.
www.deputatipd.it

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Deraglia treno in Val Venosta: 9 morti e 28 feriti
Meno di un anno fa la strage ferroviaria di Viareggio faceva 14 morti. Il PD esprime solidarietà alle famiglie. Meta: “Adesso la priorità sono i soccorsi, ma il governo ricordi che da tempo sollecitiamo interventi sulla sicurezza delle ferrovie”.

9 morti e 28 feriti. Finisce così, in tragedia, quella che doveva essere solo una delle tante tratte del treno regionale 108, in Val Venosta. Quaranta minuti dopo la partenza, intorno alle 9, il convoglio è stato colpito da una frana che ne ha provocato il deragliamento. Le vittime sono Michaela Kuenz Oberhofer (18 anni), Elisabeth Peer (22 anni), Julian Hartmann (25 anni), Francesco Rieger (67 anni), Judith Tappeiner (20 anni), Rosina Ofner (36 anni) , Regina Tschoell (73 anni), Micaela Zosch (34 anni) e Franz Hohenegger (73 anni).

I tecnici hanno attribuito la frana al difetto in un impianto di irrigazione a monte della stessa. Rompendosi un paio di giorni fa, l’impianto ha bagnato pesantemente il terreno sottostante, rendendolo instabile fino a farlo franare. Il vagone in testa al convoglio è stato totalmente distrutto. La parte frontale è andata addosso a due pini di alto fusto, che ne hanno arrestato la corsa, impedendo che il treno finisse nel fiume sottostante. Nella zona del disastro è stato allestito una sorta di ospedale da campo per dare immediato soccorso ai feriti, nove dei qiali versano in gravissime condizioni.

Il deragliamento in Val Venosta è il secondo gravissimo incidente ferroviario in meno di un anno. Il 30 giugno 2009 a Viareggio un treno esplodeva, uccidendo 14 persone. A questo punto diventa irrimandabile una riflessione sulla situazione del trasporto ferroviario in Italia. Ne è convinta Silvia Velo, vicepresidente in commissione Trasporti alla Camera: ”Ora le priorita’ sono i soccorsi e il ripristino delle condizioni di mobilita’ , ma subito dopo il governo riferisca in Parlamento per fare chiarezza, accertare i fatti e individuare responsabilità. Per garantire standard quanto piu’ elevati di sicurezza e’ necessaria la massima attenzione e il massimo rigore nei controlli dei mezzi ferroviari e delle infrastrutture per la salvaguardia dei lavoratori e della cittadinanza e per evitare che tragedie come questa possano ripetersi”.

D’accordo il capogruppo del Partito Democratico in commissione Trasporti alla Camera, Michele Meta: ”L’incidente avvenuto sulla linea ferroviaria gestita dalla societa’ regionale Sad nella Provincia autonoma di Bolzano, una delle piu’ moderne in Alto Adige essendo stata inaugurata nel 2005, dimostra come sia necessario tenere sempre alta la guardia sulla sicurezza nei trasporti. Da tempo, sollecitiamo il Governo ed il Parlamento ad assumere ogni iniziativa utile sul tema della sicurezza nel trasporto ferroviario che, dopo la sciagura di Viareggio, necessita di garanzie e certezze in particolar modo per il cosiddetto servizio universale, ovvero per i due milioni e seicentomila pendolari che quotidianamente usano questo mezzo di trasporto per scelta o necessita’. Occorre quindi rafforzare l’Agenzia nazionale per la Sicurezza Ferroviaria e approvare la nostra proposta di legge depositata in Parlamento che istituisce un’Authority indipendente sui Trasporti, con funzioni di controllo e vigilanza, tali da spezzare quello stranomeccanismo italiano dove il controllato e’ anche controllore”

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Rachel: morta per una tessera sanitaria

Il Pd ha proposto un’interrogazione parlamentare al ministro Fazio, per fare chiarezza sul caso della morte della bambina nigeriana, di 13 mesi, avvenuto dopo il presunto mancato ricovero nella struttura ospedaliera di Cernusco. “Abbiamo proposto una interrogazione parlamentare al ministro Fazio, per fare chiarezza sul caso della morte della bambina nigeriana, di 13 mesi, avvenuto dopo il presunto mancato ricovero nella struttura ospedaliera di Cernusco. Per capire le motivazioni, in merito al comportamento, degli operatori della
Azienda Sanitaria di Cernusco in provincia di Milano. Crediamo che sia giusto comprendere bene come siano andate le cose accertando tutte le eventuali responsabilità, anche attraverso un’inchiesta interna del Ministero della Salute”.

Così i deputati del Pd Emanuele Fiano, Presidente del Forum Sicurezza, Livia Turco, Presidente Forum Immigrazione, Barbara Pollastrini, Andrea Sarubbi, Antonio Misiani.

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Rachel aveva 13 mesi. Poco più di una anno, una sorella di due anni e due genitori nigeriani. Rachel non sapeva ammalandosi, che quando suo padre, 6 settimane prima, aveva perso il suo posto di lavoro lei aveva perso il suo diritto alla salute.

Perché quando nella notte del 3 marzo i suoi genitori, preoccupati dai violenti attacchi di vomito della piccola sono andati in ospedale a lei e la sua tessera sanitaria scaduta non sono state date le cure che meritava. Ancora non sappiamo di cosa sia morta Rachel, sicuramente di Burocrazia.
Portata all’ospedale “Uboldo” di Cernusco sul Naviglio, in provincia di Milano, dal 118, dopo una breve visita, “non l’hanno neanche spogliata”, dice la madre, è stata dimessa con la prescrizione di una medicina e il certificato che riporta la dicitura. “buone condizioni generali”. Ora d’entrata 00.39, uscita alle 00.45. 6 minuti, tra accettazione e visita.

La coppia vaga in cerca di una farmacia di turno, senza trovarla. Intanto sono le 2 di notte e Rachel sta sempre peggio. Sempre più spaventati e preoccupati i genitori tornano al pronto soccorso, vogliono che sia visitata e ricoverata se necessario. E qui la notizia: “Non possiamo visitarla ancora o ricoverarla. La tessera sanitaria della bambina è scaduta”

Tommy Odiase, il padre della piccola, è in Italia da 13 anni, ha un permesso di soggiorno da residente che deve rinnovare ogni sei mesi ma che scade in caso di disoccupazione. Per ottenere il rinnovo della tessera sanitaria per sé e le sue due figlie, deve presentare una serie di documenti che ne attestino la posizione, fra i quali la busta paga dell’ultimo mese. Licenziato sei settimane prima, la pratica si è trasformata in un incubo.

Al rifiuto dei medici, il padre, s’infuria. Urla, vuole attenzione. Allora, qualcuno dell’ospedale chiama i carabinieri, per allontanarlo. L’intervento delle forze dell’ordine porta ad una soluzione momentanea: Rachel viene ricoverata in pediatria. Sono le 3 di notte, “ma fino alle otto del mattino nessuno la visita o le somministra alcuna flebo, nonostante nostra figlia avesse fortissimi attacchi di dissenteria e non riuscisse più a bere nulla”, raccontano i genitori. La sera del giorno dopo la situazione è critica, accanto al lettino spunta un monitor per tenere sotto costante controllo il battito cardiaco.

Sono le cinque e mezza, dopo mezz’ora di manovre di rianimazione, non c’è più nulla da fare, Rachel è morta.

Ci si chiede se nel 2010, in Italia, nella civilissima Lombardia, si possa ancora rifiutare le cure ad una bambina, perché la sua tessera sanitaria è scaduta. Ci si chiede, se lo domandano i genitori, se sarebbe accaduta la stessa cosa se Rachel fosse stata figlia d’italiani.

I carabinieri hanno acquisito le cartelle cliniche, gli Odiase hanno denunciato i medici e l’ospedale per omicidio colposo e la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta con la stessa accusa contro ignoti. I risultati dell’autopsia saranno pronti il 12 maggio. Ma intanto sappiamo che Rachel è morta di burocrazia e indifferenza.

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Patto di stabilità, federalismo fiscale: le proposte del PD

Il Partito Democratico al fianco dei Comuni per affrontare la crisi, contro un Governo federalista a parole e centralista nei fatti. La crisi economica colpisce pesantemente le famiglie e le comunità locali, intacca la tenuta e la solidità del sistema economico e imprenditoriale, causa il ricorso massiccio alla cassa integrazione, la precarietà e la perdita di lavoro.
La risposta alla crisi sta nella capacità di sostenere la ripresa economica, favorendo processi di riorganizzazione produttiva, politiche di sostegno ai redditi e ai bisogni delle famiglie, sgravi fiscali e ammortizzatori sociali, oltre che investimenti pubblici e misure per l’accesso al credito da parte delle piccole e medie imprese.
Il Patto anticrisi promosso dalla Regione Emilia-Romagna e condiviso con le organizzazioni imprenditoriali e sindacali, ha avuto questa funzione e queste finalità. Mentre assolutamente inadeguate e insufficienti si sono rivelate le politiche anticrisi del Governo.
In particolare, con l’ultima Finanziaria, il Governo ha confermato il “patto di stabilità”, impedendo nuovamente ai Comuni di investire in opere pubbliche utili per lo sviluppo delle comunità ed efficaci anche contro la crisi, in quanto in grado di offrire lavoro a imprese edili ed aziende artigiane. Insomma, a migliaia di lavoratori.
Il Governo ha fatto carta straccia del pronunciamento pressoché unanime del Parlamento che, un anno fa aveva votato un ordine del giorno proposto dal PD per l’allentamento dei vincoli del patto di stabilità dei Comuni.
Ma contro i Comuni il Governo non si è limitato a questo.
La Legge Finanziaria 2010 ha tagliato pesantemente il fondo ordinario; non ha restituito ai Comuni quanto dovuto in seguito all’abolizione dell’ICI; ha bloccato ogni forma di autonomia impositiva; ha tagliato le risorse per la sicurezza, il fondo nazionale politiche sociali, le risorse per la scuola dell’obbligo, per lo sviluppo economico, per l’ambiente. E non ha fatto un passo avanti in direzione di un vero e condiviso “federalismo fiscale”.
Ma se la maggior parte dei Comuni è stata colpita da questa manovra, alcuni Enti locali non hanno subito alcun danno nonostante la loro situazione di dissesto. Catania ha ottenuto 140 milioni, Roma 500 milioni, Palermo 160 milioni di euro, in barba a ogni criterio di efficienza e responsabilità.
A Roma poi, sono stati concessi altri 80 milioni di euro entrati con lo “scudo fiscale”.
Il PD è contrario a questa politica perché mette a rischio la possibilità per i Comuni di rispondere ai bisogni delle comunità locali. In particolare, in tanti piccoli Comuni, soprattutto nelle aree interne e montane, è ormai compromessa la possibilità di finanziare servizi essenziali e opere pubbliche urgenti, e la possibilità stessa di chiudere i bilanci.
I Comuni sono l’ossatura del sistema istituzionale e rappresentano uno snodo fondamentale per contrastare la crisi, per modernizzare il sistema infrastrutturale, per garantire la coesione in una società sempre più complessa, per tutelare i diritti di cittadinanza.
Chiediamo al Governo un deciso cambio di rotta. E lo chiediamo convinti di interpretare le preoccupazioni e lo stato d’animo della stragrande maggioranza dei Sindaci, di ogni orientamento politico, come dimostrano le prese di posizione e le iniziative promosse unitariamente nella nostra e in altre Regioni, dalle associazioni di rappresentanza dei Comuni.

Chiediamo:
•1) L’attuazione del federalismo fiscale così come previsto dalla Legge 42/2009, per accrescere l’autonomia finanziaria dei Comuni e, nel contempo, la responsabilità degli amministratori;
•2) La modifica degli obiettivi e delle regole del patto di stabilità, per sostenere la spesa per investimenti, favorire politiche di coesione sociale e premiare i Comuni virtuosi;
•3) La restituzione completa (e la rivalutazione) dell’ICI prima casa;
•4) Adeguati sostegni ai piccoli Comuni, con una più forte incentivazione della gestione associata di servizi e funzioni in capo alle Unioni di Comuni, con l’aumento del fondo per gli investimenti e il ripristino del Fondo nazionale della montagna;
•5) Il completo reintegro del fondo per le politiche sociali;
•6) Un intervento legislativo che – come stabilito dalla Corte costituzionale – riconosca la soppressione dell’IVA dalla Tariffa rifiuti (TIA) ma senza scaricare costi su Comuni, famiglie e imprese.

Ci batteremo in ogni paese e città, nelle assemblee elettive e in Parlamento perché le nostre richieste siano soddisfatte e le comunità locali possano essere di nuovo motore di sviluppo .
www.pder.it

"Io sto con Emergency", di Marco Cattaneo*

Io sto con Emergency perché io, lì, c’ero. Ero in Cambogia, nel 1999, all’ospedale di Battambang. Era appena iniziato il rimpatrio definitivo dei profughi cambogiani dai campi thailandesi, e migliaia di persone tornavano ai loro villaggi nei pressi del confine. Ma quei villaggi erano disseminati di milioni di mine antiuomo, lasciate dall’ultima, disperata ritirata dei Khmer Rossi. Non c’era giorno che non arrivasse in ospedale una persona, per lo più bambini, con le gambe, le braccia, gli occhi dilaniati dall’esplosione. Monconi di carne con il puzzo e la consistenza di uno pneumatico bruciato.
Perché ero in Afghanistan, nel settembre 2000. All’ospedale di Anabah, nella valle del Panjshir, dove i mujaheddin di Ahmad Shah Massud resistevano all’avanzata dei talebani che stavano conquistando quel che mancava dell’Afghanistan. Lì c’era il primo ospedale di Emergency in Afghanistan. Ho visto gli uomini di Massud arrivare con un proiettile in una spalla, in una coscia. E ho visto anche i talebani colpiti e curati, per poi essere consegnati ai mujaheddin ed essere incarcerati nella prigione di Rokha. Ma ho visto anche madri partorire in un luogo pulito, ho visto ragazzi ripuliti, curati, rivestiti.
Perché ero lì, a dormire in una casa dove di notte si sentivano i colpi di mortaio tuonare in tutta la valle. E quando fai il giro dei posti di primo soccorso devi starci il meno possibile, perché vicino c’è il mercato, e i talebani possono bombardare da un momento all’altro. Perché se decidi di fare il medico in quei posti devi metterlo nel conto che ogni giorno di vita è un regalo.
Perché ho visto vecchi combattenti piangere di commozione quando regalavo loro una polaroid. Era la prima volta nella vita che avevano la loro immagine fissata in una fotografia.
Perché ho visto gli anziani del villaggio con le lacrime agli occhi quando per la prima volta, grazie alla piccola diga costruita sul fiume da Emergency, all’angolo del bazaar si è accesa una lampadina. Lì la corrente elettrica non c’era mai stata prima.

Io sto con Emergency perché nel 2001, quando iniziarono i bombardamenti sull’Afghanistan in seguito agli attentati alle Twin Towers, Emergency è stata l’unica NGO ad avere personale internazionale nella Valle del Panjshir e a Kabul, dove i talebani avevano autorizzato tra enormi difficoltà la costruzione del secondo ospedale.
Perché in quei giorni Gino, che era a Milano, ha attraversato il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan a cavallo per arrivare in ospedale. E in jeep, sotto i bombardamenti, ha raggiunto Kabul. Una notte, prima di abbandonare la capitale, i talebani sono entrati in ospedale, hanno tenuto tutti sotto tiro per ore. Sequestrati, non so se mi spiego. E poi se ne sono andati, ritirandosi verso Kandahar.
In quei giorni, per avere notizie dall’Afghanistan, “Scientific American” ci chiese di scrivere un profilo di Gino Strada, che fu pubblicato nel gennaio 2002.
I talebani non lo sopportavano quel dottore che era riuscito a imporre che in ospedale si entrava senza armi e che le infermiere del personale non potevano indossare il burqa. Adesso non lo sopportano nemmeno gli altri, perché pretende di curare tutti, anche i feriti dell’altra parte del fronte.

Sto con Emergency perché il centro cardiochirurgico Salam, in Sudan, è la più straordinaria struttura ospedaliera d’eccellenza che si sia mai vista nel cuore dell’Africa. E perché quell’ospedale, da solo, è servito a ridurre le tensioni tra paesi costantemente sull’orlo della guerra. E ancora perché un medico visionario vuole costruirne altri otto di centri chirurgici d’eccellenza, in Africa.
Sì, dice, per una ragione semplice: “If we have to go to the Third World to bring Third World healthcare, better we stay home”. Se dobbiamo andare nel Terzo Mondo per portare una sanità da Terzo Mondo, meglio che ce ne stiamo a casa”.

Sì, io sto con Emergency.

* Direttore de Le Scienze e Mente e Cervello

"Una sfida sul destino della democrazia", di Stefano Rodotà

È mai possibile che si accetti senza reagire una politica che si manifesta con la distorsione dei fatti, l´aggressione alle istituzioni, l´esibizione di un potere ispirato da una logica autoritaria? Questi sono i temi nitidamente posti da Eugenio Scalfari, e conviene seguire la strada da lui indicata tornando su alcune delle cose dette sabato dal presidente del Consiglio ad una platea di imprenditori. E tuttavia, prima di seguire Berlusconi lungo l´abituale suo itinerario di aggressioni e vanterie, bisogna sottolineare la novità rappresentata dai tre fatti gravissimi narrati da Scalfari, rivelatori non tanto di una inammissibile doppiezza, ma di un sistematico mentire al presidente della Repubblica, che configura un caso clamoroso di slealtà costituzionale. Mentre Giorgio Napolitano si adopera per creare un clima propizio per una riforma rispettosa della Costituzione, Silvio Berlusconi tiene comportamenti pubblici e privati che mettono in discussione la funzione esercitata dal presidente e gli lancia una sfida che può sfociare in un gravissimo conflitto al vertice delle istituzioni.

A Parma il presidente del Consiglio si è descritto come prigioniero di lacci e lacciuoli che gli impediscono un´azione efficace, come se non avesse una maggioranza parlamentare senza precedenti nella storia repubblicana e come se non avesse nei fatti mostrato che, quando le convenienze lo spingono, è in grado di far approvare rapidamente qualsiasi provvedimento. Ha imputato l´origine della crescita del debito pubblico ai “governi del compromesso storico”, mentre proprio gli imprenditori dovrebbero sapere che quella vicenda comincia con il governo Craxi, un politico dal quale l´attuale presidente del Consiglio non era poi così lontano. Ha detto meraviglie di riforme che si sa bene che non saranno in grado di produrre i miracoli che ad esse vengono associate. Ma soprattutto ha descritto la Presidenza della Repubblica come un luogo che interferisce impropriamente nell´azione di governo, controllando «minuziosamente anche gli aggettivi» dei provvedimenti. E per l´ennesima volta ha definito la Corte costituzionale un “organo politico”, che sta lì per smantellare la legislazione che non piace ai pubblici ministeri e ai giudici di Magistratura democratica. Un attacco frontale è stato così portato alle due istituzioni che in questo periodo hanno garantito la legalità costituzionale.

Quest´insieme di falsificazioni è il frutto di una strategia deliberata, basata sulla ripetizione degli stessi concetti e delle stesse parole, ispirata all´antica regola “calunniate, calunniate, qualcosa resterà”. In questo modo si è già creato un perverso senso comune, al quale si fa appello nel momento in cui si deve raccogliere consenso. E ora, gonfiate le vele dal vento elettorale, si pensa di poter portare tutto all´incasso. Che cosa si sta facendo per contrastare questa che non è soltanto una strategia comunicativa, ma una sempre più pesante strategia politica?

L´obiettivo di Berlusconi è chiaro e ormai esplicitamente dichiarato. Spazzar via tutte le garanzie e i controlli che “disturbano il manovratore”, concentrare il potere nelle mani di una sola persona, invocando quel che accade in altri paesi europei, ma ignorando del tutto i contrappesi che lì esistono. Così, quello che con approssimazione viene chiamato semipresidenzialismo si presenta come concentrazione di potere nelle mani di una sola persona. Non a caso si rifiuta ogni modifica della legge elettorale, che si è rivelata un docile strumento per avere parlamentari scelti dall´alto, vanificando proprio quella sovranità dei cittadini alla quale Berlusconi strumentalmente si richiama quando vuole avere le mani libere da qualsiasi controllo. Si scoprono le carte a proposito della riforma della magistratura. Viene annunciata una antidemocratica riforma elettorale del Csm. La separazione delle carriere dovrebbe portare alla creazione di due consigli superiori, uno per i magistrati e l´altro per i pubblici ministeri, quest´ultimo presieduto dal ministro della Giustizia. Dalla proclamazione della volontà di cancellare la politicità della pubblica accusa si passerebbe così ad un controllo politico, anzi governativo, dei pubblici ministeri con l´evidente possibilità di distogliere il loro sguardo da indagini che potrebbero riguardare chi è vicino alla maggioranza e di indirizzare la loro azione verso chi si muova in modo sgradito al potere.

A Berlusconi la democrazia dà fastidio, e non a caso annuncia un plebiscito. Non vuole una riforma, vuole un referendum sulla “sua” riforma. Un referendum che inevitabilmente spaccherebbe il paese, e farebbe percepire la nuova architettura costituzionale come il progetto di una parte, nella quale gli altri non potrebbero riconoscersi. Dalle riforme condivise si passerebbe alle riforme “divisive”.

Avendo deciso di imboccare questa strada, Berlusconi ha fatto una mossa che, per chi conosce la sua attenzione per il sistema della comunicazione, era prevedibile. Si è materializzato su Facebook. Da tempo, e non solo in Italia, si sottolinea che Internet non è di per sé uno strumento di democrazia e che, anzi, proprio l´insieme delle nuove tecnologie può dare sostegno al crescente populismo.

Si torna così all´interrogativo iniziale. Come contrastare questa pericolosa deriva? Contare solo sulla dialettica interna alle forze politiche, sperare nel dissenso dei finiani, cercare pontieri tra maggioranza e opposizione perché la minacciata eversione costituzionale venga ricondotta nel più ragionevole alveo della “buona manutenzione costituzionale”? Guardiamo pure in questa direzione, anche se la sconsolata ammissione del pontiere per eccellenza, Gianni Letta, riferita da Eugenio Scalfari, non autorizza alcun ottimismo.

Il compito dell´opposizione si è fatto più difficile, perché non basta contrapporre una bozza Violante ad una bozza Calderoli. Bisogna contrastare Berlusconi sul terreno che lui stesso ha scelto, quello della mobilitazione dell´opinione pubblica che dovrebbe sostenere l´impresa di riforma. Ma bisogna fare un passo oltre la registrazione di questa difficoltà, mostrando a tutti che cosa sia effettivamente diventata la questione della riforma costituzionale: una sfida sul destino della democrazia italiana.

Se così stanno le cose, vi è una responsabilità più ampia di quella che riguarda partiti e gruppi di opposizione. Vi è una responsabilità collettiva legata ad una cittadinanza attiva, alla necessità che tutti prendano la parola. La difesa della democrazia non è stata mai affidata a maggioranze o minoranze “silenziose”. Proprio perché le tecnologie hanno fatto diventare “continua” la democrazia, continua dev´essere pure l´azione dei cittadini. E oggi il silenzio si rompe in molti modi, da quelli tradizionali a quelli che si affidano alla faccia democratica delle tecnologie, né plebiscitaria né populista. Di tutto questo bisogna parlare, per non lasciare solo il Presidente della Repubblica nella difesa della Costituzione, per scongiurare un cambiamento di regime, per non rassegnarsi al destino di spettatori. Esattamente quello che il Cavaliere vuole.
La Repubblica 12.04.09

"Prodi al Pd: potere a leader regionali. Bersani: il partito sarà federale", di Maria Zegarelli

Entra nel dibattito, attraverso le colonne de «Il Messaggero», da padre nobile del Pd che quando vede il progetto vacillare pericolosamente non può fare a meno di suggerire interventi di consolidamento, anche se stavolta è alle stesse fondamenta del Partito democratico che guarda. Romano Prodi parte da un’antica riflessione, nata in seguito alla crisi dei partiti della prima Repubblica e pensata per la vecchia Dc prima del suo sgretolamento: ricostruire il partito su «su base strettamente regionale ma con un forte patto federativo nazionale».

Oggi la ricetta, in fondo è la stessa: «Gli iscritti al Pd di ogni regione italiana dovrebbero cioè eleggere, naturalmente tramite le primarie, il proprio segretario regionale. L’esecutivo nazionale dovrebbe essere semplicemente formato dai venti segretari regionali, avendo il coraggio di cancellare gli organi nazionali che si sono dimostrati inefficaci». Un partito federale, con «venti uomini forti» che dovrebbero eleggere il segretario nazionale., «decidere sulle grandi strategie politiche del partito e, naturalmente insieme agli organi regionali, le candidature per le rappresentanze parlamentari».

Prodi descrive il modello- partito come una stretta connessione tra la base e il vertice fondata su una forza che arriva dal basso, gli elettori (più degli iscritti) vero ago della bilancia nei rapporti di forza interna. Tanto più consistenti il numero dei votanti Pd di una regione, tanto più forte nel partito quel segretario regionale. Venti uomini forti, «senza le infinite code di benemeriti e aventi diritti, compresi gli ex segretari del partito e gli ex presidenti del Consiglio». Una riflessione, la sua, che non si ferma al Pd ma si estende all’intero sistema dei partiti, anche se il Pd «per completare la fusione delle radici storiche che lo compongono , ha bisogno più degli altri di rinnovare i modelli di reclutamento della sua classe dirigente». Da qui l’esigenza «di un cambiamento radicale della vita del partito» verso una maggiore trasparenza ed efficienza. «Naturalmente questo può funzionare solo se si impongono durissime regole di pulizia e trasparenza nelle procedure di tesseramento».

Molti big del partito tacciono, alcuni come Merlo ci leggono un impallinamento del segretario. Beppe Fioroni apprezza i contributi, ma, dice, «ritengo che le formule organizzative e gli schemi gestionali non siamo mai una scorciatoia utile per risolvere i problemi». Il segretario Pierluigi Bersani, oggi risponde al Professore sullo stesso giornale, con un lungo intervento. «Organizziamo i partiti alla luce dello Stato che vogliamo», spiega, perché «oggi la scelta federalista per lo Stato può essere un progetto per una nuova unità o altrimenti per il suo affossamento». Bersani non vede affatto nell’intervento di Prodi un attacco alla segreteria, i suoi collaboratori spiegano che «il confronto sulla forma-partito è costante tra i due e lo sguardo va nella stessa direzione».

L’unica differenza è che i tempi di un partito non sono quelli puri della ragione. Maurizio Migliavacca, presidente della Commissione Statuto, a dicembre ha concluso la sua relazione che a giorni sarà sottoposta a tutti i componenti con le prime proposte di modifica. Definisce il contributo di Prodi «utile a disegnare una strada di riforme in senso federalista dello Stato e costruire un partito più radicato e capace di valorizzare dal basso le migliori esperienze». Quanto al ruolo chiave dei segretari, secondo Migliavacca, «è un disegno di lungo termine». Per il breve termine, il coordinatore della segreteria, nella sua relazione punta su un assetto del partito completamente federale; sulla selezione dei dirigenti dal basso verso l’alto e non soltanto viceversa come accade oggi; ad una maggiore trasparenza che passa attraverso un rafforzamento del Codice etico e un controllo dei bilanci economici dei candidati.

L’Unità 12.04.10