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"Fenomenologia dell'elettore scettico", di Ilvo Diamanti

ALLE regionali 15 milioni di elettori non hanno votato. È l’astensione più elevata del dopoguerra, considerando tutte le elezioni di rilievo nazionale dal ’46 ad oggi (referendum esclusi). Ma il fenomeno ha subito una accelerazione significativa nella seconda Repubblica. Se consideriamo le 13 regioni dove si è votato due settimane fa, la partecipazione è scesa dall’87% nel 1994 all’81% nel 2008 – alle elezioni politiche (3 punti in meno rispetto al 2006). Dal 75% nel 1994 al 70 % nel 2009 – alle europee (5 punti in meno rispetto al 2004). Infine, dall’82% nel 1995 al 64% del 2010 alle regionali (8 punti in meno rispetto al 2005). Insomma, a seconda delle elezioni, tra 2 e oltre 3 (anzi, quasi 4) persone su 10, ormai, non votano. E il dato si allarga nelle elezioni amministrative dei comuni oltre 15 mila abitanti, dove, in caso di ballottaggio, tra il primo e il secondo turno la percentuale di votanti scende ulteriormente.

Da ciò la tentazione di evocare un “partito dell’astensione”, considerando il non-voto come un voto. Il primo in Italia, viste le dimensioni. Per usare una formula nota (di Mario Caciagli e Pasquale Scaramozzino): il “voto di chi non vota”. Tuttavia, è difficile ricondurre quelli-che-non-votano a “un” partito, visto che sommano componenti molto diverse e contrastanti. Vi si incontrano: (a) quelli che non votano per forza maggiore; (b) le persone marginali – apatiche e disinteressate; (c) quelli che esprimono protesta contro il sistema; (d) quelli che non si sentono rappresentati; (e) quelli che, al contrario, si fidano, chiunque vinca; (f) quelli convinti che il loro voto non conti; (g) e quelli che, invece, intendono usare il voto come “ammonimento” ai partiti – soprattutto di governo. Sfruttando, a questo fine, le elezioni amministrative o europee.

Insomma, l’area dell’astensione si è dilatata, ma ha assunto, al tempo stesso, significati molto diversi. Tanto che la quota degli astenuti “per forza maggiore” – un tempo prevalente – oggi appare ridotta. Mentre è cresciuta quella degli “intermittenti” (come li definisce Paolo Segatti). Che scelgono “se” votare a seconda delle occasioni. Non è, ovviamente, un fenomeno solo italiano. Anzi. L’Italia è tra i paesi europei dove l’affluenza elettorale resta più elevata. Tuttavia, nel nostro paese, questa tendenza, negli ultimi anni, è cresciuta in modo rapido e impetuoso. Per alcune ragioni, in parte specifiche.

a) Il rovesciamento e il rimescolamento continuo del sistema partitico. Il che ha reso sempre più difficile non tanto identificarsi, ma almeno “affezionarsi” a un soggetto politico, visto il turbinio di sigle, aggregazioni e leader. Pensiamo al Pd, al Pdl. Alla galassia della Sinistra. Unico partito ad aver mantenuto lo stesso marchio dai tempi della prima Repubblica: la Lega. Non a caso, il prodotto più riconoscibile sul mercato elettorale.
b) Il cambiamento e la diversità delle leggi elettorali hanno disorientato l’elettore. La logica maggioritaria del voto utile ha, inoltre, spinto a votare per un partito o un candidato competitivo. Quindi, non sempre – e sempre meno – per quello più vicino.
c) La personalizzazione dei partiti, il declino dell’identità a vantaggio della fiducia, della partecipazione a favore delle tecniche di marketing. Hanno reso i “prodotti” del mercato elettorale volatili e deperibili.
d) Il mutamento della società, del contesto culturale e del territorio. Sottolineato dal profondo mutamento territoriale dell’astensione. Se consideriamo le 20 province dove alle regionali recenti il fenomeno è cresciuto maggiormente rispetto alle europee del 2009, solo 2 sono del Sud (Crotone e Avellino). Le altre sono del Centro-nord e comprendono realtà a forte tradizione democristiana (Sondrio) ma soprattutto di sinistra (Livorno, Rimini, Pesaro Urbino, Siena). Zone ad alta partecipazione, anche per questo colpite – più delle altre – dall’astensione.

Non è più corretto, quindi, considerare il “voto” come la “regola”, trattando il “non-voto” come un comportamento “deviante”. Quasi fossimo ancora al tempo delle fedeltà di partito. Perché quel tempo è finito. E quelle fedeltà si sono erose profondamente. Se utilizziamo una scala che misura l’orientamento degli elettori verso i partiti (sondaggio di Demos, febbraio 2009, campione nazionale rappresentativo, 1000 casi), la quota di coloro che esprimono vicinanza – e quindi appartenenza esclusiva – verso un solo partito appare molto ridotta. Intorno al 10% del totale, mentre il 20% si dice lontano da tutti. La maggioranza, invece, è costituita da elettori “tiepidi”. Incerti fra diversi partiti. Rispetto ai quali si dicono – più che vicini – “non lontani”. Incerti anche “se” votare. Si tratta, peraltro, degli elettori politicamente più interessati e informati. Da ciò il declino del senso di appartenenza; la disponibilità a cambiare voto e partito. Anche senza salti di schieramento, visto che alcune fratture restano. Una, soprattutto: scavata da Berlusconi. Tuttavia, in caso di elezioni amministrative, anche queste fratture scompaiono. E nello stesso giorno, gli stessi elettori, in elezioni diverse, possono decidere di votare per candidati di schieramenti opposti. A Venezia, a Lecco, come in numerosi altri comuni: per la Lega alle regionali e, al contempo, per un sindaco del Pd. Non era così nella prima Repubblica, quando tutti – o quasi – votavano sempre e allo stesso modo, in tutte le elezioni.

Oggi, invece, un’ampia quota di elettori decide di volta in volta. Per chi e “se” votare. Ciò costituisce un problema soprattutto per i partiti maggiori, frutto di aggregazioni complesse. Con un’identità opaca. Poco presenti nella società. Il Pd. E a maggior ragione il Pdl: il più colpito alle ultime elezioni. Ma nessuno ne è immune. Perché nessuno dispone di un elettorato fedele, come i partiti di massa della prima Repubblica. Neppure la Lega. Che dal 1992 ad oggi ha visto oscillare le sue percentuali di voto – oltre che il numero di elettori. Dal 10% al 4%. Per poi tornare al 10%. Non è stata la fedeltà a favorirne la risalita degli ultimi anni. Semmai, la capacità della Lega di intercettare domande locali, rivendicazioni territoriali, sentimenti di incertezza. Oltre all’insoddisfazione verso gli altri partiti. Ma ora che governa a Roma, in Veneto e nel Piemonte sfruttare i vantaggi di chi fa la maggioranza e l’opposizione, al tempo stesso: le riuscirà più difficile.
Il tempo dell’elettore fedele è finito. Siamo nell’era dell’elettore scettico. Non è privo di valori, non è senza preferenze politiche. Ma ha bisogno di buone ragioni per votare un partito o un candidato. E prima ancora: per votare.
La Repubblica 12.04.10

"Attacco frontale al Colle. Riforme ad alta tensione", di Marcella Ciarnelli

La tensione, avvertita ma latente, tra il Quirinale e Palazzo Chigi, finora rivelata in modo strumentale essenzialmente nei resoconti governativi, sta venendo fuori. E dal Colle trapela l’irritazione per quella che viene considerata, con preoccupazione, una falsa partenza della tanto decantata stagione della tregua e delle riforme.
Il presidente del Consiglio, incassati i risultati delle regionali, più volte ha dichiarato il suo impegno ad usare i prossimi tre anni, liberi da consultazioni nazionali, per approvare un pacchetto di riforme. Al premier interessa innanzitutto quella della giustizia, per i noti motivi, e, subito dopo, quella per aumentare i poteri del ruolo che ha in testa di andare a ricoprire finita l’attuale esperienza possibilmente investito direttamente dal popolo. Premierato, presidenzialismo. E’ tale l’ambizione da portarlo a contrapporsi ai precisi paletti che il presidente della Repubblica, anche in questi giorni, ha voluto mettere proprio a proposito delle priorità in tema di riforme. Napolitano a Verona ha invitato in modo esplicito ad applicarsi alle materie su cui il lavoro è già avviato, il compimento del federalismo innanzitutto, per cercare di portare il Paese fuori dalla crisi e a non andarsi a impelagare su altri argomenti, come quelli di una radicale revisione della forma di governo, su cui «negli ultimi anni non si sono però delineate soluzioni adeguate e praticabili».

Ma il premier l’invito non l’ha gradito. E, pur avendo sostenuto in un recente incontro al Colle di aver messo in agenda l’argomento solo «per fare un favore a Fini» essendo lui ben consapevole che «le priorità sono altre», in quel di Parma, davanti ai «colleghi» della Confindustria, si è esibito in un attacco frontale alle istituzioni di garanzia dello Stato, tutte, senza eccezione alcuna. Provocando la sdegnata reazione di Napolitano che ha chiamato il sottosegretario Letta, eterno parafulmine delle intemperanze verbali del premier, per comunicare tutta la sua sorpresa e indignazione, ricevendone immediate scuse. Finora solo le sue. Della vicenda ne ha riferito Eugenio Scalfari, forte delle confidenze di un autorevole amico intimo degli autorevoli personaggi al telefono, nel suo consueto editoriale della domenica.

I tempi La ricostruzione «temporalmente imperfetta», nella sostanza ripercorre l’iter degli ultimi scontri tra l’inquilino del Colle e quello di Palazzo Chigi che hanno portato alle scintille di queste ore. Gli episodi, dai primi di marzo ad andare in avanti, messi insieme danno il quadro esatto della situazione. Lo scontro, già noto, tra Napolitano e Berlusconi si verifica quando al presidente della Repubblica viene presentato un’inaccettabile stesura del decreto salva liste. In quella sede il premier mostrò già tutto il suo fastidio, riproposto poi a Parma, nei confronti «di quel controllo anche degli aggettivi» che il Capo dello Stato opera attraverso i suoi consiglieri. Gli stessi che vanno benissimo quando danno parere favorevole alla firma delle leggi e dei decreti. E non può essere che lavorino male solo quando il parere non è gradito. In quella sera di marzo si rischiò la possibilità che il decreto venisse presentato senza la firma di Napolitano. Poi si passò alla versione «interpretativa». E come si è andati avanti è noto. Berlusconi telefonò a Napolitano per chiedere scusa e poi, a elezioni concluse, il primo aprile, salì al Quirinale mostrando grande disponibilità sulle riforme che tanto stanno a cuore al Presidente nell’interesse del Paese che lui per primo rappresenta. In quell’occasione il premier ritenne ringraziò il suo interlocutore per aver annunciato la mancata firma alla legge sul lavoro solo ad urne chiuse. Nasce da questo comportamento discontinuo l’irritazione di Napolitano. E’ legata alla preoccupazione che non si lavori alle riforme. Che l’attacco frontale alle istituzioni, Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, Parlamento, magistratura, continui senza tregua. Tre anni sono troppi per reggere questa situazione. C’è il rischio di una pericolosa anticipazione, condizionata dai regolamenti di conti interni alla maggioranza e dai superpoteri che Berlusconi è convinto di avere. E di poter gestire.

L’Unità 11.04.10

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Bonaiuti: “La centrale di propaganda del Pd cerca di mascherare la verità la sinistra ha poca o nessuna voglia di confrontarsi sulle riforme

Nessuna reazione ieri, dopo il passaggio che Silvio Berlusconi ha dedicato alle riforme davanti alla platea di Confindustria. Iniziato con la lamentazione per i pochi poteri del governo rispetto al Parlamento, continuato con la promessa di una riforma fiscale e, in mezzo, le battute sulla sua insofferenza ai controlli sulle leggi della Consulta e del Quirinale. Parole non insistite ma che hanno creato stupore negli ambienti istituzionali e – come ha raccontato Eugenio Scalfari nel suo fondo domenicale su Repubblica – irritato Giorgio napolitano che ha chiamato Gianni Letta per protestare, ricevendone le scuse personali che sembrano non essere affato bastate al capo dello Stato.

E adesso, proprio sul punto delle garanzie, arriva l’attacco del Pd attraverso la capogruppo al senato Anna Finocchiaro: “Ieri il premier ha apertamente attaccato la Consulta e la presidenza della Repubblica, denunciando ancora una volta la filosofia che muove la sua volontà riformatrice. Questo Paese ha certo bisogno di riforme ma non di un potere senza controlli ed equilibri. È davvero difficile – dice la presidente del Pd a Palazzo Madama – pensare a un confronto con chi ha questa concezione della democrazia e delle Istituzioni”. Che nel merito contesta al presidente del Consiglio di proseguire con una politica di “annunci e alla confusione, sempre sulla base del suo tornaconto propagandistico. Però, quello che, nelle parole del premier, non cambia mai sono gli attacchi che egli sferra agli organi costituzionali e di garanzia”.

L’ultimo attacco, dicevamo, ieri in Confindustria: “Ogni provvedimento governativo ha detto – viene preliminarmente sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff che ne controlla addirittura gli aggettivi”. Parole che – rivela Scalfari nel fondo su Repubblica – arrivano alle orecchie di Napolitano che si fa chiamare Gianni Letta al telefono. Ricevendo di risposta un: “Non sapevo nulla. Ho udito anch’io. Le faccio le mie personali scuse”.
Nella ricostruzione di Scalfari la risposta del Presidente è stata: “Le scuse personali non risolvono la questione. Se non si trattasse del presidente del Consiglio ma di una qualunque altra persona dovrei dire che siamo in presenza di un bugiardo che dice una cosa al mattino e fa l’opposto la sera oppure d’una persona dissociata e afflitta da disturbi schizoidi”.

Bonaiuti attacca la sinistra. Le critiche democratiche al premier seguite all’editoriale di Scalfari provocano la polemica reazione di Paolo Bonaiuti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio. “La centrale di propaganda del Pd cerca di mascherare la verità: la sinistra ha poca o nessuna voglia di confrontarsi sulle riforme, perchè non riesce a trovare l’accordo tra le sue mille anime”.

La Repubblica 12.04.10

"L'intellettuale ironico che raccontava il pop", di Michele Serra

Dicono gli amici più vicini che la bella testa di Edmondo, negli ultimi mesi di faticosissima malattia, trovasse requie, e perfino felicità, solo nella scrittura. La cosa non sorprende. La testa di Edmondo era così piena di oggetti, di persone, di pensieri, che non poteva certo starsene in balia del male, a rimuginare sugli orribili impicci che ostano alla nostra libertà di pensare, e ai pensieri dare un senso, un ordine, una dignità formale.
La testa di Edmondo era speciale: difficile da padroneggiare, immagino, anche per lui che ne era il padrone. Era la testa di un accademico, ben strutturata attorno allo studio, politologia, sociologia, la politica dottrinaria, la storia del pensiero. Ma era piena di finestre spalancate sulla vita “normale”, la sua, la nostra.

Le canzoni, il calcio, la televisione, quello che oggi si chiama genericamente “pop”, erano per Edmondo materia di incessante curiosità, di partecipazione emotiva e razionale. Un intellettuale rigoroso che non diminuisce il suo calibro culturale solo perché la materia è vile e allegra, e parla di Mariolino Corso e di Pareto, dell’Equipe 84 e di Bauman, con lo stesso rispetto per i materiali della vita: questo era Edmondo Berselli, una smentita vivente della maniera appartata e schizzinosa con la quale il colto rischia sempre di guardare al “volgare”. E al tempo stesso – e qui stava il difficile – uno che anche quando divagava lungo i margini più spensierati e leggeri della cultura di massa, non cadeva mai nel cosiddetto “cazzeggio”, orrida parola che serve soprattutto a “prendere le distanze”.
La distanza, per Edmondo, era sempre la stessa: le cose si guardano (tutte) perché ci stanno di fronte. Si deve “scendere verso terra e trovare le soluzioni lì dove le stai cercando, nei labirinti del quotidiano, tra le alternative intrinseche della realtà”: così ha scritto nel suo ultimo libro, partorito già in malattia, sul suo cane Liù, riflessione intensa, divertente, gentile sui complicati rapporti tra i viventi, compresi quelli che per farsi capire possono solo abbaiare. Bene la teoria, bene conoscere i testi sacri e padroneggiare i classici: ma la realtà è solo “lì dove la stai cercando”, “verso terra”, ed è con il colossale groviglio della società di massa, è con il brulicare degli esseri viventi che ognuno di noi deve fare (umilmente) i suoi conti.

Quando lessi il suo libro (molto partecipe) sull’Emilia rossa, Quel gran pezzo dell’Emilia, gli feci notare, con scherzosa indignazione, che si era dimenticato di citare, nel suo enciclopedico percorso tra le persone e le cose della sua terra, la diva del cinema erotico soft Carmen Villani, che fu popolarissima verso la fine dei Settanta. Mi sembrò seriamente colpito da una chiosa così minima, e così poco nevralgica. Perché per lui il “pop” meritava lo stesso interesse di altre emerite rassegne di studiosi e di testi importanti. E molte delle sue energie, da adulto di successo, le ha dedicate all’inventario delle canzoni, alla critica televisiva, al racconto meditato dei suoi anni di formazione (gli anni del beat, i luminosi Sessanta non ancora incattiviti dall’ideologia), alla collaborazione teatrale con il suo amico Shel Shapiro, a un viaggio televisivo lungo i percorsi “padani” da restituire urgentemente a una memoria più serena e profonda, parlando più di Guareschi e Bertolucci, magari, che delle camicie verdi e degli ultimi ritrovati di una tradizione inventata.

Era un provinciale di mondo. Amava profondamente la sua Modena. Flessioni quasi impercettibili di quella parlata resistevano nella sua voce colta: no, non è necessario essere teatralmente, ruvidamente “indigeni” per avere una forte identità territoriale. Lo vidi l’ultima volta nella stazione di Brescello, il paese di don Camillo, per una chiacchierata televisiva su Guareschi e la sua Bassa, in un pomeriggio di novembre fradicio e freddo che più bassaiolo di così non si poteva. Non era mai invasivo, mai saccente, mai cattedratico, nei suoi confronti era difficile nutrire soggezione anche pensandolo direttore del Mulino, capo di un cenacolo tra i più autorevoli del Paese. Scriveva benissimo, una prosa ricca, allusiva, fulminante negli incisi, e se non tutti i savants diventano bravi giornalisti è probabilmente perché mancano della sua quasi infinita elasticità di pensiero, indispensabile per adattare all’uso quotidiano pensieri raccolti leggendo la saggistica pesante. Divagante, spiritoso, acuto, leggerlo non era mai un’esperienza scontata. In ogni editoriale, in ogni libro, si indovinava una diffidenza radicata verso l’eccesso di pathos, i sentimenti incontrollati. Non infiammabile, non infiammava mai: ragionava, con un piglio quasi anglosassone molto raro dalle nostre parti. Una “freddezza” continuamente corretta dallo humour, dall’intelligenza, dall’amore per la realtà.

Leggendo il suo Liù, che è quasi un testamento intellettuale, si capisce che molto del suo aplomb era dovuto a un profondo pudore. Il libro si chiude con una straordinaria mozione degli affetti, un lunghissimo elenco di amici e di luoghi, di persone e di città italiane, che adesso ci commuove profondamente. È un bell’elenco, in fin dei conti consolante, che racconta un’Italia migliore di come la pensiamo nel nostro ordinario malumore: sapeva vederla. Edmondo era un realista, ma non un pessimista. La fatica di capire, non certo la smania di giudicare, è stato il suo grande merito di intellettuale e di giornalista. Ci mancherà moltissimo, ci mancheranno i suoi nervi saldi, il suo rispetto per le piccole cose, la sua amicizia discreta, la misura di una scrittura che non si lascia mai sopraffare dalla realtà perché non la ripudia e non la bestemmia: la guarda, la vede, la accetta. Più difficile per noi accettare che Edmondo non ci sia più. Nel “labirinto del quotidiano”, sapere che uno come lui stava cercando di orientarsi ci faceva sentire meno soli, e meglio accompagnati. Guardando una partita di calcio, ascoltando una canzone di Guccini o discettando sulla crisi della sinistra, continueremo a sentirlo nostro coetaneo, nostro amico, nostro compagno di viaggio.

La Repubblica 12.04.10

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“L’alto e il basso con naturalezza”, di MARIO CALABRESI

Edmondo Berselli aveva due grandi doti non comuni: l’ironia e l’originalità. Era una persona che valeva la pena conoscere e avere la fortuna di incontrare, anche solo per pochi minuti in mezzo a una strada. In quattro frasi riusciva a illuminare una giornata e a sintetizzare tutto quello che c’era da ricordare dei giornali di quella mattina. Saltava da un argomento all’altro, mescolando l’alto e il basso con naturalezza, spiazzandoti continuamente con i suoi guizzi; ti parlava di una canzone, poi scartava sulla politica per chiudere con un pettegolezzo fulminante. Sottolineava questa brillantezza e il suo estro con un’impercettibile irrequietezza del corpo e con un continuo muoversi in treno per l’Italia, quasi un modo per dare sfogo a tutta l’energia che attraversava la sua testa.

Aveva un modo di pensare libero, mai stereotipato: aveva le radici in una terra di valori solidi e pensiero unico come l’Emilia, di cui manteneva la cadenza dialettale come vezzo, ma a lui piaceva scartare e dissacrare, rompere il conformismo e salutarti con una battuta feroce che ti rimaneva in testa per tutta la giornata.

La Stampa 12.04.10

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Diretto, ironico, soprattutto emiliano autentico. È morto lo scrittore Edmondo Berselli

Diretto, ironico, inimitabile. Tutto vero. Per Edmondo Berselli, però, basterebbe con un solo aggettivo: Doc. Emiliano autentico. Non solo le sue radici. Ma come le sue passioni. Il giornalismo, prima di tutto. Declinato nei suoi interessi e nei suoi linguaggi. La politica e cultura, certo. Ma anche la televisione e lo sport. Intellettuale e popolare. Emiliano, appunto.

L’ultima rubrica televisiva su l’Espresso l’aveva dedicata al commissario Coliandro, una fiction su un commissario un po’ pasticcione e poco “poliziesco” nel senso classico del termine: «Coriandolo» così lo aveva subito ribattezzato. Lui che degli italiani aveva imparato benissimo a riconoscerne e a raccontarne (senza mai diventare “bacchettone”) quegli aspetti caratteriali, che per molti sono vizi e che invece nella sua penna si trasformavano in coriandoli, pesanti ma coriandoli. Come quando sul nostro giornale, scrivendo di Sanremo, il 27 febbraio del 2000 fotografava l’«autobiografia di una nazione».

Nei suoi quattrocento articoli, scritti per «Il Sole 24 Ore», Berselli aveva saputo tenere insieme un’analisi fine e mai scontata sui temi alti con la diagnosi degli umori e dei mutamenti della cultura di massa. Alto e basso a braccetto. Scrittore e conduttore televisivo: nella sua ultima esperienza sul piccolo schermo aveva condotto per la Rai «Giù al Nord», un viaggio nella questione settentrionale raccontato anche attraverso la storia della televisione italiana.
La sua casa politica di riferimento era la sinistra. Eppure non è mai stato indulgente con tutti i leader che quello schieramento ha espresso. Berselli era così: emiliano e coriandolo.

Il Sole 24 Ore 12.04.10

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“Addio a Edmondo Berselli, biografo acuto di un paese impazzito”, di Gianni Sofri

È difficile tratteggiare in poco spazio la figura di Edmondo Berselli, scomparso ieri a Modena, dopo una lunga malattia, a 59 anni. Intanto, Berselli era una figura di intellettuale poliedrico, non classificabile ed etichettabile. Era stato editore, giornalista, scrittore, ma senza permettere ad alcuna delle sue attività di diventare esclusiva, di fare di lui uno specialista, meno che mai accademico. Berselli scriveva sempre per tutti: non, come a volte accade, per i colleghi intellettuali. E tuttavia era capace di entrare di volta in volta nei campi della sociologia o della politologia, portandovi contributi originali e stimolanti. Nessuno ha saputo descrivere meglio di lui l’Emilia, sua regione di nascita, e pochi sapevano come lui descrivere l’evoluzione sempre più rapida di una società nazionale per la quale ogni giorno di più si rivelano inadeguati gli schemi tradizionali. Di quegli schemi appunto Berselli era insofferente, e li faceva oggetto di attacchi polemici più spesso ironici che aspri e gridati. In questo, era coerente con il suo carattere, beffardo e pungente, ma mai aggressivo.

Molto emiliano, verrebbe fatto di dire; e anche di vedere, dietro la sua ironia caustica eppure bonaria, la regione di Zavattini e di Fellini. Dei quali condivideva anche, in qualche modo, la nostalgia di un mondo perduto. Berselli era peraltro affascinato da ogni aspetto della cultura popolare, e questo gli permetteva di affiancare all’analisi politica più severa lo studio delle canzoni o quello del calcio: il libro su Mariolino Corso, Il più mancino dei tiri (il Mulino, 1995) resta, per la ricchezza delle suggestioni, uno dei suoi più belli. Ma i suoi libri sono tanti che non è possibile ricordarli tutti. Solo qualcuno, tra i più noti e felici: Canzoni, storie dell’Italia leggera; Venerati maestri; Sinistrati. Storia sentimentale di una catastrofe politica. E il più commovente di tutti: Liù. Biografia morale di un cane, che Edmondo ha scritto lo scorso anno in ospedale, quando già la malattia ne aveva minato la salute e le forze, ma senza fermare, anzi quasi accentuando la voglia di scrivere. Chi non lo sapeva direttamente, non poteva immaginare, leggendolo così di frequente, che Edmondo fosse gravemente malato. Io stesso, quando lo seppi, feci fatica a crederci. E rimpiango di non avergli scritto almeno una mail, per quel timore un po’ codardo che si ha in questi casi, di disturbare.

In realtà, negli ultimi tempi, la scrittura lo teneva in vita, e con l’approssimarsi della fine si faceva di giorno in giorno più essenziale. Nel libro su Liù si guarda alla realtà attraverso gli occhi di un labrador entrato con gioiosa prepotenza nella vita della famiglia, e la cui presenza attira l’attenzione sul mondo degli affetti e dei semplici oggetti della vita quotidiana: quasi un messaggio di saluto, ultimo ma sereno. I libri di Berselli sono stati pubblicati inizialmente, e per molti anni, dal Mulino; poi, dal 2003, da Mondadori. Ma del Mulino Berselli fu non solo un autore, ma un collaboratore importante per molti anni. Vi entrò assai giovane, nel ’76, come correttore di bozze, e tre anni dopo vi fu assunto come redattore.

La sua carriera all’interno della casa editrice lo portò alla direzione dell’ufficio stampa, poi della rivista (fino al 2008). Ma in parallelo si svolse la sua attività di editorialista. Cominciò nel 1986 con La Gazzetta di Modena, per continuare poi con Il Resto del Carlino, Il Messaggero, La Stampa, Il Sole 24 ore. Alla fine degli anni novanta aveva incominciato a collaborare anche con l’Espresso e un po’ più tardi, sempre più intensamente, con la Repubblica. Edmondo lascia la moglie Marzia, grande, preziosa accompagnatrice di una vita.

L’Unità 12.04.10

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“Berselli, la musica dell’Italia leggera. Canzoni per raccontare un Paese”, di KATIA RICCARDI

“QUEST’UOMO mi ha cambiato la vita”, ha detto di lui commosso Shel Shapiro, il cantautore e storico leader dei Rokes con il quale Edmondo Berselli ha passato questi anni scrivendo e raccontando gli anni Sessanta attraverso la musica che ne ha colorato il senso. Musica musa di eventi e versi per cantare la storia, e dargli un senso. Così Berselli ha descritto un Paese che non poteva essere sezionato, né diviso. Veloce, ironico, preciso e appassionato di musica tanto da scrivere libri sulle canzoni e sui cantautori. Di quelli che qualcosa avevano da dire, di quelli che avevano detto la loro opinione, cantandola. Guccini, che cantò la sua Modena, la “piccola città, bastardo posto” dove Berselli passò l’adolescenza. E poi le poesie De André, i fermimmagine di De Gregori, gli esperimenti di Battiato, il male di Tenco. Le gambe lunghe di Celentano anche. Berselli avrebbe potuto consigliare i mille dischi da avere, non l’ha mai fatto. Le liste restano liste senza parole. Nell’ultimo periodo gli anni Sessanta sono rientrati nella sua vita e dalla sua vita sono usciti di nuovo fuori graffianti, senza nostalgia. Berselli quegli anni li ha raccontati perché servissero a evidenziare il più cauto silenzio degli ‘Zero’. “Confesso. Mi arrendo senza condizioni” scrive su la Repubblica il 19 dicembre 2009. “Ammetto che non appena qualcuno accenna alla top ten delle preferenze, musicali, cinematografiche o letterarie, un velo oscuro precipita nella mia mente. Non ricordo nulla. Degli ultimi dieci anni, poi. Buio assoluto sugli Anni Zero (oppure anche zero assoluto sugli anni del buio). Mi sembra che niente degli ultimi anni possa essere ricordato”.

Non solo canzonette, Berselli era affascinato dalle canzoni vere. E così s’intitola un suo libro uscito nel ’99 e riedito in una versione più arricchita nel 2007. Canzoni. Storia dell’Italia leggera (ed. Il Mulino). La storia si può cantare, con Mina e il beat dei capelloni, con Mogol, Battisti, Vasco Rossi e Baglioni, fino a Max Pezzali. Era legato al beat perché “felicemente eclettico negli stili, nei suoni, nei colori, eclettico nei modi di comportarsi, di pensare, di agire” e Berselli raccontava atmosfere, pensieri e parole da cucire insieme a finezze analitiche e ritornelli pop. Nello stesso anno esce anche Adulti con riserva. Com’era allegra l’Italia prima del ’68 (ed. Mondadori), la prima versione di quello che in seguito proprio con Shapiro è diventato un progetto tridimensionale, uno spettacolo teatrale, un Dvd, un Cd. Da toccare, guardare e ascoltare. Perché oggi la parola scritta parla troppo piano. Un tempo Bob Dylan, Beatles e Rolling Stones erano in grado con la musica di muovere le teste, non solo a ritmo, anche in alto, verso la visione più assoluta di un sogno. A renderla reale, politica, come successe nel Sessantotto, quando le opinioni presero il sopravvento sulla fantasia. Eppure gli anni Sessanta restano una stagione di un’istante, un lungo istante che ha dato forma al futuro. Berselli ne ha parlato con affetto distaccato. Da giornalista, da osservatore, senza variazioni fantastiche. Ma attraverso fatti, linee precise, messaggi. Ecco Modugno che irrompe sulla scena musicale con “Volare”, mentre arrivano le inchieste di Giorgio Bocca sul Giorno. Tutto unito, un solo disegno, che suona, o che si contorce e che poi va anche a votare. Berselli ne ha descritto i colori dopo il grigiore dei Cinquanta prima di quello degli anni che viviamo. Oggi che la politica non nutre più alcuna fantasia di ribellione. La cultura di oggi resta il prodotto di quella accelerazione, di quello stato d’animo in cui sembrava, per la prima volta, che ci fosse spazio per un’attesa.

Non era un sognatore, ma Berselli i sogni li sapeva raccontare. E parlare con qualcuno che non fosse un ‘critico’ era importante anche per chi gli concedeva le interviste sapendo che la giusta distanza tra artista e giornalista lui l’avrebbe rispettata. Facendone la sua forza, penna contro plettro. Con ironia. “Noi giornalisti siamo una comunità di maldicenti privati e di elogiatori pubblici. Sparliamo dei personaggi famosi e ne scriviamo bene”, disse alla conferenza stampa di presentazione di un suo libro al Mulino. Berselli la musica la ascoltava senza criticarla. Il criticabile era solo un altro aspetto della società. Con Shapiro ha scritto Storie sogni & Rock’n’roll (2007 Promo Music – Corvino Meda Editore). La storia è diventata morbida con l’accento inglese del cantante dei Rokes, che l’ha riportata in vita a tre dimensione come oggi si usano gli occhialetti per andare al cinema. E i suoni che Berselli ha preso e messo in fila sono diventati gli strumenti per raccontare quel passato nato per essere usato contro il conformismo, le convenzioni e le abitudini. Nel 2009 la precisazione. Con …Sarà una bella società (2009 Promo Music – Corvino Meda Editore ) tornano più forti gli slogan e le strofe delle canzoni interrogano la nostra società. Quello di Berselli è un invito, lo è sempre stato. A ritrovare i pensieri e i sentimenti di allora per cercare, come ha scritto “nelle canzoni di oggi una consapevolezza altra, che ci aiuti a guardare al futuro”.

La storia non si ferma, non si è fermata mai. Era questo il bello, questo il gioco e Berselli raccontava il presente. Recessione, crisi, ogni cosa poteva avere un senso, lo stesso, vista da caleidoscopi diversi. Anche i Rokes piangono, scriveva nel 2009 su la Repubblica. Saper raccontare la storia usando pennarelli sempre diversi gli fece vincere la seconda edizione del premio “Viareggio Terzapagina”. Il riconoscimento istituito per ricordare la figura di Cesare Garboli che viene attribuito sulla base degli articoli di giornalismo culturale pubblicati sui più importanti quotidiani e riviste. Edmondo Berselli è stato scelto per i pezzi intitolati «Lambretta» e «Mamma», pubblicati su la Repubblica. Questa la motivazione: “con arguzia e sapienza di scrittura viene ricostruita la storia di due miti fondanti della cultura nazionale del dopoguerra”. Senza giudizio, apparente, Berselli ha cantato molto forte. Senza esagerare, senza stonare, senza lasciare scie di nostalgia. Nelle ultime righe di Adulti con riserva, scrive: “Anch’io voglio guardare con ottimismo al futuro. Abbinare un colore al senso delle cose che cambiano. Anch’io voglio continuare ad avere una speranza; o magari due o tre. Perché anch’io sono un bambino degli anni Sessanta. Perché anch’io sono un eclettico”.

La Repubblica 12.04.10

qui tutti gli articoli di Edmondo Berselli su L’Espresso

"Con quel contratto unico d’ingresso la precarietà cresce", di Davide Imola

Nei giorni scorsi è stato presentata al Senato una proposta di legge sul Contratto Unico d’Ingresso (CUI) come la proposta riferibile al professor Boeri per il superamento del dualismo del lavoro e della precarietà.
Leggendo il testo di legge sul CUI viene spontaneo dire che le operazioni di riscrittura dei diritti del lavoro dovrebbero almeno avere la decenza di non essere spacciate per un aiuto ai precari.
Nel testo proposto, infatti, rimangono tutte le forme di lavoro precario oggi presenti e, in più, si amplia l’utilizzo dei Contratti a termine (oltre 2 milioni e 300mila) introducendo anche la bizzarria di un criterio di reddito a giustificazione del termine (si può fare sopra i 25mila euro riproporzionati per i part time).
A questo si aggiunge il CUI come nuova forma di precarietà all’armamentario già esistente. Inoltre: a) I CUI sono possibili anche per le aziende che fanno licenziamenti o cassa integrazione potendo sostituire lavoratori tutelati con altri non tutelati.
b) Ogni rimando contrattuale alle parti sociali ha sulla testa una spada di Damocle lasciando, dopo pochi mesi, alle imprese la possibilità di fare ciò che vogliono.
c) Non si supera il dualismo di tutele tra piccole e grandi imprese ma si estende anche alle grandi imprese quanto previsto nei licenziamenti per le piccole aziende.
d) Il CUI è un periodo di prova di tre anni con licenziamento «ad nutum» perché privo di motivazioni.
e) Si inventa il salario minimo per legge sovrapposto ai contratti nazionali di lavoro. Se non è alternativo a quello previsto dai contratti a cosa serve? Non esiste al mondo un salario per legge che sia superiore a quello previsto dai contratti di lavoro. Il salario minimo non potrà, quindi, che essere più basso di tutti i salari contrattuali perché, in caso contrario, si metterebbero fuori mercato interi settori merceologici. Inserendo un salario minimo legale senza che i contratti abbiano in Italia valore «erga omnes» e non solo per i settori scoperti da contrattazione collettiva, come sarebbe stato ragionevole, si dà la possibilità a chi vuole evitare di applicare i contratti di lavoro di farlo liberamente rimanendo in regola con la legge perché applica il salario minimo.
f) Nella proposta di CUI si prevede un superamento dei rapporti parasubordinati facilmente aggirabile, perché unicamente legato a chi ha un reddito superiore ai due terzi con un unico committente ma se ha più datori di lavoro, oppure guadagna più di 30mila euro o se ha l’obbligo di iscriversi agli ordini professionali rimane precario a prescindere dalla qualità del rapporto di lavoro. Inoltre, se rientra nei limiti, l’azienda deve assumere il parasubordinato retroattivamente come fosse stato subordinato ma può licenziarlo nei tre anni perché lo assume con il CUI e senza garanzie.
Il Contratto Unico di Ingresso assomiglia, per taluni aspetti, alle proposte sulla flexsicurity ma solo con la flex e senza la parte security costituita dalla ricollocazione al lavoro e dalla formazione. Questa proposta non affronta il nodo che è la fuga dal «costo dei diritti», su cui si sono attestate molte imprese italiane producendo anche la perdita di vigore della nostra competizione.
Non si può prescindere, nel nostro Paese, da una proposta che protegga i lavoratori riducendo realmente i contratti precari,ma che, al contempo, dia forti incentivi economici alle imprese rendendo più conveniente e meno costoso rispettare i diritti.
Mi auguro che il Pd sappia scegliere altre soluzioni tra quelle già in campo senza mettere in concorrenza i diritti dei padri con poco credibili migliori condizioni dei figli
L’Unità 08.04.10

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Interviene dalle pagine de L’Unità dell’11.04.10 Pietro Ichino

Caro Direttore, intervengo per rispondere sia alla lettera a Michele Tiraboschi di m.m.v., sia all’articolo di Davide Imola pubblicato sull’Unità di giovedì scorso.Nessun dubbio sul fatto che dobbiamo inscrivere le riforme della regolazione dei rapporti di lavoro dentro una più generale “strategia alta” di crescita dell’Italia. Ma come possiamo pensare a una “strategia alta” che sostanzialmente rinunci a superare il dualismo del nostro mercato del lavoro?
La lettera a Tiraboschi di m.m.v., lavoratore “di serie B”, e ancor più le analoghe lettere che potrebbero scriverci i milioni di giovani lavoratori di serie C (“partite iva” economicamente dipendenti, ecc.), ci pongono questa domanda: “quale posizione ci riservate nel vostro progetto per dare maggior valore al lavoro degli italiani”? La risposta che finora siamo riusciti a dare a questa domanda è: parificazione dei costi del lavoro “atipico” rispetto a quelli del lavoro subordinato regolare e un modesto trattamento di disoccupazione in caso di cessazione del rapporto; ma, per il resto, mantenimento dell’esclusione dal campo di applicazione del diritto del lavoro. Come se trent’anni fa in Sud Africa si fosse risposto ai neri offrendo un ampliamento delle zone riservate a loro negli autobus e un miglioramento dei sedili, ma mantenendo per il resto il regime di apartheid.
Questa è sostanzialmente la risposta che diamo a milioni di “atipici”, alle nuove generazioni di lavoratori, se rimaniamo fermi sulle vecchie posizioni. Qualche piccola concessione, ma non la soluzione del problema.
Il disegno di legge di Paolo Nerozzi (n. 2000/2010) e i miei (n. 1481 e 1873/2009) si propongono invece proprio questo: un diritto del lavoro per le nuove generazioni che segni la fine del regime di apartheid. Non toccano l’articolo 18 per chi oggi ne gode: nessuno vedrà modificato il regime di tutela oggi goduto. Questi progetti intervengono soltanto sui rapporti di lavoro destinati a costituirsi da qui in avanti, offrendo a tutti i lavoratori in posizione di dipendenza economica (proprio tutti, compresi quelli che oggi sono a “partita iva”) l’articolo 18 contro le discriminazioni e contro il licenziamento disciplinare ingiustificato, e ridisegnando soltanto la tecnica di protezione per il licenziamento di natura economica od organizzativa. Il progetto Nerozzi applica questo regime per il licenziamento economico soltanto nei primi tre anni del rapporto; il mio progetto lo applica invece stabilmente, ponendo a carico dell’impresa una protezione economica per il lavoratore licenziato, ai livelli massimi che si offrono oggi nello scenario internazionale. Dunque, drastico ampliamento del campo di applicazione dell’articolo 18 per la parte relativa a discriminazioni e licenziamento disciplinare, e introduzione, nello stesso campo allargato, di una protezione forte contro la perdita del posto di lavoro per ragioni economico-organizzative; davvero possiamo chiamare questo, come fa Davide Imola, “una nuova forma di precarietà”? Come si fa a sostenere che questa scelta comporterebbe una riduzione dei diritti per chi oggi ne gode, quando invece queste posizioni non verrebbero neppure toccate? E come si fa a sostenere che non ne deriverebbe alcun vantaggio per gli attuali “atipici”, quando invece d’ora in poi essi, tutti, si vedrebbero estendere un insieme di protezioni che si colloca ai livelli più alti su scala mondiale? Ogni progetto è perfettibile, ovviamente; ma occorre che incominciamo a discuterne in modo più sereno.
Un’ultima osservazione, questa riferita soltanto al mio progetto di riforma e non al progetto Nerozzi. Uno dei problemi cruciali per il rilancio dell’economia italiana è quello di favorire lo spostamento di investimenti e lavoro dai settori in declino a quelli che hanno maggiori potenzialità di sviluppo, azzerando i costi sociali di questo trasferimento. La riforma che propongo mira ad agevolare la scelta di ristrutturazione (sottraendola a una verifica giudiziale dall’esito comunque aleatorio e della durata di molti anni), ma mira al tempo stesso a responsabilizzare fortemente l’impresa circa il sostegno del reddito dei lavoratori coinvolti e la loro ricollocazione. I lavoratori di Termini Imerese, o di Eutelia, e i tanti altri che oggi rischiano di perdere il posto per chiusura o ridimensionamento della loro azienda, ma anche tutti gli attuali lavoratori di serie B o di serie C, sono più garantiti dal regime attuale, o da un regime che offre a tutti una protezione forte contro le discriminazioni e, in caso di licenziamento per motivi economici, senza bisogno di giudici e avvocati, obbliga in ogni caso l’impresa a offrire loro servizi efficienti per la ricollocazione e comunque a erogare loro un trattamento complementare di disoccupazione di livello scandinavo, che copra fino a tre anni dal licenziamento?

Edmondo Berselli, il ricordo di Stefano Bonaccini

Il segretario del PD dell’Emilia – Romagna: “Ogni suo passo è stato un passo
sempre attento alla sua, alla nostra terra. in un rapporto unico”. “Ci mancherà, Edmondo Berselli. Ci mancherà tantissimo. Mancherà all’Italia e mancherà a noi dell’Emilia-Romagna che avremmo tanto bisogno di lui e di gente come lui. Sapeva tramutare la politica in piacere e mettere la politica fra i piaceri della vita. Ce lo ha insegnato, cerchiamo di non dimenticarcelo.
Lo avevamo cercato poco prima della Pasqua dell’anno scorso, quando si ragionava sul Comune di Modena, della sua cultura, dei progetti. Aveva un maledetto mal di schiena. Parlammo di politica e di vita. Insieme. Ogni suo passo è stato un passo sempre attento alla sua, alla nostra terra. in un rapporto unico. Se esiste un insegnamento e un grazie è per questo. Grazie, Berselli ”

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico … nelle Indicazioni dei Licei

Un ritorno al liceo anni cinquanta.
In sala insegnanti i più giovani stanno calcolando le ore dei nuovi licei. Chi salterà il prossimo anno? La professoressa Orsoni non ha questi problemi, è tra le prime in graduatoria, un anno ancora poi l’agognata pensione. Può ignorare i quadri orario e “godersi” le nuove Indicazioni.

Gli occhi vanno veloci al programma di letteratura italiana, il solo che tutti a scuola sanno comparare con l’esistente. Se si parla di equazioni, per carità …, ma di letteratura chi non si ricorda le “Tre Corone”? “Dante, Petrarca e Boccaccio”; “Ariosto, Macchiavelli e Tasso”; “Goldoni, Parini e Alfieri”; “Foscolo, Manzoni e Leopardi”; “Pascoli, Carducci e D’Annunzio”.

Legge….

Un brivido lungo la schiena, un’emozione intensa.
Chiude gli occhi. I suoni, i rumori, le voci scompaiono.
Una porta si apre e si richiude, 31 alunni scattano silenziosi in piedi.
Che fascino quel professore, classe 1920, che voce calda e pastosa …
“Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti …”
Li rivede tutti, i compagni; riaffiorano tutte, le ansie, le risate, le sofferenze, le gioie. E gli odori.

“Dobbiamo finire le rubric e le prove standardizzate per la certificazione delle competenze!” sta tuonando la giovane collega Maggioli.

Di colpo la professoressa Orsoni da quella mitica 1^ A di quasi 50 anni fa è catapultata in Sala Insegnanti modello 2010. Un balzo che stordisce.

Guarda la collega infervorata sulle competenze, sorride, non dice nulla, non vuole deludere gli ardori di questi giovani insegnanti impegnati. Ma in cuor suo se la ride, lei a questa storia delle competenze non ha mai creduto. E a settembre torneranno i programmi, se Dio vuole, i soliti bei compiti, le belle interrogazioni, i bei voti numerici. Ma che rubric, ma che punteggi in prove standardizzate! Divagazioni, solo divagazioni insensate.

E rilegge, ora ad occhi aperti, quel bel programma di letteratura italiana dei Nuovi Licei che è proprio identico a quello che studiò lei al suo liceo, di cui le è rimasto impresso soprattutto il professore, bello e fascinoso come Clark Gable.

Il programma di letteratura italiana dei nuovi licei
LICEI (Tutti) PRIMO BIENNIO
Letteratura Italiana
(………………………………………………………………..)
Il primo anno comprenderà l’incontro, attraverso traduzioni italiane, con porzioni significative di opere che siano insieme fondative per la civiltà occidentale e radicate − magari in modo inconsapevole − nell’immaginario collettivo, così come è andato assestandosi nel corso dei secoli (l’Iliade, l’Odissea, la tragedia attica del V secolo, l’Eneide).
Nel secondo anno si dovrà affrontare la lettura dei Promessi Sposi del Manzoni, ossia di un grande classico che, oltre all’eccellenza artistica (e alla ridotta distanza linguistica rispetto alla competenza media di un adolescente), rappresenta un momento centrale dell’identità culturale italiana.

Alla fine del primo biennio si porranno le basi per lo studio storico della nostra letteratura, tracciando un quadro, agganciato ad alcune letture di testi, dell’ambiente culturale che vide sorgere le prime importanti espressioni letterarie italiane: la letteratura religiosa, i siciliani, i siculo-toscani.

Il 2° biennio ha lo stesso grado di innovatività:
“Dante, Petrarca, Boccaccio”; “Ariosto, Machiavelli, Tasso”; “Goldoni, Parini, Alfieri”; “Foscolo, Manzoni, Leopardi”;

E il 5° anno non è da meno:” Pascoli, Carducci e d’Annunzio”; “Verga, Svevo e Pirandello”, “Montale, Ungaretti e Saba”. Poi la lirica post-ermetica, quindi Calvino, P. Levi, Fenoglio, Gadda e altri autori a scelta dalla stagione neorealistica ad oggi, con possibili letture anche di pagine dei maggiori dialettali dell’Otto e del Novecento.

E sull’orario di lingua e letteratura italiana: dal classico al musicale, dallo scientifico all’artistico, 132 ore annue (4 ore settimanali) per ciascuno dei 5 anni, rigorosamente uguali per tutti i licei.

In tutto questo c’è una cosa molto preoccupante: il lavoro fatto per le indicazioni degli istituti tecnici non solo non ha prodotto nessuna contaminazione nei confronti dei licei, ma sta succedendo il contrario. E’ gia stato detto che le indicazioni dei tecnici saranno costruite su quelle dei licei e naturalmente anche quelle dei professionali …

Un cambio di egemonia: il fallimento della pedagogia progressista
Non vi è dubbio che si sia chiusa un’epoca. L’epoca che a partire dalla media unica e dalla Legge 4 agosto 1977, n. 517 (“Norme sulla valutazione degli alunni e sull’abolizione degli esami di riparazione nonché altre norme di modifica dell’ordinamento scolastico”), ha visto l’elaborazione e l’avvio di innovazioni anche coraggiose nel primo ciclo.

Quella stagione, caratterizzata dall’unità della sinistra socialista e dei cattolici, si è chiusa con il fallimento della pedagogia progressista in Italia.

Oggi siamo in presenza di un vero e proprio cambio di egemonia culturale, un ritorno all’antico.

Una cultura che appare insensibile di fronte alla rivoluzione che sta avvenendo nei modi di apprendere delle nuove generazioni; miope di fronte alla crisi della tradizionale ripartizione disciplinare; cieca di fronte all’insostenibilità di un’organizzazione scolastica rimasta immutata dai tempi della Ratio Studiorum dei Gesuiti del 1599; estranea ai cambiamenti indotti dalla rivoluzione scientifica e tecnologica e da una economia sempre più fondata sulla conoscenza; ostile di fronte alle trasformazioni della globalizzazione.

Una cultura ancorata a una tradizione pseudo meritocratica, che gioisce dell’aumento delle bocciature, segno di rinnovato “rigore”, che risolve l’annosa questione valutazione-certificazione con la reintroduzione dei voti numerici e che assegna ai 5 in condotta la soluzione di ogni forma di devianza.

Una cultura che rivendica programmi rigidamente precostituiti, che non lascia spazio alcuno alle opzioni degli studenti, in contrasto con tutti gli altri Paesi europei.

Un’egemonia inossidabile, che persiste nell’identificare la Cultura con la cultura letteraria ed il latino.

Una cultura che respinge con supponenza le raccomandazioni dell’Unione Europea e che rifiuta a priori qualsiasi comparazione con le riforme e le innovazioni degli altri Paesi.

Il buco nero della scuola media

Dove comincia il fallimento della politica riformatrice e progressista?
Non vi è dubbio che la prima drammatica caduta sia rappresentata dalla scuola media unica, anche se è doloroso dirlo.

La scuola media è un delicatissimo anello di congiunzione tra scuola elementare e secondaria superiore, un segmento dell’istruzione che ha mantenuto irrisolti i propri problemi, non solo in Italia.

Il sociologo progressista François Dubet così denuncia il fallimento della scuola media francese (il collège, di 4 anni ):

“Il collège era, e resta, una contraddizione insormontabile. Da un lato è la scuola di tutti, quella della scolarità obbligatoria. Dall’altro, è una sorta di ginnasio nei programmi e nei metodi. E’ pensato in termini di “eccellenza per tutti” che è una formula paradossale che conduce di fatto alla marginalizzazione dei più deboli.” E ancora: “Non si può giudicare il valore di un sistema scolastico se non si tiene conto della situazione dei più deboli. La questione cruciale è sapere quali sono le competenze fondamentali che devono acquisire i più deboli. In Francia si accetta l’idea del salario minimo garantito, di un livello essenziale di assistenza sanitaria, di garanzie minime per l’alloggio per tutti, ma un ragionamento simile non passa nel mondo della scuola”.
E tantomeno passa in Italia. E non bisogna sottovalutare il fatto che i programmi che vanno prefigurandosi per i licei avranno inevitabilmente ripercussioni anche sulla secondaria di 1° grado.

Gli insegnanti, guardiani della conservazione
La scuola appare oggi come un sistema impermeabile del quale gli insegnanti sembrano i più tenaci guardiani.

Dopo anni di retoriche, i docenti , nella grande maggioranza, chiedono di essere lasciati in pace.

Gli insegnanti della scuola secondaria scontano l’assenza di una cultura, di un’etica e di un senso di appartenenza professionale. La fine della breve stagione delle SSIS ha segnato un grave punto di arresto. E non vi è dubbio che la mancata formazione iniziale sia una delle cause di questo vuoto.

Da decenni non c’è uno stato giuridico che valorizzi la loro professionalità; da decenni si discute a vuoto di un’articolazione della loro carriera che crei una leadership intermedia a sostegno dei processi riformatori; da decenni incombe il precariato senza che si trovi una via per risolverlo privilegiando il merito.

L’auspicio di una nuova era
La situazione è allarmante. Non si può continuare ad improvvisare. Occorre un cambio di strategia da parte dei partiti di governo e di opposizione.

Le elezioni sono state consumate.
Sulla scuola cessi la rissa e si affrontino insieme nel merito i problemi.
Occorre una pausa di riflessione. E se non si vuole fermare la macchina delle prime classi, si abbia almeno il buon senso di bloccarla lì, e di non intaccare le classi successive alla prima.

Infine si assuma la questione degli insegnanti come emergenza nazionale.

www.adiscuola.it

"La controriforma del lavoro non è stata promulgata dal Presidente della Repubblica", di Valerio Speziale

Il Presidente Napolitano ha rinviato alle Camere la legge di riforma del lavoro approvata il 3.03.2010. Una normativa che, ad una prima analisi, presenta due caratteri fondamentali.
Il Presidente Napolitano ha rinviato alle Camere la legge di riforma del lavoro approvata il 3.03.2010. Una normativa che, ad una prima analisi, presenta due caratteri fondamentali: a) rafforzare la posizione dell’imprenditore e ridurre i diritti dei lavoratori; b) flessibilizzare ulteriormente il rapporto di lavoro senza riformare il diritto sostanziale, ma con “una discutibile linea di intervento legislativo – basato sugli istituti processuali piuttosto e prima che su quelli sostanziali” (sono parole del Presidente).

Una legge “ipocrita” dunque. E non è un caso che la CGIL e molti giuristi hanno sottolineato come la riforma, con il riferimento all’arbitrato equitativo, intendesse depotenziare l’art. 18 dello statuto dei lavoratori, costringendo alcuni sindacati ed il governo ad intervenire per escludere “l’abrogazione di fatto” della tutela reale. Lo sbilanciamento della nuova normativa a favore dell’impresa è dimostrato, tra l’altro, dalla valorizzazione della autonomia individuale, che a volte è messa in concorrenza con quella collettiva o alla quale, in altri casi, sono attribuiti poteri fondamentali (come in materia di arbitrato). Un accresciuto rilievo della volontà delle parti del rapporto che é effettuata al momento dell’assunzione “nel quale é massima la condizione di debolezza della parte che offre la prestazione di lavoro” (sono ancora parole del Presidente), a riprova di questa volontà di limitare i diritti dei lavoratori.
I rilievi di Napolitano, riferiti in particolare all’arbitrato, sono una pesante bocciatura di una riforma che persegue l’obiettivo di deflazionare il contenzioso senza garantire la effettività e volontarietà della scelta del lavoratore di affidarsi ad arbitri. Essa, inoltre, consente il ricorso all’equità che non assicura il rispetto di diritti fondamentali del dipendente, molti dei quali sono di rilievo costituzionale e comunitario. Il Presidente, poi, critica anche la mancata definizione, da parte della legge, dei diritti da tutelare con norme imperative o da demandare alla contrattazione collettiva, il cui ruolo, tra l’altro, é svilito dalla funzione suppletiva del Ministro del Lavoro (che si sostituisce alla contrattazione collettiva se questa, entro 12 mesi, non regola la materia arbitrale).
Il governo e la maggioranza parlamentare intendono introdurre modifiche che non alterano la struttura del nuovo istituto. Quando conosceremo le novità le valuteremo. Tuttavia la possibilità di inserire, al momento dell’assunzione, una clausola compromissoria che consenta l’arbitrato equitativo dovrebbe rimanere immutata. In questo caso, tuttavia, i dubbi di costituzionalità sollevati da Napolitano sarebbero riconfermati. Infatti, al momento dell’assunzione, la volontà del lavoratore, anche se effettiva, non è libera, perché pesantemente limitata da “un’ovvia condizione di debolezza” (secondo il Messaggio del Presidente), che non potrebbe certo essere rimossa dall’assistenza di un organo di certificazione (anche qui riprendo l’opinione di Napolitano). Ne deriva che l’arbitrato non sarebbe “volontario” ma di fatto “obbligatorio” e, quindi, in contrasto con una costante giurisprudenza costituzionale. Quest’ultima, tra l’altro, ha sostenuto che “la giustizia per arbitri dà risultati particolarmente soddisfacenti quando le parti si trovino in posizione di relativo equilibrio. Il che non è nel rapporto di lavoro, ovvero tra due soggetti di forza economicamente diversa”. Inoltre, affidare agli arbitri un giudizio equitativo, significa abdicare per il futuro a molti diritti inderogabili di legge o di contratto collettivo. E infatti, il riferimento ai principi generali dell’ordinamento (che nella normativa rinviata alle Camere limitano la cognizione arbitrale) dovrebbe garantire i diritti che hanno immediato rilievo costituzionale o comunitario, ma non quelli privi di tale fondamento (come sottolinea anche il Presidente, secondo il quale il rispetto dei principi generali “non appare come tale idoneo a ricomprendere tutte le ipotesi di diritti indisponibili”). Tuttavia questo atto abdicativo di diritti indisponibili ancora non sorti ed acquisiti dal lavoratore non sembra compatibile con il nostro assetto costituzionale (come più volte sottolineato dalla giurisprudenza della Cassazione). In realtà, l’arbitrato così concepito potrebbe essere legittimo solo in rapporto a situazioni soggettive già entrate nel patrimonio giuridico del lavoratore ed in relazione a singole controversie. Fermo restando che, anche in questo caso, l’equità non potrebbe incidere sui diritti di derivazione costituzionale o comunitaria.
Tuttavia, è proprio il riferimento all’equità ad essere difficilmente comprensibile. L’arbitrato può indubbiamente costituire una valida alternativa alla giurisdizione statale quando, in primo luogo, sia autorizzato dall’autonomia collettiva, che ne definisca limiti e procedure. Un intervento, questo, reso necessario sia per rimuovere la condizione di debolezza del singolo lavoratore, sia per superare il principio secondo il quale l’arbitrato non opera per i diritti indisponibili (art. 816 cpc). Inoltre, perché abbia successo, è necessario che: a) sia celere; b) sia affidato a soggetti professionalmente competenti; c) sia gratuito per il lavoratore; d) sia vincolato al rispetto dei diritti inderogabili di legge e di contratto collettivo (che, se violati, dovrebbero consentire l’impugnazione del lodo dinanzi al Tribunale). Quest’ultimo aspetto è di particolare importanza. Il valore aggiunto dell’arbitrato é di essere un’alternativa funzionale al giudice ordinario sotto il profilo della competenza, velocità e dei costi, consentendo così di avere “giustizia” con un canale alternativo. Non si comprende, allora, perché dovrebbe essere basato sull’equità e non sugli stessi limiti di cognizione della giurisdizione statale, dove il giudice utilizza la valutazione equitativa in una serie limitata di casi e non come strumento generale di risoluzione delle controversie. Senza dimenticare il paradosso di un giudizio di equità in una materia, come quella del lavoro, caratterizzata da molti diritti indisponibili rispetto ai quali l’arbitrato in generale è visto con sfavore dal legislatore (art. 806 cpc). Con la conseguenza che, ad esempio, sono vietati arbitrati in materia societaria – dove sono in gioco soprattutto interessi patrimoniali – su questioni che hanno ad oggetto “interessi della società o che concernino violazione di norme poste a tutela dell’interesse collettivo dei soci e dei terzi” (Cass. 6 luglio 2000, n. 9022). Mentre, al contrario, l’equità dovrebbe costituire lo strumento fondamentale di giudizio nel contratto di lavoro, dove l’indisponibilità dei diritti è un dato fisiologico e ricorrente.
L’accelerazione dei tempi di risoluzione delle controversie e la deflazione del contenzioso sono obiettivi importanti, ma devono essere realizzati nel rispetto dei “principi della volontarietà dell’arbitrato e della necessità di assicurare una adeguata tutela del contraente debole” (come ha sostenuto il presidente della Repubblica) e non come “grimaldello” per scardinare le tutele garantite al lavoratore.
La finalità della riforma rinviata alle Camere sembra invece essere proprio questa. Ed ho l’impressione che il monito del Presidente della Repubblica non sarà ascoltato, anche perché Napolitano utilizza concetti, come quello di “contraente debole”, che sembrano ormai estranei al dibattito di una parte del mondo del lavoro. Si è diffusa, infatti, l’idea di equiparare il lavoratore a tutti i normali soggetti negoziali, secondo una linea di pensiero che si fonda su un singolare rovesciamento della realtà, caratterizzata dalla diffusione di molti contratti flessibili (ad alto livello di precarietà) e di elevata disoccupazione in alcune aree del nostro paese che enfatizzano la debolezza contrattuale del lavoratore. La forza del Messaggio di Napolitano è soprattutto nel voler ristabilire la realtà dei fatti, al di là di suggestioni che, sotto la patina della “modernizzazione” del diritto del lavoro, intendono invece ribadire ideologie antiche ed in contrasto anche con l’assetto giuridico espresso nella nostra Costituzione.
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