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Per il governo dei fatti c'è solo il pericolo immigrazione e mai la sfida dell'integrazione

Bocciata la mozione PD sul tema. Turco e Touadi: “Serve un piano nazionale contro il lavoro nero, la criminalità, per la convivenza. Ma il governo non vuole confrontarsi”. Leggi le proposte PD
Il secco respingimento della mozione Pd sull’immigrazione? Un’occasione mancata per dare risposte concrete agli italiani su un problema importante e complesso come quello dell’immigrazione e dell’integrazione nel nostro Paese.
La mozione presentata dal Pd la Camera sull’immigrazione rappresenta una sfida politica di notevole importanza, a cui la maggioranza si sottrae. Dopo gli scontri di Rosarno e quelli di via Padova la politica ha il dovere di mettere in campo proposte che vadano nella direzione di governare il fenomeno dell’immigrazione fuori dalla logica dell’emergenza. La mozione sfida la maggioranza sull’elaborazione di un “piano nazionale per le politiche di integrazione e di civile convivenza”. Un piano richiesto dai territori, dalle forze produttive, dalle associazioni di volontariato e dagli stessi cittadini stranieri che aspettano da decenni di sapere quale sia la via italiana all’inclusione. Jean Leonard Touadi, parlamentare Pd di orgiine congolese l’ha spiegato in Aula: “Il Pd chiede una energica azione di contrasto dello sfruttamento del lavoro nero e la sua emersione, anche attraverso la regolarizzazione soprattutto dei lavoratori del comparto agricolo. Il nostro paese si deve adeguare alle direttive europee – quella sul contrasto del lavoro nero e sui rimpatri – che insistono sulla tutela dei diritti inalienabili delle persone e l’urgenza di politiche d’integrazione. Basta chiacchiere sono necessari atti concreti”. E dopo la bocciatura è stato più duro: “Il no del governo alla nostra mozione sull’immigrazione è un ennesimo atto di irresponsabilità. Non è possibile continuare ad ignorare l’esistenza nel Paese di intollerabili sacche di sfruttamento e di pesante degrado umano e sociale che favoriscono la criminalità e la diffusione del lavoro nero. Solo attraverso una seria revisione delle politiche migratorie e di integrazione è possibile contrastarlo, con atti concreti come l’applicazione della normativa che prevede il permesso di soggiorno per le persone che denunciano i propri aguzzini e l’introduzione del reato per grave sfruttamento del lavoro. È inoltre essenziale promuovere la regolarizzazione per i lavoratori agricoli stranieri da anni presenti sul nostro territorio, ridurre i tempi per il rinnovo del permesso di soggiorno e favorire con le Regioni, gli enti locali, le forze economiche e sociali, il volontariato e l’associazionismo un piano nazionale per le politiche di integrazione e di civile convivenza tra italiani e immigrati”.
Posizioni analoghe a quelle di Livia Turco, capogruppo Pd in commissione Affari sociali della Camera e presidente del Forum sull’immigrazione del Pd, durante la dichiarazione di voto sulla mozione : “Abbiamo avanzato proposte concrete alle quali però la maggioranza ha risposto con un no pregiudiziale: sfidiamo l’esecutivo, ora che la campagna elettorale è finita, a passare dagli slogan alla realizzazione di concreti atti a favore dell’integrazione dei nuovi italiani”. Ha lanciato poi al Governo delle richieste precise: “Varate il piano nazionale per le politiche d’integrazione come chiesto dai Comuni e annunciato come imminente dal ministro Sacconi a metà febbraio; serve, intervenire subito per affrontare il disagio abitativo e l’inserimento scolastico e lavorativo, siate ambiziosi e andate nei territori dove non c’è solo paura degli immigrati ma dove scoprirete una via italiana all’integrazione”. La Turco è convinta sia fondamentale la sinergia del lavoro tra i sindaci, gli imprenditori, i sindacati e i cittadini, per la realizzazione di queste ambiziose sfide, ed afferma: “Il Pd continuerà a fare proposte concrete, come abbiamo fatto con questa mozione che la destra ha snobbato”.
La Mozione del Pd respinta in Aula, dal titolo: “Piano nazionale per la politica dell’immigrazione” del 03-02-2010, Numero: 100326, ha come prima firmataria Livia Turco e come Cofirmatari, i parlamentari Pd: Amici, Lenzi, Bressa, Zaccaria, Fassino, Touadi, Gozi, ed altri.
La mozione voleva impegnare il governo a:
• attuare tutte le misure per combattere ogni forma di sfruttamento del lavoro attraverso una rigorosa applicazione della normativa vigente, in modo particolare dell’articolo 18 del decreto legislativo 286 del 1998 che prevede un permesso di soggiorno per le persone che denunciano i propri sfruttatori, prevedendo anche l’introduzione nel nostro ordinamento del reato per grave sfruttamento del lavoro, un’autonoma fattispecie del caporalato, aggravata quando interessa minori o migranti clandestini;
• applicare la direttiva europea del 18 giugno 2009 che impegna gli stati membri dell’unione europea a sanzioni e provvedimenti nei confronti dei datori di lavoro che impiegano cittadini di Paesi terzi il cui soggiorno è irregolare;
• attivare tutti gli strumenti per consentire una emersione del lavoro irregolare, con particolare attenzione al comparto agricolo, attivando in modo continuativo il sistema dei controlli e promuovendo una regolarizzazione per i lavoratori agricoli stranieri da anni presenti sul nostro territorio che non abbiano commesso reati;
• ridurre fino ad eliminare il lavoro nero e sommerso attivando canali alternativi come la regolarizzazione ad personam per coloro che contribuiscono alla individuazione di fattispecie criminose legate alla immigrazione, per coloro che compiono atti di rilevanza sociale ed umanitaria, per coloro che sono dimoranti nel nostro paese da molti anni e che abbiano dimostrato una buona integrazione;
• ridurre i tempi per il rinnovo del permesso di soggiorno, a prolungare la durata del medesimo in particolar modo in caso di perdita del lavoro ed a estendere ai lavoratori immigrati gli ammortizzatori sociali previsti per i lavoratori italiani;
• presentare il Documento triennale sulle politiche migratorie previsto dall’articolo 3 del decreto legislativo 286 del 1998, nonché a semplificare il sistema delle quote passando dal decreto annuale, elaborato dal Governo con vincolo amministrativo e contenente una indicazione rigida, ad un documento poliennale elaborato da una agenzia tecnica che contenga la stima di persone immigrate ed i loro profili professionali necessari al nostro sistema economico e sociale;
• incentivare e a semplificare l’applicazione dell’articolo 23 del decreto legislativo 296 del 1998 relativamente alla formazione di personale all’estero da parte delle aziende e a introdurre lo strumento dello sponsor per la ricerca di lavoro attribuito a soggetti collettivi come i sindacati, associazioni di imprenditori e istituzioni pubbliche;
• promuovere con le regioni, gli enti locali, le forze economiche e sociali, il volontariato e l’associazionismo, un piano nazionale per le politiche di integrazione e di civile convivenza tra italiani e immigrati, attraverso il dialogo sociale, formulando gli obiettivi di inclusione sociale, di crescita interculturale e valutandone costantemente i risultati;
• nserire il Piano nazionale nella politica europea che definisce l’integrazione “la chiave” del successo dell’immigrazione, un processo “a doppio senso” che deve vedere protagoniste le società ospitanti ma anche gli immigrati in un percorso di adattamento reciproco fra le due società;
• promuovere nel Piano nazionale per le politiche di integrazione e di convivenza il rispetto dei valori costituzionali della pari dignità delle persone, dell’eguale rispetto di ciascuna persona, delle pari opportunità, della non discriminazione;
• promuovere gli obiettivi della legalità e della sicurezza, dell’investimento nella scuola per tutti, della promozione della famiglia anche attraverso una politica di promozione dei ricongiungimenti famigliari, dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, della salute e del contrasto delle malattie, della povertà e delle diseguaglianze nella salute, del senso civico, della partecipazione sociale e politica, dell’incontro e del reciproco riconoscimento tra italiani ed immigrati;
• riconoscere nel Piano nazionale alcune azioni prioritarie: contrasto del degrado urbano, del disagio abitativo; estensione della educazione e della formazione interculturale, sostegno ai bambini e alle famiglie per l’apprendimento della lingua e della cultura italiana anche da parte degli adulti, l’accesso ai servizi sociali e sanitari, con particolare attenzione ai gruppi più vulnerabili, lo sviluppo della figura dei mediatori culturali anche attraverso l’istituzione di un albo nazionale dei mediatori culturali e delle associazioni di mediazione culturale, l’inserimento di tempi certi per il rinnovo dei permessi di soggiorno;
• inserire nel Piano nazionale criteri e direttive per affrontare il problema del sovraffollamento delle carceri, per potenziare i servizi e sostenere le associazioni e le attività impegnate nella lotta contro la tratta degli esseri umani, nonché per il sostegno all’associazionismo degli immigrati che promuovono attività sociali e di integrazione nonché linee guida per l’estensione ai giovani stranieri del servizio civile volontario;
• prevedere il finanziamento del Piano nazionale attraverso risorse certe e sufficienti inserite in un Fondo nazionale finanziato dallo Stato, dalle regioni e dagli enti locali.
Riportiamo il testo integrale

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"L'ultima sfida del Cavaliere al Quirinale", di Eugenio Scalfari

Oggi bisognerebbe parlare delle famose riforme. Ne parlano tutti: la Lega che vuole il federalismo compiuto e si acconcia a farlo marciare insieme al presidenzialismo e alla «grande grande» riforma della giustizia per tenere agganciato Berlusconi; l’opposizione che si dichiara disponibile a leggere le carte del centrodestra per giudicarle nel merito ma intanto pone come pregiudiziale provvedimenti economici a sostegno dei consumi e dei redditi più bassi; il ministro dell’Economia che preannuncia entro tre anni la «madre delle riforme», quella del fisco «dalle persone alle cose»; il presidente del Consiglio che, tra tutte, rilancia il presidenzialismo nelle sue varie versioni possibili e in particolare quella francese ma senza modificare la legge elettorale vigente in Italia. Infine ne ha parlato Giorgio Napolitano in varie recenti occasioni, l’ultima delle quali venerdì scorso da Verona. Che cosa ha detto Napolitano? Ha detto che è necessario modernizzare lo Stato, che il federalismo è la prospettiva concreta per iniziare questo percorso, che esso deve essere concepito come uno strumento di autonomia delle istituzioni locali e deve servire a rafforzare l’unità del paese e la perequazione tra le sue aree territoriali. Di fronte a questo compito, di per sé immane, la riforma della «governance » del paese passa in seconda linea (così ha detto Napolitano) nell’ordine delle priorità perché rischia di introdurre nuovi elementi di divisione e di confusione.
In questi stessi giorni il presidente della Repubblica ha rinviato alle Camere la legge sui contratti di lavoro da lui considerata inadeguata e per certi aspetti di dubbia costituzionalità; ha invece promulgato quella sul legittimo impedimento nonostante i rilievi di presunte incostituzionalità formulati da tutta l´opposizione, da molti giuristi e dalla magistratura associata.
Insomma una miriade di tesi, ipotesi, convergenze, divergenze tra gli opposti schieramenti e all´interno dei medesimi; una crescente confusione di lingue e di interessi che alimenta l´indifferenza ostile dei cittadini e la loro separazione dalla politica e dalle istituzioni.
Emerge comunque la volontà berlusconiana di dare una spallata definitiva alla Costituzione repubblicana sostituendola con un regime autoritario, un Parlamento di «cloni» plebiscitati, un potere giudiziario frantumato e subordinato all´esecutivo. Questo sbocco era inevitabile, è stato covato negli scorsi dieci anni ed ora da quelle uova non usciranno teneri pulcini ma serpenti a sonagli.
In uno degli angoli del ring c´è Silvio Berlusconi, nell´altro, almeno per il momento, nessuno, o meglio un capannello di persone niente affatto concordi tra loro dalle quali sembra difficile estrarre un valido «competitor».
Giorgio Napolitano dovrebbe arbitrare la partita dalla quale potrebbe uscire una Repubblica ammodernata ma fedele ai principi dello Stato di diritto e della libertà, oppure un autoritarismo plebiscitario. L´arbitro potrà compiere il suo ufficio in assenza di uno dei due «competitors»? Oppure finirà, contro le sue intenzioni, col prender lui il posto nell´altro angolo del ring? E quale sarà in tal caso il finale di partita?
* * *
Il sipario si apre su tre scenari. Il primo si svolge il 1° aprile al Quirinale. Colloquio Napolitano-Berlusconi, presente Letta. Comincia distesamente ma si conclude nel gelo più assoluto. Il premier mette sotto accusa lo staff giuridico di Napolitano il quale gli risponde che si tratta di «validissimi servitori dello Stato» che collaborano con lui per valutare la conformità delle leggi con la Costituzione. Il premier rinnova le critiche, Napolitano ritiene concluso l´incontro e lo congeda. Poche ore dopo arriva da Palazzo Chigi una telefonata del premier che si scusa delle parole «sopra le righe» che attribuisce al nervosismo e allo stress della campagna elettorale da poco conclusa. «Non si ripeterà mai più» promette. «Ha la mia parola».
La seconda scena viene recitata a Parigi. Accanto ad un Sarkozy alquanto stupito da quel che sente in traduzione nel suo auricolare, il premier italiano annuncia «la riforma delle riforme»: proporrà agli italiani il semipresidenzialismo alla francese, ma con una variante non da poco, la legge elettorale resterà quella attuale con i parlamentari indicati dagli apparati dei partiti e voterà il giorno stesso in cui si vota per il capo dello Stato con suffragio popolare diretto.
Quello stesso giorno, 9 aprile, prima di partire per Parigi Berlusconi aveva chiamato il Quirinale per ringraziare Napolitano d´aver promulgato la legge sul legittimo impedimento; gli aveva preannunciato che la stagione della riforme era finalmente arrivata. Tra queste ci sarebbe anche stata la proposta del semipresidenzialismo da lui «ripescata soltanto per fare un favore a Fini».
Ma parlando poche ore dopo da Parigi si era visto che non si trattava affatto di un ripescaggio (dal quale peraltro Fini si era immediatamente e clamorosamente smarcato) bensì di un obiettivo a lungo coltivato e gettato sul tavolo subito dopo le Regionali per farlo accettare dalla Lega in cambio del federalismo. B. B., Berlusconi e Bossi. Due alleati o due compari? Presidenzialismo e federalismo regionale. Tasse da ridurre nelle aliquote dell´Irpef e nello spostamento «dalle persone alle cose».
Che vuol dire? Le cose sono gli immobili, gli oggetti, i beni e i servizi acquistati, cioè i consumi. L´elemento della progressività scompare nelle tasse sui consumi.
Comunque per ora non si entra nei dettagli, ci penserà Tremonti tra tre anni sempre che, tra tre anni, la crisi sia terminata o non invece tuttora in pieno svolgimento dal punto di vista dell´occupazione e del reddito, come molti osservatori qualificati prevedono. Quel che è certo, Tremonti dovrà rientrare di almeno mezzo punto di deficit nel 2011 e di tre quarti di punto nel 2012, vale a dire rispettivamente di 8 e di 12 miliardi. Come antipasto all´abbattimento delle imposte non sembra affatto appetitoso.
* * *
La terza scena va in onda ieri dal convegno confindustriale di Parma. A mezzogiorno e mezza Berlusconi comincia l´arringa, diretta ad una platea di industriali piccoli, medi, grandi. Marcegaglia in prima fila col suo discorso in tasca che sarà pronunciato subito dopo quello del premier.
Il quale comincia come al solito: la crisi è finita o quasi, il declino non c´è stato e non ci sarà, l´economia italiana è competitiva più di tutte le altre in Europa, la società è coesa, le esportazioni vanno bene e andranno sempre meglio se sapranno dirigersi verso la Cina, l´India, la Russia. Le tasse ovviamente saranno abbassate e gli ammortizzatori sociali sono operanti e sufficienti.
Tremonti è al timone e fa benissimo. Il programma del Pdl e quello della Confindustria sono assolutamente identici «perciò qui sono a casa mia».
Segue la consueta illustrazione dei meriti acquisiti dal governo: l´Ici abolita, l´Alitalia salvata, i rifiuti di Napoli risolti, il terremoto dell´Aquila eccetera. Ma…
Ma da un certo momento in poi l´oratore passa bruscamente dal regno dell´amore a quello dell´odio. Chi l´ha visto a Parma ne descrive il volto di nuovo contratto sotto il cerone e i capelli dipinti sulla fronte. Nei telegiornali non ce n´è traccia perché quei passaggi sono stati «silenziati».
Nelle agenzie addirittura omessi.
Perciò ricorriamo al testo letterale, talvolta la pura cronaca si commenta da sola.
«Il governo italiano non è in grado di governare nel quadro del sistema vigente. Non può paragonarsi a nessun altro governo europeo da questo punto di vista. L´esecutivo non ha alcun potere; i disegni di legge vanno in esame alle Commissioni della Camera, poi in aula, poi al Senato.
«Nessuno dei due rami del Parlamento accetta di approvare lo stesso identico testo approvato dall´altro; lo deve dunque modificare a sua volta. Finalmente, una volta approvato dal Parlamento, quel testo, che non corrisponde più a quello inizialmente preparato dal governo, viene comunque rallentato dalle burocrazie nazionali e regionali. Senza dire, come antefatto, che il testo viene preliminarmente sottoposto al presidente della Repubblica e al suo staff che ne controlla addirittura gli aggettivi».
Segue un attacco in grande stile – non nuovo e perciò ancor più grave perché ripetuto in ogni occasione e perfino il giorno prima da Parigi per il sollazzo dei francesi – contro la Corte costituzionale, colpevole perché «essendo di sinistra e quindi politicizzata, annulla tutte le leggi e le sentenze che non piacciono ai pubblici ministeri, anch´essi politicizzati».
Siamo in pieno Caimano. Gli industriali vorrebbero che si parlasse dei loro problemi, la Marcegaglia lo dirà subito dopo a muso duro. Vorrebbero almeno un fondo di due miliardi e mezzo per tenere il mare agitato del 2010.
Ma a sentirlo attaccare la sua burocrazia, la sua Camera e il suo Senato, dove domina con maggioranze bulgare, comunque lo applaudono. Attacca i suoi perché li disprezza. Anche la platea di Parma li disprezza ed è divertita e soddisfatta dallo spettacolo vagamente schizofrenico. La doppia o tripla o quadrupla personalità del premier piace a quella platea.
Ho visto venerdì sera in Sky tivù un vecchio film di Dino Risi con Tognazzi e Gassman protagonisti. Uno fa il giudice istruttore e l´altro un imprenditore cialtrone e corruttore. Fu prodotto nel 1980, sembra scritto oggi sulla misura di Berlusconi.
* * *
Quelle frasi di Parma, nonostante il silenzio delle agenzie e dei telegiornali ufficiali, arrivano naturalmente alle orecchie del Quirinale. Si racconta che il Presidente ne sia rimasto stupefatto e indignato. Si è fatto chiamare al telefono Gianni Letta e gli ha chiesto conto di quanto aveva appena udito.
Pare che la risposta di Letta sia stata: «Non sapevo nulla. Ho udito anch´io. Le faccio le mie personali scuse».
E pare che la risposta del Presidente sia stata: «Le sue scuse personali non risolvono la questione. Se non si trattasse del presidente del Consiglio ma di una qualunque altra persona dovrei dire che siamo in presenza di un bugiardo che dice una cosa al mattino e fa l´opposto la sera oppure d´una persona dissociata e afflitta da disturbi schizoidi».
Ho scritto «pare» perché trattandosi di un colloquio telefonico tra due soggetti eminenti, le parole sopra riferite non possono che venire da amici intimi dell´uno o dell´altro. Perciò bisogna scrivere «pare» anche se si ha certezza che il colloquio sia stato nella sostanza di questo tenore.
È inutile soggiungere che un sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che sente di doversi scusare a titolo personale per quanto detto poco prima dal suo premier, dovrebbe avere un soprassalto morale e dimettersi dall´incarico. Ma è altrettanto inutile aspettarsi da Letta un atto del genere e se gli chiederete perché vi risponderà che resta dove è per cercare di limitare i danni.
L´ipocrisia è il vero sentimento che governa il mondo.
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Io credo – l´avevo già scritto domenica scorsa ma «repetita iuvant» – che i nodi sono arrivati al pettine e il tempo da qui allo «showdown» si sia raccorciato. Prima ci saranno i decreti attuativi della legge sul federalismo e la «grande grande» riforma della giustizia, intercettazioni comprese.
La squadra «occhiuta» del Quirinale «che controlla anche gli aggettivi» farà i suoi rilievi ma nei punti che interessano la Costituzione i rilievi non ci sono per definizione: dopo la doppia lettura in Parlamento la legge approvata a maggioranza semplice va al referendum confermativo se è impugnata da un quinto dei parlamentari.
Il secondo round ci sarà con la presentazione della legge sul presidenzialismo alla francese ma con la legge elettorale «porcellum» preparata a suo tempo da Calderoli.
Ed anche qui il referendum, se richiesto da un quinto del Parlamento.
E tuttavia queste riforme, a differenza di tutte le altre fin qui discusse, non sono semplici modifiche realizzate nei limiti dell´articolo 138 della Costituzione.
Queste riforme cambiano il volto della Repubblica perché distruggono lo Stato di diritto, alterano l´equilibrio dei poteri e la loro reciproca autonomia, ne subordinano uno o due al terzo prevalente. Devastano la giurisdizione, la legislazione, i poteri di controllo.
Mettono al vertice dello Stato un personaggio eletto da un plebiscito. Per cinque anni rinnovabili fino a dieci.
Questo scontro si concluderà nel 2011, ma comincerà tra meno di un mese. L´opposizione è divisa perché c´è ancora chi spera di prendere qualche voto in più tra tre anni attaccando fin d´ora Napolitano. «Deus dementet qui vult pervere».
Credo di sapere che Napolitano deve e vuole restare al di sopra delle parti perché quel capitale sarà il solo a poter far inclinare il piatto della bilancia dalla parte giusta e non da quella terribilmente sbagliata.
Credo di sapere, anzi di prevedere, che contro le sue intenzioni, sul ring a contrastare un vero e proprio «golpe bianco» ci sarà lui. Non in veste di giocatore ma in veste di arbitro di fronte a chi contesta gli arbitri, i soli che possano richiamarlo a rispettare le regole del gioco.
Credo di sapere e di prevedere che sarà una durissima battaglia per la democrazia italiana
La Repubblica 11.04.10

Le nostre riforme

È arrivato il tempo delle riforme. Un ritornello che periodicamente torna sulla bocca di Berlusconi: a volte per distrarre l’attenzione dai problemi seri che colpiscono l’Italia, a volte per risolvere i numerosi conflitti personali e garantire maggiore solidità al suo governo. Mai, però, per il bene del Paese. Allora rifomiamo l’Italia! Sì ma come?

Tra litigi di potere e rese dei conti post-elezioni, il governo ha deciso che la prima riforma sarà quella del presidenzialismo. A fare da motore della riforma subito la Lega ha avanzato pretese senza sapere bene, oltre al federalismo di facciata, verso quale strada indirizzare i cambiamenti.

Ma la mossa a sorpresa è stata quella di cercare anche la disponibilità del Pd: un vero paradosso visto che la posizione dei democratici su quali riforme possano essere essenziali sono note fin dall’Assemblea del 2009 con cui Pier Luigi Bersani è stato eletto segretario e le ha ribadite lunedì sera ad Otto e mezzo, su La7.
Per il leader del Pd, “non è Berlusconi a dover misurare la nostra disponibilità. Siamo noi che abbiamo verificato, dopo cinquanta decreti e trentuno fiducie, la sua indisponibilità a discutere, perché per fare le riforme deve funzionare il Parlamento”.

“La nostra agenda – ha proseguito Bersani – è chiara: occupazione, piccole e medie imprese, redditi bassi. Su questo siamo pronti a discutere. Anzi, sarebbe ora, a partire dalle norme sul lavoro, rinviate alle Camere dal Presidente della Repubblica. Sulle riforme istituzionali il presidente del Consiglio sa benissimo qual è la nostra posizione: superamento del bicameralismo, diminuzione dei parlamentari, nuova legge elettorale, legge sui partiti, rafforzamento reciproco dei poteri di Parlamento e governo. Su tutte queste materie la maggioranza non ce la meni con il dialogo o non dialogo”.

Parallelamente all’obiettivo di risolvere la crisi economica, il Pd propone di partire da quattro punti, prioritari:
1) speramento del bicameralismo perfetto, Senato federale, riduzione del numero dei parlamentari, rafforzamento delle funzioni reciproche di Governo e Parlamento;
2) attuazione dell’art. 49 della Costituzione con una coerente e moderna legislazione sui partiti;
3) nuova legge elettorale che consenta ai cittadini di scegliere i Parlamentari, attraverso un confronto con le forze politiche cominciare da quelle dell’opposizione senza escludere una legge di iniziativa popolare;
4) nuove norme sui costi della politica fissando parametri che ci mettano stabilmente e chiaramente nella media comparata dei principali Paesi europei.

Prima di qualunque forma di presidenzialismo è necessario guardare al benessere della collettività e non del solo Presidente del Consiglio/Repubblica. È totalmente fuori dalla realtà affermare che i poteri concessi al Capo dell’Esecutivo siano talmente risicati da non consentirgli un buon operato. Poi i numeri parlano molto chiaro: con la grande maggioranza che il governo ha sia al Senato, sia alla Camera è impensabile concepire il Parlamento come semplice luogo di ratifica delle decisioni e delle fiducie del governo.

Per Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea del Pd, “non ci siamo mai sottratti al confronto sulle riforme istituzionali e da tempo abbiamo presentato le nostre proposte. Ma quali sono quelle del centrodestra? Prima devono chiarirsi le idee tra di loro e mettersi d’accordo, se ci riescono. Siamo pronti a discutere del Senato federale, della riduzione del numero dei parlamentari e di una legge elettorale che restituisca ai cittadini il diritto di scelta. Berlusconi però sembra più interessato a intervenire sulle intercettazioni che sui veri problemi del Paese. Le riforme istituzionali sono importanti ma non possono essere usate come alibi per non affrontare la crisi economica e per non fare le riforme sociali di cui c’è bisogno per tornare a crescere”.

“Più che a una proposta di riforma dello Stato, a giudicare dai primi passi sembra di assistere a una partita tutta interna alla maggioranza di centrodestra, con lo sguardo molto corto, rivolto principalmente al 2013: il nostro auspicio è che non perdano ulteriore tempo e si orientino rapidamente tra le innumerevoli ipotesi di riforma delle istituzioni e della legge elettorale sui quali discutono questi giorni sulla stampa”. Così Marco Meloni, responsabile Pd della riforma dello Stato.

“Il PD – ha continuato Meloni – ha una sua proposta, la bozza Violante, che è stata approvata anche dalla maggioranza in Parlamento. Facciano la loro, se hanno cambiato idea spieghino perché, e confrontiamoci in Parlamento. Il nostro punto di partenza: istituzioni snelle, sobrie ed efficienti; ridare centralità al Parlamento; riconsegnare agli elettori il diritto di scegliere i parlamentari, con una nuova legge elettorale che cancelli la Calderoli. Quel che sarebbe comunque imperdonabile è che, nel frattempo, si tengano ancora nel cassetto le riforme necessarie per far ripartire il Paese: fisco, mercato del lavoro e welfare, sistema dell’istruzione. Su questi punti continueremo a essere propositivi ma pungoleremo quotidianamente il Governo, perché altri tre anni di continui annunci e di sostanziale inazione sono un prezzo che l’Italia non può permettersi di pagare”.

!Nel caso il governo avesse ancora dubbi sulle priorità delle riforme per questo Paese ci pensano i dati dell’Istat a ridestarlo con la certificazione della Caporetto dei redditi delle famiglie: mai così bassi da vent’anni. Le risorse disponibili delle famiglie italiane sono diminuite dal 2008 del 2,8%”. Così Giuseppe Fioroni Responsabile Pd Area Welfare.

“L’agenda delle riforme sta tutta in queste cifre drammatiche: se non si parte da qui si rischia una crisi sociale dai risvolti imprevedibili. In queste condizioni il presidenzialismo e il sistema elettorale rischiano di essere delle brioches promesse a chi non ha più neanche il pane”.

A puntare il dito sulle divisioni interne alla maggioranza è stato Davide Zoggia, responsabile Enti Locali del Pd. “Dopo l’Opa sulle riforme lanciata dal ministro Maroni per conto della Lega, anche nel Pdl c’è chi comincia a rendersi conto di quanto sarà salato il conto che il carroccio presenterà al governo dopo l’esito del voto regionale, che ha visto un pesante arretramento del partito del presidente”. “Questa lotta intestina – ha continuato – ha come principale effetto quello di paralizzare l’attività amministrativa e di governo, con esiti che possono rivelarsi disastrosi innanzitutto in quelle regioni produttive che di questo scontro stanno diventando il ring e che invece ora più che mai avrebbero bisogno di una accelerazione sul cammino della ripresa e dello sviluppo”. “Il Pd continuerà a portare avanti le sue proposte per le riforme – ha concluso Zoggia –, consapevoli che il Paese ha bisogno di una spinta verso la modernità. Quello che manca, allo stato, è la necessaria chiarezza all’interno dello schieramento alla guida del Paese”.

A.Dra

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Professioni, indietro tutta "Ridateci le tariffe minime", di Paolo Baroni

I primi a mettere a segno un punto sono stati i farmacisti, poi è stata la volta dei taxisti di Roma, quindi a farsi sotto sono stati gli avvocati. Dopo il voto del 2008 ai partiti hanno fatto questo ragionamento: noi appoggiamo i progetti di riforma della nostra professione ma voi cancellate il divieto di fissare tariffe minime che ci ha imposto Bersani. E adesso che si entra nel vivo, con la riforma delle professioni che avanza in Parlamento (rischiamo una procedura d’infrazione per non avere ancora recepito una direttiva Ue del 2005) e quella sull’attività forense in avanzato stato di elaborazione, tutti gli interessati (non solo gli avvocati, ma anche ingegneri, architetti, ecc ecc.) vogliono passare all’incasso. Per giovedì prossimo il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha convocato gli Stati generali delle professioni, dando per scontato che «in cambio» della nuova legge quadro i tetti tariffari aboliti dal centrosinistra saranno reintrodotti. «Bisogna superare i trattamenti punitivi introdotti col decreto Bersani» ha detto il Guardasigilli strizzando l’occhio ad una platea di 2 milioni di persone che origina circa il 12,5% del Pil nazionale. Salvo poi frenare: ieri, dopo una levata di scudi che va dall’Antitrust ai consumatori, dal Pd alla Confindustria, Alfano ha dato un colpo al cerchio ed uno alla botte.

«Vogliamo garantire ai cittadini il servizio più affidabile e al tempo stesso dignità e prestigio dei professionisti italiani» ha detto. Se andasse in porto questa sarebbe però l’ennesima spallata al processo di apertura della nostra economia. Un colpo si spugna sulla prima «lenzuolata» di Bersani. Ma non è un mistero che le liberalizzazioni, complice la crisi economica galoppante, non siano mai entrate nell’agenda dell’attuale governo nonostante gli impegni elettorali. E così le lobby hanno trovato nuovi spazi mentre nelle retrovie in molti si sono messi al lavoro per ristabilire lo status quo: il Parlamento è stato inondato da una quarantina di proposte di legge per istituire nuovi ordini o smantellare le riforme del centrosinistra. Tra i primi a muoversi il capogruppo Pdl in Senato Maurizio Gasparri che si è subito speso per tornare a irrigimentare la distribuzione dei farmaci, mentre i taxisti di Roma hanno trovato nel sindaco Gianni Alemanno l’interlocutore ideale. Mai decollato il progetto di controllare le presenze effettive delle auto pubbliche in servizio nella capitale e via libera agli aumenti delle tariffe: gli ultimi andati in porto nelle scorse settimane. Significativo il caso delle professioni: il rapporto sul settore presentato a inizio 2009 dall’Antitrust, di fatto un monitoraggio dettagliato categoria per categoria (avvocati, notai, ingegneri, architetti, psicologi, veterinari, agronomi, ecc. ecc.) per vedere come avevano recepito le novità degli ultimi tempi, ha dato pessimi esiti. Dall’abolizione delle tariffe minime alla cancellazione del divieto di farsi pubblicità sino alla possibilità di costituire società multidisciplinari, tutti gli ordini monitorati (13) hanno fatto muro. Hanno sì modificato i loro statuti come prevedeva Bersani ma reintroducendo surrettiziamente nuovi vincoli. Si comportano ancora «come caste» sintetizzava il rapporto: refrattarie ad ogni innovazione in grado di favorire la concorrenza nei loro settori.

Per Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, l’attuale maggioranza «sa che i professionisti sono una sua constituency molto forte, e cerca di fare per loro ciò che immagina essi vogliano. Il problema è che dietro questo comportamento c’è una forte miopia, perché di fatto l’introduzione dei minimi tariffari penalizza i giovani e gli outsider, e in ultima analisi va a ridurre l’efficienza con cui i servizi professionali vengono offerti. Per come è fatto il mondo – aggiunge – i servizi dovrebbero diventare sempre di più un nostro punto di forza: nel momento in cui giochiamo a preservarli il più possibile dalla concorrenza, è improbabile che questo accada. Non è detto che la difesa dello status quo sia, nel medio periodo, davvero nell’interesse dei professionisti». Sull’altro fronte, a cominciare da avvocati ed ingegneri, in assoluto i più agguerriti, tutte le associazioni sostengono che l’aver abolito le tariffe minime ha solamente favorito i più forti, i grandi studi legali, le grandi società di progettazione. E penalizzato i più deboli, dai giovani che cercano di accedere alle professioni agli utenti. Le associazioni dei consumatori protestano: «Non si può tornare indietro». E protesta il Pd. «Il governo antepone calcoli elettorali all’interesse del Paese» sostiene il responsabile economico Stefano Fassina. «Oggi l’Italia è fuori dall’Europa – ribatte Maria Grazia Siliquini (Pdl), relatrice alla Camera della legge sulle professioni -. Dobbiamo rimediare ai pasticci del governo Prodi ed evitare che i cittadini finiscano alla mercè di operatori abusivi». Per Mingardi «il processo di riforma non può essere un gioco a somma zero: se tu accetti di allargare le maglie degli ordini, io ti restituisco i minimi tariffari. Dovrebbe esserci un disegno coerente. Se l’obiettivo è rendere più competitivo il mondo dei servizi, il ritorno dei minimi tariffari è un passo indietro».
La Stampa 11.04.10

"Sacconi: riformare lo Statuto dei lavoratori. Il nuovo piano entro maggio", di Paolo Griseri

Lo Statuto dei lavoratori compie quarant’anni: è ora di cambiarlo. “Entro maggio – garantisce il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi – presenterò un testo nuovo”. Applaude la platea degli industriali italiani, certamente pensando alla scomparsa di quelli che Guido Carli definiva nel 1977 “i lacci e i lacciuoli” che imbrigliano l’economia e i profitti.

Il ministro non spiega quali saranno le linee del nuovo Statuto destinato a sostituire “entro tre anni”, la legge 300 scritta da Gino Giugni nel 1970. Certamente, garantisce Sacconi, la nuova legge servirà a “completare la liberazione dall’oppressione burocratica, da tutto quello che genera conflitto e dall’incompetenza che minaccia l’occupabilità”. Tradotto in concreto significa la conferma del sistema di arbitrato per i licenziamenti.

Il testo del provvedimento, contestato dalla Cgil come una norma che di fatto aggira l’articolo 18 dello Statuto, verrà ripresentato dopo la prima bocciatura di Napolitano: “Aggiusteremo velocemente quel testo – dice Sacconi – confermando l’utilità di un arbitrato che è una opportunità in più per i lavoratori e le imprese rispetto al grande contenzioso esistente”. Il secondo punto è la prevedibile modifica della legislazione sullo di sciopero nel tentativo di far scendere la conflittualità nelle aziende. Il terzo è un nuovo sistema di formazione professionale. “In ogni caso – spiega il ministro – il provvedimento verrà varato dopo i necessari passaggi con le parti sociali”. Una trattativa che potrebbe avvenire proprio a maggio, a ridosso delle celebrazioni per i quarant’anni dello Statuto oggi in vigore.

Ma soprattutto il nuovo Statuto dovrebbe modificare radicalmente il sistema di contrattazione stabilendo alcune regole valide per tutti a livello nazionale (specie in materia di salute e sicurezza) e un’ampia delega alla contrattazione decentrata a livello di territorio e di singole aziende. Una spinta in più verso la perdita di peso del contratto nazionale di categoria a vantaggio della contrattazione di secondo livello.

Così facendo, si otterrà maggiore flessibilità e si modificherà una mentalità diffusa: “Occorre – dice Sacconi – lavorare anche sulla cultura dei giovani: bisogna aiutarli ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, anche il più umile, purché sia regolare. Solo così si potrà difendere la vera cultura del lavoro”. Rivalutando il lavoro manuale, si potrà “battere il nichilismo delle generazioni degli anni ’70 che sono entrate nei mestieri dell’educazione, della magistratura e dell’editoria non tanto per occupare, come diceva Gramsci, le casematte del potere, quanto, come si dice a Roma, per infrattarsi, perché è sempre meglio che lavorare”.

Le frasi di Sacconi, laureato in giurisprudenza, provocano la reazione delle opposizioni. Cesare Damiano, suo predecessore, attacca: “Invece di offendere in una sola frase centinaia di migliaia di italiani impegnati nell’editoria, nella magistratura e nella scuola, il ministro dovrebbe fare il suo mestiere e occuparsi del fatto che il nostro Paese, come dicono i dati di Confindustria, è fermo”. Il Pd annuncia anche l’ostruzionismo sull’arbitrato e giudica “preoccupante” l’intenzione del ministro del lavoro di modificare lo Statuto dei lavoratori.
La Repubblica 11.04.10

"La legalità val bene una mensa", di Valerio Onida

Prima si è verificato l’episodio di Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, dove alcuni ragazzini si sono visti servire pane e acqua alla mensa scolastica perché i genitori risultavano da tempo morosi nel pagare le quote dovute alla scuola. Ora un altro caso simile, ad Adro, nel Bresciano. Una buona occasione per riflettere su come si possa e si debba impostare correttamente il tema della legalità e dei diritti nel nostro paese.
Alcuni punti dovrebbero essere chiari e indiscussi. Primo: il servizio della mensa scolastica è un servizio pubblico, erogato per lo più dietro pagamento di un prezzo a carico delle famiglie. Prezzo che può e forse deve essere anche differenziato, e dovrebbe essere stabilito avendo riguardo alle condizioni economiche delle famiglie oltre che alle esigenze di equilibrio del bilancio. Secondo: le famiglie che accedono al servizio sono debitrici delle quote dovute nei confronti dell’amministrazione. E dunque, se non pagano, quest’ultima ha il potere e il dovere di agire perché la morosità ingiustificata cessi. Terzo: le questioni e le controversie economiche fra amministrazione e genitori degli scolari dovrebbero essere sempre trattate in modo da non pregiudicare i diritti degli scolari stessi e da non metterli a disagio.

Ciò posto, le amministrazioni in questione non vanno criticate ma anzi lodate per avere cercato di recuperare situazioni di morosità che, a quanto pare, duravano da tempo e investivano un certo numero di famiglie. Non è giusto lasciare che utenti di servizi pubblici si sottraggano alle loro responsabilità e ai loro debiti, usufruendo di una tolleranza indiscriminata che si trasforma in un ingiusto privilegio e in definitiva in un onere per l’intera collettività. Anzi, un’azione rigorosa per correggere situazioni d’irresponsabilità e d’indebita tolleranza dovrebbe essere, in generale, più diffusa nelle pubbliche amministrazioni (viene in mente il fenomeno degli inquilini morosi di alloggi pubblici). L’idea che un debito verso un ente pubblico non sia un debito “vero” e possa essere lasciato insoluto senza conseguenze pratiche è un’idea magari diffusa, ma da combattere: fa parte della percezione secondo cui un bene pubblico è un bene di nessuno, non un bene di tutti.

Naturalmente, però, trattandosi di servizi pubblici di cui tutti hanno diritto di godere (e nel caso della mensa scolastica per di più legati al diritto fondamentale all’istruzione), le amministrazioni dovrebbero farsi carico delle situazioni di bisogno sottostanti alla morosità, anche in relazione a eventuali difficoltà contingenti (disoccupazione, stasi nel lavoro o simili), attivando i vari strumenti d’intervento sociale di cui dispongono (esenzioni, sussidi a integrazione del reddito, o altro): dovrebbero accertare le situazioni concrete e adattare ad esse la risposta, anche di propria iniziativa (senza aspettare che qualcuno “bussi alla porta”). Senza per questo tollerare che, a discrezione dei singoli utenti, il dovuto sia pagato o meno.
Ove ci si trovi di fronte a un inadempimento sistematico e non giustificato, e una volta accertato che questo non è dovuto a stati di bisogno che richiedano l’intervento del comune, l’amministrazione non solo può, ma deve adottare le misure di recupero delle somme dovute, attraverso gli strumenti amministrativi e giudiziari previsti dall’ordinamento, compreso l’invio dell’ufficiale giudiziario a casa dei debitori. Il comune non ha però diritto di far pesare sui bambini le conseguenze delle controversie, mettendoli in situazioni di discriminazione e di umiliazione, quali che siano le colpe dei genitori. C’è modo e modo anche per esercitare legittimi diritti e poteri.

Dunque, può non essere facile, ma è sempre possibile e doveroso far convivere il rigore nell’affermazione delle esigenze di legalità nei confronti degli utenti con l’esigenza preminente di rispetto dei diritti fondamentali delle persone, in particolare dei minori, nonché col dovere d’intervenire nelle situazioni di bisogno. Agli amministratori in questione va rimproverato non di avere agito, ma di avere scelto (è il caso di Montecchio) una strada sbagliata: e semmai, se fosse il caso, di non avere accertato eventuali situazioni di bisogno reale e di non avere attivato in proposito i necessari interventi di supporto. Un comune responsabile di un servizio pubblico a favore dei minori non può comportarsi come un negoziante che, se non vede i soldi sul banco, non serve il cliente.
Il Sole 24 Ore 11.04.10

«Che aria tira per la Scuola? Brutta direi!», di Mario Piemontese

Gli attacchi a volte sono frontali, in campo aperto, vedi per esempio il taglio di 132.000 posti di lavoro per risparmiare 8 miliardi con tutto quel che ne consegue: aule sovraffollate, meno tempo scuola, aumento della selezione e della dispersione, dequalificazione della scuola statale per favorire quella privata, in poche parole negazione del diritto allo studio. Altre volte sono meno evidenti, colpiscono ai fianchi se non alle spalle.

Proviamo a fare qualche esempio riferendoci ad avvenimenti recenti.

In una scuola elementare della provincia di Vicenza e in una della provincia di Brescia, ma è successo anche lo scorso anno in provincia di Milano, è stato negato il pranzo ai figli di chi non paga la mensa scolastica.

Se il tempo pieno fosse un diritto, fosse cioè per forza garantito a tutti quelli che lo richiedono, anche la mensa dovrebbe essere gratuita. Il comportamento degli amministratori protagonisti di questi episodi, oltre a essere indubbiamente barbarico e incivile, ci ricorda comunque che il tempo pieno è solo un servizio a domanda.

L’introduzione del cosiddetto “maestro unico” prospetta una scuola che intende garantire il minimo – leggere, scrivere e far di conto – e che offre tutto il resto a pagamento come una qualsiasi altra “agenzia formativa” presente sul territorio. Il diritto allo studio viene ridimensionato e quel che non viene più offerto si trasforma in servizio a domanda. Vuoi l’inglese, i laboratori o il tempo pieno? Non ci sono problemi, basta pagare. Questo è ciò che accade nelle scuole private: paghi una retta base e poi tutti gli extra sono a parte.

Ma se lo Stato riducesse progressivamente l’offerta di tempo pieno, i Comuni sarebbero in grado di garantirlo ugualmente? Da un punto di vista qualitativo no di sicuro, ma nemmeno da un punto di vista quantitativo.

Lo Stato per rispettare le direttive europee a proposito di contenimento del deficit e del debito pubblico, sta strangolando da anni i Comuni con il Patto di stabilità. Così come previsto dalla Legge n. 133/08, le Province e i Comuni con più di 5.000 abitanti dovranno risparmiare nel 2010 2.900 milioni e nel 2011 5.140 milioni.

Qualcuno dei sindaci lombardi che ieri a Milano ha manifestato contro il Patto di stabilità, ha dichiarato che per garantire i servizi sarà costretto a introdurre o a aumentare l’addizionale IRPEF comunale. È chiaro quindi che lo Stato scarica i problemi sugli Enti Locali che a loro volta li scaricano sui cittadini.

Passiamo a un altro episodio.

In un liceo scientifico bolognese, in due milanesi e chissà in quanti altri, il prossimo anno sarà offerto l’insegnamento della seconda lingua straniera, non previsto più dal riordino delle superiori, a pagamento: i genitori dovranno versare 100 euro all’anno. I dirigenti chiedono denaro senza problemi perché ritengono che la loro “utenza” se lo possa permettere e i genitori pagano senza batter ciglio.

Per ridurre il numero di insegnanti delle superiori hanno ridotto il tempo scuola. Per ridurre il tempo scuola hanno ridotto il numero di ore dedicate ad alcune discipline e ne hanno fatte sparire altre. Il potenziamento dell’insegnamento delle discipline ridimensionate o l’insegnamento di quelle scomparse sono stati trasformati in attività facoltative e opzionali. Quel che fino a oggi era un diritto è stato trasformato in un servizio a domanda.

Un diritto deve essere garantito a tutti i costi, un servizio a domanda no. La spesa per la garanzia di un diritto è a carico della collettività, quella per un servizio a domanda è a carico del singolo.

Nidi e materne, con la scusa che accolgono bambini al di fuori dell’obbligo di istruzione, sono classificati come servizi a domanda, quando i posti a disposizione si esauriscono non hai diritto a rivendicarne altri. È fondamentale quindi battersi affinché l’accesso ai nidi, alle materne e al tempo pieno sia un diritto e quindi completamente gratuito.

L’attenzione al tema della privatizzazione della scuola statale si sta comunque sempre più diffondendo tra i cittadini.

Quattro anni fa fu lanciata la campagna “Un rotolo per la Scuola Pubblica” per denunciare la riduzione dei finanziamenti per il funzionamento delle scuole. Recentemente è stato dato avvio alla campagna “La Scuola va a Rotoli” con le stesse identiche finalità, ma rispetto alla precedente il successo, in termini di sensibilizzazione dei cittadini al problema, è stato di gran lunga superiore. Cosa è cambiato? Quello che inizialmente era evidente a pochi, oggi è evidente a molti. In questi anni la progressiva e inesorabile riduzione dei finanziamenti ha prodotto danni così visibili da scatenare la reazione dei genitori: se all’epoca si tollerava, anche se con disappunto, la richiesta di portare qualche rotolo di carta igienica, adesso sembra assurdo dovere versare “liberamente” soldi alle scuole per permettere la stampa delle pagelle. Le cose sono peggiorate e parecchio. Le intenzioni di chi amministrava allora sono però identiche a quelle di chi amministra oggi, con la differenza che le conseguenze prima erano meno chiare di quanto lo siano adesso.

da www.retescuole.net