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«Dizionario delle riforme», di Michele Ainis

Le riforme? Una bevanda più eccitante del caffè per i politici italiani, camomilla per i comuni mortali.

Anche perché questa materia talvolta suona astrusa per gli stessi addetti ai lavori. Diciamo allora che si tratta di ridisegnare la carrozzeria della macchina statale, correggendo il sedile del pilota nonché il numero dei passeggeri a bordo. E per orientarci nella scelta proviamo a compilare un dizionario dei modelli in catalogo.

PRESIDENZIALISMO
Di questi tempi è il mantra dei nostri ri-costituenti. Nell’immaginario collettivo significa un presidente eletto direttamente dal corpo elettorale, con i poteri del comandante in capo. Scendendo nei dettagli, diciamo innanzitutto che quest’uomo (o donna, perché no?) può indossare un abito da capo del governo o dello Stato. La prima soluzione è stata sperimentata soltanto in Israele, ha innescato una grande quantità di pasticci e di bisticci, infine – dopo le elezioni del 2001 – gli stessi israeliani l’hanno gettata nel cestino dei rifiuti. D’altronde è pressoché impossibile conciliare il primato del presidente del Consiglio con il primato delle assemblee rappresentative, quando il sistema resti nell’alveo delle democrazie parlamentari. Largo perciò alla seconda alternativa, ma anche qui: attenzione. In Austria, Irlanda, Islanda il capo dello Stato ottiene un’investitura popolare, ma ha solo poteri di facciata. Tutt’altra musica negli Usa, dove il presidenzialismo ha ricevuto i suoi natali. Lì il presidente governa in solitudine, nomina e revoca i ministri (per meglio dire, i segretari di Stato), è indipendente dal Congresso (che non può sfiduciarlo). Però il Congresso a propria volta tiene i cordoni della borsa, mette becco nelle nomine, può azionare l’impeachment contro il presidente (per evitarlo Nixon si dimise dopo il Watergate), ha infine il monopolio dell’attività legislativa, giacché il veto presidenziale è superabile con la maggioranza dei due terzi. E le elezioni di mid term, che intervengono a metà del suo mandato, segnano spesso il predominio del partito avverso al presidente. Senza dire del corpo giudiziario, forse il più potente al mondo. Insomma una rigida separazione dei poteri, pesi e contrappesi perfettamente bilanciati. In difetto di questa condizione il presidenzialismo diventa una caricatura, come avviene in Sudamerica: tu lo scegli aspettandoti l’Obama italiano, ti ritrovi in casa un caudillo col faccione di Chávez.

SEMIPRESIDENZIALISMO
È il modello inventato in Francia da De Gaulle, e poi esportato per esempio in Portogallo. Un’aquila a due teste, perché il Capo dello Stato viene eletto a suffragio universale, può sciogliere le Camere, decide la politica estera, promuove i referendum, ha poteri speciali durante le situazioni di crisi. Per converso il Primo ministro guida il potere esecutivo, ma per restare in sella deve conservare la fiducia del Parlamento. Un guaio, quando quest’ultimo esprime maggioranze antagoniste rispetto a quella incarnata dal Capo dello Stato (in Francia è successo per un tempo complessivo di 9 anni); anche perché, con un esecutivo frazionato e un legislativo sotto tiro, la separazione dei poteri diventa piuttosto commistione, se non confusione dei poteri. Sarà per questo che in Italia il semipresidenzialismo raccoglie così tanti tifosi.

PREMIERATO
Qui entriamo nella lunga galleria dei sistemi parlamentari, dove l’indirizzo politico viene consegnato al tandem governo-Parlamento. La variante inglese (modello Westminster) s’incentra sul ruolo del premier, al contempo leader del partito di maggioranza alla Camera dei comuni e vertice del potere esecutivo. Per offrire buona prova, questa forma di governo presuppone però un sistema bipartitico, nonché l’adesione a un corpo di regole non scritte (conventions) che limitano la concentrazione del potere. Nel Regno Unito nessuno si sogna di violarle, in Italia facciamo fatica a rispettare pure le norme scritte. Inoltre il premierato non impedisce di sostituire il capo senza passare per le urne: nel 1990 ne fece le spese perfino la Thatcher, sostituita dai conservatori con John Major.

CANCELLIERATO
In questi anni espone il viso rubicondo della Merkel, Cancelliere federale della Repubblica tedesca. I suoi poteri? Di netta prevalenza sui ministri, ma pur sempre costretta a un’estenuante attività di mediazione tra i partiti che formano la coalizione di governo. Se non ci riesce, cade in Parlamento, attraverso una mozione di sfiducia «costruttiva». Significa che il Bundestag elegge nello stesso tempo, a maggioranza assoluta, un nuovo cancelliere; o altrimenti tutti a casa, si sciolgono le Camere. Difatti in Germania il rapporto fiduciario corre tra l’assemblea legislativa e il capo del governo, non con l’esecutivo nel suo insieme. Da qui una certa personalizzazione del potere, senza però mortificare il Parlamento.

SISTEMA ELETTORALE
È il convitato di pietra che identifica le diverse forme di governo, benché le Costituzioni in genere siano silenziose su questo punto decisivo. Lo è anche la Carta italiana, ma i padri fondatori la scrissero strizzando l’occhio al proporzionale; non a caso quando nei primi anni Novanta gli abbiamo dato il benservito, orientandoci verso un maggioritario sia pure un po’ bastardo, in quel momento la seconda Repubblica ha ricevuto il suo battesimo. E così in Italia le simpatie verso il Cancellierato, da parte dei centristi e dei centrini, sono in realtà attizzate da una voglia di proporzionale, con una legge elettorale alla tedesca; i fan del premierato preferiscono al contrario un maggioritario di stampo anglosassone; i semipresidenzialisti hanno in testa il doppio turno alla francese. O almeno dovrebbero, giacché la coerenza non è la nostra massima virtù. Magari va a finire che cambiamo forma di governo tenendoci stretta questa legge elettorale, deprecata in pubblico, benedetta in privato dai segretari di partito. D’altronde come dargli torto, è così comodo scegliere i parlamentari uno per uno, senza nemmeno importunare gli elettori.

da www.lastampa.it

"Un milione alle urne per 40 ballottaggi", di Mariagrazia Gerina

Tutto è buono per battere la Lega. Si sono messi con l’estrema destra e l’estrema sinistra. Ma la Lega va», grida, con tono vittimista, il senatùr, accorso a Vigevano. In «trincea», accanto al candidato leghista, Andrea Sala (33% al primo turno), che dovrà vedersela con il fronte anti-leghista più vasto d’Italia. Dall’ex sindaco del Pci Carlo Santagostino (al primo turno alla guida della lista Civiltà vigevanese, appoggiato da Pd e Idv, ha incassato il 15%), a Vigevano futurista, lista di estrema destra, passando per i Verdi e la Dc. Tutti schierati al secondo turno con il candidato del Pdl, Antonio Prati (28% al primo turno). Per arrestare l’avanzata dela Lega.

Il partito di Bossi, uscito vincitore dalle elezioni regionali, però, non vuole cedere un metro all’avversario, deciso a giocare, laddove ci siano ancora in campo dei candidati leghisti, anche la partita del secondo turno, come se fosse la sfida decisiva. E se il leader del Carroccio “vola” accanto ad Andrea Sala, il ministro dell’Interno corre nel trevigiano, a Castelfranco, a promettere, accanto al candidato leghista Luciano Dussin che con il federalismo sarà spazzato via anche l’odiato patto di stabilità. A fermare la Lega in quel di Castelfranco si prova la candidata civica Donata Sartor, insegnante dell’istituto agrario cittadino, che per il secondo turno è riuscita ad allargare il fronte dal Pd all’Udc (3% al primo turno).

Sono più di un milione in tutto gli elettori chiamati a decidere al ballottaggio il risultato elettorale. Si vota domani (dalle 8 alle 22) e lunedì (dalle 7 alle 15) in 41 i Comuni della penisola. E il convitato di pietra, ancor più che al primo turno, sarà l’astensionismo.
Riflettori puntati soprattutto sui quattro capoluoghi di provincia che vanno al voto: Macerata, Mantova, Matera e Vibo Valentia.

In tutte e quattro le città capoluogo è in testa il candidato di centrosinistra. A Matera, Salvatore Adduce, con il 48,46% dei consensi, è già a un passo dalla meta. Nella città lucana il centrodestra si è presentato profondamente diviso, dopo le dimissioni del sindaco uscente Nicola Buccico (Pdl), che a novembre hanno portato al commissariamento del comune. Adduce aveva al suo fianco già dal primo turno una coalizione che va dall’Udc alla sinistra e ai Verdi, il suo rivale Angelo Raffaele Tosto, fermo al 26,23%, dovrà recuperare il 14,57% andato al candidato del Pdl, che ha corso da solo.

A Macerata il candidato del centrosinistra, Romano Carancini punta a raccogliere il testimone dall’uscente Giorgio Meschini: al primo turno ha convinto il 45,97% dei suoi concittadini, dovrà vedersela Fabio Pistarelli, che parte dal 41,1% e mette insieme Pdl e Udc. Una sfida che sarà in gran parte decisa dalla partecipazione al voto della sinistra visto che il Pd, primo partito con il 23,9%, è risultato di poco superiore al Pdl (23,2%), mentre la lista che unisce Rifondazione comunista, Sinistra europea e Comunisti italiani ha raccolto il 7,3% dei voti.

Nel capoluogo calabrese, il candidato del centrosinistra, Nicola Soriano (Pd), è risultato il più votato, con il 41,11%, ma l’appoggio del centrista Antonino Daffinà (quasi al 25% al primo turno) e di una civica che vale oltre il 5%, potrebbe ribaltare l’esito della prima tornata elettorale a vantaggio del candidato del Pdl, Nicola D’Agostino, che al secondo turno, appunto, ha incassato l’accordo con l’Udc.
L’Unità 10.04.10

"Tutto in una legge il piano del Cavaliere", di Claudio Tito

La Lega cerca l´accordo con la sinistra perché non vuole il referendum. Ma è un errore. Sto facendo una gran fatica per convincere Umberto, ma ci riuscirò». Il referendum dobbiamo farlo e dovrà esserci un solo quesito. Perché la “Grande Riforma” va fatta salire su un vagone unico, un solo disegno di legge». Presidenzialismo, federalismo, giustizia. Sono questi i tre corni del progetto (non la legge elettorale) che Silvio Berlusconi si è piazzato da qualche giorno in bella vista sulla scrivania di Palazzo Chigi. Un disegno che tecnicamente sta ancora prendendo forma, ma che negli obiettivi del Cavaliere ha già assunto una precisa fisionomia. E una scadenza: il 2013. Quando si chiuderà la legislatura e anche il mandato presidenziale di Giorgio Napolitano. Due appuntamenti che nella sua “road map” segreta vanno via via sempre più sovrapponendosi.

Dopo la conferenza stampa di ieri a Parigi e nei colloqui avuti l´altro ieri sera ad Arcore, il premier ha tracciato con i fedelissimi il percorso che intende seguire nei prossimi tre anni. Una strategia puntellata di precauzioni e preoccupazioni. È infatti convinto che con il Senatur «dovrò spezzarmi in due» per persuaderlo. Ed è poi cosciente che con Gianfranco Fini sarà tutto più complicato. A Via del Pebiscito, guardano infatti con diffidenza alle mosse del presidente della Camera: il feeling con Pier Ferdinando Casini, il dialogo con l´opposizione, la sponda con Giorgio Napolitano. Eppure, ragiona il presidente del consiglio, «non si è accorto che il capo dello Stato si sta comportando bene. Anche oggi è stato corretto». L´inquilino di Montecitorio, invece, «sta sbagliando, il referendum spazzerà via tutte le ambiguità».

Nella traiettoria che il premier ha tracciato, del resto, ci sono già dei punti fermi: non intende, ad esempio, segnare le riforme con la sola bandiera del federalismo. «Non ripeteremo l´errore del 2006. Il referendum solo sulle tesi leghiste era destinato alla sconfitta. Ma se puntiamo sul presidenzialismo e su un pacchetto unico e complessivo, gli italiani capiranno». Il referendum confermativo non prevede quorum e per questo la sfida del Cavaliere consiste nel persuadere elettori sul merito della «svolta». «L´Italia – ragionava ieri tornando in Italia da Parigi – è ormai pronta per il presidenzialismo. La gente vuole scegliere direttamente e io continuo a fare politica solo perché credo di poter lasciare il segno». Per di più, con un solo disegno di legge la campagna elettorale non potrà concentrarsi solo sul capitolo giustizia. Che Palazzo Chigi considera il più delicato. Sta di fatto che l´orizzonte del riforme, per Berlusconi, sta diventando sempre più lo strumento per accreditarsi con una veste nuova a fine legislatura. Un nuovo profilo per presentarsi di nuovo alle urne per candidarsi alla guida – da Palazzo Chigi o dal Quirinale – della «Terza Repubblica».

«Lasciare il segno», un refrain che ormai il Cavaliere ripete a tutti. Un risultato da conseguire nei prossimi tre anni per non rischiare «un ritorno alla Prima Repubblica». Un traguardo, però, che impone il superamento dei dubbi “lumbard” e «l´abbattimento» delle resistenze del presidente della Camera. Basti pensare a quel che dice della legge elettorale. Il modello semipresidenzialista francese va costruito senza il doppio turno perché l´attuale sistema «ha funzionato bene, ha tutelato il bipolarismo e la stabilità, ha portato in Parlamento solo cinque gruppi. Non accetterò mai che venga cambiato. Lo sappia anche Gianfranco». Il suo timore “ufficiale” è che si ritorni ad un meccanismo che favorisca «i boss locali e il malaffare». Quello “ufficioso” è fondato sulle paure che il doppio turno coalizzi tutti gli «anti-Berlusconi» mentre la Lega può correre da sola al primo turno.

Persino le richieste pervenute da Bersani rafforzano l´opzione referendaria. «Io vorrei l´accordo con la sinistra, lo vorrei tanto, ma temo che saremo costretti a fare da soli. Lavorare solo sul Senato federale e sulla riduzione dei parlamentari, come chiede il segretario Pd, equivale a non fare niente. Vedo che pure Violante sostiene questa tesi. Ma a che serve? La verità è che non hanno un leader, non hanno uno in grado di “tenere”, di difendere le mediazioni come fece Togliatti nel ´48. Non sapranno resistere a Di Pietro e a quel Grillo. Dovranno dirci di no e noi procederemo con il referendum».

Il percorso triennale studiato da Berlusconi terminerà dunque con la legislatura. E negli ultimi giorni, il presidente del consiglio ha ricominciato a parlare del suo «futuro» in politica con uno sguardo di lungo periodo. «Io – si è sfogato con i suoi – vorrei tanto poter fare un passo indietro. Comportarmi come con le mie aziende: ho trovato una persona di cui fidarmi come Fedele che le gestisce benissimo. Ma un Confalonieri in politica non l´ho trovato». Eppoi ha azzardato un paragone che ha lasciato tutti di stucco e ha insinuato il sospetto anche tra lo staff: «Mi dicono che nel 2013 sarei troppo vecchio, eppure io vedo quanto è attivo Napolitano. E allora perché non posso andare avanti io che sono pure più giovane?».
La Repubblica 10.04.10

"Padova, un altro muro per dividersi dai nomadi", di Anna Sandri

A partire dall’estate quattro campi nomadi regolari a Milano saranno video-sorvegliati grazie a un sistema di impianti di ultima generazione, finanziato con i fondi del Viminale per l’emergenza rom. Come ha annunciato il vicesindaco Riccardo De Corato, il capoluogo lombardo sarà la prima città in Italia a installare telecamere sugli accampamenti dei nomadi. «Mentre Padova recinta i campi nomadi autorizzati – ha affermato De Corato – Milano si appresta a sorvegliarli con le telecamere». Il prefetto Gian Valerio Lombardi, commissario per l’emergenza rom a Milano, ha già autorizzato un prelievo di 479 mila euro dal fondo di 12 milioni di euro stanziati dal ministero dell’interno, per l’istallazione di venti telecamere wireless nei campi regolari di via Triboniano, via Chiesa Rossa, via Idro e via Martirano, dove vivono complessivamente 916 persone.Dopo il muro di via Anelli, che aveva spezzato il traffico di droga nel quartiere est della città e aveva reso il sindaco una celebrità planetaria, un’altra barriera spunta a Padova. Il primo cittadino è ancora Flavio Zanonato e l’amministrazione è saldamente in mano al centrosinistra. Questa volta il quartiere si chiama Mortise, siamo sempre nel quadrante est ma il problema non è più la droga: tocca ai rom, quelli abusivi, che del concetto «visita ai parenti» hanno un concetto troppo vasto.

In via Bassette c’è un campo incolto, divide una zona residenziale dai piloni che sorreggono la tangenziale. Da due anni vi si è insediata una comunità rom: 13 adulti, 27 bambini. Sono tutti censiti dal Comune, i piccoli frequentano la scuola, la comunità paga un simbolico affitto di 100 euro alla proprietaria dell’appezzamento.

Succede però che nel tempo le condizioni cambiano. Arrivano i parenti: uno, due, dieci, venti, trenta. La visita si fa stanziale, e i tre nuclei familiari autorizzati smettono di pagare l’affitto, ritrovandosi denunciati per occupazione abusiva. I rom aggiunti arrivano dalla zona di Torino, dicono di vivere di raccolta di ferro: ben diversa l’opinione di residenti e commercianti del quartiere che registrano un inquietante aumento di furti, e assistono a spettacolari inseguimenti con pattuglie di polizia e carabinieri impegnate di continuo.

La gente si lamenta, i rom aumentano e il Pd padovano si spacca. Alcuni suoi rappresentanti, nello scorso inverno, si mettono a raccogliere firme in piazza per la cancellazione del campo nomadi, e Zanonato reagisce malamente.

Non si potrà dire, però, che il sindaco non abbia seguito la vicenda. Con in mano una sua ordinanza che parla di ordine pubblico e carenze igieniche sanitarie, l’altra mattina polizia e tecnici si sono presentati al campo: talmente di sorpresa che nessuno ha reagito. Tempo due ore e il campo di via Bassette aveva il suo muro: new jersey di cemento (tinto di verde, per non dare l’idea della recinzione carceraria) e una rete alta tre metri.

Il muro taglia il campo in due. Nello spazio destinato ai rom autorizzati, ci stanno loro e nessun altro, nemmeno a sovrapporsi; l’altra parte è destinata a restare vuota (e a fare da cuscinetto tra la zona residenziale e l’accampamento) perché è proprietà del Comune, e chi si attenda è perduto. Le costruzioni abusive che erano state realizzate nel frattempo sono state abbattute, le roulotte sfasciate che venivano adibite a magazzini (e dove sono state trovate importanti quantità di rame rubato) sono state rimosse dal carro attrezzi.

Restano solo le famiglie con i bambini in età scolare, e mentre i residenti esultano, il presidente del consiglio comunale, Daniela Ruffini, plaude ma avvisa: «Questo sia solo l’avvio di un percorso d’integrazione, non si può pensare di lasciarli a tempo indeterminato dietro le reti, sembra un pollaio».

"Fuoco amico contro Darwin", di Pietro Greco

Stavolta non sono i teorici del creazionismo o qualche esoterico a prendersela con il vecchio Charles: il filosofo Fodor e il neuroscienziato Piattelli Palmarini attaccano il motore stesso dell’evoluzione della specie. I due autori tengono a precisarlo già nell’introduzione: siamo atei senza tentennamenti e il nostro attacco a Darwin o meglio, al neodarwinismo non ha nulla a che fare con il disegno intelligente e il creazionismo. La nostra è una critica naturalistica. Non ha nulla né di religioso né di esoterico. La nostra è una partita giocata tutta all’interno del dibattito scientifico. Inoltre, quello che proprio non ci va giù è che la spiegazione darwiniana, la selezione naturale, venga eletta da alcuni – come il filosofo Daniel Dennett o il biologo Richard Dawkins, a principio universale e applicata anche in campi – come la sociologia o la psicologia – con cui poco o nulla ha a che fare.
Queste sono le due premesse con cui il filosofo Jerry Fodor e il neuroscienziato Massimo Piattelli Palmarini aprono il libro Gli errori di Darwin, che dopo essere apparso negli Stati Uniti con il titolo What Darwin Got Wrong (Quello che Darwin ha sbagliato) viene ora proposto in italiano dall’editore Feltrinelli.
Sono premesse chiare. E largamente condivisibili. La prima perché non c’è alcun neocreazionismo: gli argomenti che Fodor e Piattelli Palmarini adducono non sono né teleologici (non esiste un scopo in natura) né tantomeno teologici (lo scopo non è dato da un dio), ma tutti interni al dibattito scientifico. La seconda perché è condivisa da molti darwiniani convinti: Stephen Jay Gould, per esempio, definiva «ultradarwinisti» coloro che come Dennett o Dawkins – cercano di estendere la teoria dell’evoluzione delle specie per selezione naturale del più adatto ad ambiti diversi da quello dell’evoluzione biologica.
Ciò detto, il titolo del libro è inequivocabile e corrisponde al suo contenuto: un attacco a Darwin. Che, secondo Fodor e Piattelli Palmarini, ha commesso degli errori nel formulare la sua teoria dell’evoluzione biologica. Questi errori sono stati fatti propri e, anzi, ampliati dal «neodarwinismo», ovvero dalla riunificazione tra genetica ed evoluzionismo avvenuta intorno agli anni ’30 del secolo scorso. Non si tratta di errori marginali. Riguardano il motore stesso dell’evoluzione delle specie. Charles Darwin e i neodarwinisti individuano il motore principale ma, se badi bene, non l’unico – nella selezione naturale. Ovvero nel fatto che gli organismi più adatti a sopravvivere nell’ambiente hanno, statisticamente, un maggiore successo riproduttivo e trasmettono alla loro prole, con modificazioni, i loro caratteri genetici.
Questo processo individua essenzialmente due stadi: uno quasi tutto interno agli organismi, che consiste nel modo in cui si «genera la diversità» (ogni individuo è diverso da un altro) all’interno di un processo di sostanziale continuità (la trasmissione ereditaria, di padre in figlio, dei caratteri genetici). Per Darwin e i neodarwinisti il generatore di diversità (individuato essenzialmente nelle mutazioni genetiche) è certo influenzato da vincoli ambientali e strutturali, ma nella sua sostanza è casuale.
Il secondo stadio quello della vera e propria selezione naturale del più adatto vede invece il protagonismo assoluto dell’ambiente, che premia in media le capacità riproduttive degli organismi portatori dei caratteri adattativi migliori e punisce i portatori di caratteri adattativi peggiori. Sebbene avvenga su basi statistiche e non deterministiche, si tratta di una selezione necessaria. Non a caso Jacques Monod aveva sintetizzato la spiegazione darwiniana nel combinato disposto di «caso e necessità».
Bene, Fodor e Piattelli Palmarini, confutano le basi di questo processo. Sia perché sostengono che il generatore di diversità degli organismi viventi non è sostanzialmente casuale, ma, al contrario, è sostanzialmente determinato. Da che cosa? Dalle leggi fisiche e chimiche dell’auto-organizzazione della materia, che operano a ogni livello: dal-
la formazione delle galassie alla formazione, appunto, delle cellule e degli organismi. Questa capacità della materia è così forte da annullare o meglio da rendere del tutto marginale anche il secondo stadio del processo darwiniano: la selezione naturale. Ad affermarsi sono gli organismi e le specie dotate di maggiore stabilità intrinseca: l’ambiente non seleziona nulla, o seleziona poco.
La critica al darwinismo e alla moderna teoria sintetica non è nuova. È da almeno un secolo da sir D’Arcy Thompson in poi che molti hanno studiato i fattori morfogenetici e, più in generale, strutturali che condizionano pesantemente che determinano la forma e, dunque, anche le funzioni degli organismi e delle loro singole parti. Negli ultimi anni si è visto come questi vicoli strutturali siano davvero operativi e a ogni livello, da quello macroscopico e quello genetico. È nata persino una nuova disciplina, l’Evo-Devo (evolutionary development, sviluppo evolutivo), che studia come i fattori strutturali concorrano all’evoluzione biologica.
IL RUOLO DELL’AMBIENTE
Concorrano, appunto. Ma non sostituiscono. Perché questo è il punto focale intorno a cui si snoda il ragionamento di Fodor e Piattelli Palmarini: le leggi dell’auto-organizzazione della materia sono così forti e potenti da annullare di fatto il ruolo dell’ambiente e la selezione naturale del più adatto come motore dell’evoluzione? Fodor e Piattelli Palmarini sostengono di sì. Ancora una volta, non sono i primi. In anni recenti hanno cerato di farlo diversi studiosi – da Brian Goodwin a Stuart Kauffman, per citare i più famosi anche al grande pubblico. E tuttavia non ci sono riusciti. Sia Goodwin sia Kauffman hanno tentato di trovare una teoria scientifica alternativa a quella darwiniana. Ma quella teoria, come riconoscono anche Fodor e Piattelli Palmarini, Non c’è. Se gli errori di Darwin esistono, quelli degli altri sono superiori.
Ma esistono questi errori? No. O, in ogni caso, non sono decisivi. Nessuno dubita che il processo che «genera diversità» sia complesso e determinato da molti fattori, inclusi quelli strutturali. Nessuno dubita che dietro il caso si celi non l’alea, ma una serie di meccanismi fisici, chimici e biologici che semplicemente ignoriamo. Nessuno dubita che la selezione non sia solo adattativa. Darwin stesso sosteneva che la selezione naturale è il principale, ma non l’unico meccanismo di selezione. E tuttavia è davvero difficile sostenere che l’ambiente non abbia alcun ruolo nell’evoluzione biologica. Semmai sono da ricostruire le svariate forme con cui l’ambiente opera la selezione.
In altri termini, nessuno dei nuovi processi finora scoperti è in grado di minare il neodarwinismo. Tutti possono essere facilmente integrati nella teoria naturalistica che Charles Darwin ha proposto per spiegare i fatti noti dell’evoluzione biologica.
L’Unità 10.04.10

Tia: il lassismo del governo davanti ai rischi per Comuni e imprese

Il senatore Giuliano Barbolini dà la ‘sveglia’ ai colleghi modenesi del PdL e della Lega Nord: “Entro il 30 aprile il Governo si occupi della tariffa di igiene ambientale”. I rischi per i Comuni e le imprese modenesi. “Le imprese dei distretti industriali vedranno applicarsi una quota di esercizio maggiorata che non potranno più scaricare; i Comuni subiranno disagi di bilancio e costi di spesa nella gestione del servizio;le conseguenze della morosità dei pagamenti aggraveranno i bilanci comunali. Da ultimo ci saranno difficoltà anche per le aziende quotate in borsa”.

Non si tratta di una previsione nefasta ma, purtroppo, quello che accadrà a partire da questo 30 aprile per la quasi totalità dei comuni e delle imprese modenesi.

A denunciarlo è il senatore del PD Giuliano Barbolini che, in un’interrogazione, ha sottolineato come il lassismo del Governo davanti al problema della Tariffa di igiene ambientale (Tia),a cui la Corte costituzionale ha riconosciuto natura tributaria, causerà gravi problemi ai cittadini e alle imprese.

“Tocca al Governo – ha sottolineato Barbolini – dare risposte risolutive alla questione, anche perché – prosegue – si sono create aspettative nei cittadini che in questi anni, per effetto della sentenza, hanno indebitamente pagato l’Iva e che pretendono di vedersela rimborsare dallo Stato, che è il precettore di quell’imposta”. Interessati dalla questione sono 1.300 comuni in Italia “che hanno il merito di avere, prima di altri e con difficoltà applicato norme di legge – precisa il senatore PD – e che sono stati, per questo, beffati due volte: quando hanno dovuto ristrutturare i loro bilanci perché vincolati dal patto di stabilità, ed oggi, perché dovranno sostenere ulteriori costi e conflittualità con i cittadini nel rapporto e nell’erogazione di questi servizi”.

Barbolini si rivolge ai ‘colleghi’ modenesi del centrodestra: “Da un anno a questa parte il PD ha fatto le sue proposte e il Governo , solo a parole , si è dichiarato disponibile – dichiara – entro il 30 aprile occorre trovare una soluzione che non può gravare su Comuni, famiglie e imprese. Trovo – afferma Barbolini – questa situazione incomprensibile e non capisco perché i tanti amministratori presenti all’interno della maggioranza e tra le fila della Lega si ostinino a non considerare e non prendere sul serio un problema che – aggiunge il senatore modenese – genererà difficoltà di funzionamento nei nostri Comuni, disagio nei cittadini, incomprensione nelle imprese. Ancora una volta – sottolinea Barbolini – contraddicono le tanto conclamate dichiarazioni secondo le quali si vuole premiare il merito, la correttezza amministrativa e la serietà di chi fa bene l’esercizio della sua responsabilità. Di tutto questo – conclude – come consuetudine, non c’è più traccia nel loro comportamento quando siedono in Parlamento a Roma”.

"La protesta unisce ricercatori e docenti", di Ottavia Giustetti

Tutti contro il disegno di legge Gelmini: l´Università di Torino raccoglie l´invito dei ricercatori già in stato di agitazione e fa suoi i motivi della protesta, organizzando il primo tavolo d´ateneo per la pianificazione delle prossime iniziative di dissenso. Lo si è deciso ieri pomeriggio, dopo una conferenza di ateneo alla quale hanno partecipato qualche centinaio tra studenti, ricercatori e docenti dell´Università. Il primo incontro è fissato per venerdì prossimo. Dopo la relazione di Sergio Roda e di Mario Dogliani che hanno fatto un quadro delle difficoltà nelle quali verserà l´ateneo se passerà la riforma della Gelmini, dopo un intervento di Alessandro Ferretti, rappresentante dei ricercatori e di Helios Marchelli, presidente del Senato studenti, di Igor Piotto della Flc Cgil e di Paolo Bertinetti, preside della facoltà di Lingue, tutte le componenti di ateneo hanno concordato: c´è la necessità quanto mai urgente di organizzare un movimento congiunto per dire no alle nuove regole che si discutono in questo momento al Senato con la legge e i suoi ottocento emendamenti. «Abbiamo bisogno del sostegno dei docenti – dice Alessandro Ferretti, ricercatore di Scienze che in queste settimane ha coordinato la mobilitazione di quello che è stato chiamato lo “sciopero bianco” – non vogliamo che questa sia solo la protesta dei ricercatori, dobbiamo far sentire chiaramente che l´Università è in pericolo nel suo complesso e che ci sono atenei disposti a lottare per difenderla». I due temi più discussi ieri sono stati quello della “governance “che cambierà radicalmente qualora passi la legge, e del reclutamento, che interessa Torino particolarmente perché da qui ai prossimi tre anni saranno 800 circa i docenti che andranno in pensione.
Intanto la mobilitazione dei ricercatori ha raggiunto adesioni davvero incredibili in quasi tutte le facoltà (manca Medicina, Lettere che si riunisce la prossima settimana così come Scienze politiche): a Scienze della formazione 42 ricercatori su 48 hanno aderito alla protesta per la quale non saliranno più in cattedra, a Economia il 45 per cento dei ricercatori, a Scienze sono 140 su 180, ad Agraria 35 su 50 e aumenteranno ancora, a Veterinaria i due terzi circa. Da un primo calcolo approssimativo si è stimato che in tutta l´Università di Torino sono più di 350 i ricercatori che hanno firmato con la propria adesione. Il che significa che in alcune facoltà, come per esempio Scienze della Formazione, il prossimo anno non partirà nessun corso di laurea.
La Repubblica/Torino 10.04.10