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"L'ideologia che unisce le banche e la Lega", di Tito Boeri

C’è un’altra elezione che si sta svolgendo nel nord del paese in queste settimane e che continuerà fino al 24 aprile. Ci sono molte meno astensione che nel voto amministrativo. Ma non per questo i veri partiti, in questo caso si chiamano patti, contano poco. In gioco il potere economico, più che quello politico. Il candidato di punta questa volta non viene dalla provincia padana, ma da quella laziale ed ha, nel giudizio del Financial Times, uno stile di condotta da Sacro Romano Impero, con tanto di puntelli politici (ha l´appoggio di Giulio Tremonti), pendenti penali e congiure. Si chiama Cesare Geronzi e sarà con tutta probabilità il prossimo Presidente di Assicurazioni Generali. Si tratta di un´elezione vera e propria. Per una volta saranno infatti stati i comitati nomine anziché i salotti buoni a votare. Questo ha reso ancora più evidente l´intreccio di poteri, meglio l´incrocio di partecipazioni, su cui si regge il capitalismo del Nord, la Galassia del Nord, efficacemente narrata da Massimo Giannini su queste colonne. È un intreccio talmente complesso che è difficile decifrarlo. Anche dagli addetti ai lavori. Si pensi che qualche anno fa un´istruttoria dell´Autorità Garante della Concorrenza e dei Mercati aveva concluso che Mediobanca non controlla Generali! Oggi Mediobanca sta nominando non solo il nuovo presidente della compagnia di assicurazioni triestina, ma anche due vicepresidenti su tre. Lo fa col suo 15 per cento di azioni, imponendo con prepotenza le sue scelte al restante 85 per cento. E sull´asse Milano-Trieste, Mediobanca blinda il capitalismo italiano. Tutto sarà come prima, anzi più di prima.
C´è un´ideologia che sta alla base di questa difesa dello status quo che si produce nell´economia del Nord del Paese. Si chiama «ritorno al territorio», teorizzato sia dalla Lega che dalle nostre maggiori banche. Fosse vera attenzione al territorio sarebbe molto utile. Ci sono tanti piccoli progetti imprenditoriali degni di nota nel mondo della piccola impresa che oggi le nostre banche non sanno valutare. Tante nuove idee che cercano finanziatori. Bisognerebbe fare come negli Stati Uniti dove i funzionari di banca vanno nelle scuole superiori a valutare i business plan preparati dai liceali che hanno scelto di studiare l´economia. Operazione educativa per entrambi, studenti e banchieri. Ma il ritorno al territorio di cui ai comunicati dei Cda delle banche è una grande ipocrisia.
È solo tutela delle posizioni di potere conquistate, protezione dai corpi estranei. Il presidio del territorio è in realtà il presidio dei posti nei consigli di amministrazione delle banche locali, delle municipalizzate, delle amministrazioni pubbliche e del potere politico locale. Sono la politica locale e le organizzazioni di categoria che non solo vogliono strappare poltrone e strapuntini, ma che vogliono influenzare la gestione delle banche, cercando di sostituire alla valutazione del merito di credito le erogazioni riservate alle categorie da loro protette. Il federalismo nell´economia è plasmato sul federalismo di facciata della politica. Nel segno della continuità e del conservatorismo. Per questo non c´è nessun timore in questo blocco di potere nell´assistere all´avanzata della Lega. Eloquente il giudizio di Massimo Ponzellini, presidente della Banca Popolare di Milano (e di Impregilo): «La Lega dà stabilità».
Il fatto che elezioni come quella di Geronzi vengano oggi fatte alla luce del sole è molto indicativo. Banche chiuse in se stesse, imprese non contendibili, vengono ormai apertamente considerate un fattore di successo. Bene proteggersi e concedere crediti unicamente ai soliti noti. Dopotutto la crisi ci ha insegnato cosa vogliano dire le bolle finanziarie! Ci si dimentica che «i paesi della bolla», come ormai li si chiama, hanno conosciuto per decenni tassi di crescita più alti dei nostri e che il nostro paese ha sofferto di più la crisi dei paesi coi mercati finanziari più sviluppati. Si rimuove il gigantesco problema di cattiva allocazione delle risorse che sta alla base della stagnazione italiana degli ultimi 15 anni. Avremmo bisogno di spostare capitali e persone da imprese decotte a nuove iniziative imprenditoriali in grado di far decollare il nostro paese. Questo è il compito che possono svolgere i mercati finanziari. Certo, questi devono essere ben regolamentati, ci vogliono forti e autorevoli autorità di controllo. Si riparla sempre più insistentemente nelle ultime settimane di un rinnovo dei vertici della Consob in linea di continuità con la gestione attuale, un nuovo settennato di Lamberto Cardia, il presidente che ha caldeggiato le norme contro le Opa ostili per blindare gli attuali assetti proprietari. È la stessa gestione che ha fatto lievitare i costi dell´autorità, raddoppiare le spese del personale della Consob proprio mentre si dimezzava il numero di società quotate. Completerebbe il paradosso: l´area più cosmopolita del paese che trova espressione in una classe dirigente arroccata a difesa di sé stessa, chiusa verso tutto ciò che sta fuori.
p.s.
Dario Di Vico dedica alle mie tesi sulla politica economica della Lega (qui) un lungo editoriale sul Corriere della Sera di ieri, con toni da agitatore politico, da sindacalista dei piccoli. Vorrei rassicurarlo. Non ho nulla contro i piccoli imprenditori, i lavoratori autonomi e gli artigiani. Non erano a loro rivolte le mie attenzioni, bensì a documentare i tanti trasferimenti compiuti da questo Governo a favore dei territori presidiati dalla Lega. Eccone un altro: l´assegnazione delle quote latte aggiuntive nel 2009 da parte del Ministro delle Politiche Agricole, ha premiato le due regioni con candidati leghisti tra cui lo stesso Zaia, vale a dire Piemonte e Veneto. A queste due Regioni sono stati concessi incrementi rispettivamente del 13 e del 9 per cento delle quote, quasi il doppio in percentuale di quanto concesso alle altre regioni. Più in generale, un regime di deroghe di tanti interventi di piccola entità con criteri di assegnazione nebulosi (per averne un´idea basta guardare le tabelle del Programma di Stabilità dell´Italia sul sito del Ministero del Tesoro) premia i partiti presenti sul territorio, che diventano veri e propri patronati. Di Vico sostiene che, nel sottolineare i vantaggi dei condoni fiscali per i lavoratori autonomi, offro un´immagine di loro come evasori. Sono convinto che moltissimi lavoratori autonomi paghino regolarmente le tasse, tra mille sacrifici e difficoltà. Ma non posso che guardare alle medie. I giornali (compreso il Corriere della Sera) titolavano qualche giorno fa a tutta pagina di italiani che dichiarano al fisco meno di 19.000 euro in media. Sono andato a guardare anche i dati delle indagini campionarie, quelle in cui gli intervistati presumibilmente dichiarano i redditi veri: nel caso dei lavoratori dipendenti il divario fra percepito e dichiarato è del 10 per cento; nel caso del lavoro autonomo è del 33 per cento. Di Vico è libero di chiamarli pregiudizi. Io li chiamo dati. E con questi mi misuro.
La Repubblica 08.04.10

"Caos Inglese alla primaria, docenti senza formazione", di Salvo Intravaia

Mentre le scuole private si attrezzano con docenti madrelingua, il ministero manda in classe insegnanti di Inglese improvvisati. E’ quello che, stando alle rimostranze dei sindacati, accadrà già dal prossimo anno scolastico alla scuola primaria. Il taglio degli 11 mila e 200 docenti specialisti di Inglese (che cioè insegnano soltanto Inglese, perché in possesso il più delle volte della laurea in Lingue straniere) alla scuola elementare proseguirà secondo la tabella stabilita dalla Finanziaria 2009 e il prossimo anno saranno 4 mila e 500 gli specialisti dirottati nelle classi ad insegnare tutte le discipline (o ambiti: dalla matematica all’Italiano) e non più soltanto Inglese.

Al loro posto il governo ha promesso di specializzare in tre anni circa 5 mila insegnanti, ma i primi saliranno in cattedra già a settembre con pochissime ore di formazione alle spalle. “I tagli agli organici condotti senza criterio – tuonano dalla Cisl scuola – incidono inevitabilmente sulla qualità dell’offerta formativa, con scarso rispetto per la dignità professionale degli insegnanti: l’efficacia e la qualità della didattica non possono continuare ad essere l’ultima preoccupazione di chi governa la nostra scuola pubblica”. In pratica, comunica il sindacato guidato da Francesco Scrima, “saranno duemila i docenti di scuola primaria che nel prossimo settembre saranno chiamati ad insegnare l’Inglese anche se non avranno ancora completato il percorso di formazione con cui dovranno acquisire il livello di competenza minima previsto dagli standard internazionali”.

Per la Flc Cgil “si tratta di una evidente forzatura, a scapito della qualità della formazione e, dunque, dell’insegnamento della lingua Inglese, solo per risparmiare qualche migliaio di posti di specialista rispetto a quelli attualmente necessari per coprire questo insegnamento in tutte le classi”. Il corso di formazione, che dovrebbe dare ai neodocenti di Inglese tutte le competenze necessarie ad insegnare la lingua straniera ai più piccoli, prevede 340 ore di formazione blended (parte on line e parte in presenza), di cui 100 al primo anno.

Alla fine del percorso, i docenti dovrebbero avere acquisito un bagaglio di competenze pari al livello B2 delle certificazioni Ue. E per insegnare l’idioma della regina Elisabetta saranno individuati prioritariamente coloro che sono già in possesso di una certificazione di livello pari ad A1. Ma secondo la Cisl questo non garantirà gli scolari da insegnanti in pratica “fai da te”. “In termini più chiari – continuano da via Bargoni – non basta che il possesso di un livello A1 di competenza sia indicato come requisito di priorità nell’accesso al contingente dei duemila corsisti accelerati: questo deve essere indicato come requisito essenziale e imprescindibile”.

Se tra i 5 mila futuri insegnanti abilitati ad impartire le lezioni di Inglese ce ne saranno pochi con la certificazione A1, cosa farà il ministero? Invierà ai corsi anche insegnanti senza nessuna infarinatura di Inglese? E con quali risultati per il piccoli? Le 340 ore di formazione in tre anni (100 al primo, 100 al secondo e 140 al terzo) saranno per la maggior parte on line. Quelle in presenza saranno appena 90: una su quattro. Ma le duemila malcapitate che a settembre dovranno insegnare Inglese ai piccoli di prima e seconda elementare ancora non hanno fatto neppure un’ora di formazione ed entro il 31 agosto ne avranno svolte appena 50.
La Repubblica 08.04.10

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“Maestri al corso flash di inglese” Di Alessandra Ricciardi

La decisione del ministro dell’istruzione: riconvertire subito 2 mila insegnanti per le lingue. Saranno veloci, i corsi di inglese che dovranno formare i maestri e consentirgli di insegnare anche la lingua straniera ai bambini delle elementari. Senza ricorrere più a prof esterni. Anzi, visto che il tempo stringe e i docenti devono essere pronti dal prossimo settembre, i corsi saranno velocissimi: 50 ore, di cui 20 in presenza e 30 on line. Gli interessati saranno circa 2 mila prof su una platea complessiva di 250 mila. Il piano di formazione del ministero dell’istruzione è in fase di avvio e sarà ufficializzato nei prossimi giorni. L’obiettivo è di avere una prima pattuglia di docenti pronti a insegnare l’inglese alla prima e seconda classe già da settembre. Anche se, a tale data, non sarà completato l’intero percorso formativo, percorso che infatti prevedeva inizialmente una scansione triennale per complessive 340 ore (100 + 100 + 140, con in ciascun «pacchetto» 30 ore di attività in presenza), necessarie per conseguire il livello di competenza certificata, secondo gli standard europei, B1. Il contingente dei 2 mila docenti sarà selezionato in base a requisiti che tengono conto, tra l’altro, di un livello di competenza linguistica superiore ad A1 e dell’appartenenza a province in cui si registra maggiore carenza di risorse professionali.Ad oggi i docenti specialisti di lingua alle elementari sono 8 mila. E le classi che il prossimo anno sarebero scoperte sono 18 mila. Con i 2 mila prof, si potrebbero coprire, secondo stime ufficiose, fino a 6 mila classi. C’è poi un secondo pacchetto per altri 3 mila docenti che saranno coinvolti a partire dal prossimo anno scolastico. Il ministero guidato da Mariastella Gelmini ha dichiarato l’intenzione di attivare opportune misure di sostegno: affiancamento in avvio con docenti tutor; esonero dal servizio per la frequenza dei corsi; assegnazione di borse di studio per corsi di lingua all’estero
ItaliaOggi 06.04.10

La Lega porta i sindaci in piazza «Il patto di stabilità ci ostacola»

Sì da 400 primi cittadini: al prefetto le fasce tricolore. Milano non c’è. I sindaci lombardi ci riprovano: stamattina alle 10 saranno in piazza, prima per un faccia a faccia con i cittadini, poi in corteo fino alla prefettura di Milano. Un breve corteo: pochi minuti a piedi separano piazza San Babila, luogo del concentramento, da Palazzo Diotti in corso Monforte, dove alle 11 saranno consegnate simbolicamente le fasce con il tricolore al prefetto Gian Valerio Lombardi. Così avevano fatto alcuni primi cittadini nell’autunno del 2004, sempre contro il patto di stabilità. La differenza è che allora a muoversi fu una delegazione di piccoli comuni, quelli sotto i cinquemila abitanti, oggi la protesta non ha confini né colore politico e ai piccoli si sono aggiunti i grandi. Le adesioni hanno continuato ad arrivare per tutta la giornata di ieri alla sede dell’Anci regionale, dove era in corso una riunione del gruppo di presidenza.

Le previsioni dicono che potrebbero essere presenti, stamattina, da trecento a quattrocento sindaci. Dei capoluoghi di provincia, quattro non saranno rappresentati: Milano, Como, Sondrio e Mantova. Milano è cosa nota. Mantova ha un alibi: è in attesa di scegliere il sindaco, domenica, al ballottaggio. Il comasco, invece, è teatro di un piccolo giallo: con il sindaco del capoluogo (Pdl) in vacanza alle Maldive e nessuno delegato a rappresentarlo, e assenti dal corteo anche i comuni lariani a guida Lega. Da Sondrio, invece, arriva la seconda defezione, dopo quella del sindaco Moratti, che fa discutere: a dichiarare il dietrofront è stato Alcide Molteni, sindaco in quota Pd, che ha bocciato come «tardiva e ipocrita» la manifestazione e ha attaccato il Carroccio: «La Lega è al governo e sta zitta quando si stanziano soldi per Roma, per Napoli, per Catania. Fa gli show per dire che il Nord è virtuoso. Cosa aspetta, dunque, a fare una leggina di due righe che premi i comuni virtuosi?». A lui come a Letizia Moratti risponde con semplicità il sindaco di Sesto San Giovanni, Giorgio Oldrini (Pd): «Questa è un’occasione da non perdere per ogni sindaco che voglia scegliere se rappresentare i suoi cittadini o la militanza di partito. Noi siamo per la prima opzione». Presente oggi all’appello il sindaco di Bergamo, Franco Tentorio (Pdl): «Il trattamento che il governo riserva agli enti locali non è più accettabile. È vero che ci sono già tavoli aperti dal governo con l’Anci, come dice il sindaco di Milano. Ma i risultati? Ad oggi sono equivalenti a zero».

In corteo non mancherà Brescia: il sindaco Adriano Paroli (Pdl) affiderà il tricolore al suo vice Fabio Rolfi. E spiega: «Bisogna consentire ai comuni virtuosi di investire nelle infrastrutture che sono un volano dell’economia. E aiutare quelli indebitati a diminuire l’indebitamento». In linea, un’altra amministrazione a guida Pdl, quella di Cremona. Il sindaco Oreste Perri è assente giustificato (è malato). Al suo posto, ci sarà il vicesindaco accompagnato da un battagliero assessore al bilancio, Roberto Nolli: «Cremona l’anno scorso non ha rispettato il patto, ha scelto di pagare i fornitori. E tantomeno possiamo accettare ciò che ci viene chiesto oggi, di ridurre cioè la spesa del 98 per cento. Nel contempo, tenere i soldi, che ci sono, in cassa invece di riasfaltare le strade o fare la manutenzione delle scuole…». Scendono in piazza oltre trenta comuni del lecchese, uno su tre. La metà di quelli del pavese, un centinaio. Arriveranno sindaci dalla Valtellina e dal mantovano. Alessandro Cattaneo, ingegnere, 30 anni, sindaco di Pavia da due (Pdl), sottoscrive la protesta, perché «non è possibile avere in cassa 1 milione di euro, oneri di urbanizzazione entrati lo scorso 15 dicembre, e non poterli investire». Attilio Fontana, sindaco leghista di Varese e attuale presidente Anci Lombardia, usa un esempio ancora più terra terra: «Ho 5 anziani divenuti non autosufficienti ma non ho i soldi per garantire loro l’assistenza dovuta». Sono i sindaci «l’anello finale della filiera istituzionale, con i problemi veri da affrontare e i cittadini che bussano fuori dalla porta», spiega Daniela Gasparini, sindaco (Pd) di Cinisello Balsamo. Mentre dall’hinterland, da Pioltello, Antonello Conca (Pd), lancia una proposta-provocazione: «Sarebbe sufficiente assegnare ai comuni la metà dei soldi ricavati con il bollo auto, per rifare le strade. Il bollo auto in Lombardia vale oltre un miliardo di euro. Una montagna di soldi».
Il Corriere della Sera 08.04.10

"Il rispetto della Costituzione e il cappotto del Presidente", di Michele Ainis

La legge sul legittimo impedimento può piacere o non piacere. Diciamolo senza troppi giri di parole: a noi non piace. Il bilanciamento fra le esigenze processuali e quelle di governo avrebbe potuto trovare un equilibrio più soddisfacente. Lo spazio del sindacato giudiziario in ordine alla richiesta di rinvio dell’udienza penale, depositata dalla presidenza del Consiglio, si presta a vari malintesi. Infine sarebbe stato meglio, molto meglio, un esame parlamentare approfondito, senza la camicia di forza del voto di fiducia.

Può darsi che in futuro questa legge suoni antipatica pure alla Consulta, ma non è questo il punto. Oggi la questione investe il ruolo del capo dello stato, le critiche o gli applausi per averla promulgata. D’altronde le due tifoserie sono entrate già in azione e non smetteranno troppo presto. E allora diciamolo di nuovo senza infingimenti: sbagliate bersaglio, c’è errore di mira. Non tanto perché il presidente sia immune da contestazioni; ci mancherebbe, in democrazia non esistono santini. Quanto perché non è di Napolitano la paternità delle scelte timbrate nella legge. Altrimenti la promulgazione sarebbe tal quale la sanzione regia, una terza approvazione dopo quella delle Camere.

Naturalmente, c’è sempre un’obiezione all’obiezione. Funziona così: sappiamo che le decisioni spettano alla maggioranza di governo, però il capo dello stato rappresenta il supremo garante delle nostre istituzioni. Se dunque ha acceso il verde del semaforo sul legittimo impedimento, significa che non vi ha ravvisato profili d’incostituzionalità, o almeno non così evidenti. Da qui gli applausi (della maggioranza), nonché le critiche (di questa o quella minoranza). Da qui, in breve, l’uso del Colle come parapioggia, o al contrario come acchiappafulmini.

In questo atteggiamento, in quest’accalcarsi sotto il paletot del presidente c’è un errore prospettico, un abbaglio giuridico. Se infatti il capo dello stato fosse anche giudice circa la costituzionalità delle leggi sottoposte alla sua firma, allora delle due l’una. O le promulga, attestandone così la piena coerenza con la Costituzione; ma l’indomani la Consulta può smentirlo, e d’altronde le sentenze d’annullamento di leggi regolarmente promulgate si contano a decine l’anno. Oppure non le promulga, perché in contrasto con la Carta; ma se il Parlamento le riapprova senza cambiare un aggettivo (successe a Giovanni Leone nel 1975, quando rinviò la legge elettorale del Csm), il presidente sarà costretto a promulgare un atto normativo che ha dichiarato già incostituzionale. Nell’uno e nell’altro caso la sua autorità subirebbe una ferita, una diminuzione permanente.

Conviene allora dirlo con chiarezza: non la costituzionalità, bensì l’opportunità costituzionale è l’inchiostro con cui scrive il capo dello Stato. E infatti Napolitano non ha messo in campo la categoria della legittimità costituzionale, né quando ha rinviato la legge sul lavoro, né quando ha promulgato quella sul legittimo impedimento. Sicché la domanda giusta è un’altra: dobbiamo giudicare sommamente inopportuna la nuova disciplina di cui s’avvantaggiano il premier e tutti i suoi ministri? Napolitano avrebbe fatto bene a rispedirla al mittente, considerandola offensiva dei valori condivisi su cui gravita la nostra convivenza?

Se dimentichiamo le varie simpatie politiche e ci applichiamo a uno sforzo d’onestà intellettuale, la risposta è no. In primo luogo perché il «sereno svolgimento» delle funzioni di governo descrive un interesse pubblico, riconosciuto peraltro dalla stessa Consulta (sentenze 24/2004 e 262/2009). In secondo luogo perché questo interesse sussisteva già per i parlamentari (così, di nuovo, la Consulta: sentenze 225/2001 e 451/2005), nonché in capo ai ministri (Cassazione, sentenza 10.773/2004). In terzo luogo perché il legittimo impedimento sospende la prescrizione dei reati, ed è perciò più restrittivo anche rispetto all’immunità parlamentare configurata dal vecchio articolo 68 della Costituzione. In quarto luogo perché la nuova legge è a termine, sicché non vale per tutti i secoli a venire, ma al massimo per 18 mesi. In quinto luogo perché la doppia fiducia che ne ha strozzato la discussione in Parlamento, pur deprecabile, di per sé non basta: altrimenti, con 31 votazioni di fiducia fin qui collezionate dal governo Berlusconi, Napolitano avrebbe dovuto fare una razzia legislativa.

E c’è infine un aspetto che in futuro potrà rivelarsi decisivo. La legge parla di «legittimo» impedimento, non d’impedimento «assoluto». Significa che un’interpretazione conforme a Costituzione può recuperare spazio alla discrezionalità del giudice, permettendogli di sindacare le ragioni addotte dalla presidenza del Consiglio, ed eventualmente di respingerle. In questo senso, d’altronde, si è espresso già qualche giurista, nonché un esponente della maggioranza (Manlio Contento) durante l’iter di gestazione della legge. Poi, certo, chi ha scritto la nuova disciplina aveva tutt’altri scopi in mente. Ma pazienza, alla prossima occasione gli regaleremo una bella penna nuova.
Il Sole 24 Ore 08.04.10

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“L’anomalia e la Costituzione”, di Massimo Giannini

La diciannovesima legge ad personam proposta al Paese e imposta al Parlamento ha tagliato il traguardo. Con la firma del presidente della Repubblica al “legittimo impedimento”, il premier ha ottenuto ciò che cercava. Entra in vigore un nuovo scudo processuale, sotto il quale potrà ripararsi per il prossimo anno e mezzo dai pesanti processi che ancora pendono su di lui: il caso Mills (corruzione in atti giudiziari) e l’affare Mediatrade (appropriazione indebita e frode fiscale). Silvio Berlusconi, l’Unto del Signore, sarà ancora una volta un Intoccabile dalle Procure. Gli basterà “autocertificare” di volta in volta una giustificazione “istituzionale”, per poter essere esentato dalle udienze che lo riguardano. Vera o falsa che sia la scusa, poco importa: un consiglio dei ministri, un vertice con un ambasciatore straniero, un faccia a faccia con un sindaco. Nessuno potrà mai accertare se al posto dell’impegno ufficiale (com’è già accaduto) il Cavaliere non abbia invece rubricato in agenda una seduta di “fisioterapia” a domicilio o una festa danzante a Palazzo Grazioli. Il risultato finale non cambia: per un altro anno e mezzo un solo cittadino, e sempre lo stesso, continuerà ad essere meno uguale degli altri di fronte alla legge, come accade ormai dal giorno dell’epica “discesa in campo” del ’94.

C’è una prima valutazione da fare, ed è di natura costituzionale. E qui c’è solo da prendere atto e rispettare la decisione di Giorgio Napolitano. Senza esaltarla né criticarla. Con tutta evidenza, il presidente ha ritenuto che quel testo non fosse inficiato da manifesti vizi di costituzionalità, tali da precluderne la promulgazione o da richiederne un rinvio alle Camere per una nuova deliberazione (com’è invece accaduto la settimana scorsa per la legge delega sul lavoro). Anche in questo caso, come nel precedente, il Capo dello Stato ha fatto fino in fondo il suo dovere, esercitando i poteri che la Costituzione gli attribuisce. Ha esaminato il provvedimento, confrontandone i contenuti con i principi fissati dalla giurisprudenza della Consulta. Ha verificato l’esistenza di un effettivo, “apprezzabile interesse” (sancito dalla sentenza 24/2004 della Corte) ad assicurare “il sereno svolgimento di rilevanti funzioni” istituzionali, interesse che “può essere tutelato in armonia con i principi fondamentali del diritto”. In nome di questo interesse, palesemente soggettivo ma evidentemente anche oggettivo, ha firmato la legge. Non avrà deciso a cuor leggero. E deve far riflettere il fatto che la firma sia arrivata ben 27 giorni dopo il via libera definitivo al Senato, e soli tre giorni prima della scadenza dei 30 che la Costituzione assegna al Capo dello Stato per promulgare le leggi. Per quel che vale, è l’indizio di un vaglio giuridico più complicato, e probabilmente anche più tormentato del solito.

Piaccia o no, Napolitano ha fatto la sua parte. Ora, come sempre succede in una democrazia liberale e in uno stato di diritto, il vero sindacato di costituzionalità” di questa nuova legge ad personam spetterà alla Consulta. Toccherà ai giudici della Corte, che sicuramente saranno investiti della questione, stabilire se il legittimo impedimento è o no compatibile con la nostra Carta fondamentale. Quale “valore” debba cioè pesare di più, nel bilanciamento tra l’interesse al “sereno svolgimento di rilevanti funzioni” e il princpio dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. È già accaduto, in passato, che una legge tagliata su misura per gli interessi processuali del Cavaliere venisse promulgata dal Capo dello Stato, e poi bocciata dalla Consulta. Successe con il Lodo Schifani, firmato da Ciampi e bocciato dalla Corte con la sentenza 13/2004. È successo con il Lodo Alfano, firmato da Napolitano e respinto dalla Corte con la sentenza 262/2009. Potrebbe accadere anche con il legittimo impedimento. Anche se stavolta, l’ennesima “ghedinata” è stata congegnata meglio delle precedenti: sia perché si stabilisce testualmente che si tratta di “legge ponte”, sia perché, proprio in ragione di questa sua natura provvisoria, è espressamente previsto che resti in vigore solo 18 mesi. Dunque non è nemmeno chiaro se ci sarebbe il tempo e se avvesse senso giudicarla incostituzionale prima della sua naturale auto-decadenza. Vedremo.

C’è una seconda valutazione da fare, ed è di natura politica. E qui si può e si deve recuperare tutto intero lo spazio della critica. Paradossalmente, nei commenti del giorno dopo, questo ennesimo e brutale strappo alle regole sembra alimentare una doppia speranza. La prima è che, a questo punto, il premier cessi una volta per tutte la guerra atomica contro la magistratura, e che si possa realizzare davvero quel clima di “leale collaborazione tra autorità politica e giudiziaria” sul quale Napolitano ha insistito nella promulgazione della legge. La seconda è che, a questo punto, il premier cessi una volta per tutte la battaglia ideologica contro l’opposizione, e che si possa concretizzare davvero il retorico richiamo al “dialogo” sul quale si consuma da due anni questa legislatura. Il Cavaliere ha promesso entrambe le cose. Di nuovo: vedremo. La pessima esperienza di questi anni non convince, e il conflitto permanente di questi mesi non aiuta. Anche il presidente del Consiglio che stravinse le elezioni nella primavera del 2008 fece un discorso da “statista” in Parlamento, per chiedere la fiducia, e subito dopo celebrò con parole finalmente solenni il 25 aprile. Abbiamo visto, poi, quale inferno abbiano lastricato quelle buone, ma bugiarde intenzioni.

Nel frattempo Berlusconi, e con lui il suo governo e la sua maggioranza, portano l’enorme responsabilità di aver piegato ancora una volta l’interesse nazionale a un’esigenza personale. Di aver fatto coincidere, di nuovo, la biografia della nazione con l’agiografia di chi la governa. Questa paurosa mancanza di senso civico, questa pericolosa latenza di etica repubblicana, pesano e peseranno tutte intere sulle spalle del Cavaliere e di chi lo sostiene, in Parlamento e fuori. E nella deriva plebiscitaria che accompagna la sua ascesa verso il Quirinale, dove per il 2013 (o forse anche prima) lo candida ormai ufficialmente il ministro leghista Calderoli, si produrrà anche l’ultima, diabolica manipolazione genetica della nostra Carta fondamentale. La patologia di questo quasi ventennio, invece di essere risolta nella fisiologia democratica, verrà riconosciuta formalmente e fatta propria non solo dal Paese reale (attraverso il voto), ma anche dal Paese legale (attraverso le riforme). Questi diciotto mesi di vigenza del “legittimo impedimento”, infatti, oltre che a difendere Berlusconi dai procedimenti in corso, serviranno anche per “traslare” questo scudo processuale da legge ordinaria a legge di revisione costituzionale, secondo le procedure stabilite dall’articolo 138. Si compirà così il capolavoro finale: l’anomalia berlusconiana, piuttosto che essere normalizzata attraverso la sua progressiva neutralizzazione, sarà superata attraverso la sua definitiva costituzionalizzazione. Neanche l’Italia uscita dall’urna delle regionali merita un “sonno della ragione” così prolungato e così profondo.
La Repubblica 08.04.10

"Federalismo fiscale, affare da 200 miliardi: si parte dal Demanio", di Roberto Giovannini

Dopo un anno dal varo la legge voluta dalla Lega non riesce a decollare. Subito la spartizione degli immobili, tasse rinviate all’autunno. La riforma fiscale federale? Un cantiere che si può definire appena avviato, e il cui traguardo – la realizzazione di un sistema efficiente e funzionante di finanziamento per via tributaria di Regioni, province e Comuni – è ancora lontanissimo. La riforma approvata in Parlamento un anno fa stabilisce certo i «paletti» del futuro sistema, che definirà le risorse con cui le autonomie locali finanzieranno le molte funzioni di cui già godono. E soprattutto sosterranno una buona parte dei circa 215 miliardi di euro che già oggi le autonomie locali spendono ogni anno, e senza «responsabilità». Ma come spiega Enrico La Loggia, il presidente della «bicameralina» composta da 15 deputati e 15 senatori che dovrà dare un parere sui decreti attuativi predisposti dal governo, «il percorso è appena all’inizio».

Per adesso è arrivato il primo testo, quello sull’attribuzione dei beni del Demanio e del patrimonio finora in mano allo Stato centrale. Caserme, immobili, spiagge, strutture che hanno un valore diverso a seconda del loro utilizzo, e che diventeranno il «capitale» degli enti locali. Il testo sarà esaminato in dettaglio solo dalla prossima settimana, si finirà a maggio. Il resto seguirà, e il primo appuntamento importante arriverà a giugno, con la «mappa» del nuovo assetto federale, in cui saranno definite le risorse che spetteranno a ciascun livello di governo e i trasferimenti dallo Stato centrale che verranno cancellati. Attualmente sono circa 20 miliardi, di cui 14 a favore dei Comuni, 3 alle Regioni, 1,5 alle province. In autunno arriverà il decreto con il dettaglio dell’autonomia impositiva degli enti locali.

La materia è complicata, e non è un caso se intorno ai possibili schemi di applicazione del federalismo fiscale sono letteralmente anni che si scornano esperti e politici. È come cambiare il motore di una automobile mentre la vettura è in movimento. E poi – problema titanico – l’Italia è un paese squilibrato, con forti differenze tra aree ricche e povere, tra Nord e Sud, tra enti locali che sarebbero capaci di incassare i tributi propri e quelli che non ce la farebbero. «Saggezza ed equilibrio – dice La Loggia – devono essere la nostra stella polare. Alla fine sarà una svolta epocale, ma occorre creare quanto più equilibrio possibile tra le diverse zone territoriali del paese, senza penalizzare chi sta meglio ma facendo di tutto per far star meglio chi sta peggio». Come spiega l’ex-ministro – indicato come presidente della Bicameralina nonostante l’intesa per nominare un esponente del Pd – «tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, e lì si varrà la nostra “abilitate”».

La procedura legislativa è davvero complicata. La Commissione esamina i decreti predisposti dal governo (cioè da Tremonti) sulla scorta dei pareri della Conferenza Stato-Città, delle commissioni competenti, e di un Comitato di 6 presidenti di Regioni, 2 presidenti di provincia e e 4 sindaci. In più c’è l’importantissima Commissione tecnica paritetica Stato-Regioni-Enti locali, presieduta dal professor Luca Antonini, un esperto di fisco molto vicino al superministro Giulio Tremonti. Che parallelamente ha aperto un altro cantiere, quello della riforma fiscale. In altre parole, quel che dice Antonini è fondamentale. E parlando al «Corriere della Sera» Antonini ha già delineato alcune idee interessanti: saranno raddoppiate le addizionali Irpef, le Regioni saranno finanziate da un’Irap riveduta e corretta e da una forte compartecipazione all’Iva, basata sul gettito effettivamente riscosso. I Comuni, oltre a una quota dei tributi nazionali, potrebbero usufruire del gettito della nuova cedolare secca del 20% sugli affitti e dell’imposta di registro. Per adesso solo ipotesi.
La Stampa 08.04.10

"Modena – Scuole tra tagli e debiti: il comitato dei genitori domani sarà dal prefetto", di Davide Berti

Lo avevano detto, e domani ci andranno. Il coordinamento provinciale dei presidenti dei consigli d’istituto e di circolo e dei comitati genitori sarà ricevuto domani mattina alle 9.30 dal prefetto che ascolterà, da parte dei genitori, le ragioni di questi mesi di protesta dove l’ultima riforma della scuola è solo la punta dell’iceberg.
La situazione, infatti, è ormai diventata insostenibile. I debiti pregressi dello Stato nei confronti delle scuole modenesi sono passati da 18 a 19 milioni, in più si aggiungono gli aggiustamenti del decreto Gelmini che hanno lasciato più di una perplessità sia ai genitori che ai docenti. Ma sono proprio i genitori, più che mai uniti in questa razionale protesta basata sui numeri e non sulle parole, ad essere così decisi da andare fino in fondo. La visita di domani dal prefetto Benedetto Basile avrà all’ordine del giorno il percorso che in questi mesi i genitori hanno compiuto mettendo in rete la stragrande maggioranza delle scuole e degli istituti superiori. Il primo punto riguarda appunto la sofferenza finanziaria cui versano le scuole, e se da Roma continuano a non arrivare soldi, non si può pensare di risolvere tutto con i contributi volontari dei genitori. Proprio su questo tema si era aperta una vertenza che aveva visto impegnati i genitori fino a metà febbraio, data di approvazione dei bilanci. Insieme hanno ottenuto, nel 95 per cento delle scuole, che quelle somme fossero vincolate ad attività precise già descritte nei dettagli al momento del versamento da parte delle famiglie. La prassi, infatti, negli anni passati era che i singoli istituti utilizzassero, nella stragrande maggioranza dei casi, quelle somme anche per pagare le spese ordinarie e le supplenze e non per organizzare attività extracurricolari o ampliare il piano dell’offerta formativa. I genitori ora si sono tutelati, e i finanziamenti extra che arrivano dalle famiglie avranno una destinazione certa, in modo tale che non sia più una scusa per Roma per evitare di versare i contributi dovuti da ormai troppi anni. «Senza i soldi di Roma – questa è la sintesi dei genitori – le scuole non stanno più in piedi. E senza i soldi dei genitori le scuole avrebbero già chiuso. Con la riforma Gelmini si andrà verso una riduzione dell’offerta formativa, classi sempre più ampie, insegnanti di sostegno e corsi di recupero prossimi a scomparire». La patata bollente passa ora nelle mani del prefetto.
La Gazzetta di Modena 08.04.10

"Perché il Pd è per i giovani", di Giuseppe Civati*

Chiara Geloni su Europa se la prende con i giovani del Pd e segnatamente con me (mi chiama «un certo Civati», sic) e con la nostra smania di protagonismo, solo perché abbiamo risposto ai giornalisti che ci chiamavano in questi giorni, mentre Geloni e altri celebravano la vittoria del Pd (sì, ciao).
Dice che ci prestiamo a strumentalizzazioni anche perché probabilmente non si rende conto di sbagliare completamente bersaglio.
Poco male: Geloni è solo direttrice di YouDem, non è tenuta a rappresentare il pluralismo interno. Per lei, chi non è d’accordo è un «pierino ». Continuiamo così, facciamoci del male.
Veniamo al punto. Come dicevo ai giornalisti che mi hanno chiamato (loro, perché non ho mai chiesto un’intervista in vita mia), e contrariamente a quanto pensa e purtroppo scrive chi rappresenta il Pd, sono per difendere Bersani (il «nessuno tocchi Pierluigi» è mio), per non aprire alcuna polemica con il gruppo dirigente nazionale, ma per mettersi a lavorare. Sulle cose, tanto che uno dei miei slogan preferiti è: «Mi sono rotto i cognomi».
Il 10 aprile abbiamo convocato, in tanti, e saremo tantissimi, un incontro a Milano, che s’intitola: «Andiamo oltre», titolo che dovrebbe essere comprensibile anche a chi vuole, a tutti i costi, pensare male.
Faremo «un lavoro che gli italiani non vogliono più fare»: prenderemo tanti giovani e meno giovani e li faremo lavorare, per tre mesi, su tre grandi questioni, totalmente disattese dalla sinistra in questi ultimi tre anni: il Nord e la Lega, il Partito dei giovani e il Sud in positivo.
Lavoreremo sul web e sul famoso territorio, raccoglieremo idee e talenti e li presenteremo – regalandoli, senza alcuna paternità – al segretario nazionale del Pd e alla direzione.
Il Nord e la Lega (e Berlusconi: contrasto, interdizione, opposizione e proposta su fisco, sicurezza, immigrazione e distribuzione delle risorse.
Il Partito dei giovani perché pretendiamo che il Pd – pur mantenendo la stessa classe politica di sempre, che nessuno intende toccare, perché va benissimo così – si rivolga alle persone che hanno meno di quarant’anni e che vorrebbero che qualcuno li rappresentasse.
Prima di guardare all’Udc e alle improbabili alleanze di cui parliamo dalla mattina alla sera, cerchiamo di recuperare una porzione del 40 per cento di astenuti, il voto di protesta, il consenso perduto verso movimenti e formazioni che si sono create anche per le nostre incertezze. Là ci sono i giovani.
Da ultimo, il Sud, attraverso le voci che possono raccontare quello che c’è di diverso, di credibile, di affidabile. Perché non possiamo abbandonarlo, il Mezzogiorno, né darlo per perduto.
Come vedete, nulla di eversivo, nulla di carrieristico, anzi, un lavoro oscuro destinato a fornire strumenti al Pd e ai suoi elettori.
Non vogliamo riprenderci il partito, come mi ha scritto Andrea di Edolo (uno dei commentatori di Facebook che tanto danno fastidio a qualcuno), ma riprenderci gli elettori, se è possibile.
Grazie per la comprensione, questa lettera si autodistruggerà prima di essere considerata l’ennesima iniziativa dei giovani carrieristi del Pd. Bum!

*consigliere regionale PD Lombardia
da Europa quotidiano 07.04.10