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Carpi (Mo) – Mostra foto-documentaria e presentazione del libro sull'On. Gina Borellini

Auditorium Biblioteca Loria via Rodolfo Pio, 1 – Carpi
Ore 16.30: Inaugurazione mostra
Intervento della curatrice Barbara Pederzini
L’inaugurazione fa parte del programma di “Mese della Memoria”

Ore 17.30
Presentazione del libro “Un palto’ per l’Onorevole – Gina Borellini Medaglia d’Oro della Resistenza”
Intervengono:
Le autrici Caterina Liotti e Mariagiulia Sandonà
e l’On. Manuela Ghizzoni

«In Emilia accettiamo la sfida. Non basta parlare solo ai nostri», intervista a Stefano Bonaccini di Andrea Bonzi

Il segretario regionale Pd: «Il radicamento c’è ma faremo di più: entro l’anno nuovi circoli»
Arginare la Lega: «Urbinati ha ragione, dobbiamo essere percepiti come forza di cambiamento» La sfida? Andare a confrontarci non solo con “i nostri”, ma laddove i problemi emergono davvero. Anche a costo di prendersi qualche fischio». Non si nasconde, Stefano Bonaccini, segretario del Pd dell’Emilia-Romagna. Nella regione “rossa” per eccellenza, il messaggio – il calo dei consensi (non percentuale ma in termini assoluti) e l’avanzata della Lega Nord, mediamente al 13,7% – è stato recepito.
Ma c’è anche la consapevolezza di un partito che ha la forza per rilanciare l’azione politica.
Bonaccini, il Carroccio punta alla conquista dell’Emilia-Romagna. E usa le stesse armi del Pci di quarant’anni fa: forte identificazione coi propri elettori, da un lato, e radicamento sul territorio,dall’altro.
«Il Pd deve essere percepito come forza di cambiamento, perché noi non possiamo essere la fotocopia di chi sta dall’altra parte, su questo ha ragione la politologa Nadia Urbinati, e nemmeno un partito “né carne né pesce”. È il motivo per cui mi sono schierato con Bersani al congresso. Non ho mai creduto al partito senza identità, perché se le persone non percepiscono immediatamente chi sei e cosa vuoi fanno fatica ad affezionarsi al tuo messaggio».
Allora, cosa deve essere il Pd in Emilia-Romagna?
«Dobbiamo essere innanzitutto il partito del lavoro dipendente e della piccola media impresa, che con la cooperazione costituisce l’ossatura del nostro tessuto produttivo».
Facile da dirsi, ma da farsi? La Lega Nord avanza nonostante la crisi, anzi agitandone la paura…
«Qui c’entra il radicamento, perché rappresenti la società solo se sei parte di essa. Per questo i banchetti nei mercati e in piazza devono diventare la “costante” del Pd, non solo in campagna elettorale. Inoltre, sono convinto che la metà delle iniziative messe in campo per le Regionali forse sono servite a poco, perché rivolte a coloro che erano già convinti. Però, vorrei precisare: quando raccogli oltre il 40% dei voti significa che hai le spalle larghe.
Abbiamo migliaia di volontari che hanno consentito una campagna molto intensa».
Non c’è il rischio di consolarsi e non cambiare nulla?
«No, assolutamente. Entro l’anno vogliamo inaugurare una cinquantina di circoli nei luoghi di lavoro e di studio,come le università. Non basta, ma è un bel inizio.
Vorrei poi sottolineare che in 8 Comuni in cui si votava a fine marzo, tra cui Faenza (Ravenna) e Varano de Melegari (Parma) abbiamo vinto. E in alcuni casi, i cittadini sceglievano la destra per le regionali, e la sinistra alle comunali. Segno che un radicamento c’è».
Però – e si torna alla questione dell’identità – a queste persone bisogna poi avere delle cose chiare da raccontare. Il Pd ce le ha queste parole d’ordine?
«Organizzarsi non è sufficiente, è evidente, ma vale anche il contrario per chi, come noi, non ha le televisioni. Le faccio un esempio: il partito si è battuto in queste settimane contro la norma sull’arbitrato, un modo per aggirare l’articolo 18. Bene, adesso voglio che, nei prossimi giorni, andiamo a volantinare in 100 luoghi di lavoro, altrimenti rischiamo che una battaglia giusta nell’interesse dei lavoratori passi come acqua fresca. Ecco cosa intendo per forza riformista, popolare e radicata, che ha una sua idea di società e sa trasmetterla stando nella società materiale e non soltanto attraverso comunicati stampa e interviste.
Dobbiamo dare l’idea di voler cambiare il mondo. Altrimenti, che ci sta a fare il Pd?
L’Unità 07.04.10

"Ru486. Il turismo dei diritti", di Stefano Rodotà

Strane parole percorrono l´Italia. “Federalismo etico” è una formula che descrive bene non solo un clima, ma una deriva istituzionale già avviata e che può dare il vero tono all´annunciata stagione delle riforme. Quando il neopresidente del Piemonte ha parlato di pillole RU 486 che sarebbero “rimaste in magazzino”, si è materializzata davanti ai nostri occhi un´Italia nella quale i diritti fondamentali non sono più un patrimonio che accompagna ogni persona, quale che sia il luogo in cui si trova.
Ma dipendono dalla regione in cui vive, dai capricci della maggioranza d´un momento. Non è una novità in assoluto. Ricordate le ultime fasi della drammatica vicenda Englaro, quando i suoi familiari erano alla ricerca di una struttura ospedaliera dove Eluana potesse trovare quella morte dignitosa che i giudici avevano riconosciuto essere un suo diritto? Il presidente della Lombardia levò alte mura intorno alla sua regione, mentre la presidente del Piemonte correttamente disse che non si sarebbe opposta al ricovero. I giudici amministrativi ritennero illegittima la decisione di Formigoni, ma una rottura si era già consumata e una autorità istituzionale aveva detto ai cittadini che i diritti non erano più diritti, ma l´esito incerto di un peregrinare da regione a regione, di un inedito “turismo dei diritti” non più verso paesi più liberali, ma all´interno dello stesso territorio nazionale.
Vale la pena di aggiungere che assume un bel valore simbolico il fatto che il nuovo annuncio sia venuto proprio da quel Piemonte dove Mercedes Bresso aveva mostrato come le istituzioni debbano rispettare legalità e diritti e che oggi, invece, si allinea su ben altre posizioni (si può suggerire una onesta riflessione agli intelligentissimi politici che continuano a trincerarsi dietro lo schema che vuole sostanzialmente identici i candidati di destra e di sinistra?).
Vero è che la stessa maggioranza ha reagito alle parole di Roberto Cota, e che questi si è prevedibilmente affrettato a dire d´essere stato male interpretato. Ma quelle parole sono comunque rivelatrici di un profondo “spirito di governo”, tanto che avevano trovato eco immediata in dichiarazioni dei presidenti di Lombardia e Veneto, così mostrando di quale pasta rischi d´essere fatto il nuovo “vento del nord” che comincia a spirare dopo l´annessione del Piemonte al Lombardo-Veneto.
Mentre, infatti, si discuteva intorno alla pillola RU 486, sono tornate con forza le proposte di riservare l´insegnamento nelle scuole pubbliche a professori autoctoni, che sarebbero gli unici in grado di trasmettere agli studenti “i valori del territorio”. Questo è solo un esempio dei molti tentativi di localizzare, di riservare ai nativi quel che dovrebbe appartenere a ogni cittadino, tentativi che sicuramente si intensificheranno dopo l´esito elettorale.
Un´Italia di “gabbie” ben più discriminanti delle vecchie gabbie salariali? Un´Italia in cui si passa dall´inclusione di tutti all´esclusione selettiva basata sulla nascita o sulla residenza? Quando si riformò frettolosamente il titolo V della Costituzione per introdurre elementi di federalismo, si era comunque consapevoli dei problemi che potevano nascere proprio per il rispetto dei diritti. Si stabilì che la potestà legislativa delle regioni deve essere esercitata “nel rispetto della Costituzione”; che spetta allo Stato determinare i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” e assicurare che ciò avvenga “prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”; che le regioni non possono adottare “provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone tra le regioni, né limitare l´esercizio del diritto al lavoro in qualsiasi parte del territorio nazionale”.
Mai come in questo momento, e non solo in Italia, il rispetto dei principi costituzionali, delle libertà e dei diritti delle persone si presenta come il criterio di base per valutare la legittimità di qualsiasi azione politica. I casi ricordati prima ci parlano di un principio d´eguaglianza sempre più respinto sul fondo, e della consapevole creazione di nuove diseguaglianze; della trasformazione di diritti fondamentali, come quello alla salute, in situazioni precarie, affidate alla discrezionalità politica; di una cittadinanza che, invece di essere proiettata al di là d´ogni confine, viene rimpicciolita nelle “piccole patrie”. A tutto questo dobbiamo prestare attenzione, perché qui si realizza una riforma costituzionale strisciante, una manomissione di quella prima parte della Costituzione definita, a parole, intoccabile. Qui si contribuisce a determinare una agenda politica che integra quella dettata dal presidente del Consiglio.
Berlusconi ha detto che i prossimi mesi dovranno essere dedicati alla riforma della giustizia e delle intercettazioni, alla riforma fiscale e a quella costituzionale, al presidenzialismo in primo luogo. E a questo si deve aggiungere la ripresa della discussione sulla legge sul testamento biologico. Sono tutte questioni che si prestano assai ad essere valutate proprio con il metro dei diritti fondamentali. Parto da un esempio concreto. L´articolo 13 della Costituzione dice che la libertà personale è inviolabile, ma può essere limitata “per atto motivato dell´autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”. Ma che cosa accade quando il Parlamento è ridotto al silenzio, obbligato a mettere un timbro su leggi in contrasto con i principi costituzionali, e si annunciano riforme che incideranno sull´autonomia della magistratura? Nelle apparenze la garanzia della libertà personale non è toccata, nella sostanza è svuotata.
La distorsione delle garanzie costituzionali è davanti a noi, e rischia di trovare gravi manifestazioni in due leggi che dovrebbero essere approvate in breve tempo. Quella sulle intercettazioni viene giustificata con la necessità di rispettare la libertà e la segretezza delle comunicazioni: ma questo giusto obiettivo può essere realizzato vietando la diffusione di quel che è estraneo alle indagini, senza limitare i poteri della magistratura e il diritto d´informazione. Il testo sul testamento biologico, all´esame della Camera, travolgerebbe il diritto all´autodeterminazione delle persone fondato sull´articolo 32 della Costituzione e ribadito con chiarezza dalla Corte costituzionale. E temo che, dopo le prove generali di reciproco consenso tra maggioranza e Vaticano intorno alla pillola RU 486, proprio la legge sul testamento biologico possa rappresentare il dono che governo e maggioranza intendono fare alla Chiesa, per cementare una alleanza (e accettare una sottomissione).
Che la bussola dei diritti fondamentali non debba mai essere perduta ce lo ha ricordato il presidente della Repubblica non firmando una legge che fa venir meno garanzie essenziali per i lavoratori. L´identità costituzionale si costruisce in primo luogo intorno al rispetto di libertà e diritti, indispensabile non solo per la tutela dei singoli, ma per evitare ogni slittamento verso forme di autoritarismo. Ricordiamolo nel momento in cui questo è lo spirito con il quale gran parte della maggioranza propone un mutamento di regime, abbandonando quello parlamentare per approdare frettolosamente al presidenzialismo.
Una domanda, a questo punto, nello spirito di quelle poste da Ezio Mauro a conclusione del suo ultimo editoriale. L´agenda politica è monopolio della maggioranza, l´opposizione è obbligata a giocare solo in contropiede o può dire la sua, come fece Berlusconi ai tempi dei governi di centrosinistra? Per cambiare l´agenda politica non basta suggerire temi importanti. Indico tre vie possibili. L´uso intelligente del referendum, ma non nella forma che chiamerei, con tutto il rispetto, del referendum-ripicca, per reagire sempre in contropiede a leggi magari indecenti, ma per porre grandi questioni collettive, come sta accadendo con il referendum sull´acqua come bene comune. L´uso intelligente di Internet come strumento di mobilitazione continua, per sollecitare e accompagnare discussioni e iniziative legislative, cercando così di rivitalizzare anche il rapporto tra Parlamento e cittadini. L´uso intelligente dei regolamenti parlamentari che riservano all´opposizione tempi per la discussione di loro proposte: meglio farsi dire di no dopo aver creato attenzione nell´opinione pubblica che farsi poi accusare di non aver fatto nulla.
La Repubblica 07.04.10

Basta chiacchiere, ora riforme vere

Bersani a tutto campo a Otto e mezzo: “Si parta da un piano anticrisi che aiuti la gente. Poi si facciano riforme vere: se a destra accettano siamo disposti a votare domani per Senato federale e taglio dei parlamentari”. Sulla legge elettorale: “Se non cambia obbligatoriamente sceglieremo i parlamentari con le primarie”. E sul presidenzialismo: “Se Berlusconi ci vuole come il Sud America anni ’70, diciamo no!”. “Se le riforme servono a risolvere i problemi del paesi noi siamo a discutere se invece si tratta di risolvere le aspettative di Berlusconi non ne vale la pena. Penso anch’io sia ora di voltare pagina, non so se lo pensa Berlusconi”. È solo la prima stilettata di un Pier Luigi Bersani a tutto campo, ospitato da Lili Gruber a Otto e mezzo. Rispondendo alle domande della giornalista di La 7, e dell’intervistatore d’eccezione Diego Bianchi, il segretario PD traccia un quadro che a dalle riforme istituzionali, al federalismo, alle recenti elezioni regionali.

Riforme: basta con le chiacchiere del governo. Bersani si rivolge a Umberto Bossi e Silvio Berlusconi per ribadire la priorità di intervenire davvero sui temi economici e sociali perchè, avverte: “Se passiamo ancora un anno o due a chiacchierare di riforma istituzionale senza nulla concludere e dimenticandoci di quello che chiede il paese, cioè di intervenire sulla crisi, il distacco dei cittadini dalla politica è destinato a diventare una voragine”. Secondo il segretario PD bisogna perciò “partire da un piano anticrisi. Si può discutere di riforme, noi i nostri paletti e le nostre proposte le abbiamo dette ma loro cosa dicono? Cosa hanno detto fin qui di preciso?”. L’augurio è che nel colloquio di stasera Bossi e Berlusconi “si chiariscano le idee e che vengano poi in Parlamento”. Il PD intanto non manca di porre, ancora una volta, sul piatto le grandi riforme istituzionali: “Per noi sono cinque: il senato federale, la riduzione del numero dei parlamentari, l’annullamento del bicameralismo perfetto, una nuova legge elettorale e una legge che tagli i costi della politica”. Conoscendo però l’ostilità della maggioranza alle ultime tre proposte, Bersani propone di partire da un paio di punti su cui “sono tutti d’accordo: il senato federale e la riduzione del numero dei parlamentari, domani mattina facciamo quelle – suggerisce -. Ma di chiacchiere ne abbiamo fin sopra i, pochi peraltro, capelli”.

Presidenzialismo? Berlusconi punta al Sud America. Quanto all’ipotesi di semipresidenzialismo avanzata da alcuni esponenti della maggioranza Bersani ha osservato: “Ne ho sentite di tutte le razze in questi giorni, ci sono democrazie come Usa e Francia in cui funziona ma ci si rende conto che per modelli così bisogna scaravoltare enne cose? Servono pesi e contrappesi, non si può fare il presidenzialismo con questa legge elettorale, che è assurda, con questa legge sul conflitto interessi, se pensano di far vedere alla gente che possiamo somigliare agli Usa e invece finiamo con il somigliare al Sud America di qualche decennio fa noi non siamo d’accordo”.

Regionali e territorio: il radicamento non è mai abbastanza. Partendo dall’analisi delle recenti elezioni regionali, Bersani spiega: “Il confronto non può essere fatto con le ultime regionali del 2005 perché non c’era neanche il Pd, era un altro universo. Se andiamo ai più recenti dati elettorali, quelli delle europee, allora si vede che la destra qualche problema ce l’ha, non è giusto negarli perché non aiuta ad andare avanti. Io non ho cantato vittoria ma eravamo a un passo da prendere nove regioni. Certo è stata una delusione grandissima” ma questo voto “segnala un distacco dei cittadini dalla politica e una radicalizzazione che coinvolge anche noi”. Un problema serio, quello della sempre maggiore distanza fra cittadino e politico, da valutare con attenzione, ma “dire che non siamo nel territorio è una leggenda metropolitana. Non è vero che il Pd non è nel Nord, certo essere radicati non è mai abbastanza. Bisogna esserci sempre, non solo durante le elezioni. Non è solo questione di organizzazione ma anche di linea, noi dobbiamo dare il senso che siamo il partito del lavoro, bisogna che ci riconoscano nelle cose che facciamo. Non riusciamo a trasmettere l’idea che anche il piccolo imprenditore fa pienamente parte del nostro progetto. Certo, dobbiamo fare passi avanti”.

Un’alternativa da costruire entro la fine della legislatura. E i passi in avanti conducono all’alternativa, quella che, ammette Bersani, “ancora non profiliamo, anche se è inaccettabile che si parli di avanzata della destra alle regionali”. Quanto al tempo necessario a costruire l’alternativa di governo Bersani spiega: “Ho sempre detto c’è una strada da fare nell’arco di questa legislatura, questo è il tempo che abbiamo per costruire l’alternativa, cambiare l’agenda sarà la nostra battaglia politica, penso da un anno e mezzo che la crisi economica non è passeggera, e nei prossimi mesi saremo in condizione, combattendo, di fra comprendere al governo che deve occuparsi di più di quello che sta succedendo”.

Verso il 2013. Alla domanda: sarà lei il candidato premier per il 2013? Bersani risponde:”Non escludo niente e nessuno deve escludere niente, ma non è il momento adesso per decidere, sono certo del fatto che una volta costruiti i contenuti e lo schieramenti sceglieremo quello o quella che ci aiuta a vincere, sono sicurissimo che quando si arriva sotto la soluzione non fa mai discutere”.

Iv.Gia
www.partitodemocratico.it

"Supplenti e bidelli pagati dai genitori", di Erminia della Frattina

Un “buco” da 5 milioni di euro, insegnanti e bidelli che non prendono lo stipendio da gennaio. È la situazione drammatica delle scuole nel Padovano tra licei, tecnici professionali e istituti comprensivi (quelli con elementari e medie). Per loro mancano cinque milioni dal ministero del Tesoro, per ripianare le spese ordinarie tra esami di maturità, supplenze, materiali scolastici e di laboratorio. “È una cifra anticipata come tutti gli anni dagli istituti per pagare il normale funzionamento del regime scolastico – racconta il dirigente del liceo scientifico Cornaro Massimo Vezzaro, 900 studenti e un credito verso lo Stato di almeno centomila euro – tra supplenze, esami di maturità, materiale per i laboratori. Di solito anche alla spicciolata ma le risorse anticipate dalle scuole arrivavano dal ministero. Quest’anno però con i tagli voluti dalla Gelmini arriva poco o nulla, e noi abbiamo grattato il fondo del barile”. Insomma gli istituti scolastici sono rimasti a secco, così se un insegnante si ammala improvvisamente non ci sono i soldi per pagare un supplente.

La soluzione rimediata alla meno peggio fa venire i brividi, soprattutto nell’ottica del diritto allo studio di cui parla la Costituzione. “Se un docente ci avverte che sarà assente abbiamo due possibilità – dice Vezzaro – distribuire piccoli gruppi di studenti nelle diverse classi che già stanno facendo lezione provocando disagi e rallentamenti sul programma, ma è la soluzione meno praticata, o radunare la classe senza insegnante con un’altra magari di pari età nell’aula magna”. Significa 50-60 ragazzi per un’insegnante sola, costretta a fare lezione improvvisando argomenti di interesse comune, o spesso preoccupata solo di mantenere l’ordine tra tanti adolescenti. In più a volte gli insegnanti si rifiutano di fare supplenza perché il fondo chiamato di “ore eccedenti” destinato a questi casi è fermo dal 2008, quindi i docenti farebbero supplenza gratis.

“L’unica soluzione è pagare i supplenti con i soldi delle famiglie” va al sodo Daria Zangirolami dirigente del Tito Livio, il prestigioso liceo classico padovano che ha diplomato il presidente Giorgio Napolitano e l’economista Luigi Zingales. La preside, che in accordo con studenti e genitori ha programmato tre giorni di sospensione delle attività scolastiche per attirare l’attenzione sull’emergenza, spiega: “Ogni scuola superiore fa versare un contributo volontario alle famiglie all’inizio dell’anno, dai 100 ai 150 euro a famiglia, destinati in realtà ad attività formative come teatro, uscite didattiche, attrezzatura per laboratori, materiale scolastico. Purtroppo per pagarci le supplenze abbiamo attinto da queste risorse, insomma se le sono pagate le famiglie, altrimenti le classi rimanevano scoperte anche per periodi lunghi di assenza dell’insegnante titolare”.

Come se non bastasse, ora la coperta è talmente corta che in diversi istituti ci sono supplenti e personale non docente che non percepiscono lo stipendio da gennaio. Uno di questi è il Cornaro, dove un insegnante e un tecnico ausiliario non prendono la busta paga tre mesi e coprono supplenze che dureranno fino alla fine dell’anno scolastico. “In più sono persone mature, con famiglie sulle spalle, quindi è ancora più imbarazzante e grave per noi” sottolinea Vezzaro, il quale a sua volta è in credito con il ministero: “Anche tutti noi dirigenti in Veneto abbiamo una parte di stipendio che dal 2007 a oggi non ci è mai stata versata”. Il paradosso è che proprio la consulta dei dirigenti di Padova, un organismo volontario al quale aderisce oltre il 50% degli attuali dirigenti in servizio, ha consigliato ai supplenti che non percepiscono stipendio da mesi di rivolgersi alla magistratura, di fare causa. “Ci sembra l’unica soluzione se non arrivano i soldi – conclude Vezzaro – almeno con un’ingiunzione di pagamento in mano emanata dal giudice sarà più facile per noi andare al ministero del Tesoro per chiedere di saldare i conti”.

Anche i presidenti dei consigli di istituto, organismo formato dai genitori, hanno deciso di consorziarsi e di formare una rete permanente che si riunisce ogni quindici giorni, assieme ai dirigenti scolastici e agli alunni. Insieme stanno organizzando uno sciopero generale in tutte le scuole del Veneto, per protestare contro le sforbiciate selvagge e la situazione finanziaria in cui versano gli istituti scolastici.
Il Fatto quotidiano 06.04.10

Un anno perduto. Ricostruzione: la scelta sciagurata dei «due tempi», di Vittorio Emiliani

Una strategia sbagliata dietro il fallimento della fase di ricostruzione e l’abbandono del centro storico. Ascolto il prefetto dell’Aquila che esorta a non contrapporre «due curve: una che dice tutto va bene e l’altra che dice tutto va male». E’ già un passo avanti rispetto alle trombe suonate a tutto spiano da Berlusconi & Bertolaso a sostegno dell’intervento più straordinario mai realizzato in una zona terremotata a livello planetario. Nell’organizzazione dei soccorsi mi sembra obiettivo osservare che la Protezione civile – grazie anche ai Vigili del Fuoco, di cui non si parla quasi mai, e dei volontari – ha operato con efficacia e solerzia. Qui mi fermo. Sul piano, infatti, dei ricoveri e ancor più dei recuperi e dei restauri, o si sono ripetuti vecchi errori, o si sono volute attuare misure «nuove» che peseranno per decenni sui centri storici, sul loro territorio e paesaggio, a partire dall’Aquila. Chi dice queste cose viene accusato dal potente Guido Bertolaso di «buttarla in politica». E l’arcivescovo dell’Aquila, Giuseppe Molinari, vede nel «popolo delle carriole» chi «vuol creare dal punto di vista politico un gruppo che abbia autorità nella ricostruzione». Berlusconi aveva progettato un suo «sogno» mediatico: l’Abruzzo come spettacolare parata governativa, nazionale e internazionale. A lungo gliel’ha consentito la rassegnazione delle popolazioni locali tramortite dalla sciagura e, ancor più, il silenzio connivente di gran parte dei media nazionali.

Lo stesso Pd doveva costituire all’Aquila un suo presidio «nazionale», come ha fatto ora l’Unità. Alla base c’è stato però il solito vizio di Berlusconi, il suo «ghe pensi mi». Di qui la scissione, in due tempi, dei soccorsi/ricoveri e della ricostruzione. Mai avvenuta prima d’ora. Con tutto il denaro, o quasi, concentrato nei MAP e soprattutto nelle cosiddette «new town», alla fine ghetti costati come case di lusso o hotel a 5 stelle. Una mentalità che ha scompaginato, agli inizi, le già disperse comunità locali e che continua a confondere la Chiesa stessa, qui assai meno protagonista, in positivo, dei vescovi friulani o umbro-marchigiani.

La logica del duo di comando ha infatti esaltato il ruolo della Protezione Civile e tagliato fuori il Ministero per i Beni Culturali e le Soprintendenze. Un rovesciamento rivelatosi disastroso. Giuseppe Basile, gran coordinatore dei restauri ad Assisi, si è presentato, fresco di pensione e di assicurazione privata, ma è stato rimandato a casa. Come gli «Amici di Cesare Brandi». Come l’esperto di organi antichi abruzzesi M° Armando Carideo. Mentre le squadre dei volontari, prive del solito esperto del MiBAC, agivano senza guida tecnica. E non si rispondeva nemmeno alle offerte di disponibilità di Dipartimenti universitari specializzati dell’Aquila e di Roma. In Umbria e Marche le operazioni di soccorso erano state accompagnate dal rapido ricovero delle opere d’arte e delle suppellettili in magazzini attrezzati, o dalla «velinatura» degli affreschi, a differenza di quelli della Cappella Branconio a San Silvestro, ancora scoperti dopo 5 mesi. Berlusconi aveva lanciato «l’adozione» di un monumento da parte dei Paesi più ricchi. Semifallita. Dalla logica sbagliata dei due tempi nasce l’anno perduto per i centri storici, Aquila in testa. La «butto in politica»: le pietre di Venzone avevano cominciato subito a numerarle, mentre qui le macerie sono state selezionate da poco o per niente. E adesso Bertolaso denuncia: «Non ci sono progetti per ricostruire».

Ma che dice Roberto Cecchi, già direttore per i beni architettonici ed ora segretario generale del Ministero? A dicembre affermava: 1) «La nostra Direzione generale non ha avuto nessun ruolo nella questione dell’Aquila»; 2) «non credo che il tema sia la ricostruzione, ma la prevenzione» (?); 3) «il Duomo di Venzone è solo una cartolina e il restauro viene evocato come possibilità di tornare taumaturgicamente indietro». Insomma, sta a vedere che la colpa è degli aquilani, degli abruzzesi, dei loro sindaci e di chi, coi badili e con le carriole, «la butta in politica».
L’Unità 06.04.10

"Tregua finita, la benzina oltre 1,42 euro", di Lucio Cillis

Finisce l´esile tregua pasquale e ripartono i prezzi dei carburanti e le polemiche consumatori-petrolieri. A venti giorni dagli ultimi ritocchi, le compagnie rimettono mano ai listini. Erg, secondo Quotidiano Energia, una delle pochissime fonti che con la Staffetta Quotidiana seguono giorno per giorno l´andamento dei prezzi del settore, ha alzato di un centesimo il prezzo di riferimento di verde e gasolio, portando l´asticella rispettivamente a 1,418 euro al litro e a 1,244.
Ritocchi anche da Q8 (salita di 1,4 centesimi su entrambi i prodotti fino a 1,424 e 1,254 euro al litro) e da Shell che ha mosso verso l´alto di 0,2 centesimi la verde, ora a 1,424 euro al litro, e di 0,5 centesimi il gasolio, a 1,254. Restano al palo tutte le altre aziende, con il leader del mercato Agip che non sposta i propri listini dal 18 marzo.
Il Quotidiano energia annuncia anche una iniziativa dell´Antitrust che con una lettera inviata venerdì scorso alle compagnie petrolifere, ha chiesto chiarimenti sull´andamento dei listini di benzina e gasolio nel periodo tra il 1 marzo e il 2 aprile. Il Garante vuole sapere, innanzitutto, se «c´è un prezzo consigliato singolo e qual è il più diffuso». L´Autorità guidata da Antonio Catricalà ha anche chiesto «l´elenco delle voci di costo alla base della formazione dei prezzi consigliati e, se c´è ne sono, quali le motivazioni della mancata corrispondenza con tali voci di costo». Le compagnie dovranno rispondere entro l´inizio della prossima settimana.
I rincari sulla rete arrivano in uno dei momenti di estrema debolezza dell´euro e di un periodo di turbolenze sui mercati del prodotto raffinato Platt´s e del petrolio. Il greggio, in particolare, ieri ha rimesso il turbo, stabilendo il nuovo record di prezzo in un anno e mezzo, avvicinandosi pericolosamente a quota 90 dollari al barile. Oggi, rispetto al gennaio scorso, il pieno costa mediamente 4 euro in più. Ce n´è quindi abbastanza per far esplodere le polemiche tra consumatori e petrolieri sul ritmo degli aumenti. Secondo il Codacons, «i continui rialzi della benzina, come dimostrano i dati Istat dei giorni scorsi, hanno già innescato un meccanismo moltiplicativo sui prezzi su tutta la merce trasportata su gomma». L´associazione parla di una «stangata da 19 milioni di euro».
Non si fa attendere la dura replica dell´Unione petrolifera che minaccia di adire le vie legali: «Le polemiche assolutamente infondate e strumentali innescate sui prezzi dei carburanti denotano la superficialità ed approssimazione con la quale alcune associazioni dei consumatori, ed alcuni organi di stampa sono abituati a trattare la materia. Ignorare i recenti aumenti registrati nella quotazioni internazionali dei carburanti e riflessi solo in parte nei prezzi interni – spiega l´Up in un comunicato – ed accusare di manovre speculative le aziende vuol dire essere in malafede o negare l´evidenza. Non è possibile alimentare una campagna denigratoria e formulare accuse inesistenti senza rendere conto delle affermazioni fantasiose». Per questo conclude l´Unione petrolifera, «le aziende si riservano di valutare l´esistenza di estremi diffamatori nelle reiterate dichiarazioni di alcune associazioni dei consumatori e di possibili ricorsi nelle sedi giurisdizionali».

La Repubblica 07.04.10