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"Grande attesa per l'annuncio ufficiale del ritrovamento di uno scheletro di ominide", di

L’anello mancante tra la scimmia e l’uomo sarebbe stato finalmente trovato. Si tratta di una nuova specie di ominide, un bambino, i cui resti saranno mostrati per la prima volta giovedì. La nuova specie si colloca evolutivamente e temporalmente tra l’australopiteco, considerata ancora una scimmia, presente in Africa 3,9 milioni di anni fa, e il primo ominide riconosciuto, l’homo habilis, nostro progenitore di 2,5 milioni di anni fa.

La nuova specie non ha ancora un nome. Autore del ritrovamento è stato il sudafricano Lee Berger dell’università di Witwatersrand di Johannesburg nella caverna di Malacapa, nell’area sudafricana di Sterkfontein. La zona è soprannominata “culla dell’umanità”. Il professor Berger e i suoi collaboratori non hanno ancora fatto dichiarazioni sull’entità della loro scoperta ma nella comunità internazionale, scrive la stampa britannica, l’aspettativa è molto elevata. Si ritiene che, se la scoperta colmasse davvero alcune lacune nella catena evolutiva, l’intera storia dell’evoluzione potrebbe essere integrata in modo significativo.

Resti di specie analoghe erano stati già trovati in passato, ma si è sempre trattato di ritrovamenti di frammenti di ossa. Esperti che hanno visto lo scheletro del bambino, riporta oggi il Daily Mail di Londra, dicono che presenta caratteristiche dell’Homo habilis, e dicono che potrebbe gettare luce sul periodo in cui i nostri antenati cominciarono a camminare in posizione eretta. Il professor Phillip Tobias, un antropologo che è stato fra i primi a identificare l’Homo habilis come una specie umana nel 1964, ha celebrato la scoperta come “meravigliosa” ed “entusiasmante”. “Scoprire un intero scheletro, invece di un paio di denti o un osso di un braccio, è una rarità”, ha detto il professor Tobias al Daily Telegraph. “Un conto è trovare una mascella con un paio di denti, un altro trovare una mascella attaccata a un teschio, e tutti e due attaccati a una colonna vertebrale, un bacino e delle ossa pelviche”.

Lo scheletro è stato trovato in una cava di calcare, che si ritiene abbia riparato i resti dagli elementi naturali e li abbia preservati intatti.
www.repubblica.it

Continuavano a chiamarlo “equo compenso”, di Marco Pierani

Alt! Chi siete? Cosa fate? Cosa Portate? … Sì, ma quanti siete?…un fiorino!!! Ricorderete sicuramente la surreale quanto esilarante gag valorizzata dal genio di due dei migliori comici italiani alle prese con un ottuso “doganiere” medioevale nel film Non ci resta che piangere. Benigni e Troisi, cittadini del ventesimo secolo, catapultati per uno scherzo del destino nel 1492 in un’Italia allora divisa in numerosi principati, ducati e staterelli ne passano di tutti i colori e, nel caso di specie, si trovano ad una frontiera, messa lì solo per succhiare danaro ai sudditi, vessati dal potere costituito.
Sembrerebbe una realtà lontana nel tempo di cui poter sorridere senza remore oggi nel 2010. Ebbene, le cose non stanno proprio in questo modo se è vero che, al lordo della più volte dichiarata – ma difficilmente attuabile – volontà politica di ridurre le aliquote IRPEF, continuano di fatto ad esistere in alcuni settori vere e proprie gabelle in tutto a questa comparabili ed anzi, a volte, senza alcun passaggio parlamentare ne viene addirittura allargata la portata ad opera di un governo che malgrado ciò continua a professarsi liberale.
Un esempio recentissimo è quello dell’ormai famigerato Decreto Bondi (1) con il quale il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha esteso il prelievo da parte della SIAE del c.d. “equo compenso” per copia privata, precedentemente applicabile a soli cd, dvd vergini e masterizzatori, su tutti i dispositivi dotati di memoria, ivi compresi i cellulari, i decoder e le console per videogiochi.
Oltre a pesare sulle tasche dei consumatori e, soprattutto, a risultare pressochè incomprensibile dalla stragrande maggioranza di essi il motivo per il quale la SIAE, e per suo tramite autori ed editori, dovrebbero beneficiare di questi balzelli(2), tale misura rischia di rivelarsi un freno per lo sviluppo delle tecnologie e del mercato dei contenuti digitali nel nostro Paese. Il connubio perverso degli aspetti tipici della vessazione del cittadino (sebbene ora non più suddito) e dell’intralcio al libero mercato, ricordano mutatis mutandis molto da vicino le pretese assurde del “doganiere” medioevale del film.
Hai acquistato un cellulare? Paghi 90 centesimi! un decoder? Peggio, paghi da 6,44 a 28,98 euro a seconda dell’ampiezza della memoria e così via per tutti gli altri devices, poco importa peraltro se non li utilizzerai mai per effettuare copie private di opere dell’ingegno protette dal diritto d’autore, anzi, per dirla tutta, lo Stato, o meglio la SIAE (qual’è la differenza?), non rende neanche visibile e intellegibile al consumatore questi prelievi che così affogano nel prezzo complessivo del prodotto a loro insaputa.

Proviamo a vederci un pò più chiaro
Al fine di compensare i titolari dei diritti per la facoltà di effettuare copie private concessa alle persone fisiche, quale eccezione al diritto esclusivo di riproduzione spettante ad autori, artisti e produttori, l’Ordinamento prescrive che venga fissato un compenso gravante su tutti quei supporti, memorie, apparecchi etc che consentono la possibilità di effettuare la registrazione di opere musicali o audiovisive. Questa in sintesi, la ratio del combinato disposto degli art. 71 sexies (copia privata) e 71 septies (equo compenso), come inseriti nella legge sul diritto d’autore dal Dlgs 9 aprile 2003, n. 68, in attuazione della Direttiva 2001/29/CE.
Il successivo comma 2 dell’art. 71 septies prescrive poi che l’”equo compenso” è determinato, nel rispetto della normativa comunitaria, per mezzo di un decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali sottoposto ad aggiornamento triennale e, vale la pena ricordarlo, è la stessa direttiva 2001/29/CE ad indicare al legislatore nazionale alcuni criteri (3) di cui tenere conto nella determinazione del compenso, in particolare:

– Se i titolari dei diritti hanno già ricevuto un pagamento in altra forma, per esempio nell’ambito di un diritto di licenza, ciò non può comportare un pagamento specifico o a parte;
– Il livello dell’equo compenso deve tener pienamente conto della misura in cui ci si avvale delle misure tecnologiche di protezione;
– In talune situazioni, allorché il danno per il titolare dei diritti sarebbe minimo, non può sussistere alcun obbligo di pagamento.

Una tassa iniqua la cui legittimità sarà vagliata sia a Roma che a Bruxelles
Ora, il Decreto Bondi nel disattendere completamente tali indicazioni ha fatto venir meno ogni residua parvenza di sinallagmaticità tra la reale effettuazione della copia privata da parte del consumatore, il danno conseguentemente causato ai detentori dei diritti e l’”equo compenso” imposto su una moltitudine di devices. Nonostante il puntiglio con il quale all’unisono il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la SIAE hanno strenuamente cercato di difenedere la tesi secondo la quale l’”equo compenso” non sarebbe una tassa pare pertanto difficile continuare ormai a sostenere che non siamo di fronte ad una fattispecie di natura tributaria nel senso più ampio del termine o, per essere più precisi, ad una prestazione patrimoniale imposta come il canone RAI, la TARSU o, per rimanere in ambito SIAE, il famigerato contrassegno, o bollino.
Si badi bene, accertare se l’”equo compenso” sia o meno una tassa non è questione di poco momento e il fatto che il Ministro e la SIAE abbiano dedicato particolare attenzione al tema non è un caso. Da questo aspetto possono scaturire, infatti, conseguenze giuridiche molto rilevanti, non ultime le possibili censure di illegittimità del Decreto Bondi sotto il profilo del diritto comunitario ai sensi della normativa sugli aiuti di stato, già mosse da Altroconsumo con un esposto alla Commissione europea (4) e quelle che, per altro verso, sotto il profilo del diritto amministrativo nazionale saranno ben presto oggetto di un giudizio avanti il TAR Lazio volto a verificare, tra le altre cose, se c’è stata o meno una lesione della riserva di legge in materia tributaria.

1 Si tratta del Decreto Ministeriale 30 dicembre 2009, di cui all’art. 71 septies della legge 22 aprile 1941 n. 633 recante “Determinazione della misura del compenso per copia privata”.
2 Vedi in tal senso la video-inchiesta effettuata da Altroconsumo prima della firma del decreto da parte del Ministro http://www.youtube.com/watch?v=hDoJxhrPH28
3 Vedi in tal senso il Considerando n. 35 della Direttiva 2001/29/CE.
4 L’esposto di Altroconsumo è leggibile qui: http://www.altroconsumo.it/prezzi/20100215/l-esposto-di-altroconsumo-alla-commissione-europea-Attach_s266983.pdf

www.nelmerito.com

"Aiuti alle imprese e scudi fiscali, così il Carroccio conquista il Nord", di Tito Boeri

Come mai il mondo dei piccoli imprenditori, dei lavoratori autonomi e degli artigiani che, secondo le indagini del Corriere della Sera doveva essere sul piede di guerra, ha tributato un plebiscito alla Lega? Un partito che ha sostenuto un governo imbelle di fronte alla crisi più pesante del dopoguerra, che ha assistito alla distruzione di più di 300.000 lavori autonomi, a un incremento del 16 per cento del numero di fallimenti di piccole imprese.
Un partito che ha lasciato aumentare ulteriormente la pressione fiscale. Come ha fatto allora la Lega a ottenere percentuali bulgare nel Trevigiano e nel Vicentino? Ci sono almeno tre spiegazioni.
Prima spiegazione: leggo in molti commenti sul dopo voto che d´ora in poi la Lega sarà determinante nell´azione di Governo, ma la verità e che ha già pesato tantissimo sulla politica economica dell´esecutivo. Ha già strappato molte concessioni per i gruppi da lei rappresentati. La Cassa Integrazione in deroga, pagata da tutti i contribuenti e non dalle imprese ed erogata con discrezionalità quasi totale della politica, è, dopotutto, un´invenzione della Lega. Ha dato più risorse al tessile della bergamasca che a molte altre aziende che avevano altrettanto bisogno di aiuto (e un futuro meno improbabile) in altre parti del paese. Nelle province dove la Lega governava, vi è stato un ricorso massiccio a questo strumento: Brescia, ad esempio, ha raccolto il 20 per cento dei fondi stanziati in Lombardia quando il suo peso sull´occupazione della Regione supera di poco il 10 per cento. Ma ci sono tanti altri trasferimenti occulti, di cui non si ha traccia. Il fatto è che il Governo ha aperto in questa legislatura tanti piccoli rubinetti discrezionali, tutti di piccola entità, ma in gran parte gestiti direttamente dai politici locali che hanno potuto così farsi belli di fronte agli elettori. È stato fatto tutto fuori dalla Finanziaria. Nel 2009 ben cinque decreti, che hanno mobilitato risorse per 16 miliardi, un punto di pil. Non facendo parte della legge di bilancio, non potevano alterare i saldi, cambiavano solo la composizione della spesa o delle entrate. Ma sono serviti eccome per farsi riconoscere da chi beneficiava di un sussidio, anche se magari ciò che gli veniva dato con una mano veniva poi tolto con l´altra.
La seconda spiegazione è che la pressione fiscale è aumentata in modo tutt´altro che uniforme e permettendo a molte piccole imprese di mettersi al riparo da futuri accertamenti del fisco. Si è proceduto allo smantellamento di strumenti di prevenzione della micro-evasione (ad esempio l´obbligo di allegare alla dichiarazione Iva gli elenchi clienti/fornitori), sono state abolite le limitazioni nell´uso di contanti e di assegni; la tracciabilità dei pagamenti e la tenuta da parte dei professionisti di conti correnti dedicati. Operazioni tutte molto popolari. Alle piccole imprese dei “distretti industriali” (ovviamente definiti dalla politica) è stata anche offerta la possibilità di concordare, in anticipo, per tre anni, le imposte dovute, anche per i tributi locali, specificando che «in caso di osservanza del concordato i controlli sono eseguiti unicamente a scopo di monitoraggio». E poi c´è stato lo scudo fiscale il cui dato più eloquente è l´altissimo numero di aderenti (più di 200.000) per importi relativamente limitati (attorno ai 450.000 euro a testa). Insomma, tanti piccoli scudi.
La terza spiegazione è che paradossalmente le prime elezioni con campagna elettorale sul web hanno mostrato come non si possa competere in politica facendo a meno di un partito. L´astensionismo ha esaltato l´unico partito oggi esistente al Nord. A trionfare non è stato l´amore, ma il partito che ha portato i propri militanti a votare. Un partito sempre più di potere al Nordest e Nordovest e ancora di lotta in Emilia, nella bassa Padania e in Toscana dove non a caso è più forte dove sono più numerose le comunità di immigrati cinesi. Nei suoi territori storici la Lega occupa e gestisce, con metodo e continuità. Ci vuole un partito per farlo, per selezionare e formare una classe dirigente locale e per far sì che questa presìdi e allarghi il suo raggio di influenza cooptando persone che obbediscono allo stesso capo. La Lega sceglie i suoi esponenti nei borghi, richiede l´identificazione in una comunità locale e l´accettazione da parte di questa per essere riconosciuto come militante. Poi per diventare amministratori locali e fare carriera bisogna fare la gavetta e offrire prove di fedeltà. Non contano invece le apparenze, neanche quelle televisive. La Lega in tutti questi anni è il partito che ha portato più giovani in Parlamento e nei consigli comunali e regionali. Si dice che i giovani trovino più spazio nella Lega perché danno meno problemi, rispettano le gerarchie. In effetti, gli eletti della Lega (sia in Parlamento che nelle amministrazioni locali) sono poco istruiti, difficilmente riescono ad imporre il loro punto di vista. Ma gli elettori della Lega non guardano tanto alle qualità dei singoli. Conta che rappresentino il loro territorio. Vale la targa più che il curriculum.
È una forma partito difficilmente esportabile. Perché richiede un capo carismatico. E perché è da piccolo centro, dove è possibile avere un rapporto diretto con l´elettorato e non c´è bisogno dei media per raccogliere consensi. Al posto dei grandi potentati locali degli altri partiti, ci sono tanti “piccoli politici” di borgo con scarso potere contrattuale nel partito, per lo più sconosciuti al grande pubblico, che hanno il pregio di stare in mezzo alla gente, come dovrebbero fare tutti i bravi sindaci. Nel voto dello scorso fine settimana questi borghi hanno come cinto d´assedio i capoluoghi di regione. Una volta si diceva che solo un torinese avrebbe potuto governare il Piemonte. Da lunedì sappiamo che non è più così. E chissà se avremo presto anche un varesino alla guida di Milano.
Ora che governa in prima persona un sesto del Paese, la Lega dovrà per forza di cose cambiare il suo rapporto con l´elettorato. Dovrà anche trovare una sintesi fra particolarismi di cui sin qui non è stata capace (basti pensare a come non ha saputo gestire il dualismo fra Malpensa e Linate). E soprattutto non avrà più scuse per rimandare il federalismo, quello vero, non quello dei borghi medioevali che cingono d´assedio le grandi città, ma quello che si gioca sull´asse Nord-Sud e che è da sempre nei proclami della Lega. È una prova difficile perché la Lega sin qui non ha saputo governare in grande. Proprio per questo, chi oggi intende contrastare il dominio della Lega dovrebbe compiere il passo opposto, organizzarsi per operare come partito anche sulla piccola scala, lontano dai riflettori, dimostrando come sia possibile affrontare le crisi locali senza le deroghe e le eccezioni. La prima sfida sarà proprio quella dell´uscita dalla Cassa Integrazione in deroga.
La Repubblica 04.04.10

Lavori in corso», apriamo il cantiere della sinistra, di Concita De Gregorio

Da dove cominciamo, Nadia Urbinati, a parlare del risultato elettorale e dello stato della sinistra in Italia? Dal Partito democratico? Dal cantiere dei lavori fatti e da fare, dall’analisi degli errori e dalle fondamenta di una nuova proposta? Cominciamo dal successo di Vendola, da Grillo? «Cominciamo dall’Emilia».
Risponde così Nadia Urbinati: c’è bisogno di una discussione larga, ampia, franca e senza paura. Un dibattito come quello che si è sviluppato in questi giorni anche sulle colonne del nostro giornale e soprattutto nel web, migliaia di lettori ci hanno scritto per raccontarci quel che vedono, quel che sperano, quello in cui credono e in cui non credono più. Apriamo davvero il cantiere delle idee, dice la docente della Columbia, appassionata studiosa di politica. Però facciamolo a partire dalla realtà: lasciamo che l’insegnamento ci venga dai fatti.

Dunque l’Emilia, dove da poco è tornata a vivere. «Perchè in queste settimane, da quando sono rientrata in Italia, ho visto nei miei paesi qualcosa che non avevo visto mai. L’Emilia sarà la prossima regione a diventare leghista se non ci sarà un cambio radicale e profondo. In larga parte lo è già. Vedo i militanti della Lega girare per le piazze dei paesi con le roulotte e i camioncini, fermarsi a fare comizi di fronte a sei persone. Senza telecamere, senza microfoni. Senza media al seguito. Li sento scandire parole d’ordine semplici che fanno presa. Vedo le persone a me vicine cambiare. L’Emilia oggi è la frontiera più avanzata, o più arretrata. È Little Big Horne. La Lega ha capito molto bene che è questa la sfida più grande. La rivincita. Il vecchio desiderio democristiano. Quel che non si è tinto di bianco oggi si sta tingendo di verde. I leghisti hanno la capacità di farlo. Hanno militanti che credono, non che dubitano e discutono. Fanno turni, lavorano in modo sistematico, casa per casa. Il modello americano è questo: casa per casa. Non bastano le cene elettorali, quelle sono ad un altro livello. Nelle piazze dell’Emilia profonda il Pd non c’è. A Ferrara ho visto le navette che portano al centro commerciale. Nei paesi sono tutti chiusi dentro le case, con le loro parabole per vedere la tv. E’ il Midwest: è qui che si vince o si perde».

«A partire dal linguaggio, sì. Ma dietro il linguaggio ci deve essere un ordine del discorso. Devi prima sapere cosa vuoi poi dire cosa pensi. Farlo in modo chiaro. Parole semplici e narrativa ricca. A Carpi, a Sassuolo. C’è la crisi della ceramica. Ha la sinistra una politica di riconversione industriale da proporre? Le donne della Omsa, senza lavoro perchè la manodopera all’estero costa meno. La risposta non può essere la cassa integrazione per mesi, per anni. Ci vuole un progetto. Quegli impianti devono restare qui, qualcuno sa dire come? La Lega dice che i neri – gli stranieri – portano via il lavoro. In queste zone è un’affermazione che somiglia alla realtà. Quando il lavoro non c’è la competizione è fra chi resta escluso e chi entra in assenza di regole. Sappiamo dare una risposta?»

«A Modena – continua Nadia Urbinati – ho visto favolose piste ciclabili. Non basta. Ho visto nascere come funghi grandi centri commerciali fatti per dare ossigeno alle coop edili. Hai dato lavoro per qualche tempo agli edili, ma hai finito per portare la gente nei luoghi del berlusconismo. Dentro casa davanti alla tv durante la settimana, al centro commerciale nel week end. L’integrazione con le comunità immigrate non è avvenuta. Ciascuno vive nel proprio ghetto. I bambini vanno insieme a scuola, e cosa fanno dopo? Niente che li porti in un futuro diverso dal passato: rientrano nelle loro comunità di origine, gli adulti si chiudono e si difendono gli uni dagli altri. Sta nascendo un’altra società e la sinistra non ne è consapevole, non sembra esserlo, se lo è è impotente».

«Proviamo in Emilia a ricostruire le sezioni di partito. Non i circoli che si riuniscono una volta al mese, per il resto deserti, nel migliore dei casi i militanti si parlano sul web. È la presenza sul territorio che manca, i giovani hanno bisogno di fare qualcosa, lo chiedono: domandano cosa possiamo fare, dove possiamo andare? Non c’è un luogo. Alle feste dell’Unità la maggioranza è fatta di anziani. È a questo livello che bisogna ricostruire a partire dai nostri principi, i nostri valori: il buon governo, la legge uguale per tutti, la Costituzione, la crescita di una comunità solidale».

«Il Pd è nato distruggendo i partiti alla sua sinistra. Una parte della sinistra non si riconosce in quel partito, né può farlo. Ma il modello arcipelago è fondamentale. Se non ti federi con i partiti a te vicini quelli se ne vanno. Gli elettori con loro. La scelta strutturale di guardare al centro ha conseguenze visibili. Gli elettori che non si riconoscono in questo Pd guardano a Di Pietro, poi a Grillo. Oppure si astengono. È una catena di delusioni progressive. Poi, certo, se guardo ai risultati dei partiti alla sinistra del Pd osservo che l’utopia è parte della politica, e la protesta è necessaria. Serve se è finalizzata a un risultato, se no può diventare dannosa per tutti. Si può stare vicini senza essere identici. Bisogna ascoltare chi protesta, provare a comprendere e non snobbare. Lo stimolo critico deve essere espresso, ce n’è bisogno. Nader ha determinato la sconfitta di Gore, ma è stato perché la politica di Gore non era abbastanza convincente».

«Il grande problema è avere una classe dirigente solo istituzionale, parlamentare. Sarebbe una buona cosa che il leader dello schieramento non fosse un uomo delle istituzioni. Chi è nella condizione di difendere la sua posizione non è fino in fondo libero. Vivere di politica significa che non si può vivere per la politica. È Weber. Ci vogliono personalità libere di progettare un disegno comune fuori dagli schemi delle convenienze e delle appartenenze. Sarà chi saprà trovare un minimo comune denominatore alle forze della sinistra colui che saprà renderla forte abbastanza da consentirle di governare il Paese».

«Sì, c’è anche una questione di leadership. Dobbiamo consentire di far crescere un’altra generazione, non usarla solo come simbolo senza dargli potere. Se no è il rapporto che c’è tra genitori e figli: i genitori hanno la borsa, tengono i cordoni. I figli hanno bisogno del loro conto in banca. Non hanno lavoro, non hanno autonomia, non hanno peso».

«Berlusconi occuperà anche il web. Ha grande istinto, è capace di arrivare alla gente. Per il Pd il web è burocrazia, un lavoro come il resto. Non rispondono. Io lo uso a volte. Non mi rispondono. Non vedono, non capiscono. Obama ha vinto le elezioni grazie alla rete. Un dollaro a testa, in milioni e milioni lo hanno finanziato. Qui vai a cene elettorali dove paghi cento euro e il leader non viene. Certo bisogna fare le due cose: ma farle bene, entrambe».

«Infine direi solo: bisogna andare a riprendere le persone e tirarle fuori da casa, dar loro qualcosa di più interessante della tv. Berlusconi ha costruito il suo potere isolando gli italiani davanti alle sue tv. Ma la Lega non ha tv, usa il modello del Pci di antica memoria. Uno stile premoderno, il camioncino e il megafono, bussano e ti compilano i moduli, ti aiutano a risolvere i problemi minimi che per le persone sono fondamentali. Noi non facciamo né l’uno né l’altro. Vogliamo cominciare a parlarne?».
L’Unità 04.04.10

"Il diritto di essere felici", di Michela Marzano

Gli economisti la usano al posto del pil per misurare il benessere delle nazioni I filosofi si interrogano su come raggiungerla in un´epoca senza più grandi utopie. I politologi la considerano il compito principale delle democrazie contemporanee Perché oggi essere felici non è più solo un´aspirazione individuale Ma un dovere collettivo.
Che cos´è oggi la felicità? A giudicare dal numero di libri pubblicati in questi ultimi anni e dal successo dei dibattiti organizzati sul tema, sono in molti a chiederselo. È anzi uno degli argomenti che appassiona di più. Forse perché nessuno sa esattamente cosa sia la felicità, ma, al tempo stesso, non ha alcuna intenzione di rinunciarci. Tutti desiderano essere felici.
L´oggetto del desiderio, però, è più che mai oscuro. Non siamo più all´epoca di Platone, quando la felicità non aveva misteri: era la conseguenza necessaria di una vita buona, una vita, cioè, passata a cercare la saggezza e la virtù. Come essere felici, infatti, quando il significato stesso del termine “virtù” è poco chiaro? Quando anche la soluzione epicurea – un uomo è felice quando riesce a soddisfare i propri bisogni naturali e necessari – non sembra più convincere nessuno? Le nozioni di virtù e di natura sono ormai divenute problematiche. Da un lato, ognuno ha una propria concezione del bene, che non coincide quasi mai con quella del proprio vicino di casa. Dall´altro, i progressi della medicina e della tecnica hanno frantumato la nozione classica di natura: il mondo contemporaneo è il regno della natura “artificiale”. E non è tutto. Il vuoto lasciato dal crollo delle grandi utopie politiche del secolo scorso, infatti, è stato progressivamente riempito da un nuovo imperativo categorico: sii felici e approfitta dei piaceri della vita!

Ma che vuol dire “essere felici” quando la felicità non è più solo un´aspirazione individuale, ma un dovere collettivo?
In Francia, il 26 e il 27 marzo scorsi, una sessantina di filosofi, economisti, psicologi e uomini politici si sono incontrati a Rennes per discuterne. Invitati dal giornale Libération al Forum Le bonheur: une idée neuve, hanno cercato una soluzione al problema della felicità individuale e collettiva. Prendendo come spunto la famosa frase di Saint-Just – che in piena Rivoluzione francese dichiarava trionfante che “la felicità è un´idea nuova in Europa” – il forum ha avuto un grande successo: 19 mila spettatori hanno assistito ai dibattiti, curiosi e speranzosi di trovare finalmente la “formula magica” della felicità.
Il dialogo e “l´intelligenza collettiva” ha peraltro soddisfatto le attese: tutti sono tornati a casa pieni di idee. Sono emerse nuove utopie democratiche, responsabili e durabili. Si è parlato dell´importanza del “fare rete” per evitare che i cittadini non siano altro che semplici pedine sulla scacchiera del potere. Si è anche insistito sul fatto che la felicità non sia solo un diritto, ma anche un dovere: di fronte alla tragicità della vita, ci si deve impegnare per vivere pienamente ogni istante di serenità. Ma si può veramente pensare la felicità in termini sillogistici secondo lo schema: ogni uomo deve lottare per essere felice; anche io sono un uomo; anche io, quindi, devo lottare per essere felice? Le buone intenzioni a Rennes c´erano tutte. Ma le buone intenzioni non bastano. E nonostante tutti i libri di ricette per insegnare ad essere felici in dieci lezioni o poco più, la felicità non la si può “meritare”, come i bambini si meritano un “bravo” a scuola quando fanno bene i compiti.
Il rischio di una società che si nutre di discorsi troppo volontaristici, e che celebra ogni giorno il trionfo delle terapie brevi capaci di educare alla fiducia in se stessi e al “pensare positivo”, è di far credere alle persone che se non sono felici, in fondo, è colpa loro. Con questo non voglio dire che non si possa fare nulla per essere felici. Come spiega il filosofo Yves Michaud, siamo tutti responsabili delle nostre scelte e, sebbene la felicità non dipenda esclusivamente da noi, spetta a ognuno di noi scegliere come affrontare le gioie e i dolori che la vita ci riserva. La felicità non è più solo un problema personale. Ormai si tratta di una questione sociale. Perché meravigliarsi allora se ad occuparsene non ci sono più solo i filosofi, ma anche gli economisti? Perché non cercare un modo per “misurarne” qualità e quantità?
Sono sempre più numerosi coloro che pensano di risolvere il dilemma della felicità utilizzando la categoria di benessere. Un benessere non solo psicofisico, ma anche economico e sociale. Certo, quando si soffre di una malattia fisica o psichica, o quando non si hanno i mezzi materiali per il proprio sostentamento, è molto difficile essere felici. Ma gli essere umani sono anche, e forse soprattutto, caratterizzati dal desiderio. E il desiderio, nonostante tutto, è fatto di insoddisfazione. È grazie ai desideri e al tentativo di soddisfarli che si esprime la propria energia e la propria potenza, e che si attraversano momenti, se non di felicità, almeno di gioia. Spinoza, in questo, docet.
Nonostante tutti gli sforzi degli economisti, tuttavia, questa gioia è difficilmente quantificabile. Alcuni di loro hanno proposto addirittura di passare dal calcolo del prodotto interno lordo (PIL) alla misura del benessere globale di una società. Il famoso rapporto Stiglitz-Sen-Fitoussi, commissionato da Nicolas Sarkozy e reso pubblico nel settembre del 2009, sottolineava giustamente come il benessere collettivo non fosse solo materiale: oltre al consumo, sostenevano i tre economisti, si devono prendere in considerazione il tempo libero, le relazioni sociali, il sentimento di sicurezza… Ma la felicità può essere fatta solo di benessere?
Il saggio di Derek Bok, The Politics of Happiness, appena pubblicato negli Stati Uniti, lo pretende. Derek Bok sostiene addirittura che il compito principale delle democrazie contemporanee sia proprio quello di massimizzare la felicità collettiva, promuovendo l´uguaglianza, permettendo alle coppie e alle famiglie di stabilizzarsi, migliorando la salute pubblica. Su alcuni punti non si può non essere d´accordo con Bok. Ogni democrazia degna di questo nome deve non solo promuovere l´uguaglianza, ma anche creare le condizioni adeguate perché i singoli individui possano poi portare avanti i propri progetti e perseguire la propria felicità. La felicità, però, è individuale. E nessun governo, per quanto perfetto, potrà mai risolvere, al posto dei singoli, quello che resta un problema esistenziale centrale: capire, in modo autonomo, che cosa si desideri e che cosa si voglia. La felicità non è un assoluto. Non esiste una strada unica che ci porta verso la felicità. La felicità, come diceva Lao Tseu, consiste piuttosto nel cercare la propria strada, abbandonandosi, talvolta, anche al caso. Non è forse questo il motivo per cui molte persone – in Francia tantissime – cercano oggi nel confucianesimo e nel buddismo le indicazioni per imboccare questa famosa strada, senza cercare a tutti i costi di “meritare” la felicità?
La Repubblica 04.04.10

"Il balletto degli ignavi", di Lorenzo Mondo

Tristissimo e crudamente emblematico ciò che è accaduto in una scuola media di Salò. Durante la lezione di francese, una ragazza dodicenne è stata indotta da tre compagni a prestazioni sessuali, mentre altri, anziché protestare, facevano scudo e l’insegnante continuava imperterrito a interrogare tre allieve, privandole – si direbbe – del piacere di assistere al «gioco». Sogghigni, ribalde allusioni, e nei giorni successivi un’insegnante di italiano, per vederci chiaro e ottenere una indiretta confessione del fatto, ha assegnato un tema a commento di alcuni versi di Dante che condannano gli ignavi, quelli che nella vita non si sono mai schierati: «Ed elli a me, come persona accorta: / “Qui si convien lasciare ogne sospetto; ogne viltà convien che qui sia morta”».

Era utile proporre un argomento di riflessione per dei ragazzi che, usi a considerare il sesso nella sua rozza istintualità, avevano mostrato indifferenza o compiacimento davanti al vergognoso episodio. Ma il tema avrebbero dovuto svolgerlo, prima degli allievi, anche gli adulti, in diversa misura corresponsabili. La preside ha decretato dei giorni di sospensione per il professore e i quattro coinvolti nella vicenda (compresa sorprendentemente la vittima, quanto meno psicologica, della violenza) con l’aria di ridurre il tutto a una pur deplorevole bravata.
Più grave la posizione dell’insegnante, che non si è accorto del non eufemistico bordello a cui si era ridotta la sua classe (la radice di tanta disattenzione va forse cercata in quello che viene definito il suo «rapporto amicale» con gli studenti). Ma colpisce anche la reazione di un padre per l’imputazione di violenza elevata contro il figlio dai carabinieri: «Ma vi rendete conto che vuol dire rovinargli la vita per sempre?». Senza avere il sospetto che la vita, complice forse qualche altra trascuratezza, è già avviato a rovinarsela da solo.
La storia di Salò rappresenta a ben vedere un test impressionante sulle inadempienze degli adulti, sul tradimento consumato nei riguardi dei figli: la difesa ad oltranza di certi comportamenti, le generiche accuse contro la società, il pedagogismo inquinato da un malinteso senso di libertà, la rassegnazione afflitta per le loro devianze. È un balletto degli ignavi ai quali conviene, indistintamente, l’aspra invettiva di Dante.
La Stampa 04.04.10

"Ecco chi specula sul disastro dei musei", di Alessio Postiglione

Napoli, siamo nel bookshop del museo della Certosa di San Martino, gestito in concessione da Electa-Mondadori. La legge prevede che la libreria (concessionaria) debba vendere almeno il 50% di titoli di altri editori; ma qui non è così.
I libri riconducibili alla Mondadori saranno, a occhio, oltre l’80% del materiale in mostra. Alla ricerca di spiegazioni, le sorridenti impiegate del bookshop oppongono un mutismo quasi omertoso. Non sanno niente; fa tutto Mondadori, quando vengono i suoi uomini ad allestire le esposizioni.
Le impiegate non conoscono il nome di alcun responsabile; possono solo darmi il numero di un centralino che, in seguito, non mi risponderà o non saprà dirmi nulla. Ma come vengono gestiti i beni culturali, oggi, in Italia, e chi controlla i concessionari?

Dalla legge Ronchey del ’93, infatti, si è fatto largo un nuovo approccio manageriale alla gestione della cultura che ha previsto, in primis, l’ingresso dei privati nel settore e, anche, l’istituzione di “società pubbliche” che organizzassero il settore con l’efficienza dei privati.
L’ultimo step di questa rivoluzione copernicana è il “federalismo del patrimonio”, grazie al quale gli ex beni pubblici dello Stato vengono gestiti con gli strumenti privatistici della “programmazione negoziata” da privati e Regioni. Ma, alle “rivoluzioni”, possono seguire le restaurazioni.

Secondo l’ultima relazione dell’Antitrust del presidente Antonio Catricalà, il nuovo mercato istituito dal legislatore ha fallito miseramente: c’è una collusione fra privati e società pubbliche che non ha apportato benefici in termini di efficienza, e si delineano le distorsioni tipiche degli oligopoli.
«Otto società concessionarie gestiscono in Italia il 90% dei servizi – sostiene la relazione di Catricalà – una è addirittura presente in 24 musei con ricavi che si avvicinano al 24% del totale».
«Il 30% delle concessioni è riferibile a un unico gruppo imprenditoriale», secondo il Libro Bianco di Confindustria.

Il primo gruppo è proprio l’Electa Mondadori, di Marina Berlusconi; l’altro soggetto dominante è la Pierreci, del gruppo Legacoop. Il mercato, quindi, sarebbe stato spartito con logiche bipartisan. Terzo incomodo è Civita, un’associazione partecipata da privati ed enti pubblici che nel suo stesso organigramma sembra rispondere a logiche di spartizione consensuale. Di Civita, non a caso, fanno parte (a vario titolo e fra i tanti) Province, Casse di risparmio, gruppi come Impregilo, Cremonini, Acea di Caltagirone, Berlusconi, (tramite Mediaset, Medusa e Banca Mediolanum), Telecom, Rcs, gli armatori Paolo e Cesare d’Amico e finanche Anas e Fs; nell’organigramma figurano il sottosegretario Gianni Letta, l’ex ministro del governo Prodi Antonio Maccanico, Albino Ruberti, figlio dell’ex ministro socialista Antonio, e il presidente di Bnl Luigi Abete.

La relazione dell’Antitrust dipinge un caso di privatizzazioni senza liberalizzazioni. Pochi privati che si spartiscono la torta con lo Stato che, invece di fare il regolatore esterno, gioca la partita sotto varie vesti: con spa appositamente create, come nel caso Scabec, la società campana dei beni culturali; partecipando ad associazioni, come Civita; attraverso società municipali, come nel caso Zetema, che gestisce 12 musei capitolini, di proprietà del Comune di Roma e con Albino Ruberti, di Civita, come amministratore delegato.

Tanti giri di valzer, dove imprenditori e amministratori pubblici ballano tutti insieme, cambiando partner a ogni nuovo ballo. Quello che, con linguaggio tecnico, si chiama cross-directorship. Proprio l’Antitrust, infatti, rileva che, in Italia, si creano continuamente situazioni “di monopolio o di ingiustificato vantaggio competitivo a favore di imprese che, grazie alla proprietà pubblica delle stesse potrebbero essere avvantaggiate nell’assegnazione dei servizi aggiuntivi in musei e siti anch’essi di proprietà pubblica”.

La creazione di società miste, infatti, è l’escamotage attraverso il quale si cooptano i privati e si procede ad affidare i servizi senza bandire alcun pubblico incanto, il solo strumento in grado di confrontare offerte e produrre l’abbassamento dei costi. La giustificazione è che un dato Ente appalta a se stesso un certo lavoro pubblico. è proprio il caso, documentato dall’Antitrust, della Scabec, o della Zetema, sulla quale si espresse negativamente il Tar del Lazio, nel 2006, proprio con riferimento ad un ricorso in seguito ad un affidamento diretto. Il caso campano della Scabec, d’altronde, è eloquente e potrebbe spiegarci perché la Regione non controlli l’effettiva organizzazione del bookshop Electa. Regione ed Electa, infatti, non sono regolatore e regolato, ma soci della stessa Scabec dove, oltre al 51% di proprietà della Regione, figurano la stessa Electa e la Pierreci.

Quando Electa e Pierreci non occupano “il mercato” tramite Scabec – allorquando, cioè, lo Stato non appalta direttamente (anche) a se stesso la gara – comunque vincono il bando sotto forma di Ati (associazione temporanea d’imprese): Electa, Pierreci e Civita lavorano insieme nei principali musei campani, come Capodimonte, San Martino, Sant’Elmo e l’Archeologico di Napoli.
Non a caso, due anni fa, il presidente Napolitano inaugurò personalmente il Museo Archeologico dei Campi Flegrei presso il castello di Baia, insieme a Bassolino. Quel museo sarebbe dovuto essere il fiore all’occhiello della gestione Scabec-Regione Campania, a seguito dell’accordo di programma firmato pochi mesi prima da Bassolino e Bondi.

Oggi, a distanza di due anni, verifichiamo personalmente la situazione: cinquanta stanze su cinquantadue sono chiuse, nel castello fa freddo perché non c’è l’allaccio elettrico e non c’è un piano di sicurezza omologato.
Inoltre, non c’è personale sufficiente per tenere aperte anche le terme di Baia. Ma perché lo Stato, dopo aver “liberalizzato” i mercati, esce dalla porta e vi rientra dalla finestra attraverso le spa? Le Spa statali rappresentano un’occasione di spesa che può servire a consolidare il potere del politico di turno, al di fuori dei controlli ai quali sono sottoposti gli organismi di diritto pubblico.
Nelle spa pubbliche si fanno infornate di assunzioni senza concorso, per gli amici degli amici e, qualora il meccanismo delle assunzioni sia esplicitamente bloccato dalla legge costitutiva della società – il meccanismo delle consulenze è assolutamente incontrollabile.

I beni culturali, oggi, versano in una condizione di “fallimento del mercato” e di cronico conflitto d’interessi. A peggiorare la situazione è intervenuta, dal 2008, la nomina del governo a Direttore generale dei musei italiani del Cavalier Mario Resca, ancora attualmente legato, a vario titolo, ad aziende in conflitto d’interesse con la sua carica pubblica, come Eni, McDonald’s, Fiat e, ancora una volta, Mondadori, per la quale è consigliere. E se il mercato non funziona e si determinano delle situazione dominanti, dove forti gruppi vincono tutto, per consolidare questi privilegi c’è sempre il trucco delle “proroghe infinite”. In Italia, ci sono attualmente circa cinquanta proroghe delle concessioni, e poco importa che le Authority abbiano precedentemente consigliato alle amministrazioni di riscrivere i contratti, al fine di far realmente funzionare il mercato. Nonostante la legge comunitaria 2004 (la 62/2005), recependo le direttive Ue, abbia chiaramente negato l’istituto della proroga automatica. Ecco che mala gestione e spregio delle regole la fanno da padroni.
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