Latest Posts

"Immigrati, l'accoglienza parte dalle donne", di Naomi Wolf

Il decennio appena trascorso ha dimostrato (ed è l’ennesima volta) che dare più potere alle donne è la chiave per risolvere molti problemi all’apparenza intrattabili. La povertà nei Paesi in via di sviluppo sembrava impossibile da sradicare finché il micro-credito non ha cominciato a vedere milioni di donne a basso reddito e abbandonate a se stesse come potenziali imprenditrici. Coinvolgere le donne africane nelle decisioni sulle produzioni agricole ha reso possibili nuove pratiche agricole eco-sostenibili. L’esplosione demografica è diventata controllabile quando le donne hanno avuto accesso alle opportunità di istruzione e di business al pari della contraccezione.

Le tensioni e i conflitti che circondano l’immigrazione in Europa potrebbero essere un altro problema per il quale dare più potere alle donne recherebbe con sé la soluzione?

In una recente visita a Copenhagen per la giornata internazionale della donna ho preso parte a molte discussioni che replicavano altre già avute in varie parti d’Europa: cittadini di ogni sezione dello spettro politico si confrontavano a fatica con la questione dell’immigrazione non-europea e le tensioni culturali che ne sono seguite. Che cosa significa essere danesi, tedeschi o francesi in presenza di milioni di nuovi arrivati, molti dei quali vengono da società non democratiche?

Alcune di queste ansietà esprimono puro razzismo; ma altre no. Che cosa significa «integrazione» e come la si raggiunge senza perdere alcuni dei più riveriti valori della società civile? Questa non è necessariamente una domanda xenofoba: una società post-illuminista, dotata di stampa libera e di un sistema legale evoluto, è una cosa preziosa, i cui valori non dovrebbero essere sacrificati al relativismo morale del politicamente corretto.

La questione si è fatta più pressante con l’arresto in Irlanda di presunti jihadisti provenienti da diversi Paesi e accusati di pianificare l’omicidio del vignettista svedese che ha caricaturato Maometto come cane. In tutta Europa la discussione sale di tono e le piattaforme politiche anti-immigrazione guadagnano consenso in società per altro verso liberali, dalla Germania alla Francia fino alla tradizionalmente inclusiva e tollerante Danimarca.

Poi sono stata testimone del prototipo di una possibile soluzione. Ho incontrato Elizabeth Moller Jensen, direttrice del Kvinfo, «Centro danese per l’informazione su genere, eguaglianza ed etnicità». Uno dei suoi molti programmi innovativi sta già dando risultati in termini di genuina integrazione delle famiglie di immigrati nella società danese. Indirizzandosi alle donne immigrate – e rivolgendosi a loro come potenziali leader, anziché come ad acquiescenti potenziali cameriere o fornitrici di altri servizi – il Kvinfo ha reso possibile alle famiglie di queste donne fruire dei benefici della società civile aperta in cui si trovano a vivere.

Il Kvinfo ha avviato il primo «programma di avviamento» per donne immigrate nel 2002. Nel 2010 questo progetto ha avuto 5 mila partecipanti, ha vinto premi e riconoscimenti internazionali per le migliori pratiche di integrazione e ora comincia a essere replicato non solo in tutta la Danimarca ma anche in Norvegia, Spagna, Portogallo e Canada. Il programma associa donne immigrate e rifugiate in una relazione uno-a-uno con donne che sono leader affermate a tutti i livelli della società danese.

L’appaiamento non è occasionale. Un accurato processo di valutazione associa gli interessi e i fini delle donne da ambo i lati, e questo ha già fruttato dividendi straordinari. Donne che erano giornaliste, ingegneri o scienziate nei loro Paesi di origine – e che in Danimarca non potevano trovare lavoro neanche come cassiera – sono state associate a controparti danesi, e adesso sono al lavoro nelle professioni, nelle scuole, nella ricerca scientifica eccetera.

Ma anche per le donne arrivate senza istruzione o qualifiche professionali sono stati creati specifici piani di azione. Ognuna ha appreso dalla rispettiva mentore quali scelte ci sono, come procedere, e che cosa fare per raggiungere i suoi obiettivi. Con l’ingresso nel mondo del lavoro la loro competenza linguistica è cresciuta, i redditi sono aumentati, e i loro figli hanno visto coi loro occhi queste donne assumere un ruolo reputato socialmente e valutato economicamente. Così, anziché sentirsi condannati indefinitamente allo sfruttamento e a una vita ai margini della società nordeuropea – che li avrebbe resi vulnerabili alla propaganda degli estremisti – i figli di queste donne stanno sviluppando una completa familiarità con la società civile danese, bene informati sulle opportunità di istruzione e di affermazione professionale, e pieni di speranza anziché cinici. Dando potere alle donne le famiglie intere si sono elevate ed «europeizzate» nel migliore dei termini.

Io rimango spesso sorpresa da come anche gli europei meglio intenzionati usino eufemismi per riferirsi agli immigrati: dicono di volere che si sentano «bene accolti» o «a loro agio». Allora io domando: «ma volete che si sentano francesi, o tedeschi, o norvegesi?». Per essere pienamente integrati, i musulmani e gli altri nuovi arrivati in Europa non devono essere accolti come visitatori perpetui – per quanto graditi – ma piuttosto come membri della famiglia, secondo il modello americano (o almeno secondo quanto tale modello aspira ad essere). Come dice la Moller Jensen, «voglio che questi bambini si sentano danesi». Man mano che la «generazione Kvinfo» crescerà con genuina partecipazione alla società civile danese, sia la Danimarca sia questi giovani stessi beneficeranno del fatto di guardare al mondo come danesi, e non come ospiti.

Copyright Project Syndicate 2010
La Stampa 06.04.10

"La lega e la politica del doppio binario", di Nadia Urbinati

Almeno tre sono stati gli esiti negativi delle recenti elezioni regionali: flessione di partecipazione, riconfermata debolezza del Pd, e deludente performance di chi ha voluto trasformare la campagna elettorale in un lotta ringhiosa e vuota di argomenti politici. Con l´enorme impiego di mezzi e uomini profuso dal presidente del Consiglio ci si sarebbe attesi una vittoria dilagante del suo partito, una valanga di voti. Ma così non è stato. Il centrodestra ha vinto grazie alla Lega non al Pdl. Questo è certamente il dato più importante di queste elezioni regionali, ed è speculare alla debolezza strutturale del Pd: la crescita della Lega al Nord, una crescita forte. Una crescita maturata a spese tanto dei suoi naturali avversari quanto dei suoi alleati di governo. Una crescita che, come ha suggerito Ezio Mauro su questo giornale, pare destinata a continuare e che deve fortemente preoccupare la sinistra, soprattutto in quelle aree immediatamente a sud del Po, quelle tradizionalmente rosse dell´Emilia-Romagna. Perché qui si gioca la partita del futuro non solo o tanto del Pd ma della natura stessa della democrazia italiana.
Proviamo quindi a leggere uno dei dati negativi – la debolezza del Pd – alla luce della vittoria della Lega, l´unico partito politico nel senso tradizionale del termine sulla scena nazionale. Nel Nord la Lega si è trovata a competere direttamente con il Pd, perché è in queste regioni che il Pd ha la sua più radicata storia, che è, se così si può dire, ben presente sul territorio. Ma nel Nord la Lega è stata protagonista a tutto campo, molto più attiva della sinistra, la cui presenza è nelle istituzioni locali e nelle organizzazioni sociali, ma non nel mondo ampio della politica attiva e popolare. Al contrario, la Lega ha dimostrato ancora più organicamente che in passato di essere un vero partito – capace di fare comizi volanti, di costruire una presenza capillare, un rapporto diretto con gli elettori, non solo e non tanto nelle città ma anche nei piccoli centri della pianura emiliana: una strategia e forme della politica che erano un tempo del Pci. Politica militante, fatta da e di volontari con molta fede e pochissimi dubbi, con il loro tempo libero dedicato alla causa, capaci di articolare un discorso politico.
La Lega non è un paritto mediatico eppure va avanti. E´ un partito identitario che aggrega e fa sentire i suoi affiliati parte di qualcosa, di un mondo, di un´idea. Che, in sostanza, fa sentire l´importanza mai tramontata del linguaggio politico-ideologico. Un´importanza che il Pd non pare voler comprendere (e che, anche per questo, continua tra l´altro a non attirare i voti di chi è alla sua sinistra, una vera e propria iattura perché l´emorragia di quei voti è la causa prima della sua sconfitta).
La Lega fa strategia e sa farla: per esempio, usa un linguaggio radicalmente xenofobico e aggressivo dove è partito d´opposizione e usa una strategia riformista dove è partito di governo (anche in questo caso non può non venire alla mente il doppio binario ben noto al vecchio Pci). E´ un fatto indiscutibile che mentre grida contro l´immigrazione nelle regioni dove vuole mietere consensi, nelle regioni dove governa non solo c´è molta immigrazione ma c´è soprattutto una politica dell´integrazione.
Politica del doppio binario che denota un partito fortemente ideologico ma anche caparbio e ben conoscitore della terra dove opera e della prudenza strategica. A percorrere la via Emilia a nord di Bologna, tra Modena e Piacenza, in questa ricca terra costruita da un Pci che aveva un´idea di società ben chiara e un´altrettanto chiara idea di governo del territorio, a girare per queste città si sente la presenza in crescita della Lega. E´ questa ricca parte d´Italia che è a rischio leghista, anche perché la più minacciata dalla crisi e dalla chiusura di tante piccole aziende che trasferiscono i capitali dove le braccia da lavoro sono senza diritti e costano molto meno di qui, lasciando dietro di sé disoccupati italiani ma anche disoccupati immigrati, gente con il permesso di soggiorno, tollerata nel tempo delle vacche grasse e adesso rivale degli emiliani che temono il loro impoverimento. La nostra terra a noi, si sente dire sempre più spesso, mentre la presenza degli immigrati, meno visibile quando il lavoro c´era per tutti, oggi è insopportabilmente visibile.
Impossibili da condividere e terribili perfino da pronunciare, le parole della Lega riempiono il vuoto ideologico generato negli anni dalla politica organica del pragmatico status quo socialdemocratico. E´ facile trasformare i deboli in capri espiatori, in nemici; lo è ancora di più quando questi discorsi non trovano una sponda, quando chi dovrebbe arginarli è senza discorso. Come riuscire a dire che quella della Lega è un´ideologia sbagliata e aberrante? Chi può spiegare alla gente che i nemici sono non gli immigrati ma chi ha spolpato le risorse di questa terra e ora se ne va altrove?
Ma non è facile per la sinistra al governo nelle città emiliane rispondere all´offensiva della Lega. Anche perché la Lega non promette cambiamenti di programma economico-sociale; non dice che si devono togliere i servizi sociali, non fa un discorso liberista; promette invece di difendere questo modello e sostiene di poterlo fare meglio di chi lo ha creato. Perché mentre chi lo ha creato lo ha fatto in nome di valori universali di giustizia e eguaglianza, la Lega dice che per difenderlo occorre che solo la maggioranza goda di quei benefici; solo gli italiani, solo i locali; diritti che devono diventare privilegi; che è giusto che siano beni per e degli italiani. Del resto, quando la sinistra ha creato questo modello di buon governo gli uguali erano italiani, l´universalismo era facile da giustificare e comprensibile. Oggi lo è molto meno.
E in questa complessità la Lega propone un´ideologia semplice e ben strutturata. Essa ha ed è tutto quello che il Pd non ha voluto avere ed essere. Perché nelle intenzioni dei suoi fondatori, il Pd non doveva essere un partito, un attore collettivo con sezioni di partito e militanti; anzi, se ben ci si ricorda, il Pd è nato come un´alternativa a tutti i partiti identitari e contro l´ideologia. Qui sta la sua debolezza, ed è tragico e assurdo che i suoi leader di ieri e di oggi non vogliano capirlo.
Ma queste elezioni confermano quello che dicevamo all´indomani delle elezioni politiche del 2008: che l´ideologia è una componente indispensabile nel discorso politico democratico. Ma attenzione: ideologia politica non è lo stesso di polemica arrabbiata. Il Pdl per esempio ha un identità nel nome del capo e molta aggressività faziosa, ma ha una narrativa ideologica povera o molto approssimativa. La vittoria della Lega è anche contro questo modello di partito padronale e falsamente ideologico, oltre che contro un partito che non vuole essere un partito.
Una lezione che l´opposizione dovrebbe saper trarre da queste elezioni è dunque quella di coniugare politica della personalità e politica delle idee. Il suo modello non può essere quello di un partito non-partito; dovrebbe essere invece quello di un partito che sia capace di tenere insieme questi due fattori. Occorre una leadership politica nel senso vero della parola: che sappia proporre una narrativa politica, un progetto di governo migliore di quello esistente; e che sappia attirare e anche trascinare, preferibilmente con discorsi ragionati, comprensibili e politici. Leader capaci o carismatici insieme a ideali politici: poiché gli elettori devono sapere le ragioni del loro voto, che non possono essere solo di opposizione al presidente del Consiglio. Tenere queste due componenti, non puntare su una sola o una finzione di entrambe. Con una specificazione: che a sinistra non si può pensare di fermare la Lega imitandone i contenuti e il linguaggio, una tentazione che, lo si avverte nell´Emilia rossa, molti elettori di tradizione di sinistra hanno. Sul terreno del razzismo e della purezza etnica la Lega è inimitabile (per fortuna). Ma il modello del buon governo della società è altra cosa e ha dato e dà ancora ottima prova di sé in una parte molto importante e cruciale del nostro paese – ciò di cui questo modello ha bisogno è una narrazione, una capacità immaginativa che sappia proporre la soluzione ai problemi che la crisi economica crea e sta creando. Una politica di riconversione industriale che sappia dare un´alternativa a lavoratori che hanno grandi competenze; di rilancio del modello di democrazia sociale, uno dei migliori d´Europa. E´ una sfida bella dopo tutto, un´occasione per tornare a studiare e ad essere creativi.
La Repubblica 06.04.10

"Più poveri e precari dopo la mobilità", di Marina Cassi

A gennaio 2010 sono stati in 21.166 a iscriversi alla mobilità. Perdere il lavoro e finire in lista di mobilità è l’incubo di tutti i lavoratori; una paura più che giustificata visto che solo poco più della metà riesce a trovare una nuova occupazione. A aiutarli a reimpiegarsi sono per lo più amici e conoscenti.
E non basta: la maggior parte dei nuovi lavori è instabile e le retribuzioni tendono al ribasso rispetto ai guadagni percepiti dai lavoratori prima di essere collocati nelle liste di mobilità.
Un quadro drammatico dipinto da una ancor embrionale ricerca dell’Ires-Cgil Lucia Morosini in collaborazione con l’Agenzia Piemonte Lavoro. Il questionario è stato diffuso nel corso del 2009 e fotografa, quindi, anche i primi effetti della crisi.

L’indagine ha selezionato oltre mille lavoratori e finora ha analizzato le risposte di 350: se prima della crisi della azienda tutti avevano contratti a tempo indeterminato successivamente, tra i 177 che sono rientrati nel mercato del lavoro, la percentuale scende a circa il 40% rispetto al 53,1% dei contratti a tempo determinato. E salgono gli interinali che arrivano al 7,3%. Il 5,1% dichiara di essere diventato un autonomo, mentre il 2,3% lavora, ma senza contratto alcuno.

Tra chi guadagnava meno di mille euro al mese, la maggioranza (il 77,2%) trovando nuova occupazione è rimasta nella medesima condizione. Ma già tra i poco più fortunati che arrivavano a mettere insieme tra 1000 e i 1300 euro solo la metà ha ritrovato lavoro alle stesse cifre e il 40% riceve di meno.
Anche tra i lavoratori con una retribuzione superiore ai 1300 euro al mese quasi la metà ha visto peggiorare la propria situazione.

La ricerca poi, come sottolinea la segretaria della Camera del Lavoro Donata Canta, sfata un luogo comune: «Praticamente nessuno sta con le mani in mano: il 75% cerca lavoro durante il periodo di mobilità e l’80 non ha mai rifiutato una offerta di lavoro».

E per trovarlo si fa di tutto: pubblicazione di annunci, invio di curricula, agenzie private, Centri per l’Impiego. Ma ci si affida nella maggioranza, amici, conoscenti e parenti.

La condizione di iscritto alla lista di mobilità è estremamente frustrante: pochi soldi, poche prospettive, tanta ansia per il futuro, tensioni con i parenti. Una situazione che deprime e che fa sentire molti – il 60% del campione – sottoutilizzato e insicuro, incapace di progettare il domani. Sette su dieci vivono nel timore di non riuscire a far fronte a spese impreviste. Il 65,9% dice di aver dovuto rinunciare alle vacanze o a uscire con la famiglia.

La ricerca dell’Ires dimostra anche un dato negativo rispetto alle alternative formative che vengono offerte: solo l’11% ha seguito un corso e di questi lavoratori un quarto lo ritiene inutile; il 48% pensa di aver imparato, ma che quelle cose con gli siano servite nel nuovo lavoro. Solo il 26% ne sa di più e usa le nuove conoscenze per lavorare. Donata Canta su questo tema è netta: «E’ evidente che i lavoratori vogliono formarsi e migliorare le proprie competenze, ma è anche evidente che non sempre i corsi danno una risposta formativa utile. Questo è tanto più vero visto che la scolarità media è bassa e questo è un problema anche quando il lavoro c’è». Conclude: «Servono politiche attive che mantenessero viva la formazione durante tutta la vita lavorativa per mettere al riparo dal rischio disoccupazione.

Di fronte a questa analisi Federico Bellono, segretario della Fiom, dice: «E’ tanto più valida la nostra richiesta di bloccare i licenziamenti e usare tutti gli ammortizzatori sociali possibili pur di tenere le persone al lavoro pesche nella crisi è molto difficile ritrovare un posto e si rischia di trovarlo peggiore». E aggiunge: «C’è è un generale problema di politiche industriali che devono rispondere a questa situazione drammatica: quale futuro industriale si vuole per Torino?».
La Stampa 06.03.10

"Istruzione in proprio: all´estero è boom. E l´Italia segue l´esempio", di Paola Coppola

È un fenomeno in crescita ed è un campanello d´allarme per il nostro sistema scolastico, che viene messo in discussione. La diffusione dell´educazione parentale, poi, priva i ragazzi del contesto sociale. Negli Usa 2 milioni di bimbi studiano con i genitori, 20 mila in Inghilterra e 3 mila in Francia. Da noi centinaia di mamme fanno lezione ai loro figli e si scambiano consigli sul web. Sandro e John non vanno a scuola. Le sorelle Alma e Adele ne fanno una su misura. Cristina prenderà la maturità, non è mai stata in classe e, dice, «non mi manca affatto». Sono i bambini e i ragazzi italiani che, senza alcuna nostalgia della scuola, fanno lezione tra le pareti domestiche. Studiano con i genitori, con una sorta di precettore come si faceva all´inizio del secolo scorso, o in piccoli gruppi sulla falsa riga dei programmi ministeriali. Hanno orari flessibili e piani di studio modificati in base alle inclinazioni personali. Gli homeschoolers sono circa due milioni negli Stati Uniti, migliaia in Francia, anche da noi «sono diventati un fenomeno in crescita», osserva Sandra Chistolini, ordinario di Pedagogia all´università di RomaTre. «Sbaglia il ministero a considerarlo residuale tanto da non censirlo, perché in Italia oggi rappresentano la risposta delle famiglie alla crisi della scuola pubblica». Più di 200 bambini fanno istruzione parentale, secondo la Rete italiana scuola famigliare. E sono centinaia le famiglie che su Internet ogni giorno si scambiano consigli attraverso i “blog delle mamme” e si cercano nei gruppi di discussione dedicati al tema, come quello di Yahoo che conta oltre 300 iscritti. «La scuola non rispetta i bisogni naturali dei bambini: le nostre famiglie vogliono riappropriarsi del proprio tempo – racconta Francesco D´Ingiullo, segretario della Rete -. E, mentre l´Education Otherwise è consultata dalla scuola pubblica inglese, qui alcuni direttori didattici non conoscono le leggi sulla scuola familiare e negano questo diritto frapponendo mille difficoltà».
“La scuola non è obbligatoria, l´istruzione sì”: questo il principio a cui si ispira chi decide di fare scuola a casa. Un´alternativa prevista dalla Costituzione e dalle leggi. I genitori devono solo dimostrare di avere mezzi e competenze necessari, comunicare la decisione alla direzione didattica e presentare il figlio agli esami. Le esperienze di chi fa homeschooling formano una mappa variegata: in fuga dagli episodi di bullismo, alla ricerca del meglio, alcuni si ispirano alla scuola steineriana, altri al metodo Montessori. Comuni le critiche alla scuola dell´obbligo: standardizzata, distratta rispetto alle inclinazioni del bambino, noiosa per quelli precoci. È una sorta di “homeschooling di ritorno” quella che Sybille Kramer, 36 anni, del Sudtirolo, ha scelto per i propri figli. Sul suo blog (buntglas.wordpress.com) si descrive come una mamma che “impara insieme a John, 14 anni, e Sandro, 11 anni”. «Mio figlio era iscritto a una scuola montessoriana che ha chiuso nel 2008 – racconta -. Ho provato a iscrivere mio figlio alla scuola pubblica, ma lui non voleva andarci». Gli insegnanti le hanno suggerito di provare a casa: John ora fa la terza media, e l´anno prossimo andrà a studiare in una scuola pubblica. Sandro, che lo ha seguito, deve fare gli esami di quinta. «Scegliamo i temi da affrontare in base ai loro interessi e ai programmi ministeriali. Come testi scolastici usiamo libri in inglese, qualche manuale in italiano e molti audiobook della biblioteca», spiega Sybille. «Non simuliamo le lezioni in classe, e la direzione scolastica non ci ha mai ostacolato. Tengo il blog per trasparenza».
Si occupa di scuole alternative da anni, Francesco Codello, dirigente scolastico di una scuola statale di Treviso e anima dell´International Democratic Education Network. «L´istruzione parentale è uno stimolo per la scuola statale: viene scelta soprattutto per la scuola dell´infanzia e le elementari, dove si concentra l´incremento di bambini che restano a casa, meno alle medie». Alla fine di aprile, a Verona si terrà l´incontro nazionale di chi fa scuole alternative, che darà voce anche a queste esperienze. A Cusinati di Rosà, vicino Bassano del Grappa, un gruppo di genitori ha creato la “scuola del buonsenso”. In una stanza in affitto hanno costituito una classe: 9 bambini in prima elementare, una in seconda. Credono in una pedagogia alternativa, non potrebbero permettersi una scuola privata, raccontano sul sito “La pappa dolce”. Così hanno optato per «una forma meno casalinga di scuola parentale». Alessia Bortoli ha due gemelle, Alma e Adele, in questa classe-mignon. «È meno comodo del pacchetto completo che ti offre la scuola, dove però una maestra da sola deve seguire anche 27 alunni. Noi ci diamo tempi non imposti dalla legge». La maestra che li segue è Maria Martino. «Qui pratichiamo un insegnamento individualizzato, usando diversi metodi», spiega. Elena sta raccogliendo informazioni. È una mamma blogger di 37 anni con due figlie di 3 anni e 18 mesi, e due part-time: «Per fare lezione a casa serve tempo e denaro, ma per la maggiore vorrei qualcosa di meglio della scuola».
L´homeschooling, però, non è esente da critiche. «La scuola pubblica per l´Italia è stata un´importante conquista sociale, la diffusione di quella parentale disperde questo patrimonio ed è un campanello d´allarme», avverte la docente Chistolini. «In altri Paesi la scuola parentale viene gestita dall´autorità didattica, da noi non c´è controllo. Ma a casa salta il concetto di scuola e l´istruzione è finalizzata allo strumento». E attacca: «Questo modello ha delle contraddizioni: priva i ragazzi della relazione con il contesto e gli effetti si vedranno quando saranno adulti». I genitori che scelgono la scuola informale hanno un livello di istruzione elevato e un reddito medio-alto, molte mamme non lavorano. Roberta Ferruti, romana, l´aveva scelta già prima del parto. «Io e mio marito abbiamo una visione critica della scuola, così abbiamo deciso di far studiare a casa Cristina e Alice». Due alunne eccellenti. Alice è iscritta a un istituto d´arte e frequenta due giorni a settimana, d´accordo con gli insegnanti. Cristina sosterrà l´esame di maturità. Studiano al conservatorio, suonano nell´orchestra junior di Santa Cecilia. Cristina pensa al futuro: «Mi iscriverò all´università o all´Accademia di arte drammatica».
La Repubblica 06.04.10

Per ricordare

Cos’è un terremoto? E’ l’inizio di una tragedia, cicatrice che quando colpisce una città apre ferite che sanguineranno per anni, che quando colpisce una comunità interrompe il corso della vita delle famiglie, i ritmi di lavoro, le ore della scuola, che quando colpisce una famiglia fa sì che le ultime parole dette a qualcuno rimarranno scolpite nella memoria.
Un anno fa alle 3 e 32 del 6 aprile 2009 questo terremoto ha colpito tante città, decine di comunità, migliaia di imprese, decine di migliaia di famiglie facendo de l’Aquila e del suo circondario in una notte di aprile che a dispetto del calendario era ancora invernale un grande sepolcro, un territorio fantasma.
Al mattino ai nostri occhi appariva qualcosa di sconvolgente: un centro storico raso al suolo, volte di chiese in piedi ancora ma senza più colonne a reggerle, e strade diventate crateri con macchine in bilico sull’orlo, persone bianche di calcinacci che scavano a mani nude, anche in pigiama o in mutande, cercando fratelli, madri, figli, mogli tra le rocce, impastando le lacrime al sangue e al sudore. E intanto c’era chi nel cuore della notte rideva, si fregava le mani pensando al business della ricostruzione, come abbiamo scoperto pochi mesi fa con le indagini sulla ricostruzione.
La notte del 6 aprile 2009, la notte del terribile terremoto in Abruzzo, nel corso di alcune intercettazioni ordinate dal giudice delle indagini preliminari Rosario Lupo nell’ambito delle indagini sulle vicende de La Maddalena, si sentono due imprenditori, Francesco De Vito Piscicelli e Pierfrancesco Gagliardi, che gioiscono e ridono in previsione degli appalti per la ricostruzione de L’Aquila.
Il PD ha chiesto se questi imprenditori partecipano ai lavori, ma il Governo non ha risposto. In quell’indagine è coinvolto anche uno dei tre coordinatori del PDL, Denis Verdini, un personaggio che sulla scena abruzzese si è rivelato davvero triste, tanto da arrivare a intimare ai deputati e senatori abruzzesi di organizzare pullman di terremotati che dovevano recarsi a Roma per riconoscenza verso Berlusconi, gettando nel tritacarne i terremotati abruzzesi. Parole non smentibili visto che erano in una lettera a sua firma, della quale non si è mai scusato.

Io non ridevo hanno scritto gli aquilani in questi 12 mesi in cui hanno provato a far tornare in vita la loro città, noi non ridevamo diciamo oggi.
Sulla pelle degli aquilani, e degli abitanti di Onna e di tanti altri piccoli paesi, il governo ha montato una delle più grandi operazioni di stravolgimento dell’equilibrio tra i poteri, facendo della Protezione Civile non più la struttura d’emergenza che con l’aiuto di migliaia di volontari è pronta a intervenire a fianco delle popolazioni colpite ma una stazione appaltante fuori da ogni controllo da parte del Parlamento, che ha assegnato commesse miliardarie non alle offerte tecnico-economiche più vantaggiose per la collettività ma agli amici degli amici, almeno così sembra dalle indagini in corso.
Faticosamente stiamo tentando di far tornare anche questa situazione nella normalità, è necessario viste le indagini in corso per accertare il grado di corruzione legato alla ricostruzione.

Oggi l’Aquila rischia di perdere la propria identità e gli aquilani il senso di appartenenza ad una comunità. Bisogna ricostruire presto e bene dove le persone sono nate e cresciute sia le abitazioni sia quel tessuto di infrastrutture sociali, economiche e culturali che fanno vivere una città. L’emergenza ha fatto sì che anche sull’onda emotiva di ciò che è accaduto il governo abbia voluto un modello di ricostruzione completamente diverso da quello sperimentato in Friuli negli anni ’80 e poi in Umbria e nelle Marche dopo il grande sisma del 1997.
Stavolta non c’è stata la ricostruzione dei centri storici pietra per pietra, attività per attività, ma la forzatura del progetto C.A.S.E., costruendo grandi condomini attorno a l’Aquila. Un progetto più edilizio che urbanistico, che ha portato a costruire le abitazioni e non i servizi, che ha portato alla costruzione di città satellite attorno a una città che marcisce tra le macerie e che se sarà mai ricostruita dovrà affrontare spese enormi per i servizi che andranno garantiti alle famiglie portate in questi nuovi palazzi: parliamo di bus per le scuole, dalla raccolta dell’immondizia, dai servizi di base. Ma con un bilancio poverissimo e mentre 10.000 persone non hanno ancora una casa, 7.000 sfollati sulla costa.
E’ arrivato il tempo di restituire la parola agli enti locali e ai cittadini, il governo della ricostruzione deve tornare nelle loro mani.
IL PD in questi 12 mesi è stato al fianco dei terremotati con una raccolta fondi, con l’invio di centinaia di volontari, l’apertura di sezioni nelle tendopoli. E poi siamo stati accanto agli aquilani in parlamento con i nostri atti, interrogazioni, mozioni.

Il business opaco della ricostruzione.
Il 18 febbraio il PD ha presentato un’interrogazione parlamentare per conoscere la lista delle aziende che hanno operato e stanno operando nei cantieri post sisma, per sapere se gli imprenditori che ridevano la notte del terremoto hanno partecipato o meno alla ricostruzione e, in caso affermativo, per sapere quali iniziative il governo intende assumere per la revoca delle commesse. Lo rendono noto i deputati democratici Lanfranco Tenaglia, Sandro Maran, e Giovanni Lolli che aggiungono: “E necessario fare piena luce su questa vicenda anche a seguito dell’intervista al Riformista del presidente della regione Abruzzo, Gianni Chiodi, che sostiene che il sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta “avrebbe avuto notizie sbagliate” in relazione al ruolo di quegli imprenditori. “Chi ha riso del dramma abruzzese – concludono Tenaglia, Maran e Lolli – è indegno di far parte di qualsiasi consesso civile e deve essere estromesso immediatamente da qualunque attività connessa alla ricostruzione”.
Il Governo non ha ancora risposto.

Il 30 marzo abbiamo presentato un’interrogazione sui controlli previsti ed effettuati sulle imprese appaltatrici e subappaltanti per la ricostruzione in Abruzzo, dato che secondo un’inchiesta del quotidiano Terra di sabato 13 marzo 2010, il progetto c.a.s.e., volto alla realizzazione di 184 edifici, circa 4.600 appartamenti, con una spesa totale di circa 710 milioni di euro, ha comportato un costo al metro quadro del progetto pari a 2.850 euro, contro un costo di costruzione medio di un palazzo a norma antisismica pari a 1.100 euro/1.300 per metro quadro. Il meccanismo di realizzazione dei lavori è stato tale per cui sono state 16 le ditte o consorzi che si sono aggiudicate l’appalto per la realizzazione degli edifici del progetto C.a.s.e. i quali in virtù delle norme emergenziali varate dopo il sisma hanno avuto la facoltà di convocare ditte subappaltanti senza bando; le nuove norme, inoltre, hanno anche derogato alla legge 163 del 2006 del codice dei contratti pubblici, prevedendo che si potessero affidare in subappalto lavori fino al 50% della commessa.
L’interrogazione chiede chiarezza visto che “tra le numerose aziende coinvolte si segnala in particolare la ditta Sled che fa capo a Wolf Chitis, già condannato negli anni novanta per gli appalti truccati della metropolitana di Napoli e la ditta che fa capo agli abruzzesi fratelli Frezza, Armido e Walter, la cui impresa, tra l’altro, aveva firmato proprio i lavori dell’ospedale di San Salvatore, miseramente crollato durante il sisma. Quali controlli siano previsti e quali siano stati effettuati sulle suddette imprese appaltatrici e subappaltanti?
quali misure intenda intraprendere il Governo per garantire la trasparenza delle procedure e dei controlli circa i nominativi degli appaltatori, dei subappaltatori e dei consulenti verso i quali sono state assunte obbligazioni dal commissario straordinario?” Insomma vogliamo sapere per quali ragioni si sia preferito portare a termine un progetto dispendioso per la costruzione di palazzi a norma antisismica, a fronte dell’esistenza di prezzi più vantaggiosi.

Il governo deve rispondere su questo e sugli altri problemi grandi e piccoli legati al sisma.
L’8 marzo abbiamo presentato un’interrogazione per sapere perché dal 1° febbraio 2010 l’esenzione del pedaggio autostradale per i terremotati sistemati lontano dalla città non è più attiva. E nessuno ha ancora risposto.

Cittadini che quando si sono rimboccati le maniche, finendo sui gironali come Il popolo delle carriole, sono stati identificati dalla DIGOS che ha sequestrato anche carriole e secchielli (a proposito, la foto della copertina è da un reportage su quella giornata, pubblicato su Flickr da Martelfa che secondo noi non è stato visto abbastanza). Anche su questo abbiamo presentato un’interrogazione e anche su questo nessuno ha risposto.

Come nessuno ci ha risposto sulla salute dei vigili del fuoco dell’aquilano. Eppure nel novembre 2009 è stato inaugurato alla presenza del capo del corpo nazionale Antonio Gambardella e del capo compartimento prefetto Francesco Paolo Tronca, il campo base dei vigili del fuoco, nel sito dell’ex Agriformula a Monticchio (l’Aquila), territorio che si estende per circa 15.000 metri quadrati ed all’interno della quale il campo dei vigili del fuoco occupa circa 5.000 metri quadrati; è considerato un campo strategico e sperimentale, destinato quindi a durare nel tempo e capace di ospitare in modo del tutto autonomi fino a 200 vigili della Toscana, Umbria e Friuli Venezia Giulia. Ma l’azienda Agriformula produceva in quel sito sostanze diserbanti ed altre ad alto contenuto tossico;
l’area in cui è situato il campo risulta essere area inquinata e vi è stata riscontrata la presenza di alcuni composti chimici pericolosi tra cui tetraconazolo, carbaril, frammisti ad arsenico, stagno e zinco. Risulta che già prima del terremoto del 6 aprile 2009, il NIPAF (nucleo investigativo provinciale del Corpo forestale dello Stato) stava portando avanti dei rilevamenti atti ad accertare il grado di pericolosità di quei luoghi dove sembra ci siano interramenti di rifiuti tossici così come accertato dalla polizia giudiziaria con dettagliati atti di indagine, trasmessi all’autorità giudiziaria presso la procura della Repubblica dell’Aquila, oltreché alla regione, alla provincia e al comune dell’Aquila;
la conferenza di servizi convocata dal comune dell’Aquila il 9 di dicembre 2009 ha deciso di procedere per la verifica di stato ambientale;
a seguito della conferenza di servizi è stata notificata ai vigili del fuoco una copia del verbale «ai fini delle determinazioni di loro competenza»;
tale comunicazione non ha prodotto nessun effetto, visto che ancora oggi i vigili del fuoco vivono in quel campo e non ci sono ipotesi di spostamento. Volgiamo sapere se la localizzazione del campo dei vigili del fuoco in tale zona abbia tenuto conto della pericolosità di quell’area, e dell’esposizione degli stessi vigili del fuoco a rischi pesanti per la loro salute; se siano previste analisi cliniche per verificare eventuali danni alla salute per coloro che vi hanno soggiornato, così come già fatto per i vigili del fuoco intervenuti in situazioni di soccorso a rischio chimico; quanto sia costata l’installazione di quel campo; quali iniziative intenda assumere il Governo ed in che tempi per assicurare lo spostamento del campo. Ancora nessuna risposta.

La solidarietà internazionale ad intermittenza.David Sassoli nell’ottobre scorso rivendicava lo sblocco dei 500 milioni del Fondo di solidarietà europeo per le zone terremotate in Abruzzo. Il lavoro svolto dalla degazione del PD ha permesso di superare il vincolo burocratico procedurale che ne rallentava la messa a disposizione. Ma se l’Unione si è mossa dai singoli Stati tanti impegni sono rimasti parole così il 15 marzo sempre Sassoli annunciava a nome della Delegazione del PD al Parlamento Europeo l’invio di una lettera “agli Ambasciatori a Bruxelles per sapere se daranno seguito agli impegni assunti dai loro governi durante il G8 de L’Aquila. Mi auguro che rispettino gli impegni assunti per non mortificare con la propaganda i cittadini de L’Aquila colpiti dal terremoto. Hanno promesso di adottare chiese, monumenti e opere d’arte e chiederò loro di rispettare gli impegni”.

Certo è che la ricostruzione del centro storico de L’Aquila e di tutta la città e degli altri comuni non può essere lasciata nelle mani dell’amministrazione comunale; è un problema del paese, dello Stato. Dove sono i soldi per rilanciare l’attività produttive o per ricostruire la parte monumentale della città? Il ministro Bondi rispondendo ad una interrogazione del PD ha rivelato che dei 44 monumenti scelti dal governo nella cosi detta ‘lista di nozze’ che Berlusconi presentò al G8 a tutti i paesi del mondo presenti, solo per 12 monumenti sono stati raccolti pochissimi spiccioli. Ma i beni monumentali non sono 44 ma 1700 nelle zone terremotate. Ad ottobre abbiamo presnetat una mozione, poi bocciata, ma per noi ancora attuale sui problemi della città.

Emergenza Università.
L’Aquila era una delle città universitarie più importanti del centro Italia; e qui veniamo alla seconda emergenza, che riguarda la rinascita dell’università de L’Aquila, che passa necessariamente attraverso la fornitura agli studenti – quelli che già sono iscritti a L’Aquila e quelli che verranno ad iscriversi nei prossimi anni accademici – di un alloggio per i fuorisede, perché solo questo consentirà all’università di riprendere la propria attività e di rilanciarsi: altrimenti avremo il maggior motore economico, culturale e scientifico di quella regione, dell’Abruzzo ma anche del nostro Paese, che entrerà in crisi. Prima del terremoto gli iscritti erano 27.000, oggi sono circa 20.000, più della metà fuori città. Prima 6.000 studenti vivevano in case del centro storico, ora 212 studenti sono ospitati nell’ex azienda Reiss Romoli, 120 nella Casa dello Studente costruita dalla Regione Lombardia, 450 circa andranno al posto dei terremotati nella Caserma Campomizzi. Al Reiss Romoli ognuno paga la sua stanza, ma non c’è mensa né altri servizi. Non si pagano le tasse universitarie tranne quella regionale di 92 euro. I trasporti sono gratuiti, perché alcune facoltà, prima in centro, ora sono lontane anche 10 chilometri.

“Ci sono tante promesse – dice Giusi Pitari, prorettore delegato dell’Università de L’Aquila – c’è la donazione del Canada per fare un centro polifunzionale, la Coca Cola per fare una mensa, ma noi non vediamo niente”.

La ricostruzione non aiuta l’economia. L’aquilano un anno fa era già vittima della crisi economica perché l’Aquila è stata, a partire dagli anni Settanta, il polo elettronico più importante d’Italia; poi è entrata in crisi. Se ad ottobre nelle zone del cratere c’erano 17.000 persone in cassa integrazione adesso sono raddoppiate a 34.000 come ha denunciato la CISL.
A ciò si aggiunga la situazione delle attività commerciali e professionali: praticamente, gli studi professionali sono stati quasi tutti trasferiti lungo la costa abruzzese (a Pescara, Chieti, Teramo, Giulianova), perché gli avvocati e i commercialisti hanno trovato ospitalità presso loro colleghi della costa, generando un grave problema per i lavoratori impiegati presso quegli studi.

L’effetto ‘volano’ che doveva essere innescato dalla ricostruzione non si fa sentire perché ci sono troppi ritardi derivanti dalla burocrazia, e la zona franca non è stata ancora approvata dal Cipe. “C’è la crisi dell’economia di un’intera città -sottolinea ancora Gianni di Cesare, segretario Cgil Abruzzo – una crisi che qui è ancora strutturale”. Di Cesare cita ad esempio “i 10.000 studenti che vivevano all’Aquila e che ora non ci sono più” o l’edilizia. “La costruzione delle case è stata fatta solo al 20% da aquilani o abruzzesi, perché il resto erano lavoratori che venivano da fuori regione. Nel 2009 l’Abruzzo ha perso 24.000 occupati – ricorda Di Cesare – classificandosi così al primo posto per perdita di posti di lavoro. Di questi, 13.000 posti erano nel terziario e 5.000 in agricoltura, il resto nell’industria: insomma non c’è nessun settore che non sia in crisi”.

Sono molte le cose da aggiustare, secondo la Cgil, a partire dal patto di stabilità interno, come chiesto dal PD da un anno. “Ci chiediamo – dice Di Cesare – in una situazione così catastrofica, che senso abbia mantenere i vincoli così come sono e dunque non poter spendere un euro”. Anche la moratoria fiscale in realtà, più che aiutare, crea iniquità. “Se io ho un buono stipendio, non pagare le tasse mi può aiutare, anche se è da vedere come e quando dovremo poi restituire questi soldi. Ma se io sono in cassa integrazione e prendo 700 euro al mese, con questo sistema non mi viene restituito niente e così ancora una volta chi ci rimette sono i più deboli”.

Deputati e senatori abruzzesi continueranno a fare quello fatto fino ad oggi: presentano emendamenti volti a far ripartire la ricostruzione e la ripresa dell’attività lavorativa, sistematicamente respinti dalla maggioranza e dai parlamentari della destra. Gli abruzzesi ci vedranno sempre in prima linea e che non saranno le finte assicurazioni dei politici della maggioranza a fermarci. È giunto il momento che sulla ricostruzione, sulla sospensione e sulla restituzione delle imposte, sui danni diretti e indiretti di tutti i comuni e i cittadini colpiti dal terremoto, dentro e fuori il cratere, il Governo passi dalle parole ai fatti mettendo in moto, senza più indugio, fondi e progetti per un enorme cantiere per far rivivere il capoluogo e i comuni abruzzesi colpiti dal sisma.
Noi continueremo a stare dalla loro parte, non ridevamo e non dimenticheremo.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

"Ma questo voto contiene le istruzioni per vincere", di Vittorio Emiliani

Confesso che tutti questi inviti a Bersani a dichiararsi sconfitto mi ricordano tanto antiche flagellazioni. Che lo chieda Di Pietro, è un’evidente furberia da Bertoldo. Che lo chiedano esponenti del Pd, ricomparsi sulla scena dopo aver “assistito” alla sconfitta della Bonino nel Lazio, mi sembra infantile. Il guasto prodotto nel Paese dal berlusconismo iniettato direttamente in vena dalla sua tv (debordata in Rai) è di vastità e profondità tali che non lo si sconfigge a chiacchiere o a interviste, in poco tempo.
Ci vuole un lavoro di lunga lena che riparta dal basso.Anche dai successi, insperati, a Venezia e a Lecco.
L’avvocato Orsoni non se lo filava nessuno e invece ha rimandato a Roma il ministro Brunetta. E così è stato, nel cuore della Lega, per il vice- ministro forse più spocchioso, Castelli. Che comincia a capire che, forse, un ministro agli occhi della gente non può fare bene, oggi, anche il sindaco. Ci sono contraddizioni della Lega sulle quali il Pd deve agire: l’inesistente “diversità” del partito più “personale” che ci sia (i figli Berlusconi per ora…), di una forza che parla di federalismo e accetta il centralismo più ferreo, che ignora meritocrazia e cultura, propone doppi e tripli incarichi, sulla Ru 486 si inginocchia davanti al Vaticano. Si
dice: il Pd deve “tornare sul territorio”, come una volta facevano le sinistre (che però su divorzio e aborto, sui programmi sociali, parlavano chiaro).
Lo sa bene Bersani che viene da una lunga gavetta Comunità Montana (bianca)-Regione Governo. Lo sa bene Cacciari che esorta a puntare, non su di un giovanilismo di maniera, bensì sui sindaci più validi: da Chiamparino, che a Torino ha fatto cose importanti per la casa e per l’integrazione razziale, a Honsell che a Udine lavora seriamente, a Fiorenza Brioni, coraggioso sindaco di Mantova da sostenere, ora, al ballottaggio. In quelle esperienze,
nei fatti “alternative” al berlusconismo e al leghismo, ci sono linee per un programma nazionale né velleitario né stoltamente centralista. Altro che flagellarsi cambiando segretario ogni semestre. A Roma, diciamolo, non ci si è ancora ripresi dall’aver letteralmente regalato da insipienti il Campidoglio alla destra.
Non c’è stata una riflessione su questo fatto epocale. Però, nella città, il voto ha già ridato fiducia al Pd. Non deludetelo. Nel Lazio – da sempre “fascio” a Latina e dc altrove – ci voleva una presenza più intensa del candidato-presidente e del Pd. Con messaggi che valorizzassero il lavoro della giunta nella sanità, nell’agricoltura, nella cultura, ecc. Chi li ha sentiti?
L’Unità 04.04.10

"Il sorriso di Marta", di Alessandra Longo

Ieri, alla centrale Enel di Civitavecchia, la morte di Sergio operaio di 34 anni, altra vittima sul lavoro. Un camposanto infinito. Storie che non finiscono mai sul tavolo di chi governa. Vite spezzate come quelle di Marta, 22 anni. Lei confezionava uova per 5 euro all’ora, in nero, in una azienda avicola del paese. Si era diplomata al liceo linguistico, sognava di fare l’interprete e teneva aperta la biblioteca del suo paese. Ottobiano, la domenica e il mercoledì mattina. Aveva accettato di lavorare nell’allevamento di polli per guadagnare qualche soldo. E’ finita impigliata nell’ingranaggio del nastro trasportatore ed è morta dopo 4 giorni di agonia. Adesso la direzione provin ciale del lavoro ha scoperto che Marta non aveva un regolare contratto. Di lei le amiche dicono: “aveva un bellissimo sorriso”.
La Repubblica 04.04.10

******

“Marta, uccisa dal lavoro nero Confezionava uova a 5 € l’ora”, di Manuela Marziani

Fine orribile di una 22enne nel Pavese: è rimasta impigliata nell’ingranaggio del nastro trasportatore. Inutili i soccorsi. Il padre: sognava un posto stabile. Un diploma chiuso nel cassetto e pochi euro guadagnati in nero. Tanto, doveva essere un’occupazione temporanea quella di Marta Lunghi. Un lavoretto da fare per non stare a casa inoperosa, in attesa di un posto regolare, stabile. Ma quel lavoretto è durato 20 mesi e il posto per la 22enne di Ottobiano, piccolo centro della Lomellina, non arriverà più. Ha perso la vita nell’azienda avicola Gerlo a Pieve del Cairo, dove confezionava uova per 5 euro l’ora. I suoi sogni di giovane donna si sono fermati il 20 marzo negli ingranaggi del nastro trasportatore, quello in cui è rimasta impigliata. E si sono infranti definitivamente quattro giorni dopo, in un letto della seconda Rianimazione del San Matteo di Pavia. Ora, le indagini condotte dalla Direzione provinciale del lavoro hanno portato ad accertare che la ragazza lavorava senza un regolare contratto.

AVEVA COMINCIATO nel luglio del 2008 con un impegno saltuario, due-tre giorni alla settimana. Negli ultimi sei mesi, però, il lavoro era aumentato e Marta veniva occupata con continuità, con un solo giorno di riposo. Anche sabato 20 marzo, quello dell’incidente, si trovava regolarmente in azienda. Aveva cominciato la sua giornata da appena un’ora, quando è rimasta agganciata alla catena della macchina.

ALL’ARRIVO dei soccorritori, un’automedica da Pavia, una da Voghera e un’ambulanza della Croce rossa di Mede, la 22enne era in arresto cardiaco. Rianimata e ricoverata al San Matteo, il suo cuore si è arreso dopo alcuni giorni di agonia. «Speravo di portarla a casa dal policlinico — confessa il padre Luigi —. Forse aveva trovato il ragazzo giusto, sognava di farsi una famiglia. Per quello sperava di trovare un’occupazione stabile, che le garatisse uno stipendio e qualche soddisfazione con un lavoro consono ai suoi studi». Si era diplomata al liceo linguistico di Mortara, Marta. E, subito dopo aver terminato gli studi, accanto all’impegno nella biblioteca comunale e all’interno del centro giovanile del paese, aveva cominciato a dare lezioni private.

«VOLEVA rendersi indipendente e aiutare in casa — prosegue il padre —. Oggi non abbiamo problemi economici, ma con quel poco che guadagnava lei spesso andava a fare acquisti al supermercato per contribuire alle spese. E’ un dolore atroce pensare che chi era preposto a garantirle un’occupazione stabile, non sia stato in grado di farlo e abbia lasciato naufragare tutti i sogni di una ragazza».
Dalla Direzione provinciale del lavoro non sono ancora scattate sanzioni nei confronti dell’azienda, che rischia una multa di 150 euro per ogni giorno in cui la ragazza ha lavorato irregolarmente. Anche gli ispettori dell’Asl stanno indagando sulle cause dell’incidente. «Vogliamo chiarezza — dice Luigi Lunghi — anche se niente potrà mai restituirci nostra figlia». I titolari dell’azienda al momento dell’incidente avevano detto «di non sapere cosa poteva esserle successo». «L’abbiamo trovata riversa sul nastro trasportatore», avevano dichiarato.
www.quoridianonet.ilsole24ore.com