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"Il vento vandeano da Torino a Treviso", di Eugenio Scalfari

Se vogliamo guardare al futuro dopo lo scossone elettorale le questioni sono due: il destino delle riforme e l´andamento dell´economia. Ma poiché entrambi questi temi sono condizionati dalla politica e dai rapporti di forza emersi dalle elezioni della scorsa settimana, i risultati del 29 marzo non possono essere archiviati come cosa nota.
Pesano sul futuro, sui comportamenti dei protagonisti e sugli umori della società. Perciò dobbiamo esaminarli con cura e al di fuori della propaganda di parte, rileggendo i numeri emersi dalle urne e cavandone un significato.
Comincerò dalla Lega, che politicamente è il partito vincitore. La sua vittoria politica è indubitabile: non governava nessuna Regione ed ora ne governa due; in Veneto ha largamente superato il Pdl; il Nord padano è saldamente guidato dal centrodestra e in particolare dalla Lega che può vantare anche una penetrazione inquietante in Emilia.
Alla vittoria politica non si è però accompagnata una vittoria elettorale in termini di cifre assolute. Gli elettori della Lega infatti sono stati due milioni e 750 mila; nelle europee erano stati due milioni e 900 mila; nelle politiche del 2008 ne aveva raccolti due milioni 847 mila. Il dato delle regionali del 2005 appartiene ad un´altra era geologica e non è dunque comparabile con quello attuale.
Roberto D´Alimonte sul 24 Ore del 31 marzo ha scorporato questi dati, regione per regione constatando che la Lega ha guadagnato voti in Veneto, in Emilia, in Toscana, nelle Marche, ma ne ha persi in Piemonte, in Lombardia e in Liguria.
Il risultato netto segna, rispetto alle europee, una perdita di 147 mila voti. Il risultato ci dice dunque che la Lega, in cifre assolute, non è affatto aumentata ma ha perso meno degli altri. Il suo peso politico è fortemente cresciuto ma il numero dei voti è più o meno quello che aveva negli scorsi due anni. Sfondamento dunque non c´è stato.
Lo stesso confronto esteso agli altri partiti dà i seguenti risultati in confronto con le europee: il Pdl ha perso due milioni e mezzo di voti, il Pd un milione, l´Idv 450 mila, l´Udc 360 mila.

Le percentuali registrano queste realtà, profondamente influenzate dalle astensioni nonché dalle dimensioni di ciascuno dei partiti sopra indicati, ma lo specchio più realistico ce lo fornisce il confronto globale con il corpo elettorale di tutti i cittadini che hanno diritto al voto.
Utilizzo le accurate elaborazioni di Luca Ricolfi che è un riconosciuto esperto in questa materia (La Stampa del primo aprile). Fatti 100 gli elettori con diritto di voto, il 30 per cento non ha votato, 12 hanno votato Lega e Idv, 29 hanno votato per i due partiti maggiori (Pdl e Pd) e i restanti 19 hanno votato per le decine di partiti e liste restanti. «Il principale partito di governo – conclude Ricolfi – è stato votato da un italiano su sette, mentre tre italiani su sette non ha partecipato al gioco».
Dal canto mio, sommando i voti del Pdl nelle tre Regioni del Nord, ottengo due milioni 384 mila voti e sommando quelli della Lega ne ottengo due milioni 292 mila. In Piemonte Lombardia e Veneto la Lega è complessivamente inferiore al Pdl di soli 152 mila voti. Di fatto nella Padania Bossi non ha superato Berlusconi ma l´ha raggiunto, conquistando due governatori su tre.
Questo è lo stato dei fatti: Non sono opinioni ma numeri. Lascio ai lettori di rifletterci su.
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Si parla molto della presenza della Lega sul territorio. È cominciata la riscoperta del partito territoriale. Credo che sia una moda piuttosto che una realtà perché sul territorio ci sono tutti. Tutti gli elettori e tutti gli eletti di qualunque partito. C´è chi ci si muove bene e chi male, ma non è la presenza fisica che conta, bensì il modo e la qualità di quella presenza.
Distribuire volantini, attaccare manifesti e incollare francobolli sulle buste è una modalità necessaria ma se non c´è identità e chiarezza di scelte di indirizzo, la presenza sul territorio è perfettamente inutile.
La Lega governa nel Nord una moltitudine di Comuni, di fatto è ormai un partito di sindaci. Pare che siano bravi, giovani e capaci di amministrare.
Non hanno ideologia che comunque non gli servirebbe granché: non spetta a loro elaborare politiche generali. Pare anche che siano normalmente onesti.
Governano piccoli centri ma anche qualche grande città. Non grandissima. Ora hanno messo l´occhio su Milano e su Torino che saranno in palio l´anno prossimo.
La politica è affidata a Bossi e a Maroni che ha nel governo la carica di maggiore rilievo. La sintesi politica del programma leghista l´ha fatta Maroni pochi giorni fa in un´intervista a Sky 24: azzerare gli sbarchi degli immigrati clandestini, tolleranza zero per i medesimi ancora largamente presenti sul territorio, federalismo fiscale, Senato federale, sicurezza contro la micro-criminalità, lotta dura contro le mafie.
Di questi temi quello che può interessare il partito dei sindaci è la micro-criminalità e gli immigrati clandestini.
Ma anche la gestione dell´accoglienza per quanto riguarda gli immigrati regolari. Sembra però che quest´ultimo problema non sia molto popolare tra i sindaci leghisti, fatte salve alcune eccezioni sembra anzi che non li interessi affatto. Vedi Treviso.
Giulio Tremonti che ha partecipato a queste elezioni più come leghista che come esponente del governo e del Pdl, sintetizza questo programma con la triade Dio, Patria, Famiglia. La Famiglia (tradizionale) va a pennello con il tradizionalismo leghista. La Patria nazionale no, ma la piccola Patria locale e comunale senz´altro sì. Dio finora è stato un tema indifferente per i leghisti ma ora non lo è più. Il popolo leghista è formato da milioni di “indifferenti devoti” e i segnali non mancano. Il più recente e il più simbolico è stato quello dell´opposizione alla Ru486 lanciato da Cota e da Zaia e fortemente apprezzato dal Papa, dal cardinal Bertone segretario di Stato e da monsignor Fisichella, autorevole presule in ascesa a Roma.
Senza rientrare in una polemica che si è già fatta infinite volte su queste pagine, dico soltanto che la Chiesa in queste elezioni ha svolto la parte di una massa di spettatori che invade il campo da gioco mentre la partita è già in corso. Nelle gare sportive, quando fatti del genere si verificano, l´arbitro sospende la partita e squalifica il campo di gioco. Nel nostro caso il campo di gioco è lo spazio pubblico riservato alla Chiesa per propagandare liberamente le sue idee ma non per tirare sassi e petardi contro i giocatori. Questo ha invece fatto la Chiesa e questo comportamento avrebbe dovuto essere squalificato dalle autorità che rappresentano la laicità dello Stato. Ottenerlo da un governo come quello che ci sgoverna è impossibile, ma denunciarlo è necessario. Si somma alle infinite altre inadempienze e fa parte della sua necessità di legittimarsi di fronte alla Chiesa.
Anche la Lega desidera legittimarsi di fronte alla Chiesa; la pillola Ru486 è stata un segnale. Altri ne seguiranno, per farsi perdonare la mancata accoglienza e anzi la caccia all´immigrato. La Chiesa riprova quella condotta ma la perdona se vede segnali anti-abortisti.
Segnali che hanno il solo effetto di rimettere in voga l´aborto clandestino o, per chi ha soldi da spendere, l´aborto all´estero.
Questa politica sessuofobica è quanto di più lontano dalla predicazione evangelica. Quanto alla Lega, il motto tremontiano di Dio, piccola Patria e Famiglia rischia di trasformare le Regioni bagnate dal Po in una Vandea del ventunesimo secolo. Milano, Torino, Varese, Brescia, Bergamo, Padova, Ferrara, Mantova, insomma il Nord che conta, vorranno esser le capitali d´una Padania vandeana? Di un federalismo secessionista?
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Le riforme. Berlusconi. L´opposizione. La crescita economica. I cittadini di questo paese.
A Berlusconi importa poco del suo partito. È il partito che ha bisogno di lui, non lui che abbia bisogno del partito. Quanto alla Lega, il vincolo tra lui e Bossi è fortissimo. Berlusconi è intimamente leghista, Bossi tiene in vita lui e il governo e per questo servizio di inestimabile valore può chiedere ciò che vuole e lo avrà. Le bizze fanno parte del rito.
Quanto alle riforme, la decisione tra loro è stata già presa: procederanno di pari passo federalismo e giustizia, legale impedimento giudiziario e rimpasto ministeriale: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Bossi vuole che le opposizioni partecipino, anche Berlusconi lo vuole e infatti dopo la vittoria elettorale porge la mano con mitezza quasi cristiana. «Sinite parvulos» dove i pargoli sono il Pd, Casini e perfino Di Pietro.
L´invito è accompagnato da un avvertimento che non è nuovo: se non rispondete con amore faremo da soli. Chi conosce il personaggio sa che se non faranno da tappetino la maggioranza “farà quadrato”. Intanto l´invito al tavolo c´è ed è insistito. Bondi sta già versificando poesie. Cicchitto fa boccuccia. Gasparri è pronto perfino a cantare, sebbene per questo ci sia Apicella e per le crostate il cuoco Michele.
Ma il primo problema è proprio il tavolo. Fin qui Bersani ha detto con apprezzabile coerenza: il tavolo no, il confronto si fa in Parlamento. La differenza è netta: al tavolo si dialoga su un pacchetto, nel confronto parlamentare si discute proposta per proposta e le proposte vengono da tutte e due le parti. Naturalmente esiste un nesso tra le varie proposte ma non un voto di scambio. Questa è la differenza non da poco.
Poi ci sono le priorità. Berlusconi e Bossi sono d´accordo sull´appaiare le loro priorità; federalismo e giustizia. Ma l´opposizione ha una sua priorità diversa: la crescita economica e il sostegno dei redditi più deboli.
Maroni, interrogato in proposito, ha risposto: questo tema riguarda Tremonti, io non ci metto bocca. La domanda allora è questa: la priorità dell´opposizione sarà accolta? Il tema dell´economia e del lavoro affiancherà federalismo e giustizia? Sarà concordato un calendario parlamentare che intrecci i tre temi mettendoli sullo stesso piano e con lo stesso passo? Berlusconi ha anche lui sollevato un tema economico: la riforma fiscale. Ma Tremonti ha già spiegato che si potrà fare nel 2013.
Temo che sia ottimista, Tremonti; nel 2013, cioè alla fine della legislatura, non saremo affatto fuori dalla crisi che toccherà il culmine non prima del 2012 e poi comincerà a diminuire molto lentamente. Da qui ad allora la disoccupazione aumenterà ancora, i consumi resteranno stagnanti, altrettanto le esportazioni, ci sarà una stretta nel credito e nella liquidità, i tassi di interesse aumenteranno. Queste sono le previsioni generali, senza ancora entrare nel merito né della riforma fiscale né del federalismo.
Allora la seconda domanda è questa: se i temi del lavoro e del sostegno dei redditi non saranno affiancati alle priorità della maggioranza che cosa farà l´opposizione?
L´opposizione dovrà presentare i suoi progetti sulla crescita economica, forniti di copertura finanziaria credibile. E dovrà confidare che il presidente della Camera li inserisca tra la priorità di calendario, ma questo dipende dalla conferenza dei capigruppo. La posizione di Fini sarà comunque importante ed anche quella di Bossi.
Ricordiamoci che nella associazione delle Regioni la presidenza probabilmente spetterà ancora all´opposizione e da quella sede il federalismo deve necessariamente passare.
Comunque le riforme che interessano la maggioranza parlamentare arriveranno alle Camere e qui dobbiamo entrare nel merito.
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Il presidenzialismo. Elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica? Le due ipotesi differiscono in modo radicale, perciò il Pdl e la Lega dovranno scegliere. L´elezione diretta del premier è incongrua. Dove è stata realizzata (Israele) ha dato pessima prova ed è stata rapidamente cancellata. Del resto il premier è il capo dell´esecutivo, cioè della pubblica amministrazione. A qualcuno deve rispondere del suo operato.
Il presidente della Repubblica è invece un organo di coordinamento. Per trasformare la carica in elettiva (non dal Parlamento ma direttamente da un voto popolare) dev´essere riformato l´intero sistema costituzionale e debbono essere rafforzati tutti gli organi di controllo. Non si può passare al presidenzialismo se prima o contemporaneamente non sono rafforzati gli organi di controllo e primo tra tutti il Parlamento e quindi cambiata la legge elettorale. Il potere degli apparati sull´elezione dei parlamentari va smantellato o fortemente indebolito. Il collegio uninominale potrebbe essere una soluzione, specie se scandito sul doppio turno. Non mancano altre soluzioni tecnicamente valide. Ma se il Parlamento non cessa di essere il pascolo degli apparati e soprattutto del governo, il presidenzialismo diventerebbe sistema autoritario, non contemplato e quindi escluso dalla Costituzione vigente. Tralascio gli altri temi che meritano un discorso a parte.
Il metro di giudizio, come abbiamo già detto più volte, è comunque lo Stato di diritto, i poteri costituzionali divisi e autonomi, nessuno di essi subordinato all´altro, indipendenti nella sfera delle proprie competenze. Se questo equilibrio venisse violato saremmo fuori dalla Costituzione.
Per concludere, una parola sul presidente Napolitano. Deve essere al di fuori delle parti perché questo è il suo ruolo. Deve applicare un filtro e un vaglio di costituzionalità ed anche di coerenza legislativa alle leggi e alla procedura di presentazione e di promulgazione.
Finché si atterrà a questi principi è perfettamente inutile e anzi dannoso tirarlo per la manica. Finora vi si è scrupolosamente attenuto e gliene va dato atto. Ove dovesse violarli, ciascun cittadino può avanzare critiche, rispettose anche se severe. Chi lo conosce sa che quelle violazioni non sono nel suo costume. Può fare errori.
Finora non ve ne è stata traccia. Il decreto cosiddetto “salva liste” non salvò un bel niente di fronte a irregolarità dimostrate da otto sentenze. Quindi non impedì nulla che non dovesse essere impedito.
Se ci fosse un attentato alla Costituzione per effetto di un colpo di forza del governo, il Presidente farà il dover suo e spetterà agli italiani di decidere la questione con il previsto referendum.
«Volete voi la dittatura d´un uomo o la libertà?». Può darsi che il dominio dei «media» ponga il tema in modo surrettiziamente diverso, ma sarà questa la sostanza della questione e gli italiani sceglieranno.
La Repubblica 04.04.10

"La città ha perso i suoi luoghi: ripartiamo da lì", di Claudia Fusani

Prima i ragazzi si ritrovavano lungo la scalinata di S. Bernardino, sedevano a gruppetti, sguardi, qualche parola, gli amici, le amiche, lo struscio fino al Corso Vittorio e a piazza Duomo e al ritorno ancora la scalinata, monumentale, di pietra bianca, stile barocco, custodita ai lati dalle edicole dei santi. Alle spalle la basilica, intorno le montagne e il Gran Sasso. I primi amori. Il posto più sicuro e più bello del mondo. Questo prima, prima del terremoto.
Oggi i ragazzi si ritrovano al bar del centro commerciale. «Ed è molto triste, loro, i ragazzi, stanno diventando tristi…» dice il sindaco Cialente guardando la dolce discesa della scalinata ora piena di erbacce, detriti, le edicole ingabbiate nel legno e nel ferro. S.Bernardino è uno dei luoghi che fanno l’anima dell’Aquila, da generazioni testimone silenzioso di amori e passioni, delusioni e pezzi importanti di vita. «L’Aquila non ha più i suoi luoghi. Prima uscivi e non ti sentivi mai solo. Adesso passiamo la giornata in macchina. Come se voi a Roma la passaste sul raccordo anulare…».

L’Aquila oggi, un anno dopo, è ancora un non-luogo dove ti incontri e non chiedi come stai ma «tu cosa sei? A, B, C…», la classifica del danno delle abitazioni. Se sei E, che significa casa distrutta, sei in quello che il sindaco chiama «tunnel esistenziale». Da cui è difficile uscire. Aumenta l’uso degli psicofarmaci all’Aquila e nel cratere terremotato. Se ricostruire vuol dire anche ritrovare i luoghi dell’anima, quelli dove ti riconosci e ti senti a casa per sempre, la ricostruzione dell’Aquila può ripartire anche da questa scalinata. Riconsegnarla ai giovani. E al futuro. Riprendersi il passato. È urgente. Come, forse più, di tutto il resto.

Per la scalinata dei primi amori, dei sogni e dei progetti servono con urgenza centomila euro. «Non li ho» dice il sindaco, «mi devo inventare qualcosa. Lo devo ai ragazzi di questa città».
«Riprendiamoci l’Aquila» è scritto sul tendone bianco montato in piazza Duomo diventato la bandiera e il fortino della riconquista del centro storico proibito. Gli aquilani ci lasciano carriole e secchi, pensieri, idee, rabbia, progetti. È un luogo. Una stanza tutta per loro.

Un piano in nove mosse. È questo che ha in mente il sindaco e che il Capo della struttura di missione Gaetano Fontana ha spiegato in un libretto di 32 pagine intitolato: «Primo programma di intervento sperimentale con fattibilità a breve termine». Riguarda il centro storico dell’Aquila, 170 ettari ancora pieni di macerie, alberi sradicati e materassi marci. «Il sisma dell’Aquila è stato un evento oltre che drammatico anche molto complesso» dice il prefetto Franco Gabrielli. «Se escludiamo i quartieri fuori dalle mura, solo il centro storico è in assoluto il più grande d’Italia rispetto al numero di edifici vincolati». Non ci sono precedenti, nè con il Friuli nè con l’Umbria. Solo se si ha chiaro questo, si può capire perchè è così difficile ricominciare. Il Primo programma di intervento ha individuato sei aree, sei spicchi della zona rossa «più facilmente aggredibili». Dicono proprio così: aggredibili, come se il centro storico fosse diventato un nemico da combattere. Da aggredire, appunto. Andando in senso orario, partendo da ovest: zona Banca d’Italia-Belvedere; zona Lauretana; Santa Maria di Farfa; Porta Napoli est e Porta Napoli ovest.

Sulle mappe i confini sono già perimetrati. Si tratta di aree dove le case hanno in genere danni lievi (B-C, poche E), dove è possibile garantire l’allaccio di acqua, gas e luce e raggiungibili sia a piedi che con i mezzi. Luoghi dove è possibile riportare la vita e le persone. Quando? «Dal momento in cui si comincia servono tra i 60 e i 90 giorni». Ci sono anche i soldi, 2 miliardi e duecento milioni, gli unici stanziati finora. «Lo dico dal primo giorno, serve la tassa di scopo altrimenti i progetti sono solo parole» taglia corto Cialente.
Piano in nove mosse, si diceva. Le ultime tre riguardano altrettanti luoghi simbolo della città: piazza Duomo solo in parte recuperata; piazza Palazzo, dove era la sede del comune; piazza Repubblica, quella delle prefettura sulle cui macerie sono stati fotografati i grandi del mondo e relative first ladies. I simboli del potere religioso, civico e statale. Ma il sindaco vuole prima di tutto la gradinata di San Bernardino. Lo deve ai giovani. E al futuro di tutti.
L’Unità 03.04.10

L'amaca di Michele Serra

Nella baraonda di parole seguita al voto regionale, mi ero perso questa dichiarazione di Fabrizio Cicchitto (Partito dell´Amore) al Corriere: «La vittoria di Torino è stata clamorosa, politicamente parlando uno “stupro” (virgolette del Corriere, ndr). La caduta della città dell´intellighenzia azionista e comunista segna definitivamente il cambio dell´egemonia culturale del Paese».
A prima vista, è l´uso gongolante della parola “stupro” a colpire, perché perfino da un estremista fanatico come Cicchitto ci si aspetterebbe quel filo di ipocrisia che aiuta a salvare la forma. Essendo però l´azionismo torinese una delle poche pagine nobili e oneste (soprattutto oneste) della politica italiana, si può anche capire che Cicchitto lo detesti al punto di perdere le staffe. Ma è la seconda parte della dichiarazione a dirci, di Cicchitto, perfino più della prima: l´egemonia culturale del Paese non è più comunista, e tantomeno azionista, da almeno vent´anni. La cultura e lo stile dei Cicchitto è solidamente condivisa, impregna il Paese e lo governa. Ma vincere e comandare, a quelli come Cicchitto, non dà sollievo

Sale la benzina e il governo aumenta le tariffe di treni, poste, autostrade. Ecco la Pasqua anti-liberalizzazioni

Il pieno costa 10 euro più di un anno fa, le tariffe dei servizi regolamentati per l’ISTAT salgono del 3,7%. Fassina: “I prezzi corrono e il governo fa festa”. Lirosi denuncia le tasse occulte che mettono le mani nelle tasche degli italiani e Sangalli denuncia: “Prima delle elezioni informazioni occultate”
Arriva la Pasqua e più della metà degli italiani resterà a casa, anche perché il pieno costa 10 euro più di un anno fa ma un barile di petrolio 5 dollari in meno di 2 anni fa…. Secondo i dati dell’Adoc, quest’anno il 55% sconterà il caro-esodo. Anche se TG1, TG2, TG4, TG5, Studio Aperto, non ve l’hanno detto il pieno di carburante, che sia diesel o benzina, secondo i calcoli delle associazioni dei consumatori costa 10 euro di più che nella Pasqua dell’anno scorso. Allora la benzina costava in media 1,2 euro al litro, adesso è sopra gli 1,4 euro. Il prezzo del petrolio sale (giovedì il barile ha sfiorato gli 85 dollari), ma nelle pompe la stangata è arrivata due settimane fa: la benzina costa fra tra 1,408 e 1,422 euro/litro, il gasolio tra 1,234 e 1,249 euro/litro.Siamo al prezzo più alti dal settembre 2008, superiore di 22 centesimi rispetto all’anno scorso, e il gasolio diesel è a 20 centesimi in più di un anno fa! “Ma il petrolio è quotato a circa 85 dollari al barile. Due anni fa, stesso periodo di campagna elettorale, il prezzo della benzina viaggiava intorno a 1,38 euro al litro e il prezzo del petrolio a 140 dollari al barile! Il caro-benzina è una delle tante amnesie di un governo che abbandona i cittadini al loro destino – attacca Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Partito Democratico – come già denunciato nei giorni scorsi dalle associazioni dei consumatori, anche secondo noi ci sono gli elementi per contestare come oggi il prezzo non è congruo: anche al netto dell’effetto di cambio fra euro e dollaro (che nel frattempo si è apprezzato circa del 13%), un litro di benzina oggi dovrebbe costare molto meno di due anni fa. L’effetto sulle tasche dei consumatori italiani è molto più forte oggi che non due anni fa. Nonostante ciò non si fa niente. Il governo lasciando mano libera al prezzo dei carburanti e alle tariffe del servizio pubblico continua in maniera sconsiderata a mettere le mani nelle tasche degli italiani”.

Antonio Lirosi, responsabile Commercio e diritti dei consumatori del Pd, ex “Mr. Prezzi” dimostra come con due anni di governo Berlusconi il portafogli dei consumatori si è alleggerito e lo Stato ha incamerato più tasse: “A marzo 2008 il petrolio superava i 100 dollari al barile e il prezzo al consumo della benzina era 1,38 euro al litro. Lo Stato ha incassato di più con la tassazione dell’IVA, grazie a un prezzo della benzina più elevato rispetto all’andamento del petrolio pur considerando il recupero del dollaro sull’euro. I consumatori stanno poi pagando un’altra tassa occulta per effetto degli aumenti tariffari che il governo ha concesso di recente con valori anche 10
volte superiori al tasso d’inflazione: biglietti ferroviari +15%, servizi postali +12%, pedaggi autostradali +7%”.

Non basta, “ci sono diversi punti da chiarire in merito all’andamento dei prezzi dei carburanti in Italia, che puntualmente prima di Pasqua segnano sensibili
aumenti – dice il senatore Gian Carlo Sangalli, capogruppo del Pd nella commissione sul controllo dei prezzi e componente della Commissione Attività produttive – tenendo conto della congiuntura internazionale occorre chiedersi come mai si siano conosciuti solo oggi livelli di prezzi che erano già stati raggiunti da 10 giorni, mentre il trend crescente, con un guadagno di 10 centesimi, dura da un mese. Viene da chiedersi se vi sia stato un blocco delle informazioni a danno dei consumatori nel periodo
precedente alle elezioni. Inoltre ci sono delle domande che intendo rivolgere al governo in sede parlamentare”.

Caro-benzina, le domande che facciamo al governo.

Quali sono gli impegni dell’Esecutivo nel processo di liberalizzazione del settore della distribuzione dei carburanti, visto che rispetto al resto d’Europa registriamo un differenziale di 3-4 centesimi?
Quali sono i risultati raggiunti dai 4 gruppi di lavoro che sul tema si sono riuniti presso il ministero dello Sviluppo Economico e per quale motivo le Regioni non vi hanno partecipato?
Per quale ragione non viene neutralizzato l’aumento dell’IVA, di circa 1,5 centesimi rispetto ad un anno fa, andato ad esclusivo vantaggio dell’erario, attraverso una uguale riduzione delle accise?
Quali sono le iniziative del governo in materia di efficienza del mercato petrolifero internazionale e il ruolo della finanza sui mercati delle materie prime, dove si formano le quotazioni dei prodotti che poi incidono sui prezzi alla pompa?
Quali iniziative i rappresentanti del governo hannoo adottato in occasione del vertice di Cancun fra consumatori e produttori ?
Ritengono di sostenere il tentativo di riforma dell’amministrazione americana, anche in vista del G20 del prossimo giugno a Toronto?

Oltre al danno la beffa, se appena una settimana fa Claudio Scajola annunciava di voler ridurre le tariffe del gas e Fassina gli ricordava come “il governo continua a promettere riforme prossime venture, ma sempre rinviate. Oggi, è la giornata del gas. Quello che però il ministro non dice è che il gas non è l’unica tariffa a manifestare incrementi molto al di sopra della media”. Già perché l’Istat ha calcolato che l’insieme dei “servizi tariffati a livello nazionale” salgono del 3,7%, il doppio rispetto ai servizi non regolamentati.
Che fare? “Per portare l’andamento dei prezzi di beni e servizi in linea con i principali Paesi europei, l’Italia deve riprendere il cammino delle liberalizzazioni avviate da Bersani. Il governo invece utilizza surrettiziamente i servizi tariffati per aumentare le tasse ad imprese e lavoratori” concludeva Fassina.

Ecco la sorpresa nell’uovo, buona Pasqua.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

“Linea Carpi-Modena, vogliamo risposte chiare dal governo”

Ennesima interrogazione dell’on. Ghizzoni che dovrebbe essere discussa il 9 aprile. Proseguono i disservizi sulla linea ferroviaria Modena-Mantova e anche ieri si sono registrati pesanti ritardi e problemi. La deputata carpigiana del Pd Manuela Ghizzoni, che è già intervenuta in più occasioni con interrogazioni parlamentari sui disagi per i pendolari e gli utenti della linea, ha depositato all’inizio di marzo una nuova interrogazione che verrà discussa giovedì 9 aprile, con la ripresa dell’attività parlamentare successiva alle ferie pasquali.
“Questa volta ci attendiamo risposte chiare e impegni precisi da parte del Governo – afferma l’on. Ghizzoni – perché la situazione non è più tollerabile. I disservizi, la riduzione delle corse, delle fermate e della qualità complessiva del servizio ferroviario sulla linea Carpi-Modena proseguono, nonostante le ripetute denunce degli utenti e delle amministrazioni locali. Dopo i molti problemi già segnalati con precedenti interrogazioni, la società Trenitalia ha chiuso anche la locale biglietteria durante la domenica senza avvisare preventivamente nemmeno le autorità facenti parte del tavolo di confronto sui problemi della linea Modena-Carpi (Regione, Provincia e Comune) e il comitato degli utenti.

La chiusura della biglietteria – avverte la parlamentare del Pd – pare anticipare ulteriori restrizioni per il futuro e produrrà non pochi problemi agli utenti, soprattutto per le categorie più deboli, che dovranno fare i conti con distributori automatici obsoleti e spesso guasti, con obliteratrici che funzionano a giorni alterni e con la chiusura degli esercizi autorizzati alla rivendita. La possibilità di consentire l’acquisto dei biglietti sui convogli, senza maggiorazioni o sanzioni, a coloro che salgono a Carpi – prosegue l’on. Ghizzoni – è una proposta di buon senso, mentre appare una provocazione la risposta della locale dirigenza di Trenitalia che invita gli utenti a tener sempre un biglietto in tasca per evitare sorprese.

Ci aspettiamo pertanto – conclude la parlamentare – che giovedì giungano dal governo parole chiare sulle iniziative per migliorare la qualità del servizio ferroviario, favorendo il lavoro del tavolo di confronto con le amministrazioni locali e le rappresentanze degli utenti”.

Dopo il record di critiche da Cota e Zaia retromarcia sulla RU486

Tutti contro la crociata leghista: PD, governo, medici. Agostini: “Più fondi ai consultori e per le politiche sociali”. Umberto Veronesi: “Sono incostituzionali”. E invece il neogovernatore piemontese è partito dalla crociata contro la somministrazione della pillola RU4486. Per poi tornare sui suoi passi in tempi record, seguito da Zaia e dal vicepresidente in pectore della Lombardia il leghista Andrea Gibelli, che strafà e come denunciato a Filippo Penati, “si spinge anche più in là e dice che la legge 194 sull’aborto ha fatto il suo tempo. Tanto per cominciare, vorrei ricordargli che ogni rappresentante dello Stato è tenuto a rispettare le leggi, non ad eluderle”.
E dalla Calabria anche il neoletto Giuseppe Scopelliti si scopre contrario alla pillola. Oggi il senatore PD Umberto Veronesi, il più famoso degli oncologi italiani e presidente dell’Istituto europeo di Oncologia di Milano, scrive in un articolo su la Repubblica che “le dichiarazioni dei neo-governatori di Piemonte e del Veneto sull’intenzione di non distribuire la pillola sono anticostituzionali”.

Un bel pasticcio per Cota, così appena partita la distribuzione tutta Italia della pillola abortiva il leghista ha fatto retromarcia, influenzato probabilmente dalle critiche arrivate dall’opposizione, dalla società civile e dalla stessa maggioranza: “Sulla Ru486 ho sempre avuto una posizione chiara e mai in contrasto con la legge, invito tutti a rileggere bene le mie dichiarazioni” ha detto nella prima conferenza stampa convocata dalla sua elezione.
“Sono contro le donne e mortificano la professionalità dei medici – attacca Roberta Agostini, responsabile Salute e Conferenza delle Donne della segreteria nazionale del Pd intervistata dal Tg2 – ora le spaccature nella maggioranza costringono i presidenti leghisti ad una parziale retromarcia.
Si dica con chiarezza se si vuole mettere in discussione la 194 perché noi la difenderemo. La prevenzione non si fa con le battaglie ideologiche ma potenziando i consultori e le politiche sociali a cui questo governo ha sottratto risorse”.

Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd del Senato bolla gli annunci dei leghisti come “un gran polverone di propaganda che ci si poteva risparmiare, l’ennesima cagnara senza senso sollevata dalla politica sulla pelle delle donne. Se Pdl e Lega vogliono davvero occuparsi di sostegno alla maternità e alla famiglia sono i benvenuti e hanno solo l’imbarazzo della scelta, perché il loro governo finora non ha fatto nulla, si risparmiassero le chiacchiere”.
Sull’argomento è dovuto intervenire il presidente degli Ordini dei medici, Amedeo Bianco, spiegando che “la pillola abortiva è compatibile con la legge 194 e “chi dice di non volere la Ru486, al di là delle legittime preoccupazioni etiche e morali, mette in discussione la stessa 194″. Legge che consente l’interruzione di gravidanza in determinate condizioni, tutela la salute psico-fisica della donna e la maternità consapevole, previene l’aborto ed è di contrasto alle pratiche clandestine. Una legge che è stata confermata da un referendum popolare e che nella sua lungimiranza prevede l’utilizzo di metodiche sempre meno invasive e meno dolorose per le donne. La pillola RU486 è stata autorizzata in Italia in questo quadro, dopo una lunga sperimentazione e in seguito alla sua adozione in molti paesi europei, da decenni.
Ma non è stato il solo a stoppare Cota, che in 24 ore aveva ricevuto l’invito del ministro della Salute, Ferruccio Fazio: “C’è una legge, se la leggano. La 194 va rispettata”. Stesso invito da Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente: “La campagna elettorale è finita, i Governatori rispettino la legge! Come donna sono favorevole a interventi meno cruenti, ma nessuna regione può vietare ciò che è concesso dalle norme. Mentre il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni, pur contrario gli ricordava che “non ci si può opporre alla legge”. Poco dopo il ministro/governatore veneto Zaia ha aggiustato il tiro dichiarando che “quello che mi sta a cuore è la salute della donna”, che la terapia “va somministrata in ambiente protetto”.
Marina Sereni vicepresidente del Partito democratico non si accontenta della retromarcia: “La pillola RU486 deve essere distribuita negli ospedali, somministrata sotto il controllo dei medici e nel pieno rispetto della legge 194 sull’interruzione di gravidanza. Qualsiasi altra decisione si configura come un gesto di mera propaganda da parte di chi dovrebbe invece rappresentare le istituzioni della Repubblica. Se si vuole veramente prevenire l’aborto è certamente responsabilità delle Regioni potenziare la rete dei servizi sociali, il sostegno alle coppie e alle famiglie senza abbandonarsi a proclami ideologici che colpiscono con violenza le donne e i loro diritti”.

Intanto Bianco ha annunciato che gli Ordini dei medici si stanno orientando verso un documento sulla Ru486. “La nostra Consulta nazionale ha impostato una traccia di documento che dovrà poi fare tutti i passaggi. Il principio è renderlo coerente con la 194” ha spiegato. “L’orientamento è: attenzione a normazioni molto perentorie e categoriche; va salvaguardato il rapporto medico-paziente e la sfera dell’autonomia e della responsabilità” il rischio “non è tanto la privatizzazione dell’aborto ma il ritorno alla clandestinità”.

E oggi il senatore PD Umberto Veronesi, il più famoso degli oncologi italiani e presidente dell’Istituto europeo di Oncologia di Milano, interviene nella polemica sullaRU486: “Le dichiarazioni dei neo-governatori di Piemonte e del Veneto sull’intenzione di non distribuire la pillola sono anticostituzionali”, scrive in un articolo su ‘la Repubblica’. E taglia corto: “Se un organismo nazionale, rigorosamente scientifico e riconosciuto in Europa quale e’ l’Aifa dichiara un farmaco innocuo e disponibile per la popolazione, e’ un diritto di tutti poterlo utilizzare in base all’articolo 32della Costituzione che sancisce il diritto alle cure”. Veronesi se la prende contro chi crede che la RU486 “faciliti l’aborto ed unque possa indurre le donne a praticarlo a cuor leggero”.Quando si parla di aborto, insiste l’ex ministro della Salute,”ci si dimentica che nessuno vuole l’aborto, e le prime a non volerlo sono le donne per le quali e’ un atto che va contro l’imperativo del loro Dna alla riproduzione”. Per Veronesi se davvero si vuole fare “qualcosa di efficace” per evitare gli aborti “bisogna agire prima. Bisogna combattere l’ignoranza e la disinformazione, preparare le ragazze a una maternità responsabile, promuovere l’educazione sessuale nelle scuole, diffondere la conoscenza dei metodi anticoncezionali,dare informazioni complete e corrette sulla pillola anticoncezionale”. Fondamentale per il senatore “creare un senso di responsabilità anche nei maschi, che comunque non vengono mai colpevolizzati in caso di maternità indesiderata”.L’aborto, insomma, resta “un problema culturale” e sarebbe”troppo facile” risolverlo “dicendo no alla RU486”.
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"Deficit ai massimi dal ’96. Non è solo colpa della crisi", di Bianca Di Giovanni

Cosa è successo davvero al bilancio pubblico nel 2009? Fuori dalla polemica politica, è importante leggere le cifre disaggregate: sono quelle che dicono molto sulla politica economica del governo. L’Istat ha confermato ieri un indebitamento netto pari al 5,2% del Pil. Un risultato così negativo non si raggiungeva dal 1996. Per la prima volta dal 1991, poi, il saldo primario (cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi passivi) risulta negativo e pari a -0,6%: l’anno prima era pari a +2,5%. Come dire: si è tornati ai livelli della più grave crisi che aveva investito l’Italia agli inizi degli anni ‘90.
TREMONTI E LA CRISI Si sa che il ministro Giulio Tremonti anche stavolta chiama a discolpa la crisi, la più grave da quella del ‘29,come ama ripetere. Se il deficit cresce è perché c’è un rapporto con il Pil, che ha subìto una contrazione da brivido: -5,1%.Maè davvero così? Certamente la crisi è dura e continua a farsi sentire anche quest’anno. A testimoniarlo gli ultimi dati sulla Cig diffusi ieri dall’Inps. Nel mese di marzo 2010 sono state autorizzate 122,6 milioni di ore di cassa integrazione: la cifra è più che raddoppiata rispetto a un anno prima (+106,8) ed è in aumento anche rispetto a febbraio (+29%). A schizzare è soprattutto la cassa integrazione straordinaria (+333,8%), mentre per quella in deroga non si hanno riferimenti sul 2009. Quella ordinaria risulta in linea con marzo 2009 (+0,64%). «Da questi dati è evidente che serve una politica di sostegno alla domanda – commenta il responsabile economico del Pd Stefano Fassina – bisogna mettere sotto controllo la spesa per acquisti di beni e servizi della Pubblica amministrazione e riavviare una politica antievasione seria. Così si potrà sostenere una politica per i redditi. Non si può rimanere fermi ad aspettare che arrivi il bel tempo». In ogni caso resta la domanda: sui conti pubblici è davvero la crisi a pesare?
QUALI ENTRATE? I numeri dell’Istat rivelano che le entrate totali calano del 2% nel 2009 rispetto al 2008, mentre le uscite risultano in crescita del 3%. Con meno entrate e più uscite il bilancio è destinato a saltare. Ma anche queste cifre vanno lette con più attenzione, per stabilire se davvero è la recessione a colpire le entrate. Prima di tutto va detto che quel dato (-2%9 è il saldo di una crescita delle entrate in conto capitale e un crollo di quelle correnti. Vuol dire che a tenere su (si fa per dire) il dato è intervenuto lo scudo fiscale (contabilizzato come conto capitale) per almeno 5 miliardi e altre una tantum per circa 7 miliardi. Ancora: le imposte dirette (come l’Iva) crollano del 9%, una percentuale molto più alta della contrazione del Pil. Solo grazie a una sostanziale tenuta di quelle indirette (-0,3%) e dei contributi sociali (-0,3) le entrate si fermano a -2%. Ancora più preoccupante è il discorso d elle uscite. «È chiaro che la cura Brunetta e Calderoli è sostanzialmente fallita», dichiara Fassina. Aumenta infatti la spesa per beni e servizi della pubblica amministrazione del 7,5%:un livello doppio rispetto alla media annua di questa voce. Anche in questo caso c’è una voce che aiuta a non far schizzare al rialzo il computo delle spese: gli interessi passivi. In questo caso si può dire che la crisi ha aiutato Tremonti e non danneggiato. Il denaro a costo zero, le politiche monetarie espansive delle banche centrali, hanno dato fiato ai costi sul debito dell’Italia, segnando una diminuzione del 12%.
L’Unità 03.04.10